Archivio mensile: novembre 2014

La zampa di scimmia

The Monkey’s Paw è un racconto breve horror scritto da William Wymark Jacobs e pubblicato in Inghilterra nel settembre del 1902. Sebbene autore principalmente di storie umoristiche, Jacobs riesce a creare una storia inquietante e grottesca che ruota attorno ad un singolare amuleto in grado di esaudire tre desideri. Il concetto di base è quello delle conseguenze inattese; si tratta di risultati imprevisti, a prima vista completamente slegati dall’azione che li ha generati. Si dividono in tre tipi:

  • positivi, quando si ottiene un beneficio tanto grandioso quanto inaspettato, altrimenti detto serendipità (ne parlerò prossimamente);
  • negativi, quando le nostre azioni portano sì al risultato sperato, ma che in seguito ad eventi a cascata genera effetti altamente controproducenti;
  • perversi, quando il risultato finale è l’esatto opposto di quello voluto.

Quanto sareste disposti a perdere per vedere esauditi i vostri desideri?

Buona lettura.

 

 

La zampa di scimmia

 

Capitolo 1

Fuori, la notte era fredda e umida, ma nel salottino di Lakesman Ville le persiane erano chiuse e il fuoco ardeva allegro nel camino. Padre e figlio stavano giocando a scacchi e il primo, il quale aveva a proposito del gioco idee che comportavano innovazioni radicali, metteva spesso il suo re in situazioni così inutilmente pericolose da suscitare persino i commenti della vecchia signora dai capelli bianchi che se ne stava seduta tranquillamente accanto al camino a lavorare a maglia.

  • Senti il vento – disse White che, dopo essersi accorto troppo tardi di aver commesso un errore fatale, cercava di escogitare il sistema migliore perché il figlio non lo notasse.
  • Lo sto ascoltando – rispose il figlio, ma continuava a osservare con la massima attenzione la scacchiera, e allungò una mano – Scacco.

  • Credo proprio che non verrà questa sera – brontolò il padre, una mano appoggiata sul bordo del tavolo.

  • Scacco – ripeté il figlio.

  • Ecco il guaio di vivere fuori mano, – blaterò White, con improvvisa e imprevista violenza – e, fra tutti i peggiori, i più infami posti fuori mano dove vivere questo è il peggiore. Il sentiero è un pantano e la strada è un torrente. Non so che cosa ne pensino gli altri. Probabilmente, dato che ci sono due case soltanto su questa strada, sono convinti che la cosa non conti più di tanto.

  • Non preoccuparti, caro, – intervenne la moglie, conciliante – forse la prossima volta vincerai.

White alzò la testa di scatto, appena in tempo per cogliere un’occhiata di intesa fra madre e figlio. Le parole gli morirono sulle labbra, ed egli nascose nella barbetta grigia un sorriso colpevole.

  • Eccolo! – esclamò Herbert White, mentre il cancello sbatteva forte e un pesante scalpiccio si avvicinava alla porta.

II vecchio si alzò, desideroso di fare una buona accoglienza all’ospite, si affrettò verso la porta, e lo sentirono lamentarsi con il nuovo arrivato. Anche il nuovo arrivato si lamentava, ed allora la signora White fece:

  • Ssst, ssst! – e tossì adagio mentre il marito entrava nella stanza, seguito da un uomo alto e massiccio, dagli occhi piccoli e tondi e dal viso rubicondo.
  • Sergente maggiore Morris – disse il nuovo venuto, presentandosi.

  • II sergente maggiore strinse la mano ai presenti, accettò la poltrona che gli veniva offerta accanto al fuoco e assunse un’aria soddisfatta mentre il padrone di casa andava a prendere whisky e bicchieri e metteva sulla fiamma un piccolo bricco di rame. Al terzo bicchiere i suoi occhi si fecero più lucidi ed egli cominciò a parlare; il piccolo circolo familiare guardava con interesse questo visitatore che arrivava da lontano mentre squadrava le larghe spalle nella poltrona e narrava di scene strane e di imprese epiche, di guerre e di pestilenze e di popolazioni curiose.

    • Ventun anni di questa vita – disse White, rivolgendosi alla moglie e al figlio – Quando è partito era un ragazzino tutto pelle e ossa che lavorava nell’arsenale. E guardatelo un po’ adesso.
  • Sembra che non se la sia passata molto male – osservò cortesemente la signora White.

  • Anche a me piacerebbe andare in India, – disse White – non fosse altro che per vedere come è fatto il mondo.

  • State molto meglio qui dove siete – fece il sergente maggiore, scuotendo la testa. E la scosse ancora dopo aver appoggiato al tavolo, con un sospiro, il bicchiere vuoto.

  • Mi piacerebbe vedere quei vecchi templi, e i fachiri, e i giocolieri – insistette il vecchio – Che cosa avevate incominciato a raccontarmi l’altro giorno a proposito di una zampa di scimmia o simili, Morris?

  • Niente, – si affrettò a rispondere il soldato – O almeno, niente che valga la pena di ascoltare.

  • Una zampa di scimmia? – chiese la signora White, incuriosita.

  • Bene, è solo un esempio di quella che si potrebbe chiamare magia, forse – disse il sergente maggiore, con aria disinvolta.

  • I tre ascoltatori si chinarono in avanti, più interessati che mai. Il visitatore si portò distrattamente alle labbra il bicchiere vuoto, poi tornò ad appoggiarlo sul tavolo. Il padrone di casa si affrettò a riempirglielo.

    • A guardarla, – disse il sergente maggiore, frugandosi in tasca – è una zampetta come tutte le altre, essiccata come una mummia.

    Aveva preso di tasca qualcosa, e lo mostrò. La signora White si fece indietro con una smorfia, ma suo figlio invece lo prese e lo esaminò con curiosità.

    • E che cos’ha di particolare? – chiese White che, dopo averla presa a sua volta dalle mani del figlio e dopo averla osservata, la mise sul tavolo.
  • Ha un incantesimo che le è stato gettato da un vecchio fachiro, – spiegò il sergente – un santone. Voleva mostrare che il destino domina la vita della gente e che coloro i quali vogliono interferire con il destino lo fanno a proprio rischio e pericolo. Ha messo su questa zampa un incantesimo in modo che tre uomini diversi potessero esigere da essa l’adempimento di tre desideri.

