Categoria: Biografie

Uomini e donne straordinari, la cui gesta sono d’esempio per tutti noi.

Carl Newton Mahan, 6 anni, assassino

Alcuni emeriti scienziati e professori universitari affermano che molto di ciò che siamo derivi dai nostri geni. Le nostre azioni passate e future potrebbero essere solo un caotico mare di acidi nucleici e poco altro. Così sin dalla nascita siamo destinati a diventare pittori, avvocati, muratori. O come Carl Mahan, 6 anni, assassini.

 

Carl Newton Mahan

 

Paintsville, Kentucky, sonnacchiosa cittadina mineraria degli Stati Uniti. È il 18 maggio 1929, Carl Newton Mahan, 6 anni, è in giro a far nulla col suo amico, Cecil Van Hoosem, 8 anni. Mentre giocano senza un pensiero al mondo, incappano in dei rottami di ferro. Sembra una cosa come tante altre, pezzi di ferro gettati alla rinfusa, ma i due hanno l’idea di venderli al robivecchi del paese per tirarci su qualche moneta, da spendere in caramelle. Magari riescono a farci uscire i soldi anche per un gelato. Ma uno solo. Chissà se è questo che pensa Cecil, quando strappa di mano all’amico la ferraglia e gliela tira sul volto, pronto a scappare col maltolto. Che sia il dolore, l’orgoglio ferito o chissà cos’altro, Carl non ci vede più dalla rabbia. Torna a casa senza dire una parola, imbraccia il fucile a pompa del padre ed urla a Cecil “Ora ti sparo”.

E lo spara sul serio, uccidendolo sul colpo.

Carl viene immediatamente arrestato con l’accusa di omicidio, e processato lo stesso giorno. Il bambino ha il tempo solo di spiegare l’accaduto e sentire cosa ne pensa l’accusa, prima del sonnellino pomeridiano, che lo vede dormire sul banco degli imputati per tutto il resto del processo. Dopo trenta minuti di camera di consiglio, il verdetto è unanime: Carl Newton Mahan, 6 anni, è colpevole di omicidio di primo grado.

Lo attendono 15 anni di riformatorio.

Ma in molti gridano allo scandalo, e che è assolutamente impensabile poter processare un bambino così piccolo, al di là se sia colpevole o meno: dovrebbe essere giudicato dai suoi pari, non dagli adulti. Su questa affermazione, che sia un cavillo burocratico oppure no, Carl si salva pagando $ 500 di cauzione, e viene rimandato a casa come se nulla fosse accaduto.

Se non fosse che nel paesino di Paintsville, in mezzo alla strada, c’è un altro bambino riverso a terra con la faccia spappolata da una scarica di fucile a pompa.

Che abbiano ragione i genetisti oppure no, il destino sembra rifarsi su Carl: il 28 aprile 1958, all’età di 35 anni, viene ritrovato morto nella sua casa di Lousiville. Si è sparato un colpo di rivoltella alla testa.

 

Carl Newton Mahan

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Terry Fox – La Maratona della Speranza

Quella di oggi è una bella storia, che raccoglie frammenti della vita di un uomo che ha fatto una cosa molto semplice, ma al tempo stesso ha cambiato la vita di milioni di persone: questa è la storia di Terrace Stanley Fox e della sua Maratona della Speranza.

Terrace Stanley Fox, nasce a Winnipeg, Canada, nel 1958 da Rolland, dipendente delle ferrovie canadesi, e Betty, casalinga. Secondo di quattro figli, Terry dimostra ben presto una spiccata inclinazione per lo sport: fisico non possente ma asciutto, una grande disciplina ma sopra ogni cosa una grande forza di volontà.

C’è un aneddoto che aiuta a comprendere la sua ferrea determinazione: fin da piccolo si rivela un atleta in erba, pratica calcio, rugby, baseball e più avanti anche nuoto e pallacanestro, ma in quest’ultimo non riesce proprio a raggiungere risultati soddisfacenti. Passa tutta la middle school – in Italia equivale più o meno alla scuola secondaria di primo grado – a scaldare la panchina della squadra scolastica di basket, e gioca soltanto un minuto in tutto il campionato studentesco. Dedica tutta l’estate a migliorare le sue abilità, e l’anno dopo vince il premio come miglior atleta dell’anno a pari merito col suo miglior amico Doug Award. Terry vuole diventare un giorno insegnante di educazione fisica, e si iscrive alla Simon Fraser University di Burnaby, nella Columbia Brittanica, per studiare chinesiologia.

