Archivio mensile: gennaio 2016

D&R: Qual è la malattia più rara del mondo?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce migliaia di malattie e sindromi, alcune molte comuni e lievi, che colpiscono senza particolari sintomi miliardi di persone, e altre rare, rarissime, che colpisco solo pochi individui.

Ma qual è la malattia più rara del mondo?

Premetto che dare una risposta esatta è impossibile. Alcune patologie possono non essere diagnosticate in tempo, o il medico che ha in cura il paziente può non rendersi conto di trovarsi a fronteggiare una nuova minaccia. I motivi possono essere molteplici.

Attualmente il morbo più raro del mondo sembra essere la Malattia di Fields, che ha colpito solo 2 persone in tutta la storia dell’umanità.

È stata diagnosticata in due gemelle, le gallesi CatherineKirstie Fields. Si tratta di una malattia muscolare degenerativa, che porta a spasmi muscolari continui (simili al Morbo di Parkinson), all’impossibilità di proferire parola correttamente (le ragazze si affidano ad un sintetizzatore) e camminare, e ad un dolore costante. Le primi manifestazioni della patologia si presentano quando le Fields hanno 4 anni. Non riescono a camminare né a parlare bene. I medici le sottopongono a tutti i tipi di test noti per sintomi del genere, ma non vengono a capo di nulla: si tratta di una nuova malattia. Ad oggi non esiste cura, né si sa se la loro patologia gli sarà fatale nel prossimo futuro. Allo stesso modo non se ne prevede il decorso: se si presenteranno nuovi sintomi oppure no resterà un mistero che verrà svelato solo col tempo. Alcuni medici presumono si tratti di una malattia genetica, ma non vi è comunque nessuna prova a suffragare questa tesi; le Fields, poco più che ventenni, ad oggi non hanno figli.

La Sindrome di Sly è una malattia congenita che comporta facies lunare, ritardo nella crescita, nanismo, ed un importante ritardo mentale. Diagnosticati circa 27 casi nel mondo. Gli affetti da Sly non superano mai i 15 anni. Nessuna terapia nota.

Altro morbo raro è la Progeria, o Sindrome di Hutchinson-Gilford, malattia genetica che causa invecchiamento precoce. Sviluppa nel bambino l’insorgere di malattie tipiche degli anziani, quali la malattia coronarica, e porta l’individuo ad una morte precoce. I nati con progeria difficilmente superano i vent’anni d’età. Esistono 140 casi documentati nel mondo. Nessuna cura.

La Maledizione di Ondina, più propriamente Ipoventilazione Alveolare Primitiva, o Sindrome da Ipoventilazione Centrale Congenita, è un disturbo del sonno, in cui la respirazione è del tutto assente. Il nome deriva dalla storia germanica Il Sonno dell’Ondina: Ondina, una ninfa acquatica, è immortale, ma se cederà all’amore di un uomo e ne partorirà il figlio, diverrà una mortale come il suo sposo. Ondina incontra un nobile cavaliere, Sir Lawrence, e tra i due scocca l’amore, si sposano e dopo un anno hanno un figlio. Ondina comincia così ad invecchiare e a perdere la sua beltà, finché Sir Lawrence non la tradisce; la ninfa lo scopre e lo maledice così:

Tu mi hai giurato fedeltà con ogni tuo respiro, ed io ho accettato il tuo voto. Così sia. Finché sarai sveglio, potrai avere il tuo respiro, ma dovessi mai cadere addormentato, allora esso ti sarà tolto e tu morrai!

La Maledizione di Ondina colpisce il sistema nervoso simpatico, che gestisce i meccanismi automatici del nostro corpo, come il battito cardiaco. Non essendo in grado di respirare autonomamente, chi soffre di questo morbo, al momento di addormentarsi, smette di respirare. Sono stati riscontrati un migliaio di casi nel mondo. La stragrande maggioranza degli affetti dalla Maledizione di Ondina non supera l’infanzia. Non esiste una cura specifica, ma si può fare affidamento a pacemaker e maschere bipap per la respirazione assistita.

 

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La sindrome dell’happy puppet – La Marionetta Felice

La sindrome dell’happy puppet è una creepypasta pubblicata inizialmente su Creepypasta Wikia dall’utente Error666 il 3 luglio 2012. È ispirata ad una rara malattia genetica realmente esistente, la Sindrome di Angelman, altrimenti detta AS e conosciuta un tempo come Sindrome della Marionetta Felice. Capirete presto il perché di questo grottesco nome.

Buona lettura.

 

 

 

La sindrome dell’happy puppet

Pensammo che sarebbe stato semplice. Prendere un paio di cromosomi, scinderli, metterli un po’ qua, un po’ là e, ehi, un perfetto essere umano. Non sono ancora sicuro di cosa sia andato storto. Un errore di calcolo? Di procedura? O forse qualcosa al di là del nostro controllo. Chi lo sa? Noi (alcuni dei miei colleghi psicologi ed io) eravamo affascinati dalle emozioni umane. Rabbia, disperazione, euforia. Era possibile fare in modo che una sola emozione fosse presente nella mente dell’uomo? Che si potesse limitare a uno solo stato di euforia, senza che la tristezza e la rabbia condizionassero i pensieri? In teoria sì.

Non vi descriverò in dettaglio le procedure del nostro esperimento, perché non vorrei che voi lo ripeteste, e perché temo che impazzirei al solo pensiero di ricordarmele una ad una. Le terribili azioni che abbiamo commesso, si intende. Eravamo ambiziosi, nel pieno della giovinezza, niente avrebbe potuto fermarci e nessuno ci avrebbe potuto dire che stavamo sbagliando. Tutto ciò che dirò è che abbiamo tenuto da parte alcune cellule staminali, per poi farle diventare feti e modificarli geneticamente. L’esperimento fu ribattezzato “Progetto Angelman” e l’obbiettivo era quello di creare un essere che provasse solo felicità. Ma qualcosa andò storto, terribilmente storto.

La prima metà delle cavie sottoposte al test morì inaspettatamente, senza sintomi o cause evidenti, mentre la seconda nacque orribilmente deforme. Solo tre sembravano essere sani. Perfetto, pensammo. Un umano con una mentalità diversa rispetto a qualsiasi altra, grazie alla presenza del solo stato euforico.

Erano perfettamente normali, fino ai diciotto mesi. A quel punto, infatti, apparirono i primi sintomi. Mancanza di equilibrio, problemi nel dormire e nel mangiare ed una bassa reattività. Eravamo nel panico, ma esternamente ci dimostrammo ugualmente calmi e procedemmo con il progetto.