  • Parlava con una serietà così profonda che i suoi ascoltatori si resero conto come le loro risate apparivano un poco fuori luogo.

    • Bene, perché non avete espresso i vostri tre desideri, signore? – domandò Herbert, molto a proposito.

    Il soldato lo guardò come, in genere, la mezza età guarda la giovinezza presuntuosa – Li ho espressi – disse, adagio, mentre il suo viso segnato si sbiancava.

    • E questi vostri tre desideri sono stati realmente esauditi? – volle sapere la signora White.
  • Sì – rispose il sergente maggiore, e il bicchiere gli picchiò contro i denti robusti.

  • E qualcun altro ha visto soddisfatti i suoi tre desideri? – insistette la vecchia signora.

  • Il primo li ha visti esaudire, sì – fu la risposta – Non so quali fossero i primi due, ma il terzo era morto. È così che sono venuto in possesso della zampa.

  • Il suo tono era così grave che un profondo silenzio cadde sul gruppetto.

    • Se voi avete già visto soddisfatti i vostri tre desideri, è inutile che la teniate allora – disse alla fine il vecchio – Per che cosa la conservate ancora?

    Il soldato scosse la testa.

    • Una fantasia mia, immagino. Una volta mi ero messo in testa di venderla, ma credo che non farò mai una cosa del genere. Ha già provocato guai a sufficienza, questa zampa. E poi nessuno la comprerebbe. Alcuni pensano che si tratti di una favola, e chi ci crede vuole prima metterla alla prova e poi pagarmi.
  • Se poteste esprimere altri tre desideri, – chiese il vecchio, guardandolo fissamente, – lo fareste?

  • Non lo so – fece l’altro. – Non lo so.

  • Prese la zampa, la fece dondolare fra il pollice e l’indice, poi, con un movimento brusco, la buttò nel fuoco. Con un grido soffocato, White si chinò e la recuperò dalle fiamme.

    • Meglio lasciarla bruciare – proclamò il soldato con tono solenne.
  • Se non la volete più, Morris, – disse il vecchio – datela a me.

  • No, – replicò l’amico, ostinato – L’ho buttata nel fuoco. Se la tenete, non date a me la colpa di quello che può succedere. Se siete un uomo di buon senso, fareste meglio a rimetterla fra le fiamme.

  • L’altro scosse la testa ed esaminò con attenzione l’oggetto di cui era appena entrato in possesso.

    • Come si fa? – domandò.
  • Tenetela nella destra ed esprimete il desiderio ad alta voce – spiegò il sergente maggiore – Ma ci tengo a mettervi in guardia contro le conseguenze del vostro atto.

  • Sembrano le Mille e una notte – commentò la signora White, mentre si alzava e cominciava a preparare la cena – Non vi pare che, per ciò che mi riguarda, potrei esprimere il desiderio di avere quattro mani?

  • Suo marito prese il talismano di tasca e poi tutti e tre scoppiarono in una risata, ma il sergente maggiore, il viso atteggiato ad un’espressione di profondo allarme, lo afferrò per un braccio.

    • Se proprio volete esprimere i vostri desideri, – disse, cupo – chiedete almeno qualcosa di sensato.

    White tornò a mettere in tasca la zampa, poi, sistemate le sedie, fece cenno all’amico di prendere posto a tavola. Durante la cena il talismano fu quasi completamente dimenticato, e più tardi i tre ascoltarono con profonda attenzione una seconda puntata delle avventure del soldato in India.

    • Se la storia della zampa di scimmia non è più degna di fede di quelle che ci ha raccontato, – disse Herbert quando la porta si fu chiusa alle spalle del loro ospite, appena in tempo perché arrivasse a prendere l’ultimo treno, – credo proprio che non riusciremo a ricavarne molto.
  • Gli hai dato qualcosa in pagamento, papà? – chiese la signora White, guardando attentamente il marito.

  • Oh, una sciocchezza – egli rispose, arrossendo un poco – Non voleva accettare niente, ma l’ho costretto. Ed ha ancora insistito perché la gettassi via.

  • Già – fece Herbert, con ben simulato orrore – Oh, saremo ricchi e famosi e felici. Esprimi il desiderio di diventare imperatore, papà, tanto per cominciare; in questo modo non sarai più agli ordini di tua moglie.

  • Poi cominciò a correre attorno al tavolo, inseguito dalla furibonda signora White armata di un copridivano. White prese la zampa di tasca e la osservò, dubbioso.

    • Non so quale desiderio esprimere, questo è il punto – disse lentamente – Mi sembra di avere tutto quello che voglio.
  • Se solo potessi far rimettere in ordine la casa, saresti più felice, non è vero? – fece Herbert, appoggiandogli una mano su una spalla – Bene, chiedi duecento sterline allora; saranno più che sufficienti.

  • Il padre, sorridendo un poco vergognoso della propria credulità, levò alto il talismano mentre il figlio, con un’aria solenne guastata però da un allegro ammiccamento alla madre si mise a sedere al piano e faceva echeggiare tutta una serie di lugubri accordi.

    • Desidero duecento sterline – disse il vecchio, scandendo le parole.

    Il suono del pianoforte coronò la frase, ma fu subito interrotto da un grido di terrore del vecchio. La moglie e il figlio si precipitarono verso di lui.

    • Si è mosso! – egli esclamò, con una occhiata di disgusto all’oggetto che giaceva sul pavimento – Mentre esprimevo il desiderio, mi si è contorto in mano come un serpente.
  • Bene, non vedo il danaro, – disse il figlio, raccogliendo la zampa e mettendola sul tavolo – e scommetto che non lo vedrò mai.

  • Deve essere stata la tua immaginazione, papà – mormorò la moglie, guardandolo con espressione ansiosa.

  • Egli scosse la testa, adagio.

    • Non importa, comunque; non è successo niente di male, ma è una cosa che mi ha dato lo stesso un brutto colpo.

