Categoria: Creepypasta

La Casa Senza Uscita: Parte II – Maggie – No End House

No End House II Maggie (La casa senza uscita: Parte II – Maggie) è il secondo capitolo della saga No End House, scritta da Brian Russell. Dopo le grottesche avventure del protagonista del primo racconto, David, questa volta è Maggie, la sua fidanzata, a doversi confrontare con la casa infestata che sembra aver fatto sparire nel nulla il ragazzo che ama. Riuscirà Maggie a salvare David, o diverrà anche lei un’ennesima vittima della Casa Senza Uscita?

Trovate il primo capitolo in italiano qui, tradotto in esclusiva dalla Bottega del Mistero. Un nostra personale menzione va a Francesca, che ci ha scritto una bellissima email di ringraziamento per il sito e per questo – non facile – lavoro di traduzione. 💖

Buona lettura!

 

 


La Casa Senza Uscita: Parte II – Maggie

 

Erano passate tre settimane dall’ultima volta che avevo sentito David. Dal nostro primo appuntamento, sei mesi fa, solo una volta non ci siamo parlati per tre giorni, per colpa di un violento litigio. Non abbiamo parlato di niente in particolare l’ultima volta, tranne forse che mi anticipò che dovesse dare un’occhiata ad una cosa di cui gli aveva parlato un’amico. Poi l’altra notte mi è arrivato uno strano messaggio. Era di David, ma non era stato mandato col suo numero. C’erano solo cinque parole:

“nessuna uscita non venire david”

Qualcosa non andava. Dopo aver letto il messaggio mi sentii male, come se avessi visto qualcosa che era meglio restasse celato. Decisi di contattare Peter, ma avevo già parlato con quel coglione prima. Era un fannullone, ma magari aveva qualche informazione su dove fosse finito David. Mi collegai su AIM con l’account di David, certa che sarebbe stato più facile parlare con Peter se non avesse saputo che ero io. Appena collegata, mi contattò.

“David?! Cazzo mi hai fatto morire pensavo fossi andato alla casa.”

“Di che stai parlando?”

“La Casa Senza Uscita, fratello, quel posto dove ti avevo suggerito di stare alla larga.” Senza Uscita. Questo tipo sapeva dov’era David.

“Ah già, non sono riuscito a trovarla. Magari ci riprovo domani. Mi spiegheresti meglio dov’è?”

“Non ci penso proprio, fratello, mi hai fatto cagare sotto pensavo che fossi lì non ci andare.”

“Peter, sono Maggie.”

“Cosa? Dov’è David?”

“Non lo so. Pensavo lo sapessi tu, ma mi sbagliavo.”

“Oh cazzo. Cazzocazzocazzocazzo.”

“Ma che? Diavolo Peter dimmi dov’è andato David.”

“Credo sia andato alla casa. È fuori città, tipo quattro miglia lungo Terrence Street. Alla strada senza segnaletica gira a destra. Cazzo, sorella, è andato.”

“Non credo proprio.”

“Che stai pensando di fare?”

“Vado a riprendermelo.”

Uscii di casa verso le otto di sera. Non c’era una sola auto lungo tutto il tragitto, finché non imboccai la strada senza segnaletica ed un cartello mi accolse così:

Senza Uscita – Da questa parte

Aperta 24 ore al giorno

Avevo il fiato corto da quando avevo lasciato il mio appartamento, e trovarmi di fronte a quella casa non mi agliutava di certo. Non c’erano altre auto parcheggiate, così immaginai che fosse chiusa. Una lampada gettava luce sull’area circostante, e dalle finestre si vedeva chiaramente che anche l’atrio all’interno fosse illuminato. Fermai la macchina ed affrontai la porta d’ingresso.

Nella reception non c’era niente di strano, ma come avevo immaginato oltre a me non c’era nessun altro. Tutte le luci erano accese, ma c’ero solo io lì dentro. Oltre alla porta da cui ero entrata, ce n’era un’altra soltanto. Affisso su quest’ultima c’era un biglietto:

“Per la Stanza 1 da questa parte. Ne seguono otto. Raggiungi la fine e vinci!”

Non fu quello a farmi quasi vomitare. Che per poco non mi fermò il cuore. C’era scritto altro, inciso a mano in rosso:

Non puoi salvarlo.

Rimasi pietrificata nella reception per un’ora. Immobile. Non sapevo che fare. Dovevo aprire quella porta? Chiamare la polizia? Quel cartello mi spingeva a pensare che la questione poteva essere molto più difficile da gestire di quanto potessi fare. La mia altezza rientra nella media delle ragazze, ma sono piuttosto esile. Non sarei mai riuscito a stendere lo psicopatico che aveva in ostaggio David. Decisi che chiamare gli sbirri fosse la cosa migliore da fare, così presi il cellulare dalla tasca. Nessun servizio. La casa probabilmente bloccava il segnale, ed in pratica si trovava nel bel mezzo del nulla. Percorsi la reception, certa che almeno fuori il cellulare prendesse. Afferrai la maniglia e tirai la porta. Bloccata. Tirai più forte. Niente. Era chiusa dentro. Picchiai forte urlando aiuto. Era inutile, lo sapevo, lì intorno non c’era nessun altro. Poi la mia tasca vibrò. Un messaggio. Ero contenta che fosse tornata la linea, finalmente ero salva. Magari era un messaggio di David che mi informava che stava bene. Era di un numero che non avevo in rubrica. Aprii il messaggio:

“E non puoi salvare neanche te stessa.”

Tremai. Volevo uscire. Ero chiusa dentro. Un cellulare che non prendeva, in una stanza senza uscita. I miei occhi guizzarono per la stanza, e si posarono sulla porta dall’altro lato. Un numero 1 dorato la sormontava, come le porte delle stanze d’hotel. Il pavimento sotto di me mi sembrava sempre più lontano man mano che vi avvicinavo alla porta. Quando mancavano pochi centimetri, appoggiai l’orecchio sul legno ed ascoltai. Una musica di Halloween risuonava in lontananza. Mi calmai. David è sempre stato un mago degli scherzi. Mi raccontava sempre di quelli che facevano lui ed i suoi amici ai nuovi giocatori della loro squadra di calcio. Un sorriso si allargò sul mio volto, ed aprii la porta senza timore alcuno.

Entrare nella stanza alleviò la mia tensione ancora di più. Era una semplice stanza da casa infestata dei luna park. In ogni angolo c’era uno spaventapasseri, ma niente di veramente pauroso. Erano del tipo che vedevi nelle scuole, con una grande faccia sorridente. Fantasmi di carta erano appesi al soffitto, ed un ventilatore sbuffava una brezza gelida che li faceva vorticare. Di fianco ad uno degli spaventapasseri c’era l’unica altra porta della stanza. Stampato sopra, come la prima porta, c’era un grande 2. Risi e mi lasciai alle spalle quella stupida stanza.

Come aprii la porta per la Stanza 2 non fui in grado di vedere al di là del mio naso. Era avvolta in un’enorme nebbia grigiastra che puzzava di plastica. Immaginai ci fosse qualche macchina per la nebbia da qualche parte, che era certamente in funzione da ore. Non c’erano finestre, e non riuscivo a respirare bene. Camminavo leggera quando trasalii. Mi ero scontrata con qualcosa che sembrava la versione robotica di Jason Voorhees. I suoi occhi rossi lampeggiavano ed il coltello nella mano andava su e giù con un movimento piuttosto meccanico. Avevo il cuore a mille, e se ci fosse stato qualcun altro con me mi sarei sentita incredibilmente imbarazzata. Mi coprii la bocca e superai RoboJason, mentre la nebbia si faceva più fitta. Cominciai a sentirmi male quando trovai la porta per la Stanza 3. Poggiai la mano sulla maniglia e la ritirai subito, dolorante. La maniglia era rovente. Accarezzai la porta e mi resi conto che anche quella era piuttosto calda. Non riuscivo a sentire niente dall’altra parte, così vi appoggiai l’orecchio contro certa di udire il fuoco crepitare, ma niente. Allora pensai che si trattasse semplicemente di una stanza riscaldata, come l’ultima parte del Mr. Toad’s Wild Ride di Disneyland. Con un lembo del mio vestito girai la maniglia più veloce che potei, e guadagnai l’accesso alla Stanza 3. Non c’era nessun incendio. Solo ombre, e faceva un freddo cane. La Stanza 3 non era come le altre stanze. Non era come nessuna altra stanza in assoluto.

Sapevo che c’era qualcosa di sbagliato. Cercai nella stanza ma non riuscivo a vedere neanche le mie mani che si affannavano sulla porta da cui era scomparsa la maniglia. Ero in trappola. Devo aver girato a vuoto per un po’, anche se in effetti non mi ero mossa da quando ero entrata. In quel momento si accese un luce dal soffitto. Un riflettore illuminava un piccolo tavolo, su cui si trovava una torcia. Anche se non riuscivo realmente a vedere dove stessi andando, la luce era abbastanza forte da aiutarmi ad orientarmi. Come afferrai la torcia mi accorsi di una piccola nota attaccata al manico:

A Maggie – Dall’Amministrazione

Letta la nota la luce sopra di me si spense, e fui di nuovo nel buio più totale. Giostrai un po’ con la torcia prima di riuscire ad accenderla. Poi, da ogni direzione, un brusio mi avviluppò. Il cuore sussultò, e puntai la torcia tutta intorno a me. Nella stanza non c’era niente, ma un attimo dopo vidi qualcosa che mi gelò il sangue nelle vene. Forse era il frutto della mia immaginazione, ma per una frazione di secondo mi sembrò di scorgere una figura nell’oscurità. Andai in panico. Mi allontanai dal tavolo, senza sapere quale direzione prendere. Il brusio si faceva sempre più intenso, e percepii distintamente la presenza di qualcosa che rifuggiva la luce. La mia mano tremava mentre cercavo di dirigere la torcia in ogni direzione. Era certamente lì, ma riusciva a rifuggire la luce ogni volta. Ed era più vicino. I miei occhi si rigarono di lacrime. Ero certa che avrei fatto cadere la torcia, per quanto tremavo, finché lo vidi. Un piccolo 4. Scritto a mano su un foglio di carta su una porta in un angolo. Corsi. Corsi più in fretta che potei con la torcia puntata di fronte a me. Lo sentivo dietro di me. Il brusio era sempre più forte e sentivo il suo fiato sul collo. Mancavano solo pochi passi, così accelerai la mia corsa. In una sola mossa afferrai la maniglia, la girai e mi richiusi la porta alle spalle. Ero nella Stanza 4.

Ero all’esterno. Non nella casa. Quello che mi attendeva oltre la porta della Stanza 4 era una grotta. Guardai in basso, e notai qualcosa di strano e disturbante. Il pavimento non era fatto di erba o rocce o terreno, ma di parquet. Era lo stesso pavimento di quella precedente. Era certamente la Stanza 4. Ad ogni modo ero ancora nella casa. C’erano delle torce ai lati della grotta, che si perdeva più avanti nella penombra. Il brusio se n’era andato, per fortuna. Non c’era alcun suono particolare intorno a me, ma percepivo distintamente una leggera brezza. La grotta sembrava infinita, e camminai per quelle che mi sembrarono ore, finché non scorsi una luce bluastra. Vi camminai incontro, con cautela ma abbastanza rassicurata. La luce era un’apertura, la fine del tunnel. Affrettai il passo, ho sempre odiato gli spazi angusti come grotte e tunnel. In pochi secondi guadagnai l’uscita, e prima che me ne accorgessi ero alla fine. Letteralmente. La fine. Alla fine della grotta, il pavimento cadeva a picco nel vuoto, senza possibilità di evitarlo. Mi guardai alle spalle, verso la grotta. Sapevo che non c’era modo di uscire di lì, era un strada senza uscita. Mi rigirai e fissai il vuoto in basso. Ciò che vidi mi provocò un crampo allo stomaco come mai prima d’allora. Un enorme oceano, solo acqua a perdita d’occhio. Il precipizio doveva essere profondo centinaia di metri, con una piccola formazione rocciosa alla base. Studiai le rocce, mi si torse lo stomaco, ed un brivido freddo mi gelò la schiena. Gli scogli formavano un numero. Il numero 5.

Mi allontanai dal dirupo. Odiavo le altezze. Mi scontrai con un muro che non avrebbe dovuto essere lì. Mi guardai attorno solo per sentirmi sopraffatta dal terrore di ciò che vedevo. La grotta era sparita nel nulla. Ero faccia a faccia con un muro di solida roccia, il lato della montagna. Sforzai di ricordarmi che ero ancora all’interno della Casa Senza Uscita. Non ero all’esterno. Ovviamente quella non era una vera montagna. Ma sembrava così reale. Quella casa era una vera spina nel fianco. Grazie al cielo ero fuori. Ma quello che mi aspettava era troppo anche per me. Sapevo benissimo cosa indicassero quelle rocce. Erano l’entrata alla Stanza 5. Non c’erano scale, o altri modi per scendere giù. Ero in trappola, ancora una volta. La casa voleva che saltassi nel vuoto. La casa voleva che saltassi nel vuoto. Mi abbandonai a terra in posizione fetale. Non potevo farlo. Non c’era storia, non sarei mai saltata verso degli scogli centinaia di metri sotto. La mia mente si frantumò in due. Sapevo di essere ancora all’interno della casa, ma quello che mi circondava mi urlava nelle orecchie l’esatto contrario. Rimasi distesa sul pavimento di legno per un po’, non saprei dire quanto tempo. Dopo quelle che sembrarono settimane infine mi rialzai. Lentamente mi abbarbicai sulla cima del precipizio e guardai giù. Il gigantesco 5 mi chiamava a saltare. Sapeva che ero terrorizzata e che non l’avrei mai fatto. Poi, il brusio tornò, leggero e distante. Sembrava avvicinarsi alle mie spalle, risuonando nel cuore della montagna. Non so cosa mi sia preso, ma dopo aver udito quel suono, qualcosa dentro di me scattò. Serrai forte le palpebre, e saltai.

Il vento sferzava forte mentre cadevo, ed una primordiale paura si impossesò di me. Stavo per morire. Mi sarei presto maciullata contro quelle rocce e sarei morta. Mi avrebbero smembrata e sarei morta. Non aprivo gli occhi, semplicemente cadevo. Anche con quel vento forte, il brusio era insopportabile. Volevo solo che la smettesse. Volevo solo che la smettesse volevo solo schiantarmi sulle rocce così avrebbe smess-

Smise. Non cadevo più, ma non colpii le rocce. Aprii gli occhi e mi guardai intorno. Ero su un pavimento di legno familiare, all’interno della casa. Il brusio era svanito, ed il silenzio regnava sovrano. Ce l’avevo fatta. Ero nella Stanza 5. Non capivo cosa fosse successo, ma ero nella Stanza 5. Il terrore era svanito, ero eccitata di essere viva. Dopo qualche momento necessario a rimettermi in sesto decisi di controllare la stanza. Le pareti erano identiche al pavimento, il soffitto identico alle pareti e non c’erano né porte né finestre. Ero in una scatola sigillata. Così realizzai. Non ero ancora in salvo. Avevo lasciato la Stanza 4 solo per entrare nella Stanza 5, senza modo di uscirne.

In quel momento mi chiedevo se David fosse stato in quella stanza. Se avesse saltato giù dalla scogliera e si fosse ritrovato lì. E se l’aveva fatto, allora doveva esserne uscito. Lui non c’era, ero sola. Lui era riuscito ad uscire, e l’avrei fatto anch’io. Il pensiero che David fosse uscito di lì mi rincuorò con un nuovo vigore. Sarei scappata, avrei trovato David e ce ne saremmo andati via insieme da quell’inferno. Controllai il perimetro alla ricerca di qualche indizio. Niente. Le pareti erano continue, giusto qualche graffio qua e là, figuriamoci se c’era un passaggio segreto. Bussai sui muri. Completamente pieni. La fiducia cominciava ad affievolirsi. Ero a corto di idee. Fu allora che parlò.

“Maggie. Non saresti dovuta venire, Maggie.”

Trasalii. Ero rivolta ad un muro, mentre le parole giunsero dal centro della stanza. La voce era quella di una ragazzina, o almeno così mi sembrava, e mi girai lentamente, i miei occhi alla ricerca dell’interlocutore. Avevo ragione, una bambina dai capelli biondi, non più di sette anni con grandi occhi blu ed un lungo vestito bianco. Mi sorrise e parlò di nuovo.

“Ma dato che oramai sei qui, facciamo un gioco.”

C’era qualcosa di orrendo in quella bambina. Non era come quelle ragazzine dei film dell’orrore Giapponesi. Non c’era niente di sbagliato nell’aspetto. Se l’avessi incontrata per strada le sarei semplicemente passata di fianco. Ma i suoi occhi mi atterrivano. Saltare da un dirupo era terrorizzante, ma mi sarei lanciata da venti dirupi alti il doppio piuttosto che fissarla un minuto di più negli occhi. Dopo un momento di atterrimento, infine parlai.

“Che gioco? Chi sei tu?” Mormorai.

“Se perdi, muori.”

“E se vinco?”

“Muore lui.”

Il mio cuore sussultò. Non credevo alle sue parole, ma sapevo che stava dicendo la verità.

“Chi sarà a morire?” Sorrise.

“Nessuno dei due.” Non so dove trovai il coraggio di rispondere così al quel demone, ma ero andata troppo avanti per lasciare che David morisse. E se fossi morta io, avrei fatto tutta questa strada per niente. No, nessuno doveva morire. Poi la vidi. La ragione per la quale quella ragazzina mi terrorizzava così tanto. Era più di una semplice bambina. Guardandola meglio, mi accorsi che era anche un uomo robusto, sospeso a mezz’aria, con la testa di capra. Orribile visione. Non riuscivo a guardare l’una senza scorgere anche l’altro. La bambina era di fronte a me, ma ero conscia della sua vera natura. Era la cosa peggiore che avessi mai visto.

“Peccato.” E svanì. Ero di nuovo sola. In una grande stanza vuota e silenziosa. Solo che stavolta c’era qualcosa di diverso. Un piccolo tavolo era apparso dal nulla, come se fosse stato lì tutto il tempo. C’era sopra qualcosa, ma non capivo cosa fosse da dove mi trovavo. Mi avvicinai al tavolo e fissai il piccolo oggetto. Era una piccola lama, come quella di alcuni taglierini. Mi allungai a prenderlo ed un urlo agghiacciante mi riempì la bocca. Quando la mia mano entrò nel mio campo visivo, mi accorsi di una cosa che non avevo notato fino a quel punto. Sembrava come se qualcosa fosse stato marchiato sulla mia pelle, un numero 6. Guardai di nuovo il rasoio e notai l’etichetta:

A Maggie – Dall’Amministrazione.

Pensavamo potesse esserti utile

Letta la nota, mi abbandonai in un pianto incontrollato. Piansi come non avevo mai fatto in vita mia. Mai avevo pianto così, e mai probabilmente l’avrei fatto più. Mi accasciai a terra con la testa sul solido legno. Piansi per ore, rannicchiata a terra. Poi smisi, e la depressione prese il sopravvento. Non capivo perché piangessi. Non era per David, non era per la mia situazione. Non c’erano porte nella stanza, ero in trappola. Ma non era per quello. Ero in uno stato di depressione indescrivibile. Una depressione senza alcun altro sentimento. Mi sentivo inerme, ma riuscii a farmi forza per conquistare il tavolo. I miei occhi fissavano il rasoio, così lo afferrai. Stavo per uccidermi. Non ce la facevo più. Oramai era fatta. David era probabilmente morto. Io ero intrappolata lì. Era finita. Appoggiai il rasoio sul polso, lungo il numero 6. Il pianto tornò, ed io ero lì, con i lacrimoni ed un rasoio premuto sulle vene. David era morto, presto lo sarei stata anch’io. Niente aveva più importanza e, con un taglio deciso, mi recisi il polso.

Come affondai il rasoio nelle vene, non fui più nella Stanza 5. Non ero morta, di questo ne ero certa. La depressione svanì, ma non per questo ero felice. Continuavo a piangere a dirotto. La stanza in cui mi ritrovai era come la precedente e, di nuovo, non aveva porte. Non c’erano lampade, ma riuscivo comunque a vedere tutto nitidamente. La stanza era completamente vuota, ma prima di riuscire a formulare un’idea sulla prossima mossa da compiere, tutto cadde nell’oscurità, ed il brusio tornò. Mi tappai le orecchie in risposta, il rumore era più forte che mai. Ma fu solo per un istante, perché la luce tornò, solo che stavolta qualcosa era stato aggiunto alla stanza. Ed urlai. Al centro della stanza, legato ad una sedia, giaceva a torso nudo David. Era stato torturato, profonde ferite lo coprivano lungo il petto e le braccia.

“DAVID!” Corsi più veloce che potei. Era vivo, vedevo il suo petto sollevarsi ed abbassarsi, ma non parlava. Poi lo notai, inciso nel suo petto. Caddi sulla ginocchia e lo vidi. Dinanzi ai miei occhi, un numero 7.

Udii David che provava a parlare, così mi avvicinai a lui.

“David! David, riesci a sentirmi?!”

“Maggie… Che… Che ci fai qui?” La sua voce era flebile, ma almeno riusciva a parlare, e tanto mi bastava.

“David, sono venuta a salvarti. Come faccio a liberarti?” C’era un grosso lucchetto fissato ad una catena che lo teneva prigioniero. Cercai dappertutto una chiave, ma trovai solo un piccolo coltello in un angolo. Il metallo era troppo solido per scalfirlo col coltello, così lo scartai. Dovevo tornare da David, era ridotto in fin di vita. Poi mi vibrò la tasca. Afferrai il cellulare. Come immaginavo, un messaggio. Lo aprii:

“Quello non sono io.”

Non sapevo cosa pensare. David era lì, di fronte a me, ma il messaggio era dello stesso numero che mi aveva contattato prima. Come il primo messaggio di David che parlava della Casa Senza Uscita.

“Maggie…” La sua voce era chiara nelle mie orecchie e nella mia testa. Sembrava provenire da ogni parte. “Maggie… Devi andartene.”

“Cosa stai dicendo? Come?” Ero faccia a faccia con David, o qualsiasi altra cosa foss incatenata lì.

“Quel coltello…” Scosse leggermente la testa in direzione dell’angolo. “Prendilo.” Corsi ad afferrarlo e tornai indietro in un secondo. Non avevo idea di cosa volesse dire, ma ero pronta a fare qualsiasi cosa pur di salvar-

“Pugnalami al petto.”

“…Che cosa?” Ero incredula. David era lì, che mi fissava dritta negli occhi.

“Devi pugnalarmi nel petto dove c’è il numero 7. È l’unico modo per salvarci entrambi.”

“No…” Indietreggiai. “Quello che dici non ha senso.”

“Maggie!” Stava urlando, con gli occhi allucinati. I lati della sua bocca si piegarono in un ghigno. “Maggie, pugnalarmi è l’unica cosa sensata da fare!” Fissai il coltello nella mia mano, la mia testa pulsava come se fossi stata colpita da una mazza. Non sapevo che fare. Chiusi gli occhi e strinsi il coltello.

“MAGGIE!” Urlai, ed affondai il coltello nel petto di David. Non capii cosa mi fosse successo, ma ero certa che fosse la cosa giusta da fare. Aprii gli occhi e vidi il suo volto. Orribile. Lacrime rigavano il suo petto mentre mi guardava negli occhi.

“Perché… Mi hai fatto… Questo?”

Non poteva avermi mentito. Sapevo che non era David. Non poteva esserlo, altrimenti non sarei stata capace di colpirlo. I suoi occhi si girarono all’indietro, mentre la vita lo abbandonava. Il numero 7 sul torace era svanito, il sangue si raccoglieva in una pozza ai miei piedi. Il liquido rosso si dipanò in ogni direzione, fino a riempire la stanza, mentre io cominciavo ad affogare. Cercai di muovermi ma invano. Era come delle sabbie mobili. Il sangue mi arrivava alle ginocchia. Più cercavo di risalire più venivo spinta giù. Raggiunse il mio petto. Graffiai le pareti intorno a me. Il corpo senza vita di David era ancora lì, la sua faccia a fissarmi, sorridente. Il sangue arrivò al collo. Ero terrorizzata. Venni completamente sommersa, e mi abbandonai alle tenebre.

Mi risvegliai fuori dalla casa. Sentivo la fredda terra sotto di me. Rotolai su me stessa e fissai la notte stellata. La Casa Senza Uscita torreggiava poco oltre, la mia auto poco distante. Non sapevo se piangere o ridere. Ero fuori. Ero fuori ero fuori ero fuori. Mi rialzai e mi ripulii dalla polvere i pantaloni. Tremai fino all’auto, ma qualcosa mi diceva che non era ancora finita. Non c’era modo di fuggire. La casa non mi avrebbe lasciata andare così. Qualcosa non tornava. Lo sapevo. Ero certa di non aver ucciso David nella Stanza 6. Presi il cellulare. Nessun nuovo messaggio. Ma c’era campo. Mandai un messaggio a David.

“Dove sei?” Scrissi. Neanche un secondo dopo ricevetti risposta. Aprii il messaggio.

“stanza 10 tu stanza 7 scappa.” Ed il brusio tornò.

