Archivio mensile: agosto 2014

Mangetsu Man – Il paladino dell’ambiente

In ogni fumetto di supereroi che si rispetti ci devono essere, ovviamente, un eroe con straordinari poteri, una storia interessante ed una serie di nemici, meglio tanti, ancor meglio supercattivi, votati alla malvagità e alla delinquenza. Certo, si tratta di fantasia, nessuno nella realtà ha gli strumenti fantascientifici di Batman, o viene da Krypton come Superman o è stato morso da un ragno radioattivo come Spiderman, solo per citare i più famosi, perché c’è anche chi è stato colpito da un raggio proveniente da un’altra dimensione come Color Kid, che può colorare le cose solo toccandole (e basta, sì come superpotere fa schifo, ma quest’è); Arm Fall Off Boy, ragazzo del futuro che è in grado di staccarsi il braccio da solo ed usarlo come mazza per colpire i nemici (IKEA man sarebbe stato più appropriato); Bouncing Boy che dopo aver bevuto una bibita misteriosa scambiata per Coca-Cola acquista il potere di gonfiarsi come un pallone e rimbalzare dappertutto (un Super Santos vivente, in pratica).

Sebbene la maggior parte dei supereroi nasca negli USA per mano delle case editrici Marvel e DC Comics, ne esiste uno, reale, in carne ed ossa, che viene dal Giappone. Il suo nome è Mangetsu Man, l’uomo dalla faccia di luna.

 

 

Mangetsu Man vive a Tokio, e nasconde la sua identità dietro un’enorme maschera gialla, tutina viola, guanti neri e l’immancabile mantello che ne fanno il supereroe tanto invocato dalla brava gente della capitale nipponica. Il suo superpotere è solo uno: la determinazione. Ogni giorno dal 2013 Mangetsu Man gira armato di scopa e paletta e ripulisce le strade dall’immondizia e dalla sporcizia. Certo, può sembrare banale, ma la caparbietà di quest’uomo – che mantiene come ogni supereroe l’identità segreta, parlando solo attraverso il suo cellulare che sintetizza le sue parole – ha davvero dell’incredibile nella sua semplicità. Parla con i bambini di quanto sia importante non gettare i rifiuti a terra, istruisce i passanti sui pericoli dell’inquinamento e ogni tanto qualcuno lo aiuta nella sua lotta infinita, insomma nel suo piccolo sta cercando di rendere il nostro pianeta un posto migliore in cui vivere, una spazzata alla volta.

E certamente ha fatto molto di più per il mondo di tanti suoi alter ego di carta.

 

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Franca Viola – Una storia d’amore

Quella che vi racconto oggi è una storia d’amore. Ma non una storia d’amore semplice, se mai ne esistano, ma una di quelle che sembra davvero una fiaba, con una giovane principessa indifesa, un lupo cattivo che vuole rubarne la purezza, uomini corrotti pronti a farle del male e non uno, ma ben due principi azzurri, pronti a salvarla dalle grinfie dei mostri. Una brutta storia, che diventa prima di guerra e poi dell’orrore, ma che poi in fondo ci insegna cosa è davvero in grado di fare l’amore, quello puro, sincero, vero.

Bene, cominciamo.

C’era una volta, in una terra lontana lontana…

La nostra storia non si svolge in un reame incantato circondato dai boschi ma in Sicilia, anche se per tutto quello che si porterà dietro è meglio dire che da palcoscenico fa l’Italia intera. Il quando: sono gli anni ’60, quelli in cui c’è ancora una certa mentalità, figlia un po’ della cultura cattolica provinciale della penisola ed un po’ degli ideali di onore e virtù che ci hanno sempre contraddistinto, nel bene e nel male. E poi c’è lei, la nostra principessa, una ragazza di diciassette anni di nome Franca Viola.

Franca nasce ad Alcamo, in provincia di Trapani, il 9 gennaio del 1947. Figlia di modesti contadini, Franca è una ragazza semplice, solare, dolce ma, sopra ogni altra cosa, è bella. Di più, è stupenda, contesa da tutti i ragazzi del paese e non solo: lunghi capelli scuri le incorniciano il viso dai tratti leggeri, ed il suo sguardo dolce ed innocente illumina la strada al suo passaggio. Ve la racconto così perché Franca è davvero così, e negli anni ’60, in Italia, in Sicilia, questo può essere una benedizione o, più spesso, un vero problema.

A 15 anni Franca si fidanza con Filippo Melodia, nipote del mafioso Vincenzo Rimi e membro di una delle famiglie più ricche della zona, praticamente quella che controlla il paese e ne decide il buono ed il cattivo tempo. Le cose tra i due però non funzionano e sebbene inizialmente i genitori di Franca avessero approvato il fidanzamento, cominciano a ricredersi. Certo, il suo zitu potrebbe certamente garantirle una vita agiata, ma di sicuro costruita sulla sofferenza di tante brave persone, proprio come quelle della famiglia Viola, così Franca non ci sta e lascia Filippo, che intanto si è messo nei guai con la giustizia per furto ed appartenenza a banda mafiosa. Franca ci aveva visto giusto, perché la reazione del fidanzato respinto non tarda ad arrivare: poco tempo dopo il loro vigneto ed il casolare annesso vengono bruciati finché suo padre, Bernardo, non si ritrova la fredda canna di una pistola puntata alla testa.