    Tornarono a mettersi a sedere accanto al fuoco mentre i due uomini terminavano di fumare la pipa. Fuori, il vento era più forte che mai, e il vecchio sussultò, nervoso, al rumore di una porta che sbatteva al piano di sopra. I tre rimasero immersi in un silenzio insolito e deprimente che durò fino a quando la vecchia coppia si alzò per andarsi a coricare.

    • Probabilmente troverai i soldi avvolti in un grosso pacco in mezzo al tuo letto, disse Herbert, dopo aver augurato la buona notte – e in cima all’armadio ci sarà accasciato qualcosa di orribile che ti spierà mentre metti in tasca quel danaro mal guadagnato.

     

    Capitolo 2

    Il mattino seguente, alla luce del sole invernale che pioveva sul tavolo della prima colazione, Herbert rise dei propri timori. Nella stanza c’era un’aria di sana allegria che era mancata completamente la sera precedente, e la sudicia e raggrinzita zampetta giaceva abbandonata sulla credenza con una noncuranza che lasciava intendere una ben scarsa fiducia nelle sue virtù.

    • Credo che tutti i vecchi soldati siano eguali – disse la signora White – Bella idea la nostra di starcene ad ascoltare tutte quelle sciocchezze. Come è possibile che i desideri siano esauditi al giorno d’oggi? E, ammesso che fosse possibile, che male ti farebbero duecento sterline, papà?
  • Può darsi che gli cadano sulla testa dal cielo – commentò il frivolo Herbert.

  • Morris ha detto che tutto accadeva nel più naturale dei modi, – replicò il padre – tanto che tu, volendo, avresti potuto attribuire la cosa a una coincidenza pura e semplice.

  • Bene, non capitare sul danaro prima del mio ritorno – disse Herbert, alzandosi da tavola. – Temo che ti trasformerebbe in un uomo meschino e avaro, e in tal caso noi saremmo costretti a sconfessarti.

  • La madre rise, lo seguì fino alla porta, lo guardò mentre si avviava giù per la strada e, quando tornò alla tavola, si prese allegramente gioco della credulità del marito. Il che non le impedì di precipitarsi alla porta quando il postino bussò, e non le impedì di accennare, sia pure brevemente, alle abitudini alcoliche di un sergente maggiore in ritiro quando risultò che la posta le aveva recapitato soltanto un conto del sarto.

    • Credo che, quando tornerà a casa, Herbert pescherà fuori qualcun’altra delle sue osservazioni ironiche – osservò, mentre sedevano a pranzo.
  • Temo di sì, – convenne White, versandosi un poco di birra – ma con tutto ciò, quella cosa mi si è mossa in mano, sarei pronto a giurarlo.

  • Ti è sembrato così, certo – disse la vecchia, conciliante.

  • Ti dico che è così – replicò lui – Non ci pensavo nemmeno; ho avuto semplicemente… Che c’è?

  • La moglie non gli rispose. Era intenta a seguire con gli occhi i misteriosi movimenti di un uomo che, fuori, stava guardando con aria indecisa la casa, quasi cercasse di decidersi ad entrare. Il pensiero fisso alle duecento sterline, ella notò che lo sconosciuto era ben vestito e portava in testa un cappello a cilindro di seta, nuovo di zecca. Tre volte l’uomo indugiò con la mano sulla maniglia, poi proseguì. La quarta volta, con subitanea decisione, spinse e si avviò su per il sentiero. Nello stesso istante la signora White si portava in fretta le mani dietro la schiena, slacciava in fretta le fettucce del grembiule e nascondeva questo utile articolo di uso domestico sotto il cuscino della sedia. Ella fece accomodare nella stanza lo sconosciuto, che appariva a disagio. L’uomo guardava furtivamente la signora White, ed ascoltò con espressione preoccupata la vecchia signora mentre si scusava per il disordine della stanza e per la giacca del marito, un indumento che di solito veniva riservato per i lavori in giardino. Poi ella attese, nei limiti della pazienza del suo sesso, che l’altro entrasse in argomento, ma sulle prime lo sconosciuto si tenne stranamente silenzioso.

    • Mi… mi hanno chiesto di passare da voi – disse alla fine, e si chinò per togliere un filo dal risvolto dei calzoni – Vengo da parte della Maw & Meggins.

    La vecchia sussultò.

    • Qualcosa di grave? – chiese ansante – È successo qualcosa a Herbert? Che cosa? Che cosa?

    Intervenne il marito.

    • Via, via, mamma – disse in fretta – Siediti e non arrivare a conclusioni avventate. Sono sicuro che non venite a portarci cattive notizie, signore – e guardò l’altro con espressione ansiosa.
  • Sono dolente… – cominciò il visitatore.

  • È ferito? – domandò la madre.

  • Il visitatore annuì con un cenno.

    • Ferito gravemente, – disse, adagio – ma non soffre più.
  • Oh, sia ringraziato Iddio – esclamò la vecchia, giungendo le mani – Sia ringraziato Iddio! Sia ringra…

  • Si interruppe bruscamente mentre il sinistro significato di quella frase cominciava a farsi chiaro per lei, e sul viso che l’uomo teneva rivolto verso terra lesse la peggiore conferma dei propri timori. Trattenne il fiato allora e, voltandosi verso il marito che non era riuscito ancora a capire gli appoggiò una mano tremante su una spalla. Seguì un lungo silenzio.

    • È finito fra gli ingranaggi di una macchina – disse alla fine il visitatore, a voce bassa.
  • Finito fra gli ingranaggi di una macchina, – ripeté White, con tono atono – sì.

  • Si mise a sedere, gli occhi che non vedevano fissi fuori dalla finestra, e prese fra le sue la mano della moglie, e la strinse forte, come aveva fatto nei giorni ormai lontani in cui l’aveva corteggiata, circa quarant’anni prima.

    • Era il solo che ci fosse rimasto – disse poi, girando la testa verso il visitatore. – È dura.

    L’altro tossì e, alzandosi, si diresse lentamente verso la finestra.