Trasalii. Non sapevo dove andare, ma sapevo di non essere all’esterno. Ero ancora nella casa. Il brusio era tutto intorno a me. Smuoveva gli alberi e l’aria stessa. Dovevo trovare il numero 8. Dovevo trovare la stanza successiva. Era la mia unica possibilità. Dovevo trovare la Stanza 8. Nelle prime stanze era ovvio, ma man mano che procedevo era sempre più difficile guadagnare la stanza successiva. Dovevo trovare il numero 8 dovevo trovare il numero 8 dovevo trov-

Messaggio:

“casa tua”

Che cavolo significava? Casa mia? Posai il cellulare in tasca, il brusio era sempre più forte. Compresi. Casa mia. Casa mia. Casa mia. Impossibile. Impossibile.

4896 Forest Lane.

Interno 8.

Mi fiondai in auto, tanto da lasciare la portiera aperta. Possibile che la Stanza 8 fosse il mio appartamento? Dovevo credere a quel messaggio? Era di David. Ne ero certa. Non c’era motivo per dubitarne. Non ci misi niente ad arrivare a casa mia, e francamente non ricordavo neanche di aver guidato. Era come essersi addormentati un minuto ed essersi ritrovati in mezzo alla strada. Non chiusi l’auto e scappai al cancello. Cercai affannosamente le chiavi, aprii il cancello e corsi verso il primo corridoio a sinistra. Gli appartamenti erano grandi, ma casa mia era una delle prime sulla sinistra. Correvo più veloce che potevo, e superai il 4 ed il 5. La testa mi girava. Superai il 6. Più mi avvicinavo, più forte era il brusio. Superato il 7, il brusio svanì. Mi fermai dinanzi casa mia nel più completo silenzio. Ero semplicemente lì, di fronte il mio appartamento. Il piccolo 8 dorato si trovava all’altezza dei miei occhi. Afferrai la maniglia e girai la chiave lentamente, ma la porta si aprì di colpo risucchiandomi all’interno, prima di richiudersi alle mie spalle.

Stanza 8. Mi rialzai da terra e mi guardai intorno. Era identica a casa mia. Senza le esperienze regresse sarei stata convinta di essere a casa mia, vittima di un brutto sogno. Il mio pensiero andò a David, ad immaginarmi la sua Stanza 8, e di come la casa gliela avesse mostrata. Gironzolai studiando la stanza. Tutto era esattamente come l’avevo lasciato, persino il cibo cinese che avevo lasciato a metà sul lavello. Buttai l’occhio sul computer nella stanza dei miei genitori. Il monitor era ancora acceso, ed AIM in primo piano. Mi ci sedetti di fronte, controllando la mia conversazione con Peter. Era tutta lì, parola per parola. La casa ne era a conoscenza, ma non riuscivo ad immaginare come. Ad essere onesti, facevo del mio meglio per non pensarci, era meglio evitarlo. Provai ad uscire da AIM ma senza successo. Il computer si era bloccato. Provai a spegnerlo. Niente. Provai con Ctrl+Alt+Canc. Niente. Spinsi il pulsante del monitor per spegnerlo. Niente. Poi un pop up. Era una chat video. Controllai i partecipanti, ed erano in due. Maggie, e Amministrazione. La chat era in tempo reale, ma tutto ciò che vedevo era un muro grigio. Fu allora che comparì il primo messaggio da Amministrazione.

“Spero che sia tutto come l’hai lasciato :)”

“Chi sei?” Chiesi.

“Goditi lo show :)” E la camera si girò. Inquadrava un ragazzo legato ad un tavolo chirurgico. Era completamente nudo e singhiozzava tra sé. Il video non era chiaro, ma mi sembrava di conoscere l’uomo. Alto, corti capelli castani, carnagione chiara.

“Ecco cosa accade a chi cerca di barare :)”

Allora capii chi era. Legato a quel tavolo c’era Peter Terry. E non era solo.

Non posso descrivere quello a cui assistetti. Le urla, quelle di Peter, erano qualcosa di disumano. Non potevo smettere di guardare. Volevo farlo, ma la stanza non me lo permetteva. Peter lanciò un nuovo urlo lancinante che non venne dalle casse, ma dalla stanza. Il cuore mi si fermò nel petto mentre guardavo attraverso il corridoio. Balzai via dalla sedia, mentre il le urla aumentavano mentre mi avvicinavo alla sorgente. Giunta alla mia camera da letto le urla si tramutarono in brusio. Quel brusio. Mi aveva dato la caccia per tutto il tempo. Aprii lentamente la porta, e vidi le stesse immagini proiettate sul mio computer. Il tavolo chirurgico, e Peter Terry disteso su di esso. Non c’era nessun altro nella stanza. Erano svaniti tutti, ma un freddo gelido si fece strada sulla mia spina dorsale. L’Amministrazione era lì vicino, ad una sola stanza di distanza. Mi avvicinai al tavolo, ma l’odore era insopportabile, e frenai a stento un conato di vomito. Sapevo di avercela quasi fatta. Dovevo farcela. Scrutai la stanza. Da qualche porta doveva esserci l’uscita. Doveva essere lì. Ed infatti c’era. Fu più facile di quanto mi aspettassi. Superai la stanza e, dove doveva esserci la porta del bagno, c’era una semplice porta di legno, come le altre della casa. C’era qualcosa appeso alla porta, qualcosa di lungo, e sanguinolento. Erano le interiora di Peter Terry, e formavano un 9 sulla porta.

Stavo male per Peter, ma dovevo uscire da quell’inferno. Superai il tavolo, afferrai un bisturi ed abbandonai il cadavere a sé stesso. L’ultima porta era lì, e la stavo attraversando. Quella notte giungeva finalmente al termine, e sarei uscita di lì con David, pronta a sfidare qualsiasi cosa lo tenesse prigioniero. La porta si aprì facilmente, e rimasi sulla soglia a fissare quello che mi aspettava. Era una stanza vuota, simile alle sale d’attesa dei medici. C’erano delle sedie in fila lungo le pareti e raccoglitori di vecchie riviste in un angolo. Oltre la stanza, dall’altro lato da cui mi trovavo io, c’era una porta. Il cuore mi si fermò, quando lessi la targa sulla porta. Non era un numero. Era una singola parola.

AMMINISTRAZIONE

Strinsi il bisturi nella mano.

“D’accordo, mettiamo fine a questa stronzata una volta per tutte.”

Erano dall’altro lato della porta. Lo sapevo. E David era con loro. Il brusio era più forte di quanto non fosse mai stato. Potevo sentirlo dentro di me. Veniva da dentro me. Diveniva sempre più forte, e appena misi piede nella stanza il suono la riempì. Girai la maniglia ed aprii la porta. La stanza non era come me l’aspettavo. Era la reception. La stessa reception da cui tutto questo inferno era cominciato. Solo che questa volta c’era qualcuno dietro la scrivania. Il cuore mi balzò letteralmente fuori dal petto quando vidi chi era. Peter Terry.

“Ciao Maggie.”

“Peter?” No, impossibile. “Ma che? Come?”

“Chi ti aspettavi? Un fantasma? Il diavolo? Un’inquietante bambina bionda?” Rise. Io no.

“Che cavolo succede qui?”

“Maggie. Suvvia. Riflettici un momento. Chi ha detto a David di questo posto?”

“Tu… Non…”

“Chi ha detto a David dov’era?”

“Cazzo Peter eravate amici!”

“Mi spiace Maggie, ma si tratta di affari.”

“Dov’è? DOVE SI TROVA?!”

“È qui insieme a noi nella Casa Senza Uscita, Maggie. E non andrà da nessuna parte. Esattamente come te.” Persi la ragione. Saltai oltre la scrivania e gettai Peter a terra. Lo afferrai per i capelli e gli spaccai la testa sul pavimento, col bisturi nella mia altra mano immobile sul suo collo. Volevo ucciderlo. Aveva ucciso David. Non avrebbe fatto lo stesso con me.

“È inutile, Maggie. Ci sarà sempre qualcuno pronto a gestire la Casa Senza Uscita.”

“No.” Affondai il bisturi nella sua gola e gli sbattei di nuovo la testa sul pavimento. “Non sarà più così.” Alla sua morte la stanza cadde nel buio. Sentivo ancora il bisturi in mano, ma nell’altra non percepivo più i suoi capelli. Non so per quanto tempo restai lì nel buio, ma mi sembrarono anni. Mi aggrappai infine alla scrivania, bilanciandomi con la mano sulla superficie di marmo. Fu allora che la luce tornò. Vidi le finestre oltre la stanza, fuori era ancora buio. Guardai oltre e lo vidi. David era lì fuori, illeso. Corsi verso la porta. Ero felicissima. Ma la porta non si aprì. Provai con maggiore foga, invano. Guardai fuori dalla finestra David che camminava lungo la strada polverosa. Appoggiai sconsolata la testa alla porta, e la vidi. Il mio stomaco urlò. Al mio petto c’era una targhetta, con una sola parola:

AMMINISTRAZIONE

 

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La Casa Senza Uscita: Parte I – No End House

No End House (La Casa Senza Uscita) è un racconto scritto da Brian Russell, ancora in fase di sviluppo (attualmente sono usciti quattro capitoli). La storia narra di una misteriosa casa al centro di una semplice scommessa: chi riuscirà ad attraversare tutte e nove le stanze che compongono l’edificio vincerà $ 500. E se non si riesce nell’impresa? Sarebbe meglio non scoprirlo.

Quello di oggi è il primo capitolo che, per quanto ne so, è inedito in italiano. Siete quindi i primi a leggerlo nella nostra bella lingua, grazie al duro lavoro della Bottega del Mistero. Se la storia vi piace, fatecelo sapere, e vedremo di tradurre anche gli altri capitoli. La seconda parte, sottotitolata Maggie, la trovate qui.

Buona lettura!

 

 


La Casa Senza Uscita – Parte I

 

Lasciatemi dire, prima d’ogni altra cosa, che Peter Terry era un eroinomane.

Eravamo amici al college e lo siamo stati anche dopo il mio diploma. Notate che ho detto “mio”. Lui ha lasciato dopo due anni. Da quando mi trasferii dal dormitorio in un piccolo appartamento, non sono riuscito più a vedere spesso Peter. Avremmo chattato online (AIM era il re incontrastato prima della venuta di Facebook). C’è stato un periodo in cui fu offline per cinque settimane di seguito. Non mi sono preoccupato più di tanto. È sempre stato un drogato scansafatiche, perciò pensai si fosse semplicemente stufato di chattare. Finché un giorno non tornò online. Prima che potessi avviare una conversazione, mi inviò un messaggio.

“David, amico, dobbiamo parlare.”

Fu allora che mi parlò della Casa Senza Uscita. Il nome derivava dal fatto che nessuno fosse mai stato in grado di raggiungere l’uscita. Le regole erano semplici, e piuttosto banali: arriva alla stanza finale della casa e vinci $ 500. C’erano nove camere in tutto. La struttura si trovava fuori città, a qualche miglio da dove vivevo io. Sembrava che Peter avesse provato nell’impresa e non ci fosse riuscito. Ma alla fine era un eroinomane e drogato di chissà-quali-altre-merdate, così immaginai che al primo fantasma di carta fosse scappato via. Mi mise in guardia. C’era qualcosa di innaturale in quella casa.

Non gli credetti. Gli dissi che ci avrei dato un’occhiata la notte successiva, e non mi importava di quanto mi supplicasse di ripensarci, quei $ 500 erano troppo belli per essere veri. Ci dovevo andare. Mi preparai per la notte seguente.

Quando arrivai, notai immediatamente che qualcosa non andava nella struttura. Avete mai letto o visto qualcosa che non sia pauroso, ma che in qualche maniera vi genera un brivido lungo la spina dorsale? Camminai verso la casa, ed il senso di inquietudine accrebbe quando ne spalancai la porta principale.

Il mio cuore rallentò e mi scappò un singhiozzo soffocato appena entrai. La stanza era una normale reception di un hotel addobbata per Halloween. Una nota era stata lasciata dove avrebbe dovuto esserci l’addetto al check-in. Lessi

“Per la Stanza 1 da questa parte. Ne seguono otto. Raggiungi la fine e vinci!”

Ridacchiai e mi incamminai verso la prima porta.

La prima area era ridicola. Le decorazioni di Halloween sembravano comprate ad una svendita di un supermercato, completate da stupidi fantasmi e zombie animatronici che gorgogliavano al passaggio. Alla fine c’era l’uscita; era l’unica porta presente nella stanza di fronte a quella da cui ero entrato. Mi ripulii dalle finte ragnatele ed affrontai la seconda ala.

Appena entrato nella Stanza 2 venni assalito dalla nebbia. Questa stanza era di certo tecnologicamente più avanzata della precedente. Non c’era solo la macchina per la nebbia, ma un pipistrello era attaccato al soffitto e volava in circolo. Inquietante. Sembrava ci fosse un CD comprato a 99 centesimi su Halloween che girava incessante. Non vidi nessuno stereo, ma immaginai che ci fosse un qualche sistema di radiodiffusione. Superai qualche topo giocattolo che girava per la stanza e coi polmoni affumicati giunsi all’area successiva.

Afferrai la maniglia ed il cuore mi salì in gola. Non volevo aprire la porta. Un senso di terrore mi colpì tanto da non riuscire più a riflettere. Dopo qualche terribile istante, mi risvegliai da quel senso di oppressione, ed aprii la porta.

La Stanza 3 fu dove le cose cominciarono a farsi serie.

Sulle prime, sembrava una stanza come tutte le altre. C’era una sedia al centro del pavimento di parquet. Una lampada in un angolo gettava una flebile luce, allungando qualche ombra lungo le pareti ed il pavimento. Ecco il problema. Ombre. Al plurale.

A parte la sedia, c’era dell’altro. Superai lentamente la porta, terrorizzato. Fu allora che capii che qualcosa non andava. Non riuscivo a capire cosa, così tentai istintivamente di riaprire la porta da cui ero appena entrato. Era bloccata dall’altro lato.

Non capivo. Qualcuno aveva chiuso la porta? Impossibile. L’avrei sentito. Che fosse un qualche sistema automatizzato? Forse. Ma ero troppo spaventato per rifletterci razionalmente. Mi girai verso la stanza e le ombre erano svanite. L’unica ombra era quella proiettata dalla sedia. Mi incamminai lentamente. Ho avuto delle allucinazioni da bambino, così immaginai che fossero state solo un parto della mia fantasia. Cominciai a sentirmi rincuorato quando giunsi a metà della stanza. Poi guardai dove stavo camminando, ed allora la vidi.

O meglio, non la vidi. La mia ombra non c’era. Non avevo il tempo di urlare. Corsi più in fretta che potei all’altra porta e mi ci gettai a capofitto, incurante della prossima area.

La Stanza 4 era se possibile ancora più disturbante. Appena chiusi la porta, tutte le luci della stanza vennero come risucchiate in quella precedente. Mi ritrovai lì, circondato dall’oscurità, impossibilitato a fare anche solo un passo. Non avevo paura del buio, né ne avevo mai avuta, ma ero terrorizzato. Non vedevo niente. Mi portai la mano di fronte al viso, senza sapere perché. Il buio era onnipresente. Non sentivo niente. Un silenzio irreale. Quando ti trovi in una stanza insonorizzata, puoi comunque sentire il tuo respiro. Puoi sentirti vivo.

Lì no.

Rimasi immobile per qualche secondo, finché riusci a sentire il mio cuore che batteva veloce. Non riuscivo a scorgere nessuna porta. Non ero neanche sicuro ce ne fosse una. Il silenzio venne rotto da un brusio quasi impercettibile.

Era dietro di me. Mi girai di scatto, ma come potete immaginare non vedevo al di là del mio naso. Era lì, ad ogni modo. Per quanto fosse buio, ero certo che ci fosse qualcosa in quella stanza con me. Il brusio si fece più forte, più vicino. Sembrava accerchiarmi, ma sapevo che il rumore giungeva da qualcosa di fronte a me, a pochi passi di distanza. Feci un passo indietro; non avevo mai provato un terrore così puro. Non riuscirei a descriverlo. Non avevo paura di morire; ero terrorizzato dalle alternative. L’orrore di ciò che c’era lì con me oramai aveva preso il sopravvento. Poi la luce tornò per un secondo e lo vidi.

Niente. Non c’era assolutamente niente. Poi la stanza tornò nel buio ed il brusio divenne una risata stridula. Urlai; non avrei sopportato quel dannato rumore per un altro minuto. Mi voltai e corsi a perdifiato, lontano dal rumore, ed afferrai la maniglia della porta. Mi gettai nella nuova stanza.

Prima di descrivere la Stanza 5, dovete sapere qualcosa. Non sono un drogato. Non ho mai fatto uso di droga o qualsivoglia sostanza stupefacente e le allucinazioni di cui parlavo prima si manifestavano solo quando ero stanco morto o mi ero appena svegliato. Entri nella Casa Senza Uscita con mente sveglia e chiara.

Entrando nella nuova area caddi, così mi ritrovai a fissare il soffitto. Quello che vidi non mi spaventò; semplicemente rimasi sorpreso. Degli alberi torreggiavano sulla mia testa. Il soffitto di questa stanza era più alto degli altri, il che mi fece supporre di essere al centro della casa. Mi rialzai da terra, mi detti una ripulita e diedi un’occhiata in giro. Era certamente la stanza più grande vista finora. Non riuscivo a scorgere la porta da cui ero entrato; rami e foglie la celavano alla mia vista.

A questo punto immaginavo che la stanza sarebbe stata spaventosa, ma in realtà sembrava un paradiso se confrontata con quella da cui ero appena uscito. Ero inoltre certo che quello che avevo incontrato nella Stanza 4 fosse rimasto lì dentro. Mi sbagliavo di grosso.

Come mi addentrai nella camera, comincia ad udire quello che normalmente uno si aspetterebbe di ascoltare in una foresta; insetti e qualche occasionale battito d’ali sembravano i miei unici compagni lì dentro. Fu la cosa che mi annoiò di più. Sentivo gli insetti e gli altri animali, ma non li vedevo. Mi stupivo di quanto quella casa potesse essere grande. Dall’esterno sembrava un’abitazione come tante altre. Dentro era decisamente più grande, ma c’era addirittura una foresta. I rami coprivano la parte alta della stanza, così che non riuscivo a vedere il soffitto, ma per quanto alto fosse ero certo che dovesse essere lì da qualche parte. Non riuscivo a scorgere neanche le pareti, comunque. L’unica cosa che vedevo chiaramente era il pavimento in parquet, identico a tutte le altre stanze.

Continuai a camminare, certo che prima o poi gli alberi avrebbero svelato la porta per uscire. Dopo un po’ che camminavo, una zanzara si posò sul mio braccio. La colpii e continuai a vagare nella stanza. Un secondo dopo, una decina di zanzare si erano aggrappate a me in differenti punti della pelle. Le sentivo sulle braccia e sulle gambe e persino sul volto. Tentai di scacciarle, inutilmente. Guardai in basso ed emisi un grido soffocato – forse qualcosa in più, a dire la verità. Non c’era nessun insetto. Nessuna zanzara che mi camminava addosso, ma riuscivo comunque a sentirle sulla pelle. Mi gettai a terra e cominciai a rotolare per scacciarle via. Ero disperato. Ho sempre odiato gli insetti, specialmente quelli che non puoi vedere o toccare. Quegli insetti invece potevano toccarmi, ed erano dappertutto.

Scappai. Non avevo idea di dove stessi andando; avevo perso la porta d’entrata e quella per uscire non c’era da nessuna parte. Così semplicemente scappavo, la mia pelle inorridita dalla presenza di quegli insetti incorporei. Dopo quelle che mi sembrarono ore, raggiunsi la porta. Mi aggrappai all’albero più vicino, cercando di ricompormi. Cercai di correre, ma non ci riuscii; il mio corpo era esausto per aver combattuto quello che c’era sopra di me. Ero a pochi metri dalla porta, così mi aggrappai ad ogni albero in mezzo per reggermi in piedi.

Ero a pochi passi quando lo udii. Il bisbiglio di prima. Veniva da dietro la porta ed era vicino. Riuscivo quasi a sentirlo dentro di me, come quando ti trovi troppo vicino al palco durante un concerto. La sensazione di avere ancora gli insetti addosso scemava con l’aumentare del bisbiglio. Così come mi aggrappai alla maniglia, gli insetti svanirono, ma non riuscivo a trovare la forza per girarla. Sapevo che se fossi tornato indietro, le zanzare mi avrebbero assalito di nuovo, e non c’era modo per tornare alla Stanza 4. Ero lì, impalato, la mia testa poggiata sulla porta marcata con un 6 e la mia mano appesa alla maniglia. Il bisbiglio era così forte da non riuscire a sentire nemmeno i miei pensieri. Non c’era altra cosa da fare se non avanzare. La Stanza 6 mi aspettava, e fu un inferno.

Mi richiusi la porta alle spalle, i miei occhi si serrarono e le mie orecchie ronzarono. Il bisbiglio era tutto intorno a me. Appena la porta si chiuse, il bisbiglio svanì. Riaprii gli occhi e la porta dalla quale ero entrato era svanita nel nulla. Lì dov’era c’era solo un muro. Mi guardai intorno shockato. L’area era identica alla Stanza 3 – la stessa sedia e la lampada – ma il numero di ombre era finalmente quello giusto. L’unica differenza è che non c’era alcuna porta da cui poter uscire. Come ho detto prima, non ho mai vissuto episodi di instabilità mentale, ma in quel momento caddi in quella che sono certo fosse pazzia. Non urlai. Non emisi un suono.

Accarezzai il muro. Era solido, ma ero certo che la porta fosse lì da qualche parte. Ne ero certo. Graffiai dove doveva esserci la maniglia. Mi aggrappai al muro con entrambe le mai, le unghie conficcate nel legno. Caddi placidamente sulle ginocchia, l’unico rumore nella stanza era il mio graffiare. La porta era lì, sapevo che era lì. Sapevo che se avessi superato questo muro-

“Va tutto bene?”

Saltai in piedi. Fissai il muro dietro di me e sembrava che fosse quello a parlarmi; ancora oggi mi pento di essermi voltato.

C’era una bambina. Indossava una veste bianca leggera, che le cadeva soave lungo i fianchi. Aveva lunghi capelli biondi fino a metà schiena, pelle bianca e occhi blu. Fu la cosa più raccapricciante che avevo mai visto, ed ero certo che nulla nella mia vita sarebbe stato più inquietante della sua apparizione. Guardandola meglio, mi accorsi di altro. Dove si trovava c’era quello che sembrava il corpo di un uomo. più largo del normale e coperto di peli. Era nudo dalla testa ai piedi, ma il suo volto non era umano e alla base delle gambe vi erano degli zoccoli. Non era il diavolo, ma gli assomigliava parecchio. Quella cosa aveva la testa di capra ed il muso di un lupo.

Era orribile ed era in sinergia con la ragazzina di fronte a me. Erano la stessa cosa. Non saprei spiegarlo, ma li vedevo allo stesso tempo. Erano una cosa sola, ma sembravano due cose a sé stanti. Mentre guardavo la bambina vedevo quella cosa, e mentre guardavo quella cosa vedevo la bambina. Non riuscivo a parlare. A malapena a tenere gli occhi aperti. La mia mente si rifiutava di accettare quello che avevo di fronte. Non ero mai stato così terrorizzato in vita mia e non pensavo lo sarei mai stato più dopo la Stanza 4, ma mi sbagliavo, la Stanza 6 era molto peggio. Ero semplicemente lì, immobile. Non c’era uscita. Ero intrappolato con quella cosa. Finché parlò di nuovo.

“David, avresti dovuto ascoltarmi.”

Quando parlò, la voce era quella della bambina, ma quella cosa mi parlò allo stesso modo telepaticamente, in un modo che non saprei descrivere. Non c’era alcun altro suono. La voce nella mia testa ripeteva la stessa frase ancora ed ancora, finché non fui d’accordo con lei. Non sapevo che fare. Stavo impazzendo, ed ancora non riuscivo a distogliere gli occhi da quella figura. Caddi a terra. Credetti di morire, ma la stanza non me lo permise. Volevo solo farla finita. Squittente di fronte ai miei occhi c’era uno dei topi giocattolo della seconda stanza.

La casa giocava con me. Ma per qualche ragione, vedere quel ratto meccanico mi riportò alla lucidità da qualsiasi posto fosse finito il mio senno, così guardai meglio la stanza. Doveva fuggire. Ero intenzionato a scappare il più lontano possibile e non menzionare mai più quella casa. Ero certo che quella stanza fosse l’inferno e non avevo alcuna intenzione di divenirne un ospite fisso. All’inizio, riuscii a malapena a scrutare l’ambiente. Fissavo le pareti in cerca di un’apertura. La stanza non era molto grande, così non ci misi troppo a squadrarla in lungo e in largo. Quella cosa continuava a vessarmi, la sua voce sempre più pressante. Mi sollevai con la mano su quattro zampe, e mi girai a fissare la parete dietro di me.

Così vidi qualcosa che non riuscivo ad accettare come vero. Quella cosa era dietro di me, a sussurrarmi nella testa che non sarei mai dovuto entrare in quella struttura. Sentivo il suo fiato sul collo, ma mi rifiutai di voltarmi. Un grande rettangolo balenò nel legno, con un piccolo bozzo al centro. Proprio dinnanzi ai miei occhi si ergeva un grande 7, che non pensavo più di scorgere. Capii: la Stanza 7 era proprio oltre il muro dove si trovava la Stanza 5 un secondo fa.

