Categoria: Biografie

Uomini e donne straordinari, la cui gesta sono d’esempio per tutti noi.

La controversa storia di Baden-Powell, fondatore dello scoutismo

Robert Baden Powell

Ripercorriamo la storia di Baden-Powell, il fondatore dello scoutismo, e scopriamo come ha cambiato il mondo tra luci ed ombre che vanno dall’amore per la natura all’accusa di pedofilia.

 

La giovinezza

Il Primo Barone di Gilwell Sir Robert Stephenson Smyth Lord Baden-Powell nacque a Paddington (Londra, Inghilterra) il 22 febbraio 1857, sesto di otto figli del reverendo Baden-Powell, professore di geometria di Oxford, e di Henrietta Grace Smyth, figlia dell’ammiraglio britannico William Henry Smyth. Alla tenera età di tre anni, Robert perse il padre, ed all’età di 12 anni, sua madre cambiò il cognome di famiglia in Baden-Powell. Dopo aver frequentato la Rose Hill School, a Tunbridge Wells, fu ammesso alla scuola Charterhouse, grazie ad una borsa di studio.

Purtroppo per la madre, che sperava per il figlio un futuro brillante, B.-P. non fu mai uno studente eccezionale, che compensava tuttavia i suoi non brillanti voti con altre qualità. Ben presto si fece un nome come portiere della squadra della città, e le sue capacità d’attore erano rinomate in tutto l’istituto. Capitava sovente che infiammasse gli animi dei compagni durante le proprie interpretazioni. Ma non fu il teatro l’unica arte alla portata di Robert; ebbe un vivo interesse per la musica (suonava infatti il pianoforte ed il violino) e divenne anche un bravo disegnatore, abilità che gli permise di illustrare da sé le sue future opere.

 

La carriera militare

A 19 anni, ormai diplomato, tentò la carriera universitaria con scarsi risultati: non riuscì infatti a superare gli esami d’ammissione. Riuscì comunque a vincere un concorso nell’esercito e ne entrò a far parte col grado di sottotenente di cavalleria. Su settecento candidati si piazzò infatti miracolosamente secondo in fanteria e quarto in cavalleria. Nel 1876 B.-P. si unì al tredicesimo contingente Hussars in India, prima importante esperienza di vita sul campo. Durante la sua prima missione, della durata di otto anni, conobbe il suo grande amico e romanziere Rudyard Kipling (autore de Il libro della giungla).

Capitano a soli 26 anni, riuscì nella conquista del più prestigioso trofeo indiano: il Pig Sticking (o caccia del cinghiale a cavallo). Sebbene non sembri di per sé un avvenimento tale da destare così tanta attenzione, basti pensare che il cinghiale selvatico è “il solo animale che osi bere alla stessa pozza d’acqua della tigre”.

Le giornate indiane, comunque, passavano generalmente pigre e vuote di emozioni. Così Robert organizzò fra i suoi uomini un gruppo di scout (lo scout, nell’esercito, è solitamente il soldato di fanteria mandato in avanscoperta, cioè l’esploratore), insegnando loro a seguire le tracce, ad osservare e ad interpretare gli indizi lasciati sul terreno, ad occultarsi e ad affrontare la dura vita nelle foreste. La sua iniziativa ottenne un così grande successo che lo Stato Maggiore creò un apposito distintivo per gli scout: un giglio (sulle bussole antiche simboleggiava il Nord).

B.-P. si dimostrò essere un soldato ligio al dovere, e topografo ed esploratore di rara abilità. Spedito nel 1878 in Afghanistan, fece ritorno due anni dopo in India, a seguito della fallimentare campagna inglese nel paese mediorientale. Di stanza in Africa tra il 1887 ed il 1888, si dimostrò un abile soldato soprattutto nella vittoriosa campagna ad Ashanti, tanto che venne promosso al suo ritorno in India comandante del quinto reggimento dei Dragoni.

La realtà africana, ed in particolare quella Zulu, furono fonte di grande ispirazione; con loro ebbe l’opportunità di perfezionare le proprie tecniche di esplorazione e sopravvivenza, un bagaglio di conoscenze che lo rese sempre più famoso e rispettato fra i suoi superiori. Anche tra gli indigeni godeva di ottima fama, tanto da essere conosciuto come M’Hala Panzi (l’uomo che si sdraia per uccidere, fondamentalmente un cecchino), per la sua spiccata abilità di tiratore scelto ed Impeesa (il lupo che non dorme mai). Le sue capacità arrivarono alle orecchie dei suoi superiori e presto venne trasferito ai servizi segreti britannici. Viaggiò spesso travestito da collezionista di farfalle, nascondendo documenti militari fra i suoi disegni, spostandosi in Germania, Russia ed altre zone delicate. Il suo primo libro, di qualche tempo dopo, si intitolava Aids to Scouting“(suggerimenti per l’esplorazione), una sorta di vademecum per le reclute in ambito esplorativo.

 

Mafeking

Mafeking (oggi Mmabatho, Repubblica Sudafricana), era una cittadina di coloni inglesi nel remoto confine nord orientale fra l’inglese Colonia del Capo e la repubblica boera del Transvaal (a tutt’oggi non più esistente). Il 13 ottobre 1899 fu presa d’assedio dalle forze boere, imponendo all’esercito inglese l’invio di dieci ufficiali in missione speciale. Tra questi vi era Robert.

La sua missione, appoggiato dal suo vice lord Edward Cecil (figlio del primo ministro lord Salisbury), era quella di dar vita a una “messa in scena dimostrativa”, al fine di ridurre il presidente del Transvaal, Paul Kruger, a più miti consigli. Si trattava, perlopiù, del reclutamento di “fannulloni” (a detta dello stesso B.-P.) in reparti locali, più o meno di un migliaio di unità, di base a Mafeking. In caso di guerra, l’ordine era di “dare l’idea” di puntare su Pretoria (sarebbe più corretto chiamarla Tshwane, ed è la capitale amministrativa del Sudafrica). L’esercito inglese puntava sulla possibilità del nemico di ritirarsi di fronte a questa armata, piuttosto che di utilizzarla sul serio sul campo di battaglia.

La missione era chiaramente assurda ed impossibile. B.-P. divenne una “calamita”: tenere Mafeking per attirarvi contro il maggior numero di forze boere possibili, distraendole da un’invasione della colonia del Capo, possibilità questa che terrorizzava non poco l’alto commissario imperiale inglese Alfred Milner.

Nonostante la palese assurdità del piano, sembrava proprio che questo stesse funzionando: per i primi mesi, infatti, l’assedio era nelle mani di Robert, anche se più per l’inerzia del comandante boero, il generale Piet Cronje, più adatto alla guerra di movimento (in cui diede filo da torcere agli inglesi) che all’abilità dei fannulloni, cui si aggiungevano gli irregolari provenienti dal Protectorate Regiment. In totale le forze a disposizione di B.-P. contavano di 470 soldati del Protectorate Regiment, 400 membri della Guardia Cittadina, 400 civili abili nelle armi da fuoco, 100 membri del corpo di Polizia del Capo, 90 della Polizia del Sudafrica e 70 fucilieri del Bechuanaland.

Andava meglio sul fronte dell’artiglieria: Mafeking poteva vantare due pezzi da 7 libbre ad avancarica, il Wolf (un pezzo di artiglieria di fortuna così battezzato in onore di B.-P. ed in grado di lanciare un palla da 18 libbre a oltre 3,5 Km di distanza), il Lord Nelson, pezzo navale del 1770, in ottone, rispolverato da una fattoria (dove serviva come cardine) dal maggiore Godley.

Le truppe boere non furono mai lo stesso numero, ma variarono nel tempo; il picco fu di 10.000 unità al comando di Cronje, ma molte abbandonarono l’assedio. L’artiglieria era costituita da nove pezzi da campagna e da un cannone Creusot da 94 libbre.