Il suo sogno si infrange il 12 novembre 1976, contro il paraurti di un pick-up.

 

Terry Fox

 

Mentre torna a casa dalla città di Port Coquitlam, distratto dai lavori in corso di un ponte in costruzione, Terry tampona a velocità sostenuta un pick-up. La sua auto è praticamente distrutta, ma lui emerge dalle lamiere tutto sommato solo con un forte dolore al ginocchio destro. La fitta però non passa e nel marzo dell’anno dopo si rivolge all’ospedale, dove gli viene diagnosticato un osteosarcoma, un tumore maligno che attacca principalmente le ossa, alla gamba destra. Sebbene i due eventi possano sembrare collegati, l’incidente ed il tumore non hanno alcun nesso medico in comune; probabilmente Terry dovrebbe essere grato al tamponamento, perché la botta ha acuito il dolore permettendo di scoprire il tumore in tempo, prima che fosse troppo tardi. Ora le opzioni sono due: amputare la gamba destra, il che gli permetterebbe di avere ottime possibilità di sopravvivenza, o affidarsi alla chemioterapia, che ha una percentuale del 50% di riuscita. Ed è stato ancora una volta ironicamente fortunato: due anni prima la percentuale di successo della chemioterapia era del 15%.

Che situazione.

Terry sceglie di perdere la gamba, e rimane sorpreso dei progressi scientifici della ricerca sul cancro. In meno di tre settimane, è già in grado di camminare correttamente, e investe il suo tempo libero alla British Columbia Cancer Control Agency affiancando i pazienti affetti da tumore nei lori ultimi mesi di vita. È qui che decide di votare la propria vita ad aiutare gli altri nel trovare il coraggio di affrontare la malattia.

Nel 1977, ancora sotto chemioterapia, entra a far parte della squadra di pallacanestro su sedia a rotelle di Edmonton, vincendo tre titoli nazionali. Nell’agosto del 1979 partecipa ad una maratona a Prince George, Columbia Brittanica, scoprendo che dopo venti minuti di marcia il senso di malessere dovuto alla chemioterapia si attenua di molto. Si classifica ultimo, a 10 minuti dal penultimo, ma si tratta comunque di un grande risultato. Decide così di rivelare alla famiglia un pensiero che l’accompagna già da qualche anno, dal giorno prima dell’amputazione: aveva letto di Dick Traum, il primo amputato a correre la Maratona di New York, ed aveva deciso di correre per sensibilizzare la popolazione sull’importanza della ricerca sul cancro ed organizzare un’imponente raccolta fondi. Dapprima la madre tenta di dissuaderlo da un progetto così ambizioso, che potrebbe minare il suo fisico indebolito dalla terapia, ma successivamente ci ripensa.

Mi ha detto: “Ho pensato che saresti stata la prima a credere in me” e non l’ho fatto. Sono stato la prima a deluderlo. – Betty Fox, madre di Terry Fox

Terry fissa il percorso, che sarà da una costa all’altra del Canada, per 42 km al giorno, ed un obiettivo economico di $ 1.000.000, che poi immagina saranno $ 10.000.000, fino a sceglierne uno più significativo: raccoglierà $ 1 per ogni singolo abitante del Canada, che fatti i conti raggiungerebbero la cifra di $ 24.000.000.

Mi resi conto presto che quella sarebbe stata solo metà della mia impresa, per come ho attraversato i 16 mesi del calvario fisico ed emotivo della chemioterapia, sono stato bruscamente destato dai sentimenti che permeavano la clinica sulla ricerca sul cancro. C’erano volti con sorrisi coraggiosi, e quelli che avevano rinunciato a sorridere. C’era chi aveva abbandonato la speranza, e chi era in preda alla disperazione. La mia ricerca non sarebbe stata egoista. Non potevo andarmene sapendo che sarebbero esistiti ancora questi volti e questi sentimenti, anche se io fossi stato liberato dal mio dolore. Da qualche parte il male deve interrompersi… ed ero determinato a raggiungere questo obiettivo.

