Archivio mensile: marzo 2015

La sirenetta – E non vissero felici e contenti

C’era una volta…

Le fiabe iniziano tutte così, e già da questo semplice incipit la nostra fantasia volge a draghi arroccati sulla montagna più impenetrabile del regno ed a principi senza macchia e senza paura con occhi turchesi e boccoli biondi, senza dimenticare la bella e giovane principessa. La principessa c’è sempre, in ogni fiaba che si rispetti. E quindi ecco il cavaliere, il principe, l’elfo o l’orco (Shrek insegna) che arriva al galoppo su di un bianco destriero e la bella fanciulla di turno viene salvata da un destino crudele, solitamente la segregazione nella torre più alta del castello. Insomma, arriva l’eroe, ammazza il drago, salva il regno e vissero per sempre felici e contenti.

Oppure no?

 

 

Il lieto fine nelle favole ci sembra un imperativo, ma questo solo perché abbiamo un immaginario molto americano e sopratutto molto Disneyano, in cui le storie narrate nei vari Cenerentola, La Sirenetta e Il Re Leone sono belle proprie perché finiscono nel migliore dei modi. Molte delle fiabe e dei racconti della nostra infanzia, in realtà, non terminano affatto con un fastoso matrimonio e l’arrivo di un nutrito numero di pargoli, bensì con la morte di uno dei protagonisti o con un evento tragico che spezza la magia del racconto, proiettando il nostro mondo in quello delle favole, dove tutto può essere bello e zuccheroso quanto si vuole, ma si muore come nella realtà.

Oggi inauguro la categoria Fiabe macabre, proprio per farvi conoscere come alcune storie non sono quelle edulcorate che credete di conoscere. Quando uno scrittore afferra una penna scrive sul foglio una storia, certo, ma lo fa prima di ogni altra cosa per liberarsi di quello che ha dentro, di ciò che lo rende felice, oppure lo angoscia.

Iniziamo con La Sirenetta di Hans Christian Andersen, pubblicata nel 1836. La trama la conosciamo tutti, per via del film animato della Disney del 1989, ma l’opera originale se ne discosta in larga parte. Andersen, in realtà, affida all’inchiostro le sue sofferenze amorose, e l’angoscia di non poter avere al proprio fianco la donna che desidera più di ogni altra cosa. Quella della sirenetta si rivela così una storia crudelmente umana, più simile a quella già trattata in precedenza in un altro articolo qui sulla Bottega del Mistero, in cui la protagonista non riesce ad integrarsi in una realtà che non le appartiene, e quando viene a sapere delle nozze dell’amato principe con un’altra donna, preferisce lasciarsi morire trasformandosi in spuma di mare.

Buona lettura.

 

 

La Sirenetta

In mezzo al mare l’acqua è azzurra come i petali dei più bei fiordalisi e trasparente come il cristallo più puro; ma è molto profonda, così profonda che un’anfora non potrebbe raggiungere il fondo; bisognerebbe mettere molti campanili, uno sull’altro, per arrivare dal fondo fino alla superficie. Laggiù abitano le genti del mare. Non si deve credere che ci sia solo sabbia bianca, no! Crescono alberi stranissimi, e piante con gli steli e i petali così sottili che si muovono al minimo movimento dell’acqua, come fossero esseri viventi. Tutti i pesci, grandi e piccoli, nuotano tra i rami, proprio come fanno gli uccelli nell’aria. Nel punto più profondo si trova il castello del re del mare. Le mura sono di corallo e le alte finestre a arco sono fatte con ambra chiarissima, il tetto è formato da conchiglie che si aprono e si chiudono secondo il movimento dell’acqua; sono proprio belle, perché contengono perle meravigliose; una sola di quelle basterebbe alla corona di una regina.
Il re del mare era vedovo da molti anni, ma la sua vecchia madre governava la casa, una donna intelligente, molto orgogliosa della sua nobiltà; e per questo aveva dodici ostriche sulla coda, quando le altre persone nobili potevano averne solo sei. Comunque aveva grandi meriti, soprattutto perché voleva molto bene alle piccole principesse del mare, le sue nipotine. Erano sei graziose fanciulle, ma la più giovane era la più bella di tutte, dalla pelle chiara e delicata come un petalo di rosa, gli occhi azzurri come un lago profondo; ma come tutte le altre non aveva piedi, il corpo terminava con una coda di pesce.

Per tutto il giorno potevano giocare nel castello, nei grandi saloni, dove fiori viventi crescevano alle pareti. Le grandi finestre di ambra venivano aperte e i pesci potevano nuotare dentro, proprio come fanno le rondini quando apriamo le finestre, ma i pesci nuotavano vicino alle principessine, mangiavano dalle loro manine e si lasciavano accarezzare. Fuori dal castello vi era un grande giardino con alberi color rosso fuoco e blu scuro; i frutti brillavano come oro e i fiori come fiamme di fuoco, poiché steli e foglie si agitavano continuamente. La terra stessa era costituita da sabbia finissima, ma azzurra come lo zolfo ardente. E una strana luce azzurra avvolgeva tutto; si poteva quasi credere di trovarsi nell’aria e di vedere il cielo da ogni parte, invece di essere sul fondo del mare. Quando il mare era calmo si poteva vedere il sole: sembrava un fiore color porpora dal cui calice sgorgava tutta la luce.

Ogni principessa aveva una piccola aiuola nel giardino, in cui poteva piantare i fiori che voleva; una di loro diede alla sua aiuola la forma di una balena; un’altra preferì che assomigliasse a una sirenetta; la più giovane la fece rotonda come il sole e vi mise solo fiori rossi come lui. Era una bambina strana, molto tranquilla e pensierosa; le altre sorelle decorarono le aiuole con le cose più bizzarre che avevano trovato tra le navi affondate, lei invece, oltre ai fiori rossi che assomigliavano al sole, volle avere solo una bella statua di marmo, raffigurante un giovane scolpito in una pietra bianca e trasparente, che era arrivata fin lì dopo qualche naufragio. Vicino alla statua piantò un salice piangente di color rossiccio, che crebbe splendidamente ripiegando i suoi freschi rami sul giovane fino a raggiungere il suolo di sabbia azzurra, dove l’ombra diventava viola e si muoveva come i rami stessi: sembrava così che i rami e le radici si baciassero con dolcezza.

Non c’era per lei gioia più grande che sentir parlare del mondo degli uomini sopra di loro; la vecchia nonna dovette raccontare tutto quanto sapeva delle navi e delle città, degli uomini e degli animali; soprattutto la colpiva in modo particolare il fatto che i fiori sulla terra profumassero (naturalmente non profumavano in fondo al mare!) e che i boschi fossero verdi e che i pesci che si vedevano tra i rami potessero cantare così bene che era un piacere ascoltarli; erano gli uccellini, ma la vecchia nonna li chiamava pesci, per farsi capire da loro che non avevano mai visto un uccello. «Quando compirete quindici anni» disse la nonna «avrete il permesso di affacciarvi fuori dal mare, sedervi al chiaro di luna sulle rocce e osservare le grosse navi che navigano; vedrete anche i boschi e le città.» L’anno dopo la sorella più grande avrebbe compiuto quindici anni, ma le altre… già, avevano tutte un anno di differenza tra loro, e la più giovane doveva aspettare cinque anni prima di poter risalire il mare e vedere come viviamo noi uomini. Tra sorelle si promisero che si sarebbero raccontate le cose più significative che avrebbero visto durante il loro primo viaggio: la nonna non raccontava abbastanza, e c’era tanto che loro volevano sapere.

Nessuno però lo voleva quanto la più giovane, proprio lei che doveva aspettare più a lungo e che era così silenziosa e pensierosa. Per molte notti restava affacciata alla finestra a guardare verso l’alto, attraverso l’acqua scura, dove i pesci muovevano le pinne e la coda. Poteva vedere la luna e le stelle, in realtà brillavano debolmente, ma attraverso l’acqua sembravano molto più grandi che ai nostri occhi; se qualcosa le oscurava, come un’ombra nera, lei sapeva che forse una balena nuotava sopra di lei, o forse era una nave con tanti uomini. Questi non immaginavano certo che una graziosa sirenetta si potesse trovare sotto di loro tendendo verso la carena della nave le sue bianche braccia.

La principessa più grande compì quindici anni e poté raggiungere la superficie del mare. Tornata a casa, aveva cento cose da raccontare, ma la cosa più bella, secondo lei, era stato stendersi al chiaro di luna su un banco di sabbia nel mare calmo e guardare verso la costa la grande città, piena di luci che brillavano come centinaia di stelle, sentire la musica e il rumore delle carrozze e degli uomini, guardare le moltissime torri e i campanili e ascoltare le campane che suonavano. Proprio perché non sarebbe mai potuta andare lassù, aveva soprattutto interesse per quei posti. Oh, con che attenzione la sorellina minore ascoltò! e quando poi a sera inoltrata andò alla finestra per guardare in alto, attraverso l’acqua scura, pensò alla grande città con tutto quel rumore, e le sembrò di sentire il suono della campana che arrivava fino a lei.

L’anno dopo la seconda sorella ebbe il permesso di risalire l’acqua e di nuotare dove voleva. Si affacciò proprio quando il sole stava tramontando, e trovò che quella vista fosse la cosa più bella. Tutto il cielo sembrava dorato, raccontò, e le nuvole sì, la loro bellezza non si poteva descrivere! rosse e viola avevano navigato sopra di lei, ma, molto più veloce delle nuvole era passato come un lungo velo bianco uno stormo di cigni selvatici, che si dirigeva verso il sole. Anche lei aveva cominciato a nuotare verso il sole, ma questo era scomparso e i riflessi rosati si erano spenti sulla superficie del mare e sulle nuvole.

L’anno successivo toccò alla terza sorella; era la più coraggiosa di tutte e risalì un largo fiume che sfociava nel mare. Vide belle colline verdi con vigneti, castelli e fattorie che spuntavano tra bellissimi boschi; sentì come cantavano gli uccelli, e il sole scaldava tanto che dovette spesso buttarsi in acqua per rinfrescare il viso infuocato. In una piccola insenatura incontrò un gruppo di bambini, che, nudi, correvano e si gettavano in acqua; volle giocare con loro, ma questi scapparono via spaventati; poi giunse un piccolo animale nero, era un cane ma lei non ne aveva mai visto uno prima, e questo cominciò a abbaiarle contro, così lei, spaventata, tornò nel mare aperto ma non poté più dimenticare quei meravigliosi boschi, quelle verdi colline, e quei graziosi bambini che sapevano nuotare, pur non avendo la coda di pesce.

La quarta sorella non fu così coraggiosa, restò in mezzo al mare aperto, e raccontò che proprio lì stava il piacere, poteva guardare per molte miglia in ogni direzione e il cielo sopra di lei le era sembrato una grossa campana di vetro. Aveva visto delle navi, ma da lontano, e le erano parse simili a gabbiani; gli allegri delfini avevano fatto le capriole e le grandi balene avevano soffiato l’acqua dalle narici, e era stato come vedere cento fontane attorno a sé.

Venne poi il turno della quinta sorella; il suo compleanno cadeva in inverno, e per questo vide cose che le altre non avevano visto. Il mare appariva verde e tutt’intorno galleggiavano grosse montagne di ghiaccio; sembravano perle, raccontò, ma erano molto più grandi dei campanili che gli uomini costruivano. Si mostravano nelle forme più svariate e brillavano come diamanti. Si era seduta su una delle più grosse e tutti i naviganti erano fuggiti spaventati dal luogo in cui lei si trovava, con il vento che le agitava i lunghi capelli; poi, verso sera, il cielo si era ricoperto di nuvole, c’erano stati lampi e tuoni, e il mare nero aveva sollevato in alto i grossi blocchi di ghiaccio illuminati da lampi infuocati. Su tutte le navi si ammainavano le vele, dominava la paura e l’angoscia, lei invece se ne stava tranquilla sulla sua montagna di ghiaccio galleggiante e guardava i fulmini azzurri colpire a zig-zag il mare illuminato.

La prima volta che le sorelle uscirono dall’acqua, restarono incantate per le cose nuove e magnifiche che avevano visto, ma ora che erano cresciute e avevano il permesso di salire quando volevano, erano diventate indifferenti, sentivano nostalgia di casa, e dopo un mese dissero che presso di loro c’erano in assoluto le cose più belle e che era molto meglio stare a casa.

Molte volte, di sera, le cinque sorelle, tenendosi sottobraccio, risalivano alla superficie; avevano belle voci, più belle di quelle umane, e quando c’era tempesta nuotavano fino alle navi che credevano potessero capovolgersi, e cantavano dolcemente di come era bello stare in fondo al mare e pregavano i marinai di non aver paura di arrivare laggiù; ma questi non erano in grado di capire le loro parole, credevano fosse la tempesta e non riuscivano comunque a vedere le bellezze del fondo del mare, perché quando la nave affondava, gli uomini affogavano e arrivavano al castello del re del mare già morti. Quando le sorelle, di sera, a braccetto, salivano sul mare, la sorellina più piccola restava tutta sola e le osservava; sembrava che volesse piangere, ma le sirene non hanno lacrime e per questo soffrono molto di più. «Ah, se solo avessi quindici anni» esclamava. «So bene che amerei quel mondo che è sopra di noi e gli uomini che vi abitano e vi costruiscono!»

Finalmente compì quindici anni. «Adesso sei grande anche tu!» disse la nonna, la vecchia regina vedova. «Vieni! Lascia che ti adorni, come le tue sorelle» e le mise una coroncina di gigli bianchi sui capelli, ma ogni petalo di fiore era formato da mezza perla; poi la vecchia fissò sulla coda della principessa otto grosse ostriche, per mostrare il suo alto casato. «Ma fa male!» disse la sirenetta. «Bisogna pur soffrire un po’ per essere belli!» rispose la vecchia. Oh! Come avrebbe voluto togliersi di dosso tutti quegli ornamenti e quella pesante corona! I fiori rossi della sua aiuola la avrebbero adornata molto meglio, ma non osò cambiare le cose. «Addio!» esclamò, e salì leggera come una bolla d’aria attraverso l’acqua.

Il sole era appena tramontato quando affacciò la testa dall’acqua, tutte le nuvole però ancora brillavano come rose e oro; nel cielo color lilla splendeva chiara e bellissima la stella della sera; l’aria era mite e fresca e il mare calmo. C’era una grande nave con tre alberi, ma una sola vela era tesa perché non c’era il minimo soffio di vento; tra le sartie e i pennoni stavano seduti i marinai. C’era musica e canti e man mano che scendeva la sera si accendevano centinaia di luci multicolori. Sembrava che ondeggiassero nell’aria le bandiere di tutte le nazioni. La sirenetta nuotò fino all’oblò di una cabina e ogni volta che l’acqua la sollevava, vedeva attraverso i vetri trasparenti molti uomini ben vestiti; il più bello di tutti era però il giovane principe, con grandi occhi neri: non aveva certo più di sedici anni e compiva gli anni proprio quel giorno. Per questo c’erano quei festeggiamenti! I marinai ballavano sul ponte e quando il giovane principe uscì, si levarono in aria più di cento razzi che illuminarono a giorno. La sirenetta si spaventò e si rituffò nell’acqua, ma poco dopo riaffacciò la testa e le sembrò che tutte le stelle del cielo cadessero su di lei. Non aveva mai visto fuochi di quel genere. Grandi soli giravano tutt’intorno, bellissimi pesci di fuoco nuotavano nell’aria azzurra, e tutto si rifletteva nel bel mare calmo. Anche sulla nave c’era tanta luce che si poteva vedere ogni corda, e naturalmente gli uomini. Com’era bello quel giovane principe! Dava la mano a tutti, ridendo e sorridendo, mentre la musica risuonava nella splendida notte.

Era ormai tardi, ma la sirenetta non seppe distogliere lo sguardo dalla nave e dal bel principe. Le luci variopinte vennero spente, i razzi non vennero più lanciati in aria, non si sentirono più colpi di cannone, ma dal profondo del mare si sentì un rombo, e lei intanto si faceva dondolare su e giù dall’acqua, per guardare nella cabina; ma la nave prese velocità, le vele si spiegarono una dopo l’altra, le onde si fecero più grosse, comparvero grosse nuvole e da lontano si scorsero dei lampi. Sarebbe venuta una terribile tempesta! Per questo i marinai ammainarono le vele. La grande nave filava a gran velocità sul mare agitato, l’acqua si alzò come grosse montagne nere che volevano rovesciarsi sull’albero maestro, la nave si immerse come un cigno tra le alte onde e si fece sollevare di nuovo dall’acqua in movimento. La sirenetta pensò che quella fosse una bella corsa, ma i marinai non erano della stessa opinione; la nave scricchiolava terribilmente, le assi robuste cedevano sotto quei forti colpi, l’acqua colpiva la carena, l’albero maestro si spezzò come fosse stato una canna; la nave si piegò su un fianco, e l’acqua subito la riempì. Allora la sirenetta capì che erano in pericolo, lei stessa doveva stare attenta alle assi e ai relitti della nave che galleggiavano sull’acqua. Per un attimo fu talmente buio che non riuscì a vedere nulla, quando poi lampeggiò divenne così chiaro che riconobbe tutti gli uomini della nave; ognuno se la cavava come poteva; lei cercò il principe e lo vide scomparire nel mare profondo, proprio quando la nave affondò. Al primo momento fu molto felice, perché lui ora sarebbe sceso da lei, ma poi ricordò che gli uomini non potevano vivere nell’acqua, e che anche lui sarebbe arrivato al castello di suo padre solo da morto. No, non doveva morire! Nuotò tra le assi e i relitti della nave, senza pensare che avrebbero potuto schiacciarla, si immerse nell’acqua e risalì tra le onde finché giunse dal giovane principe, che quasi non riusciva più a nuotare nel mare infuriato. Cominciava a indebolirsi nelle braccia e nelle gambe, gli occhi gli si chiusero; sarebbe certo morto se non fosse giunta la sirenetta. Lei gli tenne la testa sollevata fuori dall’acqua e con lui si lasciò trasportare dalla corrente dove capitava.

