Categoria: Creepypasta

Storie dell’orrore, nate dalla fantasia di semplici utenti del web, capaci di infondere il terrore più puro.

Silenzio radio

Silenzio radio narra di una delle nostre più ataviche paure, quella di non essere soli nell’universo. Abbiamo provato in tutti i modi a metterci in contatto con altre civiltà, senza risultato. Almeno fino ad oggi, grazie alla fantasia di bencbartlett.

Buona lettura con questa traduzione originale de La Bottega del Mistero.

 

Silenzio radio

36.400.00. Secondo la celebre equazione di Drake, è il numero di civiltà intelligenti della nostra galassia. Negli ultimi 78 anni abbiamo trasmesso tutto – le nostre radio, le nostre televisioni, la nostra storia, le nostre scoperte – al resto della galassia. Abbiamo urlato la nostra esistenza sino a perdere la voce, sperando di non essere gli unici. 36 milioni di civiltà, in quasi un secolo di ascolto, e non abbiamo sentito una sola risposta. Eravamo soli.

Sino a 5 minuti fa.

La trasmissione è stata captata da ogni multiplo trascendentale della frequenza dell’idrogeno in ascolto.

Le armonie trascendentali – roba tipo frequenze dell’idrogeno – non si trovano in natura, così non mi ci volle molto per capire che si trattava di qualcosa di artificiale. Il segnale andava e veniva molto rapidamente seguendo ampiezze straordinariamente uniformi; pensai ad una sorta di linguaggio binario. Misurai 1679 impulsi al minuto. Poi di nuovo il nulla.

I numeri però non sembravano avere alcun senso. Semplice rumore di fondo casuale. Ma gli impulsi erano semplicemente così uniformi, su una frequenza altrimenti silenziosa; dovevano essere per forza artificiali. Ricontrollai la trasmissione, e per poco non mi venne un infarto. 1679. L’esatta lunghezza del messaggio di Arecibo inviato oltre 40 anni fa. Eccitato disegnai il rettangolo originale 73×23. Non ero neanche arrivato a metà strada che le mie speranze trovarono fondamento. Era lo stesso messaggio. I numeri in binario, da 1 a 10. I numeri atomici degli elementi che compongono la vita. La nostra catena di DNA. Qualcuno aveva ascoltato e voleva farcelo sapere.

Poi mi fermai a riflettere. Il messaggio originale era stato inviato 40 anni fa. Questo significa che nell’arco di 20 anni luce ci doveva essere un’altra forma di vita intelligente. Così vicina? Una scoperta del genere avrebbe rivoluzionato ogni cosa! Astrofisica, astrobiologia, astro-

Poi il segnale riprese.

 

Più lento, stavolta. Credo intenzionalmente. Durava in tutto poco meno di 5 minuti, con la frequenza di un bit al secondo. Anche se i computer ne tenevano traccia, mi affrettai a ricopiarlo. 0. 1. 0. 1. 0. 1. 0. 0.

…non era lo stesso messaggio.

Non capivo di cosa potesse trattarsi. Mentre ero perso nei miei pensieri la trasmissione terminò, dopo 248 bit. Un messaggio troppo corto per esprimere qualcosa di concreto. Quale grandioso messaggio riusciresti ad inviare ad una civiltà dello spazio in soli 248 bit? Su un computer gli unici file così piccoli sono…

Quelli testuali.

Possibile? Ci avevano inviato un messaggio nella nostra lingua? Riflettendoci bene, non sembrava una cosa tanto campata in area – d’altronde abbiamo inviato ogni sorta di linguaggio sulla Terra per 70 anni… Cominciai così a decifrare il tutto con il primo sistema che mi venne in mente, l’ASCII. 01011010. Significa Z. 01001001. È una I.

Il messaggio prese forma, ed a stento mi trattenei dal vomitare. Ora avevo una risposta.

ZITTI O VI SENTIRANNO

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Coulrofobia

Sara ha una fobia, un po’ come tutti noi. C’è chi ha paura del buio, chi delle altezze, chi delle anatre. Sarah ha paura dei clown. Con quei grossi nasi rossi, il volto nascosto dal trucco tanto pesante quanto improbabile, e sopratutto quel sorriso, quel ghigno, perennemente stampato in faccia. Non sa ancora che una notte di marzo il suo ragazzo verrà rapito proprio da un grottesco clown.

Coulrophobia è una creepypasta pubblicata da Kiriakos Vilchez su The Madhouse. Buona lettura!

 

 

Coulrofobia

Fin dalla più tenera età, Sarah era terrorizzata dai clown, e come lei molte altre persone che, fortunatamente, riuscivano a nascondere questa loro paura. L’idea di qualcuno con un atteggiamento perennemente felice e strampalato, vestita con un buffo costume, era spesso fonte di disagio per molti, perciò Sarah non era di certo l’unica.

Crescendo, raramente aveva avuto occasione di imbattersi in uno di quegli uomini o donne dal viso truccato e dai capelli sgargianti e stravaganti ma, quando succedeva, per lei era davvero un incubo. Talmente atroce, infatti, che era finita in terapia durante la maggior parte delle medie e del liceo per via degli incubi provocati dalla sua fobia. Tuttavia quest’ultima col passare degli anni e delle sedute di terapia stava cominciando a scomparire. Sarah non avrebbe più chiuso gli occhi vedendo un clown sorridente in televisione o trovando accidentalmente un’immagine di Pennywise (da IT, di Stephen King) su internet.

Sarah aveva imparato a dominare la paura, anziché esserne vittima. Il suo primo anno di college era stato perfetto grazie alla sua abilità, appena scoperta, di interrompere le grida dei suoi demoni interiori, frutto dei suoi brutti ricordi. Ad ogni modo, questa situazione di tranquillità non sarebbe durata a lungo, perché le grandi paure possono tornare e lo fanno nella maniera più sinistra possibile…

Era metà marzo e Sarah era impegnata, come al solito, a gestire il carico di lavoro di una tipica studentessa nel pieno del college. Più precisamente era un martedì e Sarah aveva appena concluso l’ultima lezione del giorno: un’importante conferenza di psicologia tenuta da un relatore, durata circa due ore.

Mentre la ragazza stava tornando al suo appartamento del campus un giovane uomo, evidentemente di fretta, si scontrò con lei, facendoli capitombolare. Lei era caduta di schiena e la borsa le si era sfilata dalla spalla. Irritata dalla stupidità dell’uomo, Sarah lentamente si alzò per chiedergli come diamine facesse ad essere così sbadato, ma rimase scioccata quando si rese conto che l’uomo era sparito. Guardandosi intorno, non trovò traccia di lui. Scuotendo la testa, si rimise in piedi e, mentre raccoglieva la sua borsa, notò un volantino a terra, a faccia in giù. “Deve averlo fatto cadere quello scimmione dopo avermi travolto” pensò. Lo prese da terra, lo girò ed ebbe un sussulto: il volantino pubblicizzava un evento speciale chiamato “La notte dei Clown!”. Posto nella parte inferiore, nel mezzo dell’inserzione, c’era l’immagine di un clown raccapricciante, con occhi color blu scuro e un grosso sorriso arancione dipinto sulla sua faccia, colorata di bianco. Al di sotto dell’immagine, c’era una breve descrizione dell’evento:

Siete pronti per il gran divertimento?! Per buffoni imbranati che farebbero sorridere anche quella tua nonna sempre ingrugnata?! Allora non perdete tempo, ragazze e ragazzi, perché la Notte dei Clown è in città!! Preparatevi per una serata di cibo, divertimento e giochi, condotta da noi strampalati clown, e assolutamente GRATUITA! Venite soli o con la famiglia, chiunque è benvenuto!!

Ancora al di sotto della descrizione, c’erano le indicazioni per raggiungere il luogo e l’orario d’inizio dell’evento. Confusa, Sarah rilesse le informazioni, accorgendosi che l’evento si sarebbe svolto al Luna Park MacArthur, ma lei sapeva che i Luna Park erano stati chiusi più di due mesi prima perché il paese voleva utilizzare il territorio per costruire zone commerciali e residenziali. Non ci sarebbe mai più stato alcun tipo di festival o carnevale. Scuotendo ancora la testa, continuò a leggere il volantino, che diceva che l’evento sarebbe iniziato alle 20:00 di quella sera e che sarebbe durato fino alla mattina successiva.

Sarah non riusciva a capire perché qualcuno potesse voler trascorrere un’intera serata con qualche clown squilibrato. Guardò ancora il clown sul volantino, con i suoi occhi che la fissavano a loro volta. Osservò attentamente il volantino, cercando di ricordare se, per caso, avesse mai sentito di un evento chiamato La notte dei Clown!, ma non le venne nulla in mente, le sembrava solo troppo strano. Fece no con la testa e gettò il volantino nella spazzatura. “No, grazie” pensò “Niente clown per me”.

Alle sette di sera circa, Sarah era sul divano del salotto e guardava la televisione, mentre cenava con del cibo cinese da asporto, consapevole che sarebbe rimasta da sola per un po’ visto che la sua coinquilina Dawn era fuori col suo fidanzato. Mentre era seduta, pensò che poteva fare uno squillo al suo fidanzato Jesse per chiedergli di venire a trovarla, se non aveva impegni, ma poi le venne in mente che non era nei paraggi perché avrebbe lavorato fino a mezzanotte. Realizzando definitivamente di non poter avere compagnia, tirò un sospiro e prese un boccone di chow-mein (piatto cinese a base di noodles), mentre girava i canali della TV.

Passò diversi programmi come Lavori sporchi e Criminal Minds, senza trovare nulla che le interessasse, finché non arrivò al film L’uomo d’acciaio su HBO. Mentre guardava il film, notò che le immagini della TV stavano iniziando a sfocarsi. Improvvisamente, lo schermo passò dal raffigurare la scena in Superman combatteva il generale Zod all’inquietante viso di un clown triste con un trucco scuro, che fece saltare Sarah dal divano. Il clown la fissava e le faceva cenno di avvicinarsi. Impaurita, Sarah cercò goffamente il telecomando e spense la TV.

Scosse la testa. Dannati clown. Non sapeva assolutamente come diavolo si fosse passati da Superman a uno stupido pagliaccio, ma non le interessava. Aveva visto abbastanza TV per quella sera. Guardò il suo cellulare e vide che erano le 20:00 e ebbe un sussulto quando il telefono suonò all’improvviso. Non riconobbe il numero del mittente e rispose.

“Pronto?” disse e, dopo qualche istante di silenzio, rispose una voce simile a quella di Pippo della Disney: “Ti stiamo aspettando, Sarah. Il divertimento sta per cominciare, e abbiamo bisogno di te!”.

Sarah tentò di capire chi, con quella stupida voce, potesse essere al telefono e rise: “Ok, chi parla? Jesse, smettila!” rispose, ridendo ancora di più e, dopo dei momenti di silenzio, la voce sogghignò: “No, no, no, no, no. Non Jesse” Sarah, sorridendo ancora, scosse la testa: “Ok, beh, chiunque tu sia, devo andare”. Prima ancora che Sarah potesse riattaccare, l’interlocutore iniziò a ridere istericamente e all’improvviso la TV si riaccese. C’era ancora lo stesso clown raccapricciante di prima che la fissava, stavolta era in piedi accanto a un uomo legato a una sedia. Il clown gli stava tenendo un coltello appoggiato alla gola. Quando Sarah lentamente si rese conto chi fosse la vittima, gridò col pianto in gola e si coprì la bocca con la mano.

“Aspetterei a riagganciare se fossi in te, Sarah, o il povero piccolo Jesse sarà costretto ad andarsene.” Sarah guardò il telefono, tremando per il terrore.

“Chi… chi sei? Che diavolo sta succedendo?!” Sarah aveva gli occhi incollati alla TV e riuscì a sentire l’uomo al telefono scoppiare in una risata gutturale.

“Sono solo un clown, Sarah. Non hai più paura dei clown, vero?” le lacrime iniziarono a scenderle lungo le guance mentre guardava l’espressione terrorizzata di Jesse. Trattenendo il pianto, rispose: “No… non ho paura… ma per favore, lasciatelo andare…” sentì ancora l’uomo ridere.

“Certo, ma devi prima venire qui, a La Notte dei Clown . Ti aspettiamo, Sarah, ti aspettiamo…”. L’uomo riattaccò e la TV si spense. Sarah rimase seduta lì, scioccata, col telefono ancora all’orecchio. Posò il telefono lentamente e pensò di chiamare la polizia. Mentre componeva “911”, si rese conto che non si trattava di un tizio qualsiasi che giocava a manomettere la sua TV o di qualche rapitore improvvisato. Era qualcosa di paranormale, fuori da qualsiasi logica. Capì cosa doveva fare per salvare il suo fidanzato: recarsi a La Notte dei Clown .

Sarah guidò più velocemente possibile per raggiungere il Luna Park MacArthur, fuori città. A mano a mano che si avvicinava alla zona, una fitta e densa nebbia avvolgeva la sua auto. Ancor prima di rendersene conto, arrivò al grosso cancello chiuso di ferro che si trovava all’entrata.

Rimase sconvolta vedendo il parco illuminato come un tendone da circo, con brillanti luci stroboscopiche di diversi colori, in contrasto con il buio della notte. C’erano giostre di ogni tipo e chioschi con diversi giochi, risonava nell’aria una forte musica carnevalesca, che si mischiava alle risate distinte dei bambini. Ciò che mancava, invece, erano le persone: sembrava che l’intero luogo fosse abitato da fantasmi. Lentamente, Sarah scese dall’auto e, quasi immediatamente, il cancello si iniziò ad aprire e lei si avvicinò con cautela, guardandosi ansiosamente intorno. All’improvviso, un gruppo di clown apparve davanti a lei, ridendo e incoraggiandola ad entrare. C’erano sia maschi sia femmine, con diversi costumi, cappelli e parrucche e mostravano i loro inquietanti sorrisi. Sarah si avvicinò, sudando per la paura.

“Ok… sono qui. Lui dov’è?” uno dei clown, che indossava un cappello a cilindro e impugnava un bastone dall’aspetto divertente, guardò gli altri e sghignazzò, poi guardò Sarah e le mise una mano su una spalla

“Ti porteremo dritta da lui, mia cara, e ci divertiremo moltissimo!”

Il clown poi le avvolse il collo con un braccio scherzosamente e gli altri esplosero in una risata. Con la paura di dire o fare qualsiasi cosa, Sarah consentì ai clown di accompagnarla da Jesse.

Passando per le varie giostre e i vari chioschi vedeva sempre più clown accordarsi a quelli che già la circondavano. Si accorse anche che i loro visi diventavano sempre più disturbanti, le loro forme mostruose, a mano a mano che si addentravano in quel contorto carnevale. C’erano anche clown di altezza inumana sporgersi verso di lei. Ma non era tutto: uno di loro era curvo, dall’aspetto animalesco, con una lingua simile a quella di una lucertola, che entrava e usciva tra delle labbra cremisi, e sibilava in sua direzione. Un altro ancora indossava una maschera fatta completamente di carne umana, che gocciolava di sangue, i cui occhi rossi sembravano brillare come due sinistre sfere di luce.

Finalmente il gruppo di clown che la scortava si fermò di fronte a una grossa tenda a pois.

Il pagliaccio con il cilindro prese Sarah di forza per le spalle in modo da guardarla negli occhi

Sarah tremava come una foglia mentre fissava i suoi occhi maligni, che trasudavano follia.

“Dove… dov’è lui?”

Il clown indicò con la testa la tenda.

“Proprio lì, mia cara. Entra e potremo cominciare”.

La lasciò andare e Sarah entrò lentamente nella tenda.

Fu accolta da luci splendenti e grandi applausi e, quasi accecata dalla forte luce, portò la mano sulla fronte a mo’ di visiera. Dopo aver sbattuto più volte gli occhi, vide che era circondata da clown seduti sugli spalti, come in uno spettacolo, che la guardavano ridacchiando. Di fronte a lei trovò Jesse, ancora legato sulla sedia, in compagnia di quello spaventoso clown triste che gli teneva il coltello pericolosamente vicino alla gola. Sarah emise un grido di rabbia e corse verso il fidanzato. Era a pochi passi quando il clown aumentò la pressione del coltello sulla gola del ragazzo. Sarah lo guardò e capì che era svenuto, poi si girò verso il sinistro clown che lo teneva in ostaggio, con gli occhi accecati dall’ira.

“Lascialo andare!” urlò.

Il buffone la guardò minaccioso, prima lei, poi Jesse, scosse la testa tristemente e, senza preavviso, gli tagliò completamente la gola. Il sangue schizzò ovunque mentre il ragazzo si contorceva sulla sedia. Sarah, impulsivamente, corse verso l’aguzzino e gli tirò un pugno in faccia, facendolo cadere all’indietro e scivolare il coltello di mano. Il clown guardava Sarah mentre teneva Jesse tra le braccia, con le lacrime che le sgorgavano dagli occhi e, quando tentò di rialzarsi, la ragazza raccolse il coltello da terra e si lanciò su di lui.

Alla stregua di un animale infuriato e distrutto dal dolore, pugnalò più e più volte al torace il clown triste, che gridò invano. Sarah continuava a trafiggerlo più forte che poteva, ridendo istericamente mentre lo guardava soffocare nel suo stesso sangue con gli occhi girati all’indietro. Non smise neanche quando vide che aveva chiuso gli occhi e esalato l’ultimo respiro: continuava a colpirlo senza pietà. Dopo qualche minuto, finalmente si fermò e si alzò in piedi, ricoperta di sangue, e guardò la folla, che restava in silenzio e immobile. Piangendo, gettò il coltello per terra.

“Siete contenti ora?! Vedete cosa mi avete fatto?!” gridò. Il pubblico di clown continuava a guardarla senza fiatare.

Finalmente, il clown col cilindro e il bastone entrò nella tenda e sgranò gli occhi quando vide il clown triste in una pozza di sangue.

“Signore e signori, ce l’ha fatta! La nostra Sarah ha finalmente sconfitto la sua paura!” gli spettatori esplosero in risate e applausi, saltando su e giù sui posti a sedere. Le tiravano fiori e stelle filanti, lanciavano coriandoli in aria.

Il clown si avvicinò a Sarah, allargando sempre più il suo sorriso, mentre lei lo fissava con odio estremo nei suoi occhi.

“Lasciatemi solo andar via! Vi prego!” urlò con le lacrime agli occhi.

Il clown scosse la testa mentre aizzava la folla: “Andare via? Perché mai, mia cara? Non potrai mai andare via”.

Sarah lo guardò, scuotendo confusa la testa: “Ma perché? Cosa vi ho fatto?!”.

Il clown rise, avvolgendole il collo con il braccio ancora una volta, indicando la folla.

“Nulla, Sarah, non hai fatto nulla a nessuno di noi. Non si tratta di vendetta, no, no. È qualcosa di ancora migliore: un test!”

Sarah, con le lacrime agli occhi, lo guardò e rispose: “Un test…?”.

Lui annuì con eccitazione: “Sì, un test! E sei passata a pieni voti! Dovevamo verificare se fossi pronta a unirti a noi!”.

Sarah sentì un brivido percorrerle la schiena, facendole sentire le gambe come due spaghetti: “U-Unirmi a voi?” il clown annuì ancora una volta e rise: “Sì, unirti a noi! Noi cerchiamo coloro che hanno paura di noi e li aiutiamo a capire che non devono temerci! E, alla fine, quando finalmente hanno capito, diventano parte della nostra grande, folle famiglia! Per sempre!”.

Sarah, inorridita, cercò di fuggire, ma il clown la teneva saldamente.

“Per favore, lasciatemi andare!” lo supplicò “ho perso il mio fidanzato! Non è abbastanza per voi?!”

L’interlocutore fece no con la testa: “Era solo una parte del nostro test, lui non ha importanza: quel che importa è che tu sia passata, ora sei una di noi! Ecco, da’ un’occhiata!”

Il clown tirò fuori un grosso specchio rosso da una tasca dei suoi pantaloni a strisce e lo porse a Sarah. Lei lo girò e, vedendo la sua immagine riflessa, strepitò a pieni polmoni: la pelle del suo viso era di un bianco cadaverico, con rombi neri attorno agli occhi, entrambe le guance dipinte con cerchi neri e le labbra circondate da un grosso, innaturale sorriso del colore dell’ebano.

Tentò di cancellare la pittura, graffiando e tirando la pelle del suo viso per liberarsi di quel macabro trucco. Si rese poi conto che non si trattava assolutamente di pittura… ma della sua stessa pelle. Tremando, si accorse dal riflesso che anche i suoi occhi avevano cambiato colore, da castano a un misto tra verde e rosso. Sentiva anche qualcosa di strano in bocca, così la aprì e urlò ancora una volta quando si rese conto che i suoi denti erano ora dei lunghi canini, che sporgevano da delle labbra scure.

