Archivio mensile: agosto 2015

Processi bestiali

La metamorfosi di un essere umano in un animale è qualcosa che da sempre affascina e terrorizza. Osservare il proprio corpo trasformarsi in uno nuovo, arrendersi alle ossa che scricchiolano per ricomporsi in qualcosa che non ci appartiene, ascoltare le proprie urla di dolore vibrare fino a divenire un grido di sofferenza ferale. Ma poi avere il potere di un lupo, o di un leone, le capacità di caccia di un leopardo, o i sensi acutissimi di una tigre. Forse oggi guardiamo a queste storie e pensiamo che, per l’appunto, sono solo storie. Ma in un altro tempo (e ancora oggi in un altro luogo) queste rappresentano qualcosa di più. Ed oggi ve ne racconto una parte, che non ha niente a che fare con lupi mannari, uomini lontra o wendingo: i processi alle bestie criminali.

 

Processo ad un maiale

 

Se vi scrivessi di processi a poveri porcellini indifesi, certamente storcereste il naso, pensando chi vi stia prendendo in giro. Eppure nel medioevo è usanza affermata che al banco degli imputati, di fronte alla forca e ad una folla ansimante, vi sia un maiale. Non si tratta di processi farsa, ma vere e proprie cause giudiziarie. Almeno 34 maiali, nell’Europa medioevale, vengono legalmente mandati a morte con l’accusa di infanticidio, la cui pena viene regolarmente eseguita da boia professionisti, che nulla hanno da ridire di fronte alla muta vittima. Nel 1386, ad esempio, un tribunale francese manda a morte una scrofa, accusata di aver mutilato ed ucciso un bambino.

Sebbene possa sembrare grottesco un provvedimento del genere, bisogna pensare che la legge, così come le storie, sono figlie del loro tempo: in un’epoca dominata dalla paura e dall’inquisizione, è più semplice condannare un porcello per omicidio anziché dei genitori per incuria del proprio bambino, seguendo il precetto del capro espiatorio.

La funzione simbolica del processo e della esecuzione pubblica della pena, tra canti e balli popolari, comune ai processi per stregoneria, nei quali anche gli animali vengono accusati in quanto incarnazione oppure strumenti di Satana, testimonia di un ulteriore profilo di cui tenere conto, ovvero dell’incidenza del controllo dei tribunali ecclesiastici sulle questioni giudiziarie ordinarie. Anche perché, quando il verdetto non conseguiva l’esito agognato, e la condanna dello sciame di cavallette non impediva la distruzione del raccolto (forse a causa del fatto che le stesse non comprendevano il latino), il clero organizzava processioni per chiedere perdono a Dio (e si ammonivano i fedeli a pagare le decime). – Désirée Fondaroli, Le nuove frontiere della colpa d’autore: l’orso “problematico”

Le accuse, in realtà, sono quasi sempre fondate: si tratta per lo più di animali che, per natura o opportunità, hanno danneggiato gravemente qualcuno o qualcosa. Non solo maiali, ma anche locuste, topi, ratti, cani, lupi e persino mosche finiscono sotto il giogo della pubblica piazza: in Europa, tra l’824 ed il 1845, i processi bestiali sono 114. Un caso eclatante, che abbiamo già trattato, è quello del Gallo di Basilea, in cui un gallo che deponeva uova – il fenomeno è raro ma possibile – viene arso sul rogo per paura che dia vita ad una coccatrice, un mostro simile al basilisco.

 

Esecuzione di un maiale

 

Tra le vigne di Troyes, in Francia, nel 1516 viene processato un gruppo di insetti responsabile di aver rovinato il raccolto. Il giudice ascolta i due avvocati, quello della difesa – assegnato d’ufficio – e quello dell’accusa assoldato dai viticoltori, e sorprendentemente decide di dare una possibilità alle piccole creature: se entro una settimana se ne andranno, cadranno le accuse, altrimenti verranno scomunicate. Non sappiamo come si sia conclusa questa storia allo scadere del settimo giorno, poiché gli incartamenti giudiziari sono stati persi nel tempo. Sappiamo però come termina un analogo processo: delle termiti vengono accusate di aver scavato gallerie sotto un monastero, ed anche in questo caso la condanna dopo una settimana sarebbe stata la scomunica. Non si sa se per la paura di ritrovarsi all’inferno, ma pochi giorni dopo tutte le termiti lasciano il monastero, in ordinate file indiane.

 

Gatto appeso nella pubblica piazza

 

Probabilmente il processo bestiale più inquietante è quello avvenuto nel 1730 circa, e ricordato come il Grande Massacro dei Gatti. Siamo in Francia, a Parigi, nei pressi di una tipografia. Il giovane operaio Nicolas Contat si lamenta con i suoi colleghi dei turni massacranti a cui li sottopone il loro datore di lavoro: il cibo fa schifo, il caldo è insopportabile e ad ogni ora del giorno e della notte si avvicendano i miagolii dei gatti del vicinato, innamorati di La Grise (La Grigia), la gatta della moglie del padrone. La stessa donna, più volte, gli fa notare bellamente che La Grise riceve un trattamento molto migliore del loro. Gli uomini covano vendetta, ed una notte decidono di agire: simulano il verso dei gatti e ne fanno accorrere il più possibile nei pressi della tipografia. I loro incessanti miagolii destano i padroni, che ordinano a Nicolas ed i suoi di scacciare i felini. Armati di tutto punto, i dipendenti riescono a catturare tutti i gatti, tranne uno. Anzi, sopratutto uno: La Grise. La Grise viene colpita sulla spina dorsale da una spranga di ferro, e viene brutalmente finita colpo dopo colpo. Nella tipografia viene allestito un processo, con tanto di avvocati, confessori e boia. I gatti vengono ritenuti colpevoli ed appesi alla forca, non prima di aver ricevuto l’estrema unzione. Solo a questo punto i padroni si accorgono della macabra scena: la donna quasi sviene, alla vista di un gatto grigio impiccato ad una trave, che teme possa essere La Grise. Ma i suoi uomini la rassicurano, non avrebbero mai fatto una cosa tanto crudele alla sua gatta adorata: si sono limitati a fracassarle le ossa, rivelano, e a gettarla in un tombino. E così, almeno dal loro punto di vista, giustizia è stata fatta.

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Dismaland – Il parco degli orrori

Scordatevi Disneyland, quello di oggi è il più grottesco parco divertimenti del mondo: lasciate a casa i bambini, questo è Dismaland!