Chista è chidda che scaccerà la testa a vossia!

L’uomo però è irremovibile; sarà anche un semplice contadino ma il suo onore è più forte delle minacce di morte, ed il bene della figlia viene prima di ogni altra cosa, anche della sua stessa vita. Filippo intanto è stato scarcerato, e per tutto il tempo passato in prigione ha avuto in mente solo un pensiero: riprendersi Franca. Forse lo fa per amore, o semplicemente perché è abituato ad ottenere ciò che vuole e l’onta di essere stato lasciato lo divora, fatto sta che ritorna da Bernardo ed insiste affinché dia la sua benedizione ad un nuovo fidanzamento. L’uomo rifiuta, ma lui anziché rinunciare si fa più insistente, sempre di più, e dato che è nipote di un boss della mafia è facile immaginare quanto lontano sia pronto a spingersi.

Il 26 dicembre del 1965 con l’aiuto di dodici amici Filippo irrompe nella casa dei Viola, distrugge tutto ciò che gli capita a tiro e rapisce Franca ed il suo fratellino di 8 anni, Mariano, che si aggrappa alla sorella con quanta forza ha in corpo. Il piccolo viene subito liberato, mentre la ragazza sparisce nel nulla. Franca viene sequestrata per otto giorni, prima in un casolare fuori Alcamo poi in paese, dalla sorella di Filippo. Otto interminabili giorni, in cui la ragazza diventa vittima di violenze verbali, che si trasformano presto in violenze fisiche, per sfociare infine in violenze sessuali. Il primo gennaio del 1966 Filippo, oramai appagato delle brutalità inflitte, contatta Bernardo per una paciata, un’ignobile parola che sta ad indicare un incontro tra le famiglie per mettere tutti di fronte al fatto compiuto e far accettare ai Viola le nozze tra i due. Bernardo finge di accettare e la polizia riesce a liberare Franca, che può così riabbracciare i suoi amati genitori e tornare alla vita di sempre.

Il ragazzo viene arrestato, ovviamente, ma è sicuro che non gli accadrà nulla. Rischia una condanna per violenza carnale, abusi e sequestro di persona, ma in fondo lo sa che per lui le cose finiranno bene. Lo sa non perché è il nipote di un boss mafioso e vuole sfuggire alla legge, ma proprio perché è la legge a proteggerlo. Siamo negli anni ’60, in Italia, in Sicilia, nessuna condanna, nessun processo e nessuna denuncia; c’è una cosa che mette a posto tutto, cancella le violenze e gli stupri, rimuove ogni traccia e riscrive la storia: il matrimonio riparatore.

Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali – Articolo 544 del Codice Penale

Articolo 544, il cosiddetto matrimonio riparatore: se qualcuno violenta una ragazza illibata, cioè vergine, compromettendone l’onore e condannandola quindi a non poter più trovare marito, basta che se la sposi; l’onta dell’abuso viene espiata, la fanciulla ha trovato un partito, lo stupratore s’è fatto carico delle sue responsabilità e per legge il reato stesso di violenza carnale viene cancellato. E tutti vivono felici e contenti.

È una legge aberrante, che presuppone che la violenza sessuale arrechi offesa alla morale ed all’onore, e non alla donna, alla persona, all’essere umano. Ma al tempo della nostra storia funziona così e quello che a mio avviso è il gesto più ripugnante che si possa compiere, anche più dell’omicidio, resta impunito se finisce con una bella torta nuziale ed il brindisi alla salute degli sposi.

Il problema è che l’onore è pilastro portante della cultura dell’epoca, in Italia e sopratutto in Sicilia. E per comprendere meglio il pensiero del tempo basta leggere un altro articolo del Codice Penale.

Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella. – Articolo 587 del Codice Penale

Articolo 587 del Codice Penale, meglio conosciuto come delitto d’onore: chiunque avesse scoperto il coniuge a letto con un’altra persona o la sorella o la figlia a fare sesso al di fuori del matrimonio, e nello stato di rabbia cieca avesse ucciso chi gli aveva arrecato offesa, si vedeva commutata la pena da tre a sette anni, di solito tre, in pratica niente. E poi ad ammazzare l’amante o il traditore si lavava l’affronto nel sangue e, tutto sommato, si faceva pure bella figura.

