Categoria: Fantasmi

Apparizioni, poltergeist, voci dall’aldilà.

Napoli misteriosa: storie di fantasmi

Napoli è affascinante, incastonata nell’omonimo golfo e terra dicotomica di gioia e dolore, vizi e virtù. Vedi Napoli e puoi muori, si dice, perché della città partenopea, al mondo, non esistono eguali. E la volontà di rimanerne legati è così forte che, a volte, anche chi muore non se ne vuole andare più. Ecco a voi alcune storie di fantasmi di Napoli.

 

 

Il fantasma della Basilica dell’Incoronata del Buon Consiglio

Quando il profumo dei fiori inebria l’aria, sul far della primavera, sui gradini della Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio e Regina della Cattolica Chiesa si siede a piangere, con la testa tra le mani, una ragazza dagli occhi nocciola ed i capelli scuri fasciata in un lungo abito bianco. Si dice che la giovane, poco prima di sposarsi, si sia ammalata improvvisamente di tisi, e non sia mai riuscita a coronare il suo sogno d’amore. Con le lacrime che gli rigano il volto, si mostra solo alle donne che ancora, come lei, non sono riuscite a trovare marito. Accanto alla basilica è presente l’ingresso alle Catacombe di San Gennaro, antiche aree cimiteriali sotterranee risalenti al II secolo.

 

L’impiccato

C’è un condominio nei pressi del Corso Garibaldi, al centro della città, in cui non si dormono sonni tranquilli. Quando la sera scende, e la luna è alta nel cielo, appare ad una finestra una figura penzoloni. È l’impiccato, un soldato spagnolo giustiziato dai rivoltosi partenopei, che si mostra ciondolante appeso al soffitto per ricordarci, forse, come lo spirito libero del popolo napoletano non possa essere piegato.

 

I suicidi di ponte Sanità

Durante le notti di pioggia, nei pressi del ponte Sanità, nella zona di Capodimonte, si alternano al rombo dei tuoni le urla strazianti degli uomini e delle donne che negli anni hanno detto addio alla vita, gettandosi proprio dal ponte.

 

I gemellini di Portici

Si dice che in una casa di Portici vivessero due gemellini di sette anni. Un giorno, lasciati solo per un po’ di tempo dalla mamma, mentre giocano con i fiammiferi appiccano per sbaglio incendio alla loro casa, perendo tra le fiamme. I loro fantasmi si divertono ancora oggi a tirare pietre ai passanti e fare baccano durante la notte.

 

 

La fabbrica di bambole

San Giorgio a Cremano, all’ombra del Vesuvio. Tra le fabbriche abbandonate ve n’è una, oramai ridotta ad uno scheletro dei fasti del tempo che fu, che creava bambole.

Divorata da un terribile incendio, causato dall’imperizia degli operai, è diventata il sarcofago delle anime strappate dalle fiamme a questa vita. La produzione, però, non si è arrestata: tra i macchinari distrutti dal fuoco ed il tetto crollato, risuonano ancora le urla dei lavoratori e il clangore metallico degli attrezzi battuti con vigore da mani fantasma.

 

Il Rione Terra

Abbandonato da anni a causa del bradisismo flegreo che interessa la zona, il Rione Terra di Pozzuoli è divenuto in breve tempo un villaggio fantasma a poca distanza da Napoli. Tra le case in rovina ed abbandonate si aggirano misteriose entità, che con passi felpati e grida soffocate salutano gli avventurieri talmente stupidi o coraggiosi da addentrarsi tra i vicoli bui della cittadina, rischiarati di notte solo da eteree luci che non hanno nulla di naturale.

 

La donna di Piazza Bovio

C’è una figura disperata che corre veloce tra le strade che confluiscono a Piazza Bovio. Si tratta di una donna, corre a testa bassa, ansimando, madida di gelido sudore, come se fosse inseguita da qualcuno. Forse da un fantasma. In realtà lo spettro è lei, ed è possibile scorgerla nella sua triste e forsennata fuga prima che scompaia all’avvicinarsi della piazza. Nessuno è mai riuscito a scorgerle il volto; si dice che sia una dama morta più di 400 anni fa violentata dai Saraceni, e che ogni notte rivive, in ogni singolo passo, il ricordo della sua tragedia.

 

Maria D’Avalos

È 28 maggio 1586. La folla festante si è riunita di fronte la Chiesa di San Domenico Maggiore, dove si stanno celebrando le nozze del genio compositore e virtuoso Carlo Gesualdo e sua cugina Maria D’Avalos, donna dalla bellezza disarmante. Volti sereni, sorrisi sinceri. Solo in apparenza. In realtà si tratta di un mero matrimonio di convenienza; Carlo, dopo la nascita del loro figlio Emanuele, si disinteressa completamente della consorte, votato com’è anima e corpo alla musica. Interessato alla sua dama è invece il duca d’Andria e conte di Ruvo, Fabrizio Carafa, che se ne innamora, ricambiato, durante una festa. Fabrizio, è bene notarlo, è già sposato e padre di quattro bambini, mentre Maria è già al suo terzo matrimonio, nonostante abbia solo poco più di vent’anni (i suoi precedenti mariti sono morti). L’infedele rapporto viene consumato più e più volte, senza curarsi delle voce di palazzo, sempre più insistenti, a cui Carlo non sembra dare peso. Lo status di cornuto, però, non piace a nessuno, e Carlo dopo qualche mese abbandona le sue composizioni e decide di vederci chiaro. Informa tutti che partirà presto per una lunga battuta di caccia, che lo terrà impegnato per diversi giorni. Nella notte tra il 16 ed il 17 ottobre del 1590 piomba improvvisamente nella sua camera da letto, dove trova la giovane moglie con l’amante, in condizioni inequivocabili. Divorato dall’ira, afferra saldamente il pugnale che porta sul fianco e si avventa su di loro, trucidandoli.

Il giorno dopo, racconta la leggenda, Carlo dispone che il corpo della fedifraga venga abbandonato di fronte il palazzo, per essere pubblicamente denigrata; fu qui che, una volta dispersa la folla, un monaco domenicano, gobbo e dal volto mostruoso, approfitterà del corpo esanime della giovane.

Dal duplice omicidio in poi, ogni notte e per trecento anni, coloro i quali abitano nei pressi del palazzo hanno potuto udire distintamente le urla di Maria D’Avalos, finché nel 1889 l’ala che accoglie la stanza della donna crolla ed inghiotte tutto sotto un cumulo di macerie.