Non sapevo come ci ero riuscito – forse il mio stato mentale – ma avevo ricreato la porta. Lo sapevo. Nella pazzia, avevo graffiato nel muro ciò che bramavo di più: una via d’uscita. La Stanza 7 era vicina. Sapevo che quella cosa era proprio dietro di me, ma per qualche ragione non mi toccava. Chiusi gli occhi e poggiai entrambe le mani sul grande 7 di fronte a me. Spinsi. Spinsi più forte che potei. Il demone mi urlava nelle orecchie. Mi diceva che non sarei mai uscito di lì. Mi disse che quella era la fine, ma che non sarei morto; avrei dovuto vivere lì con lui nella Stanza 6. Non ne avevo alcuna intenzione. Spinsi ed urlai. Alla fine sapevo che avrei potuto anche spingere via l’intero muro.

Chiusi gli occhi ed urlai, ed il demone svanì. Tutto fu silenzio. Mi girai lentamente e vidi che la stanza era esattamente come quando ero entrato: solo una sedia e una lampada. Non riuscivo a crederci, ma non avevo tempo per fermarmi a riflettere. Mi rigirai verso la Stanza 7 e sbandai. C’era una porta. Non quella che avevo creato io, ma una vera porta con un grande 7 sopra. Tremavo. Ci misi un po’ a riprendermi. Rimasi lì per un po’ a fissare la porta. Non potevo restare nella Stanza 6. Ma se quella era la sesta, non osavo immaginare cosa ci fosse nella settima. Rimasi lì per un’ora buona, solo a fissare il 7. Alla fine, con un profondo sospiro, girai la maniglia ed aprii la porta.

Attraversai la porta devastato. Questa si richiuse alle mie spalle e compresi dove mi trovassi. Ero all’esterno. Non come nella Stanza 5, ero davvero all’esterno della casa. I miei occhi si arrossarono. Volevo piangere. Caddi in ginocchio, provai a rialzarmi, ma non ci riuscii. Ero finalmente scappato da quell’inferno. Non mi importava più nulla del premio. Mi girai e scoprii che la porta alle mie spalle era quella d’ingresso. Mi incamminai all’auto e guidai verso casa, certo che una doccia mi avrebbe ritemprato.

Giunto a casa, cominciai a sentirmi a disagio. La gioia di aver abbandonato la Casa Senza Uscita si spense in me, mentre una brutta sensazione si cementificava nello stomaco. Doveva trattarsi di qualche residuo lasciato dalla casa, pensai, ed aprii la porta. Ero in camera mia. Sul mio letto c’era il gatto, Baskerville. Era la prima cosa viva che vedevo quella notte, così mi avvicinai per accarezzarlo. Mi sbuffò contro e si difese con le unghie. Rimasi interdetto, non aveva mai fatto così. Poi pensai “Bah, è solo un vecchio gatto scemo.” Mi tuffai nella doccia e fui pronto per quella che, ne ero certo, si presagiva come una nottata insonne.

Dopo la doccia, andai in cucina a prepararmi qualcosa da mettere sotto i denti. Discesi le scale e mi ritrovai in salotto; quello che vidi si impresse ferocemente nelle mia testa. I miei genitori erano a terra, nudi, coperti di sangue. Erano così mutilati da essere quasi irriconoscibili. I loro arti erano stati rimossi e poggiati di fianco ai loro corpi, mentre le loro teste svettavano recise sopra i loro toraci a fissarmi. Sorridevano, come se fossero felici di vedermi. Vomitai e piansi. Non capivo cosa fosse successo; non vivevano con me a quel tempo. Ebbi un mancamento. Poi eccola: una porta che non avevo mai visto prima. Una porta con un grande 8 dipinto a sangue.

Ero ancora in quella casa. Non ero in salotto ma nella Stanza 7. Quelli non erano i miei genitori; non era possibile, ma erano identici a loro. La porta col numero 8 era oltre i cadaveri martoriati. Dovevo andare, ma non ci riuscivo. I loro volti sorridenti si erano impressi nella mia mente; non mi reggevo in piedi al solo pensiero. Vomitai di nuovo e svenni. Poi il bisbiglio ritornò. Tuonava più forte che mai, così che anche le mura della stanza tremavano. Il bisbiglio mi spinse ad andare.

Camminavo lentamente, avvicinandomi sempre più alla porta e ai cadaveri. Restavo fermo un attimo, poi camminavo, e più mi avvicinavo ai corpi senza vita più ero spinto al suicidio. Le mura tremavano così forte che sembrava stessero per crollare, ma le facce continuavano a sorridermi. Poi, mi accorsi che i lori occhi mi seguivano. Ero in mezzo ai due cadaveri, a pochi passi dalla porta. Gli arti amputati mi vennero dietro, mentre i volti mi fissavano. Un nuovo orrore preso possesso di me, così corsi via. Non volevo ascoltarli. Non volevo che le loro voci fossero quelle dei miei genitori. Aprirono le labbra mentre le mani erano a pochi piedi da me. Disperato, corsi attraverso la porta, e la sbattei dietro di me. Stanza 8.

Ero pronto. Dopo quello che avevo visto, non c’era niente che quella fottuta casa avrebbe potuto fare per abbattermi. Non c’era niente che non avessi già letto nelle fiamme dell’inferno. Purtroppo, sottostimavo il potere della Casa Senza Uscita. Nella Stanza 8 c’erano cose indicibili, molto più disturbanti e molto più terrificanti.

Ho ancora dubbi su quello che realmente vidi nella Stanza 8. Di nuovo, l’area era una copia esatta della Stanza 3 e della Stanza 6, ma seduto sulla sedia solitamente vuota c’era un uomo. Dopo qualche secondo di smarrimento, accettai consciamente che di fronte a me c’era un uomo. Era identico a me, io, David Williams. Mi accostai. Volevo esserne sicuro. Lui mi fissò, con grandi occhi rigati di lacrime.

“Ti prego… Ti prego, non farlo. Ti prego, non farmi del male.”

“Cosa?” Chiesi. “Chi sei? Non voglio farti del male.”

“Sì che vuoi…” Sospirava. “Mi stai per fare del male, ed io non voglio che accada.” Non stava fermo con le gambe. Era patetico, senza contare che a prima vista era identico a me.

“Ascolta, chi sei?” Ero a solo qualche passo dal mio doppelgänger . Era l’esperienza più strana della mia vita, stare lì a parlare con me stesso. Non ero pauroso, ma lo sarebbe stato presto. “Perché st-”

“Stai per farmi del male stai per farmi del male se vuoi andartene via allora stai per farmi del male.”

“Che stai dicendo? Datti una calmata. Guarda ch-” Ed allora lo vidi. Il David che sedeva di fronte a me indossava i miei stessi abiti, ad eccezione di una grande toppa sulla maglietta vergata dal numero 9.

“Non farmi del male non farmi del male ti prego non farmi del male…”

I miei occhi non riuscivano a staccarsi dal numero sul suo petto. Sapevo esattamente cosa fosse. Le prime porte sono state semplici da aprire, ma dopo un po’ si sono fatte più ambigue da trovare. La 8 era marcata col sangue dei cadaveri dei miei genitori. Ma la 9 – questa era una persona, una persona vivente. Peggio ancora, era una persona identica a me.

“David?” Chiamai.

“Sì… Stai per farmi del male stai per farmi del male…” Continuava a singhiozzare e dimenarsi.

Rispondeva se lo chiamavo David. Era me. Ma quel 9. Lo lasciai in pace qualche minuto a struggersi sulla sua sedia. La stanza non aveva porte, come la Stanza 6, e quella da cui ero entrato era svanita nel nulla. Per qualche ragione, ero certo che grattare via le pareti non avrebbe fatto apparire una porta. Studiai con attenzione i muri ed il pavimento attorno la sedia, e ci ficcai la testa sotto per vedere se c’era qualcosa di utile. Sfortunatamente c’era. Sotto la sedia, un coltello. Attaccato c’era un biglietto che recitava “Per David – Dall’amministrazione.”

Leggere quelle parole mi mise in subbuglio lo stomaco. L’ultima cosa che volevo fare era raccogliere quel coltello da sotto la sedia. L’altro David continuava a singhiozzare incontrollabilmente. La mia mente cadde in un vortice di domande inevase. Chi aveva nascosto il coltello, e come faceva a sapere il mio nome? Senza parlare che oltre ad essere sdraiato sul freddo pavimento, ero anche seduto sulla sedia di legno, chiedendo di non essere ferito da me stesso. Era troppo per me. La casa e l’amministrazione avevano giocato con me tutto il tempo. Il mio pensiero andò a Peter ed al suo ruolo in questa messinscena. Se lui avesse trovato un altro Peter Terry su quella sedia… Scacciai il pensiero dalla testa; non mi importava. Afferrai il coltello da sotto la sedia ed immediatamente l’altro David si zittì.

“David” mi disse con una voce identica alla mia “cosa pensi di fare?”

Mi alzai da terra brandendo il coltello in una mano.

“Sto per uscire di qui.”

David era ancora seduto, stranamente calmo. Mi fissava con un ghigno sottile. Non so dirvi se mi sorridesse o stesse per strangolarmi. Si alzò, lentamente, e mi affrontò. Era sconcertante. Il suo fisico era identico al mio. Sentii la plastica del coltello nella mano e la strinsi più forte. Non sapevo esattamente cosa avrei fatto, ma sapevo che andava fatto.

“Adesso” la sua voce era più profonda della mia “sto per farti del male. Ti farò del male e ti lascerò qui.” Non risposi. Lo affrontai e basta. Lo atterrai, e mentre lo fissavo a terra, ero pronto a colpirlo. Lui mi guardò terrorizzato. Sembrava come riflettersi in uno specchio. Fu allora che il bisbiglio tornò, leggero e distante, ma riuscivo a sentirlo nitidamente. Il bisbiglio si fece più pressante e qualcosa dentro di me scattò. Affondai il coltello nella toppa sul suo petto e la squarciai. Il buio coprì l’intera stanza, ed io mi sentii cadere.

L’oscurità intorno a me era qualcosa che non avevo mai sperimentato prima. La Stanza 4 era buia, certo, ma non era nulla di particolare. Non ero neanche certo di cadere realmente. Mi sentivo etereo, coperto dall’oscurità. Poi un’improvvisa tristezza mi assalì. Mi senti perso, depresso, al limite del suicidio. La vista dei miei genitori mi balzò alla mente. Sapevo che non erano reali, ma li avevo visti e la mente a volte fatica a distinguere ciò che è reale dall’illusione. La tristezza aumentava. Rimasi nella Stanza 9 per quelli che mi sembrarono giorni. La stanza finale. Ed era esattamente quello che era: la fine. La Casa Senza Uscita aveva un’uscita ed io l’avevo raggiunta. In quel momento mi risvegliai dal torpore. Sapevo che sarei potuto rimanere in quello stato per sempre, con solo le ombre a farmi compagnia. Non c’era neanche più il bisbiglio a mantenermi sano di mente.

Persi il contatto con la realtà. Non sentivo neanche la mia stessa presenza. La vista era inutile. Cercai un qualche sapore in bocca ma niente. Mi sentivo completamente perso. Sapevo dov’ero. L’inferno. La Stanza 9 era l’inferno. Poi alla fine accadde. Una luce. Una di quelle luci stereotipate alla fine del tunnel. Mi rialzai da terra e mi rimisi in piedi. Dopo qualche istante riacquistai i sensi, e mi incamminai lentamente verso la luce.

Più mi avvicinavo alla luce, più mutava forma. Era una fessura lungo una porta senza numero. Superai la porta e mi ritrovai dove tutto aveva avuto inizio: la reception della Casa Senza Uscita. Era esattamente come l’avevo lasciata: vuota, con le stupide decorazioni di Halloween appese dappertutto. Dopo tutto quello che avevo passato quella notte, ero particolarmente diffidente. Dopo qualche minuto, cercai in giro qualsiasi cosa di strano. Sul bancone c’era una busta col mio nome scritto a mano sopra. Divorato dalla curiosità, ma cauto,trovai il coraggio di aprire la busta. Dentro c’era una lettera, anch’essa scritta a mano.

Caro Williams,

Congratulazioni! Hai completato la Casa Senza Uscita! Accetta questo premio in onore di questa grande conquista.

Vostra per sempre,

l’Amministrazione.

Alla lettera erano allegati cinque biglietti da 100 dollari.

Non riuscivo a smettere di ridere. Risi per quelle che mi sembrarono ore. Risi quando andai alla macchina e risi mentre guidavo. Risi quando parcheggiai. Risi quando aprii la porta di casa mia e risi quando vidi quel 10 inciso nel legno.

 

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Bianco e Rosso – White With Red (Keyhole)

La creepypasta di oggi si intitola White With Red (qui tradotto Bianco e Rosso) pubblicata nel 2008 sul sito Creepypasta.com da un anonimo utente. Su alcuni siti il racconto è intitolato Keyhole (Il buco della serratura): il perché di questa modifica lo trovate in fondo al post.

Buona lettura!


 

Bianco e Rosso

Un uomo giunse in un hotel e si avviò a passo svelto verso il bancone per il check-in. La donna al desk gli consegnò le chiavi e gli parlò di una porta senza alcun numero che avrebbe trovato lungo il percorso verso la sua camera; questa porta era chiusa e non era permesso a nessuno entrare. In particolar modo, nessuno doveva guardare all’interno di quella stanza, per nessuna ragione. L’uomo seguì le indicazioni della receptionist: puntò dritto alla sua camera e se ne andò a letto.

La notte successiva la curiosità dell’uomo sulla stanza senza numero si fece più pressante. Superò la hall e si avvicinò alla porta, girando lentamente la maniglia. Era chiusa a chiave. Così si accovacciò e guardò attraverso lo spioncino. Un freddo gelido soffiò attraverso la serratura, così pungente che poté sentirlo vivido sull’occhio. Ciò che vide era però una semplice stanza d’albergo, simile alla sua, ed in un angolo della camera una donna dalla pelle bianchissima. Stava immobile con la testa poggiata sul muro di fronte la porta. L’uomo si sentì un po’ confuso. Stava quasi per bussare alla porta, divorato dalla curiosità, ma alla fine decise di non farlo.

Questa sua esitazione gli salvò la vita. Strisciò via dalla porta e si incamminò verso la sua camera. Il giorno dopo tornò alla porta e guardò nuovamente attraverso la serratura. Questa volta, tutto ciò che riusciva a vedere era rosso. Non c’era niente di definibile, tutto era immobile, immerso in un indistinto colore scarlatto. Probabilmente chi occupava quella camera doveva essersi accorto che qualcuno lo aveva spiato la notte prima, e doveva aver bloccato il buco della serratura con qualcosa di rosso.

L’uomo si decise a consultarsi con la donna all’ingresso per avere maggiori informazioni. La ragazza sospirò e chiese:

“Ha guardato attraverso il buco della serratura?”

L’uomo annuì, e lei continuò:

“A questo punto lasci che le racconti com’è andata. Molto tempo fa, un uomo uccise sua moglie in quella camera, ed il suo fantasma è ancora lì ad infestarla. Ma entrambi non erano persone come le altre. Avevano la pelle bianchissima, e l’unica cosa a contrastare quel candore erano gli occhi, di un penetrante, infinito, rosso acceso.”

 

 


Precisazione: il titolo originale della creepypasta era White With Red Eyes (Bianca con gli occhi rossi), come si evince dall’indirizzo della pagina della prima pubblicazione. Evidentemente l’autore in seguito ha deciso di cambiarlo per non svelare prematuramente il finale della storia.

 

Di più

1999

1999 è una creepypasta che narra la storia di un blogger alla ricerca del mistero che si cela dietro un canale televisivo canadese, Caledon Local 21, e dei suoi grotteschi programmi andati in onda nel 1999.

Il racconto è stato scritto dall’utente Giant engineer e pubblicato su Creepypasta Wiki il 19 settembre 2011. La popolarità del testo giunge nel giugno 2014, quando i due youtuber CreepsMcPasta e MrCreepyPasta ne creano un adattamento per il popolare sito di condivisione video. Il 7 luglio 2014 viene aperto un canale YouTube denominato Caledon Local 21, che ha come obiettivo di ricostruire tutti gli episodi di Booby, uno dei programmi presenti nella creepypasta. Dopo aver caricato diversi video, con una numerazione discontinua, tutti gli episodi vengono cancellati e sostituiti il 1° novembre da due filmati: the b returns, in cui Mr. Bear (uno dei personaggi della storia) spiega di essere troppo occupato per portare avanti il suo canale televisivo, e che quindi continuerà la sua opera su internet caricando nuovi episodi de Lo Scantinato di Mr. Bear; il secondo è invece Return to Mr. Bear’s Cellar – Halloween Special, uno speciale di Halloween.

Buona lettura.

 

 

1999

“L’anno è il millenovecento-novanta-nove.”

Questa frase mi riporta indietro al periodo in cui frequentavo la scuola materna, quando avevo cinque anni, e leggevamo ad alta voce la data scritta alla lavagna tutti i giorni. L’anno 1999 è come una macchia nella mia memoria, un ricordo che non andrà mai via, non importa quanto io provi a dimenticarlo. Il 1999 fu l’anno in cui persi il mio primo dentino e salii per la prima volta su un aereo, ma fu anche segnato dalla precoce perdita della mia innocenza di bambino.

La storia di questo ricordo che si rifiuta di essere rimosso iniziò con un nuova (o vecchio) televisore. All’epoca, i Pokémon erano l’ultima moda che imperversa a scuola. Tutti quanti collezionavano giochi, carte e adesivi dei Pokémon e, cosa più importante, tutti guardavano alla TV il cartone animato che li aveva resi famosi. Ovviamente lo facevo anch’io e ogni pomeriggio, al ritorno da scuola, mi attaccavo alla televisione in attesa che alle 17 iniziasse un nuovo episodio. L’unico problema era che mio padre voleva guardare il notiziario delle 17:30, mentre gli episodi dei Pokémon venivano mandati in onda due alla volta uno dopo l’altro, perciò ogni giorno ero costretto a perdermene uno, e mi lamentavo spesso della cosa. Mio padre si stufò di ascoltare le mie lagne, e decise di comprare un altro televisore.

Lo mise nella mia stanza, ma sfortunatamente si trattava solo di un piccolo e vecchio modello a tubi catodici, con addirittura un’antenna da interni a due punte attaccata alla parte superiore. Inoltre, c’erano solo 20 canali disponibili, e tra questi non c’era quello su cui venivano trasmessi i Pokémon. Ricordo che lì per lì ero talmente felice di avere una televisione solo per me che non diedi importanza a tutto queste cose. Dopo aver girato tutti i canali conclusi che valeva la pena di guardare solo il secondo (TVO kids), perciò lo guardai per un po’ di tempo. Passò qualche mese prima che scoprissi il ventunesimo canale. Era un giorno di aprile, e stavo facendo zapping per vedere se da qualche parte trasmettessero i Pokémon. Premetti 21 sul telecomando nella speranza che ce ne fossero di nuovi, e con mia grande sorpresa la mia speranza divenne realtà. Anche mio padre era sorpreso, ma mi lasciò comunque guardarlo perché sembrava che mandasse in onda programmi per bambini. Si chiamava Caledon Local 21, e più tardi scoprii che l’emittente televisiva che lo trasmetteva si trovava proprio a Caledon, nell’Ontario, una città molto vicina alla mia.

I programmi che venivano mandati in onda su Caledon Local 21 sembravano fatti alla buona, e per la metà del tempo che guardavo quel canale non ci capivo niente. Quando crebbi, ogni volta che pensavo a quegli show, realizzavo sempre di più quanto fossero sviluppati mali, e mi chiedevo “Cosa cazzo guardavo su quel canale?”.

La seguente è una lista di programmi ed episodi di serie che ricordo di aver visto su Caledon Local 21, e mi disturba pensare a come io riesca a ricordare certi dettagli, ma ho ipotizzato che cose del genere, una volta vissute, rimangano nella mente per un po’. C’erano solo tre programmi che riuscivo a guardare, forse perché il canale era operativo nel breve lasso di tempo che va dalle quattro alle nove del pomeriggio.

 

Aprile 1999

Booby – episodio 6, “Insieme”: ricordo che Booby era un semplice programma nel quale i personaggi erano delle mani, niente pupazzi o altro, solo mani. Il protagonista era una mano di nome Booby, che si trovava a dover affrontare una situazione diversa in ogni puntata. Il programma durava solo 5 minuti, sembrava essere stato girato davanti a un muro fatiscente con macchie d’umidità, e le mani si muovevano su di un tavolo con una tovaglia rossa (sicuramente il budget dello show era molto basso). Questo fu il primo episodio che guardai. La puntata iniziava con Booby che tentava di far uscire del ketchup da una bottiglia. Il programma mostrava la mano che percuoteva il fondo del contenitore per almeno tre minuti. Poi arrivava finalmente un’altra mano, guardava Booby e diceva “Insieme”. Iniziava poi a colpire anche lei la bottiglia, fino a quando, finalmente, del ketchup non schizzava fuori dal contenitore per andare poi a finire sul tavolo (ricordo di aver ridacchiato un po’ durante questa scena). Poi Booby fissava il disastro combinato dal ketchup per qualche secondo, prima di girarsi verso la telecamera che zoommava lentamente su di lui.

Lo Scantinato di Mr. Bear – episodio 12: sarebbe un titolo piuttosto sospetto al giorno d’oggi. Questo programma mostrava un tizio in un costume da orso che riceveva ogni giorno un ospite diverso (era sempre un bambino). Era girato con una videocamera (neanche di chissà che buona qualità). La polizia mi ha fatto un sacco di domande su questo programma. L’episodio iniziava con Mr. Bear seduto ad un tavolo che giocava a dama da solo (non lo riconobbi all’inizio, ma era lo stesso tavolo usato in Booby). Rimase seduto lì a giocare per un po’, finché non bussarono alla porta. La videocamera allora si girò verso la porta, mentre bussavano di nuovo. Mr. Bear salì le scale ed aprì la porta, trovandosi davanti a due bambini piccoli. Un bambino aveva più o meno la mia età, mentre la bambina aveva circa 8 anni.

Dopo essersi messo a ballare per la felicità, Mr. Bear iniziò a parlare con i due bambini, ma ricordo di non esser riuscito a capire bene ciò che si dicevano. Poi li fece entrare nello scantinato, che era piuttosto buio, illuminato debolmente da una piccola lampada ad olio sul tavolo. Di cosa successe dopo ricordo solo lui che cantava una canzone che non riuscii a sentire bene (probabilmente a causa di quella grande maschera da orso). L’episodio finì con loro che giocavano a nascondino: i bambini si nascondevano in un armadio e Mr. Bear contava.

 

Maggio 1999

Minestra e Cucchiaio: credo che questo non fosse nemmeno un programma, penso che fosse più qualcosa tipo uno speciale. Quello che so è che smisi di guardare Caledon Local 21 per un po’ perché quel programma mi sembrava troppo stupido; inoltre avevano iniziato a trasmettere i Pokémon dalle 16:30 alle 17:00. Comunque, non ricordo molto di quel programma: c’erano un barattolo di minestra ed un cucchiaio legati con una corda che oscillavano avanti e indietro, come se qualcuno li tenesse e poi li facesse dondolare davanti alla videocamera. La cosa interessante è che era girato in uno scantinato, che sembrava lo stesso scantinato di Mr. Bear. Come ho detto, non ricordo molto, l’unica reminiscenza è il finale.

Il tutto durò un’ora e mezza, con cose che trovavo stupide, come il cucchiaio che inseguiva la minestra cercando di “mangiarla”. Il finale mostrava 7 bambini seduti ad un tavolo (di nuovo, lo stesso di Booby), ciascuno con una ciotola di minestra davanti. Stavano seduti lì a guardare la telecamera, ma avevano dei volti confusi, quasi spaventati. Poi il cameraman prese il barattolo di minestra e disse “Cuuuuuuucchiai pronti?”. E finì così.

 

Luglio 1999

Era estate, e non guardavo Caledon 21 da un bel po’. Finché un giorno, quando ero andato a dormire a casa di un amico, decisi di darci di nuovo un’occhiata. Il mio amico aveva ricevuto una TV per il suo sesto compleanno, quindi rimanemmo svegli fino a tardi (per noi, alle 21:30 era tardi) a guardare la televisione. In quel momento mi ricordai di Caledon 21 e gliene parlai. Decidemmo di vedere se lo stavano trasmettendo, e con nostra sorpresa era così (dovevano aver cambiato l’orario di trasmissione).

Lo Scantinato di Mr. Bear – episodio 23: io ed il mio amico trovammo questa puntata molto divertente, soprattutto perché vennero dette delle parolacce. Ad ogni modo, quando ora ripenso a quell’episodio, realizzo che era davvero successo qualcosa di brutto quando era stato filmato. Iniziava con un’inquadratura verticale di Mr. Bear che saliva le scale che conducevano alla porta dello scantinato. Lo schermo si oscurò per circa un secondo, per poi riaccendersi con una dissolvenza, di nuovo in verticale, inquadrando frontalmente Mr. Bear. C’era anche un altro bambino che parlava con lui, che sembrava avere undici o dodici anni.

