Categoria: Curiosità

Da che cosa deriva “ambaradan”?

Usato sopratutto in libri per bambini, il termine ambaradan indica una confusione assoluta, proprio come quella che regna sovrana nelle camerette dei più piccoli. Ma da che cosa deriva questo termine così strano?

L’etimologia è incerta, ma molto probabilmente è legato ad Amba Aradam, monte dell’Etiopia che nel 1936 fa da scenario all’omonima battaglia tra l’Esercito del Regno d’Italia e l’Esercito Etiope. Nel conflitto, gli italiani si alleano con tribù locali, che sono già però segretamente legate agli etiopi: il risultato è una delle battagie più confusionarie della storia, un tutti contro tutti che, non si sa come, vede alla fine la vittoria degli uomini del Bel Paese. Un teatro dell’assurdo con 20.000 morti, in larga parte a causa di gas tossici vietati dalla legge, oggi ricordato quasi solo per aver generato quella parola scherzosa, ambaradan, detta così alla leggera ai bambini per farli divertire.

Senza sapere che spesso dietro una parola ci sono più che un insieme di lettere. C’è una storia. Spesso una di quelle che nessuno vorrebbe ascoltare.

 

Domanda inviata da Anna Rita T.

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Quello che vedi in questa immagine dice molto della tua personalità (forse)

Guardate bene l’immagine. Quale animale riuscite a vedere? In base alla risposta scoprirete molto della vostra personalità. Forse.

 

 

Allora, anatra o coniglio? Indipendentemente da quale dei due buffi animali avete visto per primo, se siete riusciti a scorgerli entrambi in pochi secondi avete dimostrato a voi stessi e agli altri che siete delle persone creative in grado di vedere “oltre”. O almeno così dicono molte autorevoli riviste online. La realtà è che non è così.

L’immagine è una creazione dello psicologo Joseph Jastrow, pubblicata per la prima volta il 23 ottobre 1892 sul giornale umoristico tedesco Fliegende Blätter, sotto il titolo Quali sono gli animali che si somigliano di più?

La figura non serve a dimostrare quanto è creativa una persona, bensì che il cervello umano non accetta passivamente il mondo intorno a sé, ma riesce a percepirlo ed elaborarlo in maniera attiva: significa che non subiamo ciò che ci circonda, ma siamo in grado di comprenderlo in base alle nostre emozioni del momento.

Lo strumento più completo attualmente utilizzato per delineare la personalità di un individuo è il Minnesota Multiphasic Personality Inventory, un questionario di 567 domande che richiede 2 ore per la compilazione, e che tutti quelli che hanno provato la carriera militare hanno fortemente odiato (fa parte delle prove psicologiche per entrare nell’esercito, nei carabinieri eccetera).

 

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Ricordate il selfie del macaco? Ecco com’è finita!

Vi ricordate del macaco che aveva rubato una macchina fotografica e si era scattato un selfie? Ne abbiamo parlato qualche anno fa, ponendoci questa semplice domanda: se un animale si fa un selfie, i diritti sulla foto gli appartengono o sono del fotografo che ha preparato l’attrezzatura? Oggi, grazie ad una sentenza del giudice federale di San Francisco, abbiamo la risposta.

È il 2011 quando un macaco nero, Naruto, ruba l’attrezzatura del fotografo professionista David Slater, e ci si scatta un selfie. Da lì in poi una caterva di accuse, anche legali, su chi detenesse i diritti sulla foto. Secondo Wikipedia appartengono alla scimmia, e pertanto rientrano nel pubblico dominio, secondo Slater è lui il detentore, avendo messo a disposizione l’attrezzatura. Insomma, macaco, Slater o nessuno?

A mettere la parola fine ci ha pensato il tribunale di San Francisco, Stati Uniti, dove proprio nel 2011 la Peta, un’associazione animalista, depone una formale denuncia contro Slater affinché al macaco vengano riconosciuti i diritti sull’immagine. Il 6 gennaio 2016 ha perso la causa, decretando che un animale, in pratica, non ha alcun diritto sulla realizzazione di opere proprie. Slater può finalmente guadagnarsi da vivere con la foto, mentre la Peta non è affatto contenta di come è finita la vicenda, e minaccia ulteriori rappresaglie.