Tremando ancora di più, stava quasi per collassare tra le braccia del clown, che ridacchiò e la sostenne. Si rivolse poi a lui.

“Cosa… cosa mi avete fatto?” chiese flebilmente.

Lui la guardò con sguardo contrito, e aizzò ancora la folla: “Nulla, cara Sarah. Ti abbiamo solo accolto nella famiglia!”.

Il pubblico di clown rise fragorosamente ancora una volta e la ragazza osservò attentamente ogni spettatore.

Studiò per lungo tempo ogni singolo viso, compreso quello del clown che la teneva. Erano dementi, squilibrati… ma felici, pensò. Felici. Il suono delle loro risate divenne presto, per qualche strano motivo, rassicurante, come una melodia rilassante da ascoltare prima di dormire. Lentamente, sul volto di Sarah spuntò un sorriso, poi un ghigno che si trasformò in una risata isterica.

Da quel momento non si sentì altro che le risate dei clown, che si propagavano fuori dalla tenda, nell’aria di quella fredda, tenebrosa notte.

 

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Abbandonato da Disney – Parte 2

Ecco a voi il secondo capitolo della saga Abandoned by Disney (Abbandonato da Disney), iniziata qualche mese fa sulla Bottega del Mistero. Percorriamo insieme i grotteschi corridoi del parco di divertimenti di Treasure Island!

 

 

Abbandonato da Disney – Parte 2

Probabilmente qualcuno di voi avrà sentito che la Disney Corporation è responsabile di almeno una vera e propria città fantasma “in vita”.

Disney costruì il parco divertimenti di “Treasure Island” nella Baia di Baker alle Bahamas. All’inizio non era certo una città fantasma! Le navi da crociera della Disney dovevano fermarsi al villaggio e lasciare i turisti lì per rilassarsi in quel lusso.

Questa cosa è REALTÀ. Cercatela.

Disney spese $ 30.000.000 per costruire quel posto… Sì, trenta milioni di dollari.

Poi l’abbandonarono a se stessa.

Disney diede la colpa alle acque poco profonde (troppo basse per manovrare in modo sicuro le loro navi) e in aggiunta la colpa fu gettata anche sul dipendenti: affermando che, dal momento che erano delle Bahamas, erano troppo pigri per lavorare su turni regolari.

E qui finisce la parte ufficiale della storia. Non è stato a causa della sabbia, né ovviamente perché “gli stranieri sono pigri”. Si tratta di banali scuse.

Dubito sinceramente che fossero il vero motivo per l’abbandono dei lavori. Perché no, dite?

A causa del Palazzo di Mowgli.

Vicino alla città costiera di Emerald Isle in Nord Carolina, Disney avviò la costruzione del “Palazzo di Mowgli” alla fine degli anni ’90. L’idea era di costruire un parco divertimenti in tema giungla con, l’avrete certamente capito, un PALAZZO al centro di tutto.

Se non avete di chi sia Mowgli, allora potreste ricordare meglio la storia de “Il libro della giungla”. Se non l’avete letto o visto da qualche altra parte, potreste ricordare il film d’animazione della Disney di qualche decennio fa.

Mowgli è un bambino abbandonato nel bel mezzo della giungla, che in sostanza viene cresciuto da alcuni animali e allo stesso tempo minacciato da altri.

Il palazzo di Mowgli si rivelò un progetto controverso sin dall’inizio. La Disney comprò parecchi terreni a peso d’oro, e vi fu pure uno scandalo riguardo alcuni degli acquisti. Il governo locale intimò l’esproprio delle case della gente, poi li sfrattò e vendette le proprietà alla Disney. Accadde persino che una casa, che era stata appena costruita, venne immediatamente demolita, praticamente senza spiegazione alcuna.

Si credette che la terra sequestrata dal governo fosse destinata a qualche fantomatico progetto autostradale. Sapendo bene che cosa stava succedendo, la gente cominciò a chiamarla “Autostrada di Topolino”.

Poi ci fu la prima bozza. Un gruppo di mezzecalzette della Disney tenne una riunione in città. Lo scopo era di far credere a tutti che il progetto avrebbe portato giovamento all’intera popolazione. Quando mostrarono la concept art, ovvero questo gigantesco Palazzo Indiano… circondata dalla GIUNGLA… in cui figuravano uomini e donne con vesti ed equipaggiamento tribali… beh, tutti si incazzarono un bel po’.

Stiamo parlando di un grande Palazzo Indiano, di Giungla e Vesti Tribali, non solo nel centro di una zona relativamente benestante, ma anche un po’ “xenofoba” del sud degli Stati Uniti. Decisamente un brutto azzardo, per l’epoca.

Una persona della folla cercò di saltare sul palco, ma fu subito fermata dalla sicurezza dopo essere riuscito a fracassarsi sul ginocchio uno dei pannelli con la presentazione.

Disney prese quella comunità ed in pratica fece la stessa cosa, spezzandola in due. Le case furono rase al suolo, la terra fu ripulita e nessuno poteva dire o fare niente di niente. Le televisioni locali e i giornali gettavano fango sul parco, all’inizio, ma delle malsane connessioni tra le società pubblicitarie della Disney e le imprese locali fecero la loro parte e l’opinione cambiò in un batter d’occhio.

Ma torniamo a noi, a Treasure Island, e alle Bahamas. Disney sperperò milioni per il parco divertimenti, e poi lo abbandonò. La stessa cosa accadde con il Palazzo di Mowgli.

L’opera era compiuta. I visitatori non mancavano. Le comunità circostanti erano inondate dal traffico e dalle seccature comunemente associate con l’afflusso di turisti persi e arrabbiati.

Poi più nulla.

Disney chiuse tutto e nessuno sapeva cosa diavolo fosse successo. Ma erano tutto sommato contenti. La sconfitta della Disney era una sorpresa decisamente divertente per una grossa fetta di popolazione che si era apposta al progetto sin dall’inizio.

Onestamente una volta sentito della chiusura del parco non ci pensai più. Io vivo a circa quattro ore da Emerald Isle, per cui tutto ciò che ho sentito in proposito furono solo voci e non ho avuto alcuna esperienza diretta.

Poi lessi un articolo di qualcuno che aveva esplorato il parco divertimenti di Treasure Island, pubblicando un intero blog riguardo tutte le varie cose assurde che aveva trovato lì. Roba semplicemente… abbandonata lì. Oggetti fracassati, deturpati, probabilmente rovinati dagli ex dipendenti irati per aver perso il lavoro.

Cavolo, gli abitanti del posto probabilmente avranno fatto la loro parte nel distruggere quel luogo. La rabbia verso Treasure Island era certamente paragonabile a quello espressa per il Palazzo di Mowgli.

Inoltre giravano voci che dicevano che la Disney avesse liberato il “contenuto” dei loro acquari nelle acque locali, quando hanno chiuso… inclusi gli squali.

Chi non avrebbe voluto dare un’occhiata a quei tesori?

Comunque, quello che voglio dire è che questo blog su Treasure Island mi ha fatto riflettere. Anche se erano passati molti anni dalla sua chiusura, ho pensato che sarebbe stato forte fare un po’ di ‘”Esplorazione Urbana” al Palazzo di Mowgli. Scattare qualche foto, scrivere della mia esperienza, e probabilmente vedere se c’era qualcosa che potevo portare a casa come souvenir.

Non vi dirò che mi sono gettato a capofitto nell’impresa, dato che alla fine ci ho messo un anno tra la scoperta dell’articolo su Treasure Island e l’approdo ad Emerald Isle.

Nel corso di quell’anno, ho fatto un sacco di ricerche sul parco… o, per meglio dire, ci ho provato.

Naturalmente, nessun sito ufficiale o altra risorsa della Disney fa menzione del luogo. Oblio completo.

Ancor più strano, però, era che nessuno prima di me aveva apparentemente pensato di fare un blog riguardo il luogo o anche di pubblicare una foto. Televisioni e giornali locali non menzionavano il parco, ovviamente soffocati dal giogo della Disney. Non avrebbero mai sbandierato ai quattro venti una cosa del genere, no?

Recentemente però ho scoperto che le aziende possono chiedere a Google, per esempio, di rimuovere dei link dai risultati di ricerca… anche senza motivo. Ripensandoci, non è che nessuno abbia mai parlato del villaggio; piuttosto, le loro parole si sono perse nel marasma di internet.

Così alla fine sono riuscito a trovare il posto con grande difficoltà. Tutto quello che avevo era una mappa vecchia come il cucco che avevo ricevuto per posta negli anni ’90. Era un articolo promozionale inviato alle persone che erano state da poco a Disney World e suppongo che, dato che ci ero stato alla fine anni ’80, si trattasse di una mappa piuttosto “aggiornata”.

In realtà non avevo intenzione di usarla. Era finita insieme ai libri e ai fumetti della mia infanzia. Me ne ricordai solo dopo alcuni mesi dall’inizio delle mie ricerche, e anche allora ci ho messo un altro paio di settimane per trovare lo scatolone dove i miei genitori avevano stipato la roba vecchia.

Ma alla fine CE L’HO FATTA. Gli abitanti del posto non mi furono di alcun aiuto, perché da un lato la maggior parte si era trasferita sulla costa… dall’altro, i vecchi residenti, alla domanda “Dove posso trovare il palazzo di M-” mi interrompevano sghignazzandomi in faccia e facendomi brutti gesti .

La strada che percorsi in auto mi portò attraverso un percorso insolitamente lungo e reclamato da lungo tempo dalla natura. Piante tropicali che erano cresciute in maniera massima si mescolavano con la flora locale che in realtà APPARTENEVA a quel luogo e aveva cercato di reclamare la propria terra natia.

Ero eccitatissimo quando raggiunsi i cancelli di accesso del parco divertimenti. Enormi porte monolitiche di legno, i cui supporti ai lati sembravano essere stati tagliati da sequoie giganti. Il cancello stesso era stato scavato in più punti dai picchi e corroso alla base dagli insetti che vi avevano trovato rifugio.

Appeso al cancello c’era un pezzo di metallo, un rottame raccolto a caso, con scarabocchiate sopra poche parole in nero. “ABBANDONATO DA DISNEY”. Certamente opera di qualche vecchio abitante del luogo o ex dipendente con l’intento di mostrare una flebile protesta.

I cancelli erano abbastanza aperti per poterle attraversare a piedi, ma non in auto, quindi recuperai la fotocamera e la mappa, sul cui retro era disegnata la mappa del parco, e mi incamminai.

I pavimenti erano invasi dalla vegetazione quanto la strada d’ingresso. Una palma si ergeva incolta e abbandonata, tra mucchi delle sue stesse noci di cocco alla base. I banani si elevavano allo stesso modo in mezzo alla poltiglia dei loro frutti, marci e divorati dagli insetti. C’era questa sorta di dicotomia tra ordine e caos, che frapponeva piante floreali perenni accuratamente disposte a fastidiose erbacce alte e maleodoranti funghi anneriti.

Tutto ciò che rimaneva di eventuali strutture esterne era legno spaccato e marcio, e vari pezzi carbonizzati di chissà cosa. Quello che probabilmente era stato uno stand informativo o un bar all’aperto era ora semplicemente un cumulo di detriti assortiti, deturpato dal vandalismo passato e vittima del tempo.

La cosa più interessante della zona era una statua di Baloo, il simpatico orso del Libro della Giungla, che si ergeva in una sorta di cortile davanti all’edificio principale. Era congelato nel gesto di mostrare un’espressione gioviale, ovviamente con lo sguardo fisso nell’infinito, adornato da un ebete sorriso a denti stretti, mentre tutta la sua “pelliccia” era coperta di guano e dei rampicanti ne ricoprivano la piattaforma.

Mi sono avvicinato all’edificio principale – il PALAZZO – solo per trovare la parte esterna dell’edificio coperta di graffiti , dove la vernice originale non era scrostata o scheggiata. Le porte principali non erano aperte, ma letteralmente scardinate e probabilmente portate via.

Sopra di esse, o meglio sull’arcata che sovrastava il vuoto che le sostituiva, qualcuno aveva dipinto di nuovo “ABBANDONATO DA DISNEY”.

Vorrei poter raccontare tutte le cose impressionanti che ho visto all’interno del Palazzo. Statue dimenticate, registratori di cassa abbandonati, una vera e propria società segreta di barboni senzatetto… ma no.

L’interno dell’edificio era così desolato, spoglio, da farmi pensare che la gente avesse rubato anche le decorazioni di stucco dalle pareti. Tutto quello che era troppo grande da rubare… registratori di cassa, scrivanie, giganteschi alberi di cartapesta… erano ammassati lì in mezzo generando una mostruosa eco, che amplificava ogni mio passo, come il lento rat-a-tat di un mitragliatrice.

Seguendo la mappa del piano ho esplorato tutti i posti che potevano sembrare in qualche modo interessanti.

La cucina era esattamente come uno se la può immaginare… un’area adibita alla preparazione di cibo industriale con tutti gli elettrodomestici e tanto spazio, senza badare a spese. Ogni superficie di vetro era fracassata, ogni porta rimossa, ogni superficie metallica ammaccata. L’intero posto puzzava di piscio stantio.

L’enorme freezer, neanche lontanamente freddo, presentava file e file di scaffali vuoti. Dei ganci erano infissi nel soffitto, probabilmente per appendere pezzi di carne, ed entrando a dare un’occhiata, giurerei di averli visti oscillare.

Ogni gancio oscillava in una direzione casuale, ma i loro movimenti erano così lenti ed impercettibili che era quasi impossibile vederli. Ho pensato che il loro danzare fosse dovuto ai miei passi, così ne ho afferrato uno e l’ho lasciato andare facendo attenzione a non muoverlo, ma nel giro di pochi secondi ha ricominciato a oscillare di nuovo.

I bagni erano più o meno nello stesso stato. Proprio come il parco di “Treasure Island”, qualcuno aveva metodicamente distrutto ogni gabinetto con noci di cocco e altri attrezzi. C’era circa un centimetro di acqua putrida, stagnante e puzzolente sul pavimento, quindi non sono rimasto lì a lungo.

Quello che era davvero strano è che l’acqua in tutti i bagni e i lavandini (e nei bidet nel bagno delle donne, perché sì, sono entrato anche lì) perdeva acqua, filtrava o semplicemente scorreva. Ero certo che avessero chiuso le tubature molto, MOLTO tempo prima.

Il resort era stato progettato con un’infinità di stanze, ma ovviamente non ho avuto il tempo di guardarle tutte. Le poche che ho esplorato erano devastate quasi allo stesso modo, e non mi aspettavo di trovarci niente di eccezionale. Ad un certo punto, però, ho avuto l’impressione che da qualche parte ci fosse una radio o una televisione accesa, perché mi era parso di sentire in lontananza una flebile conversazione.

Era poco più di un sussurro, probabilmente il mio respiro che riecheggiava nel silenzio, o l’eco dell’acqua che gocciolava, che mi tirava un brutto scherzo, ma potrei giurare di aver sentito questa conversazione…

1: “Non ci credevo.”
2: [Risposta incomprensibile]
1: “Non lo sapevo… Non lo sapevo…”
2: “Tuo padre ti aveva messo in guardia.”
1: [Risposta incomprensibile, o singhiozzi]

Lo so, lo so, è ridicolo. Sto solo scrivendo quello che credo di aver sentito, perché sono certo che ci fosse un apparecchio acceso da qualche parte – oppure peggio, un gruppo di barboni pronti ad aprire un buco nello stomaco con un coltello.

Tornato alle porte di accesso al Palazzo, ero ormai certo di aver perso tempo, non avendo trovato niente di davvero interessante da raccontare.

Mentre guardavo fuori dalla porta, notai qualcosa di interessante nel cortile a cui evidentemente non avevo fatto caso prima. Qualcosa che mi avrebbe dato almeno QUALCOSA di cui vantarmi per tutti i problemi che mi ero creato, almeno una foto.

C’era una statua davvero realistica di un pitone, lunga più di due metri e mezzo, che “prendeva il sole” acciambellata su un piedistallo proprio al centro della zona. Era quasi il tramonto, e la luce abbracciava il tutto in una fotografia PERFETTA.

Mi avvicinai al pitone e scattai una foto. Poi mi alzai in punta di piedi e ne scattai un’altra. Mi avvicinai ancor di più, per catturare i dettagli del muso.

Fu allora che lentamente, con tutta calma, il pitone sollevò la testa, mi fissò negli occhi, si voltò, e scivolò dal piedistallo, attraverso l’erba, fino a sparire tra gli alberi.

In tutti i suoi due metri e mezzo di lunghezza. La testa era già tra le sterpaglie, mentre la coda era ancora avvolta sul piedistallo.

Quelli della Disney avevano liberato i loro animali esotici nel parco. Proprio lì, sulla mia mappa, c’era il “Rettilario”. Che stupido. Avevo letto degli squali a “Treasure Island”, e avrei dovuto SAPERE che avevano fatto la stessa identica cosa.

Ero sbalordito, semplicemente stupefatto. Dovetti restare a bocca aperta per un bel po’, finché non la chiusi di scatto; battei le palpebre quasi a volermi risvegliare da uno strano sogno ed indietreggiai.

Anche se oramai il serpente era lontano, volevo evitare di correre rischi e percorsi la strada per tornare all’edificio.

Ci vollero un paio di respiri profondi e di schiaffi sulla faccia per tornare in me dopo quello che era successo.

Cercai un posto per sedermi, avevo le gambe molli e tremule. Ma naturalmente, NON C’ERA alcun posto dove sedermi, a meno di non riposare su un tappeto di schegge di vetro e foglie marce o affidarmi ad un tavolo di ben dubbia solidità.

Avevo intravisto delle scale vicino nell’atrio del palazzo e decisi di andarmi a sedermi lì, finché non mi fossi sentito meglio.

La scala era abbastanza lontano dall’entrata da essere relativamente pulita, a parte la polvere. Tolsi un pezzo di metallo dal muro, con ancora una volta dipinta sopra la frase “ABBANDONATO DA DISNEY” a cui mi ero ormai abituato. Misi il rottame sulle scale e mi ci sedetti sopra per sporcarmi un po’ di meno.

La scala portava verso il basso, sotto il livello stradale. Usando il flash della mia fotocamera come torcia improvvisata, potei vedere che la scalinata terminava con una porta di rete metallica chiusa da un lucchetto. Vi si poteva leggere un cartello… un cartello VERO… con le parole “SOLO MASCOTTE! GRAZIE!”.

Questo mi risollevò un po’ il morale, per due motivi: primo, nella zona riservata alle mascotte ci doveva essere stato sicuramente qualcosa di interessante, in passato; secondo, il lucchetto era ancora intatto. Nessuno era sceso laggiù. Né i vandali, né i saccheggiatori, nessuno.

Questo era l’unico posto che potevo effettivamente “esplorare” e in cui forse potevo trovare qualcosa di interessante da fotografare o portarmi a casa. Ero arrivato al Palazzo con l’idea che se alla fine mi fossi portato qualche ricordino a casa non sarebbe certo stato un problema perché – beh – era roba “abbandonata”.

Non ci volle molto per rompere il lucchetto. O per meglio dire, non ci volle molto per rompere la piastra di metallo sul muro alla quale il lucchetto era stato agganciato. Il tempo e la ruggine avevano fatto la maggior parte del lavoro sporco, e fui in grado di piegare la piastra metallica abbastanza da tirare via le viti dalla parete – una cosa a cui nessun altro evidentemente aveva pensato, o non aveva comunque ancora fatto.

L’area riservata alla mascotte era un cambiamento sorprendente e molto ben accetto rispetto al resto dell’edificio appena esplorato. Prima di tutto, ogni seconda o terza lampada del soffitto era accesa, anche se la sua luce tremava e si affievoliva a caso. Inoltre, nulla era stato rubato o rotto in alcun modo, anche se il tempo e l’abbandono si facevano sicuramente sentire.

I tavoli avevano blocchi per appunti e penne, c’erano orologi… anche un marcatempo sulla parete, completo di cartellini timbrati. Le sedie erano sparse in giro e c’era anche una piccola sala pausa, con un vecchio televisore ancora acceso su un canale statico, cibo marcio e bevande scadute da chissà quando.

Era come trovarsi in uno di quei film post-apocalittici dove tutto è lasciato alla rinfusa durante un’evacuazione.

Mentre camminavo per i corridoi sotterranei, simili ad un labirinto, il luogo si faceva sempre più interessante. Procedendo oltre, vidi che le scrivanie e i tavoli erano stati rovesciati, le carte erano sparse e quasi fuse con il pavimento umido, e un grande tappeto di muffa stava ricoprendo lentamente l’originale color cremisi del pavimento, ormai marcio.

Ogni cosa era viscida e marcia. Tutto ciò che era di legno si disintegrava al tatto divenendo poltiglia, e gli articoli di vestiario appesi a dei ganci in una delle camere si sfaldavano in fili umidi nel tentare di tirarli giù dal gancio.