[…]

Abbiamo bisogno del vostro aiuto. In tutto il mondo i malati che si trovano nelle cliniche per il cancro hanno bisogno di persone che credono nei miracoli. Io non sono un sognatore, e non sto dicendo che questo troverà una risposta definitiva nella cura dei tumori. Io credo nei miracoli. Devo. – Lettera di Terry Fox alla Canadian Cancer Society, 15 ottobre 1979

 

Terry Fox Memorial

 

Terry organizza così la Maratona della Speranza, che ha inizio il 12 aprile 1980 a Saint John’s, sull’isola di Terranova. L’uomo raccoglie due bottiglie d’acqua dall’Oceano Atlantico: una sarà il suo personale ricordo dell’impresa, mentre l’altra la svuoterà nelle acque dell’Oceano Pacifico che lambiscono Victoria, nella Columbia Britannica, a testimoniare il raggiungimento del traguardo fisico ed economico.

Sembra che tutti abbiano abbandonato la speranza di provarci. No. Non è facile e non dovrebbe esserlo, ma sto realizzando qualcosa. Come molte persone che si danno da fare per costruire qualcosa di buono. Sono certo che avremmo trovato una cura per il cancro venti anni fa, se solo ci avessimo provato sul serio. – Terry Fox nei pressi di Ottawa durante la Maratona della Speranza

Ad ogni tappa le autorità cittadine supportano la sua causa, e fanno donazioni consistenti: in poco tempo Terry raccoglie oltre $ 300.000. Purtroppo, dopo 143 giorni ininterrotti di marcia e 5.373 km di vento, neve, pioggia, sole cocente ed un dolore alla gamba che non lo abbandona mai, la corsa di Terry si ferma il 1 settembre, nei pressi di Thunder Bay. La fame d’aria ed una fitta al petto lo costringono a ricoverasi in ospedale. Il giorno dopo, annuncia in una conferenza stampa che il cancro si è riacutizzato, provocandogli grumi tumorali ai polmoni, costringendolo ad interrompere la lunga maratona. Rivela però di essere deciso a completare il percorso, un giorno, rifiutando le numerose offerte dei suoi ammiratori pronti a terminarlo in sua vece.

La CTV Television Network si fa portavoce dell’impresa di Terry, organizzando una raccolta fondi nazionale di notevole successo: l’evento televisivo raccoglie in cinque ore ben $ 10.500.000, di cui un milione provenienti dai governi della Columbia Britannica e dell’Ontario. Le donazioni si susseguiranno per tutto l’inverno, arrivando a toccare i $ 23.000.000.

Terry diviene un esempio per tutto il Canada, tanto che ogni giorno riceve più lettere di tutti gli altri abitanti di Port Coquitlam messi assieme. Se qualcuno volesse scrivergli una missiva, anche da un’altra nazione, basta che sulla busta segni “Terry Fox, Canada” senza città o numero civico, per vederla recapitata al destinatario. Nel 1980 viene investito di numerosi premi:

  • Compagno dell’Ordine del Canada, la più alta onorificenza nazionale
  • Membro dell’Ordine di Dogwood, la più alta onorificenza provinciale
  • Membro della Canada’s Sports Hall of Home, che raccoglie i più grandi atleti canadesi
  • Lou Marsh Award 1980, come miglior sportivo dell’anno
  • Newsmaker of the Year 1980, come la figura canadese più influente dell’anno
  • Menzione della Cittadinanza di Ottawa come uno dei più fulgidi esempi di coinvolgimento e generosità nella storia del Canada

Nei mesi successivi il male di Terry non ha pietà, e perfino Papa Giovanni Paolo II fa sapere attraverso un telegramma di stare pregando per lui. Nonostante le nuove terapie sperimentali a cui si sottopone, torna in ospedale il 19 giugno 1981, dove entra in coma. Muore alle 04:35 del 28 giungo 1981 (ora locale), all’età di 22 anni. Il governo del Canada ordina che le bandiere di tutto il Paese restino a mezz’asta, un onore solitamente riservato agli uomini di stato. I suoi funerali vengono trasmessi in diretta televisiva e viene seppellito al cimitero comunale di Port Coquitlam.

In suo onore viene istituita la Terry Fox Run, una maratona non competitiva che si svolge annualmente in varie città del Canada, portando ogni anno svariati milioni di dollari di beneficenza in favore della ricerca sul cancro. Fino alla trentesima edizione, quella del 2010, sono stati raccolti in totale oltre $ 600.000.000.

Nel marzo 1985 Stephen Charles Fonyo Jr., detto Steve, amputato alla gamba sinistra, corre Viaggio per la Vita, maratona benefica che segue in linea di massima i principi di quella di Terry, riuscendo a completarla con successo.