Il Dismaland Bemusement Park (dismal in inglese significa tetro) è l’ultima opera dell’artista urbano Bansky, e si trova a Weston-super-Mare, in Inghilterra. Diciotto strambe e grottesche attrazioni progettate col preciso scopo di spiazzare gli ospiti, aperto dal 22 agosto al 27 settembre. Nel parco si trova di tutto, da Cenerentola morta a barche di migranti, da blindati antisommossa al celebre castello delle principesse diroccato.

 

 

Tutto nel parco è deprimente: persino gli addetti al pubblico – reclutati con un falso annuncio che prometteva un ingaggio in un film – hanno per contratto l’obbligo di mostrarsi depressi e sconfortati. Bansky non è l’unico artista impegnato nel progetto, oltre alle sue attrazioni si susseguiranno numerosi eventi, spettacoli e concerti, tra i quali quelli delle Pussy Riots e dei Massive Attack.

 

 

I biglietti sono disponibili sul sito ufficiale, e costano 3 sterline (poco più di € 4), ma i bambini sotto i 5 anni entrano gratis. Se avete il coraggio di portarli.

 

Dismaland

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D&R: Qual è la differenza tra pirati, bucanieri e corsari?

Uomini temprati dalla dura vita in mare aperto, dediti agli abbordaggi, ai rapimenti, alle battaglie e al grog. Pirati, bucanieri, corsari… Ma qual è la differenza?

I pirati sono sostanzialmente uomini che vivono al di fuori della legge, arruolati volontariamente o per coercizione. Si tratta a tutti gli effetti di ladri ed assassini, che assalgono indistintamente navi mercantili di qualsiasi nazione.

I corsari sono una sorta di mercenari, assoldati da uno stato attraverso una Lettera di Corsa (da cui il nome). Questa speciale patente, firmata dal regnante in persona, consente loro di assaltare le navi di un Paese nemico. Una caratteristica fondamentale è che se un corsaro viene catturato da una potenza straniera, viene arrestato – poiché trattato alla stregua di un prigioniero di guerra – mentre un pirata, nel migliore dei casi, viene impiccato in bella mostra.

I bucanieri sono una particolare specie di pirati. Verso la metà del XVII secolo il dominio inglese sui mari, grazie anche all’aiuto dei corsari, costringere la marina spagnola a puntare verso nuovi obiettivi. Nello specifico, la Spagna attacca Haiti, sterminando e razziando l’isola. Gli abitanti, messi alle strette, non possono far altro che unirsi e combattere l’invasore, fondando i Fratelli della Costa o, come sono meglio conosciuti, i bucanieri. Il nome deriva dal boucan, una struttura su cui gli haitiani sono soliti affumicare la carne, a cui è legato anche il termine barbecue. I bucanieri sono dei predoni insoliti: vivono democraticamente, eleggendo tramite votazione i capitani delle loro navi, e per un certo periodo di tempo gestiscono anche una sorta di assicurazione per tutti i membri dell’ordine. Sono soliti, inoltre, liberare gli schiavi recuperati durante gli abbordaggi alle navi spagnole.

 

 

Altri termini tipicamente legati alla pirateria sono filibustiere, saraceno e barbaresco.

I filibustieri sono un tipo di pirati derivati dai bucanieri, che nel tempo si trasformano in fuorilegge perdendo i principi alla base dell’ideologia degli haitiani. Il loro nome deriva dall’inglese freebooters e dal francese filibustiers, ovvero saccheggiatori.

I saraceni sono pirati spagnoli di origine araba dediti in particolare al saccheggio delle chiese e dei monasteri cristiani. Attivi sopratutto nel Mediterraneo e nel Nord Africa, il loro passaggio è testimoniato dalle torri di guardia presenti su tutta la costa italiana, costruite col preciso scopo di contrastarli.

I barbareschi sono pirati del Nord Africa (il nome deriva dai Berberi, popolazione del luogo) principalmente al soldo della Turchia. Esemplare è la sconfitta dell’imperatore spagnolo Carlo V nella battaglia di Lèpanto ad opera del Grande Ammiraglio barbaresco Khaye-ed-din, detto Barbarossa, al soldo dei turchi.

 

Nave pirata

 

Al prossimo arrrticolo!


Hai anche tu una domanda a cui non sai dare risposta? Inviacela e potresti vederla pubblicata sul sito!

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La tortura bianca

Di metodi di tortura, ripresi dall’antichità, ne abbiamo già parlato. Quella di oggi, invece, è una sottile tortura psicologica, che può durare anche anni, portando la vittima sull’orlo della pazzia: la tortura bianca.

La tortura bianca (شكنجه سفيد) è una sevizia tipica dell’Iran, applicata sopratutto a prigionieri politici. Si tratta di esporre il prigioniero ad una deprivazione sensoriale a larga scala, partendo da quella visiva: tutto ciò con cui si è in contatto è bianco. Ci si ritrova rinchiusi in una camera quadrata insonorizzata dipinta di bianco, senza finestre, con porte a scomparsa e luci in diversi punti per evitare di gettare ombre. Tutto è tristemente, asetticamente bianco. Le guardie sono invisibili, nascoste all’esterno della cella, ed utilizzano calzari imbottiti per non fare rumore. Lì fuori potrebbe anche esplodere un ordigno nucleare, e nessuno nella stanza se ne accorgerebbe. Col passare dei giorni si perde l’uso degli altri sensi: ogni cosa nella cella è liscia, desensibilizzando il tatto; si viene nutriti solo con riso in bianco, insapore, perdendo così il gusto e l’olfatto; come già scritto non si sente alcun rumore, affievolendo l’udito.

 

Letto bianco

 

L’alienazione arriva dopo poche settimane, portando allucinazioni e follia: qualsiasi cosa pur di sfuggire quell’enorme, infinito candore.

Uno degli esempi più noti di vittima della tortura bianca è quello di Seyyed Ebrahim Nabavi, uno dei più importanti ed autorevoli giornalisti iraniani, seviziato nel Carcare di Evin (Iran) come prigioniero politico, e liberato nel 2004.

Da quando ho lasciato Evin non riesco più a dormire senza assumere sonniferi. È orribile. La solitudine non ti abbandona mai, anche una volta che vieni liberato. Tutte quelle porte che ti si chiudono dentro… Ecco perché la chiamano la tortura bianca. Ottengono quello che vogliono senza colpirti fisicamente. Conoscono abbastanza di te per manipolarti con quello che ti dicono: possono farti credere che il presidente è stato deposto, che hanno rapito tua moglie, che qualcuno di cui ti fidavi ha rivelato loro delle menzogne su di te. Comincia a rompersi qualcosa dentro. E quando ciò avviene, ti hanno in pugno. E allora confessi tutto. – Seyyed Ebrahim Nabavi in un’intervista del 2004 a Human Rights Watch

Altro caso famoso è quello di Amir Fakhravar, uno studente rapito a soli 17 anni dalla Guardia Rivoluzionaria Iraniana, che ha trovato il coraggio di raccontare la sua storia.