Una cosa che mi turbava era che la luce era sempre più rada ed inaffidabile mentre mi addentravo nell’umida e soffocante profondità del luogo.

Alla fine raggiunsi una porta a strisce nere e gialle con su scritto “ATTREZZATURE PERSONAGGI 1”.

La porta sembrava fissata. Era probabilmente l’area dove si tenevano i costumi, e non mi sarei fatto scappare l’occasione di scattare una fotografia di quel contorto pasticcio puzzolente. Per quanto mi sforzassi, da qualunque angolo o e qualsiasi cosa facessi, la porta non si smosse di un millimetro.

Almeno finché rinunciai all’impresa e feci per allontanarmi. Fu allora che si udì un leggero schiocco sordo, e la porta si aprì lentamente.

All’interno, la stanza era completamente buia. Nero come la notte. Usai il flash della fotocamera per cercare un interruttore della luce nel muro vicino la porta, ma niente da fare.

Intento nella mia ricerca, persi parte della mia eccitazione iniziale, alquanto infastidito da un forte ronzio elettrico. File e file di lampade in alto si illuminarono all’improvviso, tremolando, spegnendosi e riaccendendosi, come le altre che avevo da poco passato.

Ci volle un secondo affinché i miei occhi si abituassero alla luce, e sembrava che per stesse aumentando tanto da far saltare di lì a poco tutti i neon… ma appena pensai che esse avessero raggiunto quella fase critica, le lampade si affievolirono un po’e si stabilizzarono definitivamente.

La camera era esattamente come avevo immaginato. Vari costumi dei personaggi Disney appesi alle pareti, montati e completi, simili a strani cadaveri da fumetto, impiccati a cappi invisibili.

C’era un intero scaffale di perizomi e vestiti di “nativi” attaccati ai ganci sul retro.

Quello che trovai strano, e che volevo fotografare subito, era un costume di Topolino al centro della stanza. A differenza degli altri, giaceva sulla schiena al centro del pavimento, come la vittima di un omicidio. La pelliccia sul costume era marcia e ammuffita.

Quel che era ancora più strano però, era il colore del costume. Una sorta di negativo fotografico del vero Topolino. Nero dove avrebbe dovuto essere bianco e bianco dove avrebbe dovuto essere nero, con i pantaloni normalmente rossi di colore azzurro.

Guardarlo era scoraggiante, al punto che fino alla fine non ebbi il coraggio di fotografarlo.

Scattai foto dei costumi appesi alle pareti da diverse angolazioni: dall’alto, dal basso, di lato, al fine di mostrare un’intera fila di volti putridi ed immobili, tra i quali alcuni con gli occhi di plastica mancanti.

Poi decisi di allestire una scena per uno scatto. La testa di uno dei costumi marci dei personaggi, poggiata sullo sporco pavimento viscido.

Afferrai allora la testa di Paperino e delicatamente la tolsi dal muro, in modo che non mi si sfaldasse tra le mani.

Mentre guardavo negli occhi quella testa ammuffita, il rumore di qualcosa che si fracassava mi fece sobbalzare.

Guardai giù, ai miei piedi, e tra le mie scarpe c’era un teschio. Era caduto dalla testa della mascotte e si era frantumato in mille pezzi ai miei piedi; solo il volto vuoto e la mascella erano rimasti intatti, rivolti verso l’alto a fissarmi.

Lasciai cadere la testa di Paperino immediatamente, ovviamente, e mi avvicinai alla porta. Mentre ero in piedi sulla soglia, fissai nuovamente il cranio sul pavimento.

Bisognava scattargli una foto, capite? DOVEVO farlo, per una serie di ragioni che possono sembrare stupide, ma solo se non ci si ferma a riflettere.

Avrei avuto bisogno di una prova di quello che era successo, soprattutto se la Disney avesse in qualche modo fatto sparire tutto. Non avevo alcun dubbio in proposito, Disney aveva una RESPONSABILITÀ in tutto questo.

Fu a quel punto che Topolino, quel negativo fotografico, quel Non-Topolino al centro del pavimento, si alzò in piedi.

Dapprima sulle ginocchia, poi ritto, il costume di Topolino… o chi c’era dentro, stava lì al centro della stanza, la sua maschera si rivolse direttamente a me appena mormorai “No…” ancora e ancora e ancora…

Con mani tremanti, il cuore che batteva all’impazzata, e le gambe che ancora una volta si erano trasformate in gelatina, riuscii a sollevare la fotocamera e a puntarla verso la creatura di fronte a me, che semplicemente mi osservava in silenzio.

Lo schermo della fotocamera digitale visualizzava solo pixel morti dove avrebbe dovuto esserci quella cosa. Era una perfetta silhouette del costume di Topolino. Mentre la fotocamera si muoveva fra le mie mani tremule, i pixel morti incominciarono a diffondersi, seguendo la sagoma di Topolino nel suo movimento.

Poi la macchina fotografica si spense. Lo schermo divenne completamente nero e… si fracassò.

Alzai di nuovo gli occhi verso il costume di Topolino.

“Hey”, disse con voce flebile, perversa, ma identica a quella di Topolino, “Vuoi vedere come si stacca la mia testa?”

Cominciò a tirarsi la testa, mettendo le dita goffe rivestite dai guanti intorno al collo, afferrando con movimenti frenetici, come un uomo ferito che cercasse di tirarsi fuori dalle fauci di un predatore…

E mentre si affondava le sue dita nel collo… così tanto sangue…

Così tanto, denso sangue giallo…

Mi voltai sentendo lo strappo nauseante di stoffa e carne… volevo solo mettere più spazio possibile tra me e quella cosa. Sopra la porta della stanza vidi l’ultimo messaggio, inciso nel metallo con le ossa, o con le unghie…

“ABBANDONATO DA DIO”

Non ho mai recuperato le immagini dalla fotocamera. Non ho più scritto del mio viaggio su un blog. Dopo essere uscito da quel luogo, fuggendo per conservare la mia sanità mentale, se non la mia stessa vita, capii perché la Disney voleva che nessuno sapesse di quel posto.

Il motivo non era che non volevano che qualcuno come me entrasse.

Non volevano che qualcosa come quella uscisse.

 

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Abbandonato da Disney

La chiusura delle storie della saga NoEnd House – La Casa Senza Uscita ha dispiaciuto non pochi dei nostri fedeli lettori. Da oggi, per arginare quel vuoto, vi propongo un nuovo progetto di traduzione esclusiva, che certamente non mancherà di stupirvi e di inquietarvi, ambientato nel mondo fanciullesco e zuccherino creato da Walt Disney.

Abandoned by Disney (Abbandonato da Disney) è una serie di creepypasta pubblicata su Slimebeast, che narra del lato oscuro dei parchi a tema Disney sparsi per il globo. Se alla luce del sole ci sono bambini festanti, giostre colorate e musiche orecchiabili, nell’ombra si nascondono corridoi segreti, omicidi irrisolti e figure grottesche che attendono solo di poter essere liberate.

Piccola precisazione: la serie Abbandonato da Disney è composta, ad oggi, da quattro storie, in cui l’ordine di pubblicazione non segue quello cronologico; per meglio apprezzare i racconti, saranno postati sulla Bottega del Mistero seguendo quest’ultimo. Nel testo, inoltre, è presente la voce bambini senza volto: ci si riferisce ai bambini, ospiti dei parchi Disney, che indossano le maschere a viso intero dei loro beniamini.

Buona lettura.

 

Abbandonato da Disney – Parte 1: Qualche suggerimento

Suggerimento: Ci serve un’altra persona al check-in durante le ore di massima affluenza.

Suggerimento: Per favore, spostate il carretto degli hot dog dallo scivolo d’acqua principale. Inoltre, il personale è pregato di tenere d’occhio i bambini che hanno mangiato da poco. Quando qualcuno si sente male lì dentro, ci entrano 3 o 4 persone prima che noi veniamo informati di qualcosa.

Suggerimento: Non sarebbe male se avessimo un modo per dare informazioni più dettagliate in modo anonimo. Forse tramite degli incontri privati con l’amministrazione?

Suggerimento: Bisogna aumentare la sorveglianza al Cancello Sud.

Suggerimento: La musica nella casa dei rettili continua a rallentare o ad invertirsi, ed è DECISAMENTE fastidiosa.

Suggerimento: Siete pregati di dire alle mascotte di non provare a mangiare quando indossano i costumi di scena. Continuiamo a recuperarne uno con tracce di cibo appiccicate al muso e pensiamo che qualcuno stia provando a fare lo spiritoso. Oltretutto la cavità della bocca è chiusa dal tessuto interno, quindi mangiare non è nemmeno possibile.

Suggerimento: Per favore aggiustate la musica nella casa dei rettili. Mi sta facendo davvero saltare i nervi.

Suggerimento: Gli ospiti si stanno lamentando riguardo la quantità di asciugamani nelle loro camere.

Suggerimento: Serve una macchina del caffè migliore, o più nuova, per la saletta ricreativa dello staff.

Suggerimento: Avevo intenzione di non dire nulla, perché sono piuttosto tollerante, ma vi prego, smettetela di accogliere bambini senza volto. Non restano mai al loro posto nelle aree comuni.

Suggerimento: Non farebbe male ampliare la selezione di DVD e giochi nell’area comune. La vecchia collezione ha già fatto il suo tempo.

Suggerimento: Bisogna ancora aumentare i controlli al Cancello Sud. Cos’è più economico, dire a un membro della sorveglianza di passare di lì una volta in più, o continuare ad imbiancare i graffiti dei vandali?

Suggerimento: Il Cancello Sud ha bisogno di più sorveglianza.

Suggerimento: Cosa state facendo realmente riguardo gli insulti all’uscita degli impiegati? Mandateci la sicurezza più volte al giorno, fate qualcosa, qualsiasi cosa.

Suggerimento: Non mi sento al sicuro quando esco dal Cancello Sud a fine turno.

Suggerimento: Frank bara come al solitario quando pensa che io non lo stia guardando. Per favore, prendete provvedimenti.

Suggerimento: Dite alle mascotte di stare alla larga dalle zone che non gli competono. Uno di loro continua a spegnere la musica nella casa dei rettili. Non si sa chi sia a causa del costume. Organizzate un incontro o qualcosa del genere.

Suggerimento: Si prega di dare alle mascotte più tempo per l’intervallo o di permettere loro di fare delle brevi pause durante l’orario di lavoro. Sudore e olezzi corporei sono una cosa, ma ora recuperiamo un costume, sempre lo stesso, letteralmente inondato di vomito.

Suggerimento: Fermate Frank, è una minaccia. Ha cominciato a fare la stessa cosa anche con il sudoku. Non me lo sto inventando.

Suggerimento: Scusate se scrivo su un tovagliolo, ma finiamo sempre le schede per i suggerimenti, o qualcuno le sta rubando.

Suggerimento: Fermate quella cazzo di musica.

Suggerimento: Giuro, tutti questi bambini senza faccia si stanno sparpagliando ovunque. Ogni volta che ne uccido uno, gli altri sbroccano. Continuo a trovarne a mucchi in fondo alla scala e pensano che sia divertente. Non è divertente. Non riesco a passare.

Suggerimento: Abbiamo bisogno di più schede per i suggerimenti.

Suggerimento: Abbiamo recuperato un costume da mascotte con delle macchie di vernice sui guanti. L’abbiamo trovato al Cancello Sud ed il colore è compatibile con quello che stanno usando i vandali. Potrebbe valere la pena di esaminarlo. Inoltre, dove sono le schede?

Suggerimento: I costumi si attaccano alle piaghe.

Suggerimento: È trOppo difcile scriv con questo guanti addosso.

Suggerimento: Grazie mille per le schede per i suggerimenti! Era ora! Che state facendo per aumentare il personale al check-in durante le ore di punta?

Suggerimento: Ancora una volta, scusate per il tovagliolo. Sono finite di nuovo le schede.

Suggerimento: Una delle mascotte mi ha messo all’angolo nel guardaroba e mi ha palpato il seno. Ho raccontato l’accaduto a Michael Sheehan, ma non penso che farà qualcosa perché non saprei dire chi ci fosse sotto la maschera. Farò causa se l’amministrazione continuerà a cestinare i miei richiami. Questo è l’ultimo avviso. Un’altra cosa, rifornite i raccoglitori di schede. Ho il sospetto che siano state rimosse per scoraggiare le mie proteste.

Suggerimento: Ah ah sono un topo.

Suggerimento: FOTTITI.

Suggerimento: Qualcuno sta svitando le lampadine. Le sta svitando dappertutto. Gli ospiti si stanno incavolando sempre più perché premono gli interruttori e non succede niente.

Suggerimento: Quando compreremo nuovi DVD per l’area comune? Non mi sto lamentando perché sono vecchi film, ma solo perché la maggior parte è graffiata e gira a scatti.

Suggerimento: Quando arriva quella macchina del caffè?

Suggerimento: I distributori automatici al terzo piano nella zona riservata agli ospiti sono costantemente scollegati e le fessure per il denaro sono spesso intasate con le schede dei suggerimenti. Non so nemmeno di che cosa parlino quelle schede.

Suggerimento: Ci servono di nuovo altre schede per i suggerimenti.

Suggerimento: Provate a trovare Frank.

Suggerimento: Vi darò indizi riguardo Frank, ok?

Suggerimento: Indizio #1: è freddo.

Suggerimento: Indizio #2, è umido.

Suggerimento: Ci serve una bella imbiancata al Cancello Sud. State facendo qualcosa riguardo questo pagliaccio?

Suggerimento: Indizio #3, scarico d’acqua.

Suggerimento: Il carrello degli hotdog è ancora vicino allo scivolo e ci sono stati altri due incidenti di bambini che si sono sentiti male a metà del tunnel. Ne va della reputazione del parco.

Suggerimento: Non penso che stiate cercando Frank!!!

Suggerimento: Hey, non vorrei fare lo stronzo ma, seriamente, dove sono le schede? Questa casella per i suggerimenti è inutile.

Suggerimento: Continuo a sprofondare nel pavimento o

Suggerimento: forse è solo una mia sensazione.

Suggerimento: Non posso riposarmi un minuto perché c’è troppo da fare. Ogni volta che mi stendo, gli ospiti continuano a chiedermi se sto bene.

Suggerimento: non posso togliermi la testa non posso togliermi la testa non posso togliermi la testa non posso togliermi la testa non posso togliermi la tes

Suggerimento: Ignorate l’ultima scheda era la mia vera testa mi ero dimenticato

Suggerimento: il costume si sta attaccando alle piaghe e aumentano ogni giorno di più

Suggerimento: sono tutto una piaga

Suggerimento: il costume sta respirando e, se non seguo i suoi movimenti, non riesco a prendere aria.

Suggerimento: VAFF

Suggerimento: ANCULO

Suggerimento: Continuo a chiudere i cancelli ma qualcuno continua ad aprirli di nuovo, per favore, ditegli di smettere di farlo perché fa uscire tutti e mi sembra controproducente.

Suggerimento: Hanno trovato Frank e daranno la colpa a me, per favore, datemi un consiglio.

Suggerimento: AHAHAHAH la faccia di Frank assomigliava a un brutto piatto di purè di patate quando lo hanno tirato fuori, ma quando ho riso tutti hanno guardato me anche le persone con le facce, il che è strano.

Suggerimento: Devo pensare cosa fare.

Suggerimento: Oh

Suggerimento: un attimo, lo so

Suggerimento: Non sono sicuro se la casella dei suggerimenti sia il posto giusto, ma la sicurezza non sta facendo molto riguardo il mio reclamo. Negli ultimi due giorni ho fatto un giro del parco e ho contato i membri dello staff. A quanto pare, ci sono più mascotte in giro di quante ne abbiamo davvero sul libro paga. La sicurezza dice che non ha senso, ma io penso ci sia una mascotte in più.

Suggerimento: Per favore, aiutatemi, i costumi sono pesanti con le persone dentro e non c’è rimasto un gancio libero per me.

 

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La sindrome dell’happy puppet – La Marionetta Felice

La sindrome dell’happy puppet è una creepypasta pubblicata inizialmente su Creepypasta Wikia dall’utente Error666 il 3 luglio 2012. È ispirata ad una rara malattia genetica realmente esistente, la Sindrome di Angelman, altrimenti detta AS e conosciuta un tempo come Sindrome della Marionetta Felice. Capirete presto il perché di questo grottesco nome.

Buona lettura.

 

 

 

La sindrome dell’happy puppet

Pensammo che sarebbe stato semplice. Prendere un paio di cromosomi, scinderli, metterli un po’ qua, un po’ là e, ehi, un perfetto essere umano. Non sono ancora sicuro di cosa sia andato storto. Un errore di calcolo? Di procedura? O forse qualcosa al di là del nostro controllo. Chi lo sa? Noi (alcuni dei miei colleghi psicologi ed io) eravamo affascinati dalle emozioni umane. Rabbia, disperazione, euforia. Era possibile fare in modo che una sola emozione fosse presente nella mente dell’uomo? Che si potesse limitare a uno solo stato di euforia, senza che la tristezza e la rabbia condizionassero i pensieri? In teoria sì.

Non vi descriverò in dettaglio le procedure del nostro esperimento, perché non vorrei che voi lo ripeteste, e perché temo che impazzirei al solo pensiero di ricordarmele una ad una. Le terribili azioni che abbiamo commesso, si intende. Eravamo ambiziosi, nel pieno della giovinezza, niente avrebbe potuto fermarci e nessuno ci avrebbe potuto dire che stavamo sbagliando. Tutto ciò che dirò è che abbiamo tenuto da parte alcune cellule staminali, per poi farle diventare feti e modificarli geneticamente. L’esperimento fu ribattezzato “Progetto Angelman” e l’obbiettivo era quello di creare un essere che provasse solo felicità. Ma qualcosa andò storto, terribilmente storto.

La prima metà delle cavie sottoposte al test morì inaspettatamente, senza sintomi o cause evidenti, mentre la seconda nacque orribilmente deforme. Solo tre sembravano essere sani. Perfetto, pensammo. Un umano con una mentalità diversa rispetto a qualsiasi altra, grazie alla presenza del solo stato euforico.

Erano perfettamente normali, fino ai diciotto mesi. A quel punto, infatti, apparirono i primi sintomi. Mancanza di equilibrio, problemi nel dormire e nel mangiare ed una bassa reattività. Eravamo nel panico, ma esternamente ci dimostrammo ugualmente calmi e procedemmo con il progetto.

Avremmo dovuta chiuderla lì. Avremmo dovuto prendere quelle dannate cavie e farle sopprimere, bruciarle e chiuderle nel laboratorio. Ma continuammo. E le cose non fecero che peggiorare. I movimenti dei soggetti diventarono man mano sempre più sporadici e non riuscivano ancora a pronunciare una sola parola. Malgrado ciò, potevano lo stesso ridere, e lo facevano spesso. Troppo spesso. Non era una risata felice, ma una silenziosa, quasi nervosa e praticamente continua. Non importava quanta sofferenza venisse inflitta ai soggetti, questi infatti a malapena ci osservavano e ridevano, come se ci stessero prendendo in giro, dimostrandoci che i tentativi di fargli provare dolore fossero del tutto inutili.

Ci aspettavamo che i soggetti riuscissero ad apprendere più velocemente rispetto alle persone normali, accadde invece il contrario. Il loro sviluppo mentale subì invece forti ritardi e non riuscivano a prestare attenzione a qualcosa per più di qualche minuto, prima di scoppiare in una risata. Ma continuammo, sperando che tutti questi sintomi si sarebbero attenuati man mano che i bambini crescevano. Demmo un nome all’insieme di questi sintomi: sindrome dell’happy puppet (o “della marionetta felice”), poiché, a causa dei loro movimenti apparentemente non controllati, i bambini sembravano quasi pupazzi sorretti da fili.

Dopo cinque anni spesi nella realizzazione del progetto, ci rendemmo conto che non c’era alcuna speranza. Non riuscivamo più a sopportare le incessanti risate di questi bambini; come se loro sapessero qualcosa che noi non sapevamo, come se solo loro avessero sentito una sorta di barzelletta. Guardare un bambino e vedere questo contorcersi e ridere in maniera così eccessiva era veramente inquietante. Due dei miei colleghi ci avevano già rinunciato, perché non riuscivano più a reggere tutto ciò. Non ebbi più notizie di loro, in seguito; è però probabile che siano ormai morti.

I bambini non parlarono mai nell’arco dei cinque anni. Ridevano soltanto, con la loro maledetta risata.

Andammo per dar loro la colazione e ci fissarono con i loro enormi occhi, contorcendosi, ridacchiando e non dicendo niente. Lasciammo il pasto di fronte a loro e uscimmo. Il cibo era cosparso di tossine che li avrebbero uccisi silenziosamente e in maniera indolore. Faceva male dover compiere quest’azione, ma andava fatta. Ad ogni modo, non fu così semplice.