I due chiacchierarono per un po’ ma non riuscii a sentire quello che si dicevano (di nuovo a causa della videocamera scadente), fino a quando il bambino non iniziò ad alzare la voce. Diceva che era tardi e che sua sorella doveva tornare a casa, e si potevano anche sentire altre voci in sottofondo. Ricordo che allora Mr. Bear disse chiaramente “Vattene a fanculo, non sei stato invitato” con una voce profonda smorzata dalla maschera da orso. Ricordo anche che io ed il mio amico, udita la parolaccia proibita che iniziava con la “c”, ci guardammo l’un l’altro e scoppiammo a ridere, ma poi l’episodio iniziò a diventare più strano. Il bambino si mise a salire le scale, prima di girarsi e dire che sarebbe andato a chiamare la polizia. Mr. Bear corse allora verso il bambino, che iniziò ad urlare e a correre. La scena venne poi tagliata, e l’episodio finì così. Il canale cominciò poco dopo a trasmettere le scariche statiche.

Booby – episodio 42, “Giocando con le forbici”: era un pomeriggio piovoso, e mi stavo annoiando, quindi decisi di guardare il canale 21. Quando misi su Caledon stava appena finendo un programma che riguardava un bambino seduto su una poltrona, però non ricordo cosa stesse facendo. Per quanto riguarda l’episodio di Booby, ricordo che quando lo guardai per la prima volta pensai che fosse una puntata per ragazzi, perché si vedeva del sangue e le scene erano disgustose. Quando la polizia mi disse tutto, seppi a chi apparteneva quel sangue. L’episodio mostrava Booby ed un’altra mano con un nastro intorno al dito mignolo (la fidanzata di Booby). Booby aveva delle forbici, e saltellava avanti e indietro, mentre la sua fidanzata gli gironzolava lentamente intorno senza meta.

Un’altra mano entrò poi in scena, però era più piccola e veniva strattonata violentemente di qua e di là, come se qualcuno da sotto al tavolo la stesse muovendo forzatamente (più tardi scoprii che era proprio così). “Le forbici sono molto pericolose bambini, quindi maneggiatele con cautela” disse Booby rivolto alla videocamera. Mi accorsi che riuscivo a sentire degli urli soffocati, ma non riuscivo a capire da dove provenissero, a causa della cattiva qualità dell’audio.

La fidanzata di Booby afferrò la mano più piccola che continuava a dimenarsi, e Booby le si avvicinò con le forbici. Iniziò con il pollice, aprì le forbici e le richiuse intorno al dito, tagliandone la carne. Il sangue iniziò a colare, e gli urli soffocati divennero più forti. Il bambino di 5 anni che ero allora era profondamente disgustato. Ricordo di aver pensato che forse Booby era uno show fatto per ragazzi o comunque qualcuno più grande di me. Mentre facevo queste considerazioni, Booby stringeva sempre più la presa sulle forbici. Le lame arrivarono all’osso, e si udì un orribile scricchiolio. Fu allora che spensi la televisione. Non ne parlai mai con mio padre, perché avevo paura mi vietasse di guardare la TV.

 

Agosto 1999

Dopo quell’episodio di Booby non volli guardare Caledon 21 per un po’. Durante il mese di agosto, però, crebbe in me la curiosità di vedere altri episodi de Lo Scantinato di Mr. Bear per qualche ragione. L’ultimo episodio di Mr. Bear che avevo visto era strano, e in esso venivano dette delle parolacce, cosa che mi aveva anche fatto pensare che quel programma fosse pensato per ragazzi. Tuttavia, decisi di guardare Caledon 21 mentre mio padre era occupato.

Lo Scantinato di Mr. Bear – episodio 28: apparentemente, questo episodio di Mr. Bear venne mandato in onda per l’intero mese di Agosto. È stato studiato molto dalla polizia. All’inizio dell’episodio, Mr. Bear era seduto su di una sedia e parlava ai telespettatori. Diceva: “Ciao bambini! Volete visitare il mio scantinato? Per farlo, scrivetemi una lettera a questo indirizzo!”. Appariva poi una schermata bianca con una scritta in sovrimpressione fatta di lettere di colore diverso l’una dall’altra, che rimaneva fino alla fine dell’episodio.

La scritta era un indirizzo. E indovinate cosa feci? Mandai una lettera a Mr. Bear, o a quel bastardo malato che lo impersonava. Lo feci più che altro per curiosità, e mio padre fu d’accordo perché pensava che Mr. Bear fosse un innocuo programma per bambini, anche perché non aveva mai visto niente di quello che veniva mandato in onda su Caledon 21. Scrissi quindi una letterina con la migliore calligrafia di cui ero capace. Ricordo di scritto soltanto di quanto desideravo incontrare Mr. Bear, e ricordo di aver chiesto se anche Booby viveva nello stesso scantinato. Mio padre la spedì all’indirizzo di cui aveva parlato Mr. Bear nell’episodio (che per qualche ragione era stato mandato in onda per tutta la giornata).

Passò circa una settimana prima che ottenessimo una risposta, e ne rimasi sorpreso. Conservo ancora quella lettera, che ricevetti il 15 agosto 1999. Questo è quanto vi era scritto:

Caro Elliot,

ti ringrazio davvero tanto per la tua lettera, mi piacerebbe tantissimo riceverti nella mia cantina! Qui giochiamo, guardiamo film e andiamo a campeggio nel bosco!

E sì, anche Booby vive qui, lui è un mio buon amico!

Puoi raggiungermi al (la polizia ha tagliato l’indirizzo) a Caledon, Ontario, CA.

Non vedo l’ora di divertirmi insieme a te!

Con affetto, Mr. Bear

Non riesco a credere che mio padre non abbia mai trovato losca l’intera storia, perché mi portò davvero a quell’indirizzo. E fu allora che venne coinvolta la polizia, e iniziarono quelle domande senza fine, e quelle immagini di bambini terrificati, ed il bosco…

Pensare a tutto ciò mi riporta a una domanda, “perché sto scrivendo questo blog?”. Ebbene, quello psicopatico ed i suoi amici fecero cose terribili in quella casa, e ora sembra che stia cercando di rimettersi in contatto con me; il caso è stato riaperto dalla polizia. Tutto questo mi ha riportato al 1999, sono passati dieci anni, eppure sta accadendo di nuovo.

 

[Aggiornamento] 21/09/11

Avete continuato a scrivermi chiedendomi cosa accadde esattamente nel 1999; andrò subito al dunque. Lo scopo di quegli strani programmi era di attirare i bambini alla casa di Mr. Bear, e quello che fece scandalizzò l’intera città.

Mio padre mi portò davvero a Caledon seguendo le indicazioni sulla lettera. La casa era in periferia, in aperta campagna. La ricordo ancora. Sembrava una vecchia fattoria del ‘900. Le finestre erano tutte sbarrate e la casa era in rovina. Mentre ci avvicinavamo, ricordo che mio padre continuava a controllare l’indirizzo, guardando incredulo l’edificio. Poi la porta si aprì.

Mi aspettavo ci fosse Mr. Bear, ma rimasi sorpreso di vedere un poliziotto spuntare dalla porta cigolante. L’agente iniziò a parlare con mio padre e io chiesi subito se ci fosse Mr. Bear nella casa. Il poliziotto fece una leggera smorfia e mormorò “Oddio” o qualcosa del genere, poi iniziò a parlare piano con mio padre, così che io non potessi sentire, ma mio padre mi disse comunque di andare in macchina. Poi tornammo a casa.

Mio padre stette in silenzio per tutto il viaggio. Sentivo che era successo qualcosa di strano. Mio padre non mi disse niente per un po’, e ad ogni modo io non ci pensai più. Canale 21 non fu più trasmesso, e quando cercai di parlarne con mio padre ne negò l’esistenza. Credo di aver avuto 13 anni quando scoprii la verità.

Mi ricordai di Canale 21 un giorno e chiesi informazioni a mio padre. Immagino decise di dirmi la verità, finalmente. Caledon Local 21 era un programma TV locale che andò in onda dall’ottobre del 1997 all’agosto 1999 nella provincia dell’Ontario. L’intera programmazione veniva girata in una casa a Caledon (quella che visitai) e diretta da un uomo che non conosceva nessuno in città. Il canale era visibile solo dai televisori più vecchi, perché il segnale era captato solo dalle vecchie antenne (a frequenza minore). Quell’uomo creò tutti i programmi del canale, che erano diretti ai bambini. Booby era la sua mano, Mr. Bear era lui e sempre lui era il misterioso cameraman e la ragione per cui creò il canale era peggiore di quanto pensai inizialmente. Come avrete già capito, rapiva i bambini e li teneva nel suo scantinato. Ma mentre la maggior parte delle persone pensava che fosse un pedofilo, in realtà voleva usare i bambini per un altro scopo. L’uomo era fuggito la notte prima del giorno in cui arrivai, la notte prima che la polizia iniziasse ad investigare. Non ero l’unico a guardare quel canale.

 

[Aggiornamento] 09/11/11

Vi chiedo scusa per non aver risposto alle vostre domande per tanto tempo, non ho controllato la mia casella di posta elettronica per un po’. Ad ogni modo, lasciate che faccia finalmente chiarezza su quello che so. Tornando indietro ad ottobre, volevo informarvi del fatto che ho visitato la casa che era precedentemente di proprietà dell’uomo che gestiva Caledon 21. Ora ci vivono due donne, che hanno messo su un asilo nido nella struttura… l’ironia della sorte. Ora risponderò alle domande che mi avete inviato tramite email.

D: Conosci altre persone che guardavano Caledon 21 Local?

R: Posso dire che altre persone lo guardavano sicuramente, compresi quei bambini che si vedevano nello show di Mr. Bear. Dopo aver fatto alcune ricerche su Google, ho trovato sul forum Neoseeker delle discussioni nelle quali alcune persone parlavano degli show di Caledon 21 Local. Discutevano di show per bambini che avevo visto anche io, ma anche di altri programmi che non avevo mai guardato. Un utente che si chiamava iamreallife sembrava conoscere ogni show che era stato mandato in onda su Caledon 21 Local. Eccone due che non avevo mai sentito prima:

L’Angelo Caduto e la Vita: iamreallife lo descriveva come un programma abbastanza noioso in cui un ragazzo divagava di fronte alla telecamera su come dobbiamo compiacere Satana e placarlo prima che sia troppo tardi.

Dipingere con l’Anima: iamreallife ed un altro utente di nome sigy92 ne parlavano descrivendolo come uno show simile al film “Il mistero della strega di Blair”, perché in esso venivano mostrate delle riprese fatte da un cameraman che gironzolava per una foresta di notte, senza fare nulla di particolarmente interessante.

Cercherò di nuovo quella discussione e vedrò se riesco a linkarvela.

D: Dov’è Mr. Bear, o il ragazzo che indossava il suo costume?

R: Se lo avessi saputo, lo avrei scritto prima. Non ne ho idea, non so se è vivo o morto (spero la seconda delle due). La prossima volta che incontrerò l’amico di mio padre glielo domanderò, magari otterrò una risposta più precisa.

D: Cosa ha fatto Mr. Bear a quei bambini?

R: Questa è decisamente la domanda che mi è stata fatta più volte. La risposta a questa domanda l’ho avuta in ottobre, tramite un amico di mio padre che è un ufficiale della polizia di Caledon in pensione. Apparentemente, l’uomo che impersonava Mr. Bear portava i bambini fuori dalla casa, nella foresta lì vicino. La polizia non sa esattamente cosa gli fece lì, ma sono stati ritrovati 16 corpi carbonizzati di bambini di un età compresa tra i 4 ed i 13 anni in un fosso largo e lungo 15 piedi nel profondo della foresta. L’amico di mio padre non è voluto scendere nei dettagli, ma lo vedrò il prossimo martedì, e proverò a estorcergli più informazioni.

Questo è tutto quello che so, per ora. Grazie per l’interesse che dimostrate di avere per il mio blog, cercherò di raccogliere più informazioni possibili per il prossimo post. In realtà, sono sempre stato piuttosto interessato anch’io a questa vicenda. Dovrebbe essere un mio diritto sapere cosa diavolo è successo in quella foresta.

 

[Aggiornamento] 01/02/12

Mi dispiace non aver postato nulla per un po’, ma ho praticamente smesso di interessarmi al blog da quando sono arrivato ad un punto morto nella ricerca di informazioni circa l’identità del proprietario di Caledon Local 21.

Comunque, qualche settimana fa, un miracolo! Inaspettatamente, sono riuscito a trovare delle risposte dal padre di un bambino a cui facevo da babysitter. Vive dall’altra parte della strada dove abito, e facevo da babysitter ai suoi figli quando erano più piccoli; è disoccupato. Viveva nei boschi fuori Caledon ed ha assistito alle attività del proprietario del canale. Si chiama Anthony Pollo.

Quando viveva nel suo piccolo bungalow fuori dai boschi, ci si avventurava spesso per farsi una canna o due prima di ritornare al suo lavoro (era un artigiano). Mi ha detto che gli capitava di sentire voci di bambini dal profondo del bosco oltre ad una luce distante. Mi ha detto che questi eventi iniziarono nel tardo 1997 (nota: è più o meno quando Caledon Local 21 iniziò a trasmettere). A quanto pare, si seccò di questi avvenimenti ed andò ad investigare.

Poi mi ha descritto tutta la scena che si trovò di fronte. C’era un gruppo di bambini (da 13 a 17 fanciulli) dai 5 ai 12 anni raccolti intorno ad un grande focolare. Con loro c’era un solo adulto. Pollo si avvicinò per parlargli (notando il suo aspetto trasandato, da drogato, e il suo continuo contorcersi) e gli chiese cosa stesse facendo nella foresta con i bambini. L’uomo disse che erano in campeggio, cosa che facevano spesso. Pollo, non sospettando nulla (Caledon ha uno dei tassi di criminalità più bassi del Canada) se ne andò, dicendogli solamente di non fare troppo chiasso. Si è fermato un attimo e poi mi ha detto che non furono più silenziosi, anzi qualche volta ha sentito i bambini cantilenare ad alta voce in una lingua che non conosceva. Non si è preso la briga di parlare di nuovo con l’uomo, dato che si sarebbe trasferito di lì a poco.

Gli ho detto che quell’uomo era probabilmente il proprietario di Caledon Local 21, ma secondo lui non era così, dato che aveva sentito da molti altri abitanti della zona che stava per trasferirsi a Pickering. Quindi, ecco cosa so ora:

  • l’uomo portava spesso i bambini nel bosco “in campeggio”;
  • il focolare che mi ha descritto Pollo potrebbe essere la fossa in cui sono stati trovati i corpi dei bambini;
  • i bambini visti da Pollo sono probabilmente quelli trovati morti;
  • l’uomo si è trasferito in una città chiamata Pickering (una piccola cittadina a Est di Toronto).

Ne parlerò con l’amico di mio padre (l’ex poliziotto) per vedere se tutto questo corrisponde con ciò che la polizia sa a proposito dell’uomo. Voglio anche vedere se sa altro su ciò che veniva trasmesso su Caledon Local 21.

 

[Aggiornamento] 20/03/12

Buone notizie, ragazzi. Ho parlato con l’amico di mio padre, e lui mi ha rivelato un sacco di informazioni. Per prima cosa gli ho chiesto se la polizia avesse mai scoperto qualcosa sull’uomo che gestiva Caledon 21 Local, e lui mi ha detto che hanno seguito gli stessi indizi per anni, e non hanno mai trovato un sospettato. Ad ogni modo, la polizia regionale del Peel possiede alcuni dei nastri magnetici ritrovati nella casa da cui Caledon 21 Local veniva mandato in onda, e mi ha portato alla stazione per mostrarmene alcuni. Credo di non aver ancora detto molto al riguardo dell’amico di mio padre, si chiama Mitchell Wilson ed è un uomo simpatico, che sembra comprendere la mia sete di informazioni su quello che accadde in quella casa nei tardi anni ’90. Lui pensa che mio padre abbia sbagliato a non parlarmene per così tanto tempo.

Mi ha portato alla stazione di polizia sulla Davis Road (per chi non lo sapesse è la più grande stazione di polizia di Caledon, e una delle più grandi nell’intera regione del Peel). Ogni stazione della regione possiede alcuni nastri magnetici, quella sulla Davis ne ha tre. Li ho guardati tutti e tre. Per ovvie ragioni, non mi è stato consentito di portare a casa mia nessuno dei tre nastri.

Booby – episodio 2, “Gli amici sono come fiori”: questo è uno dei primi episodi di Booby. La qualità del video era peggiore del solito (forse venne girato con una videocamera ancora più vecchia), ma l’episodio era stato girato nel solito posto in cui erano ambientati anche gli altri episodi di Booby. L’ho riconosciuto all’istante. La puntata iniziava con Booby che ondeggiava avanti e indietro davanti alla telecamera. Dopo pochi secondi entrava in scena anche un’altra mano, molto più piccola, che sembrava appartenere ad un bambino.

La mano più piccola iniziava subito a saltellare con entusiasmo, prima di raggiungere Booby e unire le sue dita insieme per “baciarlo”. Dopo pochi secondi Booby afferrava la mano più piccola e la stringeva forte. Continuava a stringerla per almeno dieci minuti, poi la videocamera faceva una panoramica e le due mani uscivano di scena. La panoramica continuava fino a quando la videocamera non inquadrava una margherita appassita. La videocamera zoomava sul fiore, e quando si fermava si riusciva a udire una voce di bambina fuoricampo, che diceva “Gli amici sono come fiori nel giardino della vita”. L’episodio finiva così.

Dipingere con l’Anima – episodio 10, “Spazzatura gettata via”: Dipingere con l’Anima era uno degli show di cui parlavano iamreallife e sigy92 su Neoseeker. L’ho detto alla polizia, e loro mi hanno detto che 12 episodi di questo programma vennero mandati in onda su Caledon 21 tra il 5 dicembre 1997 e l’8 gennaio 1998.

Esattamente come iamreallife e sigy92 lo avevano descritto, l’episodio si apriva con le scene riprese da un cameraman che girovagava in una foresta. Sembrava che le riprese fossero state fatte di sera, perché pareva che il sole stesse tramontando. Il cameraman camminava lungo un sentiero fino a raggiungere una zona in cui c’era un sacco di immondizia buttata tra le foglie.

La camera riprendeva cartacce, bottiglie, sacchetti e scatole, stando attenta a soffermarsi su ognuno di questi rifiuti per almeno due secondi. Si fermava poi in un punto, mentre una voce fuori campo iniziava a parlare. Ricordo che era una voce molto timida e tranquilla, e credo di averla sentita in qualche altro programma di Caledon 21 Local. Riuscivo a malapena ad udire ciò che stava dicendo, ma comprendevo che stava principalmente parlando di quanto gli umani siano pattume, e di qualcos’altro che aveva a che fare con l’ottenere la salvezza eliminando l’immondizia (noi). So che in fin dei conti suonava molto stupido, ma udire quelle parole mi fece provare comunque una sensazione di terrore… voglio dire, quella foresta era probabilmente il posto in cui erano stati ritrovati i corpi, no?

Lo Scantinato di Mr. Bear – episodio 25: quando l’ufficiale di polizia è entrato nella stanza con il nastro di questo episodio, mi sono lasciato scappare un “Oh merda” e ho ridacchiato a voce un po’ troppo alta. Ovviamente ho avuto addosso gli sguardi dei presenti, ma Wilson ha parlato loro della mia piccola esperienza con Mr. Bear, e di come ancora conservo quella lettera che mi ha mandato. Come negli episodi precedenti in questo episodio il protagonista era un uomo che indossava un costume da orso mascotte.

L’episodio iniziava con Mr. Bear che camminava saltellando verso il tavolo con la tovaglia rossa, mentre teneva una bottiglia di succo d’arancia tra le mani (o zampe?). Sul tavolo erano disposti sedici bicchierini e una bottiglia più piccola contenente un liquido misterioso. Mr. Bear versava una quantità uguale di succo d’arancia in ogni bicchierino, all’interno dei quali faceva poi cadere, dopo aver aperto la bottiglietta più piccola, una goccia del liquido non identificato. Mr. Bear usciva poi dalla visuale della videocamera, si udivano alcuni rumori ovattati come quello di passi strascinati e poi l’uomo riemergeva da dietro la posizione della videocamera.

Era seguito da 16 bambini, alcuni sembravano avere un’età sui 4 anni, mentre altri sembravano essere praticamente adolescenti. Quando tutti i bambini erano entrati nel campo visivo della videocamera, l’ufficiale della polizia ha commentato che questo è l’unico episodio in cui vengono mostrate tutte e 16 le vittime.

I bambini sembravano tutti più o meno contenti, tranne uno, che aveva lividi visibili sul volto e, diversamente dagli altri bambini, sembrava avere un’espressione più impaurita. Sembrava di 11 o 12 anni, e questo dettaglio mi ha permesso di riconoscerlo. Era quel bambino che aveva chiesto di sua sorella e dopo era andato incontro ad un destino sconosciuto alla fine dell’episodio 23, quello che avevo guardato durante il mese di luglio del 1999.

Quando l’ho detto all’ufficiale lui ha confermato la mia ipotesi, e mi ha detto che quel bambino è stato presente anche nell’episodio 24, che è stato mandato in onda solo alle 15:00 sempre durante luglio del ’99, del quale la polizia non ha ancora ritrovato la registrazione su nastro magnetico. Mr. Bear iniziava poi a cantare una canzone che parlava degli agrumi e di quanto ci fa bene la vitamina C (riuscivo a fatica a comprendere il testo perché i suoni erano attutiti dalla maschera da orso) . Ogni bambino beveva poi il succo di frutta dal proprio bicchiere (il bambino dell’episodio 23 in maniera più riluttante), e la puntata finiva.

Dopo aver visto le registrazioni sui nastri magnetici in possesso della stazione di polizia sulla Davis, sono soddisfatto, ma solo per ora. La polizia continua a raccontarmi le stesse stronzate sul creatore di Caledon 21, mi ripetono che era un pedofilo feticista e apparentemente anche un seguace di una setta religiosa, ma io voglio ancora sapere la verità sull’intera storia. Adesso uscirò dal blog, e per prima cosa mi dedicherò all’università per un po’, poi cercherò di ottenere informazioni. Spero di poter tornare a scrivere il prima possibile.

 

[Aggiornamento] 12/05/12

Il 17 aprile ho finalmente preso la mia patente G2 (nell’Ontario, ti permette ti guidare un’auto da solo e con passeggeri dopo sei mesi). Chiaramente ne ho subito approfittato e sono andato a Caledon per una “gita domenicale”. Dal momento che è da tempo che non scrivo un aggiornamento, ho pensato di poter visitare la casa dove veniva girato il famigerato programma della mia infanzia. La casa aveva un aspetto differente dall’ultima volta che l’ho vista ad ottobre. L’edificio non veniva più usato come asilo nido ed era abbandonato. Comunque, c’era un cartello “Vendesi”, a dimostrazione del fatto che appartiene ancora a qualcuno, sebbene voglia disfarsene.

La casa abbandonata mi riportò alla mente dei ricordi sfocati, principalmente di quel giorno in cui mio padre mi portò a visitare Mr. Bear. Mi assalì un certo timore: cosa succedeva ai bambini mentre stavano in quella casa? Ho salito le scale della porta principale e ho sbirciato dalla finestra. Dentro si vedeva un corridoio quasi vuoto con qualche scatolone in fondo.

Alla fine del corridoio, sulla destra, c’era una porta che probabilmente conduceva alla cucina. Sulla sinistra c’erano due porte, che conducevano entrambe a delle stanze visibili dalle finestre esterne. Mi chiedevo dove fosse l’entrata della cantina e se fosse stata sigillata. Sono andato sul retro della casa e ho avuto la risposta: due porte di legno per terra ad un angolo quasi piatto erano sigillate con un lucchetto; probabilmente portavano alla cantina. Non volendo gironzolare lì intorno (non potete immaginare cosa mi passava per la testa in quei momenti) mi sono allontanato.

Dietro la casa il campo vuoto continuava finché non raggiungeva una fitta foresta che delimitava l’orizzonte. Mi chiedevo se quella fosse la foresta dove vennero ritrovati i corpi dei bambini. Mi sono detto “Fanculo” e mi sono incamminato verso la foresta. Il bosco era stranamente silenzioso, salvo il rumore regolare di qualche picchio che forava un albero in lontananza. Ho proseguito con prudenza, avventurandomi nel profondo della foresta, non dando molta importanza al fatto che non avessi idea di dove stessi andando. Non so come spiegarlo, ma sentivo che c’era qualcosa che dovevo trovare. Arrivai in una zona meno fitta e c’erano delle piccole case in lontananza. Mi passò per la mente la casa di Pollo e mi chiesi se una di quelle era la sua. Mi avvicinai ad una radura in cui vidi tre ceppi adeguatamente dimensionati intorno ad un’area scura, bruciacchiata (evidentemente era stato acceso un piccolo fuoco in quel punto).

“HEY! FUORI DAI COGLIONI DAL NOSTRO FORTE!”