Dopo i primi giorni d’assedio i Boeri recisero i cavi telegrafici, lasciando Mafeking a sé stessa. Per ovviare a questo serio problema B.-P. addestrò dei ragazzi del luogo alle tecniche di esplorazione, usandoli come messaggeri con l’esterno. Venivano create, dal suo vice, il maggiore Edward Cecil, squadriglie di cinque o sei ragazzi, capitanate da un capo deciso da loro stessi. La posta, sia militare che privata, non venne mai meno. La difesa della cittadina consisteva in “azioni di fantasia”: B.-P. ordinò alle sentinelle (esterne alle mura) di scavare delle inesistenti buche. I Boeri, che seguivano la scena da distanza, credevano che le sentinelle alzassero dei reticolati, piantassero mine o filo spinato (impossibili da vedere da lungo raggio, anche col binocolo), facendo sembrare Mafeking molto più difesa di quanto in realtà fosse. Assumendo poi tra ottobre e novembre alcune mosse di controffensiva, la guarnigione inglese sembrava molto più agguerrita degli assedianti (si trattava anche qui di un bluff di B.-P. per far credere ai Boeri di combattere contro un avversario preparato e risoluto).

Le perdite però erano davvero molte (in relazione alle unità disponibili) ed ammontavano a 163 tra feriti, morti e dispersi. La situazione prese una nuova piega quando al comando dei Boeri passò il generale Snyman, orfano della maggior parte dei suoi uomini, decisi a seguire il suo predecessore il generale Cronje a sud per respingere l’avanzata del ben più numeroso contingente inglese di lord Methuen. Snyman rimase quindi a tenere l’assedio con circa 1.500 uomini. Seguì una guerra di nervi, costituita più da piccoli tafferugli che da veri e propri scontri. Nel frattempo, venne eletto il nuovo comandante in capo delle forze boere, il generale Louis Botha. Resosi questi conto dell’oziosità del generale Snyman, razionalizzò le forze assedianti e pianificò una possibile conquista della città.

Il generale Botha era decisamente un osso più duro del suo predecessore, era a conoscenza degli scritti di B.-P. sullo tecniche scouting ed era determinato a batterle. L’assedio prese una brutta piega per Mafeking e B.-P. si vide costretto, suo malgrado, ad utilizzare i ragazzi non più solo come messaggeri, ma anche come barellieri, supporto alle armi e portaordini. In merito all’insicurezza che inizialmente i ragazzi dimostravano per compiti così ardui, B.-P. disse loro:

Ogni uomo sbaglia. Un uomo che non ha mai sbagliato non ha mai fatto nulla nella vita. – B.-P.

Tra le 212 vittime della guarnigione inglese, nessun ragazzo fu ferito. 38 di loro ricevettero un’onorificenza. Nella notte tra l’11 e il 12 maggio il migliore dei comandanti di Snyman, Sarel Eloff, mise in atto un audace piano per penetrare nella città attraverso il quartiere indigeno. Il tempo stringeva, poiché il comando supremo britannico aveva già inviato una colonna di cavalleria forte di 2.000 uomini al comando del colonnello Mahon. Il piano fallì, e Mafeking venne liberata dalle truppe inglesi il 16 maggio 1900.

Dopo la liberazione B.-P. venne nominato maggior generale ed eletto eroe nazionale, a soli 43 anni. La Gran Bretagna aveva tenuto il fiato sospeso per tutti i 217 giorni del conflitto, e quando finalmente giunse la notizia “Mafeking è stata liberata”, molte furono le manifestazioni di piazza. Nel dizionario inglese il verbo “to maffick” (celebrare con stravaganti manifestazioni pubbliche) e la parola “maffication” (celebrazione esagitata) vennero creati proprio in quell’occasione, e derivano, palesemente, da Mafeking. Dopo aver organizzato un servizio di polizia nazionale in Sudafrica ritornò in Inghilterra nel 1903, assumendo l’incarico di Ispettore Generale della Cavalleria per la Gran Bretagna e l’Irlanda. Quando era ormai al culmine della sua carriera militare venne inviato a studiare l’organizzazione delle truppe territoriali di riserva. Era il 1907.

 

Scouting For Boys

 

Brownsea

Tornato in patria, B.-P. fu non poco sorpreso della grande diffusione che “Aids to scouting” aveva avuto tra i giovani inglesi. Sebbene pensato come manuale d’addestramento, il libro era stato adottato sia da insegnanti che da diverse associazioni educative, come le Boys’ Brigades, fondate il 4 ottobre 1883 Glasgow, Scozia. Attirato dalle proposte del loro ideatore, lo scozzese Sir William Alexander Smith, B.-P. accettò gli incarichi in questa organizzazione cristiana.

Iniziato a questa nuova esperienza, Robert decise di riscrivere una nuova versione del suo manuale, adatta ad un pubblico più giovane e di impronta meno militare, e per verificare l’efficacia del suo nuovo metodo deciso di organizzare un campo scout con ragazzi di diversi ceti sociali, tra i 12 ed i 16 anni. Accompagnato dal fedele amico, il maggiore Kenneth McLaren, Robert scelse come meta l’isoletta di Brownsea, nella baia di Poole (nel Dorset, Inghilterra).

Brownsea Island copre circa 560 acri di bosco con 2 laghi. Il suo proprietario, Charles van Raalte fu felice di offrire l’uso del luogo. L’isola era perfetta dal punto di vista tecnico, in quanto era isolata dal centro della città, dalla stampa ed era facilmente raggiungibile attraverso un breve viaggio in traghetto dalla vicina città di Poole, rendendo gli aspetti logistici semplici da assolvere. I ragazzi partecipanti erano venti, dieci provenienti dalle scuole pubbliche di Eton e Harrow (perlopiù si trattava dei figli degli amici di B.-P.), sette provenivano dalle Boys’ Brigades della città di Bournemouth (150 km da Londra) e tre dalla città di Poole. Negli ultimi giorni si aggiunse il ventunesimo ragazzo (indisposto nei primi giorni di attività).

Oltre al maggiore McLaren, B.-P. era affiancato da un altro aiuto: il nipotino Donald Baden-Powell che, per i suoi soli 9 anni, non poté essere incluso in una pattuglia. Il campo si svolse dal 31 luglio al 9 agosto 1907, e la quota di partecipazione era decisa in base alla realtà di provenienza: una sterlina per i ragazzi delle scuole pubbliche, e diciassette sterline e cinquanta centesimi per gli altri. I ragazzi erano divisi in 4 pattuglie: Lupi, Tori, Corvi, Chiurli.

Gli adulti presenti furono in tutto sette: Baden-Powell, McLaren, tre cambusieri, un altro aiuto capo e l’ultimo giorno si affiancò allo staff un istruttore di Primo Soccorso. La maggior parte del materiale logistico, come le sei tende canadesi, fu preso in prestito dall’esercito. L’uniforme del campo consisteva in una camicia di color kaki (derivazione di quella militare) con il distintivo del giglio con pantaloncini e calzettoni blu. Ciascuno portava un nodo colorato nel loro foulard con i colori della propria pattuglia: verde per i Tori, blu per i Lupi, giallo per i Chiurli e rosso per i Corvi. Il capo pattuglia utilizzava un bastone con la bandierina dipinta con il disegno del proprio animale (l’alpenstock).

Superate delle prove di nodi, tracce, e sulla bandiera nazionale, essi ottenevano un altro distintivo con le parole Be Prepared (in Italia sovente tradotto nel latino Estote Parati), da attaccare sotto il giglio, sulla parte sinistra della camicia. Il campo iniziò con il suono del corno di kudu (detta anche cudù, un’antilope africana) che B.-P. aveva preso nella campagna di Metabele. Lo stesso corno, per dovere di cronaca, aprì il terzo World Jamboree (svoltosi ad Arrowe Park, in Inghilterra), nel 1929.