Ancora oggi c’è chi è pronto a giurare che nei pressi dell’Obelisco di San Domenico Maggiore si possano udire distintamente, a chi sa ascoltare, i singhiozzi distanti di una donna spaventata.

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La misteriosa foresta di Cannock Chase

Terra di antichi popoli celti, teatro di brutali omicidi, tana di mostri metà uomo e metà bestia, dimora di fantasmi dagli occhi neri. Questo e molto altro è la misteriosa foresta di Cannock Chase. Ecco le sue storie.

La foresta di Cannock Chase è una lingua di terra verde baciata dal pallido sole inglese. Gli alberi crescono rigogliosi, e danno rifugio a una gran varietà di animali, e a dire di molti anche di fantasmi e mostri grotteschi. Di foreste infestate abbiamo già avuto modo di scrivere, con l’inquietante storia di Hoia Baciu, ma quello che si nasconde tra le fronde di Cannock Chase è inenarrabile, e si fonda sul grottesco omicidio di tre bambine, sul finire degli anni ’60.

 

 

Gli omicidi di Cannock Chase

Gli omicidi di Cannock Chase, detti anche omicidi A34, sono tre orrendi delitti perpetrati dalla mente malata di Raymond Leslie Morris, e che hanno per sfondo la foresta di Cannock Chase.

Il 1° dicembre 1964 la piccola Julya Taylor, 9 anni, viene caricata in auto a Bloxwich, Inghilterra, da un uomo che le dice di essere un amico della madre passato a prenderla. Verrà ritrovata il giorno dopo da un ciclista che passa casualmente nei pressi di Cannock Chase, con evidenti segni di violenza sessuale e strangolamento, agonizzante ma viva. È l’inizio della nostra grottesca storia.

Margaret Reynolds, 6 anni, scompare da scuola l’8 settembre del 1965, e Diana Joy Tift, 5 anni, si volatilizza nel nulla mentre si reca a casa della nonna, il 30 dicembre. Nonostante l’enorme dispiegamento di forze, con oltre 2.000 persone alla ricerca di Margaret, delle bambine non v’è traccia. Il 12 giugno 1966 vengono rinvenuti i loro cadaveri in una buca di Manstly Gully.

Il 19 agosto 1967 alla piccola Christine Darby, di 7 anni, viene offerto un passaggio in macchina da uno strano individuo nei pressi di casa sua a Caldmore. Il suo corpo viene scoperto casualmente in una brughiera poco distante la foresta tre giorni dopo, denudato, da un soldato.

Il 4 novembre 1968 viene arrestato a Walsall un uomo che ha appena tentato di abbordare una bambina di 10 anni, Margaret Aulton, che è riuscita miracolosamente a sfuggire al rapimento, anche grazie alla segnalazione di un diciottenne del luogo, che avverte la polizia in tempo. A bordo della Ford Corsair bianca e verde riconosciuta dalla piccola c’è un losco figuro, Raymond Leslie Morris, che gli inquirenti sospettano essere il misterioso e brutale omicida di Cannock Chase. Nonostante un alibi di ferro avanzato dalla moglie, i poliziotti gli trovano a casa una foto pedopornografica che ritrae la sua nipotina di 5 anni. Processato per gli omicidi di Margaret, Diana e Christine, viene dichiarato colpevole grazie alla coraggiosa testimonianza di Julya, che riconosce in Raymond l’uomo che l’ha stuprata e seviziata.

È lui. È stato lui a farmi questo. – Julya Taylor, in lacrime, accusa Raymond Leslie Morris al processo

Condannato all’ergastolo, Raymond muore a 84 anni in prigione, dopo aver scontato 45 anni, per cause – forse – naturali. L’11 marzo 2014 si conclude così la storia del killer A34, ed inizia quella dei fantasmi di Cannock Chase.

 

La ragazza dagli occhi neri

Nel mondo, sopratutto in Inghilterra, fioccano le leggende su ragazzine dagli occhi completamente neri, senza iride, che si dice bussino di notte alle porte dei poveri malcapitati, prima di svanire nel nulla. Dopo gli omicidi di Cannock Chase, nella foresta si susseguono gli avvistamenti di strane apparizioni, tra le quali quella di un’inquietante fantasma dagli occhi neri, di cui esisterebbero anche prove fotografiche.

Christine Hamlett è una medium inglese, che il 10 ottobre 2014 scatta una foto di quello che, a suo dire, è lo spettro di una ragazza morta di difterite sul finire dell’800.

 

 

Non sono in molti a credere alla veridicità dell’immagine, che potrebbe rappresentare tutto o niente, e dopo qualche mese di intensi dibattiti nel circolo scientifico la questione muore insoluta. Finché, il 18 aprile 2015, l’utente Furious Otter carica su YouTube un filmato ripreso con un drone che sembra immortalare la ragazza dagli occhi neri. Che si tratti di reperti autentici o semplici fake lascio a voi la decisione.

 

 

L’uomo maiale

Non sono solo i fantasmi a togliere il sonno ai cittadini di Cannock Chase. Tra le spaventose creature della notte del bosco sembra esserci infatti anche un grottesco ibrido tra uomo e maiale, avvistato più volte fino al 1993. Poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il governo del Regno Unito avalla un esperimento congiunto tra inglesi e statunitensi per consentire lo sviluppo di una nuova arma. Dopo un lungo studio, gli scienziati decidono che il futuro della guerra si combatterà non più sul campo, ma in vitro, attraverso l’ingegneria genetica, e decidono di fondere DNA umano con quello suino. Rapiscono quindi nei pressi della foresta di Cannock Chase una donna, la ipnotizzano e le impiantano geni modificati di maiale affinché resti incinta. Dopo 10 mesi di gestazione, i dottori sono costernati; la donna ha partorito un bambino con la testa di porco. Delusi dal risultato, che non collima esattamente con le loro idee iniziali, decidono di non abbattere il piccolo, ma di crescerlo ramingo nella foresta, al fine di studiarne l’adattabilità e la possibilità di utilizzarlo in futuro come progenitore di una nuova stirpe di soldati. Da allora, quasi ogni notte nei pressi del bosco è possibile udire strazianti lamenti intervallati a profondi grugniti, che hanno fatto nascere numerosi gruppi di studiosi, il cui maggiore esponente è certamente il ricercatore del paranormale Lee Brickley.