Non riuscivamo a scorgere alcun colore, tutto nella cella era bianco, il pavimento, i nostri vestiti e persino la luce accesa 24 ore al giorno era bianca. Ci nutrivano solo con riso in bianco. Non vedevamo alcun colore e non sentivamo alcuna voce. Fui imprigionato per otto mesi, finché non riuscii più a ricordare neanche i volti di mio padre e mia madre. – Amir Fakhravar

Si potrebbe pensare che la tortura bianca sia appannaggio di paesi mediorientali, che molti considerano arretrati decenni rispetto agli occidentali. In realtà casi del genere avvengono anche da noi, come ad esempio nella cattolicissima Irlanda del Nord, o nella “colonna della libertà”, gli Stati Uniti.

Un esempio simile alla tortura bianca fa da sfondo al numero 212 del maggio 2004 di Dylan Dog, Necropolis.

 

Dylan Dog 212 - Necropolis

 

Se volete cercare di comprendere minimamente come ci si sente nella cella bianca, fate questo piccolo esperimento: tappatevi le orecchie con delle cuffie insonorizzate, sedetevi a terra ad un metro da una parete bianca e fissatela più che potete. Provate a parlare, se vi va, tanto non riuscireste a sentirvi. Fissate solo la parete. Finché non sprofonderete anche voi nell’abisso bianco che vi circonda.

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Forum!

In tempo per le vacanze di Ferragosto, siamo lieti di annunciarvi l’apertura del nuovo forum della Bottega del Mistero!

Potrete condividere le vostre esperienze, le vostre idee, i vostri racconti, insomma tutto quello che vi passa per la testa. La registrazione è ovviamente gratuita, e potete accedere dal menù che si trova in alto ed in basso in ogni pagina, sotto la voce Forum. Gli argomenti spaziano dagli extraterrestri ai fantasmi, dalle creepypasta alle serie televisive. Siamo ancora in una fase germinale, quindi ci scuserete se qualcosa non fosse di vostro gradimento: nel caso fatecelo sapere e vedremo di accontentarvi.

 

Time to read La Bottega del Mistero

 

Un’altra novità è quella, certamente curiosa, che vi informa sul tempo necessario alla lettura di un articolo. Si trova sotto il titolo di ogni post e vi suggerisce quanto tempo ci mettereste (più o meno) a leggerlo: in questo modo saprete sempre quanto tempo avete a disposizione per soddisfare la vostra fame di mistero.

Che dire, vi aspettiamo numerosi nel forum, e non dimenticate di leggere il regolamento!

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La Casa Senza Uscita: Parte I – No End House

No End House (La Casa Senza Uscita) è un racconto scritto da Brian Russell, ancora in fase di sviluppo (attualmente sono usciti quattro capitoli). La storia narra di una misteriosa casa al centro di una semplice scommessa: chi riuscirà ad attraversare tutte e nove le stanze che compongono l’edificio vincerà $ 500. E se non si riesce nell’impresa? Sarebbe meglio non scoprirlo.

Quello di oggi è il primo capitolo che, per quanto ne so, è inedito in italiano. Siete quindi i primi a leggerlo nella nostra bella lingua, grazie al duro lavoro della Bottega del Mistero. Se la storia vi piace, fatecelo sapere, e vedremo di tradurre anche gli altri capitoli. La seconda parte, sottotitolata Maggie, la trovate qui.

Buona lettura!

 

No End House

 


La Casa Senza Uscita – Parte I

 

Lasciatemi dire, prima d’ogni altra cosa, che Peter Terry era un eroinomane.

Eravamo amici al college e lo siamo stati anche dopo il mio diploma. Notate che ho detto “mio”. Lui ha lasciato dopo due anni. Da quando mi trasferii dal dormitorio in un piccolo appartamento, non sono riuscito più a vedere spesso Peter. Avremmo chattato online (AIM era il re incontrastato prima della venuta di Facebook). C’è stato un periodo in cui fu offline per cinque settimane di seguito. Non mi sono preoccupato più di tanto. È sempre stato un drogato scansafatiche, perciò pensai si fosse semplicemente stufato di chattare. Finché un giorno non tornò online. Prima che potessi avviare una conversazione, mi inviò un messaggio.

“David, amico, dobbiamo parlare.”

Fu allora che mi parlò della Casa Senza Uscita. Il nome derivava dal fatto che nessuno fosse mai stato in grado di raggiungere l’uscita. Le regole erano semplici, e piuttosto banali: arriva alla stanza finale della casa e vinci $ 500. C’erano nove camere in tutto. La struttura si trovava fuori città, a qualche miglio da dove vivevo io. Sembrava che Peter avesse provato nell’impresa e non ci fosse riuscito. Ma alla fine era un eroinomane e drogato di chissà-quali-altre-merdate, così immaginai che al primo fantasma di carta fosse scappato via. Mi mise in guardia. C’era qualcosa di innaturale in quella casa.

Non gli credetti. Gli dissi che ci avrei dato un’occhiata la notte successiva, e non mi importava di quanto mi supplicasse di ripensarci, quei $ 500 erano troppo belli per essere veri. Ci dovevo andare. Mi preparai per la notte seguente.

Quando arrivai, notai immediatamente che qualcosa non andava nella struttura. Avete mai letto o visto qualcosa che non sia pauroso, ma che in qualche maniera vi genera un brivido lungo la spina dorsale? Camminai verso la casa, ed il senso di inquietudine accrebbe quando ne spalancai la porta principale.

Il mio cuore rallentò e mi scappò un singhiozzo soffocato appena entrai. La stanza era una normale reception di un hotel addobbata per Halloween. Una nota era stata lasciata dove avrebbe dovuto esserci l’addetto al check-in. Lessi

“Per la Stanza 1 da questa parte. Ne seguono otto. Raggiungi la fine e vinci!”

Ridacchiai e mi incamminai verso la prima porta.

La prima area era ridicola. Le decorazioni di Halloween sembravano comprate ad una svendita di un supermercato, completate da stupidi fantasmi e zombie animatronici che gorgogliavano al passaggio. Alla fine c’era l’uscita; era l’unica porta presente nella stanza di fronte a quella da cui ero entrato. Mi ripulii dalle finte ragnatele ed affrontai la seconda ala.