Nel momento in cui uno dei miei amici posizionò davanti ad uno di essi il vassoio col cibo, le risate cessarono. Il ragazzo guardò me ed il mio collega, il suo sguardo divenne improvvisamente cupo, maledettamente serio, e la risata era ormai sparita.

Continuarono a fissarlo e ad avere spasmi, per un po’. Il mio amico era in stato di shock e non riusciva a muoversi. I miei colleghi ed io restammo con la penna in mano ed il blocco appunti nell’altra, pronti a prender nota. Improvvisamente, il mio amico cadde sulle ginocchia, afferrando la propria testa con le mani e urlando furiosamente. Sembrava soffrire terribilmente. I miei colleghi e io eravamo sorpresi da ciò che stava accadendo, ma non potevamo farci nulla, se non rimanere seduti e assistervi. Il mio amico collassò sul pavimento, imprecando. Dopo alcuni spasmi, i suoi muscoli si rilassarono.

Cercai di controllare i conati, cosa che alcuni miei colleghi non riuscirono a fare altrettanto efficacemente.

Qualcosa in tutto ciò non era normale. Una presenza maligna sembrava sovrastarci. Sigillammo immediatamente l’ingresso.

Il ragazzo si fermò, osservò la porta e rise. Cadde a terra, contraendosi e rotolando mentre rideva pazzamente.

Gli altri due fecero lo stesso. Dopo alcuni minuti, il raptus cessò e si alzarono in piedi, ancora in preda a convulsioni e ridacchiando.

Le luci si spensero improvvisamente, sentii vetri infrangersi ed urla. La parte più spaventosa di tutte erano gli inquietanti sussurri alternati alle silenziose risate. Quando le luci tornarono, le cavie erano sparite. Due dei miei colleghi erano stesi di fianco a me, in stato d’incoscienza, i loro corpi erano posti in strane posizioni, con un filo di sangue che scorreva dalle loro bocche socchiuse. A primo impatto sembravano essere morti. Non mostravano segni di vita ma, chinandomi, potei sentirli ridere, debolmente. Mi avvicinai per esaminare le condizioni del mio amico. Niente battito, non respirava, ma continuava ugualmente a ridere silenziosamente.

Malgrado i soggetti fossero scomparsi, tuttavia avevo la sensazione che qualcuno mi stesse guardando, qualcuno che era appena fuori dal mio campo visivo, ma che non sarei mai stato in grado di vedere.

Io e un altro collega chiudemmo tutto immediatamente.

Prima di andarcene definitivamente, distruggemmo le nostre ricerche e sigillammo il laboratorio. Ho perso i contatti con gli altri colleghi, suppongo che siano morti.

Continuo a sentirmi come osservato. Riesco ancora a sentire le risate, i sussurri nei miei sogni e talvolta anche quando sono sveglio. Quando ciò accade corro, fuggendo di casa. Non riesco a stare nello stesso posto per più di pochi giorni, a causa di queste presenze.

Si è diffuso. In altri bambini sono stati individuati sintomi simili. Non ho idea di come abbia fatto a diffondersi, non dovrebbe essere qualcosa di contagioso. Qualcuno da qualche parte scrisse qualcosa riguardo alla disfunzione del quindicesimo cromosoma e questo riuscì a conservare la serenità della gente e a tenerla all’oscuro, per ora. La malattia fu chiamata “sindrome di Angelman”. Finora i nuovi nati non hanno dimostrato d’essere pericolosi. Ma so che, da qualche parte, si aggirano ancora le cavie originali. So che stanno venendo da me. So che mi troveranno, e lo accetto. Questo è ciò che mi merito per aver cercato di andare contro natura. Lascio questa lettera come monito. Stanno venedo anche per te. Stanno venendo per tutti noi. Se mai dovessi sentire sussurrare, ridere appena, corri. Se mai ti sentissi come se qualcosa stesse al di fuori del tuo campo visivo, senza che tu però riesca a guardarlo effettivamente, corri.

In aggiunta, vorrei metterti in guardia anche d’altro.

Uno: non manomettete ciò che non ti appartiene.

Due: persino gli angeli possono essere demoni sotto copertura.

E tre: non venitemi a cercare. Consideratemi già morto.


Il precedente manoscritto è stato ritrovato in un laboratorio nascosto e abbandonato, situato in una vasta foresta dell’Alaska. Il laboratorio era costituito da una camera d’osservazione e da una stanza di contenimento. L’ultima era stata sigillata, e l’intero laboratorio presentava i segni lasciati da un incendio. Tracce di sangue sono state ritrovate all’apertura della stanza di contenimento e una finestra era ridotta in frantumi. Il preciso scopo di questo laboratorio rimane tuttora sconosciuto.

 

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Jvk1166z.esp

Jvk1166z.esp è una creepypasta scritta il 23 aprile 2011 dall’utente RetardoTheMagnificent su Creepypasta Wiki. Narra di un inquietante mod per Morrowind, terzo capitolo della saga The Elder Scrolls (a cui seguiranno Oblivion e Skyrim) sviluppata dalla Bethesda Game Studios nel 2002. Per alcuni un virus, per altri una mod corrotta, per altri ancora un incubo: Jvk1166z.esp è questo e molto altro ancora.

Buona lettura.

 

 

Jvk1166z.esp

Alcuni di voi certamente ricorderanno dell’hype creato qualche anno fa da una particolare mod di Morrowind. Il nome era Jvk1166z.esp. Si trovava facilmente sulle community più piccole e sui gruppi dedicati ai GDR, piuttosto che in quelle più grandi e blasonati di Elder Scrolls. So con certezza che quando è stata caricata, è stata inviata via PM o email a “pochi eletti”. Nel giro di qualche giorno svaniva nel nulla, per quanto ne sappia.

L’interesse per la mod si sviluppò principalmente perché si trattava di un virus, o almeno così sembrava. Se provavi a caricare il gioco con la mod attiva, ti bloccava lo schermo sul caricamento per un’oretta buona prima di crashare del tutto. Ma se ti andava bene i file di Morrowind, così come i salvataggi, andavano a farsi benedire. Nessuno ha mai capito che facesse quella mod, anche perché non si apriva neanche nel Construction Set. Alla fine vennero pubblicati degli avvisi che esortavano a non scaricarla, e la cosa finì  lì.

Più o meno un anno dopo, in un forum di mod che frequentavo di solito, un tizio se ne uscì di nuovo con questa storia. Scrisse che era stato contattato in privato da un lurker che aveva cancellato il suo account immediatamente dopo l’invio del messaggio. Spiegò che questo utente gli aveva suggerito di provare la mod su DOSbox. Per qualche strana ragione la cosa funzionò… in un certo senso. Il gioco andava un po’ a scatti, e non potevi accedere a Opzioni, Carica salvataggio, alla consolle per sviluppatori ed in pratica a niente che non fosse il gioco in sé. Fortunatamente le opzioni per il salvataggio ed il caricamento rapidi funzionavano, ma niente di più. Ed il file del salvataggio rapido sembrava essere parte del file di gioco, così che non ci si poteva accedere direttamente. Qualcuno suggeriva che il gioco con la mod utilizzava un render delle vecchie schede grafiche, rendendo così DOSbox indispensabile, ma a priva non c’era NIENTE di diverso.

Il resto lo scrivo per mia esperienza diretta. Quando inizi un nuovo gioco in JVK (così lo chiamavano sul forum), dopo che hai lasciato l’Ufficio del Censore ed entri nel gioco vero e proprio, appare a schermo la scritta “La profezia non si è compiuta”. Questo perché ogni singolo NPC collegato con la quest principale è morto, ad eccezione di Yagrum Bagarn, l’ultimo dei Dwemer. I loro cadaveri non scompaiono, così che puoi andarli a cercare uno per uno. A tutti gli effetti, si comincia il gioco in un mondo che ha appena vissuto un’apocalisse di qualche tipo.

La seconda cosa che si nota è che perdi energia vitale. Poco per volta, ma continua ad accadere costantemente. Più a lungo resti fermo, più perdi vita. Se ti azzardi troppo e muori in questo modo, ne capirai finalmente la causa: una figura che chiameremo l’Assassino, perché indossa una specie di armatura della Confraternita Oscura presa da Tribunal con una texture diversa, anche se l’espansione in sé non parte con JVK attiva. È tutto nero, senza texture, come un buco nello spazio. Il modo in cui si muove… mi ha lasciato a bocca aperta, la prima volta che l’ho visto affondare dentro il mio corpo morto. Striscia disarticolato sulle mani e i piedi, con le braccia e le gambe divaricate simili ad un ragno. Puoi vederlo solo quando muori, che ti accerchia poco prima che salti fuori il menù di caricamento. Altre volte puoi scorgerlo con la coda dell’occhio mentre si abbarbica in un angolo o sul soffitto. È difficilissimo giocare di notte!

Inoltre, un’altra cosa stranissima è che di notte, a intervalli regolari, ogni NPC del gioco esce di casa per diversi minuti. Durante questo tempo, l’unica cosa che dicono se provi a parlarci è “Guarda il cielo”. Ad ogni modo poco dopo tornano alle loro normali attività.

 

 

Qualche tempo dopo, un giocatore sul forum ha trovato un nuovo NPC di nome Tieras, un Dunmer maschio nel tempio di Ghostgate. Due cose contraddistinguono questo NPC: primo, i suoi vestiti, un modello unico che brilla come delle stelle che pulsano nella notte; secondo, tutte le sue scelte di dialogo, oltre ad essere mostrate a video, sono doppiate. Si possono saltare, ma sembrano doppiate con la voce Dunmer maschio predefinita. Alcuni fanno notare che in realtà la voce è “leggermente” diversa, ma si tratta comunque di un’imitazione davvero ben fatta.

Non voglio entrare nei dettagli, ma la quest che ti propone ti porta in un dungeon chiamato semplicemente “La Cittadella”. Fino a questo punto, le quest erano solo un generico “Scopri i segreti dei luoghi antichi”. L’entrata di questo dungeon si trova su una piccola isola poco a ovest di Morrowind. Alla fine ho scoperto che se usi una Pergamena del volo di Icaro sul punto più occidentale della terraferma rivolto a ovest ci finisci esattamente sopra.

Sebbene si chiami La Cittadella, si estende in profondità. Fa letteralmente impallidire qualsiasi altro dungeon, sia per dimensioni che per difficoltà. Da una grotta si procede per un’area che rappresenta una tomba molto antica, continua attraverso rovine Dadriche, e termina tra rovine Dwemer. Sono arrivato a questo punto prima di uscire. Le creature qui sono troppo forti per un giocatore di livello 20, e dato che non puoi usare la console per imbrogliare in JVK, ci vuole un po’ per terminare l’area. Dato che il caricamento rapido ed il salvataggio rapido sono le uniche scelte, è facile finire in una situazione di stallo da cui è impossibile uscire vivi. Comunque sia, alla fine ce l’ho fatta, e per nulla al mondo sarei stato capace di riuscirci di nuovo.

Ora quello che vi ho raccontato è ciò che solo poche persone sono riuscite a vedere con i propri occhi. Oltre le rovine Dwemer ti ritrovi in un livello simile, ma più scuro. Oltre al bronzo, tutte le texture, incluse quelle delle creature, sono nere. Il rumore delle macchine è molto alto, e ad intervalli causali aumenta improvvisamente d’intensità senza preavviso. Inoltre le camere sono piene di nebbia, o fumo, che ti limitano la visuale a sì e no 3 metri. Se riesci a superare tutto questo, ti ritrovi in un’ala che chi ha raggiunto ha definito La Stanza dei Ritratti.

Come il fuoco o altri effetti grafici presenti nei primi giochi in 3d, in questa stanza ci sono ritratti che si rivolgono sempre nella tua direzione, non importa dove ti trovi. Le foto incorniciate sono prese casualmente dalla tua cartella Immagini. Sul forum, quelli che avevano raggiunto questa zona hanno pubblicato degli screenshot dei ritratti con diverse foto incorniciate (di solito porno, a dirla tutta).

 

 

Alla fine della stanza c’è una porta inesorabilmente chiusa. Dopo aver ammesso la sconfitta e tornato da Tieras, quest’ultimo dirà soltanto “Guarda il cielo” con quella sua voce roca. Per di più, nessun NPC nel gioco dice NULLA. Ogni volta ci sono solo i dialoghi a video vuoti, senza nessuna opzione. Non si sentono neanche i saluti standard. Le uniche eccezioni si hanno di notte, quando escono fuori dalle loro case per qualche minuti, e si possono sentire ripetere insistentemente “Guarda il cielo”. A questo punto uno dei miei amici del forum nota (e molti altri faranno lo stesso dopo di lui) che il cielo non è più lo stesso di prima; non è più quello di Tamriel, ma rispecchia quello reale. E si muove.

Da questo punto in poi, tutto quello che vi dirò è basato sull’esperienza di una singola persona. Alla fine è stato cacciato dal forum, ma sono riuscito a restare in contatto con lui finché non mi ha più risposto. In base alle sue considerazioni, osservando le costellazioni ed i pianeti, si tratta del cielo di febbraio 2005. Se muori, ricarichi, o torni alla cittadella, il ciclo ricomincia. Quando la grafica del cielo diurna svanisce, il movimento del cielo si arresta finché le stelle non riappaiono. Nello spazio di una notte, tutto scorre per circa due mesi. Dato che il tempo in VJK è più o meno lo stesso del gioco originale, posso dire che ogni ora del gioco equivale più o meno a 24 ore reali.

Questo tizio è convinto che le porte si aprano quando nel cielo si verifica una data combinazione astrale. Ovviamente, aspettare questo evento significa lasciare il gioco attivo. Ovviamente, QUESTO significa che il gioco non può essere lasciato a sé stesso, grazie al nostro vecchio amico, l’Assassino. Il mio amico decide di aspettare un giorno intero, giusto per vedere se qualcosa sarebbe realmente successo. Ha giocato per circa un anno del gioco. Questo è il post che ha scritto alla fine del suo esperimento:

“Ho cominciato a Seyda. Non era complicato, mi bastava dare un’occhiata e continuare a muovermi per evitare di morire. Ma ecco! Dopo 24 ore esatte, l’Assassino ha mostrato una nuova abilità! URLAVA!!! Stavo leggendo quando all’improvviso ha cominciato ad urlare e mi ha fatto venire un infarto. Sembrava uscito fuori da un film horror! Era lì, accovacciato dinnanzi a me. Appena ho mosso il personaggio, è fuggito via. Quando sono tornato alla Stanza dei Ritratti la porta era ancora chiusa. Cazzo, cazzo, cazzo!”

Qualche giorno dopo, prende la decisione di giocare per 3 giorni di fila – 3 anni nel gioco. Il messaggio di febbraio 2008 che ci suggeriva di usare DOSbox aveva senso, dopotutto.

“Dopo il primo urlo, l’Assassino smette di colpirti da chissà dove. Ora strilla e basta, e dopo averlo fatto ti colpisce se non ti muovi per qualche secondo. Credo che chi ha creato la mod l’abbia fatto per dare una mano. Di notte, indossando le cuffie, se mi addormento… l’urlo mi risveglia; mi basta muovere un po’ il mouse e il gioco è fatto!”

Questo post è di due giorni fa, inviato dal suo portatile. Poi…

“FANCULO FANCULO FANCULO FANCULO FANCULO VAFFANCULO! VAFFANCULO ce l’ho fatta. Allora, ho aspettato, passano tre giorni, bene, e subito dopo che quello STRONZO di assassino mi ha fatto muovere il mouse, ha strillato di nuovo. Così ho dato un’occhiata, e mi sono accorto che tutti i personaggi in città erano usciti di casa. Dicevano tutti “Guarda il cielo”. Io non vedevo niente, comunque. Ma è stato allora che il gioco ha cominciato a diventare scuro… MOLTO scuro. Ho settato la luminosità del monitor a manetta, e ancora ci vedevo appena. C’erano gli altri personaggi, piccole figure lontane, che correvano avanti e indietro. Se tentavo di avvicinarmi, scappavano via. A questo punto ho cercato di dormire, così ho spento le luci, ma era tutto maledettamente inquietante.

Non volevo accendere le luci per non perdermi niente, ma il problema è che non stava succedendo UN CAZZO DI NIENTE. Alla fine me ne sono tornato alla Cittadella… era ancora tutto scuro, e mi sono messo a nuotare, e per tutto il tempo c’erano dei tizi che nuotavano insieme a me. Mi sono fatto strada verso la Cittadella, e lì la luce era normale, e ho cominciato a preoccuparmi. Ne ero abbastanza sicuro, ed infatti la porta della Stanza dei Ritratti ERA CHIUSA, CAZZO. Sono uscito fuori è TUTTO È RICOMINCIATO D’ACCAPO. Allora ho detto basta. Me ne torno al mio cazzo di letto, e sto a posto così. Fine.”

Dopo questo, sono successe due cose. Primo, un altro che era riuscito ad arrivare alla Stanza dei Ritratti ha scritto che l’Assassino ora si trova anche nel gioco Morrowind originale (piccola spiegazione: se reinstalli Morrowind in una cartella differente, otterrai una versione normale del gioco anziché quella con JVK). Sulle prime neanche lui era certo della cosa, ma alla fine ha scritto di un paio di spaventi che si è preso ritrovandosi l’Assassino davanti all’improvviso o dietro un angolo pronto a colpirlo. Un altro che era arrivato alla Stanza dei Ritratti ha cominciato il gioco originale, e anche lui dice di averlo visto, ma si tratta solo di “mi sembra di” dettati dalla tarda notte e dalla distanza.

La seconda cosa è che il mio amico ha cominciato presto a diventare nervoso ed aggressivo quando si parlava di JVK, anche se non ha mai smesso di scriverne del tutto. Alla fine è diventato così volgare che gli è stato dato il benservito. Non l’ho sentito per un paio di settimane, finché non gli ho inviato un’email. Questa è un estratto della sua risposta:

“So che non dovrei, ma sono cominciate le vacanze e ho un po’ di tempo libero, così ho ricominciato JVK di nuovo. È quasi il 2011… e credo di essere impazzito dal sonno! Ma qualcosa sta succedendo! È ancora tutto buio… una volta nell’oscurità, non c’è luce che dia sollievo. Niente da fare. La gente ha cominciato a spostarsi qualche mese fa… tutti a Seyda si sono diretti a quella piccola grotta di banditi. Hanno ucciso i briganti, e ora sono tutti lì dentro. Non dicono niente, non fanno niente se ci clicchi sopra. Ho salvato il gioco e ne ho colpito uno, e quello si è fatto ammazzare senza battere ciglio!

Ed è così dappertutto. Sei costretto a fartela a piedi, dato che tutti i personaggi che permettono il viaggio rapido sono nelle grotte, ma tutte le città sono completamente deserte; tutti si sono riversati nelle grotte e nelle tombe. Tutti quelli di Vivec sono finiti nelle fogne. Ora mi sto dirigendo a Ghostgate… voglio scoprire se Tieras è ancora lì. Ti farò sapere quello che scoprirò!”

Gli ho risposto dicendogli che avrei atteso le sue scoperte, e ho atteso un giorno. Non avendomi risposto, gli ho mandato un’altra email, ed un paio d’ore dopo mi ha scritto:

“Scusa, me n’ero dimenticato. È ormai il 2014… da quando è scesa la notte perenne, tutte le stelle non smettono di muoversi. Lo schermo è completamente scuro, ma puoi vedere il luccichio degli astri in lontananza. Tieras non c’era… tutti a Ghostgate sono scomparsi. Non ho idea di dove siano finiti. Non si trovano in nessuna grotta lì vicino. Ma c’è dell’altro… la gente continua a non dire niente, ma ora gli occhi cominciano a sanguinare. È così buio che anche con un incantesimo di luce ci si vede a malapena, ma se ti avvicini molto puoi vedere i loro occhi, con quei piccoli rigagnoli scuri che scendono sulle guance. Forse dovrei avvicinarmi di più. Lo so che è stupido, ma non voglio lasciare niente di intentato!”

Questa email mi è arrivato durante il giorno. Quella sera stessa, è seguito un altro messaggio:

“Alcuni dei pianeti non vanno nella direzione giusta. Mi sta prendendo per il culo… se continua così non sarò più in grado di tracciare il tempo correttamente. Dovrebbe essere il 2015, adesso. Cazzo. Sai, ho notato che non ci sono più mostri in giro, davvero. Sono completamente abbandonato a me stesso. I personaggi legati alla quest principale sono ancora morti, ed i loro cadaveri sono ancora in giro, comunque. Devo dargli un’occhiata.