Egregio Signor Brickley,

Sono stato testimone qualche tempo fa di un fatto che certamente merita la sua attenzione. Nell’ottobre del 1993, nei pressi di Castle Ring, io e mia moglie abbiamo udito degli strani versi provenire dalla profondità della foresta. Certi che fosse una coppia del luogo intenta a divertirsi, ci siamo allontanati dal rumore in direzione dell’auto. Appena giunti al parcheggio mi sono voltato, ed ho visto con i miei occhi la creatura più strana che potessi mai immaginare. Alta circa 2 metri, dal collo in giù somigliava ad un uomo, ed indossava anche dei vestiti, ma la sua testa era troppo grande per essere umana e si prolungava in un grosso naso da maiale. Quando anche mia moglie l’ha vista, la paura ha preso il sopravvento, così siamo fuggiti via verso la nostra auto e ci siamo chiusi dentro. È stato allora che quella cosa ha cominciato a grugnire, come un porco che venisse scannato. Questo fatto ci ha turbato molto…

Ha mai visto qualcosa del genere prima?

Cordiali saluti,

John & Anne – Email inviata a Lee Brickley che testimonia l’incontro con l’uomo maiale

Pig-man è solo l’ultima delle tante storie che ruotano intorno alla foresta di Cannock Chase. Voi cosa ne pensate? Il bosco è solo il teatro di una – purtroppo reale – tragedia o si tratta di un luogo al di là della nostra comprensione, crogiolo di fenomeni paranormali?

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Tre storie di fantasmi

Oggi voglio raccontarvi tre brevi storie di fantasmi, tratte dalla ricerca pubblicata sul Journal of the American Society for Psychical Research nel 1944 dallo studioso del paranormale Edmond Gibson, e degli spettri senza pace che ne sono protagonisti.

 

Il fantasma del capitano Towns

Londra, Regno Unito, maggio 1873. Si respira un’aria carica di mestizia in casa del capitano Towns, deceduto da poco più di sei settimane dall’altro capo del mondo, a Sidney, in Australia, lontano dai suoi affetti e dalle persone a lui care. La sua famiglia non è particolarmente ricca, ma può fare affidamento su un discreto gruzzolo che le permette di avere una bella dimora spaziosa e qualche membro della servitù.

La figlia di mezz’età del marinaio sta facendo fare il giro delle stanze ad un’ospite appena giunta, quando entrambe restano pietrificate nello scorgere nella superficie lucida di un armadio l’inconfondibile sagoma del defunto capitano.

Era un’immagine a mezzo busto: la testa, le spalle e le braccia appena accennate; assomigliava in tutto e per tutto ad un comunissimo ritratto da medaglione, però a grandezza naturale. Il volto appariva pallido ed esangue… e indossava una giacca grigia di flanella che era solito usare in casa. Stupite ed un po’ allarmate, le donne pensarono lì per lì che nella stanza fosse stato appeso un ritratto del capitano, ma in realtà sulla parete di fronte non v’era quadro alcuno. – Dichiarazione del marito della figlia di Towns

Immediatamente si precipita nella stanza un’altra figlia del capitano che, credendo di essere vittima di un’allucinazione, chiama in aiuto una cameriera, ma anche quest’ultima non può che ammettere che sull’anta di quell’armadio è nitida la figura dell’uomo di mare. E lo stesso non possono che affermare altri tre domestici, ed infine la vedova dell’uomo.

Non appena vide l’apparizione, le andò incontro con le braccia tese, come per toccarla, ma quando passò le mani sul pannello dell’armadio la figura gradualmente svanì, e non riapparve mai più. – Dichiarazione del marito della figlia di Towns

Il fantasma di Towns non lascia, a differenza di molte altre apparizioni nei più disparati tempi e luoghi, alcun messaggio alla propria famiglia. Forse a muovere la figura spettrale è stato il desiderio di poter vedere per l’ultima volta le persone a lei care, a cui non aveva potuto dire addio.

 

Il patto della morte

Il patto della morte è un particolare tipo di promessa: ogni persona contraente, giunto il trapasso, tenterà in tutti i modi di mettersi in contatto con gli altri, così da dimostrare che esiste una vita dopo la morte.

Uno dei casi più importanti di questo genere è quello accorso in Inghilterra nel 1940. Un giovane si sveglia di soprassalto una domenica mattina, turbato nel sonno da una strana sensazione. Di fronte a lui, ai piedi del letto, lo fissa una strana figura eterea: senza dubbio uno spettro, ma il ragazzo non ne ha paura, anzi, il volto dell’apparizione è serafico ed amichevole.

Ad un tratto l’uomo venne dritto verso di me. Se fosse stata una creatura in carne ed ossa avrebbe dovuto, per farlo, scavalcare la sponda del letto. Si accostò invece a me come se il letto non esistesse, e senza rivolgermi alcuna parola mi passò di fianco, sulla destra, attraversò letteralmente la parete e svanì nel nulla. – Dichiarazione del giovane

Il ragazzo è ancora confuso da ciò che ha appena visto, quando una seconda apparizione si palesa.

Un nuova figura si materializza dinnanzi al letto, ma questa volta è un viso conosciuto: si tratta del suo migliore amico, morto sei settimane prima, e con cui molti anni addietro ha stretto un patto di morte. Dopo aver sorriso, il fantasma si dissolve nel nulla, avendo oramai mantenuto fede alla parola data. L’unica cosa che ancora non è chiara di tutta la vicenda è la prima manifestazione. Forse si tratta di uno spirito guida per il giovane defunto.

 

La promessa infranta

Siamo nel giugno del 1851, al capezzale del morente John Harford. Poco prima di esalare l’ultimo respiro, l’uomo chiama a sé l’amico di una vita, C. Happerfield, strappandogli la promessa solenne di prendersi cura della moglie.

Fedele alla parola data, Happerfield sistema a proprie spese la signora Harford in un piccolo cottage, e si fa carico delle sue necessità. Passano mesi sereni, quando uno dei nipoti della donna chiede di poterla accogliere in casa propria. Happerfield ovviamente ne è contento, chi più di un parente stretto può prendersi cura di lei, e così organizza il trasloco, felice di aver adempiuto ai suoi compiti. Passa così qualche settimana.

In una notte insonne, dettata da alcune questioni di lavoro, Happerfield avverte una strana presenza nella stanza da letto. Di fronte a lui l’amico Harford, col volto deviato da un’espressione innaturalmente preoccupata. Il fantasma, con voce agitata ma chiara, apostrofa così l’uomo:

Amico Happerfield, vengo da te perché non hai prestato fede alla parola data di prenderti cura di mia moglie. So con certezza che in questo momento è attanagliata dalle preoccupazioni e vive una condizione di bisogno.