Appena entrato nella Stanza 2 venni assalito dalla nebbia. Questa stanza era di certo tecnologicamente più avanzata della precedente. Non c’era solo la macchina per la nebbia, ma un pipistrello era attaccato al soffitto e volava in circolo. Inquietante. Sembrava ci fosse un CD comprato a 99 centesimi su Halloween che girava incessante. Non vidi nessuno stereo, ma immaginai che ci fosse un qualche sistema di radiodiffusione. Superai qualche topo giocattolo che girava per la stanza e coi polmoni affumicati giunsi all’area successiva.

Afferrai la maniglia ed il cuore mi salì in gola. Non volevo aprire la porta. Un senso di terrore mi colpì tanto da non riuscire più a riflettere. Dopo qualche terribile istante, mi risvegliai da quel senso di oppressione, ed aprii la porta.

La Stanza 3 fu dove le cose cominciarono a farsi serie.

Sulle prime, sembrava una stanza come tutte le altre. C’era una sedia al centro del pavimento di parquet. Una lampada in un angolo gettava una flebile luce, allungando qualche ombra lungo le pareti ed il pavimento. Ecco il problema. Ombre. Al plurale.

A parte la sedia, c’era dell’altro. Superai lentamente la porta, terrorizzato. Fu allora che capii che qualcosa non andava. Non riuscivo a capire cosa, così tentai istintivamente di riaprire la porta da cui ero appena entrato. Era bloccata dall’altro lato.

Non capivo. Qualcuno aveva chiuso la porta? Impossibile. L’avrei sentito. Che fosse un qualche sistema automatizzato? Forse. Ma ero troppo spaventato per rifletterci razionalmente. Mi girai verso la stanza e le ombre erano svanite. L’unica ombra era quella proiettata dalla sedia. Mi incamminai lentamente. Ho avuto delle allucinazioni da bambino, così immaginai che fossero state solo un parto della mia fantasia. Cominciai a sentirmi rincuorato quando giunsi a metà della stanza. Poi guardai dove stavo camminando, ed allora la vidi.

O meglio, non la vidi. La mia ombra non c’era. Non avevo il tempo di urlare. Corsi più in fretta che potei all’altra porta e mi ci gettai a capofitto, incurante della prossima area.

La Stanza 4 era se possibile ancora più disturbante. Appena chiusi la porta, tutte le luci della stanza vennero come risucchiate in quella precedente. Mi ritrovai lì, circondato dall’oscurità, impossibilitato a fare anche solo un passo. Non avevo paura del buio, né ne avevo mai avuta, ma ero terrorizzato. Non vedevo niente. Mi portai la mano di fronte al viso, senza sapere perché. Il buio era onnipresente. Non sentivo niente. Un silenzio irreale. Quando ti trovi in una stanza insonorizzata, puoi comunque sentire il tuo respiro. Puoi sentirti vivo.

Lì no.

Rimasi immobile per qualche secondo, finché riusci a sentire il mio cuore che batteva veloce. Non riuscivo a scorgere nessuna porta. Non ero neanche sicuro ce ne fosse una. Il silenzio venne rotto da un brusio quasi impercettibile.

Era dietro di me. Mi girai di scatto, ma come potete immaginare non vedevo al di là del mio naso. Era lì, ad ogni modo. Per quanto fosse buio, ero certo che ci fosse qualcosa in quella stanza con me. Il brusio si fece più forte, più vicino. Sembrava accerchiarmi, ma sapevo che il rumore giungeva da qualcosa di fronte a me, a pochi passi di distanza. Feci un passo indietro; non avevo mai provato un terrore così puro. Non riuscirei a descriverlo. Non avevo paura di morire; ero terrorizzato dalle alternative. L’orrore di ciò che c’era lì con me oramai aveva preso il sopravvento. Poi la luce tornò per un secondo e lo vidi.

Niente. Non c’era assolutamente niente. Poi la stanza tornò nel buio ed il brusio divenne una risata stridula. Urlai; non avrei sopportato quel dannato rumore per un altro minuto. Mi voltai e corsi a perdifiato, lontano dal rumore, ed afferrai la maniglia della porta. Mi gettai nella nuova stanza.

Prima di descrivere la Stanza 5, dovete sapere qualcosa. Non sono un drogato. Non ho mai fatto uso di droga o qualsivoglia sostanza stupefacente e le allucinazioni di cui parlavo prima si manifestavano solo quando ero stanco morto o mi ero appena svegliato. Entri nella Casa Senza Uscita con mente sveglia e chiara.

Entrando nella nuova area caddi, così mi ritrovai a fissare il soffitto. Quello che vidi non mi spaventò; semplicemente rimasi sorpreso. Degli alberi torreggiavano sulla mia testa. Il soffitto di questa stanza era più alto degli altri, il che mi fece supporre di essere al centro della casa. Mi rialzai da terra, mi detti una ripulita e diedi un’occhiata in giro. Era certamente la stanza più grande vista finora. Non riuscivo a scorgere la porta da cui ero entrato; rami e foglie la celavano alla mia vista.

A questo punto immaginavo che la stanza sarebbe stata spaventosa, ma in realtà sembrava un paradiso se confrontata con quella da cui ero appena uscito. Ero inoltre certo che quello che avevo incontrato nella Stanza 4 fosse rimasto lì dentro. Mi sbagliavo di grosso.

Come mi addentrai nella camera, comincia ad udire quello che normalmente uno si aspetterebbe di ascoltare in una foresta; insetti e qualche occasionale battito d’ali sembravano i miei unici compagni lì dentro. Fu la cosa che mi annoiò di più. Sentivo gli insetti e gli altri animali, ma non li vedevo. Mi stupivo di quanto quella casa potesse essere grande. Dall’esterno sembrava un’abitazione come tante altre. Dentro era decisamente più grande, ma c’era addirittura una foresta. I rami coprivano la parte alta della stanza, così che non riuscivo a vedere il soffitto, ma per quanto alto fosse ero certo che dovesse essere lì da qualche parte. Non riuscivo a scorgere neanche le pareti, comunque. L’unica cosa che vedevo chiaramente era il pavimento in parquet, identico a tutte le altre stanze.