 

Nascono le guide

Forte dell’esperienza di Brownsea, B.-P. decise di presentare la sua opera più famosa: Scouting for boys (scoutismo per ragazzi). Dalla sua pubblicazione, nel marzo 1908, vennero fondate un numero inimmaginabile di associazioni che volevano legarsi al movimento scout.

Lo scoutismo aveva conquistato il mondo.

Durante una competizione fra tutti gli scout, tenutasi a Crystal Palace (Londra, Inghilterra) nel settembre 1909, B.-P. venne a conoscenza delle prime Girl Scouts. Piuttosto che accogliere le ragazze nell’associazione dei Boy Scouts, preferì fondare nel 1910 il movimento parallelo del Guidismo, sotto il coordinamento di Agnes, la sorella maggiore. Vi ricordo che eravamo in piena epoca coloniale, forte di un sessismo ostentato e di un patriottismo particolarmente ispirato. Quando ne assunse la carica, Agnes aveva 50 anni e si impegnò molto nell’adattare Scouting for boys anche per le sue guide. Nacquero così i libri Handbook of the girl guides (manuale delle guide) e How girls can help to build up the Empire (come le ragazze possono aiutare il progresso dell’Impero). Nel 1917 rassegnò le proprie dimissioni in favore della principessa Maria Windsor, fervente sostenitrice del movimento scoutistico in rosa. Agnes rimase vice presidente del movimento mondiale delle guide fino alla sua morte, avvenuta il 2 giugno 1945.

Nonostante le numerosi voci che volevano B.-P. ambire al grado di Maresciallo, Edoardo VII gli suggerì di ritirarsi dall’esercito per promuovere il movimento scout nel Regno Unito e nel mondo intero. Era il 1910.

 

Olave

Nel gennaio 1912, durante uno dei suoi viaggi di promozione dello scoutismo sul transatlantico Arcadia in rotta per New York, B.-P. incontrò Olave Soames St Clair. Robert aveva 55 anni, Olave 23, ma erano curiosamente nati lo stesso giorno: il 22 febbraio. In realtà i due si erano già incontrati in precedenza, come ricordava B.-P. stesso: due anni prima, Olave passò davanti alla caserma di Knightsbridge, a Londra, “accompagnata da un cane spagnolo bianco e bruno”. Sicuramente quella ragazza gli era rimasta impressa nella memoria…

Nel settembre del 1912 si fidazarono ufficialmente, e si sposarono in gran segreto il 30 ottobre. Tutti gli scout del mondo donarono un penny per il regalo di nozze, che sarebbe poi stato un’auto. Baden-Powell ebbe tre figli, un maschio e due femmine, che ricevettero il titolo di Honourable (onorevole): Peter nacque nel 1913, Heather nel 1915, e Betty nel 1917. Olave divenne Commissaria di Contea delle Guide nel 1916, Capo Guida nel 1918 e fu eletta Capo Guida del Mondo nel 1930. Nello stesso anno ricevette il titolo di Gran Dama dell’Impero Britannico da Giorgio V. Suo padre le comprò anche la residenza di Pax Hill, nell’Hampshire (Inghilterra). Nel 1932 ricevette il titolo di Dama di Gran Croce dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico.

 

Dopo la prima guerra mondiale

Allo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, B.-P. si mise a disposizione dell’esercito. Non fu però reintegrato, ed in proposito lord Kitchener commentò: “Posso trovare facilmente numerosi generali di divisione altrettanto competenti, ma non troverei nessuno che possa continuare il suo inestimabile lavoro nei Boy Scouts.”

Girava voce che B.-P. fosse in realtà tornato attivo alla sua vecchia occupazione di spionaggio, e gli organi dell’intelligence operarono affinché questa notizia (veritiera o meno che fosse) si diffondesse. Nel 1920, tredici anni dopo Brownsea, si tenne all’Olympia Palace di Londra, il primo Jamboree (da una lingua africana: celebrazione festosa e non, come spesso viene riportato da alcuni scout in Italia, marmellata – o incontro – di popoli). Nella cerimonia di chiusura, gli 8.000 scout intervenuti (tra cui il contingente italiano guidato da Mario di Carpegna e Mario Mazza) acclamarono B.-P. Capo Scout del Mondo.

Nel 1922 Robert venne nominato baronetto, ottenendo il titolo di Sir. In occasione del terzo Jamboree del 1929 ricevette in regalo un’auto nuova (comprata ancora una volta con le offerte degli scout), una Rolls-Royce prontamente ribattezzata Jam-Roll (ovvero la Rolls del Jamboree, ma che si traduce anche scherzosamente come panino alla marmellata), ed una roulotte ribattezzata Eccles Cake (tortino). Nel corso dello stesso Jamboree fu eletto Pari d’Inghilterra, e scelse il titolo di Lord Baden-Powell of Gilwell.

Non avendo, in effetti, possedimenti o tenute, scelse come luogo da indicare nel titolo Gilwell Park, il primo centro internazionale di formazione di capi scout, aperto nel 1919 nella contea dell’Essex (Inghilterra). Nel 1937 gli fu conferita una menzione d’onore e ricevette in totale altre 28 decorazioni da diversi Stati. La sua opera di diffusione dello scoutismo ebbe risultati insperati: nel 1922 c’erano più di un milione di scout in trentadue paesi; nel 1939 gli scout nel mondo superavano i tre milioni.

 

La vecchiaia

Poco dopo il matrimonio, B.-P. cominciò ad accusare numerosi problemi di salute, patendo diverse malattie. Si lamentava di continui mal di testa, che peggiorarono e lo portarono a smettere di dormire con Olave ed a spostarsi in una camera da letto allestita sul suo balcone. Nel 1934 gli fu asportata la prostata e per allontanarsi dalla vita caotica inglese nel 1939 traslocò in una casa che aveva commissionato in Kenia. Nel 1938 l’Accademia di Svezia propose B.-P. ed il movimento scout come destinatari del Premio Nobel per la Pace 1939. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, purtroppo, fece sì che il premio non venisse assegnato quell’anno, e difatti le cerimonie vennero annullate fino al 1944.

Mentre alla radio davano notizie di morte per l’avvento della seconda grande guerra, B.-P. moriva in un letto di Nyeri, in Kenia, all’età di 83 anni, l’8 gennaio 1941. Sulla sua tomba, col Monte Kenia sullo sfondo, tra i glifi degli esploratori e delle guide, vi è un segno di pista formato da un cerchio con un punto al centro, che significa, semplicemente, sono tornato a casa.

Nel 1942 Olave, ormai vedova, decise di rientrare in patria. Sfidando gli U-boot tedeschi, visse in un appartamento in Hampton Court Palace tra il 1943 ed il 1976 (Pax Hill era stata requisita dalle truppe canadesi). Dopo la guerra girò l’Europa intera per far rinascere lo scoutismo. Nel 1961, colpita da un infarto, fu costretta ad una vita sedentaria. Nel 1970 le venne diagnosticato il diabete. Si spense il 19 giugno 1977 a Birtley House, Bramley (Inghilterra). Le sue ceneri furono riportate in Kenia, dove furono poste di fianco a quelle del marito.

 

 

Controversie

Potevo tranquillamente chiudere qui l’articolo, dipingendo Baden-Powell come l’eroe che è, ma non farei giustizia alla sua memoria se non ne raccontassi anche il lato oscuro. B.-P. non è sempre stato un uomo probo, figlio anche dell’epoca in cui ha vissuto, ma l’aver cambiato il mondo in meglio, una buona azione alla volta, è certamente il motivo per cui è doveroso ricordarlo.

 

 

Paternità dello scoutismo

Benché la paternità del movimento scout sia indubbia, le idee alla base potrebbero non essere completamente frutto di B.-P. In molti vedono come precursore dello scoutismo il naturalista statunitense Ernest Thompson Seton, fondatore dei Woodcraft Indians (indiani dei boschi), associazione con ideali molto simili a quelli dello scoutismo. Fatto curioso, anche i Woodcraft Indians erano nati grazie al diffondersi di un libro, Due piccoli selvaggi, pubblicato nel 1902 da Seton.