Quelle parole mi fecero quasi venire un infarto. Mi girai alla mia sinistra e c’erano due persone vestite di nero che correvano verso di me. Inizialmente pensai di scappare via, ma quando si avvicinarono vidi che erano solo dei ragazzini, probabilmente di 13 o 14 anni, magari anche 12. Quando mi furono vicini, anche loro si resero conto della mia statura: io sono alto 1,86 m, mentre loro non erano più alti di 1,75 m (uno poteva anche essere di 1,70). “Abbiamo detto… levati dai coglioni” disse con convinzione il più grosso, che indossava una maglietta degli Spliknot. Mi piantai a terra e feci spallucce. Il più piccolo, che indossava una maglietta dei Metallica prese e mi puntò contro un balisong. “No, non vuoi farlo davvero.” dissi con una voce profonda, seria (cercando di sembrare più duro possibile) e presi il mio cellulare.

I due ragazzi si ritirarono e quello con la maglia dei Metallica mise via il coltello. “Senti amico, non ci piace avere gente nel nostro forte, non puoi andartene e basta?” disse quello con la maglia degli Slipknot, ovviamente intimidito. Non avevo nulla da fare nella foresta, quindi mi limitai ad un semplice “Va bene” e mi girai, prima di realizzare di avere una grande opportunità. “Qualcuno di voi ha mai sentito parlare di un tizio che uccise un gruppetto di ragazzi in questi boschi circa… 13 anni fa?” ho chiesto loro. I due si guardarono confusi, poi quello con la maglia dei Metallica rispose “Sì… TUTTI conoscono quel tizio” mi rispose, parlandomi come se fossi stupido. Il ragazzo con la maglia degli Slipknot continuò “Vive ancora da queste parti, nel canale fognario… un amico di mio fratello maggiore dice di averlo visto in un costume da orso gironzolare per la foresta di notte”.

Il mio istinto mi disse che probabilmente era una bugia, e sebben il proprietario di Caledon Local 21 era sparito da tempo, continuava ad esistere nelle tradizioni di questa isolata comunità. Ma come umano, il pensiero dell’ignoto mi attirò. “E dov’è il canale fognario?” chiesi (solo per curiosità, non credetti realmente alla storia del bambino). Il ragazzo con la maglia dei Metallica mi ha fissato per un momento, guardandomi tanto infastidito quanto incuriosito. “Non sei di queste parti, vero? Perché sei venuto qui?”, chiese. Ammetto che quella domanda mi prese un po’ alla sprovvista, ma comunque pensai che avrei anche potuto spiegare perché ero lì, per evitare che fraintendessero le mie intenzioni. Raccontai ai due bambini della mia esperienza con quell’uomo e con Caledon Local 21, e dissi loro che ero venuto a cercare una fine a quella storia (nonostante non ne fossi proprio sicuro).

I ragazzi sembravano conoscere il canale televisivo, dato che si guardarono e sorrisero quando lo nominai. Diventarono anche più amichevoli e mi diedero un’accurata descrizione di come trovare il canale fognario. Dopo poco, ho deciso semplicemente di girarmi e di tornarmene a casa per la strada dalla quale ero venuto, lasciando i bambini nel loro forte. Ora vi starete chiedendo perché ho lasciato fuori tutti i dettagli su quello che mi hanno detto quei due ragazzi proprio ora, ma è semplicemente perché ho deciso di concludere il racconto di ciò che ho raccolto oggi.

Ecco ciò che i ragazzi mi hanno detto nei dettagli:

  • la caditoia è più avanti del forte dei bambini, nella stessa direzione in cui io stavo andando;
  • il tubo di scarico riversa l’acqua piovana in un piccolo fiume, e lì vicino c’è un parco giochi che la gente usa raramente;
  • l’uomo probabilmente vive nel grande tubo di scarico che riversa l’acqua piovana nel fiume, la gente lo ha visto, sebbene indossasse sempre una maschera o un costume intero da orso mascotte. Nota: non credo che questa storia sia vera, penso che sia invece un semplice mito inventato dai residenti di Caledon. La storia non sembra ad ogni modo plausibile: perché nessuno ha chiamato la polizia? Quell’uomo non è sembrato sospetto a nessuno? E ci sono anche altre domande come questa che rendono questa storia poco credibile;
  • potrei visitare la caditoia. Non perché credo a questa storia, ma semplicemente per avere una scusa per visitare Caledon di nuovo e non lasciar morire questo blog (senza più nastri magnetici da guardare, non so più di cosa parlare!).

Grazie per il continuo supporto che date a me ed al mio blog. So che molti di voi vogliono più informazioni su quello che è successo a Caledon nel 1999, e farò del mio meglio per continuare le ricerche ed aggiornare il topic. Qui Elliot, chiudo.

 

[Aggiornamento] 04/10/12

Wow, quasi 5 mesi dall’ultimo aggiornamento. Immagino che tutti pensino che io sia morto, vero? Fortunatamente non lo sono. Comunque, parlando seriamente, sono stato davvero impegnato gli scorsi mesi, ed un blog che parla di qualcosa che avrebbe potuto uccidermi da bambino è abbastanza in basso nella scala delle mie priorità. Attualmente vivo a Waterloo, Ontario, e frequento la facoltà di ingegneria informatica dell’Università di Waterloo (sì, sono un appassionato). Come potete immaginare, studiare ingegneria non è una passeggiata, e ovviamente ho quasi dimenticato questo blog. Ma come potete vedere, sono tornato.

Mi sono ricordato di visitare il canale fognario di cui mi avevano parlato i bambini di Caledon. Era in una radura tra le zone boscose, vicino ad una palude. Sfortunatamente, non ho trovato assolutamente nulla; ad eccezione di una tartaruga che si è ritirata nella sua casa incorporata quando mi ha visto. Ho scattato qualche foto e le ho anche postate. Inoltre, lasciate che vi dica che NON era un canale fognario come avevano detto i bambini

Quello che visto era un semplice tubo, probabilmente per incanalare l’acqua in entrata alla palude. Quando sono tornato da Caledon, comunque, ho solo continuato a rimandare di uppare tutto finché mi sono completamente dimenticato del blog. Non mi sembrava semplicemente più importante (perdonatemi vi prego) finché, recentemente, non mi sono interessato al mio caso di nuovo. Il 10 settembre ho ricevuto un’email da questo indirizzo: [email protected]

Divertente, vero? Beh, questo è solo l’inizio. Vi copio e incollo qui l’email che questo tizio mi ha inviato:

Caro Elliot,

Mio caro, caro ragazzo,

mi sei mancato davvero tanto, oh quanto sei cresciuto! I tuoi occhi scintillanti sono rimasti gli stessi però, quegli occhi in cerca di avventura, oh, immaginarli porta calore al mio vecchio cuore di orso. Quel giorno che sei venuto a farmi visita ero così felice che ero uscito a raccogliere fragole. Mi aveva detto che saresti venuto a trovarmi! Oh sì, me lo aveva detto, che saresti venuto a trovarmi!

E presto, presto non sarai più solo! Mi dispiace davvero tanto non averti potuto salutare quando sei venuto, non una, ma due volte! Non preoccuparti comunque, presto potrai finalmente venire a giocare con gli altri bambini. Cercherò di rendere la mia cantina ancora più accogliente!

100 abbracci pelosi,

Mr. Bear

Ora c’è da dire che ovviamente questa mail è finta, ma mi piacerebbe ringraziare chiunque me l’abbia inviata. Il solo leggerla mi ha fatto venire i brividi, ma grazie a lei sono nuovamente pieno di un grande interesse per questa vicenda e per questo blog. Trovo divertente continuare a cercare di risolvere i misteri sui quali mi sono sempre interrogato. Ho parlato al mio compagno di stanza di questa storia e lui ha pensato che la mail fosse vera, e mi è sembrato più spaventato di quanto lo sia stato io per un secondo. Ma poi io ho cercato di minimizzare, e lui si è calmato. Voglio dire, quante possibilità ci sono che quella mail sia stata inviata veramente da Mr. Bear? Come avrebbe fatto quel pazzo a sapere che sono andato a Caledon quella volta? E ancora, come avrebbe fatto a conoscere il mio indirizzo email e sapere che sono ancora interessato alla sua cantina? Ah.

Risponderò a “returntheb”. Wow, anche solo guardando il mittente potete dire che qualcuno aveva intenzione di farmi dare di matto. Non ha funzionato, però, a te che hai mandato quella mail, chiunque tu sia, grazie per aver scatenato nuovamente il mio interesse per questa vicenda. Forse posso sapere di più riguardo quello che è successo a Mr. Bear, o almeno lo spero, perché anche se non credo che quella lettera me l’abbia inviata davvero lui, una parte di me è ancora in ansia per questa storia. Grazie a tutti voi che continuate a seguirmi e siete diventati così avidi di informazioni, è anche per voi che ho deciso di continuare a indagare!

Grazie ragazzi.

 

[Aggiornamento] 09/11/13

Wow, non riesco a credere che questo blog non sia stato ancora cancellato, non ho postato nulla per molto tempo. Ho le mie ragioni, preferisco non parlarne ancora, è stato un anno abbastanza… traumatico per me. Alcuni di voi avevano ragione, non avrei dovuto tornare indietro e provare a svelare i misteri della mia infanzia, ma non sono riuscito a resistere. Sono passati più di dodici mesi dal mio ultimo post e sono successe un sacco di cose. Ricapitoliamo il punto a cui sono arrivato per quanto riguarda l’intera faccenda dell'”incidente di Mr. Bear”.

  • [email protected] non è più in uso, ho provato a mandare una mail a questo indirizzo ma non ho ricevuto risposta. Ho provato a mandarne un’altra a marzo, ma ancora niente;
  • mi sono trasferito a Ottawa (capitale del Canada, per chi non la conoscesse) per l’università, quindi non sono più andato a Caledon e non sono mai tornato a casa nella regione del Peel fino ad ora, per motivi che potete immaginare;
  • ho dovuto farmi un nuovo indirizzo di posta elettronica perché la gente continuava a prendermi in giro mandandomi messaggi nei quali si fingeva Mr. Bear. Grazie (di niente) ragazzi;
  • perché sono tornato su questo blog? Mitchell Wilson (ricordate? l’ex poliziotto amico di mio padre) mi ha chiamato il 23 ottobre per parlarmi di un nastro magnetico che è stato trovato in una succursale della biblioteca pubblica di Brampton. Brampton è la mia città natale, per chi ancora non lo sapesse. Sosteneva che non gli era permesso di discutere del contenuto del nastro perché era ancora sotto osservazione, ma mi ha chiesto di andare a dargli un’occhiata quando sarei tornato a casa. Questo nastro ha rimesso in moto gli ingranaggi del caso, perché tutti sappiamo cosa c’era nelle ultime registrazioni che ho visto. Posso solo immaginare cosa ci sia lì sopra, immagino che debba avere qualcosa a che fare con Caledon Local 21.

Immagino di essere tornato solo per dirvi che voglio mandare avanti questo blog e per ringraziare chi lo segue ancora. Non so quando tornerò, ma quando vedrò il nastro farò un post per parlarvi del suo contenuto. Non so cosa aspettarmi, ma l’idea di guardare quel nastro mi ha reso di nuovo interessato a questo mistero.

– Elliot

 

[Aggiormaneto] – 16/01/14

È stato un lungo anno per me. L’università mi ha fatto passare le solite notti insonni, specialmente da quando mi sono trasferito ad Ottawa che è IL posto migliore per fare festa (sarcasmo). Ma ora sono tornato a casa con mio padre, a Brampton, la città in cui sono cresciuto. Sono tornato a casa il 18 dicembre e sono stato a festeggiare con amici e parenti, o almeno è quello che avrei voluto fare. Quest’anno non sento quell’allegria che avevo di solito in questo periodo del mese.

Per rispondere alle centinaia di email e commenti che ho ricevuto – sì, ho visto quei filmati che l’amico di mio padre (Mitchell Wilson) aveva promesso di mostrarmi. Questi filmati sono come una maledizione, comunque; voglio saperne di più, ma allo stesso tempo voglio dimenticarmi di tutto. Non ho potuto farci nulla, avevo BISOGNO di vedere quei filmati. Non solo per me stesso, ma per tutti voi che siete interessati quanto me a quel misterioso uomo col costume da orso. Comunque, dopo aver visto quei filmati sento di nuovo quel profondo terrore dentro di me, scatenato dal fatto che io sarei potuto essere uno di quei bambini nei filmati, che ora sono morti. Se non avete saltato questo paragrafo per arrivare subito alla parte più succulenta, grazie per essere stati a sentire il mio sfogo.

Venerdì, mercoledì 1° gennaio ho chiamato Mitchell Wilson e gli ho chiesto quando sarei potuto andare da lui a vedere i filmati. Il clima era piuttosto fiacco alla stazione di polizia a causa della nevicata, quindi mi ha detto che sarei potuto andare quando volevo. I filmati si trovavano in una filiale non molto lontana da casa mia. Quindi ho coraggiosamente affrontato le strade fangose e i terribili guidatori di Brampton e mi sono fatto strada fino alla stazione di polizia del Peel situata nel centro della città di Bramalea.

Ho incontrato Wilson alla reception e mi ha portato al secondo piano, in un piccolo ufficio. Mi ha detto di mettermi a sedere e aspettare mentre andava a prendere i nastri. Prima di uscire dall’ufficio, si è girato verso di me e ha detto “So che sei curioso, ma… sei sicuro di volerlo fare?”. Ovviamente lo ero, o almeno così credevo. Inoltre, l’amico di Wilson si è dato molto da fare per farmi venire qui e non volevo sprecare l’occasione. Questa stazione in particolare aveva quattro nastri tra le mani. Ad ogni modo, mi era permesso di guardarne solo tre, perché pare che il quarto nastro fosse troppo danneggiato per girare su un videoregistratore.

Dipingere con l’Anima – episodio 3, “Come spolverare una stanza”: mi ero quasi dimenticato di questo programma, non l’ho mai visto in TV ma avevo guardato un episodio alla stazione di polizia di Caledon. La puntata si apriva con la telecamera che faceva una panoramica di una piccola stanza vuota. C’era una finestra sul muro di fronte alla porte e fuori era buio. Il cameraman camminava verso la finestra rivelando una piccola radura prima di una oscura, fitta foresta a circa 15 piedi dalla finestra. Il cameraman faceva un giro con la telecamera finendo con l’inquadrare la porta e finalmente parlava; “O-oggi sto p-per m-m-mostrarvi come s-spolverare a-adeguatamente una s-stanza”. Ho riconosciuto la voce del cameraman, era la stessa dell’altro episodio: debole, timida, solo che balbettava chiaramente.

A quel punto le cose si sono fatte più strane. Il cameraman puntava la telecamera sui suoi piedi, mostrando un manico di scopa di metallo, e lo prendeva con la mano libera. La sua mano era quella di un uomo bianco, quindi è stato facile accorgermi del sangue fresco e luccicante che la ricopriva. L’uomo poi spiegava che per rendere la stanza pulita, bisognava fare sacrifici. E detto questo l’uomo iniziava a colpire il soffitto con il manico di scopa. Dopo poco c’era un grosso buco sul soffitto, che mostrava le assi di legno di cui era fatto il tetto. Il pavimento era adesso piuttosto in disordine, con pezzi di soffitto che lo ricoprivano formando uno strato di intonaco. L’uomo puntava poi la telecamera sul pavimento e cominciava a rompere i pezzi di intonaco più grossi con i piedi. Poi tornava alla porta e inquadrava con la telecamera il disastro che aveva creato. “E-e-e ora la stanza è… è…”; l’episodio terminava così, prima che potesse concludere la frase.

Wilson mi ha avvertito del fatto che i prossimi due filmati erano più disturbanti. Ho insistito per guardarli lo stesso, sebbene una voce nella mia testa mi dicesse che non avrei dovuto.

Booby, episodio 30 – “Figli della Luce”: si trattava di Booby, uno degli show che avevo guardato quando ero un bambino. Non avevo mai visto quell’episodio prima di allora, e vorrei che fosse ancora così. La puntata iniziava nello stesso modo in cui iniziava ogni altra di quello show che avevo visto. Un’unica mano di un adulto (Booby) si dondolava avanti e indietro. Dopo pochi secondi Booby si girava verso la videocamera e diceva “Le canzoni sono più belle se sono cantate dai bambini!”. Poi la mano usciva dal campo visivo della videocamera, infilandosi sotto al tavolo.

Dopo pochi secondi la scena veniva tagliata all’improvviso e appariva un’altra scena che era stata filmata all’esterno, con la videocamera puntata su un falò in una piccola fossa. Era notte e sembrava che il cameraman si trovasse in una piccola radura in una foresta, ma era difficile capirlo a causa della scarsa qualità del video. La videocamera zoomava sulla fiamma del falò, che ardeva abbastanza regolarmente. All’improvviso, una mano umana veniva spinta nel fuoco da un paio di mani adulte. Era piccola, sembrava quella di un bambino, e veniva trattenuta saldamente ferma in quella posizione dalle altre due. Il suono era assente per i primi secondi ma poi partiva una canzone, che ho riconosciuto essere una canzone della mia infanzia. L’avevo cantata in chiesa o a scuola (frequentavo una scuola elementare cattolica). Se non la conoscete, ecco il link di un suo video su YouTube: Figli della Luce.

Quella canzone è iniziata quando la mano è stata costretta nel fuoco. Ha continuato a suonare mentre la mano lottava per sfuggire alla presa delle altre due, ha continuato mentre la mano diventava color rosso barbabietola e la pelle iniziava a staccarsi, ha continuato mentre il fumo iniziava a risalire dall’arto. Devono esserci voluti solo pochi minuti alla mano per diventare completamente nera, salvo che per i pochi punti in cui si intravedevano le ossa bianche sotto la carne carbonizzata. Cazzo… quell’immagine è impressa nella mia mente. La mano si fermava, rimanendo inerte senza muoversi più. L’episodio poi aveva termine.

Lo Scantinato di Mr. Bear, episodio 30 – Mr. Bear non ha mai cessato di disturbarmi, specialmente dopo quello che era quasi successo quando ero piccolo. Questo episodio era stato girato fuori, in una foresta durante il crepuscolo, e questo rendeva più difficile capire cosa succedeva in esso, anche a causa della pessima qualità delle immagini (marchio di fabbrica di qualsiasi show su Caledon Local 21). L’episodio iniziava con la videocamera che veniva tenuta tra le “zampe” di Mr. Bear che la puntava su sé stesso.

Quella maschera da orso… sembrava più sinistra tra le ombre degli alberi. L’inconfondibile voce soffocata poi ha detto: “Ciao bambini! Oggi farò una cosa meravigliosa per i miei amici: li manderò in una terra lontana dove saranno certamente felici!”. Mr. Bear girava poi la videocamera per inquadrare un ATV con un rimorchio (come questo), ma la cosa che spiccava di più era ciò che c’era nel rimorchio: sette bambini immobili, sdraiati uno di fianco all’altro. “Q-questo è il primo carico, ma molti altri saranno in cammino presto!” ha detto Mr. Bear mentre si girava per puntare la videocamera su una larga tela incerata aperta sul terreno.

Mr. Bear afferrava poi un angolo della tela e la sollevava per mostrare un fossato profondo 12 piedi e largo forse 15. Per il resto dell’episodio, Mr. Bear prendeva ogni bambino e lo buttava nel fosso. Ho chiesto a Wilson se quei bambini fossero morti, e lui ha scosso la testa e mi ha risposto “Non ancora”. Presto tutti i bambini erano nella buca, alcuni in posizioni scomode a causa del modo in cui erano stati gettati lì dentro, ma ancora incoscienti. “La vitamina C aiuterà sicuramente questi bambini durante il loro viaggio!” ha detto Mr. Bear, per poi puntare la videocamera su alcune taniche di benzina accanto a un cespuglio. La videocamera puntava sulle taniche mentre Mr. Bear canticchiava a bocca chiusa, e l’episodio finiva.

Wilson mi ha detto che quelle erano 7 delle 16 vittime che erano state trovate completamente carbonizzate. La benzina è il combustibile che l’uomo che impersonava Mr. Bear ha usato per dare loro fuoco. Un fosso pieno di corpi di bambini che bruciano… chi cazzo farebbe una cosa del genere? Quella sensazione di terrore mi ha pervaso ancora una volta, quando mi sono reso conto del fatto che avrei potuto essere uno di quei bambini.

Wilson mi ha poi spiegato che in precedenza mi aveva mentito e che il nastro in possesso del ramo della polizia di Bramalea in realtà funzionava e mostrava il processo di combustione dei corpi, ma sentiva che non sarei stato in grado di gestire la natura “nuda e cruda” delle riprese. E sapete una cosa? Forse ha ragione. Io quell’episodio non voglio nemmeno vederlo. Sono soddisfatto per ora, ho solo bisogno di mettere insieme i miei pensieri. Il problema è che l’uomo che impersonava Mr. Bear e gestiva Caledon Local 21 è ancora là fuori.

Avrete presto maggiori informazioni.

-Elliot

 

INRI

Tanto tempo fa…

C’era un ragazzo di nome Elliot

Elliot era un ragazzo intelligente a cui piaceva giocare con gli amici

Un giorno lui guardò un adorabile show in televisione in cui c’erano un orso e i suoi piccoli amici

I bambini amavano aiutarsi l’un l’altro come tutti i bravi piccoli dovrebbero fare, ma amavano anche l’orso

L’orso amava i bambini visto che loro erano così bravi ad aiutare lui e l’angelo caduto

I bambini e l’orso volevano giocare insieme per sempre con l’aiuto del loro amico Booby

Ma l’angelo caduto aveva bisogno di più aiuto, e così i bambini dovettero fare l’ultimo sacrificio

Perché questo è ciò che fanno gli amici Elliot

Si aiutano l’un l’altro

Aiutaci Elliot, brucia con noi Elliot

Voglio te Elliot, lui vuole te Elliot

Torna nel mio scantinato

Mi raccomando, ti voglio con zucchero e glassa addosso!

Mr. B.

INRI

 

Di più

Candle Cove

Candle Cove è il nome di una creepypasta che narra di un omonimo show televisivo per bambini, andato in onda su un canale statunitense negli anni ’70.

Pubblicato per la prima volta il 15 marzo 2009 dal cartoonista Kris Straub, il 5 giugno 2009 la storia sbarca su Creepypasta.com, ricevendo una valutazione di 9,2/10 e centinaia di commenti, ed in seguito su 4chan e Reddit. Il racconto sembra tratto da uno show televisivo realmente andato in onda a Ironton, Ohio, USA, dal titolo Pirate Place, ispirato al libro del 1767 The Nickerbocker’s Tale di autore anonimo, probabilmente Collin Caulkry. La storia è narrata come una lunga chat a cui partecipano numerosi utenti che cercano di ricostruire, attraverso i ricordi dell’infanzia, le avventure della piccola Janice e della sua banda di amici immaginari che popolano Candle Cove. Con lo scorrere dei messaggi, la verità dietro il macabro show viene infine alla luce, rivelando quello che si nasconde dietro i ghignanti e grotteschi sorrisi dei protagonisti.

Buona lettura.

 

 

Candle Cove

NetNostalgia Forum – Televisioni (locali)

Skyshale033
Subject: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
Ragazzi, qualcuno si ricorda questo show per bambini? Si chiamava Candle Cove e quando andava in onda avevo all’incirca 6 o 7 anni. Non ho trovato alcuna notizia in giro, così sono giunto alla conclusione che doveva essere andato in onda su un canale locale intorno al 1971 o al 1972. Al tempo vivevo ad Ironton. Non mi ricordo su quale canale veniva trasmesso, però ricordo che andava in onda in un orario inconsueto, tipo le 16:00.

 

mike_painter65
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
mi sembra familiare…..sono cresciuto fuori ashland, e nel ’72 avevo 9 anni. candle cove…ma per caso parlava di pirati? mi ricordo il pupazzo di un pirata all’entrata di una caverna che parlava con una bambina

 

Skyshale033
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
SÌ! Bene, allora non sono pazzo! Mi ricordo di Percy il Pirata. Ne ero in qualche modo terrorizzato. Sembrava essere fatto di pezzi presi da altri pupazzi, una roba a basso budget. La testa era quella di una vecchia bambola di porcellana, che non c’entrava niente col resto del corpo. Non mi ricordo su che canale lo trasmettevano! Comunque non penso che andasse in onda su WTSF.

 

Jaren_2005
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
Mi spiace riaprire questa vecchia discussione ma mi ricordo perfettamente dello show di cui parli, Skyshale. Mi sembra che Candle Cove sia andato in onda giusto per un paio di mesi nel ’71, non nel ’72. Avevo 12 anni e l’ho visto qualche volta con mio fratello. Veniva trasmesso sul 58, qualunque canale fosse. Mia madre mi lasciava cambiare canale subito dopo il telegiornale. Vediamo quello che mi riesco a ricordare.

La storia era ambientata a Candle Cove, e parlava di una bambina che immaginava di essere amica con dei pirati. La nave pirata si chiamava Cepporidente, e Percy il Pirata non era poi un gran corsaro perché si spaventava per un nonnulla. Ricordo che c’era sempre la tipica musica pirata. Non mi ricordo il nome della bambina. Era Janice o Jade o qualcosa del genere. Mi pare che fosse Janice.