Continuai a camminare, certo che prima o poi gli alberi avrebbero svelato la porta per uscire. Dopo un po’ che camminavo, una zanzara si posò sul mio braccio. La colpii e continuai a vagare nella stanza. Un secondo dopo, una decina di zanzare si erano aggrappate a me in differenti punti della pelle. Le sentivo sulle braccia e sulle gambe e persino sul volto. Tentai di scacciarle, inutilmente. Guardai in basso ed emisi un grido soffocato – forse qualcosa in più, a dire la verità. Non c’era nessun insetto. Nessuna zanzara che mi camminava addosso, ma riuscivo comunque a sentirle sulla pelle. Mi gettai a terra e cominciai a rotolare per scacciarle via. Ero disperato. Ho sempre odiato gli insetti, specialmente quelli che non puoi vedere o toccare. Quegli insetti invece potevano toccarmi, ed erano dappertutto.

Scappai. Non avevo idea di dove stessi andando; avevo perso la porta d’entrata e quella per uscire non c’era da nessuna parte. Così semplicemente scappavo, la mia pelle inorridita dalla presenza di quegli insetti incorporei. Dopo quelle che mi sembrarono ore, raggiunsi la porta. Mi aggrappai all’albero più vicino, cercando di ricompormi. Cercai di correre, ma non ci riuscii; il mio corpo era esausto per aver combattuto quello che c’era sopra di me. Ero a pochi metri dalla porta, così mi aggrappai ad ogni albero in mezzo per reggermi in piedi.

Ero a pochi passi quando lo udii. Il bisbiglio di prima. Veniva da dietro la porta ed era vicino. Riuscivo quasi a sentirlo dentro di me, come quando ti trovi troppo vicino al palco durante un concerto. La sensazione di avere ancora gli insetti addosso scemava con l’aumentare del bisbiglio. Così come mi aggrappai alla maniglia, gli insetti svanirono, ma non riuscivo a trovare la forza per girarla. Sapevo che se fossi tornato indietro, le zanzare mi avrebbero assalito di nuovo, e non c’era modo per tornare alla Stanza 4. Ero lì, impalato, la mia testa poggiata sulla porta marcata con un 6 e la mia mano appesa alla maniglia. Il bisbiglio era così forte da non riuscire a sentire nemmeno i miei pensieri. Non c’era altra cosa da fare se non avanzare. La Stanza 6 mi aspettava, e fu un inferno.

Mi richiusi la porta alle spalle, i miei occhi si serrarono e le mie orecchie ronzarono. Il bisbiglio era tutto intorno a me. Appena la porta si chiuse, il bisbiglio svanì. Riaprii gli occhi e la porta dalla quale ero entrato era svanita nel nulla. Lì dov’era c’era solo un muro. Mi guardai intorno shockato. L’area era identica alla Stanza 3 – la stessa sedia e la lampada – ma il numero di ombre era finalmente quello giusto. L’unica differenza è che non c’era alcuna porta da cui poter uscire. Come ho detto prima, non ho mai vissuto episodi di instabilità mentale, ma in quel momento caddi in quella che sono certo fosse pazzia. Non urlai. Non emisi un suono.

Accarezzai il muro. Era solido, ma ero certo che la porta fosse lì da qualche parte. Ne ero certo. Graffiai dove doveva esserci la maniglia. Mi aggrappai al muro con entrambe le mai, le unghie conficcate nel legno. Caddi placidamente sulle ginocchia, l’unico rumore nella stanza era il mio graffiare. La porta era lì, sapevo che era lì. Sapevo che se avessi superato questo muro-

“Va tutto bene?”

Saltai in piedi. Fissai il muro dietro di me e sembrava che fosse quello a parlarmi; ancora oggi mi pento di essermi voltato.

C’era una bambina. Indossava una veste bianca leggera, che le cadeva soave lungo i fianchi. Aveva lunghi capelli biondi fino a metà schiena, pelle bianca e occhi blu. Fu la cosa più raccapricciante che avevo mai visto, ed ero certo che nulla nella mia vita sarebbe stato più inquietante della sua apparizione. Guardandola meglio, mi accorsi di altro. Dove si trovava c’era quello che sembrava il corpo di un uomo. più largo del normale e coperto di peli. Era nudo dalla testa ai piedi, ma il suo volto non era umano e alla base delle gambe vi erano degli zoccoli. Non era il diavolo, ma gli assomigliava parecchio. Quella cosa aveva la testa di capra ed il muso di un lupo.

Era orribile ed era in sinergia con la ragazzina di fronte a me. Erano la stessa cosa. Non saprei spiegarlo, ma li vedevo allo stesso tempo. Erano una cosa sola, ma sembravano due cose a sé stanti. Mentre guardavo la bambina vedevo quella cosa, e mentre guardavo quella cosa vedevo la bambina. Non riuscivo a parlare. A malapena a tenere gli occhi aperti. La mia mente si rifiutava di accettare quello che avevo di fronte. Non ero mai stato così terrorizzato in vita mia e non pensavo lo sarei mai stato più dopo la Stanza 4, ma mi sbagliavo, la Stanza 6 era molto peggio. Ero semplicemente lì, immobile. Non c’era uscita. Ero intrappolato con quella cosa. Finché parlò di nuovo.

“David, avresti dovuto ascoltarmi.”

Quando parlò, la voce era quella della bambina, ma quella cosa mi parlò allo stesso modo telepaticamente, in un modo che non saprei descrivere. Non c’era alcun altro suono. La voce nella mia testa ripeteva la stessa frase ancora ed ancora, finché non fui d’accordo con lei. Non sapevo che fare. Stavo impazzendo, ed ancora non riuscivo a distogliere gli occhi da quella figura. Caddi a terra. Credetti di morire, ma la stanza non me lo permise. Volevo solo farla finita. Squittente di fronte ai miei occhi c’era uno dei topi giocattolo della seconda stanza.

La casa giocava con me. Ma per qualche ragione, vedere quel ratto meccanico mi riportò alla lucidità da qualsiasi posto fosse finito il mio senno, così guardai meglio la stanza. Doveva fuggire. Ero intenzionato a scappare il più lontano possibile e non menzionare mai più quella casa. Ero certo che quella stanza fosse l’inferno e non avevo alcuna intenzione di divenirne un ospite fisso. All’inizio, riuscii a malapena a scrutare l’ambiente. Fissavo le pareti in cerca di un’apertura. La stanza non era molto grande, così non ci misi troppo a squadrarla in lungo e in largo. Quella cosa continuava a vessarmi, la sua voce sempre più pressante. Mi sollevai con la mano su quattro zampe, e mi girai a fissare la parete dietro di me.