Avremmo dovuta chiuderla lì. Avremmo dovuto prendere quelle dannate cavie e farle sopprimere, bruciarle e chiuderle nel laboratorio. Ma continuammo. E le cose non fecero che peggiorare. I movimenti dei soggetti diventarono man mano sempre più sporadici e non riuscivano ancora a pronunciare una sola parola. Malgrado ciò, potevano lo stesso ridere, e lo facevano spesso. Troppo spesso. Non era una risata felice, ma una silenziosa, quasi nervosa e praticamente continua. Non importava quanta sofferenza venisse inflitta ai soggetti, questi infatti a malapena ci osservavano e ridevano, come se ci stessero prendendo in giro, dimostrandoci che i tentativi di fargli provare dolore fossero del tutto inutili.

Ci aspettavamo che i soggetti riuscissero ad apprendere più velocemente rispetto alle persone normali, accadde invece il contrario. Il loro sviluppo mentale subì invece forti ritardi e non riuscivano a prestare attenzione a qualcosa per più di qualche minuto, prima di scoppiare in una risata. Ma continuammo, sperando che tutti questi sintomi si sarebbero attenuati man mano che i bambini crescevano. Demmo un nome all’insieme di questi sintomi: sindrome dell’happy puppet (o “della marionetta felice”), poiché, a causa dei loro movimenti apparentemente non controllati, i bambini sembravano quasi pupazzi sorretti da fili.

Dopo cinque anni spesi nella realizzazione del progetto, ci rendemmo conto che non c’era alcuna speranza. Non riuscivamo più a sopportare le incessanti risate di questi bambini; come se loro sapessero qualcosa che noi non sapevamo, come se solo loro avessero sentito una sorta di barzelletta. Guardare un bambino e vedere questo contorcersi e ridere in maniera così eccessiva era veramente inquietante. Due dei miei colleghi ci avevano già rinunciato, perché non riuscivano più a reggere tutto ciò. Non ebbi più notizie di loro, in seguito; è però probabile che siano ormai morti.

I bambini non parlarono mai nell’arco dei cinque anni. Ridevano soltanto, con la loro maledetta risata.

Andammo per dar loro la colazione e ci fissarono con i loro enormi occhi, contorcendosi, ridacchiando e non dicendo niente. Lasciammo il pasto di fronte a loro e uscimmo. Il cibo era cosparso di tossine che li avrebbero uccisi silenziosamente e in maniera indolore. Faceva male dover compiere quest’azione, ma andava fatta. Ad ogni modo, non fu così semplice.

Nel momento in cui uno dei miei amici posizionò davanti ad uno di essi il vassoio col cibo, le risate cessarono. Il ragazzo guardò me ed il mio collega, il suo sguardo divenne improvvisamente cupo, maledettamente serio, e la risata era ormai sparita.

Continuarono a fissarlo e ad avere spasmi, per un po’. Il mio amico era in stato di shock e non riusciva a muoversi. I miei colleghi ed io restammo con la penna in mano ed il blocco appunti nell’altra, pronti a prender nota. Improvvisamente, il mio amico cadde sulle ginocchia, afferrando la propria testa con le mani e urlando furiosamente. Sembrava soffrire terribilmente. I miei colleghi e io eravamo sorpresi da ciò che stava accadendo, ma non potevamo farci nulla, se non rimanere seduti e assistervi. Il mio amico collassò sul pavimento, imprecando. Dopo alcuni spasmi, i suoi muscoli si rilassarono.

Cercai di controllare i conati, cosa che alcuni miei colleghi non riuscirono a fare altrettanto efficacemente.

Qualcosa in tutto ciò non era normale. Una presenza maligna sembrava sovrastarci. Sigillammo immediatamente l’ingresso.

Il ragazzo si fermò, osservò la porta e rise. Cadde a terra, contraendosi e rotolando mentre rideva pazzamente.

Gli altri due fecero lo stesso. Dopo alcuni minuti, il raptus cessò e si alzarono in piedi, ancora in preda a convulsioni e ridacchiando.

Le luci si spensero improvvisamente, sentii vetri infrangersi ed urla. La parte più spaventosa di tutte erano gli inquietanti sussurri alternati alle silenziose risate. Quando le luci tornarono, le cavie erano sparite. Due dei miei colleghi erano stesi di fianco a me, in stato d’incoscienza, i loro corpi erano posti in strane posizioni, con un filo di sangue che scorreva dalle loro bocche socchiuse. A primo impatto sembravano essere morti. Non mostravano segni di vita ma, chinandomi, potei sentirli ridere, debolmente. Mi avvicinai per esaminare le condizioni del mio amico. Niente battito, non respirava, ma continuava ugualmente a ridere silenziosamente.

Malgrado i soggetti fossero scomparsi, tuttavia avevo la sensazione che qualcuno mi stesse guardando, qualcuno che era appena fuori dal mio campo visivo, ma che non sarei mai stato in grado di vedere.

Io e un altro collega chiudemmo tutto immediatamente.

Prima di andarcene definitivamente, distruggemmo le nostre ricerche e sigillammo il laboratorio. Ho perso i contatti con gli altri colleghi, suppongo che siano morti.

Continuo a sentirmi come osservato. Riesco ancora a sentire le risate, i sussurri nei miei sogni e talvolta anche quando sono sveglio. Quando ciò accade corro, fuggendo di casa. Non riesco a stare nello stesso posto per più di pochi giorni, a causa di queste presenze.

Si è diffuso. In altri bambini sono stati individuati sintomi simili. Non ho idea di come abbia fatto a diffondersi, non dovrebbe essere qualcosa di contagioso. Qualcuno da qualche parte scrisse qualcosa riguardo alla disfunzione del quindicesimo cromosoma e questo riuscì a conservare la serenità della gente e a tenerla all’oscuro, per ora. La malattia fu chiamata “sindrome di Angelman”. Finora i nuovi nati non hanno dimostrato d’essere pericolosi. Ma so che, da qualche parte, si aggirano ancora le cavie originali. So che stanno venendo da me. So che mi troveranno, e lo accetto. Questo è ciò che mi merito per aver cercato di andare contro natura. Lascio questa lettera come monito. Stanno venedo anche per te. Stanno venendo per tutti noi. Se mai dovessi sentire sussurrare, ridere appena, corri. Se mai ti sentissi come se qualcosa stesse al di fuori del tuo campo visivo, senza che tu però riesca a guardarlo effettivamente, corri.

In aggiunta, vorrei metterti in guardia anche d’altro.

Uno: non manomettete ciò che non ti appartiene.

Due: persino gli angeli possono essere demoni sotto copertura.

E tre: non venitemi a cercare. Consideratemi già morto.


Il precedente manoscritto è stato ritrovato in un laboratorio nascosto e abbandonato, situato in una vasta foresta dell’Alaska. Il laboratorio era costituito da una camera d’osservazione e da una stanza di contenimento. L’ultima era stata sigillata, e l’intero laboratorio presentava i segni lasciati da un incendio. Tracce di sangue sono state ritrovate all’apertura della stanza di contenimento e una finestra era ridotta in frantumi. Il preciso scopo di questo laboratorio rimane tuttora sconosciuto.