Al macaco, dal canto suo, non gliene è calato né tanto né poco. 🙂

 

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5 storie vere di mostri sotto il letto

Il mostro nascosto sotto il letto esiste. Punto. Ogni bambino lo sa, e anche qualche adulto ogni tanto butta un occhio sotto il materasso. Quelle che seguono sono cinque storie, rigorosamente vere, di chi ha scoperto che gli incubi, a volte, possono anche non essere relegati al regno della fantasia.

 

La storia di Kyle

È il 3 luglio 2014. C’è una bella ragazza di sedici anni di Chester, in Inghilterra, che si è appena messa a letto. Cerca di prendere sonno, ma viene destata dallo squillo del cellulare: è arrivato un messaggio, decisamente inquietante.

TI STO GUARDANDO

La ragazza conosce quel numero, è quello di uno stalker. È già qualche settimana che la molesta con sms, dove ha dichiarato apertamente che si ucciderà presto davanti casa sua. La giovane fugge dalla madre, che sta riposando, ed insieme restano a letto per un po’, finché non arriva un nuovo messaggio, molto peggiore del precedente.

SONO A CASA TUA

Né la ragazza né la madre credono a questo secondo sms; non hanno sentito entrare nessuno e tutte le porte e le finestre sono ben serrate. Finalmente, nonostante l’agitazione, prendono sonno e la notte scorre tranquilla.

Il mattino seguente la giovane torna in camera sua, e subito sente che qualcosa non torna. Ha la pressante sensazione di essere osservata. Guarda nell’armadio, tra gli abiti appesi, ed infine sotto il letto.

Dove trova il mostro.

Lo stalker è lì, che la fissa con occhi vitrei. La giovane urla, ma il maniaco è veloce, le strappa di mano il cellulare e si scaraventa fuori dalla finestra. Pochi minuti dopo verrà arrestato dalla polizia: si tratta di un diciottenne del luogo, Kyle Ravenscroft, che verrà condannato a 80 ore di servizi sociali per stalking e torture psicologiche.

 

La storia di Guy

Il quarantenne giocatore di cricket Guy James Whittall è appena tornato a casa all’Humani Ranch nello Zimbabwe, quando viene richiamato nella stanza da letto dalle urla della signora delle pulizie. Si precipita in camera, e trova la donna in stato di shock, che indica sotto il letto. Guy non si fa prendere dal panico, ed alza il lembo del lenzuolo.

Sotto ci troverà un alligatore di una tonnellata e mezzo.

Il mastodontico rettile di due metri e mezzo aveva passato la notte a riposare sul pavimento sotto il letto, proprio mentre Guy dormiva ignaro di tutto pochi centimetri più sopra. Il coccodrillo, fortunatamente, verrà catturato e rimesso in libertà.

 

La storia di Jeffrey

Jeffrey Bush la sera del 28 febbraio 2013 sta beatamente dormendo nel letto di casa sua a Seffner, Florida, Stati Uniti. Viene destato all’improvviso da un boato assordante, e non fa in tempo ad aprire gli occhi che viene letteralmente divorato da una voragine creatasi proprio sotto il suo letto. L’uomo prova a gridare a squarciagola, disperso nel buio trenta metri più sotto, ed il primo a soccorrerlo è il fratello, Jeremy, purtroppo invano. In pochi minuti giunge anche lo sceriffo della zona, ma il terreno impraticabile rende difficoltosa la discesa. Pochi istanti dopo, la casa collassa su sé stessa, creando una voragine di decine di metri. Jeremy viene salvato per un soffio dall’ufficiale di polizia. Jeff, invece, scompare letteralmente nell’abisso, e di lui non si saprà più nulla.

 

La storia di James e Rhonda

James e Rhonda Sargent affittano una camera in un hotel economico, il Budget Inn, a Memphis, Tennessee, Stati Uniti, e gli viene assegnata la camera 222. Da subito si rendono conto che c’è qualcosa che non va: un odore pungente riempie l’aria. Certo non si aspettavano che la camera fosse la più pulita del mondo, d’altronde hanno scelto un albergo di serie b proprio per risparmiare, ma quell’olezzo acre è davvero troppo. Dopo due giorni chiedono ed attengono di cambiare stanza, ma il proprietario vuole vederci chiaro. Rovistando a fondo scopre il cadavere di una donna nascosto tra il materasso e le doghe. Si tratta di Sony Millbrook, scomparsa da sei settimane. La camera era stata affittata da Sony, che poi era svanita nel nulla, ed in seguito è stata occupata altre cinque volte. Non si sa come la donna sia potuta finire lì sotto: attualmente il fidanzato, LaKeith Moody, è il maggiore sospettato. Il cadavere sotto al letto in un hotel è spesso tema di leggende metropolitane. In questo caso, purtroppo, è tutto vero.