Questi non dimostrò mai astio nei confronti di B.-P., anzi. I due avviarono una profonda amicizia epistolare (B.-P. era un ammiratore di Seton e del suo libro, da cui quindi potrebbe aver preso spunto) e Seton fondò negli USA i Boy Scouts of America.

 

Omosessualità e pedofilia

Sull’omosessualità di B.P., paventata da numerosi storici, non mi pronuncio, ognuno è libero di vivere l’amore come meglio crede, a prescindere dal proprio genere. Sulla pedofilia, invece, un piccolo appunto è doveroso.

In età vittoriana era normale per gli uomini avere un rapporto particolarmente stretto. Era dovuto principalmente al fatto che i ragazzi, in età puberale e durante l’adolescenza passavano la maggior parte del tempo con consanguinei in convitto o sotto le armi. Si sviluppava quindi una sorta di cameratismo molto profondo, che a volte poteva diventare ambiguo.

Il fatto che B.-P. spingesse la moglie Olave ad agghindarsi in maniera androgina (fasciando stretto il seno o tagliando i capelli corti) non passò di certo inosservato ai più. La sincera amicizia con McLaren, poi, potrebbe essere sfociata anche in una relazione platonica. Quale che sia la verità, il loro rapporto durò fino al secondo matrimonio di McLaren, per cui Baden-Powell espresse enorme disprezzo e che portò al loro allontanamento definitivo.

Il biografo Tim Jeal espone un singolare aneddoto sulla vita di B.-P. a riprova delle sue tendenze pedofile, occorso nel novembre 1919. Mentre era in visita alla Charterhouse Baden-Powell passò un po’ di tempo con un vecchio amico, A.H. Tod, un insegnante e responsabile di camerata con la passione per la fotografia. I suoi soggetti preferiti erano alberi e ragazzi nudi.

Sono stato un po’ con Tod. Ha foto di ragazzi nudi ed alberi. Eccellenti. – Baden-Powell

In una successiva missiva, che preannunciava un suo imminente ritorno, B.-P. si espresse così.

[…] Forse potrò dare un’altra occhiata a quelle tue meravigliose foto. – Baden-Powell

Dubito stesse parlando degli alberi.

Sebbene l’archivio fotografico di Tod era stato pensato, a suo dire, per raccontare la vita degli studenti adolescenti nella scuola pubblica inglese, i soggetti sembravano essere in posa, in maniera innaturale. Tutto il materiale venne comunque distrutto sul finire del 1960. Vi chiedo però di non saltare subito a conclusioni affrettate: leggete questa storia nel contesto in cui si trova, in cui foto del genere non esprimono necessariamente un’attrazione morbosa. È assolutamente lecito pensare che l’interesse per quei nudi, sia di B.-P. che di Tod, fosse niente più che artistico.

Jeal riporta anche che Baden-Powell soleva spesso intrattenersi in conversazione con i suoi ragazzi desnudi.

[…] apprezzava considerevolmente il corpo maschile nudo e denigrava quello femminile. A Gilwell Park, la base scout nella foresta di Epping, si è sempre intrattenuto a guardare nuotare i ragazzi nudi, e qualche volta si sarebbe fermato a chiacchierare con loro appena spogliati. – Tim Jeal

Baden-Powell però non si dimostrò mai attratto carnalmente dai giovani e, anzi, li esortava a non commettere atti impuri: nella bozza di Scouting for boys vi era un disegno con nota allegata che sconsigliava la masturbazione.

 

Crimini di guerra

Durante la campagna contro i Matabele B.-P. venne accusato dal Ministero delle Colonie di aver fatto giustiziare il capo africano Uwini, in aperta violazione ai diritti dei prigionieri. Il fatto venne insabbiato da lord Lansdowne dopo l’ammissione di Baden-Powell, che si difese sostenendo che la morte di Uwini era la naturale conseguenza delle sue azioni. In sostanza, se l’era meritato.

 

Simpatie nazifasciste

Sempre Jeal propone un’altra singolare visione di Baden-Powell, che lo vede aderire alle idee nazifasciste.

Ho passato la giornata a riposo. Ho letto il Mein Kampf. Un libro meraviglioso, con buone idee per l’educazione, la salute, la propaganda, l’organizzazione ecc. Ed ideali che Hitler non mette in pratica. – Baden-Powell in una nota a margine del suo diario, tratto dal libro di Tim Jeal

Alcune toppe degli scout del 1911 riportavano inoltre una svastica. Non è detto però che questo dimostri che B.-P. aderisse al nazismo. Rudyard Kipling era solito decorare le coste dei suoi libri con questo simbolo, che prima di rappresentare il terrore era un semplice segno apotropaico indiano. Gli scout stessi smisero di utilizzarlo con l’avvento dei nazisti nel 1920, quando il movimento venne bandito dalla Germania.

 

Di più

Carl Newton Mahan, 6 anni, assassino

Alcuni emeriti scienziati e professori universitari affermano che molto di ciò che siamo derivi dai nostri geni. Le nostre azioni passate e future potrebbero essere solo un caotico mare di acidi nucleici e poco altro. Così sin dalla nascita siamo destinati a diventare pittori, avvocati, muratori. O come Carl Mahan, 6 anni, assassini.

 

 

Paintsville, Kentucky, sonnacchiosa cittadina mineraria degli Stati Uniti. È il 18 maggio 1929, Carl Newton Mahan, 6 anni, è in giro a far nulla col suo amico, Cecil Van Hoosem, 8 anni. Mentre giocano senza un pensiero al mondo, incappano in dei rottami di ferro. Sembra una cosa come tante altre, pezzi di ferro gettati alla rinfusa, ma i due hanno l’idea di venderli al robivecchi del paese per tirarci su qualche moneta, da spendere in caramelle. Magari riescono a farci uscire i soldi anche per un gelato. Ma uno solo. Chissà se è questo che pensa Cecil, quando strappa di mano all’amico la ferraglia e gliela tira sul volto, pronto a scappare col maltolto. Che sia il dolore, l’orgoglio ferito o chissà cos’altro, Carl non ci vede più dalla rabbia. Torna a casa senza dire una parola, imbraccia il fucile a pompa del padre ed urla a Cecil “Ora ti sparo”.

E lo spara sul serio, uccidendolo sul colpo.

Carl viene immediatamente arrestato con l’accusa di omicidio, e processato lo stesso giorno. Il bambino ha il tempo solo di spiegare l’accaduto e sentire cosa ne pensa l’accusa, prima del sonnellino pomeridiano, che lo vede dormire sul banco degli imputati per tutto il resto del processo. Dopo trenta minuti di camera di consiglio, il verdetto è unanime: Carl Newton Mahan, 6 anni, è colpevole di omicidio di primo grado.

Lo attendono 15 anni di riformatorio.

Ma in molti gridano allo scandalo, e che è assolutamente impensabile poter processare un bambino così piccolo, al di là se sia colpevole o meno: dovrebbe essere giudicato dai suoi pari, non dagli adulti. Su questa affermazione, che sia un cavillo burocratico oppure no, Carl si salva pagando $ 500 di cauzione, e viene rimandato a casa come se nulla fosse accaduto.

Se non fosse che nel paesino di Paintsville, in mezzo alla strada, c’è un altro bambino riverso a terra con la faccia spappolata da una scarica di fucile a pompa.

Che abbiano ragione i genetisti oppure no, il destino sembra rifarsi su Carl: il 28 aprile 1958, all’età di 35 anni, viene ritrovato morto nella sua casa di Lousiville. Si è sparato un colpo di rivoltella alla testa.

 

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Terry Fox – La Maratona della Speranza

Quella di oggi è una bella storia, che raccoglie frammenti della vita di un uomo che ha fatto una cosa molto semplice, ma al tempo stesso ha cambiato la vita di milioni di persone: questa è la storia di Terrace Stanley Fox e della sua Maratona della Speranza.