 

Skyshale033
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
Sei grande Jaren!!! Mi sono ricordato tutto quando hai menzionato la Cepporidente ed il canale 58. Mi ricordo che la polena della nave era una grossa faccia di legno sorridente, con la mascella sotto il pelo dell’acqua. Sembrava quasi ingoiare il mare e aveva quella terribile voce sibilante alla Ed Wynn anche quando rideva. Ricordo sopratutto quant’era fastidioso quando cambiava dal modello di legno e plastica, alla versione pupazzo con la testa che parlava.

 

mike_painter65
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
ha ha lo ricordo anch’io adesso. 😉 skyshale ti ricordi questa parte: “devi..entrare…LÌ DENTRO.”

 

Skyshale033
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
Cavolo mike, mi hai fatto rabbrividire leggendo il tuo post. Lo ricordo benissimo. Era la frase che la nave diceva sempre a Percy quando c’era un posto pauroso in cui entrare, tipo una grotta oppure una stanza buia dove di solito si trovava il tesoro. E la ripresa si avvicinava alla faccia di Cepporidente tra una parola e l’altra. DEVI… ENTRARE… LÌ DENTRO. Con entrambi gli occhi di traverso, la schiuma alla bocca e il filo da pesca che la faceva aprire e chiudere. Cavolo. Era proprio fatto male e scadente.

Ragazzi, vi ricordate il cattivo? La sua faccia era fatta solo da dei baffi sopra una fila di denti lunghi e stretti.

 

kevin_hart
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
ve lo giuro, davvero ho sempre pensato che il cattivo fosse Percy il Pirata. avevo all’incirca 5 anni quando mandavano in onda questa trasmissione. benzina per gli incubi.

 

Jaren_2005
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
No, il pupazzo coi baffi non era mica il cattivo. Era Horace l’Orribile, il braccio destro del vero cattivo. Aveva anche un monocolo, in cima ai baffi. Ho sempre pensato che voleva significare che aveva un occhio solo.

Ad ogni modo, il cattivo era un’altra marionetta. Lo Strappa-Pelle. Non riesco a credere che ci lasciassero guardare una cosa simile, a quei tempi.

 

kevin_hart
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
cazzo, lo strappa pelle. che cavolo di programma guardavamo, da bambini? proprio non riuscivo a guardare lo schermo, quando saltava fuori lo strappa pelle. scendeva giù all’improvviso dal nulla legato ai suoi fili, uno sporco scheletro che indossava un cappello ed una tunica marroni. ed i suoi occhi vitrei erano troppo grossi rispetto al teschio. porca puttana.

 

Skyshale033
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
Sbaglio o tunica e cappello sembravano cuciti a caso? Cosa doveva essere quella, pelle di bambino??

 

mike_painter65
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
mi sa proprio di sì. mi ricordo che la sua bocca non è che si apriva e chiudeva, la sua mascella slittava solo a destra e a manca. mi ricordo che la bambina che chiedeva “come mai la tua bocca si muove in quel modo” e lo strappa-pelle non guardava la ragazzina ma la telecamera e diceva “PER MACINARTI LA PELLE”

 

Skyshale033
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
Mi sento sollevato a sapere che altre persone si ricordano di questa terribile trasmissione!

Ho un ricordo bruttissimo di quand’ero piccolo, un incubo in cui sentivo terminare la sigla iniziale del programma, che dopo una dissolvenza in nero riprendeva, e tutti i personaggi erano lì, ma la ripresa tagliava direttamente su ognuna delle loro facce e loro non facevano altro che urlare, i pupazzi si muovevano come colti da epilessia e continuavano ad urlare ed urlare. C’era anche la bambina, che piangeva e si lamentava come se avesse assistito alla scena per ore. Mi sono svegliato più volte a causa di quell’incubo. Ricordo che spesso bagnavo il letto.

 

kevin_hart
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
non penso che fosse un sogno. me lo ricordo. ricordo bene che quello era un episodio.

 

Skyshale033
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
No no no, non è possibile. Non c’erano una storia o roba del genere, intendo che se ne stavano là a piangere ed urlare per tutto lo show.

 

kevin_hart
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
forse la memoria mi gioca brutti scherzi dopo aver letto il tuo post, ma giuro che mi ricordo d’aver visto tutto ciò che hai descritto. urlavano e basta.

 

Jaren_2005
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
Cavolo. Sì. La bambina, Janice, ricordo di averla vista tremare. E lo Strappa-Pelle urlava digrignando i denti, la sua mascella strideva così velocemente che pensavo si sarebbe rotta da un momento all’altro. Ho spento subito il televisore ed è stata l’ultima volta che l’ho guardato. Sono corsa a dire tutto a mio fratello e non abbiamo avuto il coraggio di riaccendere la tv.

 

mike_painter65
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
oggi sono andato a trovare mia madre in ospedale. le ho chiesto di quando ero piccolo nei lontani anni ’70, quando avevo 8 o 9 anni e se si ricordava di uno show per bambini, candle cove. mi ha detto che era sorpresa che mi ricordassi ancora quel programma così le ho chiesto il perché, così mi ha risposto “perché ho sempre pensato fosse strano quando mi dicevi ‘mamma vado a guardare candle cove’ e subito accendevi il televisore su un canale che trasmetteva solo scariche statiche e restavi a fissarle per 30 minuti. avevi una grossa immaginazione col tuo piccolo spettacolo sui pirati.”

 

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L’esperimento russo del sonno – Russian Sleep Experiment

Russian Sleep Experiment è una creepypasta ambientata nell’Unione Sovietica in cui alcuni scienziati, finanziati dall’esercito, sperimentano gli effetti della privazione prolungata del sonno su dissidenti politici, che devono restare svegli per 30 giorni di seguito.

Il racconto è stato pubblicato l’8 agosto 2009 dall’utente Rip747 su WordPress, dichiarando che l’intera storia gli era stata inviata via email dal fratello. Nel 2010 il testo viene ripubblicato su The Creepypasta Wiki e nel 2011 MrCreepyPasta ne carica un video su YouTube. Il successo arriva quando l’utente Griffin23 nel 2012 linka la storia su Reddit /r/WTF, e viene aperto il sito RussianSleepExperiment.com, che contiene una versione della creepypasta leggermente modificata.

E se vi state chiedendo quanto può resistere un essere umano senza dormire, lo potete scoprire nell’articolo Quanto si può sopravvivere senza dormire?

Buona lettura.

 

 

L’esperimento russo del sonno – Russian Sleep Experiment

 

Alla fine degli anni ’40, alcuni scienziati russi tennero svegli cinque uomini per due settimane, usando un gas sperimentale a base di stimolanti.

Le cavie furono isolate in un ambiente chiuso ermeticamente in modo da poter controllare con precisione i loro livelli di ossigeno. Infatti il gas, se inalato in alte concentrazioni, avrebbe potuto ucciderli. All’epoca non esistevano le telecamere a circuito chiuso, così le cavie vennero controllate per mezzo di alcuni microfoni e da piccole finestrelle di vetro temperato da cui si poteva guardare all’interno. Nella camera c’erano libri, alcune brandine prive di coperte, acqua corrente, un bagno ed abbastanza cibo essiccato da sfamare le cinque cavie per un mese.

Le cavie dell’esperimento erano prigionieri politici considerati nemici dello stato durante la Seconda Guerra Mondiale.

 

I primi 5 giorni

Per i primi cinque giorni andò tutto bene, le cavie non si lamentarono poiché era stato promesso loro (falsamente) che sarebbero stati liberati se si fossero sottoposti al test e non avessero dormito per trenta giorni. Le loro conversazioni e attività furono controllate e gli scienziati notarono che le cavie iniziarono a parlare d’incidenti sempre più drammatici riguardo il loro passato e che, superato il quarto giorno, il tono generale dei discorsi divenne sempre più triste e malinconico.

Passati cinque giorni le cavie iniziarono a rimpiangere le circostanze e gli eventi che li avevano portati a essere rinchiusi in quel posto e incominciarono a manifestare delle gravi paranoie. All’improvviso smisero di parlare tra loro e incominciarono, a turno, a sussurrare ai microfoni e attraverso le finestrelle a specchio. Stranamente, sembrava che tutte le cavie fossero convinte di poter convincere gli scienziati di essere migliori dei loro compagni. Inizialmente, gli scienziati supposero che fosse un effetto collaterale del gas.

 

Giorno 9

Dopo nove giorni uno di loro cominciò a urlare. Corse per la camera continuando a gridare a squarciagola per tre ore di fila; quando non fu più in grado di urlare continuò a emettere sporadici rumori gutturali. Gli scienziati ipotizzarono che si fosse lacerato le corde vocali. La cosa più sorprendente di questo episodio fu vedere come reagirono le altre cavie. O meglio come non reagirono. Infatti continuarono a bisbigliare ai microfoni finché un altro prigioniero incominciò a urlare. Le due cavie che rimasero in silenzio presero i libri e li imbrattarono, pagina dopo pagina, con le loro feci per poi, tranquillamente, attaccarle sopra le finestrelle. Le urla cessarono di colpo. Così come i sussurri ai microfoni.

 

Giorno 12

Passarono altri tre giorni. Gli scienziati controllavano periodicamente che i microfoni funzionassero ancora, perché ritenevano fosse impossibile che non provenisse più nessun suono dalla camera. Tuttavia, il consumo di ossigeno indicava che tutti e cinque i soggetti erano ancora vivi. Per la precisione, consumavano un alto livello di ossigeno come se fossero sotto sforzo.

La mattina del quattordicesimo giorno, gli scienziati fecero una cosa che andava contro il protocollo, sperando di ottenere una qualche reazione da parte delle cavie: usarono l’interfono installato dentro la camera per mandare un messaggio ai prigionieri. Temevano che fossero morti o in coma. Gli scienziati annunciarono:

“Apriremo la camera per riparare i microfoni. Allontanatevi dalle porte e sdraiatevi supini a terra o vi spareremo. Se collaborerete, uno di voi sarà liberato immediatamente.”

Con stupore, gli scienziati udirono una singola frase in risposta, pronunciata con voce calma:

“Non vogliamo essere liberati.”

Dopo quanto accaduto si aprì un’aspra discussione fra gli scienziati e il corpo militare che finanziava la ricerca. Alla fine, visto che non riuscivano ad ottenere ulteriori risposte usando l’interfono, decisero di aprire la camera a mezzanotte del quindicesimo giorno.

 

Giorno 15 – Mezzanotte

La stanza fu liberata dal gas stimolante e riempita con aria fresca ed immediatamente, dai microfoni, delle voci incominciarono a lamentarsi. Tre di loro si misero a supplicare che il gas fosse riacceso, come se fosse in gioco la vita dei loro stessi cari. La camera fu aperta e dei soldati furono mandati a recuperare le cavie dell’esperimento. Queste incominciarono a urlare più forte che mai e lo stesso fecero i soldati, quando videro cosa c’era nella camera. Quattro delle cinque cavie erano ancora vive.

A patto che qualcuno possa definire “vivente” lo stato in cui si trovavano.

Le razioni di cibo degli ultimi cinque giorni non erano state toccate. Pezzi di carne provenienti dalle cosce e dal torace della cavia deceduta erano stati infilati nel tubo di scarico posto al centro della camera, in modo da bloccare la fognatura e dieci centimetri d’acqua avevano ricoperto il pavimento. Non fu mai determinato con certezza quanto di quel liquido fosse effettivamente acqua e quanto fosse sangue. I quattro sopravvissuti all’esperimento avevano grosse porzioni di muscoli strappate via. Lo stato della carne e le ossa esposte sulle loro dita indicarono che le ferite erano state inflitte a mani nude, e non con i denti come inizialmente si era pensato. Dopo un più attento esame dell’angolazione delle ferite si scoprì che la maggior parte, se non tutte le ferite, erano state auto inflitte.

Gli organi addominali che si trovano sotto la cassa toracica di tutte e quattro le cavie erano stati rimossi. Mentre il cuore, i polmoni e il diaframma erano ancora al loro posto, la pelle e la maggior parte dei muscoli attaccati alle costole erano stati strappati via, esponendo le ossa della cassa toracica. Tutte le vene e gli organi erano rimasti intatti, le cavie li avevano semplicemente tirati fuori dal proprio corpo e li avevano disposti a terra, aperti a ventaglio ma ancora funzionanti. Il tratto digestivo di tutti e quattro fu visto lavorare, digerire cibo. In un attimo fu chiaro che quello che stavano digerendo era la loro stessa carne che si erano strappati e mangiati durante gli ultimi giorni.

La maggioranza dei soldati faceva parte del corpo speciale della struttura, ma nonostante ciò si rifiutarono di tornare nella camera per prelevare i prigionieri. Questi continuavano a gridare di essere lasciati nella camera e a pregare affinché il gas fosse riacceso, dicendo che avevano paura di addormentarsi.

Con grande sorpresa di tutti, le cavie opposero una fiera resistenza nel momento in cui i soldati cercarono di farli uscire dalla camera. Uno dei soldati russi morì con la gola squarciata, mentre un altro rimase gravemente ferito quando i suoi testicoli furono strappati via e un’arteria della sua gamba fu lacerata dai denti di uno dei prigionieri. In tutto furono cinque i soldati che persero la vita, se si conta quelli che commisero suicidio nelle settimane seguenti a quella vicenda.

Durante la lotta, a una delle quattro cavie sopravvissute si perforò la milza e incominciò a sanguinare copiosamente. Il corpo medico provò a sedarlo ma si dimostrò impossibile. Gli fu iniettato un quantitativo di morfina dieci volte superiore alla norma, e quello ancora si dimenava come un animale impazzito, riuscendo a rompere una costola e il braccio di uno dei dottori. Anche se ormai nel suo sistema vascolare era rimasta più aria che sangue, il suo cuore continuò a battere per altri due minuti. Anche quando il cuore si fermò, la cavia continuò per altri tre minuti a urlare e agitarsi, attaccando chiunque si trovasse a tiro e ripetendo la parola “ANCORA” all’infinito, sempre più debolmente, finché finalmente non rimase in silenzio.

I tre prigionieri rimanenti erano gravemente feriti e furono trasportati nel centro medico. I due con le corde vocali intatte continuarono a implorare di riavere il gas e di mantenerli svegli.

Quello messo peggio fu portato nell’unica sala operatoria che la struttura aveva a disposizione. Mentre procedevano a rimettere gli organi all’interno del corpo, i medici scoprirono che la cavia era immune ai sedativi che gli avevano somministrato prima dell’operazione. Quando gli avvicinarono alla bocca la mascherina con il gas anestetico per addormentarlo, il prigioniero lottò per liberarsi dalle cinghie che lo imprigionavano. Nonostante ci fosse un soldato di novanta chili che gli bloccava i polsi, la cavia riuscì a strappare quasi completamente le cinghie di pelle che aveva attorno alle braccia. Ci volle una dose di anestetico leggermente superiore al normale per addormentarlo, e nello stesso istante in cui le sue palpebre calarono, il suo cuore smise di battere.

Il secondo che fu portato in sala operatoria era la prima cavia che si era messa a urlare. Le sue corde vocali erano distrutte e quindi era incapace di supplicare o impedire l’operazione. Quando avvicinarono la mascherina con il gas anestetico alla bocca, la sua unica reazione fu di scuotere violentemente la testa, in segno di disapprovazione. Qualcuno, con riluttanza, suggerì che si procedesse all’operazione senza l’utilizzo di anestetici e la cavia fece cenno di sì. La procedura andò avanti per sei ore e i medici rimisero a posto i suoi organi addominali e cercarono di coprirli con quello che rimaneva della sua pelle. Il capo chirurgo ripeté varie volte che era possibile, dal punto di vista medico, che il paziente sopravvivesse. Un’infermiera terrorizzata che assistette all’operazione dichiarò vi aver visto la bocca del paziente curvarsi in un sorriso ogni volta che lo guardava negli occhi.

Quando finì l’operazione, la cavia guardò il chirurgo e iniziò a rantolare, sforzandosi di parlare. Credendo che si trattasse di qualcosa di grande importanza, il chirurgo si fece procurare un foglio e una penna in modo che il paziente potesse scrivere il suo messaggio. Scrisse semplicemente:

“Continuate a tagliare”.

L’ultimo prigioniero subì lo stesso intervento, sempre senza anestetici, anche se gli fu iniettato un paralitico. Il chirurgo aveva trovato impossibile procedere altrimenti con l’operazione perché il paziente continuava a ridere. Una volta che fu paralizzato, la cavia poté solo seguire con gli occhi i movimenti dei medici attorno a lui. Tuttavia l’effetto del paralitico si esaurì dopo pochissimo tempo e subito la cavia riprese a dimenarsi e a chiedere del gas stimolante. Gli scienziati provarono a chiedergli perché si fosse inferto quelle ferite e perché continuasse a chiedere del gas. L’unica risposta che ottennero fu:

“Dovevo rimanere sveglio.”

In seguito, i due prigionieri sopravvissuti furono legati e rimessi dentro la camera, nell’attesa che fosse deciso cosa farne di loro. Gli scienziati dovettero subire l’ira dei loro “militari benefattori” per non avere raggiunto i risultati che gli erano stati richiesti e proposero di praticare l’eutanasia sui prigionieri sopravvissuti. Tuttavia, l’ufficiale in comando, un ex KGB, vide del potenziale in quell’esperimento e disse di voler vedere cosa sarebbe accaduto se avessero riacceso l’emissione di gas. Gli scienziati si opposero con violenza, ma furono scavalcati.

Prima che la camera fosse nuovamente sigillata, le cavie furono collegate a un elettroencefalogramma e legate con cinghie imbottite di contenimento. Dopo che il primo prigioniero fu attaccato al macchinario, gli scienziati osservarono con sorpresa le sue onde cerebrali. Si mantenevano su livelli normali per la maggior parte del tempo, per poi precipitare inspiegabilmente. Sembrava che il cervello della cavia soffrisse ripetutamente di morte cerebrale, prima di ritornare all’attività normale.

L’altra cavia, quella che poteva ancora parlare, iniziò a urlare di sigillare immediatamente la camera. Le sue onde cerebrali mostravano le stesse linee anomale dell’altro prigioniero. L’ufficiale diede l’ordine di chiudere all’istante la camera, anche se dentro vi erano ancora tre degli scienziati. Uno di essi tirò fuori una pistola e sparò un colpo proprio in mezzo agli occhi del comandante, prima che riuscisse a chiudere la porta. Poi indirizzò l’arma verso la cavia muta e gli fece saltare il cervello.

Puntò infine la pistola contro l’ultima cavia sopravvissuta che era legata al lettino, mentre gli altri scienziati fuggivano dalla camera.

“Non rimarrò chiuso qui dentro con quelle cose! Non con te!” Urlò lo scienziato.

“COSA SIETE IN REALTÀ?” domandò. “Devo saperlo!”.

La cavia sorrise.

“L’avete dimenticato così facilmente?” rispose la cavia.

“Noi siamo voi. Noi siamo la pazzia che si annida dentro tutti voi, pregando ogni momento di essere liberata dal vostro inconscio più selvaggio. Noi siamo quello da cui vi nasconde la notte, quando andate a letto. Noi siamo quello che riducete al silenzio e alla paralisi, ogni volta che vi rifugiate in quel sonno che noi non possiamo calpestare.”

Lo scienziato lo osservò per qualche secondo, immobile. Poi mirò al cuore della cavia e fece fuoco.

La linea dell’elettroencefalogramma divenne piatta.

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The Rake

The Rake è una creepypasta che ruota intorno alla storia di una creatura umanoide che si dice attacchi gli ignari escursionisti di un bosco dello stato di New York, Stati Uniti.

Il racconto ha origine nella board di 4chan /b/ nel 2005: un utente anonimo avvia una discussione dal titolo Hey /b/ creiamo un nuovo mostro. Le idee si susseguono, ma senza brillare particolarmente per originalità e credibilità, finché un altro utente non apre un nuovo thread così:

Bene, questa è per le persone che amano i mostri con tre occhi, senza una bocca apparente e dalla pelle pallida. Ecco quello che abbiamo ottenuto fino ad ora: umanoide, alto circa un metro e ottanta quando è in piedi, anche se di solito si acquatta e cammina a quattro zampe. Ha la pelle molto pallida. Il volto è vuoto. Senza naso, senza bocca. Tuttavia, ha tre profondi occhi verdi, uno al centro della fronte, e gli altri due su entrambi i lati della testa, rivolti all’indietro. Di solito lo si avvista nei cortili delle case delle aree suburbane. Si limita a fissare gli osservatori, ma attacca se lo si avvicina. Quando lo fa spalanca la bocca, che somiglia ad una cerniera che si apre dal mento. Ha diversi piccoli denti, opachi.

Così nasce il mostro, anche se una prima apparizione la fa sul blog di Brian Somerville su Something Awful il 20 luglio 2006: si tratta della prima storia della serie Horror Theater, ma l’autore non chiarisce se ha scritto l’articolo ispirandosi alla discussione di 4chan o meno. Successivamente The Rake diviene virale, pubblicato prima su LiveJournal nel 2008 ed in seguito sulla board di 4chan /x/ nel 2009, dove acquista molto eco. A tutt’oggi, The Rake ha ispirato numerose storie parallele, opere multimediali e videogames, rendendola una delle creepypasta più apprezzata ed in continua evoluzione.

Buona lettura.

 

 

The Rake

Durante l’estate del 2003, alcuni eventi nel Nordest degli Stati Uniti riguardanti una strana creatura dalle sembianze umane accesero l’interesse di alcuni media locali prima di un apparente blackout di informazioni. Vennero lasciate intatte pochissime notizie, quasi nessuna, in quanto la maggior parte delle testimonianze online della creatura vennero distrutte misteriosamente.

Principalmente nella zona rurale dello stato di New York, presunti testimoni raccontarono storie dei loro incontri con una creatura di origini sconosciute. Le reazioni variavano da livelli estremamente traumatici di paura e disagio, a un quasi infantile senso di curiosità e giocosità. Nonostante i loro resoconti scritti non fossero più presenti, i ricordi rimasero indelebili. Molte delle persone coinvolte hanno iniziato a cercare delle risposte, quell’anno.

Agli inizi del 2006, erano stati trovati circa due dozzine di documenti, datati tra il dodicesimo secolo ed i giorni nostri, sparsi in tutto il mondo. Nella maggior parte dei casi, le storie erano identiche. Sono stato in contatto con un membro di questo gruppo e sono riuscito a ottenere qualche stralcio del libro che stanno per pubblicare.

 

L’ultimo messaggio di un suicida: 1964.

“Mentre mi preparo a prendere la mia vita, sento la necessità di alleviare ogni senso di colpa o dolore che sto lasciando con questo gesto. Non è colpa di nessun altro se non sua. Per una volta mi sono svegliato e ho sentito la sua presenza. E una volta mi sono svegliato e ho visto la sua forma. E una volta ancora mi sono svegliato e ho sentito la sua voce, e guardato nei suoi occhi. Non posso dormire senza paura di cosa proverò al mio prossimo risveglio. Non posso più svegliarmi. Addio.”

Trovate nella stessa scatola di legno c’erano due buste vuote indirizzate a William e Rose, e una lettera senza busta.

“Carissima Linnie, ho pregato per te. Ha detto il tuo nome.”

 

Un articolo di giornale (tradotto dallo spagnolo): 1880.

“Ho sperimentato il vero terrore. Ho sperimentato il vero terrore. Ho sperimentato il vero terrore. Vedo i suoi occhi quando chiudo i miei. Sono vuoti. Neri. Mi vedono e mi attraversano. La sua mano bagnata. Io non dormirò. La sua voce [Testo incomprensibile].”

 

Il diario di un marinaio: 1691.

“È venuto da me mentre dormivo. Sentivo qualcosa ai piedi del mio letto. Ha preso tutto. Dobbiamo tornare in Inghilterra. Non dobbiamo tornare mai più qui, sotto richiesta di The Rake.”

 

Da una testimonianza: 2006.

“Tre anni fa, ero appena tornata da una vacanza alle cascate del Niagara con la mia famiglia, il 4 di luglio. Eravamo veramente stanchi dopo una lunga giornata di viaggio, quindi mio marito e io mettemmo i ragazzi a letto e andammo a dormire.

Verso le quattro di mattina, mi sono svegliata pensando che mio marito si fosse alzato per usare il bagno. Colsi l’attimo per sistemare la coperta, ma così facendo lo svegliai. Mi scusai e gli dissi che credevo si fosse alzato. Quando si è girato a guardarmi, è sussultato e ha ritirato i piedi dal fondo del letto così velocemente che il suo ginocchio quasi mi fece cadere giù. Quindi mi ha afferrata e non ha detto niente.

Dopo qualche secondo per abituarmi al buio, riuscii a vedere cosa aveva causato la strana reazione. Ai piedi del letto, seduto e che ci dava le spalle, c’era quello che sembrava essere un uomo nudo, o un grande cane senza pelo di qualche tipo. La posizione del suo corpo era inquietante e innaturale, come se fosse stato investito da una macchina o qualcosa di simile. Per una qualche ragione, non fui subito spaventata da esso, ma più che altro interessata alle sue condizioni. A questo punto ero in qualche modo convinta che avremmo dovuto fare qualcosa per aiutarlo.

Mio marito teneva le ginocchia tra le braccia, in posizione fetale, guardandomi occasionalmente prima di tornare ad osservare la creatura.