Happerfield è un uomo pragmatico, e per nulla spaventato dal fantasma dell’amico, si dichiara sinceramente stupito di una simile affermazione da parte sua: dopotutto, per quanto ne sa, la donna è stata affidata alle cure amorevoli del nipote. Ad ogni modo, lo giura, indagherà sull’accaduto. Lo spettro, compiaciuto, si dilegua nell’ombra.

Il mattino successivo Happerfield, non potendo verificare di persona le accuse dell’amico defunto, scrive una lettera al nipote che ha preso con sé la signora Harford, per chiedere se dalla loro ultima visita sia accaduto qualcosa che ne possa turbare la serenità. Il giovane risponde prontamente, ammettendo di aver perso da poco il posto di insegnante e di trovarsi in difficoltà economiche. Happerfield gli invia così del denaro, e la donna passa di nuovo sotto la sua protezione, consentendo inoltre al ragazzo di rimettersi in sesto. Secondo ogni previsione, senza l’intervento provvidenziale di Happerfield, la donna avrebbe certamente fatto una fine miserevole. La signora Harford vivrà così la sua vita serena ed in salute, aiutata da Happerfield, fino alla fine dei suoi giorni. Lo spettro, dal canto suo, non si paleserà mai più.

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La tigre fantasma

Elliott O’Donnell è un autore inglese a cavallo tra l’800 ed il ‘900 che, a suo stesso dire, ha spesso avuto a che fare con i fantasmi. A cinque anni assiste all’apparizione di uno spirito dell’oltretomba e diversi anni dopo un’altra entità, molto più aggressiva, tenta di strangolarlo, fortunatamente invano. Nella sua notevole carriera – 50 libri e numerose pubblicazioni minori su importanti riviste specializzate, come Weird Tales – O’Donnell scrive non solo storie di fantasmi partorite dalla sua fervida fantasia, ma anche di cronache accadute a persone che lui stesso segue nella ricerca della verità sulle entità paranormali.

Ho investigato, a volte da solo, a volte con altre figure e la stampa, diversi casi di apparizioni di fantasmi. Credo negli spiriti, ma non mi definisco uno spiritista. – Elliott O’Donnell

Una delle sue cronache più sconcertanti è quella che vede protagonista una misteriosa quanto letale tigre fantasma.

La tigre unisce velocità e possanza, grazia e agilità. Temuta e rispettata nei Paesi del Sudest asiatico, non stupisce che sia divenuta nel tempo icona della forza non solo del fisico, ma anche dello spirito. Numerosi racconti la descrivono a volte come alleata, a volte come nemica divoratrice di uomini. In alcune culture viene spesso rappresentata come uno spirito volto a difendere le anime dei defunti, come la tigre Bengala ad Assam, India. O’Donnell racconta di un fatto accaduto ad un suo conoscente, tale Colonnello De Silva e del suo violento incontro con l’enorme felino: un giorno il militare, di stanza in India, assiste impotente all’uccisione di un anziano lebbroso da parte di un’enorme tigre. Il vecchio, poco prima di esalare l’ultimo soffocato respiro, maledice con un filo di voce De Silva e tutta la sua famiglia, per non aver provato a salvarlo.

Un anno dopo, continua O’Donnell, comincia insistentemente a correre voce che una divoratrice di uomini infesti la regione. Inutili le battute di caccia organizzate dalla polizia locale e dai cittadini: il grosso felino striato miete una vittima dopo l’altra, inesorabilmente. Alcuni fortunati però riescono a sottrarsi alla sua furia e a cavarsela con non più di qualche graffio. Questi ultimi, tutti, inspiegabilmente, contraggono la lebbra e muoiono nel giro di qualche settimana. De Silva è terrorizzato, e teme in cuor suo che la tigre sia il frutto della sua debolezza, pronta a dilaniare le persone che ama. Il colonnello un giorno riesce a spararle, ma purtroppo manca il bersaglio. Poco dopo, ancora madido di sudore per aver sprecato l’occasione di uccidere la fiera, segue le enormi impronte della bestia, e scopre con orrore che si sta dirigendo con passo veloce verso il parco dove passeggia beatamente suo figlio in compagnia della tata. Fa appena in tempo a sparare al mostro quando questo si trova a mezz’aria, pronto a ghermire le prede. Colpita in pieno, la tigre svanisce letteralmente nel nulla senza toccare terra.

La bambinaia muore sul colpo terrorizzata dal ferale spettro. Il piccolo, per fortuna, è ancora vivo, ma De Silva ha poco da gioire. Il pargolo è stato ferito da uno degli artigli dell’animale; muore in pochi giorni, dopo aver misteriosamente contratto la lebbra.

La tigre fantasma non si rifarà mai più viva.

 

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Hoia Baciu – La foresta infestata

C’è un luogo della Romania che non viene mai pronunciato ad alta voce. Un luogo dove si dice le persone svaniscano nel nulla, dove il tempo e lo spazio non hanno significato, dove gli alberi sussurrano parole di morte, dove il diavolo ha la propria dimora. Benvenuti a Hoia Baciu, la foresta infestata.

Hoia Baciu, (Pădurea Hoia o Hója-erdő), è una foresta poco ad ovest di Cluj-Napoca, nel cuore della Transilvania, in Romania. Si tratta di circa 3 chilometri quadrati di alberi, rocce e qualche animale selvatico. Una foresta come tante, forse resa più spettrale dall’essere nel bel mezzo dei possedimenti del fu vampiro Dracula (al secolo Vlad Tepes). Se non fosse che ad abitarla siano stati, nell’ordine, il diavolo, gli alieni ed infine i fantasmi.

Qualcosa che non va in Hoia Baciu si intuisce appena ci si mette piede: sebbene gli arbusti più antichi risalgano a 200 anni fa, si presentano esili e distorti, come se qualcosa ne avesse preservato la giovinezza nei secoli. Ma sono le storie a farla da padrona.

 

 

Le sparizioni

Si narra che a metà dell ‘800 un pastore di pecore un giorno porta il suo gregge a brucare la tenera erba del bosco. La sera però non ritorna a casa, e gli abitanti del luogo si preoccupano: forse ha avuto un malore, o ha avuto un incidente e non riesce più a camminare, oppure ancora è stato attaccato da qualche misterioso animale selvaggio. Si organizza una battuta di recupero per giorni e giorni l’intera foresta viene ispezionata palmo a palmo, inutilmente. Svanito nel nulla insieme alle 200 pecore.