Non ho più bisogno delle cuffie, perciò le ho staccate. Quando urla, sembra farlo direttamente nelle mie orecchie. Penso di riuscire anche ad anticipare i suoi strilli, a volte. Si è fatto sempre più vicino. È diverso dagli altri personaggi, ricordi? Continuava a girarmi intorno, finché non lo vedo appena. Devo ammetterlo, è davvero inquietante di notte. A volte, quando vado in bagno o da qualche altra parte, mi sembra di scorgerlo che mi fissa nascosto in una angolo. Ora lascio tutte le luci accese.”

Gli ho inviato un’email, prendendolo in giro e consigliandogli di farsi una bella dormita. Due giorni dopo, ho trovato la sua risposta. È l’ultima cosa che ho ricevuto da lui. Dopo di questa, ha smesso di scrivermi del tutto:

“Mi sono appena svegliato da un brutto sogno, credo. L’Assassino mi urlava contro, e quando ho aperto gli occhi, era lì, di fronte a me. I suoi arti erano mostruosamente lunghi, più di quelli di un ragno. Ho tentato si scacciarlo via, ma quando l’ho toccato le mie mani si sono come bloccate, come se fosse fatto di cemento o qualcosa del genere.

Comunque, alla fine mi sono svegliato. Era svanito, ma quando ho guardato lo schermo mi sono accorto di non essere dove mi trovavo l’ultima volta. Ero nel Corprusarium, con Yagrum. Per una volta, la luminosità era giusta, e potevo vederlo distintamente mentre era preso con quelle sue zampe di ragno meccaniche. Mi sono seduto al computer e lui mi ha parlato. Non a video, mi ha realmente parlato, con la voce di Tiera. Sapeva delle cose su di me. Mi ha detto cose che non ho mai rivelato a nessuno, cose di cui mi ero dimenticato. Mi ha rivelato che nessuno era mai giunto fino a quel punto, e che la porta si sarebbe aperta presto. Dovevo solo aspettare un altro po’. Mi disse che avrei saputo da solo quando sarebbe giunto il momento. Mi disse che sarei stato il primo a scoprire quello che vi si celava dietro.

E solo allora mi sono svegliato sul serio, ma non ero al computer. Non ero dove mi trovavo l’ultima volta. Nuotavo poco distante dall’isola della Cittadella. E allora lo udii. Picchiettare. Sulla mia finestra. È proprio alla mia sinistra, così ti ho mandato questa email, perché ho lasciato il mio portatile sul letto, alla mia destra. Solo un leggero taptaptaptap… come se battesse sul vetro. Mi sa che sto ancora sognando.”

Così, questa è la fine. So che esistono altre storie su questa mod, ma questa è vera. Ho cancellato la mia copia di JVK, ma mi piacerebbe riprovarci, se qualcuno ha una copia del file. Vorrei vedere queste cose con i miei occhi.

 

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La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 2

NoEnd House 3 – Origin of Ending – Part 2 (La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 2) è il quarto ed ultimo capitolo della saga No End House, scritta da Brian Russell. David incontra una grottesca ragazzina, Natalie, che sembra conoscere il destino che si cela dietro le porte della Casa. Ma nulla è come sembra.

Trovate il primo capitolo in italiano qui, il secondo qui, e la prima parte del terzo capitolo qui, tradotti in esclusiva dalla Bottega del Mistero. L’autore Brian Russel ha dichiarato, in un post del 2013, che avrebbe continuato la serie scrivendo un nuovo capitolo molto più lungo dei precedenti ma, a tutt’oggi, non ha pubblicato aggiornamenti in merito. A due anni e mezzo di distanza credo che la storia non avrà un seguito. Gustatevi quindi l’ultimo capitolo della Casa Senza Uscita.

Buona lettura.

 

 


 

La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 2

 

La giovane si alzò e scostò i capelli dal volto. Per qualche ragione, anche immaginando quanto fosse terrificante quella visione per David, c’era qualcosa di insolitamente… normale, in quella ragazza. Aveva lunghi capelli castani che le arrivavano a sfiorare le spalle ed era magra come un chiodo, con un mucchio di lentiggini che le incorniciavano il naso e le guance. I suoi vestiti non avevano nulla al di fuori del normale, si sarebbero potuti trovare in qualsiasi negozio – canotta nera e dei jeans infilati in degli stivali rosso scuro. Era più grande di quanto immaginasse in un primo momento. Doveva avere circa sedici anni – se mai quella cosa avesse avuto realmente un’età. Un brusio alle loro spalle li fece sussultare, riportando David alla realtà.

“Dobbiamo andare” disse la ragazza “adesso.” Gli afferrò la mano e lo trascinò via. Preso alla sprovvista, David la seguì e quasi lasciò cadere il cellulare. Cercò di tenerlo in alto, per quanto gli era possibile farlo, per illuminare il cammino.

“Non ce n’è bisogno” la ragazza alzò la mano libera “guarda.” Mormorò qualcosa tra un respiro affannoso ed un altro, qualcosa che non era certamente in inglese, ed una luce incandescente pulsò di fronte ai due, cominciando a seguire la giovane. Era come una torcia che seguisse i loro movimenti. Il brusio dietro di loro si fece più forte mentre si avvicinavano al primo bivio della galleria. Senza esitare, la giovane girò a destra. Dopo qualche istante, il brusio si dissolse, e i due ragazzi si trovarono di fronte ad una scala la cui fine si perdeva nell’oscurità.

“Saliamo di qui!” La ragazza guadagnò le scale per prima. Questo gesto riportò nuovamente alla realtà David, che si sentiva oltremodo confuso.

“Aspetta!” La giovane fermò la sua corsa a metà delle scale, e lanciò lo sguardo oltre le sue spalle.

“Guarda, capisco che tutto ciò possa sembrarti stran-”

“No, no, lo so che è strano. Ho visto ben altro finora. Ma tu chi diavolo sei?”

“Te lo spiego dopo, ok? Dobbiamo solo uscire di qui, no? Nessuno al mondo dovrebbe trovarsi intrappolato qui dentro e noi, beh, noi lo siamo. Detto questo…” La ragazza riprese la sua corsa. David era sul punto di ribattere, ma il brusio alle sue spalle riprese più forte. In quel momento la sopravvivenza era certamente più in alto della curiosità nella scala delle sue priorità, e David si arrampicò dietro la ragazza, lasciandosi alle spalle i cunicoli per quella che lui sperava fosse l’ultima volta.

La scala sbucava in una stanza vuota. Sembrava un enorme sgabuzzino. Diversi secchi e stracci erano accantonati lungo le pareti, e per essere una sezione della Casa, era decisamente modesta. La ragazza trasalì e allungò la sua mano verso David. I suoi sbalzi d’umore erano certamente qualcosa di cui restare colpiti, e David le afferrò la mano con riluttanza.

“Ti starai chiedendo chi sono e come faccio a conoscerti.” La giovane non aspettò la risposta di David. “Il mio nome è Natalie, è questa è più o meno casa mia.”

“Ma di che diavolo parli? Questa è casa tua? Questo cazzo di posto è casa tua?”

“Lo so, lo so, ma devi capire com’è successo. Vedi, non è stato sempre così, prim-”

“E poi che diavolo – che cos’era quella cosa che hai fatto? Quella luce volante?”

“Sì, lo so – è tutto legato alla storia. Capirai tutto se mi lasci spiegare.” Natalie prese fiato e fissò David. Lui restò in silenzio e tornò a prestarle ascolto, lasciandole intuire che aveva tutta la sua attenzione. “Questa è casa mia. So che adesso ti sembra l’anticamera dell’inferno, e hai ragione. È l’inferno. La mia famiglia era invischiata in affari decisamente non convenzionali. Ci siamo trasferiti qui una decina d’anni fa e tutto filava liscio. Un luogo particolarmente pittoresco ed isolato, sono d’accordo, sopratutto per me che ero abituata alle grandi città, ma era bello vivere qui. Il problema è che la mia famiglia, noi… sappiamo fare delle cose. Siamo streghe.” Natalie soffocò una risata. “Trucchi buoni per lo più ad impressionare la gente, come quella luce che hai visto di sotto nelle grotte. Ma alcuni di noi, come mio fratello, hanno cominciato ad osare di più. Hanno stretto alleanze con demoni e cose del genere. Io sono in grado di evocare un gatto, ad esempio, che è una cosa carina da vedere, mentre mio fratello si è spinto molto oltre. Abbiamo provato a dissuaderlo, ma il potere che poteva scatenare lo stava lentamente divorando, non era in grado di fermarsi. Peter non è mai stato uno pronto a sentirsi dire di aver sbagliato.”

“… Peter?” Un’idea balenò nella mente di David, ma era troppo assurda per poterla accettare. Peter era suo amico da anni… O almeno così credeva.

“Fu così che una notte, sette anni fa, mio fratello superò il confine. Richiamare demoni per diletto non era più abbastanza per lui, voleva di più. Gli chiedemmo cosa lo ossessionasse a tal punto, e lui ci domando perché avrebbe dovuto fermarsi. Che cosa accadde nelle notti a seguire… è un po’ difficile spiegarlo.” Anche se alla ragazza mancavano gli occhi, sostituiti da orrende feritoie nere, era palese che il ricordo appena rievocato la addolorasse. La Casa – l’inferno – era opera del fratello di Natalie, suo amico. A David però sembrava che quella ragazza fosse più che una semplice prigioniera della Casa come lui.

“D’accordo” David le pose una mano sulla spalla “andiamocene fuori di qui.”

David si guardò attorno. Il cuore gli sussultava impercettibilmente mentre scrutava la stanza. A parte la botola nel pavimento da cui erano entrati non vi era nessuna via d’uscita – solo mura di liscio cemento.

“Hai idea di dove siamo?” Chiese alla ragazza, sperando vivamente in una sua risposta affermativa.

“Ovviamente” replicò la giovane, con una punta di esitazione che non piacque a David “questa è cosa mia, dopotutto.” Detto ciò si avvicinò ad una delle pareti. La superficie del muro era un’unica lastra di cemento grigio – nessun passaggio, nessuna porta, niente di niente. Natalie frugò in una tasca e tirò fuori quello che sembrava un carbone, simile a quelli usati dai ritrattisti. Con quello disegnò una lunga linea continua di circa un metro. Tratto dopo tratto, David la fissava a bocca aperta ammirandone la maestria. Non aveva mai visto nulla di simile al di fuori dei film fantasy. Era una specie di yin e yang spezzato da un pentagramma avvolto dallo scarabocchio di un infante. Natalie si rimise il carbone in tasca e si ravviò i capelli con le dita. Dopo un momento di silenzio, alzò la mano destra contro il simbolo, sfiorandosi la tempia con due dita di quella libera. Di primo acchito, a David sembrò che la ragazza fosse concentrata nel parlare, ma si rese conto ben presto che in realtà aveva ripreso quel suo strano cantilenare. Il simbolo vibrò, e David restò a bocca aperta nel vederlo tingersi di un viola acceso. Natalie sorrise tra sé quando il muro si divise in due parti.

“Mi è sempre piaciuto un sacco farlo.”

 

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La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 1

NoEnd House 3 – Origin of Ending – Part 1 (La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 1) è il terzo capitolo della saga No End House, scritta da Brian Russell. Questa volta il protagonista è di nuovo David, scampato miracolosamente – non sa neanche lui come – alle grinfie della Casa, costretto a partecipare di nuovo al grottesco gioco per salvare la sua fidanzata, Maggie, ancora intrappolata all’interno dell’edificio.

Trovate il primo capitolo in italiano qui, ed il secondo qui, tradotti in esclusiva dalla Bottega del Mistero. Ringrazio nuovamente Francesca (sì, eri tu anche la prima volta), per la sue email di incoraggiamento. Grazie, grazie, grazie. 🙏

Buona lettura!

 

 


La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 1

 

David si scontrò con la sua auto, intontito. Le ultime erano per lui lattiginose. Immagini grottesche deturpavano la sua mente, ricordandogli lentamente l’inferno da cui era appena scappato. Cercò nella tasca il cellulare e chiamò il 911. Non c’era modo di spiegare nulla di quello che aveva vissuto, ma per qualche ragione la sua prima reazione fu di telefonare – forse i poliziotti sarebbero arrivati sul posto e avrebbero confermato che si trattava di un semplice edificio, niente di più. Si rasserenò e si avviò verso casa, pronto a continuare la sua vita normale con-

Fu allora che ricordò. Il fango sotto i suoi piedi schizzò via mentre David si girava verso la casa. Maggie. Maggie era lì. Mentre correva, aprì il cellulare, alla ricerca dei messaggi che – ne era certo – le aveva inviato. Niente. C’era qualche messaggio, da Maggie, per Maggie, ma erano tutti vuoti. David imprecò sottovoce nel raggiungere la porta. Girò la maniglia, invano. Bussò, invano. Si aggrappò con entrambi i pugni alla porta, gridando il nome di Maggie. Nessuna risposta. Le sue mani erano rosse e gli bruciavano, e David cadde sulle ginocchia, trascinandosi i palmi sulla porta mentre si accasciava a terra. Dopo qualche istante, si sentì come una fitta agli occhi. L’aveva abbandonata. La ragazza che amava, e che era giunta fin lì per salvarlo. Doveva trovarla. Doveva esserci un altro modo per entrare. David si alzò sulle ginocchia con rinnovato vigore, ed appena si mosse il cellulare vibrò. Era un messaggio, e alla vista del mittente si sentì rincuorato.

Era Peter Terry. Magari avrebbe potuto dargli una mano.

“Hey Dave. Tutto a posto? Non ci sentiamo da una vita.”

“Peter – diavolo – dove sei”

“Nella Casa. Ero entrato a cercarti. Te l’avevo detto di non provarci.”

“Ormai è fatta ma peter ho bisogno di rientrare dentro – sai mica come posso fare”

“Giraci intorno – c’è una quercia vicino la casa con una botola alla base. Entra da lì, è una porta di servizio.”

“cosa perché cazzo un posto del genere ha bisogno di un’entrata di servizio”

“Vai all’albero, amico. Cerco solo di darti una mano.”

David non aveva il tempo di chiedere altro. Superò la veranda verso l’altro lato della casa, saltando la ringhiera e finendo ingloriosamente a terra. L’albero non sembrava molto distante, o forse lo era – era così grande che era difficile percepire la profondità. Ed era lì anche prima? D’accordo, aveva avuto altre cazzate a cui pensare, e chi diavolo aveva avuto il tempo di stare a guardare gli alberi, ma questo – era enorme. Corse sul lato e la vide – una piccola porta di legno incastonata nel terreno, come uno di quegli antichi accessi alle cantine che finivano nelle fondamenta delle case. David si guardò attorno e dietro di sé, senza sapere il perché di quel gesto. Aveva una brutta sensazione. Lasciò perdere e guadagnò la maniglia. I cardini arrugginiti bramirono per protesta, ma dopo aver tirato più forte, la porta venne via, a rivelare l’oscurità sotto di sé. Prestando la massima attenzione, David venne lentamente inghiottito verso il basso.

Cavolo se era buio. Ma presto David venne colpito da un odore che fece passare l’oscurità in secondo piano. Era come dei capelli bruciati coperti di merda e muffa. Sputò a terra – gli pareva quasi di assaggiare quell’odore. David afferrò il cellulare ed impostò la luminosità dello schermo al massimo. Non era granché, ma almeno era in grado di vedere le pareti che lo circondavano. Cercando in quella fioca luce, David notò qualcosa di strano. Non era stato in molte grotte sotterranee, ad essere onesti, ma immaginava che sulle pareti ci fosse della sporcizia, del fango, qualcosa del genere, insomma. Non capiva di cosa si trattasse, non era niente di artificiale, o che potesse sembrare della sporcizia. La curiosità ebbe il sopravvento, e si allungò col cellulare a scrutare uno dei muri laterali. Si avvicinò di molto, col cellulare quasi a toccare la parete. I suoi occhi si spalancarono. No. Non può- Con l’altra mano, David sfiorò il muro. Era un po’ molle, ma solido. Si ricordò dell’odore, e comprese. Era carne. Le pareti di quel tunnel erano coperte da carne bruciata. David allontanò il telefono di qualche pollice e seguì la luce. Notò che in alcune zone la pelle sembrava cucita insieme da un qualche tipo di fil di ferro, come quelli elettrici. Una sezione gli fece rivoltare lo stomaco. Un volto. Un volto umano, distorto ed allungato, con gli occhi e la bocca cuciti. Il naso era stato rimosso, ed il foro che ne era seguito era stato suturato alla meno peggio. Forse fu l’odore, o la vista di quegli orrori, ma David non ce la face a sopportare oltre. Barcollando, si girò dall’altro lato e vomitò copiosamente sul terreno.

Per attraversare il tunnel sembravano volesserci secoli. Ma era più probabile che anche solo pochi minuti a David sembrassero ore. Doveva entrare nella Casa per salvare Maggie. Il resto non aveva importanza. Peter era suo amico, ma se era entrato anche lui, Maggie era senz’altro la prima a dover essere salvata. Peter poteva anche rimanere a marcire per sempre lì dentro, se necessario. Anche se, effettivamente, era stato lui a rivelargli di quel passaggio. La diatriba mentale di David cessò nel momento in cui qualcosa lo toccò da dietro. Si voltò immediatamente, solo per trovarsi faccia a faccia col niente. Confuso, David strinse più forte il cellulare ed affrontò le tenebre. Niente. Niente, solo un muro e nient’altro. Un muro che fino a due minuti non c’era, madido di carne rancida.

David urlò e si abbatté sulla parete, e ci fece caso. La stanza si stava rimpicciolendo. Più camminava e più si restringeva. Questa nuova convinzione colpì David in pieno come un treno. Era nel condotto di servizio, ma anche nella Casa. L’aveva preso. Non poteva tornare indietro, la casa lo spingeva ad entrare, e fu felice di averlo capito.

Soltanto poco prima, David si sarebbe fatto sopraffare molto più di quanto stesse facendo in quel momento. Lì, in quel condotto per l’inferno, David a malapena trasalì. Aveva visto di cosa era capace quel posto, ed aveva affrontato alcune delle torture psicologiche più brutali che si potessero immaginare. Era pronto a tutto – o almeno quasi a tutto. Riprese a camminare, e sentì nuovamente la parete dietro di sé sfiorarlo. Il macinare, gorgogliare della carne che si torceva su sé stessa lo fece stare male di nuovo, spingendolo ad accelerare nel passo. Pochi istanti dopo, udì qualcosa che lo costrinse a fermarsi. Una voce. Una ragazza – ma non era Maggie.

“Perché sei tornato indietro? PERCHÉ SEI TORNATO INDIETRO?”

David era pietrificato. La voce sembrava sibilare dappertutto.

“PERCHÉ SEI TORNATO INDIETRO? PERCHÉ?” Le urla si facevano più vicine, e David si accasciò alla parete dietro di sé. Fu allora che udì i passi sordi di qualcuno che gli correva incontro. E la vide. La ragazzina, non più che tredicenne, gli correva incontro gridando sempre la stessa domanda. David era troppo stordito per reagire razionalmente. La ragazzina lo raggiunse, e cominciò a colpirgli il petto coi pugni, prima con violenza, poi sempre più debolmente – come una bambina viziata che batte i pugni a terra quando non ha ottenuto quello che vuole.

“Perché David… Perché sei tornato indietro…?” La ragazzina si accasciò sulle ginocchia, colpendolo un ultima volta sulla gamba. David era impietrito, con le mani che tremavano debolmente. La paura lentamente svanì. Era chiaro che non era pericolosa, e non sembrava neanche un fantasma o qualcosa del genere.

“Ehi” chiese, “va tutto bene. Chi sei?” La bambina a quelle parole balzò in piedi. Lentamente sollevò la testa a fissare David. Il cuore gli sussultò nel petto quando rivelò il suo volto. Non aveva occhi. Niente. L’oscurità. E quando parlò nuovamente, poté guardare dentro la sua bocca. Nessuna lingua, né denti, solo un vuoto.

“Tu, sei venuto a salvarci… vero?”

 

 

Di più

La Casa Senza Uscita: Parte II – Maggie – No End House

No End House II Maggie (La casa senza uscita: Parte II – Maggie) è il secondo capitolo della saga No End House, scritta da Brian Russell. Dopo le grottesche avventure del protagonista del primo racconto, David, questa volta è Maggie, la sua fidanzata, a doversi confrontare con la casa infestata che sembra aver fatto sparire nel nulla il ragazzo che ama. Riuscirà Maggie a salvare David, o diverrà anche lei un’ennesima vittima della Casa Senza Uscita?

Trovate il primo capitolo in italiano qui, tradotto in esclusiva dalla Bottega del Mistero. Un nostra personale menzione va a Francesca, che ci ha scritto una bellissima email di ringraziamento per il sito e per questo – non facile – lavoro di traduzione. 💖

Buona lettura!