Al mattino il brutto tempo era passato; della nave non era rimasta traccia, il sole sorgeva rosso e risplendeva sull’acqua; fu come se le guance del principe riacquistassero colore, ma gli occhi rimasero chiusi. La sirena lo baciò sulla bella fronte alta e carezzò indietro i capelli bagnati; le sembrò che assomigliasse alla statua di marmo che aveva nel suo giardinetto, lo baciò di nuovo e desiderò con forza che continuasse a vivere.Poi vide davanti a sé la terra ferma, alte montagne azzurre sulla cui cima la bianca neve risplendeva come ci fossero stati candidi cigni; lungo la costa si stendevano bei boschi verdi e proprio lì davanti si trovava una chiesa o un convento, non sapeva bene, ma era un edificio. Aranci e limoni crescevano nel giardino e davanti all’ingresso si alzavano delle palme; il mare disegnava lì una piccola insenatura, calmissima ma molto profonda, fino alla scogliera dove c’era sabbia bianca e sottile. Lei nuotò là col suo bel principe, lo posò sulla sabbia e si preoccupò che la testa fosse sollevata e rivolta verso il caldo sole. Suonarono in quel momento le campane di quel grande edificio bianco, e molte ragazze comparvero nel giardino. Allora la sirenetta si ritirò nuotando, dietro alcune alte pietre che spuntavano dall’acqua, si mise della schiuma tra i capelli e sul petto affinché nessuno la vedesse e aspettò che qualcuno andasse dal povero principe.

Non passò molto tempo e una fanciulla si avvicinò, si spaventò molto, ma solo per un attimo, poi andò a chiamare altra gente, e la sirena vide che il principe tornò in vita e sorrise a quanti lo circondavano, ma non sorrise a lei, anche perché non sapeva che era stata lei a salvarlo. Si sentì molto triste e quando lo ebbero portato dentro quel grande edificio, si reimmerse dispiaciuta nell’acqua e tornò al castello del padre. Se era sempre stata calma e pensierosa, ora lo fu molto di più. Le sorelle le chiesero che cosa avesse visto la prima volta che era stata lassù, ma lei non raccontò nulla.

Per molte volte al mattino e alla sera, risalì fino al punto in cui aveva lasciato il principe. Vide che i frutti del giardino erano maturi e venivano colti, vide che la neve si scioglieva dalle alte montagne; ma non vide mai il principe e così se ne tornava a casa ogni volta sempre più triste. La sua unica consolazione era quella di andare nel suo giardinetto e di abbracciare la bella statua di marmo che assomigliava al principe; non curava più i suoi fiori, che crescevano in modo selvaggio anche sui viali e intrecciavano i loro steli e le foglie con i rami degli alberi, così che c’era molto buio.

Alla fine non resse più, raccontò tutto a una sorella, e così anche le altre ne furono subito al corrente, ma poi nessun altro fu informato, eccetto poche altre amiche che pure non lo dissero a nessuno se non alle loro amiche più intime. Una di loro sapeva chi fosse quel principe, anche lei aveva visto la festa sulla nave e sapeva da dove veniva e dov’era il suo regno. «Vieni, sorellina!» dissero le altre principesse e, tenendosi sotto braccio, risalirono il mare fino al punto in cui si trovava il castello del principe. Questo era fatto di una lucente pietra gialla, aveva grandi scalmate di marmo, una delle quali scendeva fino al mare. Splendide cupole dorate si innalzavano dal tetto, e tra le colonne che circondavano l’intero edificio si trovavano statue di marmo, che sembravano vive. Attraverso i vetri trasparenti delle alte finestre si poteva guardare in saloni meravigliosi, con preziose tende di seta e tappeti, con grandi quadri alle pareti che erano proprio divertenti da guardare. In mezzo al salone si trovava una fontana con lo zampillo che arrivava fino alla cupola di vetro del soffitto, attraverso la quale il sole faceva luccicare l’acqua e le belle piante che vi crescevano dentro.

Ora lei sapeva dove abitava il principe e vi tornò per molte sere, nuotava molto vicino alla terra, come nessun altro aveva osato fare, risaliva addirittura lo stretto canale fino alla magnifica terrazza di marmo che gettava una grande ombra sull’acqua. Qui si metteva a guardare il giovane principe, che credeva di trovarsi tutto solo al chiaro di luna. Lo vide molte volte navigare in una splendida barca, con la musica e le bandiere al vento, allora si affacciava tra le verdi canne e il vento le sollevava il lungo velo argenteo, e se qualcuno la vedeva poteva pensare che fosse un cigno a ali spiegate. Per molte notti sentì i pescatori, che stavano in mare con le lanterne, parlare molto bene del principe, e fu felice di avergli salvato la vita quella volta che era quasi morto e si era abbandonato alle onde; pensò anche al capo che aveva riposato sul suo petto, e con quanta dolcezza lo aveva baciato, ma lui non ne sapeva niente e non poteva neppure sognarla. Gli uomini le piacevano ogni giorno di più, e sempre più spesso desiderava salire e stare con loro: pensava che il loro mondo fosse molto più grande del suo: loro potevano navigare sul mare con le navi, arrampicarsi sulle alte montagne fin sopra le nuvole, e i campi che possedevano si estendevano con boschi e prati molto lontano, così lontano che non riusciva a vederli. C’erano tante cose che le sarebbe piaciuto sapere, ma le sorelle non sapevano rispondere a tutto, allora le chiese alla nonna che conosceva bene quel mondo di sopra che chiamava giustamente “il paese sopra il mare”. «Se gli uomini non affogano» chiese la sirenetta «possono vivere per sempre? Non muoiono come facciamo noi, nel mare?» «Certo» rispose la vecchia. «Anche loro devono morire e la lunghezza della loro vita è più breve della nostra. Noi possiamo arrivare fino a trecento anni, quando però non viviamo più diventiamo schiuma dell’acqua, non abbiamo una tomba tra i nostri cari; non abbiamo un’anima immortale e non vivremo mai più: siamo come le verdi canne che, una volta tagliate, non rinverdiscono! Gli uomini invece hanno un’anima che continua a vivere, vive anche dopo che il corpo è diventato terra; sale attraverso l’aria fino alle stelle lucenti! Come noi saliamo per il mare e vediamo la terra degli uomini, così loro salgono fino a luoghi bellissimi e sconosciuti, che noi non potremo mai vedere!» «Perché non abbiamo un’anima immortale?» chiese la sirenetta tutta triste «io darei cento degli anni che devo ancora vivere per essere un solo giorno come gli uomini e poi abitare nel mondo celeste!» «Non devi neanche pensare queste cose!» esclamò la vecchia. «Noi siamo molto più felici e stiamo certo meglio degli uomini.» «Allora io devo morire e diventare schiuma del mare e non sentire più la musica delle onde, o vedere i bei fiori e il sole rosso! Non posso fare proprio nulla per ottenere un’anima immortale?» «No» rispose la vecchia. «Solo se un uomo ti amasse più di suo padre e di sua madre, e tu fossi l’unico suo pensiero e il solo oggetto del suo amore, e se un prete mettesse la sua mano nella tua con un giuramento di fedeltà eterna; solo allora la sua anima entrerebbe nel tuo corpo e tu riceveresti parte della felicità degli uomini. Egli ti darebbe un’anima, conservando sempre la propria. Ma questo non potrà mai accadere. La cosa che qui è così bella, la coda di pesce, è considerata orribile sulla terra. Non capiscono niente; per loro bisogna avere due strani sostegni che chiamano gambe, per essere belle!» La sirenetta sospirò guardando la sua coda di pesce. «Stiamo allegre!» disse la vecchia. «Saltiamo e balliamo per i trecento anni che possiamo vivere; non è certo poco tempo! Poi ci riposeremo più volentieri nella tomba. Stasera c’è il ballo a corte.»

Quello era uno spettacolo meraviglioso che non si vede mai sulla terra! Le pareti e il soffitto dell’ampia sala da ballo erano costituite da un vetro grosso e trasparente. Migliaia di conchiglie enormi, rosa e verdi come l’erba, erano allineate da ogni lato, con un fuoco azzurro fiammeggiante che illuminava tutta la sala e si rifletteva oltre le pareti, così che il mare di fuori fosse tutto illuminato. Si potevano vedere innumerevoli pesci, grandi e piccoli, che nuotavano contro la parete di vetro; su alcuni brillavano squame rosse scarlatte, su altri, d’oro e d’argento. In mezzo alla sala scorreva un largo fiume dove danzavano i delfini e le sirene, che cantavano così soavemente. Gli uomini sulla terra non hanno certo voci così belle. La sirenetta cantò meglio di tutte, e tutti le batterono le mani, per un istante si sentì felice, perché sapeva di avere la voce più bella sia sul mare che sulla terra! Ma subito tornò a pensare al mondo che c’era sopra di loro; non riusciva a dimenticare quel bel principe e il suo dolore per il fatto di non possedere, come lui, un’anima immortale. Uscì in silenzio dal castello del padre e andò a sedersi nel suo giardinetto, mentre dall’interno risuonavano canti pieni d’allegria. Allora sentì attraverso l’acqua il suono dei corni e pensò: “Sta certamente navigando qua sopra, colui che io amo più di mio padre e di mia madre, che riempie ogni mio pensiero e nella cui mano io voglio riporre la felicità della mia vita. Voglio fare qualunque cosa per conquistare lui e un’anima immortale! Mentre le mie sorelle ballano nel castello di mio padre, io andrò dalla strega del mare, ho sempre avuto tanta paura di lei, ma forse mi potrà consigliare e aiutare!”.

La sirenetta uscì dal suo giardino e si avviò verso il torrente ribollente, dietro il quale abitava la strega. Non aveva mai percorso quella strada; non vi crescevano né fiori né erba, solo un fondo di sabbia grigia si stendeva verso il torrente, dove l’acqua, che sembrava spinta dalle ruote del mulino, girava come un vortice e inghiottiva tutto quel che poteva afferrare. Lei dovette passare in mezzo a quei vortici tremendi per arrivare nel territorio della strega, e qui c’era da attraversare una vasta pianura bollente, che la strega chiamava la sua torbiera. Oltre la torbiera si trovava la sua casa, in mezzo a un bosco orribile. Tutti gli alberi e i cespugli erano polipi, per metà bestie e per metà piante: sembravano centinaia di teste di serpente che crescevano dal terreno, tutti i rami erano lunghe braccia vischiose, con le dita simili a vermi ripugnanti, che si muovevano in ogni loro parte, dalle radici fino alla punta più estrema. Si avvolgevano intorno a tutto quel che potevano afferrare e non lo lasciavano mai più. La sirenetta si fermò spaventatissima; il cuore le batteva forte per la paura, stava per tornare indietro, ma pensò al principe e all’anima degli uomini, così le tornò il coraggio. Legò per bene i lunghi capelli svolazzanti, affinché i polipi non riuscissero a afferrarli; mise le mani sul petto e partì passando come un pesce guizzante nell’acqua, tra gli orribili polipi, che allungavano i vischiosi tentacoli verso di lei. Vide ciò che ognuno di essi aveva afferrato, centinaia di tentacoli trattenevano le prede come tenaglie di ferro: uomini che erano morti in mare e caduti sul fondo si affacciavano come bianchi scheletri tra i tentacoli; remi di imbarcazioni e casse erano tenuti stretti, scheletri di animali e persino una sirenetta che avevano catturato e soffocato. Questa vista fu per lei la più spaventosa! Poi giunse in un’ampia radura di fango nel bosco, dove grossi serpenti di mare si rivoltavano mostrando i loro orribili denti gialli. Nel mezzo si trovava una casa fatta con le bianche ossa di uomini calati sul fondo; lì stava la strega del mare e lasciava che un rospo mangiasse dalla sua mano, come gli uomini fanno con i canarini quando gli danno lo zucchero. Quegli orribili grossi serpenti di mare erano chiamati «pulcini» dalla strega che lasciava le strisciassero sui grossi seni cadenti. «So bene che cosa vuoi!» disse la strega del mare «sei proprio ammattita! comunque il tuo desiderio verrà soddisfatto, perché ti porterà sventura, mia bella principessa! Vuoi liberarti della tua coda di pesce e ottenere in cambio due sostegni per camminare come gli uomini, così che il giovane principe si innamori di te e tu possa ottenere un’anima immortale!» La strega rideva così sguaiatamente che il rospo e i serpenti caddero a terra e lì continuarono a rotolarsi. «Arrivi appena in tempo!» riprese. «Domani, una volta sorto il sole non potrei più aiutarti e dovresti aspettare un anno intero. Ti preparerò una bevanda, ma con questa devi nuotare fino alla terra, salire sulla spiaggia e berla prima che sorga il sole. Allora la tua coda si dividerà e si trasformerà in ciò che gli uomini chiamano gambe. Soffrirai come se una spada affilata ti trapassasse. Tutti quelli che ti vedranno, diranno che sei la più bella creatura umana mai vista! Conserverai la tua aggraziata andatura, nessuna ballerina sarà migliore di te, ma a ogni passo che farai, sarà come se camminassi su un coltello appuntito, e il tuo sangue scorrerà. Se vuoi soffrire tutto questo, ti aiuterò!» «Sì» esclamò la principessa con voce tremante, pensando al principe, e all’anima immortale. «Ma ricordati» aggiunse la strega «una volta che ti sarai trasformata in donna, non potrai mai più ritornare a essere una sirena! Non potrai più discendere nel mare dalle tue sorelle e al castello di tuo padre; e se non conquisterai l’amore del principe, cosicché lui dimentichi per te suo padre e sua madre, dipenda da te per ogni suo pensiero e chieda al prete di congiungere le vostre mani rendendovi marito e moglie, non avrai mai un’anima immortale! e se lui sposerà un’altra, il primo mattino dopo il matrimonio il tuo cuore si spezzerà e tu diventerai schiuma dell’acqua!» «Lo voglio ugualmente!» disse la sirenetta, che era pallida come una morta. «Però mi devi ricompensare!» aggiunse la strega «e non è poco quello che pretendo. Tu possiedi la voce più bella tra tutti gli abitanti del mare, e credi con quella di poterlo sedurre; ma la voce la devi dare a me. Io voglio ciò che tu di meglio possiedi per la mia preziosa bevanda! Devo versarci del sangue, affinché il filtro sia tagliente come una spada a due lame!» «Se mi prendi la voce» chiese la sirenetta «che cosa mi resta?» «La tua splendida persona, la tua armoniosa andatura e i tuoi occhi espressivi, con questo riuscirai certo a conquistare il cuore di un uomo. Allora! hai perso il coraggio? Tira fuori la lingua così te la taglio; è il pagamento per quella potente bevanda!» «Va bene!» esclamò la sirenetta, e la strega mise sul fuoco la pentola per far bollire la bevanda magica. «La pulizia è un’ottima cosa!» disse mentre strofinava la pentola con alcune serpi legate insieme, poi si tagliò il petto e fece gocciolare il suo sangue nero, e il vapore assunse forme molto strane che facevano proprio paura. «Eccola qui!» disse la strega e tagliò la lingua alla sirenetta, che ora era muta e non poteva più né cantare né parlare. «Se i polipi volessero afferrarti, mentre passi di nuovo attraverso il mio bosco» spiegò la strega «getta una goccia di questa bevanda su di loro e le loro braccia e dita si romperanno in mille pezzi.» Ma la sirenetta non ebbe bisogno di farlo; i polipi si allontanarono spaventati da lei non appena videro quella bevanda lucente che teneva in mano come fosse una stella luminosa. Così passò in fretta per il bosco, per la palude e per il torrente che ribolliva.

Vide il castello di suo padre, le luci erano spente nella grande sala da ballo; certamente tutti dormivano, e lei comunque non avrebbe osato cercarli: ora era muta e doveva andarsene per sempre. Le sembrò che il cuore si spezzasse per il dolore. Andò in silenzio nel giardino e prese un fiore da ogni giardinetto delle sorelle; gettò con le dita mille baci verso il castello e salì per il mare blu. Il sole non era ancora sorto quando vide il castello del principe e salì per la bellissima scalinata di marmo. La luna splendeva meravigliosa. La sirenetta bevve allora il filtro infuocato, e subito fu come se una spada a due lame le trafiggesse il corpo delicato; svenne e rimase distesa come morta. Quando il sole spuntò all’orizzonte, si svegliò e sentì un dolore lancinante, ma proprio davanti a lei stava il giovane principe, bellissimo, che la fissava con i magnifici occhi neri, così lei abbassò i suoi e vide che la sua coda di pesce era sparita e ora possedeva le più belle gambe bianche che mai nessuna fanciulla aveva avuto. Ma era tutta nuda e così si avvolse nei suoi capelli. Il principe le chiese chi fosse e come fosse arrivata fin lì, lei lo guardò dolcemente e tanto tristemente coi suoi occhi azzurri: non poteva parlare. Lui la prese per mano e la portò al palazzo. A ogni passo le sembrava, come la strega le aveva detto, di camminare su punte taglienti e su coltelli affilati, ma sopportò tutto volentieri, e tenendo il principe per mano salì le scale leggera come una bolla d’aria e sia lui che gli altri ammirarono la sua armoniosa andatura. Ricevette costosi abiti di seta e di mussola, era la più bella del castello, ma era muta, non poteva né cantare né parlare. Graziose damigelle vestite d’oro e di seta avanzarono e cantarono davanti al principe e ai suoi genitori, una di loro cantò meglio delle altre e il principe batté le mani e le sorrise. In quel momento la sirenetta si rattristò; sapeva che avrebbe saputo cantare molto meglio, e pensò: «Dovrebbe proprio sapere che io, per stare vicino a lui, ho ceduto per sempre la mia voce!» Poi le damigelle danzarono balli meravigliosi su una musica dolcissima; allora anche la sirenetta tese le braccia bianche, si alzò sulla punta dei piedi e volteggiò, ballò come mai nessuno aveva fatto; a ogni movimento la sua bellezza era sempre più visibile e i suoi occhi parlavano al cuore meglio dei canti delle damigelle. Tutti rimasero incantati, soprattutto il principe, che la chiamò la sua trovatella, e lei continuò a danzare, anche se ogni volta che i piedi toccavano terra, era come toccassero coltelli affilati. Il principe le disse che sarebbe dovuta rimanere per sempre con lui e le diede il permesso di dormire fuori dalla sua stanza su un cuscino di velluto. Fece preparare per lei un costume da amazzone, affinché potesse accompagnarlo a cavallo. Cavalcarono in mezzo ai boschi profumati, dove i verdi rami sfioravano loro le spalle e gli uccellini cantavano tra le foglie fresche. La sirenetta si arrampicò col principe sulle alte montagne, e nonostante i suoi piedi sanguinassero a tal punto che anche gli altri se ne accorsero, lei ne rideva e lo seguì fino a dove poterono vedere le nuvole spostarsi sotto il loro, come fossero state stormi di uccelli che si dirigevano verso paesi stranieri.