Filippo quindi ha le spalle coperte: ha deflorato la ragazza che desiderava ardentemente, non va in galera per questa ed altre deplorevoli azioni, se la sposa e vivrà la vita che voleva, con una bellissima moglie al fianco, fino alla fine dei suoi giorni. Ma Filippo non ha previsto una cosa.

Franca dice no.

 

 

La ragazza si rifiuta di sposarlo, e trova pieno appoggio da parte dei genitori che certamente non vogliono vedere la figlia, poco più che una ragazzina, legata per sempre ad un mostro. E qui le cose si complicano: se Franca rifiuta il matrimonio resta lesa nell’onore, quindi nessun uomo avrà mai il coraggio di chiederla in moglie; non solo, Filippo finisce in galera, perché senza legittima unione l’articolo 544 non può essere applicato.

Franca se ne frega dell’onore e della morale, e ritiene degenerata una legge che costringe una vittima a vivere tutta la vita col suo carnefice, nascondendosi dietro un muro di bigotteria indegno di una nazione che vuole definirsi civile. Filippo finisce sul banco degli imputati assieme ai suoi compari, ed il processo spezza letteralmente l’Italia in due: chi insinua che Franca sia solo una svergognata che non comprende la fortuna che le è capitata a poter sposare un così buon partito che si è fatto carico delle proprie responsabilità, e chi la inneggia a baluardo di chi è vittima di soprusi legalizzati.

I legali di Filippo imbastiscono una difesa forte, basata sull’idea che Franca fosse in realtà consenziente, mettendo in gioco un altro concetto figlio della Sicilia di quegli anni, la fuitina: se due giovani fuggivano insieme e consumavano il loro primo rapporto sessuale, i genitori non potevano fare altro che benedire l’unione tra i due ed approvare il matrimonio, sempre che il padre o il fratello della ragazza non li avesse beccati sul fatto e sparato ad entrambi, ovvero articolo 587, delitto d’onore. Comunque sia la tesi non regge, e gli avvocati difensori devono pensare a qualcos’altro. Dichiarano allora che Franca, al momento del rapimento, non era vergine, in quanto i due avrebbero consumato i rapporti a casa di lei, mentre i genitori erano in campagna. Fortunatamente, anche stavolta non gli crede nessuno.

Franca stringe i denti, costretta a vivere segregata in casa scortata giorno e notte dai carabinieri, che nulla però possono contro gli attacchi alla loro terra, quando gli alberi vengono segati via ed il bestiame abbattuto. Ad ogni udienza la ragazza è in prima fila, al fianco del suo avvocato, Ludovico Corrau, e segue attentamente ogni fase del processo. Finché un giorno, non arriva la sentenza.

Filippo viene condannato ad 11 anni di carcere, ridotti poi a 10 ed infine a 2, con obbligo di residenza a Modena.

Ma all’inizio vi avevo detto che questa era una storia d’amore, e di certo non stavo parlando di Filippo. E vi avevo parlato anche di due principi azzurri: il primo è Bernardo, che combatte la stampa, la mafia, i compaesani e se fosse stato per lui anche l’Italia intera solo per amore della figlia, per non vederla aggiogata ad un sistema sbagliato che vuole premiare il suo stupratore secondo una logica ancora più sbagliata. Il secondo è Giuseppe Ruisi, amico d’infanzia di Franca, che contro tutta l’opinione pubblica che guarda la ragazza come una disonorata destinata a restare sola tutta la vita, la chiede in moglie e nel 1968 la sposa, riportando il sorriso su quel volto ora di nuovo raggiante, stretto nel candido vestito di nozze. La coppia riceve un telegramma di felicitazioni e solidarietà nazionale dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, vengono ricevuti in udienza privata da Papa Paolo VI ed il Ministro dei Trasporti Oscar Luigi Scalfaro gli dona per il viaggio di nozze un biglietto per viaggiare su qualsiasi tratta ferroviaria per un mese.

L’ombra di Filippo però pende sulla coppia. Il ragazzo più volte aveva giurato di vendicarsi, e ha sia i mezzi che gli uomini per farlo. Il 13 aprile 1978, a Modena, probabilmente sta pianificando la sua vendetta contro la ragazza che ha osato rifiutarlo e spedirlo in galera, quando qualcuno sbuca da un angolo e gli apre lo stomaco con un colpo di lupara. E così muore il lupo cattivo.

Franca e Giuseppe hanno due figli, e vivono ancora oggi in Sicilia, proprio ad Alcamo. L’8 marzo 2014, in occasione della Festa della Donna, Franca è stata insignita al Quirinale dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ma la più grande soddisfazione se l’è tolta il 5 agosto 1981, quando viene abrogata, anche grazie a lei e a suo padre Bernardo, la legge che permette il matrimonio riparatore, anche se ha poi dovuto aspettare il 1996 affinché la violenza sessuale fosse legalmente riconosciuta in Italia non più come un semplice reato “contro la morale”, bensì “contro la persona”.