Una donna, sempre nello stesso periodo, entra nel bosco per una passeggiata. Anche lei sparisce nel nulla, salvo poi uscirne qualche giorno dopo, senza ricordare niente dell’accaduto. In tasca, come unico indizio, la giovane trova una moneta rumena del 15° secolo.

La leggenda più celebre è quella di una bambina, inghiottita dalla foresta. I genitori si disperano per giorni, ma non si danno per vinti. Poi le settimane passano. Ed i mesi. Finché, 5 anni dopo, la piccola ricompare. Con gli stessi vestiti indosso, non è cresciuta di un giorno: è identica a quando è scomparsa tra gli alberi. Tutti le fanno domande insistenti, chiedendole dov’è finita in tutto questo tempo, ma la bambina non capisce. D’altronde, secondo lei, è stata via solo un paio d’ore.

La teoria è che Hoia Baciu sia una sorta di wormhole, in grado di piegare il tempo e lo spazio, catapultando i malcapitati in un’epoca ogni volta diversa. Da cui non sempre è possibile fare ritorno.

 

 

Si potrebbe facilmente obiettare che queste storie sono, per l’appunto, solo storie, buone a spaventare i bambini affinché non si addentrino nella foresta di Hoia col reale rischio di perdersi per giorni e giorni. Inoltre siamo in Transilvania, dove il folklore non è solo cultura ma religione, nella regione più densa di misteri di una terra, la Romania, che fonda le proprie radici sulle leggende narrate da padre in figlio.

Poi, però, arrivano altri strani fenomeni, più recenti, e documentati.

 

Gli avvistamenti alieni

Il 18 agosto 1968 il biologo Alexandru Sift scatta delle immagini straordinarie, che immortalano un oggetto volante discoidale sospeso al centro della foresta. Purtroppo, alla morte dell’uomo nel 1993, quasi tutto il materiale scompare misteriosamente prima di essere pubblicato. Le poche foto salvatesi vengono date alle stampe due anni dopo dall’amico Adrian Pătruț, professore di chimica della Babeș-Bolyai University, nel libro Fenomenele de la Pădure Hoia-Baciu. Pătruț, però, tiene a precisare che tutti i fenomeni descritti dal defunto collega sono spiegabili grazie a solide basi scientifiche. Il dubbio resta.

 

 

Il 18 ottobre 1968 un geniere dell’esercito, Emil Barnea, si aggira nella foresta insieme alla fidanzata Zamfira Mattea ed un paio di amici, quando qualcosa attira la sua attenzione: nel cielo si palesa all’improvviso una luce innaturale, che prontamente (e fortunatamente) l’uomo cattura in fotografia. Secondo la sua ricostruzione, l’oggetto volante non identificato avanza lentamente, cambiando sovente direzione, aumentando di luminosità col passare dei secondi. All’improvviso, così com’è apparso, si dilegua accelerando vorticosamente verso l’orizzonte, dove scompare. Le sue foto vengono studiate a lungo dall’ufologo ed esperto di paranormale Ion Hobana, che non ha dubbi sulla loro autenticità e le ritiene degne di maggiore attenzione. In accordo ai suoi calcoli, l’UFO dev’essere largo non meno di 30 metri, a 600 metri d’altezza dal suolo. C’è da notare che, all’epoca del fatto, in Romania non sono disponibili libri sul fenomeno dei dischi volanti, pertanto è difficile pensare che Barnea abbia orchestrato tutta la vicenda.

 

 

Molte persone riferiscono di sentirsi male all’interno del bosco, ed alcune ne escono con misteriosi eritemi sulla pelle e, in alcuni casi, anche ustioni. Qualcuno ipotizza possa trattarsi dell’attività aliena che sulla zona proietta una forte dose di radiazioni – peraltro verificata – dovuta alla tecnologia UFO.

 

I fantasmi

In tempi più recenti si sta vivendo una vera e propria caccia al fantasma. A seguito delle numerose segnalazioni susseguitesi negli anni molti ghost hunter hanno passato la notte nella foresta. E molti di loro ne sono quasi usciti con le ossa rotte.

L’evento più significativo, in questo senso, è quello della trasmissione Destination Truth, del canale via cavo statunitense Syfy (conosciuto precedentemente come SCI FI). Nell’episodio Haunted Forest del 9 settembre 2009, la troupe televisiva guidata da Josh Gates investiga nella foresta di Hoia, accompagnata dal gruppo di un altro programma, Ghost Hunter, formato dagli esperti Jason HawesGrant Wilson. Al di là degli alti livelli di radiazioni e qualche immagine che può dire tutto o nulla, all’improvviso Gates lamenta un dolore al torace. Fa per alzarsi la maglia, solo per scoprire lunghi tagli lungo tutto il torace. All’esterno, l’abbigliamento è intatto. Realmente spaventato, Gates decide di interrompere le registrazioni, ed uscire il più velocemente possibile dal bosco.

 

 

Il centro di tutto

La cosa più inspiegabile è il centro esatto della foresta. Non vi cresce nulla. Niente di niente. Gli animali lo evitano come la peste, e le radiazioni, già alte tra gli alberi, registrano un inspiegabile picco. Il terreno è stato ampiamente studiato, ma risulta del normalissimo terriccio. Tutt’intorno gli alberi sono arcuati alla base, come se una forza tremenda li avesse costretti a deviare la loro naturale crescita. È bene notare che un evento del tutto simile è presente in un’altra celebre foresta, quella di Nowe Czarnowo, in Polonia, dove gli arbusti sono tutti piegati verso nord. Probabilmente dovuto a una nevicata particolarmente impietosa nei primi anni del ‘900, in molti credono si tratti dei patimenti sofferti dalle anime scomparse nei secoli nei boschi. C’è anche chi suggerisce che sotto terra potrebbe esserci un misterioso e segreto bunker, risalente alla guerra fredda, che sperimenta sulla superficie gli effetti di qualche micidiale scoperta scientifica.

 

 

Hoia Baciu è un crogiolo di attività paranormali e avvistamenti di diverse entità, come se fosse un ponte verso altri mondi. Pur volendo credere fermamente in UFO, alieni e poltergeist, personalmente, una manifestazione così eterogenea mi sembra alquanto bizzarra. Ma prese singolarmente, le singole storie sono decisamente affascinanti. Il mistero – o meglio, i misteri – di Hoia Baciu, per il momento, restano insoluti.