Quando al castello di notte gli altri dormivano, lei andava alla scalinata di marmo e si rinfrescava i piedi doloranti immergendoli nell’acqua fresca del mare, e intanto pensava a coloro che stavano nelle profondità marine.

Una notte giunsero le sue sorelle a braccetto, cantarono tristemente, nuotando sulle onde, lei le salutò con la mano e loro la riconobbero e raccontarono quanto li avesse resi tristi. Da quella volta tutte le notti le facevano visita, e una notte vide, lontano, la vecchia nonna, che da molti anni non era più salita in superficie, e il re del mare, con la corona in testa; tesero le braccia verso di lei, ma non osarono avvicinarsi alla terra come le sue sorelle. Ogni giorno il principe le voleva più bene, la amava come si può amare una cara fanciulla, ma non pensava certo di renderla regina; eppure lei doveva diventare sua moglie, altrimenti non avrebbe mai ottenuto un’anima immortale, e al mattino successivo al matrimonio del principe con un’altra sarebbe diventata schiuma. “Non vuoi più bene a me che a tutti gli altri?” sembrava chiedessero gli occhi della sirenetta, quando il principe la prendeva tra le braccia e le baciava la bella fronte. «Sì, tu sei la più cara di tutte!» diceva il principe «perché hai un cuore che è migliore di tutti gli altri, poi mi sei molto devota, e assomigli tanto a una fanciulla che vidi una volta, ma che sicuramente non troverò mai più. Ero su una nave che affondò, le onde mi trascinarono a riva vicino a un tempio dove servivano molte fanciulle; la più giovane mi trovò sulla spiaggia e mi salvò la vita, la vidi solo due volte; è l’unica persona che potrei amare in questo mondo, e tu le assomigli, e hai quasi sostituito la sua immagine nel mio animo. Lei appartiene al tempio e per questo la mia buona sorte ti ha mandato da me; non ci separeremo mai.» “Oh, lui non sa che sono stata io a salvargli la vita!” pensò la sirenetta. “Io l’ho sorretto in mare fino al bosco dove si trova il tempio, io mi sono nascosta tra la schiuma per vedere se arrivava gente. E ho visto quella bella fanciulla che lui ama più di me!” e intanto sospirava profondamente, poiché non poteva piangere. “Ma quella ragazza appartiene al tempio, ha detto il principe, e non verrà mai nel mondo, non si incontreranno mai più, e io sono vicino a lui, lo vedo ogni giorno, avrò cura di lui, lo amerò e gli sacrificherò la mia vita!”

Un giorno si venne a sapere che il principe si doveva sposare con la bella principessa del reame confinante, e per questo stava allestendo una splendida nave. Il principe sarebbe andato a visitare il regno vicino, così si diceva, ma in realtà era per vedere la figlia del re; e avrebbe portato con sé un ricco seguito. Ma la sirenetta scuoteva la testa e rideva; conosceva il pensiero del principe molto meglio degli altri. «Sono costretto a partire» le aveva detto «devo incontrare quella bella principessa; i miei genitori lo vogliono, ma non mi costringeranno a portarla a casa come mia sposa. Non lo voglio! Non posso amarla, non assomiglia alla bella fanciulla del tempio, come le somigli tu. Se mai dovessi scegliere una sposa, allora prenderei te, mia trovatella muta con gli occhi parlanti!» E le baciò la bocca rossa, le carezzò i lunghi capelli e posò il capo sul suo cuore, che sognò una felicità umana e un’anima immortale. «Non hai paura del mare, vero, mia fanciulla muta?» le chiese il principe quando furono sulla meravigliosa nave che doveva portarli nel regno vicino, e le raccontò della tempesta e del mare calmo, degli strani pesci e di quello che i palombari avevano visto sul fondo, e lei sorrideva ai suoi racconti, lei che conosceva meglio di chiunque altro il fondo del mare.

Nella chiara notte di luna, mentre tutti gli altri dormivano fuorché il timoniere, si appoggiò al parapetto della nave e guardò verso l’acqua trasparente; le sembrò di vedere il castello di suo padre e la vecchia nonna con la corona d’argento in testa che osservava, attraverso le correnti del mare, il movimento della nave. Poi giunsero alla superficie le sue sorelle, che la fissarono tristemente tendendo le mani bianche verso di lei; lei le salutò, sorrise, e avrebbe voluto dire che tutto andava bene, ma il mozzo si avvicinò e le sorelle si immersero nell’acqua, così lui credette che quel biancore che aveva visto fosse la schiuma del mare.

Il mattino dopo la nave entrò nel porto della bella città del re vicino. Tutte le campane suonarono e dalle alte torri suonarono le trombe, mentre i soldati, tra lo sventolare delle bandiere, presentavano le baionette lucenti. Ogni giorno ci fu una festa. Balli e ricevimenti si susseguirono, ma la principessa non c’era ancora, abitava molto lontano, in un tempio, dissero, per imparare tutte le virtù necessarie a una regina. Finalmente un giorno arrivò. La piccola sirena era ansiosa di vedere la sua bellezza e dovette riconoscere di non aver mai visto una figura così graziosa. La pelle era molto delicata e trasparente, e sotto le lunghe ciglia scure due occhi azzurri e fiduciosi sorridevano. «Sei tu!» esclamò il principe «tu che mi hai salvato quando giacevo come morto sulla costa!» e strinse tra le braccia la fidanzata, che era arrossita. «Oh, sono troppo felice!» disse alla sirenetta. «La cosa più bella, che non avevo mai osato sperare, è avvenuta! Rallegrati con me, tu che mi vuoi così bene tra tutti!» E la sirenetta gli baciò la mano, ma sentì che il suo cuore si spezzava. Il mattino dopo le nozze sarebbe morta, trasformata in schiuma del mare. Tutte le campane suonarono, gli araldi cavalcarono per le strade a annunciare il fidanzamento. Su tutti gli altari si bruciarono oli profumati in preziose lampade d’argento. I preti fecero oscillare gli incensieri mentre gli sposi si strinsero le mani e ricevettero la benedizione del vescovo.

La sirenetta, vestita di seta e d’oro, reggeva lo strascico, ma le sue orecchie non sentivano quella musica gioiosa, i suoi occhi non vedevano quella sacra cerimonia: pensava alla sua morte e a tutto quel che avrebbe perso in questo mondo. La sera stessa gli sposi salirono a bordo della nave, i cannoni spararono, e le bandiere sventolarono; in mezzo alla nave era stata montata una tenda reale fatta d’oro e di porpora, con cuscini sofficissimi, su cui la coppia di sposi avrebbe dovuto dormire in quella quieta e fredda notte. Le vele sventolavano al vento, e la nave scivolava leggera, senza scossoni, sul mare trasparente.

Quando venne buio si accesero le lampade variopinte e i marinai ballarono allegramente sul ponte. La sirenetta ripensò alla prima volta in cui si era affacciata sulla terra e aveva visto lo stesso splendore e la stessa gioia, si inserì nelle danze, volteggiò come fa la rondine quando viene inseguita, e tutti le mostrarono la loro ammirazione: non aveva mai ballato così bene. Sentiva i piedini come tagliati da coltelli affilati, ma non vi badò, le faceva più male il cuore. Sapeva che quella era l’ultima sera in cui vedeva colui per il quale aveva lasciato la sua gente e la sua casa, per il quale aveva rinunciato alla sua bella voce, per il quale aveva sofferto ogni giorno tormenti senza fine, che lui neppure poteva immaginare. Quella era l’ultima notte in cui avrebbe respirato la sua stessa aria; guardò verso il profondo mare e verso il cielo stellato: una notte eterna senza pensieri né sogni la aspettava, poiché non aveva un’anima, né poteva ottenerla. L’allegria e la gioia sulla nave durarono a lungo anche dopo mezzanotte; anche lei rise e danzò ma aveva pensieri di morte nel cuore. Il principe baciò la sua bella sposa e lei gli accarezzò i capelli neri, poi a braccetto andarono a riposarsi nella splendida tenda. Calò il silenzio sulla nave, solo il timoniere era sveglio al timone; la sirenetta pose le bianche braccia sul parapetto e guardò verso est, per vedere il rosso dell’alba: il primo raggio di sole la avrebbe uccisa. Allora vide le sue sorelle spuntare fuori dal mare, erano pallide come lei, i loro lunghi e bei capelli non si agitavano più nel vento, erano stati tagliati. «Li abbiamo dati alla strega, perché ti venisse a aiutare affinché tu non muoia questa notte. Allora ci ha dato un coltello; eccolo! vedi com’è affilato? Prima che sorga il sole devi infilzarlo nel cuore del principe; quando il suo caldo sangue bagnerà i tuoi piedi, questi riformeranno una coda di pesce e tu ridiventerai una sirena e potrai gettarti in acqua con noi e vivere i tuoi trecento anni prima di morire e diventare schiuma salata. Fai presto! O tu o lui dovete morire prima che sorga il sole! La nonna soffre tanto e ha perso tutti i capelli bianchi, e i nostri sono caduti sotto le forbici della strega. Uccidi il principe e torna indietro! Presto! non vedi quella striscia rossa nel cielo? Tra pochi minuti sorgerà il sole e allora morrai!» Sospirarono profondamente e si reimmersero tra le onde.

La sirenetta sollevò il tappeto di porpora della tenda e vide la bella sposina dormire col capo sul petto del principe, si chinò verso di lui e gli baciò la bella fronte, guardò verso il cielo dove la luce dell’alba si faceva sempre più intensa, guardò il coltello affilato e poi fissò di nuovo gli occhi del principe, che in sogno pronunciò il nome della sua sposa; solo lei era nei suoi pensieri, e il coltello tremò nella mano della sirena. Allora lo gettò lontano tra le onde, che brillarono rosse dove era caduto: sembrava che gocce di sangue zampillassero dall’acqua. Ancora una volta guardò con lo sguardo spento verso il principe; poi si gettò in mare e sentì che il suo corpo si scioglieva in schiuma. Il sole sorse alto sul mare, i raggi battevano caldi sulla gelida schiuma e la sirenetta non sentì la morte, vedeva il bel sole e su di lei volavano centinaia di bellissime creature trasparenti; attraverso le loro immagini poteva vedere la bianca vela della nave e le rosse nuvole del cielo, la loro voce era una melodia così spirituale che nessun orecchio umano poteva sentirla; così come nessun occhio umano poteva vederle. Volavano nell’aria senza ali, grazie alla loro stessa leggerezza. La sirenetta vide che aveva un corpo come il loro, e che si sollevava sempre più dalla schiuma. «Dove sto andando?» chiese la sirenetta, e la sua voce risuonò come quella delle altre creature, così spirituale che nessuna musica terrena poteva riprodurla. «Dalle figlie dell’aria!» le risposero. «Le sirene non hanno un’anima immortale e non possono ottenerla se non conquistando l’amore di un uomo! La loro esistenza immortale dipende da una forza estranea. Anche le figlie dell’aria non hanno un’anima immortale, ma possono conquistarne una da sole, tramite le buone azioni. Noi andiamo verso i paesi caldi; dove l’aria calda e pestilenziale uccide gli uomini, noi portiamo il fresco. Spandiamo il profumo dei fiori nell’aria e portiamo ristoro e guarigione. Se per trecento anni interi continuiamo a fare tutto il bene che possiamo, otteniamo un’anima immortale e possiamo partecipare all’eterna felicità degli uomini. Tu, povera sirenetta, lo hai desiderato con tutto il cuore; anche tu, come noi, hai sofferto e sopportato, e sei arrivata al mondo delle creature dell’aria: ora puoi compiere delle buone azioni e conquistarti un’anima immortale fra trecento anni!»

La sirenetta sollevò le braccia trasparenti verso il sole del Signore e per la prima volta sentì le lacrime agli occhi. Sulla nave era ripresa la vita e il rumore; vide che il principe e la sua bella sposa la cercavano, e guardarono tristemente verso la schiuma del mare, quasi sapessero che si era gettata tra le onde. Invisibile baciò la sposa sulla fronte, sorrise al principe e salì con le altre figlie dell’aria su una nuvola rosa che navigava nel cielo. «Fra trecento anni entreremo nel regno di Dio!» «Anche prima potremo arrivarci» sussurrò una di loro. «Senza farci vedere entriamo nelle case degli uomini, dove c’è qualche bambino; ogni volta che troviamo un bambino buono che rende felici i suoi genitori e merita il loro amore, il Signore ci abbrevia il periodo di prova. Il bambino non sa quando entriamo in casa, ma noi gli sorridiamo per la gioia, e così ci viene tolto un anno dei trecento che ci toccano; se invece troviamo un bambino cattivo e capriccioso, allora dobbiamo piangere di dolore e ogni lacrima aumenta di un giorno il nostro tempo di prova!»

 

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Le terribili leggende metropolitane che si tramandano i bambini

I bambini, come abbiamo più volte avuto modo di leggere, possono essere più inquietanti degli adulti: dietro il candore di un viso roseo dalle guanciotte cicciotte si nasconde un perfido mostro. Bisogna capirli, poverini, è una semplice reazione a ciò che li circonda: i teneri pargoletti guardano il mondo con occhi ingenui, ma non per questo gli fa meno paura. Anzi.

Agata Matteucci è una fumettista bolognese che ha avviato un curioso progetto, Le terribili leggende metropolitane che si tramandano i bambini, che narra con ironia ed intelligenza dei luoghi comuni, degli aneddoti e delle dicerie che genitori un po’ troppo confusi tramandano come legge divina scesa in terra ai lori figli. E così viviamo nel terrore di farci un bagno al mare dopo un bel panino col prosciutto, o di ingoiare una gomma da masticare con l’ansia di passare a miglior vita.

 

 

I disegni di Matteucci raccontano la storia di tutti noi, che forse non abbiamo più paura del buio, ma che visceralmente continuiamo ogni notte a tenere sempre i piedi sotto le coperte, così che nessun mostro possa farci del male.

I bimbi hanno un universo parallelo contrapposto a quello degli adulti, molto elaborato e fatto di fantasie, di regole e di realtà più o meno distorte. Molte delle verità indiscusse che apprendiamo da bambini – imparate di solito da un compagno di scuola a cui l’ha detto “suo cugino” – si sedimentano nella nostra memoria provocando a volte dei veri e propri traumi, dei segreti tabù che ci trasciniamo fino all’età adulta, alimentando le nostre insicurezze e nevrosi personali. – Agata Matteucci

Potete seguire l’evolversi del progetto su Tumblr e Facebook.

 

Grazie ad Agata M. (l’autrice delle vignette 😀 ) per la segnalazione.

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1999

1999 è una creepypasta che narra la storia di un blogger alla ricerca del mistero che si cela dietro un canale televisivo canadese, Caledon Local 21, e dei suoi grotteschi programmi andati in onda nel 1999.

Il racconto è stato scritto dall’utente Giant engineer e pubblicato su Creepypasta Wiki il 19 settembre 2011. La popolarità del testo giunge nel giugno 2014, quando i due youtuber CreepsMcPasta e MrCreepyPasta ne creano un adattamento per il popolare sito di condivisione video. Il 7 luglio 2014 viene aperto un canale YouTube denominato Caledon Local 21, che ha come obiettivo di ricostruire tutti gli episodi di Booby, uno dei programmi presenti nella creepypasta. Dopo aver caricato diversi video, con una numerazione discontinua, tutti gli episodi vengono cancellati e sostituiti il 1° novembre da due filmati: the b returns, in cui Mr. Bear (uno dei personaggi della storia) spiega di essere troppo occupato per portare avanti il suo canale televisivo, e che quindi continuerà la sua opera su internet caricando nuovi episodi de Lo Scantinato di Mr. Bear; il secondo è invece Return to Mr. Bear’s Cellar – Halloween Special, uno speciale di Halloween.

Buona lettura.

 

 

1999

“L’anno è il millenovecento-novanta-nove.”

Questa frase mi riporta indietro al periodo in cui frequentavo la scuola materna, quando avevo cinque anni, e leggevamo ad alta voce la data scritta alla lavagna tutti i giorni. L’anno 1999 è come una macchia nella mia memoria, un ricordo che non andrà mai via, non importa quanto io provi a dimenticarlo. Il 1999 fu l’anno in cui persi il mio primo dentino e salii per la prima volta su un aereo, ma fu anche segnato dalla precoce perdita della mia innocenza di bambino.

La storia di questo ricordo che si rifiuta di essere rimosso iniziò con un nuova (o vecchio) televisore. All’epoca, i Pokémon erano l’ultima moda che imperversa a scuola. Tutti quanti collezionavano giochi, carte e adesivi dei Pokémon e, cosa più importante, tutti guardavano alla TV il cartone animato che li aveva resi famosi. Ovviamente lo facevo anch’io e ogni pomeriggio, al ritorno da scuola, mi attaccavo alla televisione in attesa che alle 17 iniziasse un nuovo episodio. L’unico problema era che mio padre voleva guardare il notiziario delle 17:30, mentre gli episodi dei Pokémon venivano mandati in onda due alla volta uno dopo l’altro, perciò ogni giorno ero costretto a perdermene uno, e mi lamentavo spesso della cosa. Mio padre si stufò di ascoltare le mie lagne, e decise di comprare un altro televisore.