 

 


La Casa Senza Uscita: Parte II – Maggie

 

Erano passate tre settimane dall’ultima volta che avevo sentito David. Dal nostro primo appuntamento, sei mesi fa, solo una volta non ci siamo parlati per tre giorni, per colpa di un violento litigio. Non abbiamo parlato di niente in particolare l’ultima volta, tranne forse che mi anticipò che dovesse dare un’occhiata ad una cosa di cui gli aveva parlato un’amico. Poi l’altra notte mi è arrivato uno strano messaggio. Era di David, ma non era stato mandato col suo numero. C’erano solo cinque parole:

“nessuna uscita non venire david”

Qualcosa non andava. Dopo aver letto il messaggio mi sentii male, come se avessi visto qualcosa che era meglio restasse celato. Decisi di contattare Peter, ma avevo già parlato con quel coglione prima. Era un fannullone, ma magari aveva qualche informazione su dove fosse finito David. Mi collegai su AIM con l’account di David, certa che sarebbe stato più facile parlare con Peter se non avesse saputo che ero io. Appena collegata, mi contattò.

“David?! Cazzo mi hai fatto morire pensavo fossi andato alla casa.”

“Di che stai parlando?”

“La Casa Senza Uscita, fratello, quel posto dove ti avevo suggerito di stare alla larga.” Senza Uscita. Questo tipo sapeva dov’era David.

“Ah già, non sono riuscito a trovarla. Magari ci riprovo domani. Mi spiegheresti meglio dov’è?”

“Non ci penso proprio, fratello, mi hai fatto cagare sotto pensavo che fossi lì non ci andare.”

“Peter, sono Maggie.”

“Cosa? Dov’è David?”

“Non lo so. Pensavo lo sapessi tu, ma mi sbagliavo.”

“Oh cazzo. Cazzocazzocazzocazzo.”

“Ma che? Diavolo Peter dimmi dov’è andato David.”

“Credo sia andato alla casa. È fuori città, tipo quattro miglia lungo Terrence Street. Alla strada senza segnaletica gira a destra. Cazzo, sorella, è andato.”

“Non credo proprio.”

“Che stai pensando di fare?”

“Vado a riprendermelo.”

Uscii di casa verso le otto di sera. Non c’era una sola auto lungo tutto il tragitto, finché non imboccai la strada senza segnaletica ed un cartello mi accolse così:

Senza Uscita – Da questa parte

Aperta 24 ore al giorno

Avevo il fiato corto da quando avevo lasciato il mio appartamento, e trovarmi di fronte a quella casa non mi agliutava di certo. Non c’erano altre auto parcheggiate, così immaginai che fosse chiusa. Una lampada gettava luce sull’area circostante, e dalle finestre si vedeva chiaramente che anche l’atrio all’interno fosse illuminato. Fermai la macchina ed affrontai la porta d’ingresso.

Nella reception non c’era niente di strano, ma come avevo immaginato oltre a me non c’era nessun altro. Tutte le luci erano accese, ma c’ero solo io lì dentro. Oltre alla porta da cui ero entrata, ce n’era un’altra soltanto. Affisso su quest’ultima c’era un biglietto:

“Per la Stanza 1 da questa parte. Ne seguono otto. Raggiungi la fine e vinci!”

Non fu quello a farmi quasi vomitare. Che per poco non mi fermò il cuore. C’era scritto altro, inciso a mano in rosso:

Non puoi salvarlo.

Rimasi pietrificata nella reception per un’ora. Immobile. Non sapevo che fare. Dovevo aprire quella porta? Chiamare la polizia? Quel cartello mi spingeva a pensare che la questione poteva essere molto più difficile da gestire di quanto potessi fare. La mia altezza rientra nella media delle ragazze, ma sono piuttosto esile. Non sarei mai riuscito a stendere lo psicopatico che aveva in ostaggio David. Decisi che chiamare gli sbirri fosse la cosa migliore da fare, così presi il cellulare dalla tasca. Nessun servizio. La casa probabilmente bloccava il segnale, ed in pratica si trovava nel bel mezzo del nulla. Percorsi la reception, certa che almeno fuori il cellulare prendesse. Afferrai la maniglia e tirai la porta. Bloccata. Tirai più forte. Niente. Era chiusa dentro. Picchiai forte urlando aiuto. Era inutile, lo sapevo, lì intorno non c’era nessun altro. Poi la mia tasca vibrò. Un messaggio. Ero contenta che fosse tornata la linea, finalmente ero salva. Magari era un messaggio di David che mi informava che stava bene. Era di un numero che non avevo in rubrica. Aprii il messaggio:

“E non puoi salvare neanche te stessa.”

Tremai. Volevo uscire. Ero chiusa dentro. Un cellulare che non prendeva, in una stanza senza uscita. I miei occhi guizzarono per la stanza, e si posarono sulla porta dall’altro lato. Un numero 1 dorato la sormontava, come le porte delle stanze d’hotel. Il pavimento sotto di me mi sembrava sempre più lontano man mano che vi avvicinavo alla porta. Quando mancavano pochi centimetri, appoggiai l’orecchio sul legno ed ascoltai. Una musica di Halloween risuonava in lontananza. Mi calmai. David è sempre stato un mago degli scherzi. Mi raccontava sempre di quelli che facevano lui ed i suoi amici ai nuovi giocatori della loro squadra di calcio. Un sorriso si allargò sul mio volto, ed aprii la porta senza timore alcuno.

Entrare nella stanza alleviò la mia tensione ancora di più. Era una semplice stanza da casa infestata dei luna park. In ogni angolo c’era uno spaventapasseri, ma niente di veramente pauroso. Erano del tipo che vedevi nelle scuole, con una grande faccia sorridente. Fantasmi di carta erano appesi al soffitto, ed un ventilatore sbuffava una brezza gelida che li faceva vorticare. Di fianco ad uno degli spaventapasseri c’era l’unica altra porta della stanza. Stampato sopra, come la prima porta, c’era un grande 2. Risi e mi lasciai alle spalle quella stupida stanza.

Come aprii la porta per la Stanza 2 non fui in grado di vedere al di là del mio naso. Era avvolta in un’enorme nebbia grigiastra che puzzava di plastica. Immaginai ci fosse qualche macchina per la nebbia da qualche parte, che era certamente in funzione da ore. Non c’erano finestre, e non riuscivo a respirare bene. Camminavo leggera quando trasalii. Mi ero scontrata con qualcosa che sembrava la versione robotica di Jason Voorhees. I suoi occhi rossi lampeggiavano ed il coltello nella mano andava su e giù con un movimento piuttosto meccanico. Avevo il cuore a mille, e se ci fosse stato qualcun altro con me mi sarei sentita incredibilmente imbarazzata. Mi coprii la bocca e superai RoboJason, mentre la nebbia si faceva più fitta. Cominciai a sentirmi male quando trovai la porta per la Stanza 3. Poggiai la mano sulla maniglia e la ritirai subito, dolorante. La maniglia era rovente. Accarezzai la porta e mi resi conto che anche quella era piuttosto calda. Non riuscivo a sentire niente dall’altra parte, così vi appoggiai l’orecchio contro certa di udire il fuoco crepitare, ma niente. Allora pensai che si trattasse semplicemente di una stanza riscaldata, come l’ultima parte del Mr. Toad’s Wild Ride di Disneyland. Con un lembo del mio vestito girai la maniglia più veloce che potei, e guadagnai l’accesso alla Stanza 3. Non c’era nessun incendio. Solo ombre, e faceva un freddo cane. La Stanza 3 non era come le altre stanze. Non era come nessuna altra stanza in assoluto.

Sapevo che c’era qualcosa di sbagliato. Cercai nella stanza ma non riuscivo a vedere neanche le mie mani che si affannavano sulla porta da cui era scomparsa la maniglia. Ero in trappola. Devo aver girato a vuoto per un po’, anche se in effetti non mi ero mossa da quando ero entrata. In quel momento si accese un luce dal soffitto. Un riflettore illuminava un piccolo tavolo, su cui si trovava una torcia. Anche se non riuscivo realmente a vedere dove stessi andando, la luce era abbastanza forte da aiutarmi ad orientarmi. Come afferrai la torcia mi accorsi di una piccola nota attaccata al manico:

A Maggie – Dall’Amministrazione

Letta la nota la luce sopra di me si spense, e fui di nuovo nel buio più totale. Giostrai un po’ con la torcia prima di riuscire ad accenderla. Poi, da ogni direzione, un brusio mi avviluppò. Il cuore sussultò, e puntai la torcia tutta intorno a me. Nella stanza non c’era niente, ma un attimo dopo vidi qualcosa che mi gelò il sangue nelle vene. Forse era il frutto della mia immaginazione, ma per una frazione di secondo mi sembrò di scorgere una figura nell’oscurità. Andai in panico. Mi allontanai dal tavolo, senza sapere quale direzione prendere. Il brusio si faceva sempre più intenso, e percepii distintamente la presenza di qualcosa che rifuggiva la luce. La mia mano tremava mentre cercavo di dirigere la torcia in ogni direzione. Era certamente lì, ma riusciva a rifuggire la luce ogni volta. Ed era più vicino. I miei occhi si rigarono di lacrime. Ero certa che avrei fatto cadere la torcia, per quanto tremavo, finché lo vidi. Un piccolo 4. Scritto a mano su un foglio di carta su una porta in un angolo. Corsi. Corsi più in fretta che potei con la torcia puntata di fronte a me. Lo sentivo dietro di me. Il brusio era sempre più forte e sentivo il suo fiato sul collo. Mancavano solo pochi passi, così accelerai la mia corsa. In una sola mossa afferrai la maniglia, la girai e mi richiusi la porta alle spalle. Ero nella Stanza 4.

Ero all’esterno. Non nella casa. Quello che mi attendeva oltre la porta della Stanza 4 era una grotta. Guardai in basso, e notai qualcosa di strano e disturbante. Il pavimento non era fatto di erba o rocce o terreno, ma di parquet. Era lo stesso pavimento di quella precedente. Era certamente la Stanza 4. Ad ogni modo ero ancora nella casa. C’erano delle torce ai lati della grotta, che si perdeva più avanti nella penombra. Il brusio se n’era andato, per fortuna. Non c’era alcun suono particolare intorno a me, ma percepivo distintamente una leggera brezza. La grotta sembrava infinita, e camminai per quelle che mi sembrarono ore, finché non scorsi una luce bluastra. Vi camminai incontro, con cautela ma abbastanza rassicurata. La luce era un’apertura, la fine del tunnel. Affrettai il passo, ho sempre odiato gli spazi angusti come grotte e tunnel. In pochi secondi guadagnai l’uscita, e prima che me ne accorgessi ero alla fine. Letteralmente. La fine. Alla fine della grotta, il pavimento cadeva a picco nel vuoto, senza possibilità di evitarlo. Mi guardai alle spalle, verso la grotta. Sapevo che non c’era modo di uscire di lì, era un strada senza uscita. Mi rigirai e fissai il vuoto in basso. Ciò che vidi mi provocò un crampo allo stomaco come mai prima d’allora. Un enorme oceano, solo acqua a perdita d’occhio. Il precipizio doveva essere profondo centinaia di metri, con una piccola formazione rocciosa alla base. Studiai le rocce, mi si torse lo stomaco, ed un brivido freddo mi gelò la schiena. Gli scogli formavano un numero. Il numero 5.

Mi allontanai dal dirupo. Odiavo le altezze. Mi scontrai con un muro che non avrebbe dovuto essere lì. Mi guardai attorno solo per sentirmi sopraffatta dal terrore di ciò che vedevo. La grotta era sparita nel nulla. Ero faccia a faccia con un muro di solida roccia, il lato della montagna. Sforzai di ricordarmi che ero ancora all’interno della Casa Senza Uscita. Non ero all’esterno. Ovviamente quella non era una vera montagna. Ma sembrava così reale. Quella casa era una vera spina nel fianco. Grazie al cielo ero fuori. Ma quello che mi aspettava era troppo anche per me. Sapevo benissimo cosa indicassero quelle rocce. Erano l’entrata alla Stanza 5. Non c’erano scale, o altri modi per scendere giù. Ero in trappola, ancora una volta. La casa voleva che saltassi nel vuoto. La casa voleva che saltassi nel vuoto. Mi abbandonai a terra in posizione fetale. Non potevo farlo. Non c’era storia, non sarei mai saltata verso degli scogli centinaia di metri sotto. La mia mente si frantumò in due. Sapevo di essere ancora all’interno della casa, ma quello che mi circondava mi urlava nelle orecchie l’esatto contrario. Rimasi distesa sul pavimento di legno per un po’, non saprei dire quanto tempo. Dopo quelle che sembrarono settimane infine mi rialzai. Lentamente mi abbarbicai sulla cima del precipizio e guardai giù. Il gigantesco 5 mi chiamava a saltare. Sapeva che ero terrorizzata e che non l’avrei mai fatto. Poi, il brusio tornò, leggero e distante. Sembrava avvicinarsi alle mie spalle, risuonando nel cuore della montagna. Non so cosa mi sia preso, ma dopo aver udito quel suono, qualcosa dentro di me scattò. Serrai forte le palpebre, e saltai.

Il vento sferzava forte mentre cadevo, ed una primordiale paura si impossesò di me. Stavo per morire. Mi sarei presto maciullata contro quelle rocce e sarei morta. Mi avrebbero smembrata e sarei morta. Non aprivo gli occhi, semplicemente cadevo. Anche con quel vento forte, il brusio era insopportabile. Volevo solo che la smettesse. Volevo solo che la smettesse volevo solo schiantarmi sulle rocce così avrebbe smess-

Smise. Non cadevo più, ma non colpii le rocce. Aprii gli occhi e mi guardai intorno. Ero su un pavimento di legno familiare, all’interno della casa. Il brusio era svanito, ed il silenzio regnava sovrano. Ce l’avevo fatta. Ero nella Stanza 5. Non capivo cosa fosse successo, ma ero nella Stanza 5. Il terrore era svanito, ero eccitata di essere viva. Dopo qualche momento necessario a rimettermi in sesto decisi di controllare la stanza. Le pareti erano identiche al pavimento, il soffitto identico alle pareti e non c’erano né porte né finestre. Ero in una scatola sigillata. Così realizzai. Non ero ancora in salvo. Avevo lasciato la Stanza 4 solo per entrare nella Stanza 5, senza modo di uscirne.

In quel momento mi chiedevo se David fosse stato in quella stanza. Se avesse saltato giù dalla scogliera e si fosse ritrovato lì. E se l’aveva fatto, allora doveva esserne uscito. Lui non c’era, ero sola. Lui era riuscito ad uscire, e l’avrei fatto anch’io. Il pensiero che David fosse uscito di lì mi rincuorò con un nuovo vigore. Sarei scappata, avrei trovato David e ce ne saremmo andati via insieme da quell’inferno. Controllai il perimetro alla ricerca di qualche indizio. Niente. Le pareti erano continue, giusto qualche graffio qua e là, figuriamoci se c’era un passaggio segreto. Bussai sui muri. Completamente pieni. La fiducia cominciava ad affievolirsi. Ero a corto di idee. Fu allora che parlò.

“Maggie. Non saresti dovuta venire, Maggie.”

Trasalii. Ero rivolta ad un muro, mentre le parole giunsero dal centro della stanza. La voce era quella di una ragazzina, o almeno così mi sembrava, e mi girai lentamente, i miei occhi alla ricerca dell’interlocutore. Avevo ragione, una bambina dai capelli biondi, non più di sette anni con grandi occhi blu ed un lungo vestito bianco. Mi sorrise e parlò di nuovo.

“Ma dato che oramai sei qui, facciamo un gioco.”

C’era qualcosa di orrendo in quella bambina. Non era come quelle ragazzine dei film dell’orrore Giapponesi. Non c’era niente di sbagliato nell’aspetto. Se l’avessi incontrata per strada le sarei semplicemente passata di fianco. Ma i suoi occhi mi atterrivano. Saltare da un dirupo era terrorizzante, ma mi sarei lanciata da venti dirupi alti il doppio piuttosto che fissarla un minuto di più negli occhi. Dopo un momento di atterrimento, infine parlai.

“Che gioco? Chi sei tu?” Mormorai.

“Se perdi, muori.”

“E se vinco?”

“Muore lui.”

Il mio cuore sussultò. Non credevo alle sue parole, ma sapevo che stava dicendo la verità.

“Chi sarà a morire?” Sorrise.

“Nessuno dei due.” Non so dove trovai il coraggio di rispondere così al quel demone, ma ero andata troppo avanti per lasciare che David morisse. E se fossi morta io, avrei fatto tutta questa strada per niente. No, nessuno doveva morire. Poi la vidi. La ragione per la quale quella ragazzina mi terrorizzava così tanto. Era più di una semplice bambina. Guardandola meglio, mi accorsi che era anche un uomo robusto, sospeso a mezz’aria, con la testa di capra. Orribile visione. Non riuscivo a guardare l’una senza scorgere anche l’altro. La bambina era di fronte a me, ma ero conscia della sua vera natura. Era la cosa peggiore che avessi mai visto.

“Peccato.” E svanì. Ero di nuovo sola. In una grande stanza vuota e silenziosa. Solo che stavolta c’era qualcosa di diverso. Un piccolo tavolo era apparso dal nulla, come se fosse stato lì tutto il tempo. C’era sopra qualcosa, ma non capivo cosa fosse da dove mi trovavo. Mi avvicinai al tavolo e fissai il piccolo oggetto. Era una piccola lama, come quella di alcuni taglierini. Mi allungai a prenderlo ed un urlo agghiacciante mi riempì la bocca. Quando la mia mano entrò nel mio campo visivo, mi accorsi di una cosa che non avevo notato fino a quel punto. Sembrava come se qualcosa fosse stato marchiato sulla mia pelle, un numero 6. Guardai di nuovo il rasoio e notai l’etichetta:

A Maggie – Dall’Amministrazione.

Pensavamo potesse esserti utile

Letta la nota, mi abbandonai in un pianto incontrollato. Piansi come non avevo mai fatto in vita mia. Mai avevo pianto così, e mai probabilmente l’avrei fatto più. Mi accasciai a terra con la testa sul solido legno. Piansi per ore, rannicchiata a terra. Poi smisi, e la depressione prese il sopravvento. Non capivo perché piangessi. Non era per David, non era per la mia situazione. Non c’erano porte nella stanza, ero in trappola. Ma non era per quello. Ero in uno stato di depressione indescrivibile. Una depressione senza alcun altro sentimento. Mi sentivo inerme, ma riuscii a farmi forza per conquistare il tavolo. I miei occhi fissavano il rasoio, così lo afferrai. Stavo per uccidermi. Non ce la facevo più. Oramai era fatta. David era probabilmente morto. Io ero intrappolata lì. Era finita. Appoggiai il rasoio sul polso, lungo il numero 6. Il pianto tornò, ed io ero lì, con i lacrimoni ed un rasoio premuto sulle vene. David era morto, presto lo sarei stata anch’io. Niente aveva più importanza e, con un taglio deciso, mi recisi il polso.

Come affondai il rasoio nelle vene, non fui più nella Stanza 5. Non ero morta, di questo ne ero certa. La depressione svanì, ma non per questo ero felice. Continuavo a piangere a dirotto. La stanza in cui mi ritrovai era come la precedente e, di nuovo, non aveva porte. Non c’erano lampade, ma riuscivo comunque a vedere tutto nitidamente. La stanza era completamente vuota, ma prima di riuscire a formulare un’idea sulla prossima mossa da compiere, tutto cadde nell’oscurità, ed il brusio tornò. Mi tappai le orecchie in risposta, il rumore era più forte che mai. Ma fu solo per un istante, perché la luce tornò, solo che stavolta qualcosa era stato aggiunto alla stanza. Ed urlai. Al centro della stanza, legato ad una sedia, giaceva a torso nudo David. Era stato torturato, profonde ferite lo coprivano lungo il petto e le braccia.

“DAVID!” Corsi più veloce che potei. Era vivo, vedevo il suo petto sollevarsi ed abbassarsi, ma non parlava. Poi lo notai, inciso nel suo petto. Caddi sulla ginocchia e lo vidi. Dinanzi ai miei occhi, un numero 7.

Udii David che provava a parlare, così mi avvicinai a lui.

“David! David, riesci a sentirmi?!”

“Maggie… Che… Che ci fai qui?” La sua voce era flebile, ma almeno riusciva a parlare, e tanto mi bastava.

“David, sono venuta a salvarti. Come faccio a liberarti?” C’era un grosso lucchetto fissato ad una catena che lo teneva prigioniero. Cercai dappertutto una chiave, ma trovai solo un piccolo coltello in un angolo. Il metallo era troppo solido per scalfirlo col coltello, così lo scartai. Dovevo tornare da David, era ridotto in fin di vita. Poi mi vibrò la tasca. Afferrai il cellulare. Come immaginavo, un messaggio. Lo aprii:

“Quello non sono io.”