Circa una trentina di strade, quattordici scuole, quattordici centri sportivi, nove tratte ferroviarie, una montagna, un parco provinciale ed una nave rompighiaccio portano il suo nome, e sono state costruite sette statue ed una grande fontana per commemorarne le gesta. La sua vecchia scuola viene ribattezzata Terry Fox Secondary School. E poi ancora film, canzoni e libri, tutti dedicati ad un uomo che, alla fine, aveva fatto solo quello che più gli piaceva per raggiungere l’obiettivo in cui più credeva.

La storia che vi ho raccontato non è stata certo bella per Terry, che ha sofferto le pene dell’inferno fino alla fine dei suoi giorni, ma per tutte le persone che ha aiutato con le donazioni in favore della lotta contro il cancro. E più di ogni altra cosa, Terry è stato un esempio, l’uomo normale, o se volete mediocre, che prende a calci la malattia con la sua protesi dimostrando che se si crede in qualcosa, anche più grande di noi, vincere o perdere non ha alcun significato: perché la storia di Terry Fox, che non è riuscito a sconfiggere il tumore né a finire la sua maratona, forse non è stata bella per lui, ma lo è certamente per tutti noi.

E se noi lo ricordiamo, lo prendiamo ad esempio, e lottiamo per ciò in cui crediamo veramente, allora il cancro ha perso, e lui ha vinto.

 

Statua in onore di Terry Fox

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Rebecca Brown – Sei anni e mezzo per combattere la malattia

Rebecca Brown è una bella ragazza inglese di 21 anni, che condivide da sempre con una terribile malattia: la tricotillomania. Si tratta dell’abitudine, e spesso dell’urgenza inalienabile, di tirarsi a forza intere ciocche di capelli, portando nei casi più gravi a strapparsi di netto le sopracciglia, i peli pubici ed anche le ciglia; in soggetti particolarmente succubi della condizione, si riscontra anche la tricofagia, ovvero l’ingestione ossessiva dei capelli lacerati. Attualmente si stima che nel mondo ne soffrano circa 200.000.000 di persone.

Il calvario di Rebecca comincia a 14 anni, e da allora (era il 2007) per 6 anni e mezzo ha scattato una foto di sé stessa ogni giorno, per mostrare a tutti quanto può essere violento il rapporto con il proprio corpo quando nessuno è in grado di aiutarci. Da piccola principessina dagli  occhi azzurri ed i capelli biondi, è passata dal rasarsi a zero per tentare di arginare i propri istinti ad arrivare ad indossare parrucche per coprire il dolore e la vergogna che provava dentro.

Rebecca non ha ancora sconfitto la malattia, ma mostrarsi al mondo per quello che è, una ragazza fragile ed impotente, l’ha resa più forte e sicura di sé. Su YouTube aiuta molte altre persone nella sua condizione, favorendo il dialogo e regalando a tutti una cosa semplicissima, un dono che anche noi potremmo fare a chi si trova in difficoltà: una parola gentile.

 

Rebecca Brown

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Franca Viola – Una storia d’amore

Quella che vi racconto oggi è una storia d’amore. Ma non una storia d’amore semplice, se mai ne esistano, ma una di quelle che sembra davvero una fiaba, con una giovane principessa indifesa, un lupo cattivo che vuole rubarne la purezza, uomini corrotti pronti a farle del male e non uno, ma ben due principi azzurri, pronti a salvarla dalle grinfie dei mostri. Una brutta storia, che diventa prima di guerra e poi dell’orrore, ma che poi in fondo ci insegna cosa è davvero in grado di fare l’amore, quello puro, sincero, vero.

Bene, cominciamo.

C’era una volta, in una terra lontana lontana…

La nostra storia non si svolge in un reame incantato circondato dai boschi ma in Sicilia, anche se per tutto quello che si porterà dietro è meglio dire che da palcoscenico fa l’Italia intera. Il quando: sono gli anni ’60, quelli in cui c’è ancora una certa mentalità, figlia un po’ della cultura cattolica provinciale della penisola ed un po’ degli ideali di onore e virtù che ci hanno sempre contraddistinto, nel bene e nel male. E poi c’è lei, la nostra principessa, una ragazza di diciassette anni di nome Franca Viola.