Lo mise nella mia stanza, ma sfortunatamente si trattava solo di un piccolo e vecchio modello a tubi catodici, con addirittura un’antenna da interni a due punte attaccata alla parte superiore. Inoltre, c’erano solo 20 canali disponibili, e tra questi non c’era quello su cui venivano trasmessi i Pokémon. Ricordo che lì per lì ero talmente felice di avere una televisione solo per me che non diedi importanza a tutto queste cose. Dopo aver girato tutti i canali conclusi che valeva la pena di guardare solo il secondo (TVO kids), perciò lo guardai per un po’ di tempo. Passò qualche mese prima che scoprissi il ventunesimo canale. Era un giorno di aprile, e stavo facendo zapping per vedere se da qualche parte trasmettessero i Pokémon. Premetti 21 sul telecomando nella speranza che ce ne fossero di nuovi, e con mia grande sorpresa la mia speranza divenne realtà. Anche mio padre era sorpreso, ma mi lasciò comunque guardarlo perché sembrava che mandasse in onda programmi per bambini. Si chiamava Caledon Local 21, e più tardi scoprii che l’emittente televisiva che lo trasmetteva si trovava proprio a Caledon, nell’Ontario, una città molto vicina alla mia.

I programmi che venivano mandati in onda su Caledon Local 21 sembravano fatti alla buona, e per la metà del tempo che guardavo quel canale non ci capivo niente. Quando crebbi, ogni volta che pensavo a quegli show, realizzavo sempre di più quanto fossero sviluppati mali, e mi chiedevo “Cosa cazzo guardavo su quel canale?”.

La seguente è una lista di programmi ed episodi di serie che ricordo di aver visto su Caledon Local 21, e mi disturba pensare a come io riesca a ricordare certi dettagli, ma ho ipotizzato che cose del genere, una volta vissute, rimangano nella mente per un po’. C’erano solo tre programmi che riuscivo a guardare, forse perché il canale era operativo nel breve lasso di tempo che va dalle quattro alle nove del pomeriggio.

 

Aprile 1999

Booby – episodio 6, “Insieme”: ricordo che Booby era un semplice programma nel quale i personaggi erano delle mani, niente pupazzi o altro, solo mani. Il protagonista era una mano di nome Booby, che si trovava a dover affrontare una situazione diversa in ogni puntata. Il programma durava solo 5 minuti, sembrava essere stato girato davanti a un muro fatiscente con macchie d’umidità, e le mani si muovevano su di un tavolo con una tovaglia rossa (sicuramente il budget dello show era molto basso). Questo fu il primo episodio che guardai. La puntata iniziava con Booby che tentava di far uscire del ketchup da una bottiglia. Il programma mostrava la mano che percuoteva il fondo del contenitore per almeno tre minuti. Poi arrivava finalmente un’altra mano, guardava Booby e diceva “Insieme”. Iniziava poi a colpire anche lei la bottiglia, fino a quando, finalmente, del ketchup non schizzava fuori dal contenitore per andare poi a finire sul tavolo (ricordo di aver ridacchiato un po’ durante questa scena). Poi Booby fissava il disastro combinato dal ketchup per qualche secondo, prima di girarsi verso la telecamera che zoommava lentamente su di lui.

Lo Scantinato di Mr. Bear – episodio 12: sarebbe un titolo piuttosto sospetto al giorno d’oggi. Questo programma mostrava un tizio in un costume da orso che riceveva ogni giorno un ospite diverso (era sempre un bambino). Era girato con una videocamera (neanche di chissà che buona qualità). La polizia mi ha fatto un sacco di domande su questo programma. L’episodio iniziava con Mr. Bear seduto ad un tavolo che giocava a dama da solo (non lo riconobbi all’inizio, ma era lo stesso tavolo usato in Booby). Rimase seduto lì a giocare per un po’, finché non bussarono alla porta. La videocamera allora si girò verso la porta, mentre bussavano di nuovo. Mr. Bear salì le scale ed aprì la porta, trovandosi davanti a due bambini piccoli. Un bambino aveva più o meno la mia età, mentre la bambina aveva circa 8 anni.

Dopo essersi messo a ballare per la felicità, Mr. Bear iniziò a parlare con i due bambini, ma ricordo di non esser riuscito a capire bene ciò che si dicevano. Poi li fece entrare nello scantinato, che era piuttosto buio, illuminato debolmente da una piccola lampada ad olio sul tavolo. Di cosa successe dopo ricordo solo lui che cantava una canzone che non riuscii a sentire bene (probabilmente a causa di quella grande maschera da orso). L’episodio finì con loro che giocavano a nascondino: i bambini si nascondevano in un armadio e Mr. Bear contava.

 

Maggio 1999

Minestra e Cucchiaio: credo che questo non fosse nemmeno un programma, penso che fosse più qualcosa tipo uno speciale. Quello che so è che smisi di guardare Caledon Local 21 per un po’ perché quel programma mi sembrava troppo stupido; inoltre avevano iniziato a trasmettere i Pokémon dalle 16:30 alle 17:00. Comunque, non ricordo molto di quel programma: c’erano un barattolo di minestra ed un cucchiaio legati con una corda che oscillavano avanti e indietro, come se qualcuno li tenesse e poi li facesse dondolare davanti alla videocamera. La cosa interessante è che era girato in uno scantinato, che sembrava lo stesso scantinato di Mr. Bear. Come ho detto, non ricordo molto, l’unica reminiscenza è il finale.

Il tutto durò un’ora e mezza, con cose che trovavo stupide, come il cucchiaio che inseguiva la minestra cercando di “mangiarla”. Il finale mostrava 7 bambini seduti ad un tavolo (di nuovo, lo stesso di Booby), ciascuno con una ciotola di minestra davanti. Stavano seduti lì a guardare la telecamera, ma avevano dei volti confusi, quasi spaventati. Poi il cameraman prese il barattolo di minestra e disse “Cuuuuuuucchiai pronti?”. E finì così.

 

Luglio 1999

Era estate, e non guardavo Caledon 21 da un bel po’. Finché un giorno, quando ero andato a dormire a casa di un amico, decisi di darci di nuovo un’occhiata. Il mio amico aveva ricevuto una TV per il suo sesto compleanno, quindi rimanemmo svegli fino a tardi (per noi, alle 21:30 era tardi) a guardare la televisione. In quel momento mi ricordai di Caledon 21 e gliene parlai. Decidemmo di vedere se lo stavano trasmettendo, e con nostra sorpresa era così (dovevano aver cambiato l’orario di trasmissione).

Lo Scantinato di Mr. Bear – episodio 23: io ed il mio amico trovammo questa puntata molto divertente, soprattutto perché vennero dette delle parolacce. Ad ogni modo, quando ora ripenso a quell’episodio, realizzo che era davvero successo qualcosa di brutto quando era stato filmato. Iniziava con un’inquadratura verticale di Mr. Bear che saliva le scale che conducevano alla porta dello scantinato. Lo schermo si oscurò per circa un secondo, per poi riaccendersi con una dissolvenza, di nuovo in verticale, inquadrando frontalmente Mr. Bear. C’era anche un altro bambino che parlava con lui, che sembrava avere undici o dodici anni.

I due chiacchierarono per un po’ ma non riuscii a sentire quello che si dicevano (di nuovo a causa della videocamera scadente), fino a quando il bambino non iniziò ad alzare la voce. Diceva che era tardi e che sua sorella doveva tornare a casa, e si potevano anche sentire altre voci in sottofondo. Ricordo che allora Mr. Bear disse chiaramente “Vattene a fanculo, non sei stato invitato” con una voce profonda smorzata dalla maschera da orso. Ricordo anche che io ed il mio amico, udita la parolaccia proibita che iniziava con la “c”, ci guardammo l’un l’altro e scoppiammo a ridere, ma poi l’episodio iniziò a diventare più strano. Il bambino si mise a salire le scale, prima di girarsi e dire che sarebbe andato a chiamare la polizia. Mr. Bear corse allora verso il bambino, che iniziò ad urlare e a correre. La scena venne poi tagliata, e l’episodio finì così. Il canale cominciò poco dopo a trasmettere le scariche statiche.

Booby – episodio 42, “Giocando con le forbici”: era un pomeriggio piovoso, e mi stavo annoiando, quindi decisi di guardare il canale 21. Quando misi su Caledon stava appena finendo un programma che riguardava un bambino seduto su una poltrona, però non ricordo cosa stesse facendo. Per quanto riguarda l’episodio di Booby, ricordo che quando lo guardai per la prima volta pensai che fosse una puntata per ragazzi, perché si vedeva del sangue e le scene erano disgustose. Quando la polizia mi disse tutto, seppi a chi apparteneva quel sangue. L’episodio mostrava Booby ed un’altra mano con un nastro intorno al dito mignolo (la fidanzata di Booby). Booby aveva delle forbici, e saltellava avanti e indietro, mentre la sua fidanzata gli gironzolava lentamente intorno senza meta.

Un’altra mano entrò poi in scena, però era più piccola e veniva strattonata violentemente di qua e di là, come se qualcuno da sotto al tavolo la stesse muovendo forzatamente (più tardi scoprii che era proprio così). “Le forbici sono molto pericolose bambini, quindi maneggiatele con cautela” disse Booby rivolto alla videocamera. Mi accorsi che riuscivo a sentire degli urli soffocati, ma non riuscivo a capire da dove provenissero, a causa della cattiva qualità dell’audio.

La fidanzata di Booby afferrò la mano più piccola che continuava a dimenarsi, e Booby le si avvicinò con le forbici. Iniziò con il pollice, aprì le forbici e le richiuse intorno al dito, tagliandone la carne. Il sangue iniziò a colare, e gli urli soffocati divennero più forti. Il bambino di 5 anni che ero allora era profondamente disgustato. Ricordo di aver pensato che forse Booby era uno show fatto per ragazzi o comunque qualcuno più grande di me. Mentre facevo queste considerazioni, Booby stringeva sempre più la presa sulle forbici. Le lame arrivarono all’osso, e si udì un orribile scricchiolio. Fu allora che spensi la televisione. Non ne parlai mai con mio padre, perché avevo paura mi vietasse di guardare la TV.

 

Agosto 1999

Dopo quell’episodio di Booby non volli guardare Caledon 21 per un po’. Durante il mese di agosto, però, crebbe in me la curiosità di vedere altri episodi de Lo Scantinato di Mr. Bear per qualche ragione. L’ultimo episodio di Mr. Bear che avevo visto era strano, e in esso venivano dette delle parolacce, cosa che mi aveva anche fatto pensare che quel programma fosse pensato per ragazzi. Tuttavia, decisi di guardare Caledon 21 mentre mio padre era occupato.

Lo Scantinato di Mr. Bear – episodio 28: apparentemente, questo episodio di Mr. Bear venne mandato in onda per l’intero mese di Agosto. È stato studiato molto dalla polizia. All’inizio dell’episodio, Mr. Bear era seduto su di una sedia e parlava ai telespettatori. Diceva: “Ciao bambini! Volete visitare il mio scantinato? Per farlo, scrivetemi una lettera a questo indirizzo!”. Appariva poi una schermata bianca con una scritta in sovrimpressione fatta di lettere di colore diverso l’una dall’altra, che rimaneva fino alla fine dell’episodio.

La scritta era un indirizzo. E indovinate cosa feci? Mandai una lettera a Mr. Bear, o a quel bastardo malato che lo impersonava. Lo feci più che altro per curiosità, e mio padre fu d’accordo perché pensava che Mr. Bear fosse un innocuo programma per bambini, anche perché non aveva mai visto niente di quello che veniva mandato in onda su Caledon 21. Scrissi quindi una letterina con la migliore calligrafia di cui ero capace. Ricordo di scritto soltanto di quanto desideravo incontrare Mr. Bear, e ricordo di aver chiesto se anche Booby viveva nello stesso scantinato. Mio padre la spedì all’indirizzo di cui aveva parlato Mr. Bear nell’episodio (che per qualche ragione era stato mandato in onda per tutta la giornata).

Passò circa una settimana prima che ottenessimo una risposta, e ne rimasi sorpreso. Conservo ancora quella lettera, che ricevetti il 15 agosto 1999. Questo è quanto vi era scritto:

Caro Elliot,

ti ringrazio davvero tanto per la tua lettera, mi piacerebbe tantissimo riceverti nella mia cantina! Qui giochiamo, guardiamo film e andiamo a campeggio nel bosco!

E sì, anche Booby vive qui, lui è un mio buon amico!

Puoi raggiungermi al (la polizia ha tagliato l’indirizzo) a Caledon, Ontario, CA.

Non vedo l’ora di divertirmi insieme a te!

Con affetto, Mr. Bear

Non riesco a credere che mio padre non abbia mai trovato losca l’intera storia, perché mi portò davvero a quell’indirizzo. E fu allora che venne coinvolta la polizia, e iniziarono quelle domande senza fine, e quelle immagini di bambini terrificati, ed il bosco…

Pensare a tutto ciò mi riporta a una domanda, “perché sto scrivendo questo blog?”. Ebbene, quello psicopatico ed i suoi amici fecero cose terribili in quella casa, e ora sembra che stia cercando di rimettersi in contatto con me; il caso è stato riaperto dalla polizia. Tutto questo mi ha riportato al 1999, sono passati dieci anni, eppure sta accadendo di nuovo.

 

[Aggiornamento] 21/09/11

Avete continuato a scrivermi chiedendomi cosa accadde esattamente nel 1999; andrò subito al dunque. Lo scopo di quegli strani programmi era di attirare i bambini alla casa di Mr. Bear, e quello che fece scandalizzò l’intera città.

Mio padre mi portò davvero a Caledon seguendo le indicazioni sulla lettera. La casa era in periferia, in aperta campagna. La ricordo ancora. Sembrava una vecchia fattoria del ‘900. Le finestre erano tutte sbarrate e la casa era in rovina. Mentre ci avvicinavamo, ricordo che mio padre continuava a controllare l’indirizzo, guardando incredulo l’edificio. Poi la porta si aprì.

Mi aspettavo ci fosse Mr. Bear, ma rimasi sorpreso di vedere un poliziotto spuntare dalla porta cigolante. L’agente iniziò a parlare con mio padre e io chiesi subito se ci fosse Mr. Bear nella casa. Il poliziotto fece una leggera smorfia e mormorò “Oddio” o qualcosa del genere, poi iniziò a parlare piano con mio padre, così che io non potessi sentire, ma mio padre mi disse comunque di andare in macchina. Poi tornammo a casa.

Mio padre stette in silenzio per tutto il viaggio. Sentivo che era successo qualcosa di strano. Mio padre non mi disse niente per un po’, e ad ogni modo io non ci pensai più. Canale 21 non fu più trasmesso, e quando cercai di parlarne con mio padre ne negò l’esistenza. Credo di aver avuto 13 anni quando scoprii la verità.

Mi ricordai di Canale 21 un giorno e chiesi informazioni a mio padre. Immagino decise di dirmi la verità, finalmente. Caledon Local 21 era un programma TV locale che andò in onda dall’ottobre del 1997 all’agosto 1999 nella provincia dell’Ontario. L’intera programmazione veniva girata in una casa a Caledon (quella che visitai) e diretta da un uomo che non conosceva nessuno in città. Il canale era visibile solo dai televisori più vecchi, perché il segnale era captato solo dalle vecchie antenne (a frequenza minore). Quell’uomo creò tutti i programmi del canale, che erano diretti ai bambini. Booby era la sua mano, Mr. Bear era lui e sempre lui era il misterioso cameraman e la ragione per cui creò il canale era peggiore di quanto pensai inizialmente. Come avrete già capito, rapiva i bambini e li teneva nel suo scantinato. Ma mentre la maggior parte delle persone pensava che fosse un pedofilo, in realtà voleva usare i bambini per un altro scopo. L’uomo era fuggito la notte prima del giorno in cui arrivai, la notte prima che la polizia iniziasse ad investigare. Non ero l’unico a guardare quel canale.

 

[Aggiornamento] 09/11/11

Vi chiedo scusa per non aver risposto alle vostre domande per tanto tempo, non ho controllato la mia casella di posta elettronica per un po’. Ad ogni modo, lasciate che faccia finalmente chiarezza su quello che so. Tornando indietro ad ottobre, volevo informarvi del fatto che ho visitato la casa che era precedentemente di proprietà dell’uomo che gestiva Caledon 21. Ora ci vivono due donne, che hanno messo su un asilo nido nella struttura… l’ironia della sorte. Ora risponderò alle domande che mi avete inviato tramite email.

D: Conosci altre persone che guardavano Caledon 21 Local?

R: Posso dire che altre persone lo guardavano sicuramente, compresi quei bambini che si vedevano nello show di Mr. Bear. Dopo aver fatto alcune ricerche su Google, ho trovato sul forum Neoseeker delle discussioni nelle quali alcune persone parlavano degli show di Caledon 21 Local. Discutevano di show per bambini che avevo visto anche io, ma anche di altri programmi che non avevo mai guardato. Un utente che si chiamava iamreallife sembrava conoscere ogni show che era stato mandato in onda su Caledon 21 Local. Eccone due che non avevo mai sentito prima:

L’Angelo Caduto e la Vita: iamreallife lo descriveva come un programma abbastanza noioso in cui un ragazzo divagava di fronte alla telecamera su come dobbiamo compiacere Satana e placarlo prima che sia troppo tardi.

Dipingere con l’Anima: iamreallife ed un altro utente di nome sigy92 ne parlavano descrivendolo come uno show simile al film “Il mistero della strega di Blair”, perché in esso venivano mostrate delle riprese fatte da un cameraman che gironzolava per una foresta di notte, senza fare nulla di particolarmente interessante.

Cercherò di nuovo quella discussione e vedrò se riesco a linkarvela.

D: Dov’è Mr. Bear, o il ragazzo che indossava il suo costume?

R: Se lo avessi saputo, lo avrei scritto prima. Non ne ho idea, non so se è vivo o morto (spero la seconda delle due). La prossima volta che incontrerò l’amico di mio padre glielo domanderò, magari otterrò una risposta più precisa.

D: Cosa ha fatto Mr. Bear a quei bambini?

R: Questa è decisamente la domanda che mi è stata fatta più volte. La risposta a questa domanda l’ho avuta in ottobre, tramite un amico di mio padre che è un ufficiale della polizia di Caledon in pensione. Apparentemente, l’uomo che impersonava Mr. Bear portava i bambini fuori dalla casa, nella foresta lì vicino. La polizia non sa esattamente cosa gli fece lì, ma sono stati ritrovati 16 corpi carbonizzati di bambini di un età compresa tra i 4 ed i 13 anni in un fosso largo e lungo 15 piedi nel profondo della foresta. L’amico di mio padre non è voluto scendere nei dettagli, ma lo vedrò il prossimo martedì, e proverò a estorcergli più informazioni.