In un turbinio di movimenti, la creatura si dimeno buttandosi giù, e arrancò velocemente vicino al letto agitandosi, finché non fu a pochi centimetri dalla faccia di mio marito. La creatura rimase in un silenzio assoluto per circa trenta secondi (probabilmente furono cinque, ma sembrò molto di più) a guardare mio marito. Poggiò quindi la mano sul suo ginocchio e corse nel corridoio, dirigendosi alla stanza dei ragazzi. Ho gridato e mi sono lanciata sull’interruttore, intenzionata a fermarlo prima che ferisse i miei bambini. Quando sono uscita nel corridoio, la luce della camera da letto era sufficiente a vederlo accovacciato e ingobbito a qualche metro di distanza. Sì è girato e mi ha guardato direttamente, coperto di sangue. Ho acceso la luce e ho visto mia figlia Clara.

 

 

La creatura è corsa giù per le scale mentre io e mio marito ci precipitavamo ad aiutare nostra figlia. Era ferita gravemente e parlò solo un’altra volta nella sua breve vita. Disse

“Lui è The Rake”.

Mio marito finì in un lago con la sua auto quella notte, mentre portava nostra figlia all’ospedale. Non sopravvisse.

In una piccola città, le notizie girano parecchio veloci. La polizia ci diede aiuto all’inizio, e anche il giornale locale fu molto interessato. Comunque, la storia non fu mai pubblicata e neanche i telegiornali locali se ne interessarono mai.

Per molti mesi, mio figlio Justin ed io ci sistemammo in un hotel vicino alla casa dei miei genitori. Dopo la nostra decisione di tornare a casa, ho iniziato a cercare delle risposte. Trovai un uomo in una città vicino che aveva avuto un’esperienza simile. Ci siamo messi in contatto e abbiamo iniziato a raccontarci delle rispettive vicende. Lui sapeva di altre due persone a New York che avevano visto la creatura a cui noi ora ci rivolgeremo come The Rake.

Noi quattro impiegammo due anni interi di ricerca nel web e tra testimonianze scritte per ottenere una piccola collezione di ciò che pensiamo siano racconti di The Rake. Nessuno di essi rivelava però qualche dettaglio, una storia o spiegazioni.

Un giornale che aveva articoli riguardanti la creatura nelle sue prime tre pagine, e non la menzionò mai più…

Un diario di bordo che non spiegava niente dell’incontro, dicendo solo che era stato detto loro di andarsene da The Rake.

Quella fu l’ultima cosa scritta sul diario…

C’erano, comunque, molti casi dove la visita della creatura era rivolta alle stessa persona. Molte persone dissero anche che essa parlò loro, tra cui anche mia figlia. Questo ha portato a chiederci se The Rake ci abbia visitato altre volte prima del nostro ultimo incontro.

Programmai un registratore digitale vicino al mio letto e lo lasciai a registrare tutta la notte, per due settimane. Controllavo morbosamente il rumore di me che dormivo ogni giorno appena sveglia. Verso la fine della seconda settimana, ci avevo fatto l’abitudine e ascoltavo le mie registrazioni notturne ad una velocità otto volte superiore al normale (questo mi occupava comunque un’ora al giorno).

Il primo giorno della terza settimana, pensai di aver sentito qualcosa di diverso. Quello che avevo trovato era una voce stridula. Era The Rake. Non posso ascoltarla abbastanza a lungo anche solo da iniziare a trascriverla. Non l’ho ancora fatta ascoltare a nessuno. Tutto ciò che so è che l’ho sentita prima, e ora credo che parlò quando si trovò di fronte a mio marito. Non ricordo di aver sentito niente allora, ma per qualche ragione, la voce registrata mi portò immediatamente a quel momento.

I pensieri che dovevano essere passati nella testa di mia figlia mi lasciarono sconvolta.

Non ho più visto The Rake da quando rovinò la mia vita, ma so che è stato nella mia stanza mentre dormivo. Lo so e temo quella notte in cui mi sveglierò e lo vedrò, intento a fissarmi.”

 

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Jeff the killer

Jeff the killer è una famosa creepypasta solitamente accompagnata dalla foto di un uomo senza naso dalla pelle chiara con un grottesco ghignato a rigargli il volto e pubblicata in origine il 3 ottobre 2008.su YouTube dall’utente Sesseur col video Jeff the killer [Original Story].

Narra la storia di Jeff, tredicenne vittima di bullismo da parte dei ragazzi del nuovo quartiere in cui si è trasferito, che lo trasformeranno prima in uno spietato carnefice ed infine in un assassino psicotico.

Buona lettura.

 

 

Jeff the killer

 

Stralcio di un giornale locale:

MINACCIOSO ASSASSINO SCONOSCIUTO È ANCORA A PIEDE LIBERO

Dopo settimane di assassinii il killer è ancora all’opera. Dopo alcune ricerche è stato trovato un ragazzo che afferma di essere sopravvissuto ad un attacco del killer. Coraggiosamente ci racconta la sua storia.

“Stavo facendo un brutto sogno e mi sono svegliato nel bel mezzo della notte,” dice il ragazzo, “ho notato che, per qualche motivo, la finestra era aperta, anche se ricordavo perfettamente di averla chiusa quando sono andato a letto. Mi sono alzato e l’ho richiusa ancora una volta. Quindi mi sono letteralmente riarrampicato sul letto e sono tornato a dormire.

È stato in quel momento che ho sentito una strana sensazione, come se qualcuno mi stesse guardando. Mi sono guardato intorno e per poco non saltavo fuori dal letto. Nel raggio di luce che filtrava dalle mie tende c’era un paio di occhi. Non erano occhi normali, erano scuri e minacciosi. Erano cerchiati di nero e… Mi facevano estremamente paura. Poi ho visto la bocca. Un largo, orrendo sorriso che mi fece rizzare ogni pelo che avevo sul corpo. La figura stava lì, guardandomi. Infine, dopo quello che sembrava un tempo infinito, pronunciò una sola frase. Una frase semplice, ma detta come solo un pazzo potrebbe fare.

Disse “Torna a dormire”.

Urlai, e forse fu quello che lo fece muovere verso di me. Tirò fuori da non so dove un coltello, puntandomelo al cuore. Saltò sul mio letto. Combattei, provai a respingerlo, pugni, calci, rotolai sulla schiena nel tentativo di levarmelo di dosso. Fu in quel momento che entrò mio padre, impugnando la sua pistola. Mirò all’uomo, ma prima che potesse premere il grilletto quello scivolò di lato, e lanciò il coltello in direzione di mio padre. Lo colpì alla spalla, e lui lasciò cadere la pistola. Probabilmente, se un nostro vicino non avesse chiamato la polizia, l’uomo avrebbe finito a coltellate mio padre.

“Gli agenti entrarono di corsa nel cortile, ma l’uomo li sentì prima che potessero raggiungere l’ingresso, perciò si voltò e corse in soggiorno. Sentimmo un forte colpo, come di vetri rotti. Quando corsi fuori dalla mia stanza vidi la finestra che dava sul retro a pezzi, e mi avvicinai velocemente, in tempo per scorgere l’uomo che svaniva in lontananza. Non dimenticherò mai quella faccia. Gli occhi malefici e freddi, il sorriso psicotico. Non lasceranno mai la mia mente.”

La polizia è ancora sulle tracce del criminale. Se vedete qualcuno che corrisponde alla descrizione, contattate il dipartimento di polizia locale.

Jeff e la sua famiglia si erano appena trasferiti in un nuovo quartiere. Suo padre aveva ricevuto una promozione al lavoro, e quindi i suoi genitori decisero che sarebbe stato meglio vivere in un posto più vicino all’ufficio del padre. Jeff e suo fratello Liu non poterono opporsi. Una nuova, bellissima casa. Che non sarebbero riusciti ad amare. Mentre stavano disfacendo i bagagli, arrivò una loro vicina di casa.

“Salve,” disse lei, “sono Barbara, abito oltre la strada , di fronte a voi. Volevo solo presentare me e mio figlio.”
Si girò e chiamò il ragazzo. “Billy, questi sono i nostri nuovi vicini.” Billy sussurrò un timido “ciao” e scappò a giocare nel suo giardino.
“Bene,” disse la mamma di Jeff, “Io sono Margaret, e questo è mio marito Peter, e loro sono i miei due figli, Jeff e Liu.”

Si presentarono anche loro, e Barbara li invitò al compleanno di suo figlio. Jeff e Liu stavano per obiettare, quando la loro madre disse che a loro avrebbe fatto molto piacere. Quando finirono di disfare i bagagli, Jeff andò verso sua madre.

“Mamma, perché hai accettato l’invito al compleanno di quel bambino? Se non l’hai notato non sono più un piccolino a cui piace giocare con le macchinine!”

“Jeff,” disse sua madre, “Ci siamo appena trasferiti, dobbiamo fare vedere che siamo disposti a passare un po’ di tempo coi vicini. Quindi noi andremo a quel compleanno ed è finita qui.”

Jeff fece per dire qualcosa, ma si fermò prima che qualsiasi suono potesse uscire dalla sua bocca, sapendo che non poteva fare nulla. Quando sua mamma affermava qualcosa era inutile ribattere. Si rifugiò in camera sua e abbandonò il suo corpo sul letto.

Era lì, che guardava il soffitto, quando improvvisamente si sentì invaso da una strana sensazione. Non era dolore…. Era solo una strana sensazione. La considerò solo una cosa passeggera e casuale. Udì sua madre che lo chiamava dal soggiorno, ed uscì dalla stanza per andare a prendere le sue cose.

Il giorno dopo Jeff scese mollemente giù dalle scale per fare colazione e prepararsi per la scuola. Quando si sedette al tavolo provò di nuovo quella sensazione. Questa volta era più intensa, e provò un leggero dolore al petto, ma anche stavolta lo ricondusse solo al fatto di essersi svegliato presto per andare a scuola. Lui e Liu, finita la colazione, si diressero verso la fermata dell’autobus.

Si sedettero aspettando il mezzo di trasporto quando improvvisamente un gruppetto di ragazzi con lo skateboard volò sopra di loro, a un pelo dalle loro teste. Tutti e due fecero un salto per la sorpresa.

“Hey, ma che diavolo…?”

I ragazzi atterrarono agilmente e si girarono verso di loro. Uno di loro, sembrava fosse il capo, diede un colpetto allo skate col piede e quello gli saltò in mano. Il ragazzo sembrava avere dodici anni, circa un anno più piccolo di Jeff. Indossava una maglietta mimetica e un paio di jeans sudici.

“Bene, bene, bene. Sembra che abbiamo della carne fresca.”

Improvvisamente apparvero altri due ragazzi. Uno era magrissimo, l’altro era enorme.

“Bene, visto che siete nuovi, vorrei presentarvi agli altri, lì c’è Keith.”

Jeff e Liu guardarono il ragazzo magro. Aveva una faccia inebetita, quello che ci si aspetta da una spalla.

“E lui è Troy.”

Guardarono il ragazzo grasso, simile ad una vasca di lardo. Sembrava che non facesse esercizio fisico da quando aveva imparato a gattonare.

“Ed io” disse il ragazzo “sono Randy. Ora, per tutti i ragazzini del vicinato c’è una piccola tassa per la tariffa del bus, non so se mi spiego.”

Liu si alzò, pronto a prendere a pugni il ragazzo, quando i due suoi amici gli puntarono contro un coltello.

“Tsk, tsk, tsk, speravo che sareste stati più cooperativi, ma sembra che dovremo provare con le maniere forti.”

Il ragazzo camminò verso Liu e gli prese il portafogli dalla tasca. Jeff sentì di nuovo quella sensazione, ma quella volta era davvero forte, una sensazione bruciante. Si alzò, ma Liu gli fece cenno di sedersi. Jeff lo ignorò e andò contro il ragazzo.

“Ascoltami bene, teppistello, ridai immediatamente indietro il portafogli a mio fratello, altrimenti…”

Senza minimamente badare a lui, Randy prese il portafogli, se lo mise in tasca e prese un coltello.

“Oh? E cosa farai?”

Quando finì la frase, Jeff gli diede un pugno sul naso. Appena fece per tenersi la faccia, Jeff gli prese il polso e glie lo spezzò. Randy urlò e Jeff gli prese il coltello dalla mano. Troy e Keith caricarono Jeff, ma egli fu troppo veloce.

Gettò Randy per terra. Keith si scagliò verso di lui, ma Jeff lo evitò e lo pugnalò nel braccio. Keith fece cadere il suo coltello e cadde a terra urlando. Anche Troy si scagliò contro di lui, ma a Jeff non servì nemmeno il coltello.

Semplicemente gli diede un pugno dritto nello stomaco, facendolo cadere. Appena impattò la terra iniziò a vomitare. Liu non fece altro che guardare Jeff, stupefatto.

“Jeff, come stai?” disse soltanto. Videro arrivare l’autobus e seppero che sarebbero stati accusati di tutto. Quindi iniziarono a correre più veloce possibile. Mentre correvano guardarono indietro e videro l’autista correre verso Randy e i suoi.

Appena Jeff e Liu arrivarono a scuola non osarono raccontare nulla di cosa era successo. Tutto quello che fecero fu sedersi e ascoltare. Liu pensava soltanto a come suo fratello aveva picchiato i ragazzini, ma Jeff sapeva che c’era dell’altro.

Era qualcosa di spaventoso. Appena sentiva quella sensazione si sentiva potente, aveva solo bisogno di far del male a qualcuno. Non gli piaceva come suonava, ma non lo aiutava a sentirsi felice.

Sentì quella strana sensazione andare via, per il resto della giornata.

Persino quando camminava a casa, a causa degli eventi accaduti vicino alla fermata dell’autobus che non avrebbe più preso, si sentiva felice.

Quando arrivò a casa i suoi genitori gli chiesero come fosse andata la giornata, e lui rispose, con una voce un po’ inquietante, “È stata una giornata magnifica”. La mattina seguente sentì qualcuno bussare alla porta di casa. Scese ed incontrò due agenti di polizia alla porta, sua madre lo guardava arrabbiata.

“Jeff, questi due agenti mi hanno detto che tu hai attaccato tre bambini. Non era un combattimento regolare e loro sono stati accoltellati. Accoltellati, figlio!” Lo sguardo di Jeff si fissò sul pavimento, mostrando alla madre che era vero.

“Mamma, sono stati loro quelli che hanno puntato un coltello contro me e Liu.”

“Figliolo” disse un agente, “abbiamo trovato tre ragazzini, due dei quali accoltellati, ed uno con un livido sullo stomaco, ed abbiamo dei testimoni che provano che tu sei fuggito dal luogo. Ora, che hai da dire in tua difesa?” Jeff sapeva che era inutile. Avrebbe potuto dire loro che lui e Liu erano stati attaccati, ma così non c’erano prove che fossero stati i teppisti ad attaccare per primi. Gli agenti avrebbero potuto dire che i due stavano scappando, e lo avevano fatto davvero. Perciò Jeff non poteva difendere né Liu né se stesso.

“Ragazzo, chiama tuo fratello.” Jeff non poteva farlo, visto che era stato lui a picchiare i ragazzini.

“Signore, sono… sono stato io. Sono stato io l’unico a picchiare i ragazzi. Liu ha provato a trattenermi, ma non ci è riuscito.” L’agente guardò il collega ed entrambi annuirono.

“Bene, ragazzo, sembra che un anno a Juvi…”

“Fermi!” disse Liu. Tutti lo guardarono mantenere un coltello. Gli agenti estrassero le loro pistole e le puntarono contro il ragazzo.

“Sono stato io, ho picchiato io quei teppistelli. Ne ho le prove.” Alzò le sue maniche rivelando tagli e lividi, come se avesse lottato.

“Ragazzo, abbassa il coltello.” disse l’agente. Liu lasciò il coltello e lo fece cadere per terra. Alzò le mani a si avviò verso i poliziotti.

“No Liu, sono stato io, l’ho fatto io!” Jeff aveva le lacrime che gli scivolavano sul volto.

“Huh, povero fratello. Cerca di prendersi la colpa per quello che ho fatto. Portatemi via.” I poliziotti portarono Liu alla loro macchina.

“Liu, diglielo che sono stato io! Diglielo! Sono stato l’unico a picchiare quei ragazzi!”

La madre di Jeff gli mise le mani sulle spalle.

“Jeff, per favore, non devi mentire. Sappiamo che è stato Liu, fermati.” Jeff assistette impotente alla macchina prendere velocità con Liu dentro. Qualche minuto dopo, il padre di Jeff arrivò nel viottolo, guardando la faccia di Jeff e sapendo che qualcosa andava storto.

“Figliolo, che c’è?” Jeff non riusciva a rispondere. Le sue corde vocali erano affaticate per il pianto. Invece la madre di Jeff andò dal padre per dirgli la cattiva notizia, e Jeff si abbandonò al pianto sul viottolo. Dopo circa un’ora Jeff rientrò in casa, evitando gli sguardi affranti dei suoi genitori, entrambi shockati, tristi e delusi.

Non riusciva a guardarli. Non riusciva ad immaginare cosa pensassero i suoi genitori di Liu, quando in fondo… era colpa sua. Andò subito a letto, cercando di allontanare i recenti eventi dalla mente.

Due giorni dopo, nessuna notizia di Liu dal carcere. Nessuno amico da frequentare. Niente tranne tristezza e sensi di colpa.

Questo fino a Sabato, quando sua madre lo svegliò con un grande sorriso stampato in faccia.

“Jeff, è oggi”, gli disse lei, aprendo le tende e permettendo alla luce di entrare nella camera.

“Cosa? Cosa c’è oggi?”, chiese Jeff stiracchiandosi.

“Ma come? Il compleanno di Billy!” Jeff si svegliò completamente.

“Mamma, stai scherzando? Non penserai che andrò ad una festa di compleanno dopo quel che…”

Una lunga pausa.

“Jeff, sappiamo entrambi cosa è accaduto. Perciò penso che questa festa potrebbe essere ciò che rischiarirà le nostre giornate. E ora, vestiti”. La madre di Jeff uscì dalla stanza per andare a prepararsi a sua volta.

Jeff, combattendo contro sé stesso, riuscì finalmente ad alzarsi. Mise una maglia a caso e un paio di jeans e scese di sotto. Lì trovò sua madre e suo padre entrambi in abiti eleganti: sua madre in un lungo vestito da sera e suo padre in giacca e cravatta. Non riusciva a capire che senso avesse vestirsi in un modo tanto vistoso al compleanno di un bambino.

“Figliolo… Vuoi andare alla festa vestito così?”, chiese la madre di Jeff.

“Sempre meglio che esagerare!”, rispose lui, indicando i suoi genitori. Sua madre represse l’impulso di rimproverarlo urlando e lo nascose dietro un sorriso.

“Jeff, noi potremo aver un po’ esagerato, ma è così che si va ad una festa per fare buona impressione”, tagliò corto suo padre. Jeff sbuffò e si ridiresse verso camera sua.

“Non ho vestiti buoni!”, gridò salendo le scale.

“Sbrigati!”, rispose sua madre. Ispezionò il suo armadio, cercando qualcosa di elegante da indossare. Trovò un paio di pantaloni neri che teneva per le occasioni speciali e una canottiera. Tuttavia, non riuscì a trovare una camicia da abbinarci. Cercò dappertutto, ma trovò solo camicie a quadri o a strisce e nessuna che potesse abbinarsi ai pantaloni. Alla fine, trovò una felpa bianca buttata su una sedia e decise di indossarla. Scese giù e trovò i suoi genitori già vestiti.

“Davvero vuoi venire così?”, chiesero all’unisono. Sua madre diede un’occhiata all’orologio. “Oooh, non c’è tempo per cambiarsi. Andiamo e basta”.
Detto questo, spinse Jeff e suo padre fuori casa. Attraversarono la strada per andare alla casa di Barbara e Billy. Bussarono alla porta e poco dopo apparve Barbara, vestita troppo elegante come i suoi genitori. Entrati dentro, riuscirono a vedere solo adulti. Neanche un bambino.

“I bambini sono fuori nel giardino, Jeff. Perché non vai da loro?”, disse Barbara.

Jeff uscì nel giardino pieno di bambini. Stavano correndo vestiti con dei costumi da cowboy, sparandosi con pistole giocattolo. Per un attimo pensò di essere finito sul set di Toy Story, o qualcosa del genere. Poi un bambino gli si avvicinò e gli porse una pistola giocattolo e un cappello da cowboy.

“Hey, signoue! Vuoi giocaue?”, gli chiese.

“Aah, no… Son troppo vecchio per queste cose”. Il bambino lo guardò con un faccino da cagnolino abbandonato.

“Per favoue?”, insistette il bambino. “Ok, ok…”, rispose Jeff. Mise il cappello e cominciò a far finta di sparare ai bambini.

All’inizio tutto questo gli sembrò terribilmente ridicolo, ma poi iniziò a divertirsi davvero. Poteva non essere un gioco molto intrigante, ma fu la prima volta che riuscì a togliersi Liu dalla mente. Così giocò con i bambini per un po’.

Finché non sentì un rumore. Il rumore di piccole ruote da skateboard. Improvvisamente capì e si girò di scatto, appena in tempo per vedere Randy, Troy e Keith saltare oltre la staccionata con i loro skateboard. Jeff buttò via la pistola giocattolo e si tolse il cappello. Randy lo guardava con odio profondo.

“Ciao. Jeff, giusto?”, disse. “Abbiamo dei conti in sospeso”.

Jeff notò il naso ferito sulla sua faccia. “Mi sembra che siamo pari. Io ti ho preso a calci in culo e tu hai fatto mandare mio fratello in carcere”.

La faccia di Randy si contrasse in un’espressione di rabbia.

“Oh, no! Non mi interessa pareggiare, io voglio vincere. Potresti averci preso a calci in culo quel giorno, ma non lo farai oggi”.

Detto questo, Randy si lanciò contro Jeff. Caddero entrambi a terra. Randy tirò un pugno sul naso di Jeff, che a sua volta lo afferrò dalle orecchie e gli diede una testata. Si tolse così Randy di dosso e si rimisero tutti e due in piedi. I bambini urlavano e i genitori si precipitavano a portarli fuori dalla casa. Troy e Keith estrassero due pistole dalle loro tasche.

“Nessuno s’intrometta o vi facciamo saltare la testa!”, gridarono. Randy estrasse un coltello e pugnalò Jeff alla spalla.

Jeff urlò e cadde in ginocchio. Randy cominciò a prendere a calci la sua faccia. Dopo tre calci, Jeff riuscì ad afferrargli il piede e lo torse, facendo cadere Randy a terra. Si rialzò e cercò di entrare per la porta sul retro. Troy lo afferrò.

“Serve una mano?”. Tirò Jeff per il retro del colletto e lo lanciò contro la porta del patio, distruggendola. Mentre Jeff tentava di rialzarsi, venne nuovamente atterrato con un calcio. Randy lo calciò ripetutamente finché del sangue non cominciò ad uscire dalla bocca di Jeff.

“Forza, Jeff! Combatti!”. Afferrò Jeff e lo lanciò in cucina. Randy trovò una bottiglia di Vodka e la ruppe sulla testa di Jeff.

“Combatti!”. Rilanciò Jeff nel salotto.

“Dai Jeff, guardami!”. Jeff guardò in alto, la faccia ricoperta di sangue.

“Io sono stato quello che ha mandato tuo fratello in carcere!

E ora tutto quel che riesci a fare è restare seduto qui e lasciarlo marcire lì per un anno intero?! Dovresti vergognarti!”. Jeff si rialzò lentamente.

“Oh, finalmente! Ora combatti!”. Jeff era di nuovo in piedi, completamente ricoperto di sangue e Vodka. Di nuovo quella strana sensazione, quella che non provava da un po’ di tempo.

“E cazzo! Finalmente sei in piedi!”, disse Randy poco prima di fiondarsi contro Jeff.

Accadde in quel momento. Qualcosa si ruppe per sempre dentro Jeff. La sua psiche era andata; il pensiero razionale era andato. Tutto ciò che poteva fare ora era uccidere. Afferrò Randy, lo sollevò e lo abbatté al suolo. Si mise sopra di lui e iniziò a colpirlo con tutta la forza direttamente sul cuore. I pugni provocarono un arresto cardiaco a Randy. Mentre questo cercava di respirare disperatamente, Jeff lo colpiva con sempre maggiore forza. Pugno dopo pugno, Randy cominciava a tossire sangue e dopo aver preso un ultimo respiro, reclinò la testa sulla destra e morì.

Tutti guardavano Jeff. I genitori, i bambini piangenti, anche Troy e Keith. Si ripresero presto dallo shock e puntarono le pistole contro Jeff. Ma lui l’aveva previsto e si era già lanciato verso le scale. Troy e Keith gli spararono contro, ma neanche un colpo raggiunse Jeff. Corse su per le scale, seguito da quei due. Dopo che entrambi ebbero sprecato i loro ultimi colpi, Jeff trovò rifugio in bagno e si accucciò. Afferrò una sbarra di ferro e la staccò dal muro. Troy e Keith si lanciarono dentro con i coltelli pronti.

Troy cercò di colpire Jeff, che però lo evitò e gli spaccò il cranio con la sbarra.

Troy cadde pesantemente, e non si rialzò più.