 

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Ricordate il selfie del macaco? Ecco com’è finita!

Vi ricordate del macaco che aveva rubato una macchina fotografica e si era scattato un selfie? Ne abbiamo parlato qualche anno fa, ponendoci questa semplice domanda: se un animale si fa un selfie, i diritti sulla foto gli appartengono o sono del fotografo che ha preparato l’attrezzatura? Oggi, grazie ad una sentenza del giudice federale di San Francisco, abbiamo la risposta.

È il 2011 quando un macaco nero, Naruto, ruba l’attrezzatura del fotografo professionista David Slater, e ci si scatta un selfie. Da lì in poi una caterva di accuse, anche legali, su chi detenesse i diritti sulla foto. Secondo Wikipedia appartengono alla scimmia, e pertanto rientrano nel pubblico dominio, secondo Slater è lui il detentore, avendo messo a disposizione l’attrezzatura. Insomma, macaco, Slater o nessuno?

A mettere la parola fine ci ha pensato il tribunale di San Francisco, Stati Uniti, dove proprio nel 2011 la Peta, un’associazione animalista, depone una formale denuncia contro Slater affinché al macaco vengano riconosciuti i diritti sull’immagine. Il 6 gennaio 2016 ha perso la causa, decretando che un animale, in pratica, non ha alcun diritto sulla realizzazione di opere proprie. Slater può finalmente guadagnarsi da vivere con la foto, mentre la Peta non è affatto contenta di come è finita la vicenda, e minaccia ulteriori rappresaglie.

Al macaco, dal canto suo, non gliene è calato né tanto né poco. 🙂

 

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Jvk1166z.esp

Jvk1166z.esp è una creepypasta scritta il 23 aprile 2011 dall’utente RetardoTheMagnificent su Creepypasta Wiki. Narra di un inquietante mod per Morrowind, terzo capitolo della saga The Elder Scrolls (a cui seguiranno Oblivion e Skyrim) sviluppata dalla Bethesda Game Studios nel 2002. Per alcuni un virus, per altri una mod corrotta, per altri ancora un incubo: Jvk1166z.esp è questo e molto altro ancora.

Buona lettura.

 

 

Jvk1166z.esp

Alcuni di voi certamente ricorderanno dell’hype creato qualche anno fa da una particolare mod di Morrowind. Il nome era Jvk1166z.esp. Si trovava facilmente sulle community più piccole e sui gruppi dedicati ai GDR, piuttosto che in quelle più grandi e blasonati di Elder Scrolls. So con certezza che quando è stata caricata, è stata inviata via PM o email a “pochi eletti”. Nel giro di qualche giorno svaniva nel nulla, per quanto ne sappia.

L’interesse per la mod si sviluppò principalmente perché si trattava di un virus, o almeno così sembrava. Se provavi a caricare il gioco con la mod attiva, ti bloccava lo schermo sul caricamento per un’oretta buona prima di crashare del tutto. Ma se ti andava bene i file di Morrowind, così come i salvataggi, andavano a farsi benedire. Nessuno ha mai capito che facesse quella mod, anche perché non si apriva neanche nel Construction Set. Alla fine vennero pubblicati degli avvisi che esortavano a non scaricarla, e la cosa finì  lì.

Più o meno un anno dopo, in un forum di mod che frequentavo di solito, un tizio se ne uscì di nuovo con questa storia. Scrisse che era stato contattato in privato da un lurker che aveva cancellato il suo account immediatamente dopo l’invio del messaggio. Spiegò che questo utente gli aveva suggerito di provare la mod su DOSbox. Per qualche strana ragione la cosa funzionò… in un certo senso. Il gioco andava un po’ a scatti, e non potevi accedere a Opzioni, Carica salvataggio, alla consolle per sviluppatori ed in pratica a niente che non fosse il gioco in sé. Fortunatamente le opzioni per il salvataggio ed il caricamento rapidi funzionavano, ma niente di più. Ed il file del salvataggio rapido sembrava essere parte del file di gioco, così che non ci si poteva accedere direttamente. Qualcuno suggeriva che il gioco con la mod utilizzava un render delle vecchie schede grafiche, rendendo così DOSbox indispensabile, ma a priva non c’era NIENTE di diverso.

Il resto lo scrivo per mia esperienza diretta. Quando inizi un nuovo gioco in JVK (così lo chiamavano sul forum), dopo che hai lasciato l’Ufficio del Censore ed entri nel gioco vero e proprio, appare a schermo la scritta “La profezia non si è compiuta”. Questo perché ogni singolo NPC collegato con la quest principale è morto, ad eccezione di Yagrum Bagarn, l’ultimo dei Dwemer. I loro cadaveri non scompaiono, così che puoi andarli a cercare uno per uno. A tutti gli effetti, si comincia il gioco in un mondo che ha appena vissuto un’apocalisse di qualche tipo.

La seconda cosa che si nota è che perdi energia vitale. Poco per volta, ma continua ad accadere costantemente. Più a lungo resti fermo, più perdi vita. Se ti azzardi troppo e muori in questo modo, ne capirai finalmente la causa: una figura che chiameremo l’Assassino, perché indossa una specie di armatura della Confraternita Oscura presa da Tribunal con una texture diversa, anche se l’espansione in sé non parte con JVK attiva. È tutto nero, senza texture, come un buco nello spazio. Il modo in cui si muove… mi ha lasciato a bocca aperta, la prima volta che l’ho visto affondare dentro il mio corpo morto. Striscia disarticolato sulle mani e i piedi, con le braccia e le gambe divaricate simili ad un ragno. Puoi vederlo solo quando muori, che ti accerchia poco prima che salti fuori il menù di caricamento. Altre volte puoi scorgerlo con la coda dell’occhio mentre si abbarbica in un angolo o sul soffitto. È difficilissimo giocare di notte!

Inoltre, un’altra cosa stranissima è che di notte, a intervalli regolari, ogni NPC del gioco esce di casa per diversi minuti. Durante questo tempo, l’unica cosa che dicono se provi a parlarci è “Guarda il cielo”. Ad ogni modo poco dopo tornano alle loro normali attività.

 

 

Qualche tempo dopo, un giocatore sul forum ha trovato un nuovo NPC di nome Tieras, un Dunmer maschio nel tempio di Ghostgate. Due cose contraddistinguono questo NPC: primo, i suoi vestiti, un modello unico che brilla come delle stelle che pulsano nella notte; secondo, tutte le sue scelte di dialogo, oltre ad essere mostrate a video, sono doppiate. Si possono saltare, ma sembrano doppiate con la voce Dunmer maschio predefinita. Alcuni fanno notare che in realtà la voce è “leggermente” diversa, ma si tratta comunque di un’imitazione davvero ben fatta.