 

La storia di Bridget e Brian

BridgetBrian O’Neill di Seattle, nel luglio 2014, aprono la porta di casa e la trovano forzata. Impauriti, controllano in giro, ma all’appello sembra che non manchi nulla. I vestiti però sono gettati alla rinfusa, la posta è stata aperta e sulle porte delle stanze è stato spruzzato del profumo. Ad un più attento esame, la coppia trova nascosta una borsetta da donna, contenente una carta d’identità che non appartiene a loro. Da un armadio, inoltre, sono state rimosse tutte le scarpe di Bridget.

Ovviamente i due chiamano la polizia, che procede ai rilievi del caso: setaccia la casa da cima a fondo, cerca eventuali impronte digitali ma niente, tutto immacolato; chiunque sia stato deve essere un professionista che cercava qualcosa che, evidentemente, non ha trovato. Bridget lavora per la Pokemon Company International come graphic designer, e forse il ladro era entrato per rubare qualche bozzetto grafico.

Di nuovo soli, Bridget e Brian fanno per andare a letto, quando restano agghiacciati nell’udire un lamento, come di animale morente, provenire dalla stanza.

Era una sorta di lamento di qualcosa che era vivo, sembrava un procione o un opossum che stava morendo. Solo un animale in fin di vita poteva emettere un lamento del genere. – Brian O’Neill

La polizia torna, e trova sotto il letto una donna emaciata con un coltello e una siringa ipodermica (come quelle per l’insulina). Si tratta di una ventisettenne del luogo, sotto effetto di anfetamine, che aveva progettato di uccidere la coppia da sotto il letto, tagliando con il coltello il materasso. Fortunatamente, il piano non ha funzionato.

E voi, ci credete o no al mostro sotto il letto? 😉

 

Grazie a Giuseppe F.

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Orvillecopter – Il gattocottero

La morte di un animale domestico è sempre qualcosa di triste. Il nostro compagno fedele, che ci ha accompagnato per anni, magari da quando eravamo piccoli, un giorno ci lascia per sempre. Qualcuno finisce sottoterra, qualcuno cremato, qualcuno nel gabinetto. Questa è la strana, assurda storia di Orville, morto gatto e risorto elicottero.

 

 

Un film animato del 1989, Charlie – Anche i cani vanno in paradiso (All Dogs Go to Heaven), afferma che i migliori amici dell’uomo, una volta giunta la loro ora, finiscano in un paradiso fatto apposta per loro, senza pulci e con ossi in quantità. Ma se esiste davvero un’aldilà canino, ci sarà anche per uccelli, criceti e pesci rossi? E per gatti? All’ultima domanda ha risposto, in un certo senso, un artista olandese, Bart Jansen. Alla morte del suo amico felino, Orville (chiamato così in onore di Orville Wright, uno dei padri del volo), Jansen  ha cercato di onorarne al meglio il ricordo tra amici e parenti, ricordandone sopratutto le grandi doti di cacciatore di uccellini. Così ha deciso di dargli la possibilità di librarsi nel cielo insieme ai pennuti, e di continuare la sua caccia per sempre, tramutandolo in un elicottero. O, per meglio dire, un gattocottero.

Oh, come amava gli uccelli. Riceverà motori più potenti e propulsori più grandi per il suo compleanno. Questo gli permetterà realmente di volare. – Bart Jansen

Jansen ha unito doti da tassidermista a innate capacità meccaniche, unendo il corpo senza vita di Orville ad un drone a quattro rotori, creando il primo esemplare di Orvillecottero. La grottesca creazione è in grado di librarsi a qualche metro di altezza, e sterzare e planare in tutta sicurezza. La creazione viene presentata alla KunstRai ArtFair 2012 di Amsterdam (Paesi Bassi), una fiera annuale di arte moderna, e suscita pareri contrastanti. C’è chi inneggia alla creatività di Jansen, capace di valorizzare un semplice corpo morto trascendendo le mere spoglie mortali, e chi – la maggior parte – ne inneggia il cattivo gusto ed il poco rispetto per quello che fino a pochi giorni prima è stato il suo migliore amico felino.