    • La ditta desiderava che vi presentassi le mie più sincere condoglianze per la vostra grave perdita – disse, senza voltarsi – Capirete, spero, che io sono un semplice funzionario e che obbedisco soltanto a ordini ricevuti.

    Nessuna risposta; la vecchia aveva il viso cereo, gli occhi sbarrati e fissi, e quasi non respirava; il viso del marito aveva l’espressione che aveva dovuto avere quello del suo amico sergente impegnato nella prima azione di guerra.

    • Sono venuto qui per dire che la Maw & Meggins respinge ogni e qualsiasi responsabilità – continuò l’altro. – Non vanno debitori di nulla nei vostri confronti ma, in considerazione dei servizi di vostro figlio, desiderano offrirvi quale compenso una certa somma.

    White lasciò andare la mano della moglie e, alzandosi in piedi, guardò con una espressione inorridita il suo visitatore. Le sue labbra aride formularono la parola: – Quanto?

    • Duecento sterline – fu la risposta.

    Senza neppure udire il grido della moglie, il vecchio abbozzò un debole sorriso, allungò le mani in avanti, come un cieco, e si afflosciò, svenuto, sul pavimento.

     

    Capitolo 3

    I due vecchi seppellirono il loro morto nel grande cimitero nuovo, a due miglia circa di distanza, e fecero ritorno a una casa immersa nelle ombre e nel silenzio. Tutto si era svolto così in fretta che da principio quasi non riuscivano a rendersene conto, e rimasero in uno stato di attesa, come se dovesse succedere qualcosa d’altro, qualcosa che valesse ad alleggerire quel carico, troppo pesante per i loro stanchi cuori. Ma i giorni passavano, e l’attesa cedette alla rassegnazione, quella rassegnazione senza speranza dei vecchi che viene spesso scambiata per apatia. Qualche volta quasi nemmeno si parlavano, perché non avevano nulla da dirsi, e le loro giornate erano lunghe e tediose.

    Fu circa una settimana dopo che il vecchio, svegliandosi all’improvviso nel cuore della notte, allungò una mano e si accorse di essere solo. La stanza era immersa nelle tenebre, e dalla finestra giungeva il suono di un pianto sommesso. Si sollevò sul letto e tese l’orecchio.

    • Torna qui – disse, teneramente – Prenderai freddo.
  • Fa ancora più freddo per mio figlio – rispose la vecchia, scoppiando di nuovo in lacrime.

  • L’eco dei singhiozzi svanì alle sue orecchie. Il letto era tiepido, ed egli aveva gli occhi pesanti dal sonno. Finì per appisolarsi, poi si addormentò, fino a quando un grido alto, selvaggio della moglie non lo fece risvegliare con un sussulto.

    • La zampa di scimmia! – ella urlava, frenetica – La zampa di scimmia!

    Si drizzò, allarmato. – Dove? Dov’è? Che c’è?

    Ella avanzò con passo incerto verso di lui, attraverso la stanza.

    • La voglio – mormorò – Non l’hai distrutta, vero?
  • È in salotto, sulla mensola – rispose, meravigliato – Perché?

  • Ella urlò e rise a un tempo, poi, chinandosi su di lui, lo baciò su una guancia.

    • Ci ho pensato solo adesso – gli disse, istericamente – Perché non ci ho pensato prima? Perché non ci hai pensato tu?
  • Pensato a che cosa? – chiese.

  • Gli altri due desideri – rispose, in fretta – Ne abbiamo espresso solo uno.

  • E non è stato forse abbastanza?

  • No, – esclamò ella, trionfante – ne esprimeremo un altro ancora. Va’ a prenderla subito ed esprimi il desiderio che il nostro ragazzo torni in vita.

  • L’uomo si mise a sedere sul letto e scostò le lenzuola dalle membra tremanti.

    • Mio Dio, sei pazza! – gridò, sbalordito.

    -Va’ a prenderla, – fece lei, ansante – va’ a prenderla.

    • Torna a letto – mormorò, con voce incerta – Non sai quello che stai dicendo.
  • Il primo desiderio è stato esaudito – replicò la vecchia, febbrilmente – Perché non dovrebbe esserlo anche il secondo?

  • Una coincidenza – balbettò White.

  • Va’ a prenderla ed esprimi il desiderio – urlò la vecchia, e lo trascinò verso la porta.

  • Egli scese nelle tenebre, raggiunse a tentoni il salotto e trovò la mensola. Il talismano era al suo posto, ed egli si senti invadere dall’orribile paura che il desiderio ancora inespresso potesse portargli lì il figlio mutilato senza lasciargli il tempo di uscire dalla stanza, e trattenne il respiro allora, mentre si accorgeva di non sapere più da che parte fosse la porta. La fronte madida di gelido sudore, fece il giro del tavolo, poi continuò, guidandosi sul muro, fino a quando non si trovò nel piccolo corridoio, quella strana e misteriosa cosa stretta in una mano.

    Persino il viso pallido di sua moglie appariva cambiato quando entrò nella stanza. Era bianco e ansioso, e ai suoi timori parve che avesse una espressione insolita. In quel momento ebbe paura di lei.

    • Il desiderio! – ella gridò, con voce energica.
  • È una cosa folle e malvagia – balbettò.

  • Il desiderio! – ripeté la moglie.

  • Sollevò la mano.

    • Voglio che mio figlio torni in vita.

    Il talismano cadde per terra, ed egli lo guardò, rabbrividendo. Poi si abbandonò, tremante, su una sedia mentre la vecchia, gli occhi accesi, andava alla finestra ed apriva le persiane.

    Rimase seduto lì fino a quando il freddo non gli penetrò nelle ossa, e ogni tanto dava una rapida occhiata alla figura della vecchia che guardava fuori. Il mozzicone, che era arrivato sotto il bordo dei portacenere di ceramica, allungava ombre pulsanti sul soffitto e sulle pareti, poi, dopo un ultimo guizzo più forte, si spense. Sollevato oltre ogni dire all’idea che il talismano si fosse rivelato inefficace, il vecchio si trascinò di nuovo fino al letto, ed un paio di minuti dopo la moglie lo raggiunse e si distese stancamente al suo fianco.