Non voglio entrare nei dettagli, ma la quest che ti propone ti porta in un dungeon chiamato semplicemente “La Cittadella”. Fino a questo punto, le quest erano solo un generico “Scopri i segreti dei luoghi antichi”. L’entrata di questo dungeon si trova su una piccola isola poco a ovest di Morrowind. Alla fine ho scoperto che se usi una Pergamena del volo di Icaro sul punto più occidentale della terraferma rivolto a ovest ci finisci esattamente sopra.

Sebbene si chiami La Cittadella, si estende in profondità. Fa letteralmente impallidire qualsiasi altro dungeon, sia per dimensioni che per difficoltà. Da una grotta si procede per un’area che rappresenta una tomba molto antica, continua attraverso rovine Dadriche, e termina tra rovine Dwemer. Sono arrivato a questo punto prima di uscire. Le creature qui sono troppo forti per un giocatore di livello 20, e dato che non puoi usare la console per imbrogliare in JVK, ci vuole un po’ per terminare l’area. Dato che il caricamento rapido ed il salvataggio rapido sono le uniche scelte, è facile finire in una situazione di stallo da cui è impossibile uscire vivi. Comunque sia, alla fine ce l’ho fatta, e per nulla al mondo sarei stato capace di riuscirci di nuovo.

Ora quello che vi ho raccontato è ciò che solo poche persone sono riuscite a vedere con i propri occhi. Oltre le rovine Dwemer ti ritrovi in un livello simile, ma più scuro. Oltre al bronzo, tutte le texture, incluse quelle delle creature, sono nere. Il rumore delle macchine è molto alto, e ad intervalli causali aumenta improvvisamente d’intensità senza preavviso. Inoltre le camere sono piene di nebbia, o fumo, che ti limitano la visuale a sì e no 3 metri. Se riesci a superare tutto questo, ti ritrovi in un’ala che chi ha raggiunto ha definito La Stanza dei Ritratti.

Come il fuoco o altri effetti grafici presenti nei primi giochi in 3d, in questa stanza ci sono ritratti che si rivolgono sempre nella tua direzione, non importa dove ti trovi. Le foto incorniciate sono prese casualmente dalla tua cartella Immagini. Sul forum, quelli che avevano raggiunto questa zona hanno pubblicato degli screenshot dei ritratti con diverse foto incorniciate (di solito porno, a dirla tutta).

 

 

Alla fine della stanza c’è una porta inesorabilmente chiusa. Dopo aver ammesso la sconfitta e tornato da Tieras, quest’ultimo dirà soltanto “Guarda il cielo” con quella sua voce roca. Per di più, nessun NPC nel gioco dice NULLA. Ogni volta ci sono solo i dialoghi a video vuoti, senza nessuna opzione. Non si sentono neanche i saluti standard. Le uniche eccezioni si hanno di notte, quando escono fuori dalle loro case per qualche minuti, e si possono sentire ripetere insistentemente “Guarda il cielo”. A questo punto uno dei miei amici del forum nota (e molti altri faranno lo stesso dopo di lui) che il cielo non è più lo stesso di prima; non è più quello di Tamriel, ma rispecchia quello reale. E si muove.

Da questo punto in poi, tutto quello che vi dirò è basato sull’esperienza di una singola persona. Alla fine è stato cacciato dal forum, ma sono riuscito a restare in contatto con lui finché non mi ha più risposto. In base alle sue considerazioni, osservando le costellazioni ed i pianeti, si tratta del cielo di febbraio 2005. Se muori, ricarichi, o torni alla cittadella, il ciclo ricomincia. Quando la grafica del cielo diurna svanisce, il movimento del cielo si arresta finché le stelle non riappaiono. Nello spazio di una notte, tutto scorre per circa due mesi. Dato che il tempo in VJK è più o meno lo stesso del gioco originale, posso dire che ogni ora del gioco equivale più o meno a 24 ore reali.

Questo tizio è convinto che le porte si aprano quando nel cielo si verifica una data combinazione astrale. Ovviamente, aspettare questo evento significa lasciare il gioco attivo. Ovviamente, QUESTO significa che il gioco non può essere lasciato a sé stesso, grazie al nostro vecchio amico, l’Assassino. Il mio amico decide di aspettare un giorno intero, giusto per vedere se qualcosa sarebbe realmente successo. Ha giocato per circa un anno del gioco. Questo è il post che ha scritto alla fine del suo esperimento:

“Ho cominciato a Seyda. Non era complicato, mi bastava dare un’occhiata e continuare a muovermi per evitare di morire. Ma ecco! Dopo 24 ore esatte, l’Assassino ha mostrato una nuova abilità! URLAVA!!! Stavo leggendo quando all’improvviso ha cominciato ad urlare e mi ha fatto venire un infarto. Sembrava uscito fuori da un film horror! Era lì, accovacciato dinnanzi a me. Appena ho mosso il personaggio, è fuggito via. Quando sono tornato alla Stanza dei Ritratti la porta era ancora chiusa. Cazzo, cazzo, cazzo!”

Qualche giorno dopo, prende la decisione di giocare per 3 giorni di fila – 3 anni nel gioco. Il messaggio di febbraio 2008 che ci suggeriva di usare DOSbox aveva senso, dopotutto.

“Dopo il primo urlo, l’Assassino smette di colpirti da chissà dove. Ora strilla e basta, e dopo averlo fatto ti colpisce se non ti muovi per qualche secondo. Credo che chi ha creato la mod l’abbia fatto per dare una mano. Di notte, indossando le cuffie, se mi addormento… l’urlo mi risveglia; mi basta muovere un po’ il mouse e il gioco è fatto!”

Questo post è di due giorni fa, inviato dal suo portatile. Poi…

“FANCULO FANCULO FANCULO FANCULO FANCULO VAFFANCULO! VAFFANCULO ce l’ho fatta. Allora, ho aspettato, passano tre giorni, bene, e subito dopo che quello STRONZO di assassino mi ha fatto muovere il mouse, ha strillato di nuovo. Così ho dato un’occhiata, e mi sono accorto che tutti i personaggi in città erano usciti di casa. Dicevano tutti “Guarda il cielo”. Io non vedevo niente, comunque. Ma è stato allora che il gioco ha cominciato a diventare scuro… MOLTO scuro. Ho settato la luminosità del monitor a manetta, e ancora ci vedevo appena. C’erano gli altri personaggi, piccole figure lontane, che correvano avanti e indietro. Se tentavo di avvicinarmi, scappavano via. A questo punto ho cercato di dormire, così ho spento le luci, ma era tutto maledettamente inquietante.

Non volevo accendere le luci per non perdermi niente, ma il problema è che non stava succedendo UN CAZZO DI NIENTE. Alla fine me ne sono tornato alla Cittadella… era ancora tutto scuro, e mi sono messo a nuotare, e per tutto il tempo c’erano dei tizi che nuotavano insieme a me. Mi sono fatto strada verso la Cittadella, e lì la luce era normale, e ho cominciato a preoccuparmi. Ne ero abbastanza sicuro, ed infatti la porta della Stanza dei Ritratti ERA CHIUSA, CAZZO. Sono uscito fuori è TUTTO È RICOMINCIATO D’ACCAPO. Allora ho detto basta. Me ne torno al mio cazzo di letto, e sto a posto così. Fine.”