 

 

Jansen non ha risposto alle critiche, limitandosi a commentare i video che raccontano la genesi dell’Orvillecopter su YouTube. Certo fa un po’ impressione vedersi piombare addosso un gatto morto con delle eliche attaccate alle zampe, ma i gusti sono gusti.

Ora volerà con gli uccelli. Il più grande risultato che un gatto possa mai raggiungere! – Bart Jansen

Forse Orville non raggiungerà mai il paradiso, ma certamente ci si è avvicinato almeno un po’.

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Un cadavere in un lago su Google Maps

Abbiamo già trattato di un presunto cadavere su Google Maps, scoprendo però che si trattava di un simpatico cagnolone amante dell’acqua. Stavolta, invece, è tutto vero.

Siamo a Byron Center, nel Michigan, USA. Il 9 novembre 2015, durante l’annuale preparazione delle luci di Natale cittadine, gli operai addetti alle decorazioni di un abete nei pressi dell’84a strada scorgono quella che sembra essere un’auto affondata in un laghetto nel bel mezzo della cittadina. A prima vista il veicolo sembra abbandonato da lungo tempo e così gli uomini chiamano lo sceriffo della Contea del Kent, Ron Gates, che ne organizza immediatamente il recupero.

L’auto, una Chevrolet Corsica del 1990, viene ripescata dal fondo del laghetto, ma la targa, ACM-9705, non riesce a collegarsi a nessun caso della zona. Si pensa inizialmente ad una macchina rubata, ma quello che si nasconde nell’abitacolo lascia tutti senza fiato. Letteralmente.

Al posto di guida c’è quello che resta – oramai poco più che uno scheletro – di un essere umano.

Si tratta di un sessantasettenne, Davie Lee Niles, scomparso a Dorr nel Michigan l’11 ottobre del 2006, ovvero 10 anni prima. Dopo essere uscito da un pub l’uomo avrebbe dovuto recarsi in visita da un amico, ma ha fatto perdere le sue tracce.

La cosa tanto straordinaria quanto macabra è che per tutto questo tempo la sua auto è stata in bella mostra su Google Maps, dove è visibile tuttora; si tratta della macchia gialla in alto a destra.

 

 

Nella scheda di richiesta d’aiuto per trovarlo, sotto la sua foto, viene riportato quello che probabilmente è il motivo dell’estremo gesto di Niles.

Malato di cancro. Potrebbe essere caduto in depressione a causa della sua condizione. – Dalla scheda di Davie Lee Niles su someoneismissing.com

Distrutto dalla notizia di essere malato di cancro, avrebbe deciso di farla finita gettandosi nelle acque del laghetto, dove il suo cadavere ha dimorato per oltre una decade.

Ora, dopo tanto tempo sott’acqua, il suo corpo può finalmente essere riconsegnato alla terra.

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PIG 05049 – La vita dopo la morte di un maiale

C’è un proverbio, di origine toscana, che sancisce che del maiale non si butta via nulla. Ma sarà proprio così? È possibile che di un porcellino alla sua morte niente vada perduto? Questa è la storia del maiale 05049, e della sua vita dopo la morte.

Christien Meindertsma è una designer olandese che nel 2005 decide di seguire il destino di un suino ben oltre la sua morte biologica, per scoprire quanto del suo corpo verrà riutilizzato e in che modo: nasce così il progetto PIG 05049. Per tre lunghi anni Meindertsma racoglie, cataloga e traccia ogni singolo brandello di 05049, un suino nato e cresciuto in un allevamento olandese che, come buona parte dei suoi consimili, termina la sua vita in un macello, affinché la sua carne venga trasformata in prosciutti, salsicce e salami. Ma è tutto il resto ad essere sorprendente. Legamenti, ossa, cartilagini, occhi, interiora, peli; ogni cosa vive una nuova vita: si va dai proiettili alle bibite, dalle vernici per interni ai freni per locomotive, dagli orsetti gommosi alle statuine di porcellana. Le singole parti diventano così molto più del soggetto originale, disperse per tutto il mondo in una filiera produttiva che non conosce il destino di alcuno degli elementi in gioco. Tutta la storia di 05049 viene raccolta in un libro, minimale nella scrittura e nelle immagini, impreziosito sulla costola da una replica dell’etichetta identificativa che il maiale aveva all’orecchio quando ancora era in vita. Siamo quindi legati necessariamente alla carne? E ha davvero senso dichiararsi vegani o vegetariani quando molte delle cose di ogni giorno sono, spesso inconsapevolmente, di origine animale?

