Archivio mensile: aprile 2015

Il mostro marino di Terranova

Fare il marinaio non è affatto una cosa facile. Il mare non perdona neppure la più piccola disattenzione: marinaio non si può diventare, bisogna nascerci. Avere un’affinità con le onde sin da piccoli, comprendere che dinanzi non si ha soltanto un’infinita tavola salata, ma un ecosistema che vive, che respira. E che può uccidere. Mostri silenti nascosti negli abissi più profondi, protagonisti di storie fantastiche raccontate nelle taverne dei porti. Quella di oggi narra l’incontro con una creatura ritenuta per secoli la più pericolosa degli oceani, il terrore dei sette mari: il calamaro gigante di Terranova.

Per generazioni orde di mostri marini hanno abitato la fantasia e la cultura dei marinai, ma a parte i frequenti avvistamenti, nessuno è mai stato in grado di portare a riva una singola prova di quanto visto in mare aperto. L’argomento è sempre stato denigrato dagli scienziati e dai biologi, che reputavano queste storie, per l’appunto, come storie frutto di qualche birra o qualche grog di troppo. Finché, nel 1837, al largo del Canada, si poté affermare con certezza che almeno uno di questi mostri esisteva realmente, ed era pericoloso. Maledettamente pericoloso.

È i 26 ottobre 1837, ed il timido sole canadese si affaccia etereo nell’aria gelida di St. John, il porto della punta sudest di Terranova. Tra la nebbia, in mezzo al mare, ci sono tre figure su una dory, una barca da pesca di sei metri: sono i due esperti marinai Daniel Squires e Theophilus Piccot ed il figlio dodicenne di Piccot, Tom, desideroso di imparare tutti i trucchi del mestiere del padre. Imbardati tra le pesanti giacche a vento, i tre remano placidamente, in direzione di una cala ricca di aringhe chiamata Conception Bay. Durante il viaggio, però, notano che c’è qualcosa di strano nell’acqua, come se di punto in bianco si fosse formato un’enorme ammasso di alghe. La dory si avvicina lentamente, sino a quasi carezzare quella strana cosa violacea. Se davvero si tratta di alghe, sono certamente le più strane che Daniel e Theophilus abbiano mai visto in vita loro. Spinti dalla curiosità, uno dei due colpisce la superficie liscia e viscida con il gancio di bordo.

E questa esplode.

 

 

Otto enormi tentacoli con un’infinità di grottesche ventose sferza l’aria attorno la barca, nel lugubre tentativo di spezzarla in due. Due braccia serpiformi, lunghe almeno due volte i tentacoli, fanno ribollire l’acqua in una danza macabra, mentre fauci nere già si aprono ad accogliere l’umano pasto.

La dory scivola velocemente verso il fondo. Mentre i due uomini tentano di svuotare la barca dall’acqua con ogni mezzo possibile, il piccolo Tom afferra saldamente un’accetta, e con sangue freddo dilania di netto il braccio ed il tentacolo che avviluppano il natante, spingendo il mostro alla fuga. Tra i flutti scuri i tre distinguono un enorme occhio, che li fissa con gelido odio, prima che questi scompaia per sempre negli abissi.

Daniel, Theophilus e Tom tornano in tutta fretta a riva, con gli arti amputati del mosto ancora incollati alla scialuppa. La parte recisa del tentacolo misura oltre 2,70 metri. L’enorme braccio, purtroppo, non potrà essere valutato: i cani affamati lo divoreranno.

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Caroline Christine Walter – Il mistero della tomba

Il mistero di oggi racconta una storia triste, ma che infonde certamente tenerezza. Narra di una bella ragazza, della sua dolorosa morte, e di un misterioso gesto d’amore che si ripete da anni. Questa è la storia di Caroline Christine Walter, e dei fiori depositati sulla sua tomba da quasi due secoli.

Nel 1850 nasce in Germania, sorvegliata dagli occhietti trepidanti della sua sorella maggiore Selma, la piccola Caroline Christine. Purtroppo, poco tempo dopo, i suoi genitori muoiono, e le sorelle vengono affidate alle cure amorevoli della nonna, che abita a Freiburg. Caroline cresce sana e forte, e la sua bellezza diviene oggetto di dispute tra i ragazzini, mentre i suoi lunghi capelli, raccolti in grandi boccoli, spezzano il cuore ad una moltitudine di ammiratori. Quando ha 16 anni, la sorella Selma si sposa e Caroline va a vivere a casa sua. La felicità sembra non abbandonarla mai: ora ha una nuova famiglia che si prende cura di lei ed è stata baciata di una bellezza semplice ed ingenua, quale sa essere solo quella adolescenziale.

Purtroppo, come in una fiaba macabra, poco dopo il suo diciassettesimo compleanno, si ammala di tubercolosi, morendo nel giro di poche settimane, sul cominciar dell’estate.

La sorella Selma è devastata. Dopo i genitori ha perso un’altra delle persone che ama di più al mondo, e non riesce ad accettarlo. Se non può riportare indietro dalla morte la sua amata Caroline, farà in modo che il suo ricordo non svanisca mai, così come mai sfiorirà la sua bellezza. Selma contatta un abile scultore, che riesce ad immortalare per sempre la dolcezza della ragazza, creando un’impressionante statua tombale identica a Caroline sia nelle misure che nelle fattezze.