Dopo questo, sono successe due cose. Primo, un altro che era riuscito ad arrivare alla Stanza dei Ritratti ha scritto che l’Assassino ora si trova anche nel gioco Morrowind originale (piccola spiegazione: se reinstalli Morrowind in una cartella differente, otterrai una versione normale del gioco anziché quella con JVK). Sulle prime neanche lui era certo della cosa, ma alla fine ha scritto di un paio di spaventi che si è preso ritrovandosi l’Assassino davanti all’improvviso o dietro un angolo pronto a colpirlo. Un altro che era arrivato alla Stanza dei Ritratti ha cominciato il gioco originale, e anche lui dice di averlo visto, ma si tratta solo di “mi sembra di” dettati dalla tarda notte e dalla distanza.

La seconda cosa è che il mio amico ha cominciato presto a diventare nervoso ed aggressivo quando si parlava di JVK, anche se non ha mai smesso di scriverne del tutto. Alla fine è diventato così volgare che gli è stato dato il benservito. Non l’ho sentito per un paio di settimane, finché non gli ho inviato un’email. Questa è un estratto della sua risposta:

“So che non dovrei, ma sono cominciate le vacanze e ho un po’ di tempo libero, così ho ricominciato JVK di nuovo. È quasi il 2011… e credo di essere impazzito dal sonno! Ma qualcosa sta succedendo! È ancora tutto buio… una volta nell’oscurità, non c’è luce che dia sollievo. Niente da fare. La gente ha cominciato a spostarsi qualche mese fa… tutti a Seyda si sono diretti a quella piccola grotta di banditi. Hanno ucciso i briganti, e ora sono tutti lì dentro. Non dicono niente, non fanno niente se ci clicchi sopra. Ho salvato il gioco e ne ho colpito uno, e quello si è fatto ammazzare senza battere ciglio!

Ed è così dappertutto. Sei costretto a fartela a piedi, dato che tutti i personaggi che permettono il viaggio rapido sono nelle grotte, ma tutte le città sono completamente deserte; tutti si sono riversati nelle grotte e nelle tombe. Tutti quelli di Vivec sono finiti nelle fogne. Ora mi sto dirigendo a Ghostgate… voglio scoprire se Tieras è ancora lì. Ti farò sapere quello che scoprirò!”

Gli ho risposto dicendogli che avrei atteso le sue scoperte, e ho atteso un giorno. Non avendomi risposto, gli ho mandato un’altra email, ed un paio d’ore dopo mi ha scritto:

“Scusa, me n’ero dimenticato. È ormai il 2014… da quando è scesa la notte perenne, tutte le stelle non smettono di muoversi. Lo schermo è completamente scuro, ma puoi vedere il luccichio degli astri in lontananza. Tieras non c’era… tutti a Ghostgate sono scomparsi. Non ho idea di dove siano finiti. Non si trovano in nessuna grotta lì vicino. Ma c’è dell’altro… la gente continua a non dire niente, ma ora gli occhi cominciano a sanguinare. È così buio che anche con un incantesimo di luce ci si vede a malapena, ma se ti avvicini molto puoi vedere i loro occhi, con quei piccoli rigagnoli scuri che scendono sulle guance. Forse dovrei avvicinarmi di più. Lo so che è stupido, ma non voglio lasciare niente di intentato!”

Questa email mi è arrivato durante il giorno. Quella sera stessa, è seguito un altro messaggio:

“Alcuni dei pianeti non vanno nella direzione giusta. Mi sta prendendo per il culo… se continua così non sarò più in grado di tracciare il tempo correttamente. Dovrebbe essere il 2015, adesso. Cazzo. Sai, ho notato che non ci sono più mostri in giro, davvero. Sono completamente abbandonato a me stesso. I personaggi legati alla quest principale sono ancora morti, ed i loro cadaveri sono ancora in giro, comunque. Devo dargli un’occhiata.

Non ho più bisogno delle cuffie, perciò le ho staccate. Quando urla, sembra farlo direttamente nelle mie orecchie. Penso di riuscire anche ad anticipare i suoi strilli, a volte. Si è fatto sempre più vicino. È diverso dagli altri personaggi, ricordi? Continuava a girarmi intorno, finché non lo vedo appena. Devo ammetterlo, è davvero inquietante di notte. A volte, quando vado in bagno o da qualche altra parte, mi sembra di scorgerlo che mi fissa nascosto in una angolo. Ora lascio tutte le luci accese.”

Gli ho inviato un’email, prendendolo in giro e consigliandogli di farsi una bella dormita. Due giorni dopo, ho trovato la sua risposta. È l’ultima cosa che ho ricevuto da lui. Dopo di questa, ha smesso di scrivermi del tutto:

“Mi sono appena svegliato da un brutto sogno, credo. L’Assassino mi urlava contro, e quando ho aperto gli occhi, era lì, di fronte a me. I suoi arti erano mostruosamente lunghi, più di quelli di un ragno. Ho tentato si scacciarlo via, ma quando l’ho toccato le mie mani si sono come bloccate, come se fosse fatto di cemento o qualcosa del genere.

Comunque, alla fine mi sono svegliato. Era svanito, ma quando ho guardato lo schermo mi sono accorto di non essere dove mi trovavo l’ultima volta. Ero nel Corprusarium, con Yagrum. Per una volta, la luminosità era giusta, e potevo vederlo distintamente mentre era preso con quelle sue zampe di ragno meccaniche. Mi sono seduto al computer e lui mi ha parlato. Non a video, mi ha realmente parlato, con la voce di Tiera. Sapeva delle cose su di me. Mi ha detto cose che non ho mai rivelato a nessuno, cose di cui mi ero dimenticato. Mi ha rivelato che nessuno era mai giunto fino a quel punto, e che la porta si sarebbe aperta presto. Dovevo solo aspettare un altro po’. Mi disse che avrei saputo da solo quando sarebbe giunto il momento. Mi disse che sarei stato il primo a scoprire quello che vi si celava dietro.

E solo allora mi sono svegliato sul serio, ma non ero al computer. Non ero dove mi trovavo l’ultima volta. Nuotavo poco distante dall’isola della Cittadella. E allora lo udii. Picchiettare. Sulla mia finestra. È proprio alla mia sinistra, così ti ho mandato questa email, perché ho lasciato il mio portatile sul letto, alla mia destra. Solo un leggero taptaptaptap… come se battesse sul vetro. Mi sa che sto ancora sognando.”

Così, questa è la fine. So che esistono altre storie su questa mod, ma questa è vera. Ho cancellato la mia copia di JVK, ma mi piacerebbe riprovarci, se qualcuno ha una copia del file. Vorrei vedere queste cose con i miei occhi.