 

 

Il maiale viene così spedito per il globo da continente a continente, terminando il suo quasi infinito viaggio nel piatto di un bambino sotto forma di bistecca, o tra le mani esperte di un pittore come pennello, oppure ancora tra le labbra di una donna, come composto di una sigaretta. Ma anche come valvola cardiaca ad impianto umano, che dona ad un cardiopatico la possibilità di vivere per molti anni ancora insieme alla sua famiglia.

Così che almeno il cuore di 05049 non smetterà di battere tanto presto.

 

 

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Mary Toft – La donna che partoriva conigli

Il dottor John Howard è un rispettato chirurgo ed ostetrico inglese, con decenni di esperienza alle spalle. Un giorno del 1726 viene chiamato a Godalming dalla famiglia Toft, che abita in una fattoria lì vicino: la signora Mary lamenta dei forti crampi al basso ventre, che lasciano supporre che la donna sia in travaglio. In effetti i segni ci sono tutti, e Howard si aspetta un parto semplice e senza complicazioni. Sarà costretto a ricredersi quando la donna metterà al mondo un coniglio.

Da Guildford ci arriva una strana ma ben testimoniata notizia. Che una povera donna che vive a Godalming, vicino alla città, è stata il mese scorso aiutata da Mr. John Howard, eminente chirurgo e ostetrico, a partorire un coniglio, ma con cuore e polmoni cresciuti fuori dal torace, 14 giorni dopo che lo stesso medico le aveva fatto partorire un coniglio perfettamente formato; e pochi giorni dopo, altri 4; e venerdì, sabato e domenica, un altro coniglio al giorno; e tutti e nove morti venendo al mondo. La donna ha giurato che due mesi fa, lavorando in un campo con altre donne, si imbatterono in un coniglio, e lo rincorsero senza motivo alcuno: questo creò in lei un desiderio così forte che (essendo incinta) abortì il suo bambino, e da quel momento non è capace di evitare di pensare ai conigli. – Weekly Journal, 19 novembre 1726

La protagonista della nostra storia è Mary Toft, nata Denyer, una contadina venticinquenne sposata con Joshua, un merciaio ambulante, che vivono insieme ai loro tre figli Mary, Anne e James nella piccola cittadina di Godalming, qualche migliaio di anime nel sud dell’Inghilterra. Nel 1726 la donna rimane incinta del quarto figlio, ma la gravidanza sembra interrompersi in agosto, quando in seguito a forti dolori espelle molto materiale organico. Anche se ha tutta l’aria di un aborto, il 27 settembre Mary partorisce regolarmente.

Solo che da alla luce un coniglio morto.

 

 

Terrorizzata dalla carcassa appena espulsa, la ragazza la invia a John Howard, chiedendogli di visitarla. Il dottore è palesemente scettico, da uomo di scienza qual è, ma vuole comunque dare un’occhiata a questa bizzarria. Ad un primo esame Mary sembra sana come un pesce – per quanto possa essere sana una contadina del ‘700 – ma le doglie nei giorni successivi diventano insopportabili: ad inizio novembre, per diversi giorni, la ragazza espelle pezzi di gatto soriano, coniglio, anguilla ed altri animali. Questo grottesco parto arriva alle orecchie del sovrano Giorgio I, che incarica due medici di corte, Nathaniel St AndréSamuel Molyneux, di indagare seriamente sul caso. I dottori si recano a Guildford, dove intanto Howard ha portato Mary, e restano senza parole: quasi a prevedere la loro venuta, la ragazza ha appena partorito il torso di un coniglio, il quindicesimo dall’inizio di queste sue strane gravidanze. St. Andrè, benché impressionato dalla vicenda, mantiene un contegno scientifico; recupera il moncone e lo immerge nell’acqua, per verificare se i polmoni dell’animale abbiano mai respirato aria. Le due sacche restano a galla, ed il medico comincia a covare i primi dubbi sulla buona fede di Mary, ma resta al gioco. La sera stessa la donna espelle dall’utero altre amenità, tra cui un altro torso, lembi di pelle e concludendo le doglie, platealmente, con una testa di coniglio. La ragazza racconta ai medici che durante una faticosa giornata nei campi in aprile, mentre è incinta, decide di prendersi una pausa con un’amica; d’improvviso dal nulla sbuca un coniglio, che la comitiva si diverte ad inseguire negli orti. Quest’evento, secondo lei, la scuote talmente tanto da costringerla a sognare conigli tutte le notti, lasciandole una vera e propria cicatrice emozionale.