Questo è tutto quello che so, per ora. Grazie per l’interesse che dimostrate di avere per il mio blog, cercherò di raccogliere più informazioni possibili per il prossimo post. In realtà, sono sempre stato piuttosto interessato anch’io a questa vicenda. Dovrebbe essere un mio diritto sapere cosa diavolo è successo in quella foresta.

 

[Aggiornamento] 01/02/12

Mi dispiace non aver postato nulla per un po’, ma ho praticamente smesso di interessarmi al blog da quando sono arrivato ad un punto morto nella ricerca di informazioni circa l’identità del proprietario di Caledon Local 21.

Comunque, qualche settimana fa, un miracolo! Inaspettatamente, sono riuscito a trovare delle risposte dal padre di un bambino a cui facevo da babysitter. Vive dall’altra parte della strada dove abito, e facevo da babysitter ai suoi figli quando erano più piccoli; è disoccupato. Viveva nei boschi fuori Caledon ed ha assistito alle attività del proprietario del canale. Si chiama Anthony Pollo.

Quando viveva nel suo piccolo bungalow fuori dai boschi, ci si avventurava spesso per farsi una canna o due prima di ritornare al suo lavoro (era un artigiano). Mi ha detto che gli capitava di sentire voci di bambini dal profondo del bosco oltre ad una luce distante. Mi ha detto che questi eventi iniziarono nel tardo 1997 (nota: è più o meno quando Caledon Local 21 iniziò a trasmettere). A quanto pare, si seccò di questi avvenimenti ed andò ad investigare.

Poi mi ha descritto tutta la scena che si trovò di fronte. C’era un gruppo di bambini (da 13 a 17 fanciulli) dai 5 ai 12 anni raccolti intorno ad un grande focolare. Con loro c’era un solo adulto. Pollo si avvicinò per parlargli (notando il suo aspetto trasandato, da drogato, e il suo continuo contorcersi) e gli chiese cosa stesse facendo nella foresta con i bambini. L’uomo disse che erano in campeggio, cosa che facevano spesso. Pollo, non sospettando nulla (Caledon ha uno dei tassi di criminalità più bassi del Canada) se ne andò, dicendogli solamente di non fare troppo chiasso. Si è fermato un attimo e poi mi ha detto che non furono più silenziosi, anzi qualche volta ha sentito i bambini cantilenare ad alta voce in una lingua che non conosceva. Non si è preso la briga di parlare di nuovo con l’uomo, dato che si sarebbe trasferito di lì a poco.

Gli ho detto che quell’uomo era probabilmente il proprietario di Caledon Local 21, ma secondo lui non era così, dato che aveva sentito da molti altri abitanti della zona che stava per trasferirsi a Pickering. Quindi, ecco cosa so ora:

  • l’uomo portava spesso i bambini nel bosco “in campeggio”;
  • il focolare che mi ha descritto Pollo potrebbe essere la fossa in cui sono stati trovati i corpi dei bambini;
  • i bambini visti da Pollo sono probabilmente quelli trovati morti;
  • l’uomo si è trasferito in una città chiamata Pickering (una piccola cittadina a Est di Toronto).

Ne parlerò con l’amico di mio padre (l’ex poliziotto) per vedere se tutto questo corrisponde con ciò che la polizia sa a proposito dell’uomo. Voglio anche vedere se sa altro su ciò che veniva trasmesso su Caledon Local 21.

 

[Aggiornamento] 20/03/12

Buone notizie, ragazzi. Ho parlato con l’amico di mio padre, e lui mi ha rivelato un sacco di informazioni. Per prima cosa gli ho chiesto se la polizia avesse mai scoperto qualcosa sull’uomo che gestiva Caledon 21 Local, e lui mi ha detto che hanno seguito gli stessi indizi per anni, e non hanno mai trovato un sospettato. Ad ogni modo, la polizia regionale del Peel possiede alcuni dei nastri magnetici ritrovati nella casa da cui Caledon 21 Local veniva mandato in onda, e mi ha portato alla stazione per mostrarmene alcuni. Credo di non aver ancora detto molto al riguardo dell’amico di mio padre, si chiama Mitchell Wilson ed è un uomo simpatico, che sembra comprendere la mia sete di informazioni su quello che accadde in quella casa nei tardi anni ’90. Lui pensa che mio padre abbia sbagliato a non parlarmene per così tanto tempo.

Mi ha portato alla stazione di polizia sulla Davis Road (per chi non lo sapesse è la più grande stazione di polizia di Caledon, e una delle più grandi nell’intera regione del Peel). Ogni stazione della regione possiede alcuni nastri magnetici, quella sulla Davis ne ha tre. Li ho guardati tutti e tre. Per ovvie ragioni, non mi è stato consentito di portare a casa mia nessuno dei tre nastri.

Booby – episodio 2, “Gli amici sono come fiori”: questo è uno dei primi episodi di Booby. La qualità del video era peggiore del solito (forse venne girato con una videocamera ancora più vecchia), ma l’episodio era stato girato nel solito posto in cui erano ambientati anche gli altri episodi di Booby. L’ho riconosciuto all’istante. La puntata iniziava con Booby che ondeggiava avanti e indietro davanti alla telecamera. Dopo pochi secondi entrava in scena anche un’altra mano, molto più piccola, che sembrava appartenere ad un bambino.

La mano più piccola iniziava subito a saltellare con entusiasmo, prima di raggiungere Booby e unire le sue dita insieme per “baciarlo”. Dopo pochi secondi Booby afferrava la mano più piccola e la stringeva forte. Continuava a stringerla per almeno dieci minuti, poi la videocamera faceva una panoramica e le due mani uscivano di scena. La panoramica continuava fino a quando la videocamera non inquadrava una margherita appassita. La videocamera zoomava sul fiore, e quando si fermava si riusciva a udire una voce di bambina fuoricampo, che diceva “Gli amici sono come fiori nel giardino della vita”. L’episodio finiva così.

Dipingere con l’Anima – episodio 10, “Spazzatura gettata via”: Dipingere con l’Anima era uno degli show di cui parlavano iamreallife e sigy92 su Neoseeker. L’ho detto alla polizia, e loro mi hanno detto che 12 episodi di questo programma vennero mandati in onda su Caledon 21 tra il 5 dicembre 1997 e l’8 gennaio 1998.

Esattamente come iamreallife e sigy92 lo avevano descritto, l’episodio si apriva con le scene riprese da un cameraman che girovagava in una foresta. Sembrava che le riprese fossero state fatte di sera, perché pareva che il sole stesse tramontando. Il cameraman camminava lungo un sentiero fino a raggiungere una zona in cui c’era un sacco di immondizia buttata tra le foglie.

La camera riprendeva cartacce, bottiglie, sacchetti e scatole, stando attenta a soffermarsi su ognuno di questi rifiuti per almeno due secondi. Si fermava poi in un punto, mentre una voce fuori campo iniziava a parlare. Ricordo che era una voce molto timida e tranquilla, e credo di averla sentita in qualche altro programma di Caledon 21 Local. Riuscivo a malapena ad udire ciò che stava dicendo, ma comprendevo che stava principalmente parlando di quanto gli umani siano pattume, e di qualcos’altro che aveva a che fare con l’ottenere la salvezza eliminando l’immondizia (noi). So che in fin dei conti suonava molto stupido, ma udire quelle parole mi fece provare comunque una sensazione di terrore… voglio dire, quella foresta era probabilmente il posto in cui erano stati ritrovati i corpi, no?

Lo Scantinato di Mr. Bear – episodio 25: quando l’ufficiale di polizia è entrato nella stanza con il nastro di questo episodio, mi sono lasciato scappare un “Oh merda” e ho ridacchiato a voce un po’ troppo alta. Ovviamente ho avuto addosso gli sguardi dei presenti, ma Wilson ha parlato loro della mia piccola esperienza con Mr. Bear, e di come ancora conservo quella lettera che mi ha mandato. Come negli episodi precedenti in questo episodio il protagonista era un uomo che indossava un costume da orso mascotte.

L’episodio iniziava con Mr. Bear che camminava saltellando verso il tavolo con la tovaglia rossa, mentre teneva una bottiglia di succo d’arancia tra le mani (o zampe?). Sul tavolo erano disposti sedici bicchierini e una bottiglia più piccola contenente un liquido misterioso. Mr. Bear versava una quantità uguale di succo d’arancia in ogni bicchierino, all’interno dei quali faceva poi cadere, dopo aver aperto la bottiglietta più piccola, una goccia del liquido non identificato. Mr. Bear usciva poi dalla visuale della videocamera, si udivano alcuni rumori ovattati come quello di passi strascinati e poi l’uomo riemergeva da dietro la posizione della videocamera.

Era seguito da 16 bambini, alcuni sembravano avere un’età sui 4 anni, mentre altri sembravano essere praticamente adolescenti. Quando tutti i bambini erano entrati nel campo visivo della videocamera, l’ufficiale della polizia ha commentato che questo è l’unico episodio in cui vengono mostrate tutte e 16 le vittime.

I bambini sembravano tutti più o meno contenti, tranne uno, che aveva lividi visibili sul volto e, diversamente dagli altri bambini, sembrava avere un’espressione più impaurita. Sembrava di 11 o 12 anni, e questo dettaglio mi ha permesso di riconoscerlo. Era quel bambino che aveva chiesto di sua sorella e dopo era andato incontro ad un destino sconosciuto alla fine dell’episodio 23, quello che avevo guardato durante il mese di luglio del 1999.

Quando l’ho detto all’ufficiale lui ha confermato la mia ipotesi, e mi ha detto che quel bambino è stato presente anche nell’episodio 24, che è stato mandato in onda solo alle 15:00 sempre durante luglio del ’99, del quale la polizia non ha ancora ritrovato la registrazione su nastro magnetico. Mr. Bear iniziava poi a cantare una canzone che parlava degli agrumi e di quanto ci fa bene la vitamina C (riuscivo a fatica a comprendere il testo perché i suoni erano attutiti dalla maschera da orso) . Ogni bambino beveva poi il succo di frutta dal proprio bicchiere (il bambino dell’episodio 23 in maniera più riluttante), e la puntata finiva.

Dopo aver visto le registrazioni sui nastri magnetici in possesso della stazione di polizia sulla Davis, sono soddisfatto, ma solo per ora. La polizia continua a raccontarmi le stesse stronzate sul creatore di Caledon 21, mi ripetono che era un pedofilo feticista e apparentemente anche un seguace di una setta religiosa, ma io voglio ancora sapere la verità sull’intera storia. Adesso uscirò dal blog, e per prima cosa mi dedicherò all’università per un po’, poi cercherò di ottenere informazioni. Spero di poter tornare a scrivere il prima possibile.

 

[Aggiornamento] 12/05/12

Il 17 aprile ho finalmente preso la mia patente G2 (nell’Ontario, ti permette ti guidare un’auto da solo e con passeggeri dopo sei mesi). Chiaramente ne ho subito approfittato e sono andato a Caledon per una “gita domenicale”. Dal momento che è da tempo che non scrivo un aggiornamento, ho pensato di poter visitare la casa dove veniva girato il famigerato programma della mia infanzia. La casa aveva un aspetto differente dall’ultima volta che l’ho vista ad ottobre. L’edificio non veniva più usato come asilo nido ed era abbandonato. Comunque, c’era un cartello “Vendesi”, a dimostrazione del fatto che appartiene ancora a qualcuno, sebbene voglia disfarsene.

La casa abbandonata mi riportò alla mente dei ricordi sfocati, principalmente di quel giorno in cui mio padre mi portò a visitare Mr. Bear. Mi assalì un certo timore: cosa succedeva ai bambini mentre stavano in quella casa? Ho salito le scale della porta principale e ho sbirciato dalla finestra. Dentro si vedeva un corridoio quasi vuoto con qualche scatolone in fondo.

Alla fine del corridoio, sulla destra, c’era una porta che probabilmente conduceva alla cucina. Sulla sinistra c’erano due porte, che conducevano entrambe a delle stanze visibili dalle finestre esterne. Mi chiedevo dove fosse l’entrata della cantina e se fosse stata sigillata. Sono andato sul retro della casa e ho avuto la risposta: due porte di legno per terra ad un angolo quasi piatto erano sigillate con un lucchetto; probabilmente portavano alla cantina. Non volendo gironzolare lì intorno (non potete immaginare cosa mi passava per la testa in quei momenti) mi sono allontanato.

Dietro la casa il campo vuoto continuava finché non raggiungeva una fitta foresta che delimitava l’orizzonte. Mi chiedevo se quella fosse la foresta dove vennero ritrovati i corpi dei bambini. Mi sono detto “Fanculo” e mi sono incamminato verso la foresta. Il bosco era stranamente silenzioso, salvo il rumore regolare di qualche picchio che forava un albero in lontananza. Ho proseguito con prudenza, avventurandomi nel profondo della foresta, non dando molta importanza al fatto che non avessi idea di dove stessi andando. Non so come spiegarlo, ma sentivo che c’era qualcosa che dovevo trovare. Arrivai in una zona meno fitta e c’erano delle piccole case in lontananza. Mi passò per la mente la casa di Pollo e mi chiesi se una di quelle era la sua. Mi avvicinai ad una radura in cui vidi tre ceppi adeguatamente dimensionati intorno ad un’area scura, bruciacchiata (evidentemente era stato acceso un piccolo fuoco in quel punto).

“HEY! FUORI DAI COGLIONI DAL NOSTRO FORTE!”

Quelle parole mi fecero quasi venire un infarto. Mi girai alla mia sinistra e c’erano due persone vestite di nero che correvano verso di me. Inizialmente pensai di scappare via, ma quando si avvicinarono vidi che erano solo dei ragazzini, probabilmente di 13 o 14 anni, magari anche 12. Quando mi furono vicini, anche loro si resero conto della mia statura: io sono alto 1,86 m, mentre loro non erano più alti di 1,75 m (uno poteva anche essere di 1,70). “Abbiamo detto… levati dai coglioni” disse con convinzione il più grosso, che indossava una maglietta degli Spliknot. Mi piantai a terra e feci spallucce. Il più piccolo, che indossava una maglietta dei Metallica prese e mi puntò contro un balisong. “No, non vuoi farlo davvero.” dissi con una voce profonda, seria (cercando di sembrare più duro possibile) e presi il mio cellulare.

I due ragazzi si ritirarono e quello con la maglia dei Metallica mise via il coltello. “Senti amico, non ci piace avere gente nel nostro forte, non puoi andartene e basta?” disse quello con la maglia degli Slipknot, ovviamente intimidito. Non avevo nulla da fare nella foresta, quindi mi limitai ad un semplice “Va bene” e mi girai, prima di realizzare di avere una grande opportunità. “Qualcuno di voi ha mai sentito parlare di un tizio che uccise un gruppetto di ragazzi in questi boschi circa… 13 anni fa?” ho chiesto loro. I due si guardarono confusi, poi quello con la maglia dei Metallica rispose “Sì… TUTTI conoscono quel tizio” mi rispose, parlandomi come se fossi stupido. Il ragazzo con la maglia degli Slipknot continuò “Vive ancora da queste parti, nel canale fognario… un amico di mio fratello maggiore dice di averlo visto in un costume da orso gironzolare per la foresta di notte”.

Il mio istinto mi disse che probabilmente era una bugia, e sebben il proprietario di Caledon Local 21 era sparito da tempo, continuava ad esistere nelle tradizioni di questa isolata comunità. Ma come umano, il pensiero dell’ignoto mi attirò. “E dov’è il canale fognario?” chiesi (solo per curiosità, non credetti realmente alla storia del bambino). Il ragazzo con la maglia dei Metallica mi ha fissato per un momento, guardandomi tanto infastidito quanto incuriosito. “Non sei di queste parti, vero? Perché sei venuto qui?”, chiese. Ammetto che quella domanda mi prese un po’ alla sprovvista, ma comunque pensai che avrei anche potuto spiegare perché ero lì, per evitare che fraintendessero le mie intenzioni. Raccontai ai due bambini della mia esperienza con quell’uomo e con Caledon Local 21, e dissi loro che ero venuto a cercare una fine a quella storia (nonostante non ne fossi proprio sicuro).

I ragazzi sembravano conoscere il canale televisivo, dato che si guardarono e sorrisero quando lo nominai. Diventarono anche più amichevoli e mi diedero un’accurata descrizione di come trovare il canale fognario. Dopo poco, ho deciso semplicemente di girarmi e di tornarmene a casa per la strada dalla quale ero venuto, lasciando i bambini nel loro forte. Ora vi starete chiedendo perché ho lasciato fuori tutti i dettagli su quello che mi hanno detto quei due ragazzi proprio ora, ma è semplicemente perché ho deciso di concludere il racconto di ciò che ho raccolto oggi.

Ecco ciò che i ragazzi mi hanno detto nei dettagli:

  • la caditoia è più avanti del forte dei bambini, nella stessa direzione in cui io stavo andando;
  • il tubo di scarico riversa l’acqua piovana in un piccolo fiume, e lì vicino c’è un parco giochi che la gente usa raramente;
  • l’uomo probabilmente vive nel grande tubo di scarico che riversa l’acqua piovana nel fiume, la gente lo ha visto, sebbene indossasse sempre una maschera o un costume intero da orso mascotte. Nota: non credo che questa storia sia vera, penso che sia invece un semplice mito inventato dai residenti di Caledon. La storia non sembra ad ogni modo plausibile: perché nessuno ha chiamato la polizia? Quell’uomo non è sembrato sospetto a nessuno? E ci sono anche altre domande come questa che rendono questa storia poco credibile;
  • potrei visitare la caditoia. Non perché credo a questa storia, ma semplicemente per avere una scusa per visitare Caledon di nuovo e non lasciar morire questo blog (senza più nastri magnetici da guardare, non so più di cosa parlare!).

Grazie per il continuo supporto che date a me ed al mio blog. So che molti di voi vogliono più informazioni su quello che è successo a Caledon nel 1999, e farò del mio meglio per continuare le ricerche ed aggiornare il topic. Qui Elliot, chiudo.