 

Grazie a Chiara GM per aver suggerito su Facebook la storia di oggi. 🙂


Cosa si cela dietro i misteri della foresta Hoia Baciu?

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Il fantasma dell’autostrada di Santa Fe

I fantasmi, lo sappiamo tutti, adorano infestare le case. O ancor meglio, qualche castello decadente della brughiera inglese. La storia di oggi, invece, prende spunto da un fatto di cronaca di qualche giorno fa, e si svolge nell’assolata Argentina, nei pressi di Peaje.

 

 

I casellanti del tratto autostradale tra Santa Fe e Rosario (Argentina) si sono rivolti al proprio sindacato per evitare di essere assegnati al turno di notte. Il motivo di tanta reticenza è un fantasma che quasi ogni notte attraversa l’autostrada, seminando il panico tra gli automobilisti.

Abbiamo ricevuto numerose richieste di dipendenti che si rifiutano di essere assegnati al turno di notte, sono terrorizzati da quello che potrebbero vedere o sentire. – Gabriel Berardo, vice segretario del sindacato SUTRACOVI di Santa Fe

Al chilometro 17 dell’autostrada Rosario- Santa Fe, sul ponte che si affaccia sul vicino cimitero di San Lorenzo, in molti sono pronti a giurare di aver scorto una donna che vaga lungo il marciapiede. L’apparizione si palesa di notte, e spesso il fantasma attraversa il tratto da un capo all’altro, accompagnato da strani rumori, come di catene trascinate, e le porte delle cabine dei caselli si chiudono da sole.

 

 

A sostegno di queste apparizioni ci sono molte testimonianze, ma anche altrettante contro.

Stavo arrivando da Rosario e mentre imboccavo l’accesso di San Lorenzo ho visto una persona che agitava le braccia e saltellava, come se stesse chiedendo aiuto. Era in piedi sul marciapiede ed indicava un punto che emanava una luce fortissima. Pensavo fosse qualcosa che aveva preso fuoco. Ho rallentato e mi sono fermato pochi metri dopo, per capire cosa fosse successo e dare una mano. Appena sono sceso dall’auto, tutto era svanito nel nulla, sia la luce che quella persona. – Testimonianza raccolta dal sito web Infobae

Una volta ero in macchina, era mattina presto e faceva particolarmente freddo. Ero al chilometro 11 o giù di lì, all’altezza del ponte Fray Luis Beltrán, quando all’improvviso ho visto nello specchietto retrovisore una persona che mi rincorreva. Era impossibile, stavo andando a più di 100 all’ora. Una luce mi abbagliò e mi superò, perdendosi nella notte. – Testimonianza raccolta dal sito web Rosario 3

Sebbene su molti siti, argentini e non, il fantasma viene dato come un fatto certo, è lo stesso Gabriel Berardo che, nonostante ammetta le numerose segnalazioni da parte degli automobilisti, smentisce qualsiasi denuncia ufficiale da parte dei lavoratori. Fa inoltre notare che anche nelle dichiarazioni su internet, praticamente alla fonte, c’è qualcosa che non torna.

La presunta foto pubblicata non corrisponde [a quanto scritto sul web] perché è stata scattata al chilometro 13, e non al 16. – Gabriel Berardo, vice segretario del sindacato SUTRACOVI di Santa Fe al sito web La Capital

Sta a voi decidere a chi e cosa credere anche se, secondo noi, si tratta di una bufala bella e buona.

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La sposa di Lammermoor

Baldoon Castle è un castello scozzese che ha visto la sua fama decadere lentamente nel tempo. Oggi l’edera è la padrona incontrastata delle mura della fortezza, e dai pilastri del cancello d’ingresso alla torre più alta risuona l’eco assordante del disfacimento. Situato a circa 130 chilometri a sud di Glasgow, Baldoon Castle non è sempre stato così; un tempo, precisamente alla metà del 17° secolo, vi si tenevano sfarzose feste e gargantueschi banchetti. Fino ad un nefasto giorno di agosto. La storia di oggi ha ispirato il romanzo storico La sposa di Lammermoor di Walter Scott del 1819. Proprio come una favola, inizia con un sontuoso matrimonio. E termina nel sangue.

Janet è la bella figlia del facoltoso giurista e statista sir James Dalrymple, uomo di grande intelletto sposato con una moglie tanto altezzosa quanto austera. Janet è legata, sin da giovanissima, al nobile decaduto lord Archibald Rutherford. I due si amano genuinamente, e progettano il loro futuro insieme. Archibald si spinge anche a chiederla in sposa, e la ragazza accetta, entusiasta. La signora Dalrymple, però, non è altrettanto contenta del lieto evento. Spinge il marito, brillante in pubblico ma completamente asservito alla sposa in privato, a far rompere a Janet il fidanzamento, organizzando un nuovo matrimonio con David Dunbar, erede della prestigiosa famiglia Baldoon e, ironicamente, nipote di Archibald.

Rassegnata ad una vita accanto ad un uomo che non ama, Janet sposa David il 24 agosto 1669. Matrimonio in pompa magna, pranzo luculliano ed infine gli sposi si accomiatano per la prima notte di nozze. Che sarà anche l’ultima.

Urla disumane giungono dalle stanze interne del castello, e gli invitati ancora intenti a gozzovigliare si accalcano alla porta della coppia. Qui trovano David che sta affogando letteralmente in un mare di sangue e la giovane moglie, con indosso ancora l’abito nuziale vergato di rosso, rannicchiata in un angolo che stringe con tutte le sue forze il coltello intriso del sangue di lui. La fanciulla è in grado di riferire solo frasi sconnesse, come se stesse recitando una preghiera in una lingua sconosciuta. Le uniche parole che gli astanti sono in grado di afferrare sono

Prendi la tua cara sposa…

David sopravviverà, nonostante le gravi ferite, mentre Janet morirà meno di un mese dopo. David non sarà mai in grado di spiegare cosa successe quella notte, e non sarà mai sicuro che sia stata la sposa ad accoltellarlo.

 

 

La verità su Janet non è mai stata scoperta, ma nei dintorni di Baldoon Castle le teorie sussurrate sono tre.