Un altro fatto curioso associato alla gravidanza è l’apparente influenza delle emozioni della madre che si ripercuotono sul bambino nell’utero. Tutti conoscono le spiegazioni dettate dal popolo sui segni lasciati sull’infante di oggetti o animali osservati dalla madre durante la gravidanza, eccetera. La verità, ad ogni modo, sembra essere molto più evidenziata dai fatti di natura sostanziale. C’è un desiderio naturale di spiegare ogni abominio o anormalità del bambino con qualche incidente accorso alla madre in dolce attesa. Esiste una letteratura che attribuisce l’esistenza di alcuni soggetti deformi con episodi legati alla vita delle madri gravide. Il povero Uomo Elefante [Joseph Carey Merrick] credeva fermamente che la sua condizione fosse legata al fatto che la madre, mentre lo portava in grembo, fu atterrata da un elefante in un circo. In alcune nazioni l’esibizione di queste mostruosità è severamente vietata, poiché vi è la convinzione che possa perpetrarsi impressionando le gravide. Ai gemelli siamesi fu fatto divieto di esibirsi in Francia proprio per questa ragione. – Anomalie e curiosità della medicina, George Milbry Gould e Walter Lytle Pyle, 1896

I resoconti dei medici di corte spingono il re ad inviare un terzo dottore, Cyriacus Ahlers, vero bastian contrario di Mary: è assolutamente certo che la donna imbrogli, e per avvalorare le sue idee esamina con cura i resti, scoprendo che si tratta di animali che in origine erano vivi, i cui corpi sono stati macellati con strumenti da taglio. Forse, pensa Ahlers, anche Howard è implicato nella faccenda. St. André, di contro, è fermamente convinto che la donna non abbia nulla da nascondere.

La stessa notte [Mary] sognò di trovarsi in un campo con due conigli in grembo, e si svegliò con una strana fitta, che perdurò sino al mattino; da quel momento, per i successivi tre mesi, ha un forte e costante desiderio di nutrirsi di conigli, ma essendo di famiglia povera ed indigente non ha mai potuto permetterselo. – Appunti di St. André sul caso

Il sovrano viene informato della scoperta, e decide di vederci chiaro: St. André ed un altro collega vengono rispediti a Guildford, e ad accoglierli trovano Howard, che li informa di un nuovo parte gemellare, ovviamente di conigli. Mary, a differenza delle altre volte, lamenta un dolore incessante all’addome destro e viene condotta a Londra dal celebre ostetrico Richard Manningham, che scopre che la parte dolente è sensibilmente più grande della sinistra.

Sotto l’occhio vigile di St. André – che si sta giocando la carriera per quella che potrebbe essere una volgare truffa – Mary viene esaminata da decine di eminenti medici, con pareri largamente contrastanti: da un lato c’è John Maubray, che avanza l’ipotesi che un trauma legato ai conigli possa aver condizionato le gravidanze delle donna, e dall’altro James Douglas, che afferma che partorire conigli sia come se un coniglio generasse un bambino; una stupidaggine. La storia di Mary Toft spacca in due il consorzio scientifico e l’opinione pubblica: ma è davvero possibile che la donna abbia dato al mondo dei conigli?

Ovviamente no, perché è tutta una messinscena.

 

 

A decretare la parola fine alla tediosa questione è il nobile Thomas II conte di Onslow, il 4 dicembre del 1726. Onslow comincia ad indagare in gran segreto, e scopre che il marito di Mary, Joshua, nel periodo tra ottobre e novembre ha acquistato un’insolita quantità di conigli. Il giorno prima, inoltre, Onslow viene persuaso dalla madre di Joshua, Margaret, ad introdurre di nascosto un coniglio nella cella della ragazza. Le rivelazioni di Onslow arrivano a Manningham, che si convince della colpevolezza della donna: la sottopone ad interrogatori anche di quattro ore, ma Mary non cede. A questo punto, forte della sua carica di ostetrico, l’uomo la convince che per appurare la natura dei suoi parti deve sottoporsi ad un intervento tanto invasivo quanto doloroso. Ovviamente il dottore sta bluffando, e l’idea sortisce l’effetto sperato: il 7 dicembre Mary, dinanzi al giudice di pace Sir Thomas Clarges, crolla ed ammette tutto.