 

[Aggiornamento] 04/10/12

Wow, quasi 5 mesi dall’ultimo aggiornamento. Immagino che tutti pensino che io sia morto, vero? Fortunatamente non lo sono. Comunque, parlando seriamente, sono stato davvero impegnato gli scorsi mesi, ed un blog che parla di qualcosa che avrebbe potuto uccidermi da bambino è abbastanza in basso nella scala delle mie priorità. Attualmente vivo a Waterloo, Ontario, e frequento la facoltà di ingegneria informatica dell’Università di Waterloo (sì, sono un appassionato). Come potete immaginare, studiare ingegneria non è una passeggiata, e ovviamente ho quasi dimenticato questo blog. Ma come potete vedere, sono tornato.

Mi sono ricordato di visitare il canale fognario di cui mi avevano parlato i bambini di Caledon. Era in una radura tra le zone boscose, vicino ad una palude. Sfortunatamente, non ho trovato assolutamente nulla; ad eccezione di una tartaruga che si è ritirata nella sua casa incorporata quando mi ha visto. Ho scattato qualche foto e le ho anche postate. Inoltre, lasciate che vi dica che NON era un canale fognario come avevano detto i bambini

Quello che visto era un semplice tubo, probabilmente per incanalare l’acqua in entrata alla palude. Quando sono tornato da Caledon, comunque, ho solo continuato a rimandare di uppare tutto finché mi sono completamente dimenticato del blog. Non mi sembrava semplicemente più importante (perdonatemi vi prego) finché, recentemente, non mi sono interessato al mio caso di nuovo. Il 10 settembre ho ricevuto un’email da questo indirizzo: [email protected]

Divertente, vero? Beh, questo è solo l’inizio. Vi copio e incollo qui l’email che questo tizio mi ha inviato:

Caro Elliot,

Mio caro, caro ragazzo,

mi sei mancato davvero tanto, oh quanto sei cresciuto! I tuoi occhi scintillanti sono rimasti gli stessi però, quegli occhi in cerca di avventura, oh, immaginarli porta calore al mio vecchio cuore di orso. Quel giorno che sei venuto a farmi visita ero così felice che ero uscito a raccogliere fragole. Mi aveva detto che saresti venuto a trovarmi! Oh sì, me lo aveva detto, che saresti venuto a trovarmi!

E presto, presto non sarai più solo! Mi dispiace davvero tanto non averti potuto salutare quando sei venuto, non una, ma due volte! Non preoccuparti comunque, presto potrai finalmente venire a giocare con gli altri bambini. Cercherò di rendere la mia cantina ancora più accogliente!

100 abbracci pelosi,

Mr. Bear

Ora c’è da dire che ovviamente questa mail è finta, ma mi piacerebbe ringraziare chiunque me l’abbia inviata. Il solo leggerla mi ha fatto venire i brividi, ma grazie a lei sono nuovamente pieno di un grande interesse per questa vicenda e per questo blog. Trovo divertente continuare a cercare di risolvere i misteri sui quali mi sono sempre interrogato. Ho parlato al mio compagno di stanza di questa storia e lui ha pensato che la mail fosse vera, e mi è sembrato più spaventato di quanto lo sia stato io per un secondo. Ma poi io ho cercato di minimizzare, e lui si è calmato. Voglio dire, quante possibilità ci sono che quella mail sia stata inviata veramente da Mr. Bear? Come avrebbe fatto quel pazzo a sapere che sono andato a Caledon quella volta? E ancora, come avrebbe fatto a conoscere il mio indirizzo email e sapere che sono ancora interessato alla sua cantina? Ah.

Risponderò a “returntheb”. Wow, anche solo guardando il mittente potete dire che qualcuno aveva intenzione di farmi dare di matto. Non ha funzionato, però, a te che hai mandato quella mail, chiunque tu sia, grazie per aver scatenato nuovamente il mio interesse per questa vicenda. Forse posso sapere di più riguardo quello che è successo a Mr. Bear, o almeno lo spero, perché anche se non credo che quella lettera me l’abbia inviata davvero lui, una parte di me è ancora in ansia per questa storia. Grazie a tutti voi che continuate a seguirmi e siete diventati così avidi di informazioni, è anche per voi che ho deciso di continuare a indagare!

Grazie ragazzi.

 

[Aggiornamento] 09/11/13

Wow, non riesco a credere che questo blog non sia stato ancora cancellato, non ho postato nulla per molto tempo. Ho le mie ragioni, preferisco non parlarne ancora, è stato un anno abbastanza… traumatico per me. Alcuni di voi avevano ragione, non avrei dovuto tornare indietro e provare a svelare i misteri della mia infanzia, ma non sono riuscito a resistere. Sono passati più di dodici mesi dal mio ultimo post e sono successe un sacco di cose. Ricapitoliamo il punto a cui sono arrivato per quanto riguarda l’intera faccenda dell'”incidente di Mr. Bear”.

  • [email protected] non è più in uso, ho provato a mandare una mail a questo indirizzo ma non ho ricevuto risposta. Ho provato a mandarne un’altra a marzo, ma ancora niente;
  • mi sono trasferito a Ottawa (capitale del Canada, per chi non la conoscesse) per l’università, quindi non sono più andato a Caledon e non sono mai tornato a casa nella regione del Peel fino ad ora, per motivi che potete immaginare;
  • ho dovuto farmi un nuovo indirizzo di posta elettronica perché la gente continuava a prendermi in giro mandandomi messaggi nei quali si fingeva Mr. Bear. Grazie (di niente) ragazzi;
  • perché sono tornato su questo blog? Mitchell Wilson (ricordate? l’ex poliziotto amico di mio padre) mi ha chiamato il 23 ottobre per parlarmi di un nastro magnetico che è stato trovato in una succursale della biblioteca pubblica di Brampton. Brampton è la mia città natale, per chi ancora non lo sapesse. Sosteneva che non gli era permesso di discutere del contenuto del nastro perché era ancora sotto osservazione, ma mi ha chiesto di andare a dargli un’occhiata quando sarei tornato a casa. Questo nastro ha rimesso in moto gli ingranaggi del caso, perché tutti sappiamo cosa c’era nelle ultime registrazioni che ho visto. Posso solo immaginare cosa ci sia lì sopra, immagino che debba avere qualcosa a che fare con Caledon Local 21.

Immagino di essere tornato solo per dirvi che voglio mandare avanti questo blog e per ringraziare chi lo segue ancora. Non so quando tornerò, ma quando vedrò il nastro farò un post per parlarvi del suo contenuto. Non so cosa aspettarmi, ma l’idea di guardare quel nastro mi ha reso di nuovo interessato a questo mistero.

– Elliot

 

[Aggiormaneto] – 16/01/14

È stato un lungo anno per me. L’università mi ha fatto passare le solite notti insonni, specialmente da quando mi sono trasferito ad Ottawa che è IL posto migliore per fare festa (sarcasmo). Ma ora sono tornato a casa con mio padre, a Brampton, la città in cui sono cresciuto. Sono tornato a casa il 18 dicembre e sono stato a festeggiare con amici e parenti, o almeno è quello che avrei voluto fare. Quest’anno non sento quell’allegria che avevo di solito in questo periodo del mese.

Per rispondere alle centinaia di email e commenti che ho ricevuto – sì, ho visto quei filmati che l’amico di mio padre (Mitchell Wilson) aveva promesso di mostrarmi. Questi filmati sono come una maledizione, comunque; voglio saperne di più, ma allo stesso tempo voglio dimenticarmi di tutto. Non ho potuto farci nulla, avevo BISOGNO di vedere quei filmati. Non solo per me stesso, ma per tutti voi che siete interessati quanto me a quel misterioso uomo col costume da orso. Comunque, dopo aver visto quei filmati sento di nuovo quel profondo terrore dentro di me, scatenato dal fatto che io sarei potuto essere uno di quei bambini nei filmati, che ora sono morti. Se non avete saltato questo paragrafo per arrivare subito alla parte più succulenta, grazie per essere stati a sentire il mio sfogo.

Venerdì, mercoledì 1° gennaio ho chiamato Mitchell Wilson e gli ho chiesto quando sarei potuto andare da lui a vedere i filmati. Il clima era piuttosto fiacco alla stazione di polizia a causa della nevicata, quindi mi ha detto che sarei potuto andare quando volevo. I filmati si trovavano in una filiale non molto lontana da casa mia. Quindi ho coraggiosamente affrontato le strade fangose e i terribili guidatori di Brampton e mi sono fatto strada fino alla stazione di polizia del Peel situata nel centro della città di Bramalea.

Ho incontrato Wilson alla reception e mi ha portato al secondo piano, in un piccolo ufficio. Mi ha detto di mettermi a sedere e aspettare mentre andava a prendere i nastri. Prima di uscire dall’ufficio, si è girato verso di me e ha detto “So che sei curioso, ma… sei sicuro di volerlo fare?”. Ovviamente lo ero, o almeno così credevo. Inoltre, l’amico di Wilson si è dato molto da fare per farmi venire qui e non volevo sprecare l’occasione. Questa stazione in particolare aveva quattro nastri tra le mani. Ad ogni modo, mi era permesso di guardarne solo tre, perché pare che il quarto nastro fosse troppo danneggiato per girare su un videoregistratore.

Dipingere con l’Anima – episodio 3, “Come spolverare una stanza”: mi ero quasi dimenticato di questo programma, non l’ho mai visto in TV ma avevo guardato un episodio alla stazione di polizia di Caledon. La puntata si apriva con la telecamera che faceva una panoramica di una piccola stanza vuota. C’era una finestra sul muro di fronte alla porte e fuori era buio. Il cameraman camminava verso la finestra rivelando una piccola radura prima di una oscura, fitta foresta a circa 15 piedi dalla finestra. Il cameraman faceva un giro con la telecamera finendo con l’inquadrare la porta e finalmente parlava; “O-oggi sto p-per m-m-mostrarvi come s-spolverare a-adeguatamente una s-stanza”. Ho riconosciuto la voce del cameraman, era la stessa dell’altro episodio: debole, timida, solo che balbettava chiaramente.

A quel punto le cose si sono fatte più strane. Il cameraman puntava la telecamera sui suoi piedi, mostrando un manico di scopa di metallo, e lo prendeva con la mano libera. La sua mano era quella di un uomo bianco, quindi è stato facile accorgermi del sangue fresco e luccicante che la ricopriva. L’uomo poi spiegava che per rendere la stanza pulita, bisognava fare sacrifici. E detto questo l’uomo iniziava a colpire il soffitto con il manico di scopa. Dopo poco c’era un grosso buco sul soffitto, che mostrava le assi di legno di cui era fatto il tetto. Il pavimento era adesso piuttosto in disordine, con pezzi di soffitto che lo ricoprivano formando uno strato di intonaco. L’uomo puntava poi la telecamera sul pavimento e cominciava a rompere i pezzi di intonaco più grossi con i piedi. Poi tornava alla porta e inquadrava con la telecamera il disastro che aveva creato. “E-e-e ora la stanza è… è…”; l’episodio terminava così, prima che potesse concludere la frase.

Wilson mi ha avvertito del fatto che i prossimi due filmati erano più disturbanti. Ho insistito per guardarli lo stesso, sebbene una voce nella mia testa mi dicesse che non avrei dovuto.

Booby, episodio 30 – “Figli della Luce”: si trattava di Booby, uno degli show che avevo guardato quando ero un bambino. Non avevo mai visto quell’episodio prima di allora, e vorrei che fosse ancora così. La puntata iniziava nello stesso modo in cui iniziava ogni altra di quello show che avevo visto. Un’unica mano di un adulto (Booby) si dondolava avanti e indietro. Dopo pochi secondi Booby si girava verso la videocamera e diceva “Le canzoni sono più belle se sono cantate dai bambini!”. Poi la mano usciva dal campo visivo della videocamera, infilandosi sotto al tavolo.

Dopo pochi secondi la scena veniva tagliata all’improvviso e appariva un’altra scena che era stata filmata all’esterno, con la videocamera puntata su un falò in una piccola fossa. Era notte e sembrava che il cameraman si trovasse in una piccola radura in una foresta, ma era difficile capirlo a causa della scarsa qualità del video. La videocamera zoomava sulla fiamma del falò, che ardeva abbastanza regolarmente. All’improvviso, una mano umana veniva spinta nel fuoco da un paio di mani adulte. Era piccola, sembrava quella di un bambino, e veniva trattenuta saldamente ferma in quella posizione dalle altre due. Il suono era assente per i primi secondi ma poi partiva una canzone, che ho riconosciuto essere una canzone della mia infanzia. L’avevo cantata in chiesa o a scuola (frequentavo una scuola elementare cattolica). Se non la conoscete, ecco il link di un suo video su YouTube: Figli della Luce.

Quella canzone è iniziata quando la mano è stata costretta nel fuoco. Ha continuato a suonare mentre la mano lottava per sfuggire alla presa delle altre due, ha continuato mentre la mano diventava color rosso barbabietola e la pelle iniziava a staccarsi, ha continuato mentre il fumo iniziava a risalire dall’arto. Devono esserci voluti solo pochi minuti alla mano per diventare completamente nera, salvo che per i pochi punti in cui si intravedevano le ossa bianche sotto la carne carbonizzata. Cazzo… quell’immagine è impressa nella mia mente. La mano si fermava, rimanendo inerte senza muoversi più. L’episodio poi aveva termine.

Lo Scantinato di Mr. Bear, episodio 30 – Mr. Bear non ha mai cessato di disturbarmi, specialmente dopo quello che era quasi successo quando ero piccolo. Questo episodio era stato girato fuori, in una foresta durante il crepuscolo, e questo rendeva più difficile capire cosa succedeva in esso, anche a causa della pessima qualità delle immagini (marchio di fabbrica di qualsiasi show su Caledon Local 21). L’episodio iniziava con la videocamera che veniva tenuta tra le “zampe” di Mr. Bear che la puntava su sé stesso.

Quella maschera da orso… sembrava più sinistra tra le ombre degli alberi. L’inconfondibile voce soffocata poi ha detto: “Ciao bambini! Oggi farò una cosa meravigliosa per i miei amici: li manderò in una terra lontana dove saranno certamente felici!”. Mr. Bear girava poi la videocamera per inquadrare un ATV con un rimorchio (come questo), ma la cosa che spiccava di più era ciò che c’era nel rimorchio: sette bambini immobili, sdraiati uno di fianco all’altro. “Q-questo è il primo carico, ma molti altri saranno in cammino presto!” ha detto Mr. Bear mentre si girava per puntare la videocamera su una larga tela incerata aperta sul terreno.

Mr. Bear afferrava poi un angolo della tela e la sollevava per mostrare un fossato profondo 12 piedi e largo forse 15. Per il resto dell’episodio, Mr. Bear prendeva ogni bambino e lo buttava nel fosso. Ho chiesto a Wilson se quei bambini fossero morti, e lui ha scosso la testa e mi ha risposto “Non ancora”. Presto tutti i bambini erano nella buca, alcuni in posizioni scomode a causa del modo in cui erano stati gettati lì dentro, ma ancora incoscienti. “La vitamina C aiuterà sicuramente questi bambini durante il loro viaggio!” ha detto Mr. Bear, per poi puntare la videocamera su alcune taniche di benzina accanto a un cespuglio. La videocamera puntava sulle taniche mentre Mr. Bear canticchiava a bocca chiusa, e l’episodio finiva.

Wilson mi ha detto che quelle erano 7 delle 16 vittime che erano state trovate completamente carbonizzate. La benzina è il combustibile che l’uomo che impersonava Mr. Bear ha usato per dare loro fuoco. Un fosso pieno di corpi di bambini che bruciano… chi cazzo farebbe una cosa del genere? Quella sensazione di terrore mi ha pervaso ancora una volta, quando mi sono reso conto del fatto che avrei potuto essere uno di quei bambini.

Wilson mi ha poi spiegato che in precedenza mi aveva mentito e che il nastro in possesso del ramo della polizia di Bramalea in realtà funzionava e mostrava il processo di combustione dei corpi, ma sentiva che non sarei stato in grado di gestire la natura “nuda e cruda” delle riprese. E sapete una cosa? Forse ha ragione. Io quell’episodio non voglio nemmeno vederlo. Sono soddisfatto per ora, ho solo bisogno di mettere insieme i miei pensieri. Il problema è che l’uomo che impersonava Mr. Bear e gestiva Caledon Local 21 è ancora là fuori.

Avrete presto maggiori informazioni.

-Elliot

 

INRI

Tanto tempo fa…

C’era un ragazzo di nome Elliot

Elliot era un ragazzo intelligente a cui piaceva giocare con gli amici

Un giorno lui guardò un adorabile show in televisione in cui c’erano un orso e i suoi piccoli amici

I bambini amavano aiutarsi l’un l’altro come tutti i bravi piccoli dovrebbero fare, ma amavano anche l’orso

L’orso amava i bambini visto che loro erano così bravi ad aiutare lui e l’angelo caduto

I bambini e l’orso volevano giocare insieme per sempre con l’aiuto del loro amico Booby

Ma l’angelo caduto aveva bisogno di più aiuto, e così i bambini dovettero fare l’ultimo sacrificio

Perché questo è ciò che fanno gli amici Elliot

Si aiutano l’un l’altro

Aiutaci Elliot, brucia con noi Elliot

Voglio te Elliot, lui vuole te Elliot

Torna nel mio scantinato

Mi raccomando, ti voglio con zucchero e glassa addosso!

Mr. B.

INRI

 

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Il mistero del faro delle Isole Flannan – Eilan More

Una luce strappa la notte ogni trenta secondi, poi di nuovo il nulla. La storia di oggi narra di uno dei più misteriosi racconti del mare, al pari di quello della Mary Celeste, che ha come sfondo un’isola abbandonata a sé stessa e della scomparsa dei tre uomini che hanno il compito di gestirne il faro: questa è la storia del mistero del faro delle Isole Flannan.