  • La prima, e quella che sembra anche la più ovvia, è che Janet tenti di uccidere David approfittando della prima notte di nozze, e che impazzisca pensando alla vita senza amore che l’attende.
  • La seconda suggerisce che Archibald, il fidanzato ripudiato, penetri di soppiatto nella stanza da letto dell’amata, ed accoltelli David per mantenere intatta la purezza della fanciulla che ama.
  • La terza, infine, chiama in causa il demonio: Janet non ama David, e non vuole sposarlo. Approfittando del suo dolore, il diavolo le si presenta, e si offre di risolvere la questione per lei – a modo suo, ovvio. Janet accetta, e così il figlio dell’inferno accoltella David, dissolvendosi nella notte. Janet istintivamente, resasi conto di ciò che sta succedendo dinanzi ai suoi occhi, afferra il coltello per cacciare via il demonio. La visione di morte porterà infine la ragazza alla pazzia.

Io, personalmente, vorrei aggiungerne una quarta. Nel momento cruciale, Janet si rende conto in fondo di amare David, e ordina al demonio – che ha già colpito David – di andare via, minacciandolo con un coltello. Il servo degli inferi, indomito, getta il seme della pazzia nel cuore della ragazza, per punirla di tanta insolenza.

Qualunque sia la verità, le mura di Baldoon Castle sono divenute dimora del fantasma di Janet, che spesso viene vista camminare silente per i corridoi della fortezza, tirandosi dietro il vestito da sposa macchiato di sangue. Che stia espiando la colpa di un omicidio, o sia alla ricerca del suo perduto amore, non ci è dato saperlo.

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I proiettili fantasma di Big Bear City

È il 10 novembre 1962, quando il ricercatore psichico Raymond Bayless sfoglia interessato il Los Angeles Times. Tra i tanti articoli di cronaca, uno più di tutti suscita la sua curiosità: il trafiletto racconta dell’odissea della famiglia Lowe, barricata per oltre quattro mesi in una casa di Big Bear City (California, USA), prima di fuggire via in preda al panico, vittima di una vera e propria pioggia di sassi e pietre. Lanciate da un poltergeist.

 

 

Il termine poltergeist deriva dal tedesco e significa spirito rumoroso. Esso si manifesterebbe sostanzialmente con il movimento improvviso e violento di oggetti di varia natura: quadri che cadono, mobili che si spostano, elettrodomestici che si accendono e si spengono. Gli episodi di poltergeist, secondo i sostenitori di tale teoria, tendono inoltre ad essere accompagnati da altre manifestazioni soprannaturali come l’autocombustione, la levitazione di persone, comparsa di pozze d’acqua e di scritte sui muri fino alla produzione di voci. I primi resoconti sui poltergeist risalgono all’antica Roma, e se ne fa menzione in documenti del Medioevo in Germania, Galles e Cina. Solitamente i poltergeist sembrano nutrire un odio smisurato verso un singolo soggetto di una famiglia, e non sono infrequenti casi di manifestazioni di questo tipo in cui la vittima viene quasi uccisa.

Una delle manifestazioni tipiche dei poltergeist, oltre a quelle già citate, è il lancio di pietre, con casi documentati che risalgono a ben prima del Medioevo. Nell’858, ad esempio, la cittadina di Bingen sul Reno (Germania) diventa teatro di un diluvio di sassi lanciati da chissà dove; nel 1903 un olandese risiedente a Sumatra (Indonesia) viene svegliato nel bel mezzo della notte da una pioggia di sassi che sfonda il soffitto della sua camera da letto; nel 1592 massi pesanti oltre 10 chili cadono copiosi su una fattoria dell’Oxfordshire (Inghilterra); nel 1849 numerosi domestici di una casa di Saint-Quentin (Francia) restano terrorizzati di fronte ai vetri delle finestre bucati da invisibili proiettili (il fenomeno, in questo caso, scompare tempo dopo, a seguito del licenziamento di uno dei domestici).

Le pietre che colpiscono la famiglia Lowe, incredibilmente, sembrano leggere come piume: tutti i membri, anche se a prima vista colpiti duramente, non presentano in nessun caso lesioni gravi. Il che è impossibile, perché si tratta degli stessi sassi che sfondano le finestre della casa e frantumano i mobili. Inoltre molti cadono con angolazioni improbabili, come se si trattasse realmente di pioggia, e sono caldi al tatto.

[Quelle accorse alla famiglia Lowe] sono caratteristiche tipiche dei fenomeni di poltergeist. – Raymond Bayless

Le teorie passano di bocca in bocca, al punto da scomodare piogge di meteoriti e venti impetuosi, tutto pur di non accettare l’idea che qualcuno – o qualcosa – si sia impossessato della casa dei Lowe. Lo sceriffo di San Bernardino, che segue il caso, lo archivierà come insoluto, con grande disappunto di Bayless.

Da dove vengono codesti proiettili che per il peso e la distanza da cui vengono lanciati non sono certo di mano mortale? – Rapporto della gendarmeria francese su un evento di pietre volanti contro la casa di un carbonaio parigino, 1846

 

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Busby stoop chair – La sedia di Thomas Busby

C’è in un angolo di una taverna una semplice seggiola di quercia, in stile classico, attorniata da persone che bevono e si divertono. Ci sono molti avventori che restano in piedi, ma nessuno di loro vuole sedersi su quella sedia. Il perché è semplice, in paese lo sanno tutti, quella sedia è maledetta, e chiunque vi si sieda sopra è destinato a morire nel giro di poche ore: questa è la storia della sedia di Thomas Busby.

Siamo nel North Yorkshire, Regno Unito, nel 1702. In un pub sulla Carlton Road di Thirsk c’è un uomo che beve lentamente una pinta di birra nella penombra. Il suo nome è Thomas Busby, ed è conosciuto nel giro della malavita locale come falsario ed inguaribile ubriacone. E, da qualche ora, anche come assassino.

Poco tempo prima, infatti, Busby torna a casa e, senza un’apparente ragione, uccide senza pietà il patrigno, Daniel Auty. Gli fracassa il cranio con un martello, ed il delitto è così chiaro che la polizia ci mette poco ad arrestarlo, ed ancor meno a processarlo. La condanna è l’impiccagione, finché la morte non sopraggiungerà. Busby è certamente un assassino, che ha provato il gusto di uccidere un innocente, ma più di ogni altra cosa gli piace bere: quando gli viene chiesto l’ultimo desiderio del condannato a morte, risponde serafico che prima di passare a miglior vita gli piacerebbe farsi una birra nel suo pub preferito, ed andarsene così col gusto amarognolo della bevanda in bocca. Il giudice resta un po’ basito, ma in fondo ognuno ha le sue priorità nella vita, e così decide di appoggiare la richiesta di Busby, che ritroviamo così seduto sulla sua sedia preferita a scolarsi un’ultima pinta.