Terrace Stanley Fox, nasce a Winnipeg, Canada, nel 1958 da Rolland, dipendente delle ferrovie canadesi, e Betty, casalinga. Secondo di quattro figli, Terry dimostra ben presto una spiccata inclinazione per lo sport: fisico non possente ma asciutto, una grande disciplina ma sopra ogni cosa una grande forza di volontà.

C’è un aneddoto che aiuta a comprendere la sua ferrea determinazione: fin da piccolo si rivela un atleta in erba, pratica calcio, rugby, baseball e più avanti anche nuoto e pallacanestro, ma in quest’ultimo non riesce proprio a raggiungere risultati soddisfacenti. Passa tutta la middle school – in Italia equivale più o meno alla scuola secondaria di primo grado – a scaldare la panchina della squadra scolastica di basket, e gioca soltanto un minuto in tutto il campionato studentesco. Dedica tutta l’estate a migliorare le sue abilità, e l’anno dopo vince il premio come miglior atleta dell’anno a pari merito col suo miglior amico Doug Award. Terry vuole diventare un giorno insegnante di educazione fisica, e si iscrive alla Simon Fraser University di Burnaby, nella Columbia Brittanica, per studiare chinesiologia.

Il suo sogno si infrange il 12 novembre 1976, contro il paraurti di un pick-up.

 

 

Mentre torna a casa dalla città di Port Coquitlam, distratto dai lavori in corso di un ponte in costruzione, Terry tampona a velocità sostenuta un pick-up. La sua auto è praticamente distrutta, ma lui emerge dalle lamiere tutto sommato solo con un forte dolore al ginocchio destro. La fitta però non passa e nel marzo dell’anno dopo si rivolge all’ospedale, dove gli viene diagnosticato un osteosarcoma, un tumore maligno che attacca principalmente le ossa, alla gamba destra. Sebbene i due eventi possano sembrare collegati, l’incidente ed il tumore non hanno alcun nesso medico in comune; probabilmente Terry dovrebbe essere grato al tamponamento, perché la botta ha acuito il dolore permettendo di scoprire il tumore in tempo, prima che fosse troppo tardi. Ora le opzioni sono due: amputare la gamba destra, il che gli permetterebbe di avere ottime possibilità di sopravvivenza, o affidarsi alla chemioterapia, che ha una percentuale del 50% di riuscita. Ed è stato ancora una volta ironicamente fortunato: due anni prima la percentuale di successo della chemioterapia era del 15%.

Che situazione.

Terry sceglie di perdere la gamba, e rimane sorpreso dei progressi scientifici della ricerca sul cancro. In meno di tre settimane, è già in grado di camminare correttamente, e investe il suo tempo libero alla British Columbia Cancer Control Agency affiancando i pazienti affetti da tumore nei lori ultimi mesi di vita. È qui che decide di votare la propria vita ad aiutare gli altri nel trovare il coraggio di affrontare la malattia.

Nel 1977, ancora sotto chemioterapia, entra a far parte della squadra di pallacanestro su sedia a rotelle di Edmonton, vincendo tre titoli nazionali. Nell’agosto del 1979 partecipa ad una maratona a Prince George, Columbia Brittanica, scoprendo che dopo venti minuti di marcia il senso di malessere dovuto alla chemioterapia si attenua di molto. Si classifica ultimo, a 10 minuti dal penultimo, ma si tratta comunque di un grande risultato. Decide così di rivelare alla famiglia un pensiero che l’accompagna già da qualche anno, dal giorno prima dell’amputazione: aveva letto di Dick Traum, il primo amputato a correre la Maratona di New York, ed aveva deciso di correre per sensibilizzare la popolazione sull’importanza della ricerca sul cancro ed organizzare un’imponente raccolta fondi. Dapprima la madre tenta di dissuaderlo da un progetto così ambizioso, che potrebbe minare il suo fisico indebolito dalla terapia, ma successivamente ci ripensa.

Mi ha detto: “Ho pensato che saresti stata la prima a credere in me” e non l’ho fatto. Sono stato la prima a deluderlo. – Betty Fox, madre di Terry Fox

Terry fissa il percorso, che sarà da una costa all’altra del Canada, per 42 km al giorno, ed un obiettivo economico di $ 1.000.000, che poi immagina saranno $ 10.000.000, fino a sceglierne uno più significativo: raccoglierà $ 1 per ogni singolo abitante del Canada, che fatti i conti raggiungerebbero la cifra di $ 24.000.000.

Mi resi conto presto che quella sarebbe stata solo metà della mia impresa, per come ho attraversato i 16 mesi del calvario fisico ed emotivo della chemioterapia, sono stato bruscamente destato dai sentimenti che permeavano la clinica sulla ricerca sul cancro. C’erano volti con sorrisi coraggiosi, e quelli che avevano rinunciato a sorridere. C’era chi aveva abbandonato la speranza, e chi era in preda alla disperazione. La mia ricerca non sarebbe stata egoista. Non potevo andarmene sapendo che sarebbero esistiti ancora questi volti e questi sentimenti, anche se io fossi stato liberato dal mio dolore. Da qualche parte il male deve interrompersi… ed ero determinato a raggiungere questo obiettivo.

[…]

Abbiamo bisogno del vostro aiuto. In tutto il mondo i malati che si trovano nelle cliniche per il cancro hanno bisogno di persone che credono nei miracoli. Io non sono un sognatore, e non sto dicendo che questo troverà una risposta definitiva nella cura dei tumori. Io credo nei miracoli. Devo. – Lettera di Terry Fox alla Canadian Cancer Society, 15 ottobre 1979

 

 

Terry organizza così la Maratona della Speranza, che ha inizio il 12 aprile 1980 a Saint John’s, sull’isola di Terranova. L’uomo raccoglie due bottiglie d’acqua dall’Oceano Atlantico: una sarà il suo personale ricordo dell’impresa, mentre l’altra la svuoterà nelle acque dell’Oceano Pacifico che lambiscono Victoria, nella Columbia Britannica, a testimoniare il raggiungimento del traguardo fisico ed economico.

Sembra che tutti abbiano abbandonato la speranza di provarci. No. Non è facile e non dovrebbe esserlo, ma sto realizzando qualcosa. Come molte persone che si danno da fare per costruire qualcosa di buono. Sono certo che avremmo trovato una cura per il cancro venti anni fa, se solo ci avessimo provato sul serio. – Terry Fox nei pressi di Ottawa durante la Maratona della Speranza

Ad ogni tappa le autorità cittadine supportano la sua causa, e fanno donazioni consistenti: in poco tempo Terry raccoglie oltre $ 300.000. Purtroppo, dopo 143 giorni ininterrotti di marcia e 5.373 km di vento, neve, pioggia, sole cocente ed un dolore alla gamba che non lo abbandona mai, la corsa di Terry si ferma il 1 settembre, nei pressi di Thunder Bay. La fame d’aria ed una fitta al petto lo costringono a ricoverasi in ospedale. Il giorno dopo, annuncia in una conferenza stampa che il cancro si è riacutizzato, provocandogli grumi tumorali ai polmoni, costringendolo ad interrompere la lunga maratona. Rivela però di essere deciso a completare il percorso, un giorno, rifiutando le numerose offerte dei suoi ammiratori pronti a terminarlo in sua vece.

La CTV Television Network si fa portavoce dell’impresa di Terry, organizzando una raccolta fondi nazionale di notevole successo: l’evento televisivo raccoglie in cinque ore ben $ 10.500.000, di cui un milione provenienti dai governi della Columbia Britannica e dell’Ontario. Le donazioni si susseguiranno per tutto l’inverno, arrivando a toccare i $ 23.000.000.