Così vidi qualcosa che non riuscivo ad accettare come vero. Quella cosa era dietro di me, a sussurrarmi nella testa che non sarei mai dovuto entrare in quella struttura. Sentivo il suo fiato sul collo, ma mi rifiutai di voltarmi. Un grande rettangolo balenò nel legno, con un piccolo bozzo al centro. Proprio dinnanzi ai miei occhi si ergeva un grande 7, che non pensavo più di scorgere. Capii: la Stanza 7 era proprio oltre il muro dove si trovava la Stanza 5 un secondo fa.

Non sapevo come ci ero riuscito – forse il mio stato mentale – ma avevo ricreato la porta. Lo sapevo. Nella pazzia, avevo graffiato nel muro ciò che bramavo di più: una via d’uscita. La Stanza 7 era vicina. Sapevo che quella cosa era proprio dietro di me, ma per qualche ragione non mi toccava. Chiusi gli occhi e poggiai entrambe le mani sul grande 7 di fronte a me. Spinsi. Spinsi più forte che potei. Il demone mi urlava nelle orecchie. Mi diceva che non sarei mai uscito di lì. Mi disse che quella era la fine, ma che non sarei morto; avrei dovuto vivere lì con lui nella Stanza 6. Non ne avevo alcuna intenzione. Spinsi ed urlai. Alla fine sapevo che avrei potuto anche spingere via l’intero muro.

Chiusi gli occhi ed urlai, ed il demone svanì. Tutto fu silenzio. Mi girai lentamente e vidi che la stanza era esattamente come quando ero entrato: solo una sedia e una lampada. Non riuscivo a crederci, ma non avevo tempo per fermarmi a riflettere. Mi rigirai verso la Stanza 7 e sbandai. C’era una porta. Non quella che avevo creato io, ma una vera porta con un grande 7 sopra. Tremavo. Ci misi un po’ a riprendermi. Rimasi lì per un po’ a fissare la porta. Non potevo restare nella Stanza 6. Ma se quella era la sesta, non osavo immaginare cosa ci fosse nella settima. Rimasi lì per un’ora buona, solo a fissare il 7. Alla fine, con un profondo sospiro, girai la maniglia ed aprii la porta.

Attraversai la porta devastato. Questa si richiuse alle mie spalle e compresi dove mi trovassi. Ero all’esterno. Non come nella Stanza 5, ero davvero all’esterno della casa. I miei occhi si arrossarono. Volevo piangere. Caddi in ginocchio, provai a rialzarmi, ma non ci riuscii. Ero finalmente scappato da quell’inferno. Non mi importava più nulla del premio. Mi girai e scoprii che la porta alle mie spalle era quella d’ingresso. Mi incamminai all’auto e guidai verso casa, certo che una doccia mi avrebbe ritemprato.

Giunto a casa, cominciai a sentirmi a disagio. La gioia di aver abbandonato la Casa Senza Uscita si spense in me, mentre una brutta sensazione si cementificava nello stomaco. Doveva trattarsi di qualche residuo lasciato dalla casa, pensai, ed aprii la porta. Ero in camera mia. Sul mio letto c’era il gatto, Baskerville. Era la prima cosa viva che vedevo quella notte, così mi avvicinai per accarezzarlo. Mi sbuffò contro e si difese con le unghie. Rimasi interdetto, non aveva mai fatto così. Poi pensai “Bah, è solo un vecchio gatto scemo.” Mi tuffai nella doccia e fui pronto per quella che, ne ero certo, si presagiva come una nottata insonne.

Dopo la doccia, andai in cucina a prepararmi qualcosa da mettere sotto i denti. Discesi le scale e mi ritrovai in salotto; quello che vidi si impresse ferocemente nelle mia testa. I miei genitori erano a terra, nudi, coperti di sangue. Erano così mutilati da essere quasi irriconoscibili. I loro arti erano stati rimossi e poggiati di fianco ai loro corpi, mentre le loro teste svettavano recise sopra i loro toraci a fissarmi. Sorridevano, come se fossero felici di vedermi. Vomitai e piansi. Non capivo cosa fosse successo; non vivevano con me a quel tempo. Ebbi un mancamento. Poi eccola: una porta che non avevo mai visto prima. Una porta con un grande 8 dipinto a sangue.

Ero ancora in quella casa. Non ero in salotto ma nella Stanza 7. Quelli non erano i miei genitori; non era possibile, ma erano identici a loro. La porta col numero 8 era oltre i cadaveri martoriati. Dovevo andare, ma non ci riuscivo. I loro volti sorridenti si erano impressi nella mia mente; non mi reggevo in piedi al solo pensiero. Vomitai di nuovo e svenni. Poi il bisbiglio ritornò. Tuonava più forte che mai, così che anche le mura della stanza tremavano. Il bisbiglio mi spinse ad andare.

Camminavo lentamente, avvicinandomi sempre più alla porta e ai cadaveri. Restavo fermo un attimo, poi camminavo, e più mi avvicinavo ai corpi senza vita più ero spinto al suicidio. Le mura tremavano così forte che sembrava stessero per crollare, ma le facce continuavano a sorridermi. Poi, mi accorsi che i lori occhi mi seguivano. Ero in mezzo ai due cadaveri, a pochi passi dalla porta. Gli arti amputati mi vennero dietro, mentre i volti mi fissavano. Un nuovo orrore preso possesso di me, così corsi via. Non volevo ascoltarli. Non volevo che le loro voci fossero quelle dei miei genitori. Aprirono le labbra mentre le mani erano a pochi piedi da me. Disperato, corsi attraverso la porta, e la sbattei dietro di me. Stanza 8.

Ero pronto. Dopo quello che avevo visto, non c’era niente che quella fottuta casa avrebbe potuto fare per abbattermi. Non c’era niente che non avessi già letto nelle fiamme dell’inferno. Purtroppo, sottostimavo il potere della Casa Senza Uscita. Nella Stanza 8 c’erano cose indicibili, molto più disturbanti e molto più terrificanti.

Ho ancora dubbi su quello che realmente vidi nella Stanza 8. Di nuovo, l’area era una copia esatta della Stanza 3 e della Stanza 6, ma seduto sulla sedia solitamente vuota c’era un uomo. Dopo qualche secondo di smarrimento, accettai consciamente che di fronte a me c’era un uomo. Era identico a me, io, David Williams. Mi accostai. Volevo esserne sicuro. Lui mi fissò, con grandi occhi rigati di lacrime.

“Ti prego… Ti prego, non farlo. Ti prego, non farmi del male.”

“Cosa?” Chiesi. “Chi sei? Non voglio farti del male.”