 

 

Ora, se devo immaginarmi Franca, in tutta questa brutta storia a lieto fine, vorrei farlo con lei ancora ragazzina che implora Giuseppe di lasciarla andare, perché non vuole mettere a repentaglio la vita di entrambi, dato che Filippo tra dieci anni uscirà dal carcere e verrà certamente a cercare vendetta. Allora lui la guarda nei suoi profondi occhi scuri che hanno visto l’inferno, e le dice poche parole, di quelle che per dirle devi essere davvero un principe azzurro che ammazza draghi e lupi cattivi. Le si avvicina al volto, timidamente, e mentre ammira le gote dell’amata divenire purpuree le sussurra:

Meglio vivere dieci anni con te che tutta la vita con un’altra.

Lei piange di gioia, e finalmente sorride. E la stanza s’illumina.

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The Sagittarian

Vi risvegliate intontiti nel vostro letto; l’aria attorno a voi è pesante, plumbea. Con la bocca ancora impastata dal sonno voltate svogliatamente lo sguardo allo schermo del vostro cellulare, non c’è campo. Rumori ovattati giungono dalla finestra e vi spingono ad alzarvi dal letto. Aprite la porta. Zombie. Ovunque. Afferrate in fretta le ultime cose e scappate, non c’è altro da fare. Benvenuti nell’apocalisse.

The Sagittarian è una serie di videogiochi in flash creati da uno sviluppatore che si cela dietro lo pseudonimo di Hyptosis. Il concetto di base è molto semplice: sopravvivere agli zombie facendo la scelta giusta. Né più né meno. Nessun combattimento furioso, solo lo scorrere delle pagine ed a voi la scelta di come procedere. Attenzione però, la morte è dietro ogni angolo. I caricamenti durano qualche secondo, quando sono completati vi basta scegliere Continue. Attualmente sono stati pubblicati quattro capitoli e nel terzo ci sono quattro possibili finali: due potete continuarli nei rispettivi capitoli IIII, Bayou e Berger, gli altri non sono ancora disponibili. Per giocare vi basta cliccare sulle immagini. Buona sopravvivenza.

 

The Sagittarian

 

The Sagittarian II

 

The Sagittarian III

 

The Sagittarian IIII – Bayou

 

The Sagittarian IIII – Berger

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Lakeview Cabin

Una tranquilla casetta sul lago dove trascorrere in pace il fine settimana. Concedersi qualche momento di relax nella sauna, tosare il prato, spiare le ragazze sulla spiaggia, sono davvero tante le cose che si possono fare per ritemprare corpo e mente. Finché non cala il buio, le luci saltano, l’acqua del lago ribolle.

Lakeview Cabin è un videogioco in flash per browser creato da Roope Tamminen, in cui un piccolo angolo di paradiso fa da sfondo ad una triste storia d’amore e di morte lungo le placide sponde del lago. Cliccate sull’immagine qui sotto per giocare; più in basso trovate le mie personali teorie su ciò che si nasconde dietro un rigoglioso quanto letale paesaggio lagunare e  le istruzioni per completare il titolo. Leggete il resto dell’articolo solo una volta giocato, anche se doveste morire più volte: ci sono decine di oggetti con cui interagire e diversi modi per andare avanti nella storia, tra il demenziale e lo spaventoso.

 

 

Teorie

La mia personale teoria è che il protagonista sia tornato nella baita sul lago ben conscio dell’orrore che vi avrebbe trovato. Credo che tempo prima degli avvenimenti descritti nel gioco la moglie, incinta, sia morta sull’isola o nel lago, e che sia tornata per cercare vendetta.

La prima teoria è che la donna sia morta affogata, ed il marito non sia stato in grado di salvarla. L’uomo non sa nuotare, ed è rimasto impotente a guardare la donna scomparire tra le acque azzurre del lago. Questa teoria è compatibile col fatto che se proveremo a gettarci in acqua e tenteremo di andare al largo l’uomo balzerà immediatamente sulla terraferma.

Altra ipotesi è dettata da un oggetto che troveremo in una cassa: è possibile ad un certo punto del gioco recuperare un binocolo, che in realtà non serve a granché, dato che l’isolotto dove ci troviamo sarà lungo sì e no un centinaio di metri. L’unico uso possibile è quello di guardare le ragazze che prendono il sole in topless sulla sponda sinistra al di là dell’acqua. La mia idea è che l’uomo fosse oramai stanco della moglie e forse la tradiva, e che la gita alla baita fosse solo un modo per cercare di ricostruire un rapporto oramai andato in fumo. La donna può essere caduta nel lago proprio mentre lui era intento a guardare le ragazze seminude sull’altra riva del lago. Questo è compatibile col fatto che la morte è avvenuta sul lato opposto dell’isola, quello destro.