Terry diviene un esempio per tutto il Canada, tanto che ogni giorno riceve più lettere di tutti gli altri abitanti di Port Coquitlam messi assieme. Se qualcuno volesse scrivergli una missiva, anche da un’altra nazione, basta che sulla busta segni “Terry Fox, Canada” senza città o numero civico, per vederla recapitata al destinatario. Nel 1980 viene investito di numerosi premi:

  • Compagno dell’Ordine del Canada, la più alta onorificenza nazionale
  • Membro dell’Ordine di Dogwood, la più alta onorificenza provinciale
  • Membro della Canada’s Sports Hall of Home, che raccoglie i più grandi atleti canadesi
  • Lou Marsh Award 1980, come miglior sportivo dell’anno
  • Newsmaker of the Year 1980, come la figura canadese più influente dell’anno
  • Menzione della Cittadinanza di Ottawa come uno dei più fulgidi esempi di coinvolgimento e generosità nella storia del Canada

Nei mesi successivi il male di Terry non ha pietà, e perfino Papa Giovanni Paolo II fa sapere attraverso un telegramma di stare pregando per lui. Nonostante le nuove terapie sperimentali a cui si sottopone, torna in ospedale il 19 giugno 1981, dove entra in coma. Muore alle 04:35 del 28 giungo 1981 (ora locale), all’età di 22 anni. Il governo del Canada ordina che le bandiere di tutto il Paese restino a mezz’asta, un onore solitamente riservato agli uomini di stato. I suoi funerali vengono trasmessi in diretta televisiva e viene seppellito al cimitero comunale di Port Coquitlam.

In suo onore viene istituita la Terry Fox Run, una maratona non competitiva che si svolge annualmente in varie città del Canada, portando ogni anno svariati milioni di dollari di beneficenza in favore della ricerca sul cancro. Fino alla trentesima edizione, quella del 2010, sono stati raccolti in totale oltre $ 600.000.000.

Nel marzo 1985 Stephen Charles Fonyo Jr., detto Steve, amputato alla gamba sinistra, corre Viaggio per la Vita, maratona benefica che segue in linea di massima i principi di quella di Terry, riuscendo a completarla con successo.

Circa una trentina di strade, quattordici scuole, quattordici centri sportivi, nove tratte ferroviarie, una montagna, un parco provinciale ed una nave rompighiaccio portano il suo nome, e sono state costruite sette statue ed una grande fontana per commemorarne le gesta. La sua vecchia scuola viene ribattezzata Terry Fox Secondary School. E poi ancora film, canzoni e libri, tutti dedicati ad un uomo che, alla fine, aveva fatto solo quello che più gli piaceva per raggiungere l’obiettivo in cui più credeva.

La storia che vi ho raccontato non è stata certo bella per Terry, che ha sofferto le pene dell’inferno fino alla fine dei suoi giorni, ma per tutte le persone che ha aiutato con le donazioni in favore della lotta contro il cancro. E più di ogni altra cosa, Terry è stato un esempio, l’uomo normale, o se volete mediocre, che prende a calci la malattia con la sua protesi dimostrando che se si crede in qualcosa, anche più grande di noi, vincere o perdere non ha alcun significato: perché la storia di Terry Fox, che non è riuscito a sconfiggere il tumore né a finire la sua maratona, forse non è stata bella per lui, ma lo è certamente per tutti noi.

E se noi lo ricordiamo, lo prendiamo ad esempio, e lottiamo per ciò in cui crediamo veramente, allora il cancro ha perso, e lui ha vinto.

 

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Rebecca Brown – Sei anni e mezzo per combattere la malattia

Rebecca Brown è una bella ragazza inglese di 21 anni, che condivide da sempre con una terribile malattia: la tricotillomania. Si tratta dell’abitudine, e spesso dell’urgenza inalienabile, di tirarsi a forza intere ciocche di capelli, portando nei casi più gravi a strapparsi di netto le sopracciglia, i peli pubici ed anche le ciglia; in soggetti particolarmente succubi della condizione, si riscontra anche la tricofagia, ovvero l’ingestione ossessiva dei capelli lacerati. Attualmente si stima che nel mondo ne soffrano circa 200.000.000 di persone.

 

 

Il calvario di Rebecca comincia a 14 anni, e da allora (era il 2007) per 6 anni e mezzo ha scattato una foto di sé stessa ogni giorno, per mostrare a tutti quanto può essere violento il rapporto con il proprio corpo quando nessuno è in grado di aiutarci. Da piccola principessina dagli  occhi azzurri ed i capelli biondi, è passata dal rasarsi a zero per tentare di arginare i propri istinti ad arrivare ad indossare parrucche per coprire il dolore e la vergogna che provava dentro.

Rebecca non ha ancora sconfitto la malattia, ma mostrarsi al mondo per quello che è, una ragazza fragile ed impotente, l’ha resa più forte e sicura di sé. Su YouTube aiuta molte altre persone nella sua condizione, favorendo il dialogo e regalando a tutti una cosa semplicissima, un dono che anche noi potremmo fare a chi si trova in difficoltà: una parola gentile.

 

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Franca Viola – Una storia d’amore

Quella che vi racconto oggi è una storia d’amore. Ma non una storia d’amore semplice, se mai ne esistano, ma una di quelle che sembra davvero una fiaba, con una giovane principessa indifesa, un lupo cattivo che vuole rubarne la purezza, uomini corrotti pronti a farle del male e non uno, ma ben due principi azzurri, pronti a salvarla dalle grinfie dei mostri. Una brutta storia, che diventa prima di guerra e poi dell’orrore, ma che poi in fondo ci insegna cosa è davvero in grado di fare l’amore, quello puro, sincero, vero.

Bene, cominciamo.

C’era una volta, in una terra lontana lontana…

La nostra storia non si svolge in un reame incantato circondato dai boschi ma in Sicilia, anche se per tutto quello che si porterà dietro è meglio dire che da palcoscenico fa l’Italia intera. Il quando: sono gli anni ’60, quelli in cui c’è ancora una certa mentalità, figlia un po’ della cultura cattolica provinciale della penisola ed un po’ degli ideali di onore e virtù che ci hanno sempre contraddistinto, nel bene e nel male. E poi c’è lei, la nostra principessa, una ragazza di diciassette anni di nome Franca Viola.

Franca nasce ad Alcamo, in provincia di Trapani, il 9 gennaio del 1947. Figlia di modesti contadini, Franca è una ragazza semplice, solare, dolce ma, sopra ogni altra cosa, è bella. Di più, è stupenda, contesa da tutti i ragazzi del paese e non solo: lunghi capelli scuri le incorniciano il viso dai tratti leggeri, ed il suo sguardo dolce ed innocente illumina la strada al suo passaggio. Ve la racconto così perché Franca è davvero così, e negli anni ’60, in Italia, in Sicilia, questo può essere una benedizione o, più spesso, un vero problema.

A 15 anni Franca si fidanza con Filippo Melodia, nipote del mafioso Vincenzo Rimi e membro di una delle famiglie più ricche della zona, praticamente quella che controlla il paese e ne decide il buono ed il cattivo tempo. Le cose tra i due però non funzionano e sebbene inizialmente i genitori di Franca avessero approvato il fidanzamento, cominciano a ricredersi. Certo, il suo zitu potrebbe certamente garantirle una vita agiata, ma di sicuro costruita sulla sofferenza di tante brave persone, proprio come quelle della famiglia Viola, così Franca non ci sta e lascia Filippo, che intanto si è messo nei guai con la giustizia per furto ed appartenenza a banda mafiosa. Franca ci aveva visto giusto, perché la reazione del fidanzato respinto non tarda ad arrivare: poco tempo dopo il loro vigneto ed il casolare annesso vengono bruciati finché suo padre, Bernardo, non si ritrova la fredda canna di una pistola puntata alla testa.

Chista è chidda che scaccerà la testa a vossia!