Franca nasce ad Alcamo, in provincia di Trapani, il 9 gennaio del 1947. Figlia di modesti contadini, Franca è una ragazza semplice, solare, dolce ma, sopra ogni altra cosa, è bella. Di più, è stupenda, contesa da tutti i ragazzi del paese e non solo: lunghi capelli scuri le incorniciano il viso dai tratti leggeri, ed il suo sguardo dolce ed innocente illumina la strada al suo passaggio. Ve la racconto così perché Franca è davvero così, e negli anni ’60, in Italia, in Sicilia, questo può essere una benedizione o, più spesso, un vero problema.

A 15 anni Franca si fidanza con Filippo Melodia, nipote del mafioso Vincenzo Rimi e membro di una delle famiglie più ricche della zona, praticamente quella che controlla il paese e ne decide il buono ed il cattivo tempo. Le cose tra i due però non funzionano e sebbene inizialmente i genitori di Franca avessero approvato il fidanzamento, cominciano a ricredersi. Certo, il suo zitu potrebbe certamente garantirle una vita agiata, ma di sicuro costruita sulla sofferenza di tante brave persone, proprio come quelle della famiglia Viola, così Franca non ci sta e lascia Filippo, che intanto si è messo nei guai con la giustizia per furto ed appartenenza a banda mafiosa. Franca ci aveva visto giusto, perché la reazione del fidanzato respinto non tarda ad arrivare: poco tempo dopo il loro vigneto ed il casolare annesso vengono bruciati finché suo padre, Bernardo, non si ritrova la fredda canna di una pistola puntata alla testa.

Chista è chidda che scaccerà la testa a vossia!

L’uomo però è irremovibile; sarà anche un semplice contadino ma il suo onore è più forte delle minacce di morte, ed il bene della figlia viene prima di ogni altra cosa, anche della sua stessa vita. Filippo intanto è stato scarcerato, e per tutto il tempo passato in prigione ha avuto in mente solo un pensiero: riprendersi Franca. Forse lo fa per amore, o semplicemente perché è abituato ad ottenere ciò che vuole e l’onta di essere stato lasciato lo divora, fatto sta che ritorna da Bernardo ed insiste affinché dia la sua benedizione ad un nuovo fidanzamento. L’uomo rifiuta, ma lui anziché rinunciare si fa più insistente, sempre di più, e dato che è nipote di un boss della mafia è facile immaginare quanto lontano sia pronto a spingersi.

Il 26 dicembre del 1965 con l’aiuto di dodici amici Filippo irrompe nella casa dei Viola, distrugge tutto ciò che gli capita a tiro e rapisce Franca ed il suo fratellino di 8 anni, Mariano, che si aggrappa alla sorella con quanta forza ha in corpo. Il piccolo viene subito liberato, mentre la ragazza sparisce nel nulla. Franca viene sequestrata per otto giorni, prima in un casolare fuori Alcamo poi in paese, dalla sorella di Filippo. Otto interminabili giorni, in cui la ragazza diventa vittima di violenze verbali, che si trasformano presto in violenze fisiche, per sfociare infine in violenze sessuali. Il primo gennaio del 1966 Filippo, oramai appagato delle brutalità inflitte, contatta Bernardo per una paciata, un’ignobile parola che sta ad indicare un incontro tra le famiglie per mettere tutti di fronte al fatto compiuto e far accettare ai Viola le nozze tra i due. Bernardo finge di accettare e la polizia riesce a liberare Franca, che può così riabbracciare i suoi amati genitori e tornare alla vita di sempre.

Il ragazzo viene arrestato, ovviamente, ma è sicuro che non gli accadrà nulla. Rischia una condanna per violenza carnale, abusi e sequestro di persona, ma in fondo lo sa che per lui le cose finiranno bene. Lo sa non perché è il nipote di un boss mafioso e vuole sfuggire alla legge, ma proprio perché è la legge a proteggerlo. Siamo negli anni ’60, in Italia, in Sicilia, nessuna condanna, nessun processo e nessuna denuncia; c’è una cosa che mette a posto tutto, cancella le violenze e gli stupri, rimuove ogni traccia e riscrive la storia: il matrimonio riparatore.

Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali – Articolo 544 del Codice Penale

Articolo 544, il cosiddetto matrimonio riparatore: se qualcuno violenta una ragazza illibata, cioè vergine, compromettendone l’onore e condannandola quindi a non poter più trovare marito, basta che se la sposi; l’onta dell’abuso viene espiata, la fanciulla ha trovato un partito, lo stupratore s’è fatto carico delle sue responsabilità e per legge il reato stesso di violenza carnale viene cancellato. E tutti vivono felici e contenti.