Può anche darsi, seguendo le indicazioni della teoria precedente, che il viaggio alla baita fosse soltanto una gita di facciata, in cui la moglie sapeva dei tradimenti del marito ma ne soffriva in silenzio, portando avanti una relazione a senso unico solo per il bene del figlio che portava in grembo. La donna però, dinanzi all’indifferenza dell’uomo, si gettò nel lago volontariamente, non riuscendo più a sopportare una vita fatta di tradimenti ed umiliazioni. Questa idea è realistica se si pensa che lei si mostrerà per qualche secondo tra le tre bagnanti che prendono il sole a seno nudo, se le spieremo col binocolo.

Ancora, è possibile che il marito abbia affogato la moglie nel lago o l’abbia uccisa in uno dei vari modi che potremo usare per abbatterla anche quando tornerà a cercarci, e poi abbia gettato il corpo tra le acque. Anche questa teoria è realistica se si vuol credere che l’episodio, in un certo senso, si ripete.

Personalmente penso che la storia sia andata così: l’uomo, dopo tanti anni di matrimonio felice, comincia a nutrire dei dubbi sull’amore che prova per la moglie. Comincia così a pensare di tradirla, e magari lo fa, con ragazze più giovani e provocanti di lei, vivendo però un tempesta interiore in cui vorrebbe lasciare la moglie ma non riesce a trovare dentro di sé il coraggio di farlo, sopratutto ora che aspettano un bambino. Deciso a tentare il tutto per tutto parte con la moglie per tentare di ricominciare da capo insieme, avvolgendo nel silenzio i suoi tradimenti, per sempre. Tutto sembra andare per il verso giusto, ma l’uomo non riesce più a desiderare la moglie come un tempo. Nonostante lei lo inviti chiaramente a fare sesso lui la respinge: freddo, insensibile, non sente più accendersi la passione. Quando scopre che delle ragazze vengono spesso a prendere il sole seminude sulle sponde del lago, in lui avvampa la lussuria: le spia con un binocolo, da lontano, appagandosi di quei corpi sodi e perfetti che anche sua moglie un tempo poteva fieramente sfoggiare. Un tempo oramai distante, lattiginoso, che fa di lei solo la pallida ombra della bellezza che aveva anni prima. La cosa va avanti per giorni; lei rifiutata che oramai è ben conscia dei tradimenti del marito, lui fisso col binocolo in mano a guardare lascivo quei corpi seminudi bagnati dal sole. Poi però la moglie lo scopre, e lui davanti all’evidenza di un matrimonio naufragato ammette i tradimenti, di non amarla più e di desiderare di essere libero di poter possedere altre donne, ma non più lei. Ne scaturisce una lite furibonda, in cui il marito perde la testa ed uccide la compagna a colpi d’ascia. Sconvolto, getta i resti nel lago, ripulisce tutto, mette le cose a posto e torna alla vita di sempre. Un giorno però capisce: ha avuto decine di donne, ci ha fatto sesso, ne ha sfiorato i corpi adolescenziali, creta nelle sue mani esperte, ma non ha amato nessuna. Tranne sua moglie. È stato stupido, la lussuria lo ha reso cieco dinanzi all’amore. Non trova pace, e l’unico modo per farlo è tornare alla casa sul lago ed affrontare l’orrore a cui lui stesso ha dato vita anni prima. Per porre fine a questa storia, in un modo o nell’altro.

 

 

Soluzione

Nel video la soluzione del gioco è facilmente comprensibile, ma vi consiglio caldamente di guardarla solo dopo aver provato e riprovato a completare il titolo da soli.

 

 

Qual è la vera storia dietro Lakeview Cabin?

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This Way Up

Padre e figlio, titolari di un’agenzia di pompe funebri, vengono contattati per seppellire una simpatica vecchietta da poco deceduta, ma nel portare la tomba a destinazione incapperanno in una serie di situazioni una più paradossale dell’altra. This way up è il pluripremiato cortometraggio di Alan Smith e Adam Foulkes, candidato agli Oscar 2009 come miglior corto di animazione, fatto di tinte opache, disegni pennellati e tanto umorismo nero.

 

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Expose – La bellezza dell’imperfezione

La Venere di Botticelli ha gli occhi storti (ovvero: la perfezione non è sinonimo di bellezza). Nel 2013 la fotografa Liora K e la blogger Jes Baker fondano il progetto fotografico Expose – Shedding light on collective beauty (più o meno Riscopriamo – Facciamo luce su quello che è la bellezza), in cui le donne della porta accanto mostrano i loro corpi seminudi semplicemente per quello che sono: non i fisici patinati ed artificiali del mondo della moda e dello spettacolo, non quelli al botulino e silicone, ma quelli portati fieramente dalle nostre amiche, fidanzate, mogli o figlie. Il progetto è unico anche per la sua semplicità: niente Photoshop né luci posizionate ad hoc, solo la bellezza data dall’unicità di un viso rotondo o da fianchi troppo larghi, da occhiaie profonde o da cicatrici perenni. Tutto è nato da una semplice domanda della blogger alle sue lettrici.