L’uomo però è irremovibile; sarà anche un semplice contadino ma il suo onore è più forte delle minacce di morte, ed il bene della figlia viene prima di ogni altra cosa, anche della sua stessa vita. Filippo intanto è stato scarcerato, e per tutto il tempo passato in prigione ha avuto in mente solo un pensiero: riprendersi Franca. Forse lo fa per amore, o semplicemente perché è abituato ad ottenere ciò che vuole e l’onta di essere stato lasciato lo divora, fatto sta che ritorna da Bernardo ed insiste affinché dia la sua benedizione ad un nuovo fidanzamento. L’uomo rifiuta, ma lui anziché rinunciare si fa più insistente, sempre di più, e dato che è nipote di un boss della mafia è facile immaginare quanto lontano sia pronto a spingersi.

Il 26 dicembre del 1965 con l’aiuto di dodici amici Filippo irrompe nella casa dei Viola, distrugge tutto ciò che gli capita a tiro e rapisce Franca ed il suo fratellino di 8 anni, Mariano, che si aggrappa alla sorella con quanta forza ha in corpo. Il piccolo viene subito liberato, mentre la ragazza sparisce nel nulla. Franca viene sequestrata per otto giorni, prima in un casolare fuori Alcamo poi in paese, dalla sorella di Filippo. Otto interminabili giorni, in cui la ragazza diventa vittima di violenze verbali, che si trasformano presto in violenze fisiche, per sfociare infine in violenze sessuali. Il primo gennaio del 1966 Filippo, oramai appagato delle brutalità inflitte, contatta Bernardo per una paciata, un’ignobile parola che sta ad indicare un incontro tra le famiglie per mettere tutti di fronte al fatto compiuto e far accettare ai Viola le nozze tra i due. Bernardo finge di accettare e la polizia riesce a liberare Franca, che può così riabbracciare i suoi amati genitori e tornare alla vita di sempre.

Il ragazzo viene arrestato, ovviamente, ma è sicuro che non gli accadrà nulla. Rischia una condanna per violenza carnale, abusi e sequestro di persona, ma in fondo lo sa che per lui le cose finiranno bene. Lo sa non perché è il nipote di un boss mafioso e vuole sfuggire alla legge, ma proprio perché è la legge a proteggerlo. Siamo negli anni ’60, in Italia, in Sicilia, nessuna condanna, nessun processo e nessuna denuncia; c’è una cosa che mette a posto tutto, cancella le violenze e gli stupri, rimuove ogni traccia e riscrive la storia: il matrimonio riparatore.

Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali – Articolo 544 del Codice Penale

Articolo 544, il cosiddetto matrimonio riparatore: se qualcuno violenta una ragazza illibata, cioè vergine, compromettendone l’onore e condannandola quindi a non poter più trovare marito, basta che se la sposi; l’onta dell’abuso viene espiata, la fanciulla ha trovato un partito, lo stupratore s’è fatto carico delle sue responsabilità e per legge il reato stesso di violenza carnale viene cancellato. E tutti vivono felici e contenti.

È una legge aberrante, che presuppone che la violenza sessuale arrechi offesa alla morale ed all’onore, e non alla donna, alla persona, all’essere umano. Ma al tempo della nostra storia funziona così e quello che a mio avviso è il gesto più ripugnante che si possa compiere, anche più dell’omicidio, resta impunito se finisce con una bella torta nuziale ed il brindisi alla salute degli sposi.

Il problema è che l’onore è pilastro portante della cultura dell’epoca, in Italia e sopratutto in Sicilia. E per comprendere meglio il pensiero del tempo basta leggere un altro articolo del Codice Penale.

Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella. – Articolo 587 del Codice Penale

Articolo 587 del Codice Penale, meglio conosciuto come delitto d’onore: chiunque avesse scoperto il coniuge a letto con un’altra persona o la sorella o la figlia a fare sesso al di fuori del matrimonio, e nello stato di rabbia cieca avesse ucciso chi gli aveva arrecato offesa, si vedeva commutata la pena da tre a sette anni, di solito tre, in pratica niente. E poi ad ammazzare l’amante o il traditore si lavava l’affronto nel sangue e, tutto sommato, si faceva pure bella figura.

Filippo quindi ha le spalle coperte: ha deflorato la ragazza che desiderava ardentemente, non va in galera per questa ed altre deplorevoli azioni, se la sposa e vivrà la vita che voleva, con una bellissima moglie al fianco, fino alla fine dei suoi giorni. Ma Filippo non ha previsto una cosa.

Franca dice no.

 

 

La ragazza si rifiuta di sposarlo, e trova pieno appoggio da parte dei genitori che certamente non vogliono vedere la figlia, poco più che una ragazzina, legata per sempre ad un mostro. E qui le cose si complicano: se Franca rifiuta il matrimonio resta lesa nell’onore, quindi nessun uomo avrà mai il coraggio di chiederla in moglie; non solo, Filippo finisce in galera, perché senza legittima unione l’articolo 544 non può essere applicato.

Franca se ne frega dell’onore e della morale, e ritiene degenerata una legge che costringe una vittima a vivere tutta la vita col suo carnefice, nascondendosi dietro un muro di bigotteria indegno di una nazione che vuole definirsi civile. Filippo finisce sul banco degli imputati assieme ai suoi compari, ed il processo spezza letteralmente l’Italia in due: chi insinua che Franca sia solo una svergognata che non comprende la fortuna che le è capitata a poter sposare un così buon partito che si è fatto carico delle proprie responsabilità, e chi la inneggia a baluardo di chi è vittima di soprusi legalizzati.

I legali di Filippo imbastiscono una difesa forte, basata sull’idea che Franca fosse in realtà consenziente, mettendo in gioco un altro concetto figlio della Sicilia di quegli anni, la fuitina: se due giovani fuggivano insieme e consumavano il loro primo rapporto sessuale, i genitori non potevano fare altro che benedire l’unione tra i due ed approvare il matrimonio, sempre che il padre o il fratello della ragazza non li avesse beccati sul fatto e sparato ad entrambi, ovvero articolo 587, delitto d’onore. Comunque sia la tesi non regge, e gli avvocati difensori devono pensare a qualcos’altro. Dichiarano allora che Franca, al momento del rapimento, non era vergine, in quanto i due avrebbero consumato i rapporti a casa di lei, mentre i genitori erano in campagna. Fortunatamente, anche stavolta non gli crede nessuno.

Franca stringe i denti, costretta a vivere segregata in casa scortata giorno e notte dai carabinieri, che nulla però possono contro gli attacchi alla loro terra, quando gli alberi vengono segati via ed il bestiame abbattuto. Ad ogni udienza la ragazza è in prima fila, al fianco del suo avvocato, Ludovico Corrau, e segue attentamente ogni fase del processo. Finché un giorno, non arriva la sentenza.

Filippo viene condannato ad 11 anni di carcere, ridotti poi a 10 ed infine a 2, con obbligo di residenza a Modena.

Ma all’inizio vi avevo detto che questa era una storia d’amore, e di certo non stavo parlando di Filippo. E vi avevo parlato anche di due principi azzurri: il primo è Bernardo, che combatte la stampa, la mafia, i compaesani e se fosse stato per lui anche l’Italia intera solo per amore della figlia, per non vederla aggiogata ad un sistema sbagliato che vuole premiare il suo stupratore secondo una logica ancora più sbagliata. Il secondo è Giuseppe Ruisi, amico d’infanzia di Franca, che contro tutta l’opinione pubblica che guarda la ragazza come una disonorata destinata a restare sola tutta la vita, la chiede in moglie e nel 1968 la sposa, riportando il sorriso su quel volto ora di nuovo raggiante, stretto nel candido vestito di nozze. La coppia riceve un telegramma di felicitazioni e solidarietà nazionale dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, vengono ricevuti in udienza privata da Papa Paolo VI ed il Ministro dei Trasporti Oscar Luigi Scalfaro gli dona per il viaggio di nozze un biglietto per viaggiare su qualsiasi tratta ferroviaria per un mese.