È una legge aberrante, che presuppone che la violenza sessuale arrechi offesa alla morale ed all’onore, e non alla donna, alla persona, all’essere umano. Ma al tempo della nostra storia funziona così e quello che a mio avviso è il gesto più ripugnante che si possa compiere, anche più dell’omicidio, resta impunito se finisce con una bella torta nuziale ed il brindisi alla salute degli sposi.

Il problema è che l’onore è pilastro portante della cultura dell’epoca, in Italia e sopratutto in Sicilia. E per comprendere meglio il pensiero del tempo basta leggere un altro articolo del Codice Penale.

Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella. – Articolo 587 del Codice Penale

Articolo 587 del Codice Penale, meglio conosciuto come delitto d’onore: chiunque avesse scoperto il coniuge a letto con un’altra persona o la sorella o la figlia a fare sesso al di fuori del matrimonio, e nello stato di rabbia cieca avesse ucciso chi gli aveva arrecato offesa, si vedeva commutata la pena da tre a sette anni, di solito tre, in pratica niente. E poi ad ammazzare l’amante o il traditore si lavava l’affronto nel sangue e, tutto sommato, si faceva pure bella figura.

Filippo quindi ha le spalle coperte: ha deflorato la ragazza che desiderava ardentemente, non va in galera per questa ed altre deplorevoli azioni, se la sposa e vivrà la vita che voleva, con una bellissima moglie al fianco, fino alla fine dei suoi giorni. Ma Filippo non ha previsto una cosa.

Franca dice no.

 

Franca Viola

 

La ragazza si rifiuta di sposarlo, e trova pieno appoggio da parte dei genitori che certamente non vogliono vedere la figlia, poco più che una ragazzina, legata per sempre ad un mostro. E qui le cose si complicano: se Franca rifiuta il matrimonio resta lesa nell’onore, quindi nessun uomo avrà mai il coraggio di chiederla in moglie; non solo, Filippo finisce in galera, perché senza legittima unione l’articolo 544 non può essere applicato.

Franca se ne frega dell’onore e della morale, e ritiene degenerata una legge che costringe una vittima a vivere tutta la vita col suo carnefice, nascondendosi dietro un muro di bigotteria indegno di una nazione che vuole definirsi civile. Filippo finisce sul banco degli imputati assieme ai suoi compari, ed il processo spezza letteralmente l’Italia in due: chi insinua che Franca sia solo una svergognata che non comprende la fortuna che le è capitata a poter sposare un così buon partito che si è fatto carico delle proprie responsabilità, e chi la inneggia a baluardo di chi è vittima di soprusi legalizzati.

I legali di Filippo imbastiscono una difesa forte, basata sull’idea che Franca fosse in realtà consenziente, mettendo in gioco un altro concetto figlio della Sicilia di quegli anni, la fuitina: se due giovani fuggivano insieme e consumavano il loro primo rapporto sessuale, i genitori non potevano fare altro che benedire l’unione tra i due ed approvare il matrimonio, sempre che il padre o il fratello della ragazza non li avesse beccati sul fatto e sparato ad entrambi, ovvero articolo 587, delitto d’onore. Comunque sia la tesi non regge, e gli avvocati difensori devono pensare a qualcos’altro. Dichiarano allora che Franca, al momento del rapimento, non era vergine, in quanto i due avrebbero consumato i rapporti a casa di lei, mentre i genitori erano in campagna. Fortunatamente, anche stavolta non gli crede nessuno.

Franca stringe i denti, costretta a vivere segregata in casa scortata giorno e notte dai carabinieri, che nulla però possono contro gli attacchi alla loro terra, quando gli alberi vengono segati via ed il bestiame abbattuto. Ad ogni udienza la ragazza è in prima fila, al fianco del suo avvocato, Ludovico Corrau, e segue attentamente ogni fase del processo. Finché un giorno, non arriva la sentenza.

Filippo viene condannato ad 11 anni di carcere, ridotti poi a 10 ed infine a 2, con obbligo di residenza a Modena.