Quando è stata l’ultima volta che avete aperto il vostro computer e avete visto l’immagine di un corpo che sembrava il vostro? – Jes Baker

Ma dato che non si può rivedere sé stesse in foto di modelle che di reale hanno davvero poco o niente 96 donne imperfette sono state reclutate su Facebook e si sono ritrovate tutte insieme a Tucson, USA, per spogliarsi dei loro vestiti e delle loro vergogne davanti all’obiettivo di una fotocamera.

L’immagine delle donne divulgata dai media non ci corrisponde, nessuno somiglia a quelle foto ritoccate con Photoshop. Eppure tendiamo a credere di essere le uniche sfortunate ad avere seni irregolari, o caviglie troppo grosse, o peli superflui. Non è così. – Jes Baker

E più di ogni altra cosa nelle foto non colpiscono i difetti, né il caleidoscopio di colori di capelli, occhi e pelle, ma i sorrisi. Sorrisi veri, sinceri, amorevoli. Che nessuna modella di plastica potrà mai donare. Qualche anno fa affrontai lo stesso tema con una mia amica siciliana, chiedendole se secondo lei fosse meglio vivere con le imperfezioni che ci rendono unici ma diversi oppure normali come tutti gli altri. Lei, quattordicenne, mi rispose così:

La normalità è banale. – Claudia C.

 

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Il mostro delle fogne inglesi

La United Utilities è una compagnia inglese che gestisce l’impianto idrico del nord ovest dell’isola britannica. Per verificare che nelle fogne non ci siano occlusioni dei tubi la ditta fa spesso ricorso a videocamere a circuito chiuso montate su piccoli robot gestiti a distanza – in parole povere fissano una telecamera ad una macchinina radiocomandata e la lanciano in un tombino. Spesso il drone si scontra con ostacoli ostici da superare e con la fauna locale, composta sopratutto da ratti belli grossi, ma nel 2011 l’operatore che guida il robot resta impietrito dinanzi a due occhi luminescenti che lo fissano attraverso l’obiettivo.

 

 

Ero seduto nel furgone davanti al monitor. Sono saltato dalla sedia quando ho visto quella cosa. Il mio primo pensiero è stato “cavolo, è il ratto più grosso che abbia mai visto”. Poi ho visto le due gambe, avevano un qualcosa di scimmiesco. Ero terrorizzato. – Ian Appleton, operatore video della United Utilities

Il mostro, ribattezzato Messie, è alto quasi due metri, con una lunga coda, veloce e capace di scatti impressionanti. Viene ripreso in altri tre video di sorveglianza, gettando nel panico i dipendenti della compagnia idrica.

Chiediamo ai cittadini di guardare i filmati, e se qualcuno di voi ha anche solo una pallida idea di che cosa sia e da dove venga, ci contatti al più presto. – Mike Wood, dirigente regionale della rete fognaria della United Utilities

La popolazione però reagisce male: la paura che qualcosa si muova appena sotto i loro piedi li getta nell’isteria. Su Twitter viene creato l’hashtag #monstersightings per raccogliere le segnalazioni degli utenti, ed in pochi giorni i messaggi arrivano a migliaia.

 

 

Peccato che sia tutto falso.

La notizia esce il primo aprile, ed i video fanno parte di una campagna virale della United Utilities dal titolo What not to flush (cosa non scaricare nel water) per sensibilizzare l’opinione pubblica verso un uso più corretto della rete fognaria: negli anni i dipendenti della ditta hanno trovato nel sottosuolo davvero di tutto, riemergendo dai tombini con proiettili, motociclette, salamandre ancora vive e molto altro ancora. Indubbiamente ora gli inglesi ci penseranno due volte prima di gettare nel gabinetto il pesce rosso moribondo.

Potrebbe tornare.

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La statua egizia che si muove da sola

Siamo nel giugno del 2014. Un conservatore del museo di Manchester, Inghilterra, guarda allibito la parte posteriore di una statua egizia del dio della morte Osiride risalente al 1800 a.C. Quello che lo lascia perplesso non è l’oggetto in sé, ma il fatto che il giorno prima fosse girato di faccia, e che sia ruotato su sé stesso durante le ultime ventiquattrore: la statua, in pratica, si è mossa da sola. Riguardando le registrazioni delle videocamere di sorveglianza poi, il movimento è palese: con la luce del sole la statuetta si muove in maniera impercettibile fino a girarsi su un fianco, si quieta al calar delle tenebre, e ricomincia la rotazione il mattino successivo.

 

 

La reliquia di Neb-Senu è in mostra da più di 80 anni, ma nessuno per tutto questo tempo si è mai accorto di questa sua singolare caratteristica.