    Nessuno parlava, ma se ne stavano tutti e due in silenzio ad ascoltare il ticchettio del pendolo. La scala scricchiolò e un topo corse precipitosamente e rumorosamente nel muro. Il buio era opprimente, e, dopo essere rimasto immobile per qualche tempo per raccogliere tutto il suo coraggio, il marito prese la scatola dei fiammiferi, ne accese uno e scese al pianterreno per andare a cercare una candela.

    Ai piedi delle scale, il fiammifero si spense, ed egli si fermò per accenderne un altro; proprio in quel momento, un colpo, così leggero e furtivo da essere appena percepibile, venne bussato alla porta.

    I fiammiferi gli caddero di mano. Rimase immobile, senza respiro, fino a quando il colpo si ripeté. Allora si voltò e risalì di corsa nella sua stanza e si chiuse la porta alle spalle. Un terzo colpo echeggiò nella casa.

    • Che cos’è? – esclamò la vecchia, sollevandosi.
  • Un topo, – le rispose, con voce incerta – un topo. – Mi è passato davanti sulle scale.

  • La moglie si mise a sedere sul letto, l’orecchio teso. Un colpo energico rimbombò per tutta la casa.

    • È Herbert! – ella gridò – È Herbert!

    Si precipitò alla porta, ma il marito le si parò dinanzi e, prendendola per un braccio, la tenne saldamente.

    • Che cosa intendi fare? – le bisbigliò, roco.

    -È il mio ragazzo… è Herbert! – urlò ella, dibattendosi meccanicamente.

    • Avevo dimenticato che c’erano due miglia da percorrere. Perché mi trattieni? Lasciami andare! Devo aprirgli la porta!
  • Per l’amor di Dio, non lasciarlo entrare! – esclamò il vecchio, tremante.

  • Hai paura di tuo figlio! – strillò la vecchia, lottando per liberarsi – Lasciami andare. Vengo, Herbert, vengo!

  • Un altro colpo, un altro ancora. Con una mossa improvvisa la vecchia si divincolò e si precipitò fuori dalla stanza.

    Il marito la seguì sul pianerottolo e la chiamò con voce straziante mentre correva giù per le scale. Udì il tintinnio della catena che veniva tolta, il rumore del catenaccio che scivolava adagio dalla sua piastra. Poi, ecco la voce della vecchia, forzata e ansante.

    • Il catenaccio in alto – gridò, a voce altissima – Scendi. Non ci arrivo.

    Ma il marito era con le mani e con le ginocchia sul pavimento e cercava disperatamente la zampa. Se solo fosse riuscito a trovarla prima che quello che c’era fuori entrasse…

    Un tambureggiare di colpi echeggiò per la casa, ed egli udì il rumore di una sedia che veniva trascinata, che la moglie appoggiava alla porta, nel corridoio. Udì il cigolio del catenaccio che veniva spinto indietro, adagio, e nello stesso istante trovò la zampa di scimmia, e mormorò freneticamente, ansando, il suo ultimo desiderio.

    I colpi cessarono bruscamente, anche se la loro eco indugiava ancora nella casa. Udì lo scricchiolio della sedia che veniva spinta indietro, il rumore della porta che si apriva.

    Una ventata gelida si infilò su per le scale, ed un lungo ed alto gemito di delusione e di scoraggiamento della moglie gli diede il coraggio di correrle accanto e poi di spingersi fino al cancello. Il lampione che sorgeva proprio lì di fronte illuminava una strada silenziosa e deserta.

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    D&R: Qual è il liquore più alcolico?

    Per capire quanto è alcolico un liquore, un vino, o una birra basta identificarne il grado alcolico. Questo indica la percentuale, in volume, dell’alcool etilico presente nella bevanda. Ad esempio, se un vino riporta sull’etichetta “11% vol.” significa che l’11% di quello che c’è nella bottiglia è costituito da puro e semplice alcool.

    L’alcool etilico è il prodotto della fermentazione degli zuccheri, di qualsiasi tipo: si possono trovare nel grano, nelle patate o nell’uva, e rappresenta l’ingrediente principale di ogni bevanda alcolica o superalcolica.

     

     

    Il liquore più “forte” del mondo è tutto italiano: si tratta delle Gocce Imperiali (o Tintura Imperiale) prodotto principalmente dai monaci cistercensi della certosa di Pavia, ed in misura minore dalle abbazie di Monte Oliveto Maggiore, Piona e Chiaravalle della Colomba. Questo distillato di erbe, nato nel 17° secolo, può arrivare ad una gradazione anche del 95%, che lo rende praticamente impossibile da bere assoluto. L’assunzione non diluita può portare a gravi lesioni interne, irritazioni e dolore atroce alle corde vocali.

     

     

    Un altro liquore molto alcolico è il Poitìn, un distillato di malto irlandese che raggiunge i 90%. Per la sua elevata pericolosità se ingerito assoluto, la sua produzione casalinga è stata dichiarata illegale nel lontano 1661. Attualmente sono solo due le aziende nel mondo autorizzate a produrlo, la Bunratty Mead and Liqueuer e la Knockeen Hills Poteen.

     

     

    Nettare dei poeti maledetti è l’assenzio, che si aggira intorno ai 70%. Il più forte è lo spagnolo Absinthe Jacques Senaux Black, dal caratteristico colore nero anziché verde smeraldo, che raggiunge gli 85%.

     

     

    Più conosciuti sono il Latte di Suocera (75%) dal caratteristico teschio bianco su sfondo nero ed il Fuoco di Russia (70%), che si possono facilmente bere come shot nei bar.