“Sì che vuoi…” Sospirava. “Mi stai per fare del male, ed io non voglio che accada.” Non stava fermo con le gambe. Era patetico, senza contare che a prima vista era identico a me.

“Ascolta, chi sei?” Ero a solo qualche passo dal mio doppelgänger . Era l’esperienza più strana della mia vita, stare lì a parlare con me stesso. Non ero pauroso, ma lo sarebbe stato presto. “Perché st-”

“Stai per farmi del male stai per farmi del male se vuoi andartene via allora stai per farmi del male.”

“Che stai dicendo? Datti una calmata. Guarda ch-” Ed allora lo vidi. Il David che sedeva di fronte a me indossava i miei stessi abiti, ad eccezione di una grande toppa sulla maglietta vergata dal numero 9.

“Non farmi del male non farmi del male ti prego non farmi del male…”

I miei occhi non riuscivano a staccarsi dal numero sul suo petto. Sapevo esattamente cosa fosse. Le prime porte sono state semplici da aprire, ma dopo un po’ si sono fatte più ambigue da trovare. La 8 era marcata col sangue dei cadaveri dei miei genitori. Ma la 9 – questa era una persona, una persona vivente. Peggio ancora, era una persona identica a me.

“David?” Chiamai.

“Sì… Stai per farmi del male stai per farmi del male…” Continuava a singhiozzare e dimenarsi.

Rispondeva se lo chiamavo David. Era me. Ma quel 9. Lo lasciai in pace qualche minuto a struggersi sulla sua sedia. La stanza non aveva porte, come la Stanza 6, e quella da cui ero entrato era svanita nel nulla. Per qualche ragione, ero certo che grattare via le pareti non avrebbe fatto apparire una porta. Studiai con attenzione i muri ed il pavimento attorno la sedia, e ci ficcai la testa sotto per vedere se c’era qualcosa di utile. Sfortunatamente c’era. Sotto la sedia, un coltello. Attaccato c’era un biglietto che recitava “Per David – Dall’amministrazione.”

Leggere quelle parole mi mise in subbuglio lo stomaco. L’ultima cosa che volevo fare era raccogliere quel coltello da sotto la sedia. L’altro David continuava a singhiozzare incontrollabilmente. La mia mente cadde in un vortice di domande inevase. Chi aveva nascosto il coltello, e come faceva a sapere il mio nome? Senza parlare che oltre ad essere sdraiato sul freddo pavimento, ero anche seduto sulla sedia di legno, chiedendo di non essere ferito da me stesso. Era troppo per me. La casa e l’amministrazione avevano giocato con me tutto il tempo. Il mio pensiero andò a Peter ed al suo ruolo in questa messinscena. Se lui avesse trovato un altro Peter Terry su quella sedia… Scacciai il pensiero dalla testa; non mi importava. Afferrai il coltello da sotto la sedia ed immediatamente l’altro David si zittì.

“David” mi disse con una voce identica alla mia “cosa pensi di fare?”

Mi alzai da terra brandendo il coltello in una mano.

“Sto per uscire di qui.”

David era ancora seduto, stranamente calmo. Mi fissava con un ghigno sottile. Non so dirvi se mi sorridesse o stesse per strangolarmi. Si alzò, lentamente, e mi affrontò. Era sconcertante. Il suo fisico era identico al mio. Sentii la plastica del coltello nella mano e la strinsi più forte. Non sapevo esattamente cosa avrei fatto, ma sapevo che andava fatto.

“Adesso” la sua voce era più profonda della mia “sto per farti del male. Ti farò del male e ti lascerò qui.” Non risposi. Lo affrontai e basta. Lo atterrai, e mentre lo fissavo a terra, ero pronto a colpirlo. Lui mi guardò terrorizzato. Sembrava come riflettersi in uno specchio. Fu allora che il bisbiglio tornò, leggero e distante, ma riuscivo a sentirlo nitidamente. Il bisbiglio si fece più pressante e qualcosa dentro di me scattò. Affondai il coltello nella toppa sul suo petto e la squarciai. Il buio coprì l’intera stanza, ed io mi sentii cadere.

L’oscurità intorno a me era qualcosa che non avevo mai sperimentato prima. La Stanza 4 era buia, certo, ma non era nulla di particolare. Non ero neanche certo di cadere realmente. Mi sentivo etereo, coperto dall’oscurità. Poi un’improvvisa tristezza mi assalì. Mi senti perso, depresso, al limite del suicidio. La vista dei miei genitori mi balzò alla mente. Sapevo che non erano reali, ma li avevo visti e la mente a volte fatica a distinguere ciò che è reale dall’illusione. La tristezza aumentava. Rimasi nella Stanza 9 per quelli che mi sembrarono giorni. La stanza finale. Ed era esattamente quello che era: la fine. La Casa Senza Uscita aveva un’uscita ed io l’avevo raggiunta. In quel momento mi risvegliai dal torpore. Sapevo che sarei potuto rimanere in quello stato per sempre, con solo le ombre a farmi compagnia. Non c’era neanche più il bisbiglio a mantenermi sano di mente.

Persi il contatto con la realtà. Non sentivo neanche la mia stessa presenza. La vista era inutile. Cercai un qualche sapore in bocca ma niente. Mi sentivo completamente perso. Sapevo dov’ero. L’inferno. La Stanza 9 era l’inferno. Poi alla fine accadde. Una luce. Una di quelle luci stereotipate alla fine del tunnel. Mi rialzai da terra e mi rimisi in piedi. Dopo qualche istante riacquistai i sensi, e mi incamminai lentamente verso la luce.

Più mi avvicinavo alla luce, più mutava forma. Era una fessura lungo una porta senza numero. Superai la porta e mi ritrovai dove tutto aveva avuto inizio: la reception della Casa Senza Uscita. Era esattamente come l’avevo lasciata: vuota, con le stupide decorazioni di Halloween appese dappertutto. Dopo tutto quello che avevo passato quella notte, ero particolarmente diffidente. Dopo qualche minuto, cercai in giro qualsiasi cosa di strano. Sul bancone c’era una busta col mio nome scritto a mano sopra. Divorato dalla curiosità, ma cauto,trovai il coraggio di aprire la busta. Dentro c’era una lettera, anch’essa scritta a mano.

Caro Williams,

Congratulazioni! Hai completato la Casa Senza Uscita! Accetta questo premio in onore di questa grande conquista.

Vostra per sempre,

l’Amministrazione.

Alla lettera erano allegati cinque biglietti da 100 dollari.