 

 

La salma viene inumata nel 1867 nel cimitero di Alter Friedhof, un luogo di pace e tranquillità, incorniciato da alberi accarezzati dal vento tiepido. Caroline viene così scolpita con la testa su una spalla, a letto, addormentata con ancora il libro che stava leggendo tra le mani.

Poche settimane dopo la triste dipartita, Selma comincia a notare che qualcuno lascia un fiore sulla tomba della sorella. Selma cerca informazioni, vorrebbe scoprire chi è l’autore di questo gesto, alla ricerca di qualcuno che stia soffrendo quanto lei per la perdita di Caroline, ma invano. Né il custode del cimitero, né gli abitanti di Freiburg sanno chi possa essere il misterioso devoto.

Passano così gli anni.

E i decenni.

E i secoli.

Dopo quasi 200 anni, ogni giorno, un fiore fresco viene posato sul volto di Caroline.

 

 

La leggenda narra che la figura misteriosa sia un professore di Caroline, follemente innamorato di lei. Negli anni avrebbe portato nel cuore il dolore per la perdita della ragazza esternandolo così; alla sua morte avrebbe lasciato precise istruzioni ai suoi figli, che hanno fatto altrettanto con i propri. Così il gesto d’amore di un uomo sopravvive anche alla morte, fino ad oggi.

Adombrati da silenti alberi, sulla tomba di Caroline si affaccia oramai solo un flebile raggio di sole.

Sufficiente a rischiarare il suo sorriso, nascosto tra il profumo dei fiori freschi.


Chi deposita ogni giorno da due secoli fiori freschi sulla tomba di Caroline Christine Walter?

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La manticora – Il mostro dal volto umano

Le leggende persiane sono tante quanto la sabbia del deserto, e sono ammantate dei più oscuri misteri.

Siete in una taverna di Esfahān, dove un cacciatore arringa la folla mostrando un’enorme cicatrice che gli taglia il petto da parte a parte. Vi avvicinate per ascoltare meglio, e notate lo sguardo d’odio e di terrore del cacciatore, quando pronuncia una parola: Martyaxwar. Questa è la storia della manticora, il mostro dal volto umano.

 

 

La manticora è una creatura che affonda le proprie origini nella leggenda delle antiche città persiane. Si dice che abbia il corpo di un possente leone e una coda da scorpione. Quello che più incute timore è la grottesca testa dell’animale, in tutto e per tutto simile ad un volto umano. Spesso la manticora attrae ignari viaggiatori seminascosta tra la boscaglia, emettendo curiosi versi che ricordano il suono prodotto da una trombetta. La vittima si avvicina incautamente, salvo poi rimanere impietrita di fronte all’enorme bocca spalancata del mostro, che rivela al suo interno tre file di centinaia di denti aguzzi che si avventano sul malcapitato come una letale tagliola, recidendogli la testa di netto all’altezza del collo ancora pulsante di vita.

 

 

Il primo documento a descrivere la bestia è Indikà di Ctesia di Cnido (400 a.C.), ripreso poi in Periegesi della Grecia di Pausania il Periegeta, vissuto nel 2° secolo d.C. Il testo originale è andato perduto, ma è giunto fino a noi grazie alle citazioni di numerosi altri autori.

Ctesia parla anche del manticora, una bestia che si trova presso gli Indiani e che ha il volto simile a quello degli uomini. Questa bestia è grande quanto un leone e ha il colore della pelle di un rosso simile a quello del cinabro; ha i denti disposti su tre file, le orecchie di un uomo e gli occhi glauchi simili a quelli di un uomo. La sua coda assomiglia a quella di uno scorpione di terra, misura più di un cubito ed è munita di un pungiglione. Nella coda, lateralmente, sono disposti, qua e là, altri pungiglioni, oltre a quello che, come nella coda dello scorpione, si trova sulla punta. È con questo pungiglione che il manticora colpisce chi gli si avvicina e chiunque venga da esso ferito trova una morte sicura. Se invece qualcuno lotta con il manticora a distanza, esso, sollevando la coda, si mette a saettare i suoi dardi, come da un arco, contro l’avversario che gli sta di fronte, oppure, voltandosi, cerca di colpirlo da dietro tendendo la sua coda in linea retta. Il manticora riesce a scagliare i suoi dardi fino a cento piedi di distanza e qualsiasi essere vivente venga da essi colpito (ad eccezione dell’elefante) trova una morte certa. I suoi pungiglioni misurano un piede e sono spessi quanto un giunco sottilissimo. Il termine “martichoras” significa in greco “antropofago”, proprio per il fatto che questa bestia si nutre per lo più di uomini, oltre che di altri animali. Riesce a combattere anche con le unghie (oltre che con i pungiglioni). I suoi pungiglioni – così dice Ctesia – dopo che sono stati lanciati crescono di nuovo (molti infatti è possibile trovarne in India). In India ci sono molti esemplari di manticora: gli uomini li cacciano a dorso di elefante scagliando da lì le loro frecce. – Fozio di Costantinopoli

In alcune versioni tratte dai bestiari medievali, la manticora avrebbe un paio di grandi ali nere da pipistrello (esattamente come il Diavolo del Jersey) che le consentirebbe di volare nel cielo per attaccare gli uomini dall’alto. Sebbene, come già detto in precedenza, venga dettagliatamente descritta in molti testi sulla biologia o la storia persiana, dell’esistenza della manticora non esiste alcuna prova, e trasporta le sue storie, per l’appunto, nel regno della fantasia.