Dopo l’aborto, Mary ha escogitato la truffa per poter guadagnare qualcosa: con l’aiuto di un complice, mentre la sua cervice uterina era ancora dilatata, ha inserito pezzi di animali che, una volta espulsi, sarebbero sembrati dei “normali” parti. Come abbiamo visto, la sua storia è rimasta in piedi per un po’, ma alla fine da tutta la vicenda, ironicamente, la ragazza non ha mai guadagnato neanche un centesimo.

Un processo è indetto dalla Corte del Consiglio reale, presso Hillary Term, contro Mary Toft di Godalming, con l’accusa di ingiuria e frode, per aver finto il parto naturale d 17 conigli. Si trova tuttora agli arresti nella prigione di Bridewell, dove a nessuno tranne la moglie del custode è consentito entrare nella cella per sopperire alle sue necessità; è vietata la visita anche da parte del numeroso stuolo di persone che accorrono per incontrarla, ed in particolar modo al marito, che deve essere messo sotto diretta sorveglianza quando si trova nelle galere. – The British Gazetteer, 24 dicembre 1726

Nonostante le forti accuse, alla fine Mary non viene processata realmente, ed esce di prigione l’8 aprile 1727. Tornata a casa, la storia si dimentica di lei, salvo per le notizie che segnalano nel 1740 un processo a suo carico per ricettazione e la sua morte, avvenuta nel 1763. Alla fine a fare le spese dell’intera vicenda saranno i medici che hanno sostenuto le parole della donna, in particolare St. André, che si vedrà messo alla berlina per il resto dei suoi anni come un medico allocco ed ignorante, divenendo il simbolo stesso della ciarlataneria dei medici dell’epoca.

 

 

Dimenticavo di un altro evento importante nella vita di Mary Toft, successivo a questa bizzarra storia: nel 1727 rimane di nuovo incinta. E, che ci crediate o no, da alla luce una bella bambina.

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Animal Crossing – Una storia triste

La storia di oggi è una striscia disegnata per il web apparsa inizialmente su This is Game, basata su un racconto originale di un utente di Imagine Games NetworkLoLieL. Narra l’esperienza di un ragazzo e del suo rapporto con la madre malata che, grazie al videogame Animal Crossing (どうぶつの森), ritrova una ragione di vita. Con un sorprendente finale.

 

 

Che si tratti di una storia inventata o il frutto dell’esperienza diretta dell’autore, non ci è dato saperlo. Buona lettura.

 

 

Ho tradotto per voi l’intera storia, in origine in giapponese. Vi consiglio vivamente di leggerla accompagnata dai disegni ma, se volete, la trovate riprodotta anche qui sotto.

Circa un paio di anni fa, comprai il gioco Animal Crossing.

All’inizio era divertente, io e mio fratello ci giocammo per un mesetto, poi ci stufammo.

Ho sempre tentato di convertire i miei genitori ai videogame, e pensai che Animal Crossing fosse un ottimo punto di partenza.

Lasciai che mia madre creasse una casa nel gioco, ed in breve tempo ne rimase affascinata.

Da bambina si ammalò di poliomelite ed in seguito di sclerosi multipla.

Passava le giornata a casa, tranne le due o tre volte che usciva per andare a fare la spesa o in chiesa.

I giorni sulla sedia a rotelle non passavano mai, così Animal Crossing divenne per lei un ottimo modo per sfuggire alla monotonia.

Passava così tanto tempo a giocare che alla fine divenne quasi un’ossessione.

Ogni tanto la prendevamo anche in giro per questo suo nuovo hobby.

Riuscì a riscattare la casa nel gioco,

Collezionò tutti i fossili, e tanto altro…

Ogni volta che la vedevo giocare mi chiedevo quando si sarebbe stancata, ma alla fine continuò anche dopo che io e mio fratello ci stufammo.

Le sue condizioni peggiorarono, ed alla fine fu costretta a smettere di giocare.

L’anno scorso morì.