Ho notato che un giorno si era girata. Ho pensato che fosse strano, perché io sono l’unico ad avere la chiave della teca in cui è custodita. Le cause possono essere delle vibrazioni leggere o il traffico provenienti dall’esterno, ma la statuetta è rimasta su un ripiano in vetro allo stesso posto nella galleria per decenni e non si era mai mossa prima, ed è la sola ad averlo fatto. In Egitto era credenza comune che se una mummia veniva distrutta, il suo spirito potesse spostarsi nella statuetta. Forse è quello che la fa muovere. – Brian Cox, curatore del Manchester Museum

Perché l’unica statua ad animarsi è proprio quella del dio della morte egizio? Forse c’è qualche strana maledizione o sortilegio che incombe sul questo sacro oggetto dell’antichità, che potrebbe essere l’ultimo lascito dello spirito di un faraone inquieto scomparso migliaia di anni fa.

No, la soluzione è molto più semplice.

Si è notato che la statuetta comincia a girare su sé stessa intorno alle 07:00 del mattino, ora in cui inizia il transito degli autobus cittadini di fronte al museo. L’antico reperto egizio ha una base concava, ed è l’unico a presentare questa caratteristica tra tutti gli oggetti esposti, che hanno un base completamente piatta: le vibrazioni prodotte dal traffico si propagano e fanno sì che il dio Osiride dia le spalle al pubblico, sbigottito, del museo.

Si ringrazia Giuseppe F. per la segnalazione.

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Robert – La bambola posseduta

Per chi ha una buona cultura di film horror e conosce i vari NightmareHellraiser e Poltergeist non sarà certamente sfuggita la serie de La bambola assassina. Se non la conoscete, cospargetevi il capo di cenere ed inchinatevi sui ceci. Il film narra di un bambolotto, Chucky, che custodisce l’anima di un assassino che cerca di ritornare nel corpo di un umano mietendo vittime a profusione. Pochi sanno però che l’idea di una bambola posseduta è stata ripresa da un fatto realmente accaduto, il cui protagonista si chiama, molto semplicemente, Robert.

Robert Eugene Otto (che in seguito chiamerò col secondo nome) era un pittore e autore del Key West, un’isola della Florida più vicina alla costa cubana che a quella statunitense. Quando ha circa 5 anni, nel 1896, riceve da un servitore di origini africane un bambolotto, chiamato Robert come lui; una bella bambola di pezza fatta completamente a mano vestita da ufficiale di marina di inizio ‘900, che a sua volta gira con un buffo leoncino marrone. All’epoca era naturale costruire bambole a grandezza naturale, oggi un po’ meno, abituati come siamo alle varie Barbie e principesse Disney di una trentina di centimetri, e quindi il piccolo Eugene si ritrova in camera praticamente un suo coetaneo, alto più o meno come lui e con un’impeccabile divisa bianca. Più che un giocattolo finisce per diventare un amico, e Robert lo veste con i suoi abiti, gli parla, e se la porta in giro a giocare. In casa Otto i genitori vengono presi di mira da marachelle di ogni genere; solo scherzi innocenti di un bambino, ma a volte un po’ seccanti, finché mamma e papà non trovano la stanza del figlio messa a soqquadro, con tutti i mobili a testa in giù. Se la prendono col bambino, ovviamente, e lo mettono in punizione.

Il problema è che non è stato lui, ma la bambola.

 

 

Il piccolo lo grida con quanto fiato ha in gola, è innocente, è stato Robert, che di notte lo tiene sveglio con storie raccapriccianti; fantasie di bambini, pensano i genitori, e la cosa si chiude così. Un giorno però a casa giungono degli ospiti, si chiacchiera un po’, si sorseggia del tè, quando uno di questi non chiede ai genitori del perché il loro figlioletto abbia tanto paura di farsi vedere. I due si guardano costernati, ma l’ospite dice di sentire il bambino giocare e vociferare. Solo che Robert è a scuola. Vicini e compagni poi giurano di vederlo affacciato alla finestra della soffitta oppure sentono i suoi passi in giro per casa ma lui, in realtà, non c’è. Un giorno dei familiari vengono a trovarli e rimangono impietriti dalla bambola che se ne va a zonzo per le stanze, squadrandoli con occhi vuoti e risatine gelide. Eugene è sempre più terrorizzato dal suo amico di pezza, ed i genitori decidono di chiuderlo per sempre in soffitta, dove resterà a marcire per sempre.

Robert Eugene si fa grande, impugna il pennello e comincia a dipingere, sperando come tanti artisti di sfondare come pittore e donare a  sua moglie Anne una vita agiata e piena di soddisfazioni. Passano gli anni e purtroppo Thomas, il padre di Eugene, muore, lasciando al figlio la vecchia casa di famiglia e questi, mentre si trovava in soffitta, lo vede: il suo vecchio amico, o nemico, Robert. Eugene è felicissimo, arrivando persino ad arredare e addobbare una stanza – la torretta della casa – solo per la bambola, che tratta ancora come una persona vera. Alla moglie però questo attaccamento quasi morboso non piace, comincia a dubitare della sanità mentale del marito, e comincia istintivamente a sentirsi osservata. A volte trova il giocattolo in giro per casa, come se si fosse mosso da solo, in altri casi le capita di sentire passi o risatine provenire dalla torretta.