 

 

Ad ogni modo, se udite nel vento qualcosa che sembra una musica di una macabra trombetta, fuggite via. Senza voltarvi indietro. Sopratutto se tra le foglie notate degli occhi umani, troppo umani, che vi fissano.

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Film completi

In questa settimana abbiamo aperto una nuova rubrica, Film completi, che vi permette di guardare, ovviamente in maniera totalmente gratuita e legale, i grandi titoli del passato, da Nosferatu a L’ultimo uomo sulla Terra. Li trovate tutti sul nostro canale YouTube, e la playlist in questa pagina e su Facebook, TwitterGoogle+ e Pinterest. Buona visione!

 

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D&R: Perché le donne vanno sempre in bagno in due?

La nostra rubrica Domande & Risposte raccoglie sempre un gran numero di consensi, sia che si tratti di domande che potrebbero essere tranquillamente poste da un ubriacone (se una mucca non scorreggiasse per un anno, riuscirebbe ad andare nello spazio con un mega peto) o di contro da uno scienziato (quanto pesa la Terra).

Quella di oggi è la classica domanda che assilla sopratutto l’universo maschile, e trova due spiegazioni, collegate da un antico e recondito destino comune: un bisogno di sicurezza, sia psicologico che fisico.

Nella preistoria l’uomo passava la maggior parte del giorno a cacciare, mentre la donna si occupava, diciamo così, della “casa”. Come potete immaginare, se da una parte c’erano dolci e teneri cerbiatti da cacciare, dall’altra tigri dai denti a sciabola e mammut rischiavano di essere un serio problema: spesso, infatti, molti carnivori ed altri animali pericolosi si avvicinavano alle grotte abitate dagli esseri umani, e le donne lasciate sole diventavano così la portata principale. Nel tempo, le donne hanno cominciato ad allontanarsi dalle grotte in gruppo per espletare i propri bisogni fisiologici, permettendo così ad una di orinare in santa pace, mentre le altre controllavano la zona alla ricerca di possibili pericoli. Questo bisogno ancestrale di protezione è poi giunto fino a noi, modificandosi con la società di oggi.

 

 

Spesso le toilette dei negozi, come bar e ristoranti, sono in condizioni igieniche scarse, ed in alcuni casi sono uniche per entrambi i sessi. Ora, se vi intendete un minimo di fisiologia, capirete che per un uomo è molto più semplice orinare, poiché viene meno il contatto con i servizi igienici, mentre per una donna questo è più complicato. L’amica che aspetta fuori dal bagno può aiutare l’altra passandole dei fazzoletti quando manca la carta igienica, controllare la porta (che non sempre si chiude a chiave) evitando di infastidirla e risparmiarle la sensazione di disagio che colpisce molte persone sentendo voci estranee fuori dalla toilette mentre ci si trova in una condizione di estrema vulnerabilità.

 

Domanda inviata da Antonio G.


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Un alieno, una scimmia o un umano?

Ormai da qualche anno è divenuta abitudine comune quella di riciclare ciclicamente vecchi tormentoni del web, assillando come una novella catena di Sant’Antonio le nuove generazioni di internauti. Tra le varie bufale che girano sul web c’è quella che riguarda questo video.

 

 

Dato che qui alla Bottega del Mistero proviamo a svelare i misteri che si nascondono nei meandri oscuri del nostro pianeta, ci teniamo anche a smentire le varie bufale che girano su internet. Andiamo con ordine.

La prima creatura del filmato è un vitello nato deforme, realmente ritrovato in un villaggio Tailandese.

 

 

La seconda è un porcellino nato con evidenti deformità, morto poco dopo essere stato fotografato.

 

 

La terza è realmente un agnellino nato con sette zampe nel 2010 nella cittadina di Jiaoliuhe, Taonan, nella provincia Jilin in Cina. Esistono anche casi di agnelli nati con otto zampe.

 

 

La quarta creatura è il celebre Mostro di Montauk, di cui abbiamo già scritto ampiamente e rivelato che con tutta probabilità si tratta di un procione.

 

 

La quinta è probabilmente un fotomontaggio, dato che pochissimi pesci presentano una dentizione, e nessuno delle zanne così sviluppate. Al momento non sono riuscito a trovare altri indizi in proposito ma, se volete, possono continuare la mia ricerca.

 

 

La sesta e la settima sono due opere dell’artista Patricia Piccinini, celebre per le sue sculture iperrealistiche. Vi lascio ad una galleria con alcune delle sue creazioni.

 

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