     


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    Space Bat – Il pipistrello cosmonauta

    È il 15 marzo 2009 e gli ultimi sprazzi invernali si affacciano sul John F. Kennedy Space Center di Merritt Island, in Florida. Nel complesso NASA vi è una piattaforma di lancio in particolare, la 39A, da cui sono partite le gloriose missioni Apollo, che diversi anni prima hanno portato l’uomo sulla Luna. Un pezzo di storia dell’umanità, che oggi prevede il lancio dello shuttle Discovery della missione STS-119, con rotta verso la Stazione Spaziale Internazionale. Attorno la pista vi è un brulichio di persone, indaffarate negli ultimi controlli di rito: si tratta di una missione spaziale, dopotutto, ogni minimo errore può costare la vita degli astronauti, nonché danni economici incalcolabili. Solo sei anni prima lo space shuttle Columbia si era letteralmente disintegrato durante la fase di rientro, e nessuno vuole più rivedere ripetersi una simile tragedia. Tutto però va per il verso giusto, i sistemi funzionano, il comandante Lee J. Archambault a bordo avvisa che tutto è in ordine, si è pronti per un nuovo emozionante viaggio nello spazio.

    Solo che c’è qualcosa di strano.

     

     

    Durante il conto alla rovescia, qualcuno si accorge che attaccato al serbatoio esterno c’è un’informe macchia scura, che arranca debolmente, quasi a voler scalare il gigantesco velivolo.

    È un pipistrello.

    Più precisamente, si tratta di un Molosside, che si è aggrappato con tutte le sue forze al serbatoio dello shuttle e non sembra intenzionato a volare via. Un esperto analizza le immagini, e nota che il piccolo animale ha un’ala rotta, che non gli permette di scappare. O forse non vuole farlo.

     

     

    Space Bat resta ancorato al modulo fino alla fine, senza mai dimostrare l’intenzione di fuggire. Non molla la presa quando i razzi si accendono e l’aria è scossa dal rumore assordante dello shuttle in partenza. Non molla neanche quando l’enorme velivolo si alza da terra e prende il volo, su, verso lo spazio. Ufficialmente, Space Bat è morto poco dopo il lancio, incenerito.

    L’animale è probabilmente morto in poco tempo durante l’ascesa del Discovery in orbita. – NASA

    E così si conclude, in pochi minuti, la tragica storia di Space Bat. Fine.

    Io però non voglio credere alla NASA. Sarò un sognatore, sarò uno stupido, ma ho una mia teoria su quello che sia realmente accaduto quel 15 marzo 2009. È solo una fantasia, ovviamente, ma forse questo semplice animaletto può insegnarci molto più di quanto crediamo.

    Le stelle sono là, molto al di sopra dei comignoli delle case. – Sir Robert Stephenson Smyth Lord Baden Powell, fondatore dello scoutismo

     

     

    Ecco, a me piace immaginare Space Bat che si libra leggero nel cielo, ma ha qualcosa dentro, un abisso che non riesce a colmare. Certo, vive librandosi tra le onde del vento, ma lui vorrebbe arrivare più su, perdersi nel nero oltre le nuvole, toccare la luna, abbracciare una stella. Solo che un giorno gli si spezza un’ala. È una condanna a morte. Se non vola non può procacciarsi il cibo, e rischia di morire di fame. Ma il piccolo pipistrello non si perde d’animo, e fa di tutto per coronare il suo sogno: volerà più in alto di qualsiasi altro pipistrello, almeno per un’ultima volta. Così si trascina in qualche modo fino allo shuttle Discovery e resta lì impavido, immobile, fino a che il velivolo non inizia il suo viaggio che lo porterà tra le stelle. Se vi piace credere che Space Bat non ce l’abbia fatta, incenerito durante la partenza, per me va bene: è comunque arrivato a volare per l’ultima volta, ed è diventato il pipistrello che più si è avvicinato a sfiorar le stelle. Se poi siete dei sognatori come me, allora Space Bat è riuscito a superare l’orbita terrestre, aggrappandosi con tutte le sue forze ai suoi sogni, ed è diventato il primo pipistrello astronauta della storia, in volo nel cosmo.

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    D&R: Qual è il peperoncino più piccante?

    Si dice che la cucina più piccante d’Italia sia quella calabrese, e se vi siete fermati almeno una volta in una delle sue tante stupende osterie potete sicuramente confermare. Non me ne abbiano gli abitanti di queste terre, che ci tengono molto alla loro cucina dai gusti forti, ma il peperoncino calabro è ben lungi dall’essere quello più piccante del mondo.

    Il metodo più preciso per misurare la piccantezza di un peperoncino è la Scala di Scoville e si basa su delle sostanze, i capsaicinoidi (in particolare la capsaicina), che stimolano i recettori del caldo sulla lingua e che sono a tutti gli effetti quelli che danno la sensazione di avere il fuoco in bocca. La Scala di Scoville in origine prevedeva che cinque prodi assaggiatori bevessero una soluzione composta da peperoncino, acqua e zucchero fino a che la sensazione di bruciore non fosse più percepibile: il grado di diluizione dava come risultato un numero che, moltiplicato per un dato coefficiente, esprimeva la piccantezza dell’alimento, espressa in Scoville Heat Units, o SHU. Ad oggi, ovviamente, i test sono più sofisticati, e con un esame di laboratorio possiamo scoprire in poco tempo l’esatto potere ustionante di un peperoncino.

     

     

    Il peperoncino più piccante del mondo è il Carolina Reaper, con un valore SHU di 2.200.000. Originariamente conosciuto come HP22B, è il frutto ibrido di una pianta creata da Ed Currie, proprietario della PuckerButt Pepper Company di Fort Mill, USA. Si tratta del risultato dell’incrocio tra un Pakistani Naga ed un tipo di Habanero Red proveniente dall’isola di Saint Vincent e Grenadine. Di colore rosso, con un’estremità simile alla coda di uno scorpione, matura in circa 90 giorni, al termine dei quali la sua lunghezza varia dai 3 ai 5 centimetri. La concentrazione di capsaicina è così elevata che se la polpa entrasse a contatto con la pelle ne provocherebbe bruciature molto dolorose.

    Nella tabella di seguito alcuni alimenti ed il loro valore in SHU.