Alla fine anche Anne si stanca di questa situazione e ne parla col marito; vuole che si liberi per sempre di quel piccolo mostro di pezza. Eugene non vuole, ed alla fine i due raggiungono un compromesso: la bambola finirà di nuovo in soffitta, ma l’uomo potrà andarla a trovare ogni volta che vorrà; ha anche lasciato lì due sedie una di fronte all’altra, una per lui e una per Robert. Alla morte di Eugene, nel 1974, il giocattolo non si placa, continuando a manifestarsi ad Anne più e più volte; La donna un giorno, terrorizzata da ciò che accade tra quelle quattro mura, decide di vendere l’immobile ed abbandonare la bambola al suo destino.

La nuova famiglia che acquista la casa ha una bambina di 10 anni, che non ci mette molto a ritrovare Robert in giro per casa. Una notte la piccola dorme tranquillamente a letto quando il giocattolo prende vita e tenta di ucciderla. La bambina in qualche modo riesce a salvarsi e l’episodio viene visto come un incubo dettato da una fantasia troppo accesa. Robert, ad ogni modo, se ne torna in soffitta per l’ennesima volta.

Un giornalista del Solares Hill, Malcolm Ross, si interessa alla storia e fa visita alla bambola. Non dimenticherà mai ciò che ha visto.

In un primo momento, varcata la porta, lo sguardo sul suo volto era come quello di bambino che fosse appena stato punito. Sembrava chiedesse a sé stesso: “Chi sono queste persone nella mia stanza e cosa vogliono da me?” Quando incrociai di nuovo il suo sguardo la sua espressione era mutata, era piena di rabbia. – Malcolm Ross

Alla morte di Anne, la casa viene trasformata nell’East Fort Martello Museum, dove la bambola Robert è indubbiamente l’opera più visitata. Il museo è aperto al pubblico, ed il giocattolo fa ancora parlare di sé. Si dice che i suoi capelli siano veri, ma un esame di alcuni anni fa ha dimostrato che sono di lana sintetica. In molti però giurano che è praticamente impossibile fargli una foto se prima non gli si chiede gentilmente il permesso, e che in caso contrario la bambola assuma strane espressioni o le immagini risultino sfocate. Pare anche che se gli si manca di rispetto in qualsivoglia modo, le fotocamere non funzionino più fino a che non si lascia il museo. In molti, poi, sono pronti a giurare che Robert cambi spesso posizione durante la notte, e che lo si possa sentire ancora oggi giocare col suo peluche.

E ghignare beffardo.

 

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Il cadavere dei Cooper – The falling body

I Cooper sono una famiglia come tante altre: due genitori affettuosi, due bambini pestiferi ed una saggia nonna tutta d’un pezzo. A metà dell’800 si trasferiscono in Texas, in una bella casa. Appena arrivati, per festeggiare la nuova dimora, le donne ed i due ragazzini si siedono compostamente a tavola, mentre il papà scatta una foto. Tutti sorridenti – più o meno – e tutti messi bene a fuoco. Una foto carina, che incornicia il tipico ideale del sogno americano. Se non fosse per quella cosa in alto a sinistra.

 

 

Nessuno si accorge di niente, finché la foto non viene sviluppata: un cadavere, o un fantasma, che sembra appeso al soffitto sul punto di cadere. Da qui il nome di Cooper falling body photo. Su internet e tra i miei libri però non sono riuscito a trovare molte informazioni sull’origine dell’immagine. Anzi, a dir la verità non ne ho trovate affatto.

Sebbene la foto sia conosciuta nel web, e spesso ritenuta autentica, sono certo al 99% si tratti di un falso, e vi spiego subito il perché. L’immagine presenta negli angoli delle parti scure, dette vignettatura: si tratta di effetti dati meccanicamente dalle macchine fotografiche, ma anche da software come Photoshop o Gimp, e si utilizzano di solito per dare una certa realisticità ad una foto; la vignettatura in questione è troppo precisa per essere stata prodotta allo scatto, pertanto sembra più un effetto grafico inserito al computer.

In secondo luogo, il corpo che cade dal soffitto produce un’ombra verso destra, e questo è impossibile: se fosse stato davvero lì al momento dello scatto, l’ombra sarebbe verso sinistra, e l’errore lo si nota facilmente nel braccio più vicino al bordo laterale. Infine, se guardate bene la prima candela a sinistra, presenta delle macchie che le altre due non hanno, vicino al cadavere: probabilmente si tratta di una sovrapposizione di immagini.

Anche se è un falso devo ammettere che è davvero inquietante. E se fosse vero, beh, decisamente di più.

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