Non sapevo cosa pensare. David era lì, di fronte a me, ma il messaggio era dello stesso numero che mi aveva contattato prima. Come il primo messaggio di David che parlava della Casa Senza Uscita.

“Maggie…” La sua voce era chiara nelle mie orecchie e nella mia testa. Sembrava provenire da ogni parte. “Maggie… Devi andartene.”

“Cosa stai dicendo? Come?” Ero faccia a faccia con David, o qualsiasi altra cosa foss incatenata lì.

“Quel coltello…” Scosse leggermente la testa in direzione dell’angolo. “Prendilo.” Corsi ad afferrarlo e tornai indietro in un secondo. Non avevo idea di cosa volesse dire, ma ero pronta a fare qualsiasi cosa pur di salvar-

“Pugnalami al petto.”

“…Che cosa?” Ero incredula. David era lì, che mi fissava dritta negli occhi.

“Devi pugnalarmi nel petto dove c’è il numero 7. È l’unico modo per salvarci entrambi.”

“No…” Indietreggiai. “Quello che dici non ha senso.”

“Maggie!” Stava urlando, con gli occhi allucinati. I lati della sua bocca si piegarono in un ghigno. “Maggie, pugnalarmi è l’unica cosa sensata da fare!” Fissai il coltello nella mia mano, la mia testa pulsava come se fossi stata colpita da una mazza. Non sapevo che fare. Chiusi gli occhi e strinsi il coltello.

“MAGGIE!” Urlai, ed affondai il coltello nel petto di David. Non capii cosa mi fosse successo, ma ero certa che fosse la cosa giusta da fare. Aprii gli occhi e vidi il suo volto. Orribile. Lacrime rigavano il suo petto mentre mi guardava negli occhi.

“Perché… Mi hai fatto… Questo?”

Non poteva avermi mentito. Sapevo che non era David. Non poteva esserlo, altrimenti non sarei stata capace di colpirlo. I suoi occhi si girarono all’indietro, mentre la vita lo abbandonava. Il numero 7 sul torace era svanito, il sangue si raccoglieva in una pozza ai miei piedi. Il liquido rosso si dipanò in ogni direzione, fino a riempire la stanza, mentre io cominciavo ad affogare. Cercai di muovermi ma invano. Era come delle sabbie mobili. Il sangue mi arrivava alle ginocchia. Più cercavo di risalire più venivo spinta giù. Raggiunse il mio petto. Graffiai le pareti intorno a me. Il corpo senza vita di David era ancora lì, la sua faccia a fissarmi, sorridente. Il sangue arrivò al collo. Ero terrorizzata. Venni completamente sommersa, e mi abbandonai alle tenebre.

Mi risvegliai fuori dalla casa. Sentivo la fredda terra sotto di me. Rotolai su me stessa e fissai la notte stellata. La Casa Senza Uscita torreggiava poco oltre, la mia auto poco distante. Non sapevo se piangere o ridere. Ero fuori. Ero fuori ero fuori ero fuori. Mi rialzai e mi ripulii dalla polvere i pantaloni. Tremai fino all’auto, ma qualcosa mi diceva che non era ancora finita. Non c’era modo di fuggire. La casa non mi avrebbe lasciata andare così. Qualcosa non tornava. Lo sapevo. Ero certa di non aver ucciso David nella Stanza 6. Presi il cellulare. Nessun nuovo messaggio. Ma c’era campo. Mandai un messaggio a David.

“Dove sei?” Scrissi. Neanche un secondo dopo ricevetti risposta. Aprii il messaggio.

“stanza 10 tu stanza 7 scappa.” Ed il brusio tornò.

Trasalii. Non sapevo dove andare, ma sapevo di non essere all’esterno. Ero ancora nella casa. Il brusio era tutto intorno a me. Smuoveva gli alberi e l’aria stessa. Dovevo trovare il numero 8. Dovevo trovare la stanza successiva. Era la mia unica possibilità. Dovevo trovare la Stanza 8. Nelle prime stanze era ovvio, ma man mano che procedevo era sempre più difficile guadagnare la stanza successiva. Dovevo trovare il numero 8 dovevo trovare il numero 8 dovevo trov-

Messaggio:

“casa tua”

Che cavolo significava? Casa mia? Posai il cellulare in tasca, il brusio era sempre più forte. Compresi. Casa mia. Casa mia. Casa mia. Impossibile. Impossibile.

4896 Forest Lane.

Interno 8.

Mi fiondai in auto, tanto da lasciare la portiera aperta. Possibile che la Stanza 8 fosse il mio appartamento? Dovevo credere a quel messaggio? Era di David. Ne ero certa. Non c’era motivo per dubitarne. Non ci misi niente ad arrivare a casa mia, e francamente non ricordavo neanche di aver guidato. Era come essersi addormentati un minuto ed essersi ritrovati in mezzo alla strada. Non chiusi l’auto e scappai al cancello. Cercai affannosamente le chiavi, aprii il cancello e corsi verso il primo corridoio a sinistra. Gli appartamenti erano grandi, ma casa mia era una delle prime sulla sinistra. Correvo più veloce che potevo, e superai il 4 ed il 5. La testa mi girava. Superai il 6. Più mi avvicinavo, più forte era il brusio. Superato il 7, il brusio svanì. Mi fermai dinanzi casa mia nel più completo silenzio. Ero semplicemente lì, di fronte il mio appartamento. Il piccolo 8 dorato si trovava all’altezza dei miei occhi. Afferrai la maniglia e girai la chiave lentamente, ma la porta si aprì di colpo risucchiandomi all’interno, prima di richiudersi alle mie spalle.

Stanza 8. Mi rialzai da terra e mi guardai intorno. Era identica a casa mia. Senza le esperienze regresse sarei stata convinta di essere a casa mia, vittima di un brutto sogno. Il mio pensiero andò a David, ad immaginarmi la sua Stanza 8, e di come la casa gliela avesse mostrata. Gironzolai studiando la stanza. Tutto era esattamente come l’avevo lasciato, persino il cibo cinese che avevo lasciato a metà sul lavello. Buttai l’occhio sul computer nella stanza dei miei genitori. Il monitor era ancora acceso, ed AIM in primo piano. Mi ci sedetti di fronte, controllando la mia conversazione con Peter. Era tutta lì, parola per parola. La casa ne era a conoscenza, ma non riuscivo ad immaginare come. Ad essere onesti, facevo del mio meglio per non pensarci, era meglio evitarlo. Provai ad uscire da AIM ma senza successo. Il computer si era bloccato. Provai a spegnerlo. Niente. Provai con Ctrl+Alt+Canc. Niente. Spinsi il pulsante del monitor per spegnerlo. Niente. Poi un pop up. Era una chat video. Controllai i partecipanti, ed erano in due. Maggie, e Amministrazione. La chat era in tempo reale, ma tutto ciò che vedevo era un muro grigio. Fu allora che comparì il primo messaggio da Amministrazione.

“Spero che sia tutto come l’hai lasciato :)”

“Chi sei?” Chiesi.

“Goditi lo show :)” E la camera si girò. Inquadrava un ragazzo legato ad un tavolo chirurgico. Era completamente nudo e singhiozzava tra sé. Il video non era chiaro, ma mi sembrava di conoscere l’uomo. Alto, corti capelli castani, carnagione chiara.

“Ecco cosa accade a chi cerca di barare :)”

Allora capii chi era. Legato a quel tavolo c’era Peter Terry. E non era solo.

Non posso descrivere quello a cui assistetti. Le urla, quelle di Peter, erano qualcosa di disumano. Non potevo smettere di guardare. Volevo farlo, ma la stanza non me lo permetteva. Peter lanciò un nuovo urlo lancinante che non venne dalle casse, ma dalla stanza. Il cuore mi si fermò nel petto mentre guardavo attraverso il corridoio. Balzai via dalla sedia, mentre il le urla aumentavano mentre mi avvicinavo alla sorgente. Giunta alla mia camera da letto le urla si tramutarono in brusio. Quel brusio. Mi aveva dato la caccia per tutto il tempo. Aprii lentamente la porta, e vidi le stesse immagini proiettate sul mio computer. Il tavolo chirurgico, e Peter Terry disteso su di esso. Non c’era nessun altro nella stanza. Erano svaniti tutti, ma un freddo gelido si fece strada sulla mia spina dorsale. L’Amministrazione era lì vicino, ad una sola stanza di distanza. Mi avvicinai al tavolo, ma l’odore era insopportabile, e frenai a stento un conato di vomito. Sapevo di avercela quasi fatta. Dovevo farcela. Scrutai la stanza. Da qualche porta doveva esserci l’uscita. Doveva essere lì. Ed infatti c’era. Fu più facile di quanto mi aspettassi. Superai la stanza e, dove doveva esserci la porta del bagno, c’era una semplice porta di legno, come le altre della casa. C’era qualcosa appeso alla porta, qualcosa di lungo, e sanguinolento. Erano le interiora di Peter Terry, e formavano un 9 sulla porta.

Stavo male per Peter, ma dovevo uscire da quell’inferno. Superai il tavolo, afferrai un bisturi ed abbandonai il cadavere a sé stesso. L’ultima porta era lì, e la stavo attraversando. Quella notte giungeva finalmente al termine, e sarei uscita di lì con David, pronta a sfidare qualsiasi cosa lo tenesse prigioniero. La porta si aprì facilmente, e rimasi sulla soglia a fissare quello che mi aspettava. Era una stanza vuota, simile alle sale d’attesa dei medici. C’erano delle sedie in fila lungo le pareti e raccoglitori di vecchie riviste in un angolo. Oltre la stanza, dall’altro lato da cui mi trovavo io, c’era una porta. Il cuore mi si fermò, quando lessi la targa sulla porta. Non era un numero. Era una singola parola.

AMMINISTRAZIONE

Strinsi il bisturi nella mano.

“D’accordo, mettiamo fine a questa stronzata una volta per tutte.”

Erano dall’altro lato della porta. Lo sapevo. E David era con loro. Il brusio era più forte di quanto non fosse mai stato. Potevo sentirlo dentro di me. Veniva da dentro me. Diveniva sempre più forte, e appena misi piede nella stanza il suono la riempì. Girai la maniglia ed aprii la porta. La stanza non era come me l’aspettavo. Era la reception. La stessa reception da cui tutto questo inferno era cominciato. Solo che questa volta c’era qualcuno dietro la scrivania. Il cuore mi balzò letteralmente fuori dal petto quando vidi chi era. Peter Terry.

“Ciao Maggie.”

“Peter?” No, impossibile. “Ma che? Come?”

“Chi ti aspettavi? Un fantasma? Il diavolo? Un’inquietante bambina bionda?” Rise. Io no.

“Che cavolo succede qui?”

“Maggie. Suvvia. Riflettici un momento. Chi ha detto a David di questo posto?”

“Tu… Non…”

“Chi ha detto a David dov’era?”

“Cazzo Peter eravate amici!”

“Mi spiace Maggie, ma si tratta di affari.”

“Dov’è? DOVE SI TROVA?!”

“È qui insieme a noi nella Casa Senza Uscita, Maggie. E non andrà da nessuna parte. Esattamente come te.” Persi la ragione. Saltai oltre la scrivania e gettai Peter a terra. Lo afferrai per i capelli e gli spaccai la testa sul pavimento, col bisturi nella mia altra mano immobile sul suo collo. Volevo ucciderlo. Aveva ucciso David. Non avrebbe fatto lo stesso con me.

“È inutile, Maggie. Ci sarà sempre qualcuno pronto a gestire la Casa Senza Uscita.”

“No.” Affondai il bisturi nella sua gola e gli sbattei di nuovo la testa sul pavimento. “Non sarà più così.” Alla sua morte la stanza cadde nel buio. Sentivo ancora il bisturi in mano, ma nell’altra non percepivo più i suoi capelli. Non so per quanto tempo restai lì nel buio, ma mi sembrarono anni. Mi aggrappai infine alla scrivania, bilanciandomi con la mano sulla superficie di marmo. Fu allora che la luce tornò. Vidi le finestre oltre la stanza, fuori era ancora buio. Guardai oltre e lo vidi. David era lì fuori, illeso. Corsi verso la porta. Ero felicissima. Ma la porta non si aprì. Provai con maggiore foga, invano. Guardai fuori dalla finestra David che camminava lungo la strada polverosa. Appoggiai sconsolata la testa alla porta, e la vidi. Il mio stomaco urlò. Al mio petto c’era una targhetta, con una sola parola:

AMMINISTRAZIONE

 

Di più

La Casa Senza Uscita: Parte I – No End House

No End House (La Casa Senza Uscita) è un racconto scritto da Brian Russell, ancora in fase di sviluppo (attualmente sono usciti quattro capitoli). La storia narra di una misteriosa casa al centro di una semplice scommessa: chi riuscirà ad attraversare tutte e nove le stanze che compongono l’edificio vincerà $ 500. E se non si riesce nell’impresa? Sarebbe meglio non scoprirlo.

Quello di oggi è il primo capitolo che, per quanto ne so, è inedito in italiano. Siete quindi i primi a leggerlo nella nostra bella lingua, grazie al duro lavoro della Bottega del Mistero. Se la storia vi piace, fatecelo sapere, e vedremo di tradurre anche gli altri capitoli. La seconda parte, sottotitolata Maggie, la trovate qui.

Buona lettura!

 

 


La Casa Senza Uscita – Parte I

 

Lasciatemi dire, prima d’ogni altra cosa, che Peter Terry era un eroinomane.

Eravamo amici al college e lo siamo stati anche dopo il mio diploma. Notate che ho detto “mio”. Lui ha lasciato dopo due anni. Da quando mi trasferii dal dormitorio in un piccolo appartamento, non sono riuscito più a vedere spesso Peter. Avremmo chattato online (AIM era il re incontrastato prima della venuta di Facebook). C’è stato un periodo in cui fu offline per cinque settimane di seguito. Non mi sono preoccupato più di tanto. È sempre stato un drogato scansafatiche, perciò pensai si fosse semplicemente stufato di chattare. Finché un giorno non tornò online. Prima che potessi avviare una conversazione, mi inviò un messaggio.

“David, amico, dobbiamo parlare.”

Fu allora che mi parlò della Casa Senza Uscita. Il nome derivava dal fatto che nessuno fosse mai stato in grado di raggiungere l’uscita. Le regole erano semplici, e piuttosto banali: arriva alla stanza finale della casa e vinci $ 500. C’erano nove camere in tutto. La struttura si trovava fuori città, a qualche miglio da dove vivevo io. Sembrava che Peter avesse provato nell’impresa e non ci fosse riuscito. Ma alla fine era un eroinomane e drogato di chissà-quali-altre-merdate, così immaginai che al primo fantasma di carta fosse scappato via. Mi mise in guardia. C’era qualcosa di innaturale in quella casa.

Non gli credetti. Gli dissi che ci avrei dato un’occhiata la notte successiva, e non mi importava di quanto mi supplicasse di ripensarci, quei $ 500 erano troppo belli per essere veri. Ci dovevo andare. Mi preparai per la notte seguente.

Quando arrivai, notai immediatamente che qualcosa non andava nella struttura. Avete mai letto o visto qualcosa che non sia pauroso, ma che in qualche maniera vi genera un brivido lungo la spina dorsale? Camminai verso la casa, ed il senso di inquietudine accrebbe quando ne spalancai la porta principale.

Il mio cuore rallentò e mi scappò un singhiozzo soffocato appena entrai. La stanza era una normale reception di un hotel addobbata per Halloween. Una nota era stata lasciata dove avrebbe dovuto esserci l’addetto al check-in. Lessi

“Per la Stanza 1 da questa parte. Ne seguono otto. Raggiungi la fine e vinci!”

Ridacchiai e mi incamminai verso la prima porta.

La prima area era ridicola. Le decorazioni di Halloween sembravano comprate ad una svendita di un supermercato, completate da stupidi fantasmi e zombie animatronici che gorgogliavano al passaggio. Alla fine c’era l’uscita; era l’unica porta presente nella stanza di fronte a quella da cui ero entrato. Mi ripulii dalle finte ragnatele ed affrontai la seconda ala.

Appena entrato nella Stanza 2 venni assalito dalla nebbia. Questa stanza era di certo tecnologicamente più avanzata della precedente. Non c’era solo la macchina per la nebbia, ma un pipistrello era attaccato al soffitto e volava in circolo. Inquietante. Sembrava ci fosse un CD comprato a 99 centesimi su Halloween che girava incessante. Non vidi nessuno stereo, ma immaginai che ci fosse un qualche sistema di radiodiffusione. Superai qualche topo giocattolo che girava per la stanza e coi polmoni affumicati giunsi all’area successiva.

Afferrai la maniglia ed il cuore mi salì in gola. Non volevo aprire la porta. Un senso di terrore mi colpì tanto da non riuscire più a riflettere. Dopo qualche terribile istante, mi risvegliai da quel senso di oppressione, ed aprii la porta.

La Stanza 3 fu dove le cose cominciarono a farsi serie.

Sulle prime, sembrava una stanza come tutte le altre. C’era una sedia al centro del pavimento di parquet. Una lampada in un angolo gettava una flebile luce, allungando qualche ombra lungo le pareti ed il pavimento. Ecco il problema. Ombre. Al plurale.

A parte la sedia, c’era dell’altro. Superai lentamente la porta, terrorizzato. Fu allora che capii che qualcosa non andava. Non riuscivo a capire cosa, così tentai istintivamente di riaprire la porta da cui ero appena entrato. Era bloccata dall’altro lato.

Non capivo. Qualcuno aveva chiuso la porta? Impossibile. L’avrei sentito. Che fosse un qualche sistema automatizzato? Forse. Ma ero troppo spaventato per rifletterci razionalmente. Mi girai verso la stanza e le ombre erano svanite. L’unica ombra era quella proiettata dalla sedia. Mi incamminai lentamente. Ho avuto delle allucinazioni da bambino, così immaginai che fossero state solo un parto della mia fantasia. Cominciai a sentirmi rincuorato quando giunsi a metà della stanza. Poi guardai dove stavo camminando, ed allora la vidi.

O meglio, non la vidi. La mia ombra non c’era. Non avevo il tempo di urlare. Corsi più in fretta che potei all’altra porta e mi ci gettai a capofitto, incurante della prossima area.

La Stanza 4 era se possibile ancora più disturbante. Appena chiusi la porta, tutte le luci della stanza vennero come risucchiate in quella precedente. Mi ritrovai lì, circondato dall’oscurità, impossibilitato a fare anche solo un passo. Non avevo paura del buio, né ne avevo mai avuta, ma ero terrorizzato. Non vedevo niente. Mi portai la mano di fronte al viso, senza sapere perché. Il buio era onnipresente. Non sentivo niente. Un silenzio irreale. Quando ti trovi in una stanza insonorizzata, puoi comunque sentire il tuo respiro. Puoi sentirti vivo.

Lì no.

Rimasi immobile per qualche secondo, finché riusci a sentire il mio cuore che batteva veloce. Non riuscivo a scorgere nessuna porta. Non ero neanche sicuro ce ne fosse una. Il silenzio venne rotto da un brusio quasi impercettibile.

Era dietro di me. Mi girai di scatto, ma come potete immaginare non vedevo al di là del mio naso. Era lì, ad ogni modo. Per quanto fosse buio, ero certo che ci fosse qualcosa in quella stanza con me. Il brusio si fece più forte, più vicino. Sembrava accerchiarmi, ma sapevo che il rumore giungeva da qualcosa di fronte a me, a pochi passi di distanza. Feci un passo indietro; non avevo mai provato un terrore così puro. Non riuscirei a descriverlo. Non avevo paura di morire; ero terrorizzato dalle alternative. L’orrore di ciò che c’era lì con me oramai aveva preso il sopravvento. Poi la luce tornò per un secondo e lo vidi.

Niente. Non c’era assolutamente niente. Poi la stanza tornò nel buio ed il brusio divenne una risata stridula. Urlai; non avrei sopportato quel dannato rumore per un altro minuto. Mi voltai e corsi a perdifiato, lontano dal rumore, ed afferrai la maniglia della porta. Mi gettai nella nuova stanza.

Prima di descrivere la Stanza 5, dovete sapere qualcosa. Non sono un drogato. Non ho mai fatto uso di droga o qualsivoglia sostanza stupefacente e le allucinazioni di cui parlavo prima si manifestavano solo quando ero stanco morto o mi ero appena svegliato. Entri nella Casa Senza Uscita con mente sveglia e chiara.

Entrando nella nuova area caddi, così mi ritrovai a fissare il soffitto. Quello che vidi non mi spaventò; semplicemente rimasi sorpreso. Degli alberi torreggiavano sulla mia testa. Il soffitto di questa stanza era più alto degli altri, il che mi fece supporre di essere al centro della casa. Mi rialzai da terra, mi detti una ripulita e diedi un’occhiata in giro. Era certamente la stanza più grande vista finora. Non riuscivo a scorgere la porta da cui ero entrato; rami e foglie la celavano alla mia vista.