     

    2.000.000 – 2.200.000 Carolina Reaper
    1.067.286 – 2.000.231 Trinidad Moruga Scorpion, Trinidad Scorpion Butch Taylor, Naga Viper, Infinity Chili
    855.000 – 1.041.427 Naga Morich, Naga Dorset, Seven Pod
    876.000 – 970.000 Bhut Jolokia, Naga Jolokia
    350.000 – 855.000 Habanero Red Savina, Indian Tezpur
    100.000 – 350.000 Habanero, Jamaican Hot, Bird’s Eye
    50.000 – 100.000 Scotch Bonnet, Santaka, Chiltecpin, Rocoto, Thai Pepper
    30.000 – 50.000 Ají, Cayenna, Tabasco, Piquin
    15.000 – 30.000 Chile de Arbol, Manzano
    5.000 – 15.000 Peter Pepper, Serrano, Jalapeno
    2.500 – 5.000 Mirasol, Chipotle, Poblano
    1.500 – 2.500 Sandia, Cascabel, NuMex Big Jim, NuMex Suave
    1.000 – 1.500 Ancho, Anaheim, Pasilla Bajio, Española
    100 – 1.000 Mexican Bell, Cherry, New Mexico Pepper, Peperone, Paprica
    0 – 100 Sweet Bell Pepper, Pimento, Paprica dolce

     

    Giusto per chiarire le idee, il peperoncino calabro ha un valore SHU di 20.000. Chissà come si comporterebbe un accanito sostenitore del piccante calabrese alle prese col Carolina Reaper. Di certo sarebbe una bella sfida.

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    Mascalucia – La villa dei misteri

    Ogni storia dell’orrore, o almeno del mistero, che si rispetti ha bisogno prima di tutto una collocazione fisica. Non basta dire “c’era una volta”, bisogna specificare il dove, comprendere appieno le radici del luogo in cui il nostro racconto affonda, donare a chi ci ascolta o legge un posto da poter visitare, dove perdersi, restare a bocca aperta, scappare via terrorizzato. Tra i tanti luoghi densi di significato e mistero non si può non contemplare la Sicilia. Qui silenziosa, all’ombra dell’Etna, sorge Catania, sorvegliata e protetta da ‘U Liotru, l’elefante centenario che svetta al centro della città, custode immortale che la difende dalla furia del gigante di roccia e magma. Poco distante si trova un piccolo paese divenuto teatro di suicidi e morti misteriose, di fantasmi ed apparizioni: questa è la storia della villa dei misteri di Mascalucia.

     

     

    Di fronte al cimitero comunale di Mascalucia, a due passi dal municipio, sorge un’imperiosa villa del 18° secolo che gli abitanti del luogo guardano con gli occhi bassi, avvolti da un brivido lungo la schiena. Abbandonata all’inizio del 19° secolo, era in origine proprietà di un ricco barone, che ancora giovanissimo, e senza alcun apparente motivo, decide di togliersi la vita in una delle sedici stanze del palazzo. La proprietà negli anni è passata di padre in figlio, da un compratore ad un altro, e tutti i proprietari sono morti nel giro di pochi mesi. Tante persone sono passate dal grande cancello che si affaccia sulla strada, e molte ne sono uscite avvolte in un sudario.

    Tranne i giardinieri.

    Da generazioni la stessa famiglia di giardinieri cura il giardino della villa, e sembrano gli unici immuni alla sua maledizione. Il mestiere è così passato di generazione in generazione fino ai giorni nostri, come se il destino della casa e del suo giardiniere fosse legato da un sottile filo invisibile.

    Freddo pungente ed odori nauseabondi sono il biglietto d’ingresso in un percorso che si snoda su tre piani: rumori di passi, sbalzi di corrente, ed apparizioni improvvise, come quella di un bambino di circa una decina d’anni, accolgono gli incauti viaggiatori nel seminterrato, dove sembra essere stato sepolto il barone suicida. Con uno sguardo rivolto al cimitero al di là della strada, dove forse i morti sono gli unici a conoscere cosa si nasconde davvero tra le mura della villa.

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    La punizione delle tre generazioni

    Tra le tante, tristi, follie della Corea del Nord vi è una punizione riservata ai dissidenti politici e a tutti quelli che, secondo i dettami di Kim Jong-Un, vengono etichettati come nemici della nazione: la punizione delle tre generazioni.

    Kim Il Sung, fondatore della patria comunista, ordina nel 1972 che tutti coloro che vanno contro le ferree regole imposte dal dittatore, vengano rinchiusi in appositi campi di prigionia. Sotto l’occhio vigile di Kim Il Sung e della sua agenzia di sicurezza nazionale vengono allestiti sei grandi campi di concentramento, nascosti in mezzo alle montagne, tuttora attivi. La maggior parte dei lager è composta da wan-jeon-tong-je-kyuk (letteralmente, aree del controllo totale), in cui i detenuti sono lasciati in balia di loro stessi e della natura ostile. Mangiano radici e cortecce, e quando la caccia è proficua anche serpenti, lavorano oltre 14 ore al giorno, ogni giorno di ogni mese di ogni anno, per tutta la loro vita. Escluso ovviamente i giorni di celebrazione nazionale in onore di Kim il-Sung e del figlio Kim Jong-Il. Sfiancati dalla malattia, dal freddo e dalle intemperie, fanno presto ad arrendersi alla certezza di morire tra quelle mura. E così farebbero, se non ci fosse una spada di Damocle che pende sulle loro teste. Potrebbero lasciarsi morire, certo, ma qui sta la loro tragedia, e se vogliamo la macabra intelligenza della tortura: la punizione delle tre generazioni prevede che non solo chi è stato condannato debba scontare la vita nei campi di concentramento, ma anche i figli ed i figli dei suoi figli seguano la stessa sorte.

     

     

    Ci si ritrova così con famiglie letteralmente strappate alle loro case ed abbandonate al loro destino. E così anche le successive generazioni, facendo sì che in quelle terre morse dal gelo nascano e muoiano ogni anno bambini che non vedranno mai la luce al di là delle montagne. Padri allo stremo delle forze, con lo stomaco atrofizzato dalla fame, pronti a lottare con le tutte le loro deboli forze per assicurare un pasto ai propri piccoli, o ai propri nipotini.

    Ed una domanda mi sorge dalle viscere.

    Chi è il mostro più brutale, quello più subdolo: la bestia che stupra, uccide e tortura in nome di uno stato, o quella che resta a guardare dal buco della serratura senza intervenire?