 

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I 25 (+1) poster di film horror più inquietanti di sempre

La locandina di un film è il primo biglietto da visita per comprendere se una pellicola vale la pena di essere guardata. Alcuni poster sono delle vere e proprie opere d’arte, ed in questa galleria ne ho selezionate 25 (+1), rigorosamente horror. Buona visione.

 

 

Aggiungo la locandina originale di Psycho: la faccia di Alfred Hitchcocks vale da sola il prezzo del biglietto.

 

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Hoia Baciu – La foresta infestata

C’è un luogo della Romania che non viene mai pronunciato ad alta voce. Un luogo dove si dice le persone svaniscano nel nulla, dove il tempo e lo spazio non hanno significato, dove gli alberi sussurrano parole di morte, dove il diavolo ha la propria dimora. Benvenuti a Hoia Baciu, la foresta infestata.

Hoia Baciu, (Pădurea Hoia o Hója-erdő), è una foresta poco ad ovest di Cluj-Napoca, nel cuore della Transilvania, in Romania. Si tratta di circa 3 chilometri quadrati di alberi, rocce e qualche animale selvatico. Una foresta come tante, forse resa più spettrale dall’essere nel bel mezzo dei possedimenti del fu vampiro Dracula (al secolo Vlad Tepes). Se non fosse che ad abitarla siano stati, nell’ordine, il diavolo, gli alieni ed infine i fantasmi.

Qualcosa che non va in Hoia Baciu si intuisce appena ci si mette piede: sebbene gli arbusti più antichi risalgano a 200 anni fa, si presentano esili e distorti, come se qualcosa ne avesse preservato la giovinezza nei secoli. Ma sono le storie a farla da padrona.

 

 

Le sparizioni

Si narra che a metà dell ‘800 un pastore di pecore un giorno porta il suo gregge a brucare la tenera erba del bosco. La sera però non ritorna a casa, e gli abitanti del luogo si preoccupano: forse ha avuto un malore, o ha avuto un incidente e non riesce più a camminare, oppure ancora è stato attaccato da qualche misterioso animale selvaggio. Si organizza una battuta di recupero per giorni e giorni l’intera foresta viene ispezionata palmo a palmo, inutilmente. Svanito nel nulla insieme alle 200 pecore.

Una donna, sempre nello stesso periodo, entra nel bosco per una passeggiata. Anche lei sparisce nel nulla, salvo poi uscirne qualche giorno dopo, senza ricordare niente dell’accaduto. In tasca, come unico indizio, la giovane trova una moneta rumena del 15° secolo.

La leggenda più celebre è quella di una bambina, inghiottita dalla foresta. I genitori si disperano per giorni, ma non si danno per vinti. Poi le settimane passano. Ed i mesi. Finché, 5 anni dopo, la piccola ricompare. Con gli stessi vestiti indosso, non è cresciuta di un giorno: è identica a quando è scomparsa tra gli alberi. Tutti le fanno domande insistenti, chiedendole dov’è finita in tutto questo tempo, ma la bambina non capisce. D’altronde, secondo lei, è stata via solo un paio d’ore.

La teoria è che Hoia Baciu sia una sorta di wormhole, in grado di piegare il tempo e lo spazio, catapultando i malcapitati in un’epoca ogni volta diversa. Da cui non sempre è possibile fare ritorno.

 

 

Si potrebbe facilmente obiettare che queste storie sono, per l’appunto, solo storie, buone a spaventare i bambini affinché non si addentrino nella foresta di Hoia col reale rischio di perdersi per giorni e giorni. Inoltre siamo in Transilvania, dove il folklore non è solo cultura ma religione, nella regione più densa di misteri di una terra, la Romania, che fonda le proprie radici sulle leggende narrate da padre in figlio.

Poi, però, arrivano altri strani fenomeni, più recenti, e documentati.

 

Gli avvistamenti alieni

Il 18 agosto 1968 il biologo Alexandru Sift scatta delle immagini straordinarie, che immortalano un oggetto volante discoidale sospeso al centro della foresta. Purtroppo, alla morte dell’uomo nel 1993, quasi tutto il materiale scompare misteriosamente prima di essere pubblicato. Le poche foto salvatesi vengono date alle stampe due anni dopo dall’amico Adrian Pătruț, professore di chimica della Babeș-Bolyai University, nel libro Fenomenele de la Pădure Hoia-Baciu. Pătruț, però, tiene a precisare che tutti i fenomeni descritti dal defunto collega sono spiegabili grazie a solide basi scientifiche. Il dubbio resta.

 

 

Il 18 ottobre 1968 un geniere dell’esercito, Emil Barnea, si aggira nella foresta insieme alla fidanzata Zamfira Mattea ed un paio di amici, quando qualcosa attira la sua attenzione: nel cielo si palesa all’improvviso una luce innaturale, che prontamente (e fortunatamente) l’uomo cattura in fotografia. Secondo la sua ricostruzione, l’oggetto volante non identificato avanza lentamente, cambiando sovente direzione, aumentando di luminosità col passare dei secondi. All’improvviso, così com’è apparso, si dilegua accelerando vorticosamente verso l’orizzonte, dove scompare. Le sue foto vengono studiate a lungo dall’ufologo ed esperto di paranormale Ion Hobana, che non ha dubbi sulla loro autenticità e le ritiene degne di maggiore attenzione. In accordo ai suoi calcoli, l’UFO dev’essere largo non meno di 30 metri, a 600 metri d’altezza dal suolo. C’è da notare che, all’epoca del fatto, in Romania non sono disponibili libri sul fenomeno dei dischi volanti, pertanto è difficile pensare che Barnea abbia orchestrato tutta la vicenda.

 

 

Molte persone riferiscono di sentirsi male all’interno del bosco, ed alcune ne escono con misteriosi eritemi sulla pelle e, in alcuni casi, anche ustioni. Qualcuno ipotizza possa trattarsi dell’attività aliena che sulla zona proietta una forte dose di radiazioni – peraltro verificata – dovuta alla tecnologia UFO.

 

I fantasmi

In tempi più recenti si sta vivendo una vera e propria caccia al fantasma. A seguito delle numerose segnalazioni susseguitesi negli anni molti ghost hunter hanno passato la notte nella foresta. E molti di loro ne sono quasi usciti con le ossa rotte.

L’evento più significativo, in questo senso, è quello della trasmissione Destination Truth, del canale via cavo statunitense Syfy (conosciuto precedentemente come SCI FI). Nell’episodio Haunted Forest del 9 settembre 2009, la troupe televisiva guidata da Josh Gates investiga nella foresta di Hoia, accompagnata dal gruppo di un altro programma, Ghost Hunter, formato dagli esperti Jason HawesGrant Wilson. Al di là degli alti livelli di radiazioni e qualche immagine che può dire tutto o nulla, all’improvviso Gates lamenta un dolore al torace. Fa per alzarsi la maglia, solo per scoprire lunghi tagli lungo tutto il torace. All’esterno, l’abbigliamento è intatto. Realmente spaventato, Gates decide di interrompere le registrazioni, ed uscire il più velocemente possibile dal bosco.