Rimaneva solo Keith. Era più agile di Troy ed evitò il colpo di Jeff. Gettò via il coltello e lo afferrò dal collo. Lo spinse contro il muro. Dallo scaffale sopra di loro cadde improvvisamente una confezione di candeggina che si sparse su di entrambi. Si sentirono come se stessero andando a fuoco e si misero ad urlare. Jeff si ripulì gli occhi meglio che potè. Riprese la sbarra e la spaccò sulla testa di Keith. Quello, nonostante stesse morendo dissanguato, si mise a ridere.

“Che c’è da ridere?” chiese Jeff.

Keith, tirando fuori dalla tasca un accendino, lo accese.

“Vedi…. è che dopotutto…. ora sei completamente coperto di candeggina e vodka.”

Jeff spalancò gli occhi, spaventato, e Keith gli tirò contro l’accendino. Non appena la fiamma entrò in contatto con lui il fuoco divampò veloce, avvolgendo il suo corpo inzuppato. La candeggina reagiva sfrigolando e corrodendo la pelle, che assumeva sempre più un colorito biancastro. Appena il fuoco raggiunse i capelli, Jeff lanciò un urlo.

Non servì a nulla rotolarsi per terra, cercando in ogni modo di spegnere quell’inferno che gli stava consumando il corpo, così corse giù per il corridoio e cadde dalle scale.

Tutti incominciarono ad urlare vedendo il ragazzo in fiamme, finché non si accorsero che si trattava di Jeff, e cercarono di spegnere il fuoco in ogni modo. L’ultima cosa che vide, prima di cadere a terra quasi morto, fu suo padre che urlava frasi incomprensibili in quel momento, che sfumavano piano piano nel nulla…

Jeff si svegliò.

Si chiese dove fosse, non riusciva a vedere nulla, come se una benda coprisse i suoi occhi.

Fece per togliersela, ma una fitta lancinante lo assalì in ogni parte del corpo, riportando alla mente tutto l’accaduto.

Dove si trovava?

Cercò di alzarsi in piedi tra i dolori e avvertì diversi punti di sutura praticamente in tutto il corpo.

Era… era all’ospedale? Era vivo?

All’improvviso un infermiere entrò nella stanza.

“Non credo proprio che sia il caso di alzarti. Ritorna a letto.” disse mentre lo aiutava a distendersi di nuovo sul letto e gli controllava le bende.

Jeff rimase seduto lì, senza poter vedere. Non aveva ancora idea di dove fosse esattamente.

Dopo alcune ore, venne a fargli visita sua madre.

“Tesoro, stai bene?”

Tentò di rispondere ma la bocca rimase immobile.

“Comunque, ho una buona notizia: la polizia ha detto che Keith ha confessato di aver cercato di farti del male, così hanno deciso di rilasciare Liu. Sarà fuori domani pomeriggio… Così potrete stare ancora insieme, voi due.”

Nelle settimane successive Jeff fu visitato da praticamente tutta la famiglia al completo. Arrivò infine anche il giorno in cui avrebbe dovuto togliere le bende dal viso, ed erano tutti presenti, per scoprire se avrebbero potuto rivedere il vecchio Jeff. Aspettarono con il fiato sospeso fino a quando l’ultimo lembo di benda rimaneva a coprire il volto.

“Speriamo per il meglio” disse il medico, e scoprì il viso di Jeff.

Sua madre lanciò un urlo appena lo vide. Persino suo padre e Liu rimasero di sasso.

“Si può sapere che è successo alla mia faccia?” chiese ansiosamente Jeff. Poiché nessuno gli rispondeva, si precipitò in bagno e si mise davanti allo specchio.

La sua faccia… era… diversa. Le labbra erano state bruciate, e al loro posto c’era una sottile linea rossa come la carne… il suo viso, a causa della candeggina era impallidito completamente e sbiancato a chiazze lungo la parte superiore della fronte e delle guance. Perfino i suoi capelli, in buona parte bruciati, erano passati dal castano ad un nero simile al carbone.

Lentamente si portò la mano al viso.

Al tatto era insensibile, come se stesse toccando del cuoio indurito.

Fissò la sua famiglia, e poi nuovamente lo specchio.

“Beh…” cercò di formulare Liu “N-non è così… male…”

“Non è così male?” rispose Jeff… “È… PERFETTO!”

La sua famiglia si stupì a queste parole, mentre Jeff cominciò a ridere incontrollabilmente, senza riuscire a smettere.

“Jeff… stai… bene?” Chiese sua madre.

“Bene? BENE? Non mi sono mai sentito più perfetto in vita mia! Ah ah ah ah ah! Insomma… guarda! Guarda il mio viso! Questo… sono io. È perfetto!” e continuando a ridere si accarezzava il viso, guardandosi nello specchio.

Qualcosa era cambiato nella sua mente. Non era più il Jeff che i suoi genitori conoscevano, ma qualcosa di diverso. Ma questo non lo sapevano ancora.

“Dottore…” sussurrò sua madre “Mio figlio è ancora a posto… capisce… mentalmente?”

“Credo proprio di sì. Questo è un comportamento tipico di pazienti che hanno assunto una grande dose di antidolorifici. In ogni caso, se il suo comportamento non cambia nel giro della settimana, lo riporti qui e gli faremo un test psicologico.”

“Oh, grazie dottore.” e rivolta a Jeff: “Coraggio, tesoro. Torniamo a casa.”

Questi distolse lo sguardo da se stesso e rispose “Okaaaaay! Ah ah ah ah ah…”

Sua madre gli pose una mano sulla spalla e lo accompagnò a prendere i vestiti.

“Questo è ciò con cui è venuto” disse la signora al bancone, porgendo i pantaloni di seta e la felpa con il cappuccio di Jeff. Sua madre, mentre lo aiutava ad indossarli, notò che erano stati perfettamente ricuciti e puliti dal sangue e dalla cenere. Sembravano quasi… normali.

Quella notte la madre di Jeff si svegliò… c’era un suono fastidioso, che proveniva dal bagno.

Pensando che Jeff o Liu si fossero sentiti male o qualcosa del genere si precipitò giù dal letto e si diresse velocemente davanti alla porta del bagno. Sembrava come se qualcuno stesse piangendo o… ridendo?

Aprì lentamente la porta del bagno…

Ciò che vide fu orrendo.

Jeff era là, davanti allo specchio. C’erano macchie di sangue ovunque… e nell’aria un forte odore di bruciato.

All’improvviso quello si voltò.

Aveva preso un coltello e si era inciso un lungo sorriso lungo le guance… e i suoi occhi erano cerchiati di nero e sangue.

“Jeff! C-cosa… COSA STAI FACENDO??? I… I tuoi occhi??”

” Non riuscivo a vedere la mia faccia.” rispose normalmente “Ero stanco… E le palpebre si chiudevano. Ora non lo faranno mai più. Le ho bruciate.”

“M-ma…”

“Ti piace il mio sorriso? Prima… Prima non riuscivo a sorridere. Faceva male dopo un po’… Faceva… Male. Ora sto sorridendo. Guardami.”

La madre di Jeff cominciò ad indietreggiare. Quella… Cosa… Davanti a lei non era suo figlio. Ne aveva paura.

Questo sembrò turbare Jeff.

“Cosa c’è mamma? Non ti piaccio? Non mi trovi bello?”

“S-sì… Figliolo… Lo sei” disse. “L-lascia che chiami anche… Anche tuo papà, così faremo vedere la tua… L-la tua nuova faccia anche a lui!”

Corse nella sua stanza e scosse il padre di Jeff, svegliandolo, e sussurrò “Caro, presto svegliati! Devi ferma….”

Smise di parlare quando vide Jeff sulla soglia della stanza. Con il coltello in mano.

“Stavi mentendo, mamma.”

Liu si svegliò di soprassalto.

Si guardò intorno, ma sembrava tutto tranquillo. Eppure…?

Scrollando le spalle, chiuse gli occhi e cercò di riaddormentarsi.

Appena ad un passo dal sonno, avvertì una strana sensazione. Come se qualcuno lo stesse guardando.

Alzò di nuovo gli occhi. Davanti al suo volto c’era quello completamente tumefatto di Jeff.

Spaventato, cercò di agitarsi e fuggire alla sua presa, ma la paura lo aveva paralizzato.

“Jeff! Io…”

Jeff gli tappò la bocca con una mano, e con l’altra avvicinò il coltello.

“Shhh…… Torna a dormire, Liu…. Torna a dormire.”

Torna a dormire.

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Little Pink Backpack – Il diario di Lisa

The Little Pink Backpack, anche conosciuta come The Lisa Diary (Il Diario di Lisa) è una storia inquietante di una piccola bambina dai capelli rossi e la sua grottesca amica immaginaria. Nata casualmente dalla matita di una ragazza di nome Sunny Schreiner, viene accreditata come reale su molti siti, primo fra tutti 4chan, garantendone un’eco impressionante; a leggere i commenti sono in molti ad essere rimasti impietriti di fronte a questo racconto che si sviluppa in solo undici immagini, disegnate e scritte con grafia fanciullesca, accrescendone l’orrore.

Online, i fan hanno soprannominato il racconto “Lo Zaino Rosa”. Quando ho iniziato a scrivere la storia, però, non era chiamato così, e in realtà non avevo intenzione di mostrarlo a nessuno. Un giorno mi guardavo in giro in un negozio, annoiata, quando mi sono imbattuta in questo quaderno che tutti noi abbiamo avuto alle elementari. Essendo una grande fan di cose oscure ed inquietanti, ho iniziato a pensare “Qual è la cosa più raccapricciante che potrei fare con questo?” Così l’ho comprato (insieme ad un pacchetto di 96 pastelli), l’ho portato a casa e sono andata a lavorare. In origine avevo intenzione di disegnare una serie di immagini tipo “gita con la famiglia” con un tocco malato (per esempio, con una foto dei genitori scattata fuori dal vialetto mentre il figlio brucia nella casa in fiamme con su scritto “vacanza in famiglia!”). Ma poi ho pensato che sarebbe stato un po’ troppo, così ho pensato ad una storia scritta come il diario di un bambino con un amico immaginario che sarà, per gli adulti, non così immaginario. – Sunny Schreiner, autrice di Little Pink Backpack

A voi la storia completa. E se avete figli che hanno amici immaginari, dategli un po’ più di attenzioni. Buona lettura.

 

Questa è Lisa. È mia amica. Mamma e papà non possono vederla così dicono che è solo un’amica immaginaria. Lisa è davvero una buona amica.

 

Oggi ho provato a piantare un fiore in giardino. Ho provato a piantarlo nel recinto della sabbia ma Lisa mi ha detto che lì riposa suo padre così l’ho messo in una tazza.

 

Lisa oggi è venuta con me a scuola. L’ho portata per mostrarla alla signora Monroe che si è arrabbiata perché non riusciva a vedere Lisa. Lisa è diventata triste così ha nascosto il cancellino.

 

Ieri c’è stata la mia festa di compleanno. Mamma ha comprato la pizza ma non è venuto nessuno. Lisa ha detto che sono venuti in veranda e se ne sono andati. Ma hanno lasciato i regali. Io ho ricevuto tre Barbie e qualche paio di scarpe e 5 dollari. Ho giocato con le Barbie con Lisa.

 

La signora Monroe oggi è assente. La supplente si chiama signora Digman. Lei è carina e dopo l’orario del diario ci ha lasciato mangiare uno snack. Vorrei che la signora Digman fosse la nostra maestra.

 

Oggi Jonnathin Parker mi ha rubato il portapenne. La signora Digman non l’ha trovato così mi ha dato i suoi pastelli. Anche LIsa è venuta a scuola ma la signora Digman non la riesce a vedere ma ha detto che crede che Lisa sia reale.

 

Ieri io e Lisa abbiamo fatto una lunga passeggiata fino a che non è spuntata la luna. Papino era molto arrabbiato e ha detto che Lisa è stupida e non esiste. Lisa è diventata triste ed è scomparsa. Oggi non è venuta a scuola ma la signora Digman ha detto che la signora Monroe non tornerà.

 

Ieri papino è stato tutto il giorno a lavoro. Non è venuto neanche a mangiare. Anche oggi lavora. Mamma mi ha fatto il budino per pranzo. Il budino è il mio preferito.

 

Mi manca Lisa. Papino è sempre al lavoro. Non è tornato neanche nel fine settimana. Mamma è arrabbiata con lui. Sto scrivendo una lettera a Lisa.

 

Cara Lisa, mi manchi. Per piacere torna da me. Mi dispiace per quello che ha detto papà. Sei la mia migliore amica.

 

Lisa ieri è tornata. Ha detto che le dispiace per essere andata via e io le ho detto che papà non vuole più tornare a casa. Lisa ha detto che lui e la signora Monroe dormono come il suo papà. Io spero che si risveglino presto.

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La Sindrome di Lavandonia

Negli anni ’90 un ragazzo, Satoshi Tajiri, si aggira per le città dal Giappone collezionando gli insetti più disparati, come fanno molti dei suoi coetanei appassionati di natura ed entomologia. Un giorno si ritrova tra le mani un Game Boy ed il relativo Game Link Cable, che permette a due giocatori di sfidarsi collegando due consolle portatili. Satoshi, che di certo non manca di creatività, rimane così colpito da quel semplice cavetto da concepire un’immagine curiosa:

Ho immaginato veri e propri esseri viventi che si muovevano avanti e indietro lungo il cavo. – Satoshi Tajiri

Nessuno immaginerebbe che da quella singolare fantasia nascerà una delle saghe videoludiche più longeve e redditizie della storia, con oltre 200 milioni di copie vendute: nel 1996, sotto il publisher Nintendo, Satoshi Tajiri sviluppa con la Game Freak il videogioco Pokémon Verde (ポケットモンスター 緑), che da il via ad un impero commerciale e mediatico composto da videogiochi, anime, film, manga, un gioco di carte collezionabili, libri ed innumerevoli gadget.

Parallela all’uscita di Pokémon Verde, che per il mercato occidentale diverrà più tardi Pokèmon Blu, vi è anche quella di Pokémon Rosso (ポケットモンスター 赤): nei due titoli il giocatore può collezionare ed allenare 151 creature di vario genere ed abilità e farle combattere con i Pokémon di altri allenatori incrementandone così la potenza. Molti di questi Pokémon possono evolversi, ovvero mutare stato ed aspetto, acquisendo nuove mosse ed incrementando le loro statistiche. Durante i combattimenti i Pokémon non sanguinano, né possono perire a causa di un incontro. Se vengono sconfitti o sono esausti, perdono semplicemente i sensi e non possono più essere utilizzati negli scontri: questa particolarità ha permesso a Tajiri di creare un gioco di lotta senza tuttavia farlo diventare violento, rendendolo di fatti adatto a tutte le fasce d’età (Nintendo è sempre stata molto attenta a supportare titoli adatti alla famiglia).

 

La mappa indica la posizione di Lavandonia in Pokémon Rosso Fuoco e Verde Foglia.

 

Il successo dei Pokémon ha portato alla genesi di numerose creepypasta, la più famosa delle quali è certamente quella della sindrome di Lavandonia. Secondo la leggenda, un numero molto alto di bambini giapponesi tra i 7 ed i 12 anni si sarebbe suicidato giocando ai primi due titoli, Rosso e Verde, mentre si trovavano nella città di Lavandonia, a nordest della regione di Kanto. In una parte del gioco, l’allenatore si trova a visitare un posto questa città, che è uno dei luoghi più piccoli della regione e possiede ben pochi servizi rispetto ad altri luoghi; sarebbe in effetti un luogo insignificante, se non fosse per la “Torre Pokémon”, un monumentale edificio adibito a cimitero, dove si trovano centinaia di tombe di Pokémon morti negli anni precedenti alla storia narrata nei due giochi. A far perdere il senno è la musica di sottofondo che accompagna il giocatore nella sua triste visita alla città, che presenta picchi e frequenze altissime udibili solo dai più giovani, poiché il loro udito è più sensibile di quello degli adulti. Le copie originali dei giochi sono state ritirate dal mercato, per prevenire ulteriori decessi, portando alla riscrittura completa della musica di Lavandonia prima dell’uscita occidentale dei titoli, avvenuta qualche mese dopo. Nella creepypasta viene narrato anche il viaggio del protagonista contro gli avversari della Torre Pokémon, e di come una semplice sfida tra animali digitali si trasforma velocemente in un vortice di orrore.

Ovviamente, come tutte le altre creepypasta, vi ricordo che ciò che state per leggere è semplicemente frutto della fantasia.

Buona lettura.

 

 

La Sindrome di Lavandonia

 

Non è stato fino alla primavera/estate del 1996 che i casi incominciassero ad emergere come collegati a Lavandonia. La prima testimonianza degli effetti della “Sindrome di Lavandonia” proviene da una relazione interna risalente al giugno del 1996, scritta dalla società Game Freak Inc. che è venuta fuori grazie ad una dipendente, Satou Harue. In essa viene fornito un elenco di nomi, date e sintomi – referti riguardanti bambini tra i 7 e i 12 anni che hanno riscontrato diversi problemi di salute dopo aver giocato a Pokémon Rosso o Verde. Alcuni referti sono riportati sotto come “Appendice A” Va notato che i sintomi elencati non sono tutti da correlare al “Tono di Lavandonia”, ma anche alla “White Hand Sprite”, alla “Ghost Animation” o al “Buried Alive Model”, che sono fenomeni visivi che hanno provocato sintomi simili ma distinti.

12 Aprile 1996: Apnea ostruttiva nel sonno, emicrania, otorragia, tinnito.

23 Maggio 1996 : Generale irritabilità, insonnia, dipendenza dal gioco, sanguinamenti dal naso. Attacchi violenti prima contro gli altri e poi contro se stesso.

27 Aprile 1996: Forti mal di testa, irritabilità. Prescritti antidolorifici misti.

4 Marzo 1996: Emicrania, apatia, poca reattività. Sviluppo di sordità. Scomparso. Il suo corpo verrà poi ritrovato il 20 aprile dello stesso anno ai margini di una strada.

Il documento circolato dapprima internamente costituiva il primo indizio che questi casi venivano ricollegati al gioco – fino ad allora le cause non erano state scoperte o diagnosticate da medici professionisti. Non è chiaro, infatti, come l’azienda sia riuscita a trovare dei collegamenti pur non consultando i servizi sanitari.

 

Dettagli della patologia

 

I sintomi predominati collegati al caso sono mal di testa e forti emicranie, sanguinamenti da occhi ed orecchie, sbalzi d’umore e irascibilità, dipendenza dal gioco, violenza anche se non provocata, isolamento e inattività e nel 67% dei casi tendenze suicide. Tuttavia questi sintomi colpiscono soltanto i bambini tra i 7 e i 12 anni che arrivano appunto a Lavandonia nel gioco, e la maggior parte di loro portava cuffie od auricolari in quel momento.

A quanto pare, gli sviluppatori del gioco volevano creare un luogo che “lasciasse il segno” sul giocatore, secondo Uchitada Seki, che faceva parte appunto del team di sviluppo. Seki ha sostenuto che, durante la fase di sviluppo del gioco, un certo numero di membri del team aveva intenzione di rendere Lavandonia un po’ diversa dal resto del gioco.

La Torre Pokémon ne è un chiaro esempio. Questo, e ovviamente il fatto che Lavandonia sia in sé così diversa da tutte le altre città: è più piccola, non ha una palestra, e la musica di sottofondo è molto, molto inquietante. Infatti, nella prima versione del gioco il manager ci ha letteralmente ordinato di cambiarne il tema, perché quello che avevamo utilizzato avrebbe sconvolto i bambini. La musica delle successive versioni è diversa, infatti. – Uchitada Seki, sviluppatore della Game Freak

O Seki non era minimamente a conoscenza della Sindrome di Lavandonia, oppure ha ampiamente sottovalutato il fattore di sconvolgimento sui bambini – non dice nient’altro sul tema musicale, ma ci sono riferimenti all’aspetto relativamente macabro della cittadina.

Quello che Seki ha omesso nell’intervista è che la prima versione del tema di Lavandonia utilizzata in Rosso e Blu è il risultato di un esperimento sui beats binaurali: utilizzando diverse frequenze, ascoltate con gli auricolari, si possono ottenere diversi effetti sul giocatore.

Nella maggior parte delle versioni della prima ondata di release, questo ha portato al giocatore disagio, apprensione e inquietudine. Tuttavia, a più di duecento bambini ha causato disturbi psichici, che non sono stati diagnosticati completamente perché quelle frequenze non hanno effetto su orecchie umane pienamente sviluppate – infatti sono solo i bambini ad aver accusato disturbi psicologici e fisiologici che in alcuni casi hanno portato alla morte (in molti casi per suicidio).

 

Dettagli della patologia – panoramica visiva

 

Questi fenomeni visivi sono conosciuti nell’ambiente di programmazione come “White Hand Sprite”, “Ghost Animation” e “Buried Alive Model”. Di ciascuno si sa che possono causare emicranie, nausea, e in casi molto gravi emorragie cerebrali e polmonari. Mentre circa il 70% dei casi di Sindrome di Lavandonia è dovuto alla musica, la percentuale restante si spartisce tra i fenomeni visivi. Ciò è dovuto in parte agli stimoli che si verificano dopo che il giocatore ascolta il tono di Lavandonia. La teoria è che tale sindrome colpisce i sordi o comunque persone che sentono poco, che costituiscono il restante 30%. La visione di questi modelli porta gli effetti sopra elencati, ma vi sono dei metodi per visualizzarli in tutta sicurezza.

 

La “White Hand Sprite”

 

Conosciuto in codice come WhitHand.gif, secondo il copione avrebbe dovuto apparire come Pokémon selvatico al terzo piano della Torre Pokémon. È diviso in quattro animazioni separate: il verso, la sprite ferma e due attacchi sconosciuti, chiamati “Pugno” e “Brutalità”. Mentre vedere l’animazione può avere effetti collaterali, visualizzarne i frames singoli non lo è. La mano bianca è descritta come striminzita, quasi rattrappita, con particolare attenzione ai dettagli: della carne si stacca dall’osso e alcuni tendini penzolano fuori da polso in modo molto realistico. La prima animazione è la mano che si chiude a pugno, poi oscilla in avanti. Ma l’animazione dell’attacco “Brutalità” ha alcuni frames mancanti: la mano sembra aprirsi, ma poi si taglia. Dopo pochi secondi ricompare, chiusa. Non si sa nulla dei frames mancanti.

 

Ghost Animation

 

La Ghost Animation, codificata come Haunting.swf, avrebbe dovuto trovarsi in diversi settori di tutta la torre, anche al centro di un percorso al secondo piano. Tuttavia, i giocatori non possono interagire con essa, lasciando credere a molti che sia stata creata come “un effetto di sfondo”. Si compone di 59 frame. Tuttavia, dopo l’estrazione, più della metà dei frames si sono rivelati essere il modello del fantasma standard. Circa un quarto dei fotogrammi sono statici, per produrre l’effetto “dissolvenza”. Ancora, nel bel mezzo dell’animazione sono presenti fotogrammi di volti urlanti, insieme alle immagini di uno scheletro ammantato di nero (si ipotizza che sia il Tristo Mietitore), e diversi cadaveri. Il significato di tutto ciò è sconosciuto, ed il capo programmatore Hisashi Sogabe ha giurato di non saper nulla delle immagini trovate. Di tutti i fenomeni collegati alla Sindrome d Lavandonia, questo è il più gettonato: nella sua tesi “I videogiochi e la manipolazione della mente umana”, il dottor Jackson Turner ha affermato che le immagini sono state volutamente inserte. Grazie alla brevità della loro permanenza sullo schermo ed alla loro natura, Turner teorizza che questi frame avessero lo scopo di spaventare i giocatori.

 

Buried Alive Model

 

Spesso chiamato col suo nome in codice, Buryman script, il Buried Alive Model avrebbe dovuto trovarsi in cima alla Torre Pokémon, ma è stato rimpiazzato dal fantasma di Marowak. Da copione, avrebbe dovuto essere il “boss” della Torre. Una volta arrivati, sarebbe avvenuta la seguente conversazione

Sei qui, finalmente… Sono in trappola… E mi sento solo… Molto, molto solo… Vuoi venire con me?

Dopo ciò, la battaglia sarebbe incominciata. Una volta in “Battle view”, il Buried Alive Model sembra essere un cadavere umano in decomposizione che tenta di strisciare fuori dalla terra. È stato programmato per avere due “White Hands”, un Gengar e un Muk. Stranamente, non è stato scritto un copione per quando perde. Nel caso di vittoria del giocatore, il gioco si ferma e basta. Tuttavia, un finale preciso è stato scritto da un programmatore sconosciuto dopo che si perde la battaglia: in questo caso, avrebbe detto “Finalmente, carne fresca!” seguito da altre battute incomprensibili. Dopodiché, il giocatore viene trascinato sotto terra. La scena potrebbe finire con un semplice Game Over, tuttava, sullo sfondo, avrebbe dovuto comparire il Buried Alive che divora il giocatore.

La cartuccia avrebbe dovuto scaricare quest’immagine nella memoria interna del Game Boy ed avrebbe dovuto sovrascriversi alla normale immagine d’inizio. E, come musica di sottofondo, si sarebbe udito un fantomatico file di nome staticmesh.wav. Lo scopo di tutto questo, al contrario di molti altri elementi legati alla Sindrome di Lavandonia, è sconosciuto.

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