Mi dimenticai completamente di Animale Crossing, non ci giocai per oltre un anno e mezzo.

Ad ogni modo, stamane decisi di far visita al villaggio per scoprire come fosse cambiato.

Le erbacce erano ovunque.

I personaggi mi hanno chiesto dove eravamo finiti.

Poi ho aperto la cassetta delle lettere.

Era piena di regali – tutti da parte di mia mamma.

Tutte le lettere erano molto simili.

Pensavo a te. Spero che questo regalo ti piaccia.

Con amore, mamma

Anche dopo che smisi di giocare, lei continuò a mandarmi regali.

Allora capii perché si impegnava così tanto, anche una volta finito il gioco principale.

Probabilmente ha passato la maggior parte del tempo ad inviarmi regali.

Sembrerà stupido, ma questo gesto mi colpì molto, e ho deciso di condividerlo con voi. Mostrate ai vostri genitori quanto li volete bene, prima che sia troppo tardi.

 

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I Minion e le torture naziste

I Minion sono dei simpatici personaggi gialli nati dalle geniali menti della Illumination Entertainment, coprotagonisti imbranati della serie Cattivissimo Me e da quest’anno al cinema in un divertentissimo spinoff. Qualcuno però afferma che la loro genesi non sia solo farina del sacco degli autori della Illumination, ma che le loro origini siano molto, molto più inquietanti. E se i Minion fossero in realtà ispirati a bambini vittime di esperimenti nazisti?

 

 

Ad avanzare questa strana quanto macabra ipotesi è Luciano Gonzales, che in suo post di Facebook lascia un inquietante messaggio ai suoi amici, poi condiviso decine di migliaia di volte sul web.

Lo sapevate? “Minions” (dal tedesco “minion” => “schiavo”) era il nome con cui erano chiamati i bambini ebrei adottati dagli scienziati nazisti per i loro esperimenti che passavano gran parte della loro vita nella sofferenza, e dato che non parlavano tedesco le loro parole erano per i tedeschi dei suoni divertenti. – Luciano Gonzales

La foto non lascia adito a dubbi: bambini ebrei vestiti come una sorta di palombari, in fila indiana su una barca in mezzo al mare, probabilmente asserviti agli scienziati nazisti pronti a gettarli tra i flutti per la causa del regime. Più a sinistra quello che sembra il capitano della nave, certamente un gerarca, che sorride beffardo. Certo, la somiglianza c’è, e la storia, per quanto orrenda, potrebbe anche stare in piedi.

Ma per fortuna è tutto falso.

Cominciamo dai fatti più evidenti: il termine minion deriva dall’inglese, non dal tedesco, e più che schiavo significa tirapiedi, servitore; quelli nella foto non sono bambini, si capisce anche dal fatto che siano troppo alti per essere dei fanciulli; il capitano a sinistra non è tedesco, indossa infatti un’uniforme della marina inglese. E non siamo neanche durante la seconda guerra mondiale.

La foto è del 1908 ed appartiene al Royal Navy Submarine Museum, e rappresenta semplicemente una pattuglia di palombari inglesi in tenuta da salvataggio sul ponte esterno di un sottomarino. Negli anni a cavallo del 1900 le tenute da palombaro sono tutte molto simili, con il tipico casco con visiera rotonda, come testimoniano numerose immagini dell’epoca.

 

 

Lo stesso Luciano Gonzales si è scusato modificando il post originale e spiegando che nessun utente gli ha mai chiesto le fonti della sua asserzione, e che in realtà l’idea non è stata sua ma che girasse già da tempo sul web con l’uscita di Cattivissimo Me. Che le sue scuse siano in buona fede lo lascio decidere a voi.

Questo è un tipico esempio della legge di Godwin, che ironizza sul fatto che in una qualunque discussione su internet ci sarà sempre qualcuno che, prima o poi, metterà in mezzo il nazismo. La legge recita così:

Mano a mano che una discussione su Usenet si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler si avvicina ad 1 – Mike Godwin, legale della Wikimedia Foundation

In pratica, di qualsiasi cosa si parli, ci sarà certamente un idiota pronto a collegare l’argomento con Hitler ed il nazismo. O se vogliamo attingere dalla nostra cultura popolare, possiamo citare un classico proverbio italiano: la mamma dei fessi è sempre incinta.

 

 


Credete che i Minion siano ispirati ad eventi accaduti durante il nazismo?

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