 

 

Il centro di tutto

La cosa più inspiegabile è il centro esatto della foresta. Non vi cresce nulla. Niente di niente. Gli animali lo evitano come la peste, e le radiazioni, già alte tra gli alberi, registrano un inspiegabile picco. Il terreno è stato ampiamente studiato, ma risulta del normalissimo terriccio. Tutt’intorno gli alberi sono arcuati alla base, come se una forza tremenda li avesse costretti a deviare la loro naturale crescita. È bene notare che un evento del tutto simile è presente in un’altra celebre foresta, quella di Nowe Czarnowo, in Polonia, dove gli arbusti sono tutti piegati verso nord. Probabilmente dovuto a una nevicata particolarmente impietosa nei primi anni del ‘900, in molti credono si tratti dei patimenti sofferti dalle anime scomparse nei secoli nei boschi. C’è anche chi suggerisce che sotto terra potrebbe esserci un misterioso e segreto bunker, risalente alla guerra fredda, che sperimenta sulla superficie gli effetti di qualche micidiale scoperta scientifica.

 

 

Hoia Baciu è un crogiolo di attività paranormali e avvistamenti di diverse entità, come se fosse un ponte verso altri mondi. Pur volendo credere fermamente in UFO, alieni e poltergeist, personalmente, una manifestazione così eterogenea mi sembra alquanto bizzarra. Ma prese singolarmente, le singole storie sono decisamente affascinanti. Il mistero – o meglio, i misteri – di Hoia Baciu, per il momento, restano insoluti.

 

Grazie a Chiara GM per aver suggerito su Facebook la storia di oggi. 🙂


Cosa si cela dietro i misteri della foresta Hoia Baciu?

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Un addio a Severus Piton

Si è spento il 14 gennaio 2016 Alan Rickman. Anche se il nome non vi dirà niente, si tratta dell’attore che ha interpretato Severus Piton nella saga di Harry Potter.
Personalmente non sono riuscito a leggere i libri – ho cominciato il primo ma mi sembrava un po’ stupido – ma ho visto i film. Devo dire che il carisma di Piton salta subito all’occhio, molto più di quel pappamolle di Harry che per buona parte dei film non fa che frignare.
Questo solo per dirvi che, secondo me, Piton è sempre stato il vero e unico eroe della storia.
Cosa c’entra questo con la Bottega del Mistero? Probabilmente niente, ma molti di quelli che mi seguono si sentono un po’ come Piton: dove gli altri vedono risposte, voi cercate domande, e dove gli altri vedono solo domande, voi cercate le risposte.
Restate sempre così: degli antieroi. 😉

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Gli abitatori del buio delle Grand Caverns (Mistero risolto)

Oren è un fotografo, ed il suo sogno è sviluppare nuovi strumenti che riescano a catturare un’immagine anche in assenza di luce. Per far ciò, spesso si ritrova nel nero più completo, da solo, a fotografare antiche grotte. Purtroppo per lui, una notte scoprirà che qualcosa lo scruta dal buio delle Grand Caverns.

 

La storia

Oren Jeffries è un fotografo professionista statunitense che vive nel sudest della Virginia a cavallo tra il 18° ed il 19° secolo. La sua attività procede bene, e si alterna alla sua grande passione, la speleologia. Appena possibile Oren si avventura per qualche grotta sconosciuta e fotografa tutto quello che può, in quel mondo così alieno a poche centinaia di chilometri da casa. Rapito dalla bellezza delle caverne, un giorno ha un’idea interessante: sviluppare un’ottica, o comunque una tecnica, che gli permetta di catturare le immagini dei luoghi a lui così cari anche in assenza di luce.

È un progetto ambizioso, tanto più per le tecniche fotografiche del tempo, ma Oren è caparbio.

Comincia con cose molto semplici: scende in una grotta o un crepaccio abbastanza per restare al buio completo, posiziona la sua camera, spegne la lanterna che porta sempre con sé ed apre le lenti. Dopo qualche minuto osserva il risultato. Solitamente non si vede granché, ma i presupposti per creare qualcosa di eccezionale ci sono tutti. Oren lo sente, sta per fare la storia della fotografia.

Nel 1895 si trova in una sezione delle Grand Caverns, un dedalo di grotte per la maggior parte inesplorate, dove vuole catturare l’essenza della purezza incontaminata del luogo. Ed incontaminato lo è davvero, perché si trova in una zona non segnata e mai visitata. Da un certo punto di vista, Oren è un esploratore di nuovi mondi. Così sceglie il luogo perfetto, inquadra, sistema le lenti e spegne la luce.

Poi un rumore.

Un fruscio, niente di più. Forse un insetto, o un pipistrello. O forse… Ma no, dev’essere un pipistrello. Oren è un po’ agitato, ma non vuole rovinare l’immagine, così attende qualche secondo. Nessun rumore, forse solo la sua immaginazione. Poi i suoi occhi si abituano al buio.

E li vede. Lì, nell’oscurità più totale, tre umanoidi lo stanno fissando.

Oren li vede avvicinarsi sempre di più, e sempre più velocemente. Senza pensarci due volte molla tutta l’attrezzatura e scappa, finché non raggiunge di nuovo la luce del sole.

Tornerà alla grotta, scortato da tre uomini, solo alcuni giorni dopo. Sulla pellicola a lunga esposizione si era impressa una sola immagine.

Gli abitatori del buio.

 

 

Oren abbandonerà per sempre la sua passione per la speleologia, e non tornerà mai più nelle grotte. Laggiù ci sono segreti che è meglio restino sepolti.

Ma cosa sono in realtà gli strani essere fotografati da Oren?

Nulla, solo l’ennesimo fake.

 

Mistero risolto

La foto sopra gira spesso con un testo che racconta in maniera più semplice la storia che vi ho appena raccontato, accorpata nella creepypasta Anomalie con altre immagini, come quella che descrive l’ultima fotografia di Charlie Noonan. Questa è l’immagine originale.

 

 

In effetti mostra abbastanza inequivocabilmente tre esseri che fissano l’obiettivo della macchina fotografica. Inquietante vero? Ma se schiariamo un po’ ecco che la bufala è servita.

 

 

Come potete vedere, il corpo del mostro più a destra è completamente staccato da terra all’altezza del torso. O si tratta di esseri che fluttuano nell’aria senza gambe oppure è falsa. Inoltre, essendo la foto stata scatta nel 1895 con una’esposizione lunga, c’è un’altra cosa da tenere in considerazione: per non avere sfocature, i tre simpatici ominidi dovrebbero essere rimasti impassibili ed immobili per ore. Decisamente, se sono davvero degli abitatori del buio, ci tengono particolarmente a venire bene nelle foto.