A questo punto immaginavo che la stanza sarebbe stata spaventosa, ma in realtà sembrava un paradiso se confrontata con quella da cui ero appena uscito. Ero inoltre certo che quello che avevo incontrato nella Stanza 4 fosse rimasto lì dentro. Mi sbagliavo di grosso.

Come mi addentrai nella camera, comincia ad udire quello che normalmente uno si aspetterebbe di ascoltare in una foresta; insetti e qualche occasionale battito d’ali sembravano i miei unici compagni lì dentro. Fu la cosa che mi annoiò di più. Sentivo gli insetti e gli altri animali, ma non li vedevo. Mi stupivo di quanto quella casa potesse essere grande. Dall’esterno sembrava un’abitazione come tante altre. Dentro era decisamente più grande, ma c’era addirittura una foresta. I rami coprivano la parte alta della stanza, così che non riuscivo a vedere il soffitto, ma per quanto alto fosse ero certo che dovesse essere lì da qualche parte. Non riuscivo a scorgere neanche le pareti, comunque. L’unica cosa che vedevo chiaramente era il pavimento in parquet, identico a tutte le altre stanze.

Continuai a camminare, certo che prima o poi gli alberi avrebbero svelato la porta per uscire. Dopo un po’ che camminavo, una zanzara si posò sul mio braccio. La colpii e continuai a vagare nella stanza. Un secondo dopo, una decina di zanzare si erano aggrappate a me in differenti punti della pelle. Le sentivo sulle braccia e sulle gambe e persino sul volto. Tentai di scacciarle, inutilmente. Guardai in basso ed emisi un grido soffocato – forse qualcosa in più, a dire la verità. Non c’era nessun insetto. Nessuna zanzara che mi camminava addosso, ma riuscivo comunque a sentirle sulla pelle. Mi gettai a terra e cominciai a rotolare per scacciarle via. Ero disperato. Ho sempre odiato gli insetti, specialmente quelli che non puoi vedere o toccare. Quegli insetti invece potevano toccarmi, ed erano dappertutto.

Scappai. Non avevo idea di dove stessi andando; avevo perso la porta d’entrata e quella per uscire non c’era da nessuna parte. Così semplicemente scappavo, la mia pelle inorridita dalla presenza di quegli insetti incorporei. Dopo quelle che mi sembrarono ore, raggiunsi la porta. Mi aggrappai all’albero più vicino, cercando di ricompormi. Cercai di correre, ma non ci riuscii; il mio corpo era esausto per aver combattuto quello che c’era sopra di me. Ero a pochi metri dalla porta, così mi aggrappai ad ogni albero in mezzo per reggermi in piedi.

Ero a pochi passi quando lo udii. Il bisbiglio di prima. Veniva da dietro la porta ed era vicino. Riuscivo quasi a sentirlo dentro di me, come quando ti trovi troppo vicino al palco durante un concerto. La sensazione di avere ancora gli insetti addosso scemava con l’aumentare del bisbiglio. Così come mi aggrappai alla maniglia, gli insetti svanirono, ma non riuscivo a trovare la forza per girarla. Sapevo che se fossi tornato indietro, le zanzare mi avrebbero assalito di nuovo, e non c’era modo per tornare alla Stanza 4. Ero lì, impalato, la mia testa poggiata sulla porta marcata con un 6 e la mia mano appesa alla maniglia. Il bisbiglio era così forte da non riuscire a sentire nemmeno i miei pensieri. Non c’era altra cosa da fare se non avanzare. La Stanza 6 mi aspettava, e fu un inferno.

Mi richiusi la porta alle spalle, i miei occhi si serrarono e le mie orecchie ronzarono. Il bisbiglio era tutto intorno a me. Appena la porta si chiuse, il bisbiglio svanì. Riaprii gli occhi e la porta dalla quale ero entrato era svanita nel nulla. Lì dov’era c’era solo un muro. Mi guardai intorno shockato. L’area era identica alla Stanza 3 – la stessa sedia e la lampada – ma il numero di ombre era finalmente quello giusto. L’unica differenza è che non c’era alcuna porta da cui poter uscire. Come ho detto prima, non ho mai vissuto episodi di instabilità mentale, ma in quel momento caddi in quella che sono certo fosse pazzia. Non urlai. Non emisi un suono.

Accarezzai il muro. Era solido, ma ero certo che la porta fosse lì da qualche parte. Ne ero certo. Graffiai dove doveva esserci la maniglia. Mi aggrappai al muro con entrambe le mai, le unghie conficcate nel legno. Caddi placidamente sulle ginocchia, l’unico rumore nella stanza era il mio graffiare. La porta era lì, sapevo che era lì. Sapevo che se avessi superato questo muro-

“Va tutto bene?”

Saltai in piedi. Fissai il muro dietro di me e sembrava che fosse quello a parlarmi; ancora oggi mi pento di essermi voltato.

C’era una bambina. Indossava una veste bianca leggera, che le cadeva soave lungo i fianchi. Aveva lunghi capelli biondi fino a metà schiena, pelle bianca e occhi blu. Fu la cosa più raccapricciante che avevo mai visto, ed ero certo che nulla nella mia vita sarebbe stato più inquietante della sua apparizione. Guardandola meglio, mi accorsi di altro. Dove si trovava c’era quello che sembrava il corpo di un uomo. più largo del normale e coperto di peli. Era nudo dalla testa ai piedi, ma il suo volto non era umano e alla base delle gambe vi erano degli zoccoli. Non era il diavolo, ma gli assomigliava parecchio. Quella cosa aveva la testa di capra ed il muso di un lupo.

Era orribile ed era in sinergia con la ragazzina di fronte a me. Erano la stessa cosa. Non saprei spiegarlo, ma li vedevo allo stesso tempo. Erano una cosa sola, ma sembravano due cose a sé stanti. Mentre guardavo la bambina vedevo quella cosa, e mentre guardavo quella cosa vedevo la bambina. Non riuscivo a parlare. A malapena a tenere gli occhi aperti. La mia mente si rifiutava di accettare quello che avevo di fronte. Non ero mai stato così terrorizzato in vita mia e non pensavo lo sarei mai stato più dopo la Stanza 4, ma mi sbagliavo, la Stanza 6 era molto peggio. Ero semplicemente lì, immobile. Non c’era uscita. Ero intrappolato con quella cosa. Finché parlò di nuovo.

“David, avresti dovuto ascoltarmi.”

Quando parlò, la voce era quella della bambina, ma quella cosa mi parlò allo stesso modo telepaticamente, in un modo che non saprei descrivere. Non c’era alcun altro suono. La voce nella mia testa ripeteva la stessa frase ancora ed ancora, finché non fui d’accordo con lei. Non sapevo che fare. Stavo impazzendo, ed ancora non riuscivo a distogliere gli occhi da quella figura. Caddi a terra. Credetti di morire, ma la stanza non me lo permise. Volevo solo farla finita. Squittente di fronte ai miei occhi c’era uno dei topi giocattolo della seconda stanza.

La casa giocava con me. Ma per qualche ragione, vedere quel ratto meccanico mi riportò alla lucidità da qualsiasi posto fosse finito il mio senno, così guardai meglio la stanza. Doveva fuggire. Ero intenzionato a scappare il più lontano possibile e non menzionare mai più quella casa. Ero certo che quella stanza fosse l’inferno e non avevo alcuna intenzione di divenirne un ospite fisso. All’inizio, riuscii a malapena a scrutare l’ambiente. Fissavo le pareti in cerca di un’apertura. La stanza non era molto grande, così non ci misi troppo a squadrarla in lungo e in largo. Quella cosa continuava a vessarmi, la sua voce sempre più pressante. Mi sollevai con la mano su quattro zampe, e mi girai a fissare la parete dietro di me.

Così vidi qualcosa che non riuscivo ad accettare come vero. Quella cosa era dietro di me, a sussurrarmi nella testa che non sarei mai dovuto entrare in quella struttura. Sentivo il suo fiato sul collo, ma mi rifiutai di voltarmi. Un grande rettangolo balenò nel legno, con un piccolo bozzo al centro. Proprio dinnanzi ai miei occhi si ergeva un grande 7, che non pensavo più di scorgere. Capii: la Stanza 7 era proprio oltre il muro dove si trovava la Stanza 5 un secondo fa.

Non sapevo come ci ero riuscito – forse il mio stato mentale – ma avevo ricreato la porta. Lo sapevo. Nella pazzia, avevo graffiato nel muro ciò che bramavo di più: una via d’uscita. La Stanza 7 era vicina. Sapevo che quella cosa era proprio dietro di me, ma per qualche ragione non mi toccava. Chiusi gli occhi e poggiai entrambe le mani sul grande 7 di fronte a me. Spinsi. Spinsi più forte che potei. Il demone mi urlava nelle orecchie. Mi diceva che non sarei mai uscito di lì. Mi disse che quella era la fine, ma che non sarei morto; avrei dovuto vivere lì con lui nella Stanza 6. Non ne avevo alcuna intenzione. Spinsi ed urlai. Alla fine sapevo che avrei potuto anche spingere via l’intero muro.

Chiusi gli occhi ed urlai, ed il demone svanì. Tutto fu silenzio. Mi girai lentamente e vidi che la stanza era esattamente come quando ero entrato: solo una sedia e una lampada. Non riuscivo a crederci, ma non avevo tempo per fermarmi a riflettere. Mi rigirai verso la Stanza 7 e sbandai. C’era una porta. Non quella che avevo creato io, ma una vera porta con un grande 7 sopra. Tremavo. Ci misi un po’ a riprendermi. Rimasi lì per un po’ a fissare la porta. Non potevo restare nella Stanza 6. Ma se quella era la sesta, non osavo immaginare cosa ci fosse nella settima. Rimasi lì per un’ora buona, solo a fissare il 7. Alla fine, con un profondo sospiro, girai la maniglia ed aprii la porta.

Attraversai la porta devastato. Questa si richiuse alle mie spalle e compresi dove mi trovassi. Ero all’esterno. Non come nella Stanza 5, ero davvero all’esterno della casa. I miei occhi si arrossarono. Volevo piangere. Caddi in ginocchio, provai a rialzarmi, ma non ci riuscii. Ero finalmente scappato da quell’inferno. Non mi importava più nulla del premio. Mi girai e scoprii che la porta alle mie spalle era quella d’ingresso. Mi incamminai all’auto e guidai verso casa, certo che una doccia mi avrebbe ritemprato.

Giunto a casa, cominciai a sentirmi a disagio. La gioia di aver abbandonato la Casa Senza Uscita si spense in me, mentre una brutta sensazione si cementificava nello stomaco. Doveva trattarsi di qualche residuo lasciato dalla casa, pensai, ed aprii la porta. Ero in camera mia. Sul mio letto c’era il gatto, Baskerville. Era la prima cosa viva che vedevo quella notte, così mi avvicinai per accarezzarlo. Mi sbuffò contro e si difese con le unghie. Rimasi interdetto, non aveva mai fatto così. Poi pensai “Bah, è solo un vecchio gatto scemo.” Mi tuffai nella doccia e fui pronto per quella che, ne ero certo, si presagiva come una nottata insonne.

Dopo la doccia, andai in cucina a prepararmi qualcosa da mettere sotto i denti. Discesi le scale e mi ritrovai in salotto; quello che vidi si impresse ferocemente nelle mia testa. I miei genitori erano a terra, nudi, coperti di sangue. Erano così mutilati da essere quasi irriconoscibili. I loro arti erano stati rimossi e poggiati di fianco ai loro corpi, mentre le loro teste svettavano recise sopra i loro toraci a fissarmi. Sorridevano, come se fossero felici di vedermi. Vomitai e piansi. Non capivo cosa fosse successo; non vivevano con me a quel tempo. Ebbi un mancamento. Poi eccola: una porta che non avevo mai visto prima. Una porta con un grande 8 dipinto a sangue.

Ero ancora in quella casa. Non ero in salotto ma nella Stanza 7. Quelli non erano i miei genitori; non era possibile, ma erano identici a loro. La porta col numero 8 era oltre i cadaveri martoriati. Dovevo andare, ma non ci riuscivo. I loro volti sorridenti si erano impressi nella mia mente; non mi reggevo in piedi al solo pensiero. Vomitai di nuovo e svenni. Poi il bisbiglio ritornò. Tuonava più forte che mai, così che anche le mura della stanza tremavano. Il bisbiglio mi spinse ad andare.

Camminavo lentamente, avvicinandomi sempre più alla porta e ai cadaveri. Restavo fermo un attimo, poi camminavo, e più mi avvicinavo ai corpi senza vita più ero spinto al suicidio. Le mura tremavano così forte che sembrava stessero per crollare, ma le facce continuavano a sorridermi. Poi, mi accorsi che i lori occhi mi seguivano. Ero in mezzo ai due cadaveri, a pochi passi dalla porta. Gli arti amputati mi vennero dietro, mentre i volti mi fissavano. Un nuovo orrore preso possesso di me, così corsi via. Non volevo ascoltarli. Non volevo che le loro voci fossero quelle dei miei genitori. Aprirono le labbra mentre le mani erano a pochi piedi da me. Disperato, corsi attraverso la porta, e la sbattei dietro di me. Stanza 8.

Ero pronto. Dopo quello che avevo visto, non c’era niente che quella fottuta casa avrebbe potuto fare per abbattermi. Non c’era niente che non avessi già letto nelle fiamme dell’inferno. Purtroppo, sottostimavo il potere della Casa Senza Uscita. Nella Stanza 8 c’erano cose indicibili, molto più disturbanti e molto più terrificanti.

Ho ancora dubbi su quello che realmente vidi nella Stanza 8. Di nuovo, l’area era una copia esatta della Stanza 3 e della Stanza 6, ma seduto sulla sedia solitamente vuota c’era un uomo. Dopo qualche secondo di smarrimento, accettai consciamente che di fronte a me c’era un uomo. Era identico a me, io, David Williams. Mi accostai. Volevo esserne sicuro. Lui mi fissò, con grandi occhi rigati di lacrime.

“Ti prego… Ti prego, non farlo. Ti prego, non farmi del male.”

“Cosa?” Chiesi. “Chi sei? Non voglio farti del male.”

“Sì che vuoi…” Sospirava. “Mi stai per fare del male, ed io non voglio che accada.” Non stava fermo con le gambe. Era patetico, senza contare che a prima vista era identico a me.

“Ascolta, chi sei?” Ero a solo qualche passo dal mio doppelgänger . Era l’esperienza più strana della mia vita, stare lì a parlare con me stesso. Non ero pauroso, ma lo sarebbe stato presto. “Perché st-”

“Stai per farmi del male stai per farmi del male se vuoi andartene via allora stai per farmi del male.”

“Che stai dicendo? Datti una calmata. Guarda ch-” Ed allora lo vidi. Il David che sedeva di fronte a me indossava i miei stessi abiti, ad eccezione di una grande toppa sulla maglietta vergata dal numero 9.

“Non farmi del male non farmi del male ti prego non farmi del male…”

I miei occhi non riuscivano a staccarsi dal numero sul suo petto. Sapevo esattamente cosa fosse. Le prime porte sono state semplici da aprire, ma dopo un po’ si sono fatte più ambigue da trovare. La 8 era marcata col sangue dei cadaveri dei miei genitori. Ma la 9 – questa era una persona, una persona vivente. Peggio ancora, era una persona identica a me.

“David?” Chiamai.

“Sì… Stai per farmi del male stai per farmi del male…” Continuava a singhiozzare e dimenarsi.

Rispondeva se lo chiamavo David. Era me. Ma quel 9. Lo lasciai in pace qualche minuto a struggersi sulla sua sedia. La stanza non aveva porte, come la Stanza 6, e quella da cui ero entrato era svanita nel nulla. Per qualche ragione, ero certo che grattare via le pareti non avrebbe fatto apparire una porta. Studiai con attenzione i muri ed il pavimento attorno la sedia, e ci ficcai la testa sotto per vedere se c’era qualcosa di utile. Sfortunatamente c’era. Sotto la sedia, un coltello. Attaccato c’era un biglietto che recitava “Per David – Dall’amministrazione.”

Leggere quelle parole mi mise in subbuglio lo stomaco. L’ultima cosa che volevo fare era raccogliere quel coltello da sotto la sedia. L’altro David continuava a singhiozzare incontrollabilmente. La mia mente cadde in un vortice di domande inevase. Chi aveva nascosto il coltello, e come faceva a sapere il mio nome? Senza parlare che oltre ad essere sdraiato sul freddo pavimento, ero anche seduto sulla sedia di legno, chiedendo di non essere ferito da me stesso. Era troppo per me. La casa e l’amministrazione avevano giocato con me tutto il tempo. Il mio pensiero andò a Peter ed al suo ruolo in questa messinscena. Se lui avesse trovato un altro Peter Terry su quella sedia… Scacciai il pensiero dalla testa; non mi importava. Afferrai il coltello da sotto la sedia ed immediatamente l’altro David si zittì.

“David” mi disse con una voce identica alla mia “cosa pensi di fare?”

Mi alzai da terra brandendo il coltello in una mano.

“Sto per uscire di qui.”

David era ancora seduto, stranamente calmo. Mi fissava con un ghigno sottile. Non so dirvi se mi sorridesse o stesse per strangolarmi. Si alzò, lentamente, e mi affrontò. Era sconcertante. Il suo fisico era identico al mio. Sentii la plastica del coltello nella mano e la strinsi più forte. Non sapevo esattamente cosa avrei fatto, ma sapevo che andava fatto.

“Adesso” la sua voce era più profonda della mia “sto per farti del male. Ti farò del male e ti lascerò qui.” Non risposi. Lo affrontai e basta. Lo atterrai, e mentre lo fissavo a terra, ero pronto a colpirlo. Lui mi guardò terrorizzato. Sembrava come riflettersi in uno specchio. Fu allora che il bisbiglio tornò, leggero e distante, ma riuscivo a sentirlo nitidamente. Il bisbiglio si fece più pressante e qualcosa dentro di me scattò. Affondai il coltello nella toppa sul suo petto e la squarciai. Il buio coprì l’intera stanza, ed io mi sentii cadere.

L’oscurità intorno a me era qualcosa che non avevo mai sperimentato prima. La Stanza 4 era buia, certo, ma non era nulla di particolare. Non ero neanche certo di cadere realmente. Mi sentivo etereo, coperto dall’oscurità. Poi un’improvvisa tristezza mi assalì. Mi senti perso, depresso, al limite del suicidio. La vista dei miei genitori mi balzò alla mente. Sapevo che non erano reali, ma li avevo visti e la mente a volte fatica a distinguere ciò che è reale dall’illusione. La tristezza aumentava. Rimasi nella Stanza 9 per quelli che mi sembrarono giorni. La stanza finale. Ed era esattamente quello che era: la fine. La Casa Senza Uscita aveva un’uscita ed io l’avevo raggiunta. In quel momento mi risvegliai dal torpore. Sapevo che sarei potuto rimanere in quello stato per sempre, con solo le ombre a farmi compagnia. Non c’era neanche più il bisbiglio a mantenermi sano di mente.

Persi il contatto con la realtà. Non sentivo neanche la mia stessa presenza. La vista era inutile. Cercai un qualche sapore in bocca ma niente. Mi sentivo completamente perso. Sapevo dov’ero. L’inferno. La Stanza 9 era l’inferno. Poi alla fine accadde. Una luce. Una di quelle luci stereotipate alla fine del tunnel. Mi rialzai da terra e mi rimisi in piedi. Dopo qualche istante riacquistai i sensi, e mi incamminai lentamente verso la luce.

Più mi avvicinavo alla luce, più mutava forma. Era una fessura lungo una porta senza numero. Superai la porta e mi ritrovai dove tutto aveva avuto inizio: la reception della Casa Senza Uscita. Era esattamente come l’avevo lasciata: vuota, con le stupide decorazioni di Halloween appese dappertutto. Dopo tutto quello che avevo passato quella notte, ero particolarmente diffidente. Dopo qualche minuto, cercai in giro qualsiasi cosa di strano. Sul bancone c’era una busta col mio nome scritto a mano sopra. Divorato dalla curiosità, ma cauto,trovai il coraggio di aprire la busta. Dentro c’era una lettera, anch’essa scritta a mano.

Caro Williams,

Congratulazioni! Hai completato la Casa Senza Uscita! Accetta questo premio in onore di questa grande conquista.

Vostra per sempre,

l’Amministrazione.

Alla lettera erano allegati cinque biglietti da 100 dollari.

Non riuscivo a smettere di ridere. Risi per quelle che mi sembrarono ore. Risi quando andai alla macchina e risi mentre guidavo. Risi quando parcheggiai. Risi quando aprii la porta di casa mia e risi quando vidi quel 10 inciso nel legno.

 

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