Ma all’inizio vi avevo detto che questa era una storia d’amore, e di certo non stavo parlando di Filippo. E vi avevo parlato anche di due principi azzurri: il primo è Bernardo, che combatte la stampa, la mafia, i compaesani e se fosse stato per lui anche l’Italia intera solo per amore della figlia, per non vederla aggiogata ad un sistema sbagliato che vuole premiare il suo stupratore secondo una logica ancora più sbagliata. Il secondo è Giuseppe Ruisi, amico d’infanzia di Franca, che contro tutta l’opinione pubblica che guarda la ragazza come una disonorata destinata a restare sola tutta la vita, la chiede in moglie e nel 1968 la sposa, riportando il sorriso su quel volto ora di nuovo raggiante, stretto nel candido vestito di nozze. La coppia riceve un telegramma di felicitazioni e solidarietà nazionale dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, vengono ricevuti in udienza privata da Papa Paolo VI ed il Ministro dei Trasporti Oscar Luigi Scalfaro gli dona per il viaggio di nozze un biglietto per viaggiare su qualsiasi tratta ferroviaria per un mese.

L’ombra di Filippo però pende sulla coppia. Il ragazzo più volte aveva giurato di vendicarsi, e ha sia i mezzi che gli uomini per farlo. Il 13 aprile 1978, a Modena, probabilmente sta pianificando la sua vendetta contro la ragazza che ha osato rifiutarlo e spedirlo in galera, quando qualcuno sbuca da un angolo e gli apre lo stomaco con un colpo di lupara. E così muore il lupo cattivo.

Franca e Giuseppe hanno due figli, e vivono ancora oggi in Sicilia, proprio ad Alcamo. L’8 marzo 2014, in occasione della Festa della Donna, Franca è stata insignita al Quirinale dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ma la più grande soddisfazione se l’è tolta il 5 agosto 1981, quando viene abrogata, anche grazie a lei e a suo padre Bernardo, la legge che permette il matrimonio riparatore, anche se ha poi dovuto aspettare il 1996 affinché la violenza sessuale fosse legalmente riconosciuta in Italia non più come un semplice reato “contro la morale”, bensì “contro la persona”.

 

Franca Viola

 

Ora, se devo immaginarmi Franca, in tutta questa brutta storia a lieto fine, vorrei farlo con lei ancora ragazzina che implora Giuseppe di lasciarla andare, perché non vuole mettere a repentaglio la vita di entrambi, dato che Filippo tra dieci anni uscirà dal carcere e verrà certamente a cercare vendetta. Allora lui la guarda nei suoi profondi occhi scuri che hanno visto l’inferno, e le dice poche parole, di quelle che per dirle devi essere davvero un principe azzurro che ammazza draghi e lupi cattivi. Le si avvicina al volto, timidamente, e mentre ammira le gote dell’amata divenire purpuree le sussurra:

Meglio vivere dieci anni con te che tutta la vita con un’altra.

Lei piange di gioia, e finalmente sorride. E la stanza s’illumina.

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Amy Sol – A metà tra cartoon e surreale

Amy Sol è un’artista americana che affonda le proprie radici nella cultura orientale moderna, manga, immaginario vintage e design moderno. Detta così sembra che Amy Sol abbia preso e raccolto un po’ di influenze qui e lì, senza continuità di causa. In realtà l’artista fonde armoniosamente questi e molti altri stili attraverso quello che viene definito come “surrealismo astratto”. Amy Sol vive la sua infanzia in Corea e successivamente si trasferisce a Las Vegas, USA, raccogliendo a piene mani il meglio delle culture orientale ed occidentale.

Solitamente l’artista dipinge direttamente sul legno cui poi aggiunge piccoli grani del legno stesso, creando piccoli capolavori che sembrano ognuno raccontare una storia a sé.

Tutto delle sue opere sembra etereo, inafferrabile, sospeso tra il mito ed il paradossale. I soggetti sono solitamente fanciulle irradiate da un alone fiabesco, nell’atto di interagire con animali che perdono la loro natura terrena sposando quella dei famigli, come degli spiriti guida – o se volete amici. Grande accortezza è data sopratutto al lato bucolico: nebbia, alberi, fiori, dolci colline fanno da sfondo perfetto per l’eleganza leggiadra delle protagoniste. E connubio perfetto non si sarebbe potuto immaginare da chi si diletta a dipingere sul “vivo” legno. I colori sono morbidi, quasi smorzati, come se molto di ciò che l’artista ci mostra si trovi dietro un velo lattiginoso, salvo poi rimanere abbagliati dalla luce che emana ogni soggetto.

Per saperne di più vi basta andare sul sito personale: amysol.com.