I fari ai giorni nostri, ma sopratutto in quelli addietro, sono sempre stati ammantati da un alone di affascinante solitudine. Non dobbiamo pensare a quelli di oggi, completamente automatizzati, che sono sì belli da vedere ma si riducono, non molto poeticamente, a poco più che cemento e circuiti. Per entrare appieno nella nostra storia dobbiamo invece volgere la fantasia a quelli di una volta, che rappresentavano l’unica luce nel buio dei marinai per sfuggire alle gelide mani della morte liquida che scorreva sotto di loro. Lo sa bene Dylan Dog, nell’albo 251 Il guardiano del faro, e ne comprende appieno l’essenza Booker DeWitt in Bioshock Infinite, il faro è molto di più di quello che sembra: è qualcosa di vivo, di cui aver rispetto e, sopratutto, timore.

 

 

Le Isole Flannan, conosciute anche come Seven Hunters (I Sette Cacciatori) o Na h-Eileanan Flannach in gaelico, sono un gruppo di sette isolotti al largo della costa scozzese, nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico. La loro storia inizia nel 1600, quando il Vescovo Flann decide dopo anni di predicazione di ritirarvisi in solitudine, con solo i gabbiani e le onde del mare a fargli compagnia, e si conclude una decina d’anni più tardi, quando l’uomo muore lasciando come unico segno del suo passaggio una modesta cappella. Negli anni che seguono nuove rotte commerciali navali spingono sempre più commercianti a tentare la sorte dell’oceano burrascoso delle Flannan, e molti marinai purtroppo trovano la morte tra i suoi scogli. Preoccupati del crescente numero di vittime del mare in tempesta, nel 1895 la Northern Lighthouse Board (Sovrintendenza Settentrionale dei Fari) decide di avviare la costruzione di un grande faro, poco distante dalla cappella di Flannan, sull’isolotto principale: Eilean Mor.

 

 

L’edificazione della struttura si rivela più complessa del previsto, e tra le enormi difficoltà dovute in larga parte alle condizioni meteorologiche, alla fine viene completata nel 1899. I faristi, scelti con meticolosa attenzione dalla Northern Lighthouses Board, devono essere di comprovata caratura morale, dai nervi saldi, in grado di adattarsi ad ogni situazione e che, ovviamente, sappiano sopportare a lungo la solitudine. Alla fine la scelta ricade su quattro uomini:

  • James Ducat, il capo guardiano, con un’esperienza ventennale come farista
  • Thomas Marshall, marinaio di lungo corso
  • Donald McArthur, farista occasionale, anche lui marinaio di grande esperienza
  • Joseph Moore, con un passato da guardiano di fari

La Northern Lighthouses Board impone una serie di regole molto ferree, data la natura delicata del lavoro, ma consente ai quattro guardiani di gestirsi con una certa autonomia: sull’isola, in ogni momento, devono necessariamente esserci almeno tre faristi, e gli uomini si accordano per turni di sei settimane a Eilean Mor e due di riposo sulla terraferma. Definiti gli accordi e rifornita la struttura, il 7 dicembre 1899 il faro delle Isole Flannan viene finalmente inaugurato, e la sua calda luce squarcia le tenebre dell’atollo scozzese.

Eravamo ormai soli, la nave era tornata in Scozia. Quella notte accendemmo la grande lampada per la prima volta.

Fu un’emozione indescrivibile! Qualcosa di invisibile sembrava legarci a quanti erano sul mare. Sapevamo bene cosa significhi per un marinaio vedere una luce amica, che indica la rotta sicura.

C’era qualcosa di strano nell’aria. Niente di terribile o spaventoso, per carità, solo uno strano silenzio in mezzo al fragore del mare, una pace che noi non riuscivamo a comprendere. – Joseph Moore racconta la sua prima notte al faro

La nave incaricata di rifornire la struttura è la Hesperus, che ogni 15 giorni circa sbarca all’unico approdo dell’isola portando con sé giornali, viveri, beni di prima necessità ed un turnista pronto a prendere il posto di uno dei faristi. Non sempre il mare è clemente, e così la nave è costretta a rimandare spesso il suo viaggio, ma gli uomini sull’isola sono stati temprati dall’acqua di centinaia di mari, e sopportano facilmente i lunghi giorni tutti uguali. Il tempo passa, e ci ritroviamo al 6 dicembre 1900, quando al faro giunge Ducat, pronto a prendere il posto di Moore. Questi si allontana sulla nave e saluta i suoi colleghi, che diventano un puntino nel blu, per poi scomparire nel nulla.

Non li rivedrà mai più.

 

 

La scoperta

La SS Archtor è un vascello a vapore inglese, guidato dall’esperto comandante Thomas John Holman, che transita in prossimità delle Isole Flannan il 15 dicembre 1900. La visibilità non è ottimale, ma più che del buio della notte, Holman è preoccupato per qualcosa che non c’é. La luce del faro. La sentinella dell’Archtor resta immobile a fissare il nulla, in attesa di due piccoli bagliori, ma attende invano; il faro è spento. Holman, giunto sulla terraferma due giorni dopo, comunica alla guardia costiera che la struttura di Ellian Mor non è in funzione, ma purtroppo per lui le autorità hanno altro a cui pensare: l’Archtor si è appena arenata sulla Carphie Rock, vicino Anstruther, Scozia, ed Holman deve rispondere dell’incidente davanti al giudice – per la cronaca, il capitano verrà ritenuto responsabile dell’accaduto per incuria, ma data la sua condotta precedente verrà soltanto ammonito verbalmente. La Northern Lighthouses Board non viene a conoscenza della segnalazione – o non vuole intervenire –  e la sorte del faro viene accantonata fino al prossimo viaggio della Hesperus, programmato per il 21 dicembre. Un vento forte ed una burrasca impietosa costringono la nave a rimandare di molto il viaggio d’approvvigionamento, che avviene finalmente solo il 26 dicembre, il giorno di Santo Stefano.

La Hesperus si avvicina al porticciolo, e sin da subito uno strano, brutto presentimento affiora lungo la schiena di Moore: solitamente i faristi sono molto impazienti di rivedere un loro compagno tornare, e facce nuove con cui scambiare almeno quattro chiacchiere prima di tornare alla monotonia del faro, ma quel giorno sulla banchina non c’è nessuno. Solo il vento che sibila tra gli scogli.

 

 

Il capitano Jim Harvie allora suona la sirena della nave, sperando in una risposta; forse i faristi non si sono accorti del vascello, e sono occupati nella manutenzione della struttura. Gli uomini dell’equipaggio restano con le orecchie aperte, corde di violino tese fino alla rottura, ma dall’isola non c’è risposta. Senza nessuno a raccogliere la cima dall’isola, l’attracco diviene particolarmente difficoltoso, ma in qualche modo alla fine la Hesperus riesce a gettare l’ancora.

Moore corre incontro al faro, che lo fissa silente come l’imponente simulacro di un dio oramai morto, e grida a squarciagola il nome dei suoi compagni.

Silenzio.

Apre in fretta il portone, scappa da una stanza all’altra, ma dei suoi amici non c’è traccia. Tutto è così familiare, al suo posto, immobile, e questo non fa altro che accrescere l’orrore. Solo una sedia è capovolta, come se chi ci fosse seduto sopra si fosse alzato all’improvviso e sia corso via. Negli armadietti mancano due impermeabili, mentre il terzo è ancora al suo posto (in base al protocollo i faristi devono sempre indossare gli impermeabili quando escono dalla struttura). Moore non sa cosa fare, si affaccia dalla balaustra della lampada per scrutare l’isola, ma non c’è anima viva. Raccoglie così il diario, che i quattro avevano deciso di compilare per registrare il loro lavoro e ritagliarsi un piccolo angolo di normalità in quell’ambiente così alieno, asettico, e non riesce a capacitarsi di quanto legge.

12 dicembre

Vento di tempesta da Nord-NordOvest. Mare in tempesta. Non ho mai visto nulla di simile. Onde altissime lambiscono il faro. Tutto in ordine. James Ducat è nervoso.

Ore 21:00. La tempesta infuria ancora, vento incessante. Siamo bloccati qui dentro. Nave di passaggio suona la sirena. Si potevano scorgere le luci delle cabine. Ducat tranquillo, McArthur piange.

13 dicembre

La tempesta è continuata per tutta la notte. Vento da Ovest a Nord. Ducat è tranquillo. McArthur sta pregando.

Ore 12:00. Mezzogiorno, una giornata grigia. Io, Ducat e McArthur abbiamo pregato.

15 dicembre

Il temporale è cessato. Il mare è calmo. Dio veglia su tutto.

Moore e McCormack, l’altro uomo sbarcato con lui sull’isola a cercare i faristi, tornano alla nave dal capitano Harvie ed affranti non possono che constatare che i tre guardiani sono scomparsi nel nulla. Harvie ordina che Moore prenda due membri dell’equipaggio con sé per attivare il faro, mentre lui tornerà sulla terraferma ad informare le autorità.

Un terribile incidente è avvenuto alle Flannan. I tre guardiani del faro, Ducat, Marshall ed il farista occasionale sono scomparsi dall’isola. Al nostro arrivo questa mattina non è stato trovato alcun segno di vita sull’atollo. Abbiamo sparato un razzetto ma, non essendoci alcuna risposta, ho inviato Moore, che è giunto alla struttura senza trovarvi i faristi. Gli orologi fermi ed altri indizi suggeriscono che l’incidente sia accaduto circa una settimana fa. Quei pover’uomini devono essersi schiantati sulla scogliera o sono affogati tentando di assicurare una gru o qualcosa del genere. La notte stava scendendo, e non potevamo permetterci di attendere oltre il destino dei tre guardiani. Ho lasciato Moore, MacDonald, Buoymaster ed altri due marinai sull’isola per provvedere al faro finché non organizzerete nuovi approvvigionamenti. Non tornerò ad Oban fino a vostro ordine. Ho lasciato questa disposizione a Muirhead nell’eventualità non siate in casa. Rimarrò nell’ufficio del telegrafo stanotte, fino all’ora di chiusura, se vorrete contattarmi.

Il capitano della Hesperus. – Telegramma del capitano Harvie alla Northern Lighthouse Board, 26 dicembre 1900

Mentre Harvie contatta la Northern Lighthouses Board in Scozia, Moore e gli altri quattro uomini con lui tentano di ricostruire l’accaduto. Il diario dimostra che fino all’ora di pranzo del 15 dicembre tutto era più o meno tornato alla normalità dopo la violenta tempesta dei giorni precedenti, pertanto qualsiasi cosa sia accaduta deve essere avvenuta probabilmente quel pomeriggio stesso.

 

 

L’inchiesta

Il 29 dicembre sbarca sull’isola il sovrintendente Robert Muirhead, che si occupa ufficialmente del caso. La zona Est dell’isola è intatta, mentre quella Ovest mostra i segni violenti del passaggio di una terribile tempesta. Una cassa è andata completamente distrutta, ed il suo contenuto è sparso in giro; alcuni tratti delle rotaie che portano al faro sono stati scardinati dal cemento, ed un masso di oltre una tonnellata vi si è schiantato in mezzo mentre un argano ha una cima strappata che penzola aggrovigliata 10 metri più sotto. È impossibile che i faristi non si siano accorti di tutti questi danni, e dato che il diario si ferma al mattino del 15 dicembre, è probabile che siano stati provocati intorno all’ora di pranzo dello stesso giorno.

Muirhead, dopo aver interrogato Moore ed ispezionato da cima a fondo l’isola, arriva a compilare il rapporto, che almeno legalmente mette la parola fine alla storia.

Dalle prove da me raccolte sono soddisfatto nel dichiarare che i tre uomini erano al lavoro nell’immediato dopo pranzo di sabato 15 dicembre, quando sono scesi per assicurare una cassa sostenuta da cime per l’ormeggio, cime da sbarco, eccetera, fissata ad una fenditura della roccia a 34 metri sul livello del mare, e che un’onda immensa ha colpito lo scoglio, li ha inghiottiti e con una forza devastante li ha spazzati via. – Conclusioni di Muirhead sul caso delle Isole Flannan

Nonostante la spiegazione di Muirhead, le famiglie dei faristi non accettano la morte dei propri cari: Ducat lascia una moglie e quattro bambini, e McArthur una moglie e due bambini, che non hanno nessuna intenzione di crederli affogati nel bel mezzo dell’oceano, a centinaia di chilometri da casa.

 

 

Teorie alternative

Le teorie sulla sorte dei tre guardiani del faro sono molteplici, ma nessuna è realmente riuscita a spiegarne la fine; inoltre vi sono diverse storie che alimentano dettagli completamente errati, come ad esempio la famosa ballata del 1912 Flannan Isle.

Così, come ci siamo lanciati alla porta,

abbiamo visto solo una tavola imbandita

per la cena, con carne, formaggio e pane;

ma tutto è integro; e nessuno c’è,

come se, appena sedutisi a mangiare,

o anche ad assaggiare,

l’allarme era scattato, ed in fretta si sono alzati

ed hanno lasciato il pane e la carne,

ed a capotavola una sedia

rovesciata sul pavimento. – Estratto dalla ballata Flannan Isle di Wilfrid Wilson Gibson

Moore, infatti, è esplicito su questo punto.

Gli utensili da cucina erano tutti in ordine e lucidati, segno che quando sono spariti doveva essere già passata l’ora di pranzo. – Joseph Moore

Le teorie, come dicevamo, sono molte, ma le più plausibili sono le seguenti.

Una, avanzata nel 1955, fa notare come Eilean Mor sia sede di un’intensa attività geologica. Nello specifico, un’immensa grotta sotterranea raccoglie l’acqua dell’alta marea ma, durante le forti tempeste, esplode in un’enorme fiotto liquido verso la superficie. Vedendo dal faro in lontananza alcune onde pronte ad abbattersi sull’isola, McArthur sarebbe corso via – ecco il perché della sedia ribaltata e del terzo impermeabile ancora al suo posto –  ad avvertire i colleghi che si trovavano all’esterno. La mareggiata avrebbe colto tutti all’improvviso, scaraventandoli via. Questa teoria però non spiega perché, una volta giunto sull’isola, Moore abbia trovato le porte ed il cancello chiusi, poiché se McArthur aveva davvero così urgenza di scappare fuori dal faro senza l’impermeabile di protezione, è illogico pensare che abbia avuto l’accortezza di chiudersi le porte alle spalle.

Alcuni credono che uno dei tre uomini abbia ucciso gli altri in un impeto di follia, e ne abbia gettato i corpi in mare. Distrutto dal rimorso, si sarebbe poi lasciato cadere tra i flutti. Questa teoria è interessante, e spiega molti punti oscuri, ma i tre guardiani del faro erano uomini di alta moralità e nervi d’acciaio, e nessuno di loro aveva lamentato crisi psichiche prima.

Qualcuno specula che i tre siano stati rapiti dagli alieni ma, come altre storie che abbiamo raccontato qui sulla Bottega del Mistero, questa ipotesi lascia un po’ il tempo che trova.

Altra teoria è quella che ha come protagonista un fantomatico mostro degli abissi, plausibilmente un enorme serpente di mare, giunto sull’isola per banchettare con i poveri faristi. Anche qui, se volete crederci siete liberi di farlo.

L’ultima teoria è quella più affascinante, e narra di uno spirito locale, il Fantasma dei Sette Cacciatori, che recluta le proprie vittime tra le isole del Nord della Scozia. Il 15 dicembre avrebbe fatto visita a Eilan Mor per rapire i tre uomini tra le sue fila.

Il mistero, dopo oltre cento anni, resta immutato.


Che fine hanno fatti i tre guardiani del faro delle Isole Flannan?

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Eclissi solare del 20 marzo 2015

Domattina, in gran parte dell’Europa, sarà possibile assistere ad un’eclissi solare e purtroppo, a differenza di molti Paesi del Nord, qui in Italia la percentuale di eclissi sarà più o meno del 50%.

Si tratterà comunque di uno spettacolo da non perdere: armatevi di occhiali da sole o da saldatore e state col naso all’insù. Se volete gustarvi l’eclissi nella sua maestosità, la soluzione è un bel viaggio last minute verso le Isole Fær Øer, dove l’eclissi sarà totale. Oppure guardarvi la diretta streaming trasmessa dallo Slooh Telescope.

 

 

Qui sotto trovare invece la tabella delle principali città italiane dove l’eclissi sarà più apprezzabile.