 

Un piccolo consiglio

Se volete vedere un bel film che tratta di storie simili, claustrofobiche e orrorifiche, vi consiglio The Descent – Discesa nelle tenebre del 2005 di Neil Marshall. Se non l’avete visto non avete scuse. Ne vale la pena.

 

 


Se anche voi avete trovato una foto misteriosa, un video incredibile o una storia impressionante fatecelo sapere contattandoci sul sito o sulle nostre pagine social!

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5 storie vere di mostri sotto il letto

Il mostro nascosto sotto il letto esiste. Punto. Ogni bambino lo sa, e anche qualche adulto ogni tanto butta un occhio sotto il materasso. Quelle che seguono sono cinque storie, rigorosamente vere, di chi ha scoperto che gli incubi, a volte, possono anche non essere relegati al regno della fantasia.

 

La storia di Kyle

È il 3 luglio 2014. C’è una bella ragazza di sedici anni di Chester, in Inghilterra, che si è appena messa a letto. Cerca di prendere sonno, ma viene destata dallo squillo del cellulare: è arrivato un messaggio, decisamente inquietante.

TI STO GUARDANDO

La ragazza conosce quel numero, è quello di uno stalker. È già qualche settimana che la molesta con sms, dove ha dichiarato apertamente che si ucciderà presto davanti casa sua. La giovane fugge dalla madre, che sta riposando, ed insieme restano a letto per un po’, finché non arriva un nuovo messaggio, molto peggiore del precedente.

SONO A CASA TUA

Né la ragazza né la madre credono a questo secondo sms; non hanno sentito entrare nessuno e tutte le porte e le finestre sono ben serrate. Finalmente, nonostante l’agitazione, prendono sonno e la notte scorre tranquilla.

Il mattino seguente la giovane torna in camera sua, e subito sente che qualcosa non torna. Ha la pressante sensazione di essere osservata. Guarda nell’armadio, tra gli abiti appesi, ed infine sotto il letto.

Dove trova il mostro.

Lo stalker è lì, che la fissa con occhi vitrei. La giovane urla, ma il maniaco è veloce, le strappa di mano il cellulare e si scaraventa fuori dalla finestra. Pochi minuti dopo verrà arrestato dalla polizia: si tratta di un diciottenne del luogo, Kyle Ravenscroft, che verrà condannato a 80 ore di servizi sociali per stalking e torture psicologiche.

 

La storia di Guy

Il quarantenne giocatore di cricket Guy James Whittall è appena tornato a casa all’Humani Ranch nello Zimbabwe, quando viene richiamato nella stanza da letto dalle urla della signora delle pulizie. Si precipita in camera, e trova la donna in stato di shock, che indica sotto il letto. Guy non si fa prendere dal panico, ed alza il lembo del lenzuolo.

Sotto ci troverà un alligatore di una tonnellata e mezzo.

Il mastodontico rettile di due metri e mezzo aveva passato la notte a riposare sul pavimento sotto il letto, proprio mentre Guy dormiva ignaro di tutto pochi centimetri più sopra. Il coccodrillo, fortunatamente, verrà catturato e rimesso in libertà.

 

La storia di Jeffrey

Jeffrey Bush la sera del 28 febbraio 2013 sta beatamente dormendo nel letto di casa sua a Seffner, Florida, Stati Uniti. Viene destato all’improvviso da un boato assordante, e non fa in tempo ad aprire gli occhi che viene letteralmente divorato da una voragine creatasi proprio sotto il suo letto. L’uomo prova a gridare a squarciagola, disperso nel buio trenta metri più sotto, ed il primo a soccorrerlo è il fratello, Jeremy, purtroppo invano. In pochi minuti giunge anche lo sceriffo della zona, ma il terreno impraticabile rende difficoltosa la discesa. Pochi istanti dopo, la casa collassa su sé stessa, creando una voragine di decine di metri. Jeremy viene salvato per un soffio dall’ufficiale di polizia. Jeff, invece, scompare letteralmente nell’abisso, e di lui non si saprà più nulla.

 

La storia di James e Rhonda

James e Rhonda Sargent affittano una camera in un hotel economico, il Budget Inn, a Memphis, Tennessee, Stati Uniti, e gli viene assegnata la camera 222. Da subito si rendono conto che c’è qualcosa che non va: un odore pungente riempie l’aria. Certo non si aspettavano che la camera fosse la più pulita del mondo, d’altronde hanno scelto un albergo di serie b proprio per risparmiare, ma quell’olezzo acre è davvero troppo. Dopo due giorni chiedono ed attengono di cambiare stanza, ma il proprietario vuole vederci chiaro. Rovistando a fondo scopre il cadavere di una donna nascosto tra il materasso e le doghe. Si tratta di Sony Millbrook, scomparsa da sei settimane. La camera era stata affittata da Sony, che poi era svanita nel nulla, ed in seguito è stata occupata altre cinque volte. Non si sa come la donna sia potuta finire lì sotto: attualmente il fidanzato, LaKeith Moody, è il maggiore sospettato. Il cadavere sotto al letto in un hotel è spesso tema di leggende metropolitane. In questo caso, purtroppo, è tutto vero.

 

La storia di Bridget e Brian

BridgetBrian O’Neill di Seattle, nel luglio 2014, aprono la porta di casa e la trovano forzata. Impauriti, controllano in giro, ma all’appello sembra che non manchi nulla. I vestiti però sono gettati alla rinfusa, la posta è stata aperta e sulle porte delle stanze è stato spruzzato del profumo. Ad un più attento esame, la coppia trova nascosta una borsetta da donna, contenente una carta d’identità che non appartiene a loro. Da un armadio, inoltre, sono state rimosse tutte le scarpe di Bridget.

Ovviamente i due chiamano la polizia, che procede ai rilievi del caso: setaccia la casa da cima a fondo, cerca eventuali impronte digitali ma niente, tutto immacolato; chiunque sia stato deve essere un professionista che cercava qualcosa che, evidentemente, non ha trovato. Bridget lavora per la Pokemon Company International come graphic designer, e forse il ladro era entrato per rubare qualche bozzetto grafico.

Di nuovo soli, Bridget e Brian fanno per andare a letto, quando restano agghiacciati nell’udire un lamento, come di animale morente, provenire dalla stanza.

Era una sorta di lamento di qualcosa che era vivo, sembrava un procione o un opossum che stava morendo. Solo un animale in fin di vita poteva emettere un lamento del genere. – Brian O’Neill

La polizia torna, e trova sotto il letto una donna emaciata con un coltello e una siringa ipodermica (come quelle per l’insulina). Si tratta di una ventisettenne del luogo, sotto effetto di anfetamine, che aveva progettato di uccidere la coppia da sotto il letto, tagliando con il coltello il materasso. Fortunatamente, il piano non ha funzionato.

E voi, ci credete o no al mostro sotto il letto? 😉

 

Grazie a Giuseppe F.

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