L’ombra di Filippo però pende sulla coppia. Il ragazzo più volte aveva giurato di vendicarsi, e ha sia i mezzi che gli uomini per farlo. Il 13 aprile 1978, a Modena, probabilmente sta pianificando la sua vendetta contro la ragazza che ha osato rifiutarlo e spedirlo in galera, quando qualcuno sbuca da un angolo e gli apre lo stomaco con un colpo di lupara. E così muore il lupo cattivo.

Franca e Giuseppe hanno due figli, e vivono ancora oggi in Sicilia, proprio ad Alcamo. L’8 marzo 2014, in occasione della Festa della Donna, Franca è stata insignita al Quirinale dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ma la più grande soddisfazione se l’è tolta il 5 agosto 1981, quando viene abrogata, anche grazie a lei e a suo padre Bernardo, la legge che permette il matrimonio riparatore, anche se ha poi dovuto aspettare il 1996 affinché la violenza sessuale fosse legalmente riconosciuta in Italia non più come un semplice reato “contro la morale”, bensì “contro la persona”.

 

 

Ora, se devo immaginarmi Franca, in tutta questa brutta storia a lieto fine, vorrei farlo con lei ancora ragazzina che implora Giuseppe di lasciarla andare, perché non vuole mettere a repentaglio la vita di entrambi, dato che Filippo tra dieci anni uscirà dal carcere e verrà certamente a cercare vendetta. Allora lui la guarda nei suoi profondi occhi scuri che hanno visto l’inferno, e le dice poche parole, di quelle che per dirle devi essere davvero un principe azzurro che ammazza draghi e lupi cattivi. Le si avvicina al volto, timidamente, e mentre ammira le gote dell’amata divenire purpuree le sussurra:

Meglio vivere dieci anni con te che tutta la vita con un’altra.

Lei piange di gioia, e finalmente sorride. E la stanza s’illumina.

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Amy Sol – A metà tra cartoon e surreale

Amy Sol è un’artista americana che affonda le proprie radici nella cultura orientale moderna, manga, immaginario vintage e design moderno. Detta così sembra che Amy Sol abbia preso e raccolto un po’ di influenze qui e lì, senza continuità di causa. In realtà l’artista fonde armoniosamente questi e molti altri stili attraverso quello che viene definito come “surrealismo astratto”. Amy Sol vive la sua infanzia in Corea e successivamente si trasferisce a Las Vegas, USA, raccogliendo a piene mani il meglio delle culture orientale ed occidentale.

Solitamente l’artista dipinge direttamente sul legno cui poi aggiunge piccoli grani del legno stesso, creando piccoli capolavori che sembrano ognuno raccontare una storia a sé.

Tutto delle sue opere sembra etereo, inafferrabile, sospeso tra il mito ed il paradossale. I soggetti sono solitamente fanciulle irradiate da un alone fiabesco, nell’atto di interagire con animali che perdono la loro natura terrena sposando quella dei famigli, come degli spiriti guida – o se volete amici. Grande accortezza è data sopratutto al lato bucolico: nebbia, alberi, fiori, dolci colline fanno da sfondo perfetto per l’eleganza leggiadra delle protagoniste. E connubio perfetto non si sarebbe potuto immaginare da chi si diletta a dipingere sul “vivo” legno. I colori sono morbidi, quasi smorzati, come se molto di ciò che l’artista ci mostra si trovi dietro un velo lattiginoso, salvo poi rimanere abbagliati dalla luce che emana ogni soggetto.

Per saperne di più vi basta andare sul sito personale: amysol.com.

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Frane Selak – Lo sfigato più fortunato del mondo

Si può essere l’uomo più sfortunato del mondo, nel senso di essere perseguitato seriamente dalla sfortuna, ma essere al contempo quello più fortunato di tutti, di quelli baciati una sola volta ogni mille anni dalla dea bendata? Di esempi di vite travagliate al limite del paradossale ne esistono, come ad esempio quella di Tsutomu Yamaguchi, che un giorno tratterò certamente su queste pagine. Oggi voglio raccontarvi la strana vita di Frane Selak.

Frane Selak, nato nel 1929 in Croazia, è un timido insegnante di musica. Un po’ sovrappeso, con un sorriso sornione stampato sulla faccia, niente farebbe immaginare che quest’uomo sia riuscito a sfuggire alla morte ben sette volte e venirne in qualche modo “ripagato”.

Ma andiamo con ordine.

I suoi colloqui con madama Morte iniziano nel gennaio 1962, su un treno che viaggia veloce lungo le rotaie nel freddo pungente della Croazia. D’improvviso il treno deraglia, terminando la sua corsa affondando in un fiume ghiacciato. Tredici persone perdono la vita, Frane invece viene tratto in salvo e se la cava con un braccio rotto.

L’anno dopo, tolto il gesso, il nostro insegnante di musica si trova su un aereo che sorvola le terre tra Zagabria e Fiume. È il suo battesimo del volo. Il portellone forse difettoso viene scardinato e diversi passeggeri, tra cui lui, vengono letteralmente scaraventati via dalla differenza di pressione. Diciannove morti, Frane sopravvive atterrando placidamente su un covone di paglia. Roba da cartone animato.

Nel 1966, l’autista dell’autobus su cui sta viaggiando perde il controllo e finisce in un fiume. Quattro morti, Frane riesce a nuotare fino a riva cavandosela con qualche escoriazione. Un cerotto o poco più.

Nel 1970 presso una stazione di benzina la sua macchina prende fuoco, avvolgendo la carrozzeria in un abbraccio infernale. Nonostante tutto, riesce a farsi strada tra le fiamme e a fuggire via prima che la sua auto si disintegri nell’esplosione, uscendone completamente illeso. Niente cerotti.

Nel 1973, Frane avrebbe fatto bene a cambiare meccanico, perché la sua nuova auto presenta un difetto nella coppa. L’olio bollente viene incendiato dal motore e le fiamme della combustione invadono l’abitacolo attraverso i condotti dell’aria. La zaffata gli brucia completamente i capelli, ma a parte questo non riporta nessun altro danno.

Passano anni relativamente tranquilli, durante i quali i capelli di Frane ricrescono più o meno correttamente.

Nel 1995 la morte torna a cercarlo, e ci riprova con un autobus: mentre passeggiava placidamente per strada, un pullman lo investe in pieno. Si procura solo qualche ferita superficiale.

Nel 1996 Frane guida la sua (ennesima) nuova auto, quando un camion delle Nazioni Unite in una curva lo spinge fuori strada. La sua macchina si schianta contro il guardrail e lo catapulta fuori, dato che non indossava le cinture di sicurezza. Finisce appeso ad un albero mentre saluta la sua auto che si schianta oltre 100 metri più in basso, in un burrone.

Ma all’inizio avevo detto che Frane alla fine era stato tutto sommato ripagato delle sue sfortune: la signorina Morte, forse arresasi alla sua capacità innata di salvarsi da ogni suo tranello, in qualche modo si sdebita…

Nel 2003, due giorni dopo il suo 73° compleanno, Frane vince € 800.000 alla lotteria, e per festeggiare l’avvenimento si sposa per la quinta volta. Con il ricavato compra due case ed una barca e nel 2010 lascia quasi tutto ciò che gli resta agli amici e decide di vivere in maniera frugale, in attesa che una sua vecchia amica bussi per l’ultima volta alla sua porta.

Questa storia sembra davvero scritta per una commedia, e più o meno potrebbe essere così: l’unico avvenimento verificabile è la vincita della lotteria, ed i fatti antecedenti a questo si sanno per come li racconta Frane. Ma se devo essere sincero, preferisco di più credere alla Morte che tenta in tutti i modi di accoppare un simpatico ciccione e questi, puntualmente, in maniera tanto più spettacolare quanto ridicola, riesce ogni volta a farsi beffe di Lei.

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