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Frane Selak – Lo sfigato più fortunato del mondo

Si può essere l’uomo più sfortunato del mondo, nel senso di essere perseguitato seriamente dalla sfortuna, ma essere al contempo quello più fortunato di tutti, di quelli baciati una sola volta ogni mille anni dalla dea bendata? Di esempi di vite travagliate al limite del paradossale ne esistono, come ad esempio quella di Tsutomu Yamaguchi, che un giorno tratterò certamente su queste pagine. Oggi voglio raccontarvi la strana vita di Frane Selak.

Frane Selak, nato nel 1929 in Croazia, è un timido insegnante di musica. Un po’ sovrappeso, con un sorriso sornione stampato sulla faccia, niente farebbe immaginare che quest’uomo sia riuscito a sfuggire alla morte ben sette volte e venirne in qualche modo “ripagato”.

Ma andiamo con ordine.

I suoi colloqui con madama Morte iniziano nel gennaio 1962, su un treno che viaggia veloce lungo le rotaie nel freddo pungente della Croazia. D’improvviso il treno deraglia, terminando la sua corsa affondando in un fiume ghiacciato. Tredici persone perdono la vita, Frane invece viene tratto in salvo e se la cava con un braccio rotto.

L’anno dopo, tolto il gesso, il nostro insegnante di musica si trova su un aereo che sorvola le terre tra Zagabria e Fiume. È il suo battesimo del volo. Il portellone forse difettoso viene scardinato e diversi passeggeri, tra cui lui, vengono letteralmente scaraventati via dalla differenza di pressione. Diciannove morti, Frane sopravvive atterrando placidamente su un covone di paglia. Roba da cartone animato.

Nel 1966, l’autista dell’autobus su cui sta viaggiando perde il controllo e finisce in un fiume. Quattro morti, Frane riesce a nuotare fino a riva cavandosela con qualche escoriazione. Un cerotto o poco più.

Nel 1970 presso una stazione di benzina la sua macchina prende fuoco, avvolgendo la carrozzeria in un abbraccio infernale. Nonostante tutto, riesce a farsi strada tra le fiamme e a fuggire via prima che la sua auto si disintegri nell’esplosione, uscendone completamente illeso. Niente cerotti.

Nel 1973, Frane avrebbe fatto bene a cambiare meccanico, perché la sua nuova auto presenta un difetto nella coppa. L’olio bollente viene incendiato dal motore e le fiamme della combustione invadono l’abitacolo attraverso i condotti dell’aria. La zaffata gli brucia completamente i capelli, ma a parte questo non riporta nessun altro danno.

Passano anni relativamente tranquilli, durante i quali i capelli di Frane ricrescono più o meno correttamente.

Nel 1995 la morte torna a cercarlo, e ci riprova con un autobus: mentre passeggiava placidamente per strada, un pullman lo investe in pieno. Si procura solo qualche ferita superficiale.

Nel 1996 Frane guida la sua (ennesima) nuova auto, quando un camion delle Nazioni Unite in una curva lo spinge fuori strada. La sua macchina si schianta contro il guardrail e lo catapulta fuori, dato che non indossava le cinture di sicurezza. Finisce appeso ad un albero mentre saluta la sua auto che si schianta oltre 100 metri più in basso, in un burrone.

Ma all’inizio avevo detto che Frane alla fine era stato tutto sommato ripagato delle sue sfortune: la signorina Morte, forse arresasi alla sua capacità innata di salvarsi da ogni suo tranello, in qualche modo si sdebita…

Nel 2003, due giorni dopo il suo 73° compleanno, Frane vince € 800.000 alla lotteria, e per festeggiare l’avvenimento si sposa per la quinta volta. Con il ricavato compra due case ed una barca e nel 2010 lascia quasi tutto ciò che gli resta agli amici e decide di vivere in maniera frugale, in attesa che una sua vecchia amica bussi per l’ultima volta alla sua porta.

Questa storia sembra davvero scritta per una commedia, e più o meno potrebbe essere così: l’unico avvenimento verificabile è la vincita della lotteria, ed i fatti antecedenti a questo si sanno per come li racconta Frane. Ma se devo essere sincero, preferisco di più credere alla Morte che tenta in tutti i modi di accoppare un simpatico ciccione e questi, puntualmente, in maniera tanto più spettacolare quanto ridicola, riesce ogni volta a farsi beffe di Lei.

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