Non riuscivo a smettere di ridere. Risi per quelle che mi sembrarono ore. Risi quando andai alla macchina e risi mentre guidavo. Risi quando parcheggiai. Risi quando aprii la porta di casa mia e risi quando vidi quel 10 inciso nel legno.

 

No End House

La Bottega del Mistero
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Nascondino da soli – Sopravviverai a questo gioco?

Quella di oggi è una versione un po’ particolare di nascondino. Conoscete il gioco, no? Un bambino conta e tutti gli altri corrono a nascondersi, poi chi sta sotto va a cercarli. Se si viene scoperti si viene eliminati. Ma esiste un tipo di nascondino che si può giocare anche da soli. O quasi.

Ed in palio c’è la vostra vita.

Nascondino da soli (One-Man Hide and Seek oppure ひとりかくれんぼ) è una storia che narra le regole per partecipare all’omonimo gioco. Si dice che si basi su una storia vera, ben nota nella regione di Kansai (関西) in Giappone, pubblicata nel luglio 2007 su Mb2.jp. In molti su internet raccontano la loro esperienza con questo gioco, e mentre la maggior parte si dichiara delusa, alcuni giurano che il nascondino da soli non è affatto uno scherzo, e non va preso alla leggera. Le regole sono semplici, gli oggetti da raccogliere pochi, il terrore è puro.

Buon divertimento.

 

Orsetto Teddy pugnalato

 

Nascondino da soli

Benvenuti a Nascondino da soli!

Prima di iniziare, alcune regole:

  • non lasciate che il gioco duri più di due ore, dopo sarà quasi impossibile vincere;
  • dovete giocare quando siete i soli esseri umani presenti in casa;
  • quando vi nascondete restate in silenzio;
  • spegnete tutti gli apparecchi elettronici prima di cominciare;
  • non guardatevi mai alle spalle quando scappate e non addormentatevi per nessuna ragione al mondo.

Ecco quello che vi serve:

  • un peluche che abbia entrambe le gambe e le braccia;
  • riso (abbastanza per riempire il peluche);
  • qualcosa che provenga dal vostro corpo (un pezzo di unghia o un capello);
  • ago da cucito;
  • del filo rosso;
  • un coltello (o un tagliacarte, l’importante è che sia affilato);
  • una tazza di acqua salata.

Date un nome al vostro animale di pezza, che non sia il vostro stesso nome. Per comodità chiamiamolo Teddy. Apritelo in due col coltello e rimuovetene l’imbottitura, sostituendola col riso. Nascondete all’interno anche il tagliaunghie: i nuovi visceri del giocattolo dovranno essere ricuciti col filo rosso. Passate il filo rosso lungo tutto il tessuto reciso, più e più volte.

Ora, attendete le 3:00. Al terzo rintocco portate Teddy in bagno e poggiatelo sul bordo della vasca, mentre riempite quest’ultima per metà. Prendete il peluche e tenetelo con forza tra le mani, fissatelo nei suoi occhi vitrei ed urlate con quanto fiato avete in gola, per tre volte:

A questo giro io starò sotto!

Alla fine del terzo grido lanciate Teddy in acqua, uscite dal bagno e richiudetevi la porta alle spalle. Spegnete tutte le luci di casa. Potete lasciare la televisione accesa, ma solo su un canale statico. Ora trovate un muro che farà da tana, chiudetegli gli occhi e respirate profondamente, contante fino a 10, con calma, lentamente. Quando avete finito, aprite gli occhi ed afferrate il coltello.

Il gioco è appena iniziato.

Tornate nel bagno e cercate Teddy nell’acqua della vasca. Afferratelo con una mano ed esclamate trionfanti:

Ti ho trovato Teddy!

Ora pugnalatelo al petto, e ponete così fine al vostro turno.

Ora tocca a lui.

Lasciate cadere il peluche in acqua o sul pavimento, ma badate che il coltello sia ancora conficcato dentro il suo corpo inanimato. Apostrofatelo con:

È il tuo turno Teddy!

Scappate. Richiudetevi di nuovo la porta alle spalle e fuggite via. Recuperate la tazza d’acqua salata e portatela con voi. Attenti a non rovesciarne il contenuto. Mai.

In casa ci sono sempre buoni posti in cui nascondersi, sopratutto sotto un letto o dentro un armadio. Qualsiasi sia la vostra scelta, due sono le cose importanti: avere sempre la tazza d’acqua salata con sé e non uscire dal nascondiglio per nessuna ragione al mondo.

Non fate rumore, il vostro respiro deve essere il più debole possibile, non fatevi prendere dal panico. Lì fuori succederà di tutto. Passi leggeri si muoveranno per tutta la casa, il vostro cane comincerà ad abbagliare furiosamente, oggetti anche pesanti verranno spostati con rumori sordi, sentirete freddo, tanto freddo, ed un odore nauseabondo permeerà l’aria, tanto da farvi quasi vomitare. Forse vi sentirete anche toccare da mani invisibili, ed a volte queste stesse mani eteree vi strattoneranno con forza. Non abbandonate il vostro nascondiglio, finché non giungerà infine l’alba.

Sorseggiate l’acqua salata, ma assolutamente non bevetela. Tenetela in bocca più che potete e dirigetevi velocemente in bagno. Cercate Teddy. Non è detto che sia dove l’avete lasciato. Se non c’è, o c’è solo il coltello, cercate per tutta casa. Trovatelo. Ad ogni costo. Rovesciate mobili, se necessario, guardate in ogni angolo, dentro ogni cassetto, scrutate ogni anfratto possibile. Appena lo troverete, avvicinatevi e sputategli addosso per tre volte di seguito l’acqua salata che permea le vostre guance. Traete un respiro profondo ed esultate:

Ho vinto io, Teddy!

In realtà avete quasi vinto. Afferrate Teddy e dategli fuoco. Potete farlo anche all’esterno della casa, in un bidone o a terra, l’importante è che restiate a fissare il guizzo delle fiamme generate dal suo corpo senza vita fino alla fine, finché del vostro amico peloso non resteranno che cenere e fumo.

Ora avete vinto.

Teddy però potrebbe avercela a male con voi. Nelle settimane successive potreste udire voci sommesse provenire dal vostro nascondiglio, e qualcosa potrebbe venire a sfiorarvi la pelle mentre dormite. Il peggio però è passato.

Questo ovviamente se avete giocato correttamente e avete sconfitto Teddy. Se siete usciti dal nascondiglio prima dell’alba, o avete rovesciato la tazza d’acqua salata, beh…

Peggio per voi.

 

Teddy Bear sorriso

 


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