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    Citarum – Il fiume più inquinato al mondo

    Il Walungan Citarum, conosciuto come Citarum, è uno dei maggiori fiumi dell’Indonesia. Terzo per lunghezza, ha un ruolo fondamentale nella vita di tutti i giorni della popolazione di Giava: agricoltura, pesca, industria, energia sono solo alcuni dei campi in cui il corso d’acqua viene sfruttato ogni giorno da milioni di persone che si abbeverano alle sue sponde e cacciano gli animali che ci vivono.

    Peccato che il Citarum sia il fiume più inquinato del mondo, una vera e propria discarica galleggiante.

     

     

    Il Citarum presenta livelli di inquinamento altissimi, dovuti principalmente ai cinque milioni di abitanti che si affacciano sulle sue sponde, e che gettano sconsideratamente la loro immondizia tra le acque al ritmo di quintali e quintali al giorno. Oltre 2.000 industrie, sopratutto quelle tessili, riversano nel fiume gli scarti della lavorazione: piombo, mercurio ed arsenico. In alcuni punti è possibile anche camminare su tratti di terra formati solo da rifiuti che, strato dopo strato, hanno letteralmente divorato il letto del fiume.

    Molte persone, armate di rudimentali imbarcazioni, dragano il fiume alla ricerca di qualcosa di valore. Per i bambini viene naturale giocare e rinfrescarsi tra le acque tossiche, tra isole multicolori generate dall’ottusità degli adulti.

    Il 5 dicembre 2008 l’Asian Development Bank ha approvato un prestito di 400.000.000 di euro per la bonifica del fiume, ma si stima che per ripulirne i 180 chilometri ne serviranno oltre 3 miliardi.

     

     

    Il luogo più inquinato della Terra resta comunque il lago Karachay  (Карача́й), nella Russia occidentale. Sin dal 1951, l’Unione Sovietica ha usato il bacino del lago come discarica degli scarti radioattivi provenienti da Mayak, il vicino centro di stoccaggio di rifiuti nucleari. La radioattività delle sue acque è così alta che può uccidere un uomo adulto nel giro di un’ora.

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    D&R: Vieni sbalzato via dalla tua navicella spaziale; in quanto tempo e come morirai?

    Durante un viaggio tra le stelle, la nostra navicella all’improvviso ha un cedimento strutturale, tutto si accartoccia intorno a noi, e finiamo sparati via nello spazio, nel nulla più assoluto, senza neanche il tempo di capire cos’è realmente successo. E senza la nostra preziosa tuta.

    Ogni secondo ci sembra lungo un’eternità mentre diveniamo tutt’uno con l’universo. Potremmo finire bolliti dalle radiazioni cosmiche, oppure ci soffocherà prima la mancanza d’ossigeno. O magari la differenza di pressione ci farà esplodere in migliaia di minuscoli pezzettini.

    Certo il futuro non sembra proprio dei più rosei.

    Contrariamente a quanto si possa pensare, la nostra morte avverrà per semplice soffocamento o, per usare un termine più corretto, in seguito all’ebullismo.

    L’ebullismo è la formazione di bolle nei fluidi corporei, generate dalla bassa pressione ambientale. Nel nostro caso provoca l’evaporazione pressoché immediata dell’acqua presente nel nostro corpo – non è fisicamente possibile la presenza di liquidi nello spazio – che ci porterebbe a perdere i sensi in meno di 15 secondi. Si tratta di un evento a cascata, cui seguono ipossia (carenza di ossigeno nell’organismo), ipocapnia (ridotta concentrazione di anidride carbonica nel sangue), e sindrome da decompressione (collasso respiratorio). La morte sopraggiunge dopo solo 3 minuti dall’esposizione.

     

     

     

    Dei molti astronauti che hanno sofferto degli effetti dell’esposizione al vuoto cosmico, tre sono deceduti: Georgij Timofeevič Dobrovol’skij, Viktor Ivanovič Pacaev e Vladislav Nikolaevič Volkov, periti nella fase di rientro della navicella spaziale Sojuz 11 nel 1971.

     


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    Châtillon – Il cimitero delle macchine

    Châtillon è un paesino nel sud del Belgio, che accoglie nelle foreste che lo circondano quello che probabilmente è il più grande cimitero delle auto del mondo.

    Dovunque ruggine e corrosione, inglobate dagli alberi centenari che lentamente tornano in possesso delle terre a loro strappate con violenza. Alla fine della seconda guerra mondiale, le truppe statunitensi vengono richiamate in patria; molti dei soldati, però, hanno comprato un’auto in Belgio e scoprono con grande rammarico che portarsi la macchina negli USA gli costerebbe una vera e propria fortuna. Così decidono di lasciarle lì.

    Diviso in quattro enormi cimiteri che ospitavano più di 500 vetture, ad oggi ne è rimasto intatto solo uno. Intatto per modo di dire, dato che tutto quello che poteva essere portato via, dagli pneumatici agli accessori, è stato recuperato dalla brava gente del posto e dai collezionisti.

    Quello che resta oggi sono i resti di centinaia di auto, che si affacciano tra la vegetazione come la carcassa di un dio morente.

     

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    D&R: Esiste uno Stato ufficialmente ateo?

    Quando una nazione rifiuta ufficialmente qualsiasi tipo di religione in favore dell’ateismo si parla di ateismo di Stato.

    Nel mondo la maggior parte delle nazioni adotta una politica religiosa permissiva, cioè consente ai propri cittadini di credere nel dio o nei principi che gli pare. Nella storia si sono avvicendate pochissime nazioni, tutte appartenenti al socialismo reale, che hanno supportato l’ateismo di Stato in maniera non ufficiale, per politiche governative.

    La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli. – Karl Heinrich Marx

    L’unico Paese che ha ufficialmente abbracciato l’ateismo è l’Albania, che negli anni tra il 1967 ed il 1989, in base agli articoli 37 e 55 della Costituzione, non riconosceva alcuna religione in quanto tale e vietava le associazioni, la propaganda e qualsiasi forma di attività religiosa.

     

    Grazie a Mariangela Z. per la collaborazione.


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