Città
Ora Inizio
Ora Max
Copertura
Ora Fine
Agrigento
09:20:23
10:25:42
42.3%
11:35:02
Alessandria
09:22:47
10:30:33
64.3%
11:42:23
Ancona
09:27:12
10:35:18
56.3%
11:46:55
Aosta
09:22:30
10:30:09
67.3%
11:41:56
Arezzo
09:24:48
10:32:43
57.9%
11:44:25
Ascoli Piceno
09:26:21
10:34:14
54.6%
11:45:43
Asti
09:22:18
10:30:00
64.7%
11:41:49
Avellino
09:25:56
10:33:10
48.9%
11:43:57
Bari
09:29:23
10:36:39
47.0%
11:47:06
Belluno
09:28:42
10:37:10
63.1%
11:49:03
Benevento
09:26:08
10:33:27
49.4%
11:44:18
Bergamo
09:25:03
10:33:06
64.8%
11:45:00
Biella
09:23:04
10:30:50
66.2%
11:42:39
Bologna
09:25:28
10:33:33
60.6%
11:45:23
Bolzano
09:28:08
10:36:31
64.7%
11:48:26
Brescia
09:25:29
10:33:36
64.0%
11:45:30
Brindisi
09:30:15
10:37:15
44.9%
11:47:17
Cagliari
09:16:02
10:22:11
51.6%
11:32:53
Caltanissetta
09:21:19
10:26:44
42.1%
11:36:04
Campobasso
09:26:26
10:33:55
50.5%
11:44:55
Caserta
09:25:24
10:32:42
49.8%
11:43:36
Catania
09:23:00
10:28:22
40.9%
11:37:27
Catanzaro
09:26:47
10:32:55
42.3%
11:42:25
Chieti
09:26:36
10:34:22
52.8%
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Como
09:24:33
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65.7%
11:44:25
Cosenza
09:26:35
10:32:58
43.6%
11:42:46
Cremona
09:24:43
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63.3%
11:44:37
Crotone
09:27:51
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42.0%
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Cuneo
09:20:52
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64.4%
11:40:06
Enna
09:21:44
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42.0%
11:36:32
Ferrara
09:26:15
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61.0%
11:46:18
Firenze
09:24:25
10:32:20
59.2%
11:44:06
Foggia
09:27:38
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49.3%
11:45:55
Forlì-Cesena
09:25:46
10:33:50
58.9%
11:45:37
Frosinone
09:24:37
10:32:05
52.2%
11:43:18
Genova
09:22:27
10:30:11
63.0%
11:42:00
Gorizia
09:30:13
10:38:47
61.1%
11:50:37
Grosseto
09:22:57
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57.2%
11:42:13
Imperia
09:20:43
10:28:11
62.8%
11:39:56
Isernia
09:25:50
10:33:19
51.1%
11:44:24
La Spezia
09:23:11
10:31:01
61.7%
11:42:50
L’Aquila
09:25:31
10:33:14
53.7%
11:44:37
Latina
09:23:47
10:31:10
52.4%
11:42:23
Lecce
09:30:46
10:37:34
43.6%
11:47:21
Lecco
09:24:57
10:32:59
65.4%
11:44:52
Livorno
09:22:57
10:30:42
59.7%
11:42:27
Lodi
09:24:20
10:32:18
64.2%
11:44:11
Lucca
09:23:34
10:31:25
60.1%
11:43:12
Macerata
09:26:44
10:34:44
55.7%
11:46:18
Mantova
09:25:40
10:33:48
62.6%
11:45:42
Massa Carrara
09:23:25
10:31:16
61.5%
11:43:06
Matera
09:28:30
10:35:34
46.2%
11:45:54
Messina
09:24:24
10:30:11
41.9%
11:39:34
Milano
09:24:11
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64.9%
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Modena
09:25:09
10:33:13
61.4%
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Napoli
09:25:02
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49.4%
11:43:03
Novara
09:23:32
10:31:22
65.4%
11:43:14
Nuoro
09:17:39
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53.8%
11:35:21
Oristano
09:16:14
10:22:36
53.7%
11:33:34
Padova
09:27:19
10:35:38
61.9%
11:47:31
Palermo
09:20:50
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44.4%
11:36:28
Parma
09:24:37
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62.3%
11:44:30
Pavia
09:23:47
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64.3%
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Perugia
09:25:03
10:32:55
56.5%
11:44:32
Pesaro – Urbino
09:26:08
10:34:11
57.5%
11:45:53
Pescara
09:26:47
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53.0%
11:45:54
Piacenza
09:24:13
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Pisa
09:23:17
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60.0%
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Pistoia
09:24:10
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60.0%
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Pordenone
09:29:12
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62.5%
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Potenza
09:27:11
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47.1%
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Prato
09:24:22
10:32:17
59.6%
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Ragusa
09:21:53
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40.1%
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Ravenna
09:26:27
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59.5%
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Reggio
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41.6%
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Reggio Emilia
09:24:51
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Rieti
09:24:50
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54.4%
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Rimini
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58.3%
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Roma
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53.8%
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Rovigo
09:26:46
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Salerno
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48.4%
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Sassari
09:17:11
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55.6%
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Savona
09:21:48
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Siena
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58.1%
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Siracusa
09:22:56
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39.7%
11:36:46
Sondrio
09:25:57
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Taranto
09:29:25
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45.2%
11:46:31
Teramo
09:26:22
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54.0%
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Terni
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Torino
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Trapani
09:19:27
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Trento
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Treviso
09:28:07
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62.1%
11:48:23
Trieste
09:30:04
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Udine
09:29:50
10:38:23
62.1%
11:50:15
Varese
09:24:17
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66.0%
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Venezia
09:27:56
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61.5%
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Verbania
09:24:06
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66.5%
11:43:52
Vercelli
09:23:08
10:30:56
65.4%
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Verona
09:26:17
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62.9%
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Vibo Valentia
09:25:45
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42.4%
11:41:18
Vicenza
09:27:05
10:35:23
62.6%
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Viterbo
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55.3%
11:42:58
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Triangle [STREAMING]

Triangle è un film horror del 2009 diretto da Christopher Smith, che ha nei viaggi del tempo e nei paradossi temporali il cardine di una storia che lascia col fiato sospeso fino allo straordinario, spettacolare finale.

Il film è stato rilasciato nelle sale del Regno Unito il 16 ottobre 2009, ed ha ricevuto tre nomination ai Fangoria Chainsaw Awards 2011, due nomination ai Fright Meter Awards 2010 ed ha vinto il titolo di Best Direct-to-Video Film al Gérardmer Film Festival 2011.

 

 

Trama

Jess, ragazza madre dell’autistico Tommy, si sta preparando per uscire di casa convinta dall’amico Greg ad un viaggio sulla sua barca a vela. D’improvviso qualcuno bussa al campanello, ma quando la donna si affaccia non c’è nessuno alla porta. Assieme a Greg e Jess ci sono gli amici Victor, Sally, Downey e Heather, pronti per salpare alla volta del mare aperto, ma c’è qualcosa di sinistro nella piccola imbarcazione, che Jess però non riesce a mettere a fuoco. I suoi sospetti si realizzano dopo poche ore, quando una tempesta elettrica dilania lo yacht e lancia nel panico l’equipaggio. Quando finalmente le onde si chetano, nonostante la furia del mare fortunatamente tutti sono rimasti illesi, e giungono in vista di un transatlantico che però ad un primo sopralluogo sembra deserto. Ad ogni passo, Jess si convince sempre di più di essere già stata a bordo della spettrale nave, e piccoli ma impercettibili indizi sembrano indicare che il gruppo non sia solo come inizialmente pensavano.

C’è qualcun altro a bordo; qualcuno di malvagio.

 

 

Triangle è davvero un bel film, che sa fondere sapientemente lo spaziotempo ed i paradossi temporali, creando una storia intelligente e non banale, lasciando lo spettatore incollato alla sedia alla ricerca di una spiegazione plausibile alle immagini che scorrono sullo schermo. Inizia lentamente, quasi con ritmo sincopato, per concludersi in maniera magistrale nel finale. Il film è stato ben accolto dalla critica: Rotten Tomatoes gli ha assegnato un voto pari all’82%.

★★★★☆ Un soddisfacente rompicapo, con un inatteso e toccante risultato finale. Si capisce abbastanza presto dove va a parare, ma conserva le emozioni per il finale. – Empire, testata cinematografica

 

 

Triangle in streaming

Purtroppo Triangle non è disponibile in lingua italiana, ma qui sotto potete assaporarlo in streaming in lingua originale inglese con i sottotitoli in italiano. Cliccando qui, invece, trovate i sottotitoli in italiano.

 

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Il palo del barbiere

Esistono insegne che sono diventate, negli anni, icone stesse delle attività commerciali che rappresentano. Se nominassi ad esempio un palo bianco a strisce rosse pensereste probabilmente ad una piccola bottega da barbiere, e subito dopo ad un uomo con grandi baffoni a manubrio intento ad armeggiare con sapiente maestria tra forbici e rasoi a serramanico, che il suo garzone tiene affilati con diligenza su una coramella, una lunga striscia di cuoio marrone. Ma la vera storia della nascita del palo del barbiere è molto più antica, ed è così strana e per certi versi inquietante che merita certamente di essere narrata qui sulla Bottega del Mistero.

Quello del barbiere è un lavoro nato con l’uomo, frutto della naturale necessità di dare, come si diceva una volta, contezza di sé. Nell’epoca romana, ad esempio, è la figura del tonsor a farsi carico della responsabilità di rendere presentabili gli onesti cittadini della capitale, procedendo al taglio dei capelli e delle barbe incolte, e si divide in due tipi: uno privato, per i più benestanti, ed uno pubblico, che spesso lavora per strada ma che ha prezzi certamente più accessibili. Nel II secolo ricorrere al barbiere diviene un vezzo aristocratico, tanto che i più facoltosi vi si recano anche più volte al giorno, trasformandone il salone in un piccolo centro di cultura, incrocio di poeti e mecenati, ma più che altro di nobili annoiati pronti a giustificare così il loro dolce far niente. E così, da semplici barbieri, i tonsores si ritrovano custodi dei pettegolezzi della bella società del tempo, ed ovviamente i loro servigi divengono sempre più richiesti. Molti, che comprendono le possibilità offerte dal diventare ruffiani di lusso, arrivano a coprire anche cariche politiche importanti.

Se mi è capitato di avere acconciati i capelli a scaletta da un barbiere, tu te la ridi. – Quinto Orazio Flacco

I tonsores romani, ad ogni modo, non hanno grande abilità nell’uso delle forbici, che ovviamente non sono né pratiche né precise come quelle di oggi. Un taglio classico consiste in una semplice spuntata ai capelli, non necessariamente uniforme, come fa notare Orazio dopo una seduta dal parrucchiere.

Nel Medioevo la figura del barbiere si evolve, grazie al Concilio Lateranense I, che nel 1123 impone ai sacerdoti ed ai diaconi di abbandonare tutte le discipline che possano allontanare dalla virtù ecclesiastica, costringendoli così a smettere di praticare, tra le altre, le arti mediche. Così il barbiere si ritrova a sopperire questa mancanza, inserendosi di buon grado come nuovo medico e chirurgo. Peccato che svolga le attività mediche nel salone, che certamente non brilla per condizioni igieniche, con solo un’infarinatura dell’anatomia e della medicina necessaria a svolgere anche la più semplice medicazione: dall’estrazione di denti all’amputazione di un arto, dal taglio delle basette alla fasciatura di una frattura, ogni mansione si inombra però di fronte al capolavoro dell’arte dei tonsor.

Il salasso.

 

 

Eseguita sin dai tempi antichi, nel Medioevo l’emodiluizione (come sarebbe più tecnico chiamarla) è una pratica oramai abbandonata, che si basa su errate quanto pericolose convinzioni che hanno poco, o nulla, di scientifico. Il principio alla base del salasso è che il sangue all’interno del corpo umano possa condizionarne la salute; eliminandone una certa quantità, si può così ristabilire un equilibrio che porta ad un innato benessere fisico e psichico. Il salasso viene praticato con le sanguisughe, che succhiano via il sangue, e spesso i barbieri per pubblicizzarsi lo raccolgono dagli invertebrati e lo riversano in simpatiche bocce rosso vivido in bella mostra nelle vetrine. Nel 1307 viene emanata a Londra una legge che vieta tale macabra esposizione: la gilda dei barbieri risponde con quello che oggi è il loro simbolo, il palo bianco e rosso.

 

 

Il palo bianco rappresenta quello a cui viene legato il paziente durante il salasso, e le strisce rosse, all’inizio, non sono un semplice vezzo di colore, bensì le reali bende madide di sangue lasciate ad asciugare al pallido sole inglese.

Col tempo, il palo del barbiere, come simbolo dell’attività, è rimasto sino ai nostri giorni, e spesso è possibile vederlo anche nella variante a strisce rosse e blu, in onore della bandiera statunitense. Altre spiegazioni tendono ad associare il sangue arterioso con il rosso, quello venoso con il blu e le fasciature con il bianco. Comunque sia, con l’avvento di una medicina sempre più avanzata, i barbieri perdono nei secoli la loro funzione di dottori e chirurghi, tornando a fare quello hanno sempre fatto: barba e capelli. Con buona pace delle sanguisughe.

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The Hello Kitty Murder – L’omicidio di Hello Kitty

1999, Hong Kong. Alla stazione di polizia di Tsim Sha Tsui si presenta una bambina di 14 anni, che grida agli agenti di seguirla nel suo appartamento, perché il fantasma di una donna la sta perseguitando da tempo. I poliziotti pensano ad uno scherzo, si fanno quattro risate per quella ragazzina così fantasiosa, ma la piccola è insistente, forse troppo per trattarsi solo di un gioco. Decidono così di seguirla nel modesto appartamento in cui vive, e qualcuno di loro ancora ride a denti stretti di quella fanciulla così ingenua. Poi in un pupazzo viene ritrovato un cranio umano, e nessuno ride più. Questi sono gli eventi che ruotano intorno all’Hello Kitty Murder, l’omicidio di Hello Kitty.

 

 

I poliziotti si trovano al terzo piano di una palazzina di Tsim Sha Tsu, nel distretto commerciale Granville Road, al numero 31 , e fissano scioccati la piccola Hino (nome di fantasia, quello reale non è mai stato rivelato). Hino continua a giurare che l’appartamento è dimora del fantasma di una donna morta pochi giorni prima, una donna che Hino ha aiutato a rapire e torturare con sadico entusiasmo.

Ma riavvolgiamo il nastro.

Fan Man-yee (樊敏儀) nasce nel 1976 in Cina, e quando è ancora bambina i genitori l’abbandonano. Fan cresce nei sobborghi di Hong Kong, e a 16 anni capisce che se non vuole soccombere alla malavita locale, tanto vale farne parte: organizza piccoli furti ed arriva a vendersi in strada perché, intanto, è diventata tossicodipendente. A 21 anni porta la sua attività di meretrice in un bordello di Tsim Sha Tsu, dove la maggior parte della sua clientela è formata da malavitosi della peggior specie. Nel 1997 incontra il trentaquattrenne Chan Man-lok (陳文樂), che diviene ben presto uno dei suoi più fedeli clienti. Chan non è molto diverso dai soliti avventori del bordello, ma quando è sotto effetto di metanfetamine diventa molto violento, e sfoga i suoi istinti su Fan. Dopo un anno di abusi da parte di Chan, Fan smette di vederlo, e come buonuscita gli ruba il portafoglio con HK$ 4.000 in contanti. Chan riesce a farseli ridare indietro, e vuole HK$ 10.000 come risarcimento per il furto subito. Fan non ha tutti questi soldi, e così il 17 marzo del 1999 viene rapita da Chan e da due complici, il ventisettenne Leung Shing-cho (梁勝祖) ed il ventunenne Leung Wai-lun (梁偉倫).

 

 

Fan viene segregata in casa della ragazza di Chan, Hino, con l’intenzione di farla prostituire finché non avrà accumulato i HK$ 10.000 richiesti. Fan, però, viene continuamente vessata dai tre uomini, che arrivano a picchiarla selvaggiamente più volte, portandola quasi alla morte. Nessuno vuole andare a letto con Fan, che esibisce a testa bassa un volto tumefatto dalle percosse, e la ragazza non riesce in alcun modo a sanare il debito. Chan si ritrova così tra le mani una prostituta che non riesce a vendere neanche a prezzi stracciati, ed allora pensa che se non può ricavarci niente dagli altri, magari può usarla per divertirsi da solo.

Fan diviene così l’oggetto delle torture dei tre uomini, che iniziano a pestarla per il solo gusto di farlo, dapprima a mani nude, e ben presto con soprammobili e barre di metallo recuperate in giro. Inizia così un macabro gioco: ad ogni violentissimo colpo, Fan è costretta a sorridere ed urlare quanto è felice di essere picchiata; se non lo fa, Chan ed i suoi amici la percuotono ancor più ferocemente. Le giornate dei cinque coinquilini si dividono tra i pestaggi, i videogiochi e la metanfetamina. Quando i videogiochi stufano o la droga finisce, il divertimento continua infierendo sul corpo martoriato di Fan. La ragazza è confinata in cucina per la maggior parte del tempo, e Chan, Leung Shing, Leung Wai ed Hino sperimentano ogni attrezzo disponibile nella stanza, dalle padelle ai coltelli passando anche per il cibo congelato o in scatola. Arrivano anche ad escogitare un grottesco pensiero: avvolgere Fan in un sacco di plastica ed aprirle ferite su tutto il corpo con degli attrezzi roventi, aggiungendo diversi alimenti sulle varie lesioni per scoprire quale di questi provochi più dolore.

I quattro aguzzini si sentono come degli scienziati del dolore, e provano ogni volta nuove pratiche per infliggere pene sempre più lancinanti alla povera Fan. Un giorno gli viene in mente che se potessero tenere sospesa da terra la ragazza, potrebbero torturarla in più modi contemporaneamente. Così Fan si ritrova legata a dei fili elettrici ad un gancio nel soffitto, dove viene seviziata con le tecniche più disparate. Quando i suoi aguzzini sono esausti, la lasciano appesa.

Finalmente, dopo due mesi di torture, Fan muore durante la notte, da sola, nel bagno.

 

 

Con un cadavere le sevizie non hanno lo stesso gusto, così i quattro decidono di dedicarsi di nuovo ai videogame. Il giorno dopo Chan deve decidere come disfarsi del corpo. Il modo più semplice è farlo a pezzi nella vasca da bagno. Le varie parti vengono bollite per discioglierne i tessuti, ed il cranio lucido viene cucito all’interno di una bambola Hello Kitty sirena. Sebbene quasi tutto il corpo venga gettato via, alcuni parti vengono lasciate imprudentemente in giro per casa, permettendo così agli investigatori di scoprire il macabro omicidio.

Mai in Hong Kong negli ultimi anni una corte ha assistito a tanta crudeltà, depravazione, insensibilità, brutalità, violenza e ferocia. – Il giudice Peter Nguyen al processo per l’omicidio di Hello Kitty

Al processo i tre uomini vengono condannati a vent’anni senza possibilità di uscire sulla parola, con l’accusa di omicidio colposo e rapimento. La pena di vent’anni, in effetti, sembra un’offesa, ma la giuria sentenzia che non hanno ucciso la ragazza intenzionalmente, e che la morte sia sopraggiunta solo a causa delle percosse subite: in pratica, nessuno di loro voleva ucciderla, ma soltanto infliggerle più dolore possibile. Hino, invece, per aver testimoniato contro i tre aguzzini, viene considerata collaboratrice di giustizia e, pertanto, non perseguibile a norma di legge.

Si era rotta e giocare con lei non era così divertente dopo tutto, ma abbiamo continuato lo stesso a torturarla. Non c’era altro che potessimo fare con lei. L’ho fatto per divertimento. Solo per vedere cosa si prova a fare del male a qualcuno. – Hino

La vicenda ha ispirato due film, Ren tou dou fu tang (There is a secret in my soup) di Yeung Chi Gin del 2001 e Pang see: Song jun tin leung (Human Pork Chop) di Benny Chan Chi Shun dello stesso anno.

 

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