Il bicchiere vuoto, Busby è controllato a vista dalle guardie, che si aspettano che quell’uomo mezzo ubriaco da un momento all’altro tenti la fuga. Invece Busby si alza dalla sua sedia preferita, si guarda attorno, e lancia una maledizione.

Possa la morte improvvisa venire a coloro che osano sedersi sulla mia sedia. – Thomas Busby

L’assassino viene finalmente impiccato e lasciato dondolare sulla forca diversi giorni, a monito delle sue deprecabili gesta, proprio davanti la locanda, che viene ribattezzata Busby Stoop Inn, per l’abitudine degli ospiti più curiosi e coraggiosi di affacciarsi dalle finestre per “ammirare” il panorama della timida brughiera inglese sullo sfondo ed il cadavere di Busby pochi metri più sotto.

 

 

Dal giorno dell’esecuzione, la voce che la sedia è maledetta gira per tutta la cittadina e nessuno, ha torto o a ragione, ha più il coraggio di sedercisi sopra, fino alla seconda guerra mondiale. Molti avventori del pub notano, con il passare dei giorni, che il numero degli aviatori della Royal Air Force, l’aviazione inglese, morti nelle vicinanze di Thirsk è insolitamente alto. Confrontando le proprie esperienze, si rendono conto che molti dei morti della RAF poco prima di mettersi ai comandi dei loro velivoli si sono seduti sulla sedia maledetta. Nel 1967, due di loro si avvicendano sulla sedia ritenendola solo una sciocca superstizione popolare: verranno estratti privi di vita poche ore dopo, quando il loro camion si schianta contro un albero. Alla locanda arriva anche un muratore, che nel 1970 decide di sfidare la maledizione: anche lui in poche ore viene ritrovato sfracellato a terra, caduto da un’impalcatura su cui stava lavorando. La scia di sangue continua per anni, finché il proprietario del locale ne ha abbastanza e scaraventa la sedia in cantina. Anche qui, purtroppo, un fattorino che si era seduto solo pochi minuti dopo aver fatto una consegna muore lo stesso pomeriggio in un incidente stradale. Nel 1978, esasperato, il proprietario decide di donare la chiesa al Thirsk Museum, dove si trova ancora oggi.

A mezz’aria, inchiodata al muro.

 

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I bambini fantasma della San Antonio Railroad

A sud di San Antonio, Texas, c’è una piccola missione dedicata a San Giovanni da Capestrano, incastonata tra il San Juan Ditch e il Sixmile Creek, al centro del National Park Services. Non molto distante si trova una piccola intersezione tra la strada e le rotaie, un insignificante incrocio senza passaggio a livello, che è stato testimone di una delle più grandi tragedie degli Stati Uniti. Questa è la leggenda dei bambini fantasma della San Antonio Railroad.

Siamo a cavallo della seconda guerra mondiale, su un piccolo autobus giallo da una decina di posti che porta a casa i piccoli studenti della zona dopo una giornata di lezione. La scuola, diciamoci la verità, non piace a nessuno, sopratutto se si è ancora dei bambini: sempre in silenzio, o quasi, ad ascoltare la maestra di turno che rifila il solito noioso dettato. Certo non è sempre così, e la scuola spesso riesce a fare breccia nei cuori degli studenti forgiando, come si suol dire, gli uomini e le donne di domani, ma è innegabile che il ritorno a casa, con la torta di mele calda a raffreddarsi sul davanzale, è certamente uno dei momenti più felici della giornata di un bambino.

Tra la fetta di dolce fumante e la scuola c’è ovviamente il viaggio in autobus, che i piccoli affrontano gioiosamente. Qui l’autista non è come la maestra, ed un po’ di baccano dopo tante ore passate sui libri è concesso; e allora palline di carta che volano, il secchione che viene preso in giro dagli altri ed il tempo sembra volare. Quando, all’improvviso, il motore dell’autobus tossisce e si ferma di botto.

Sulle rotaie.

 

 

In un film ci sarebbe un silenzio infinito, con i bambini ammutoliti a guardare fuori dai finestrini; le facce cicciottelle schiacciate contro il vetro, a fissare increduli quell’enorme mostro metallico che si avvicina sbuffando a gran velocità. Poi il panico, le urla, i tentativi di scappare.

Ed infine lo schianto.

Il treno arriva veloce, troppo veloce per fermarsi in tempo, e trancia di netto lo scuolabus. Chi è seduto davanti viene letteralmente fatto a pezzi dall’impatto, e chi si trova dietro viene scaraventato via e rimane ucciso accartocciato dalle lamiere contorte del relitto giallo. Oltre all’autista, perdono la vita dieci bambini.

Si narra che la storia però non finisca qui. Le anime degli studenti sono ancora legati al luogo della loro dipartita per evitare che qualcun altro resti vittima della loro stessa sorte. Se si ferma l’auto in folle a pochi metri dall’incrocio, questa comincerà lentamente a muoversi, fino a superare i binari. E la strada è anche leggermente in salita. Sui cruscotti polverosi appaiono le impronte di manine, come se a spingere il veicolo siano dei piccoli fantasmi invisibili. Di notte appaiono luci lattiginose tra i binari, quasi a voler essere faro nella notte dei viandanti.

Ho messo l’auto in folle, ho tolto i piedi dai pedali e la macchina si è mossa! Ha superato subito le rotaie, saltando da un lato all’altro, portandomi fuori pericolo! Ero così eccitata, sono saltata fuori a controllare il retro dell’auto e c’erano delle piccole impronte! Chiare e marcate, e così piccole! I tratti erano così nitidi che si potevano vedere i palmi e le impronte digitali! Ho ripetuto l’esperimento, e ho trovato delle impronte anche sulle portiere posteriori! C’era anche un’impronta più grande delle altre! Forse quella dell’autista dello scuolabus? È quello che penso… – Brenda Pacheco, testimone oculare su mysa.com, sito di notizie della città texana di San Antonio

 

 

Sono in molti a credere che si tratti solo di una leggenda. L’unica tragedia simile in quegli anni è avvenuta nello Utah nel 1938, e non in Texas, dove è ambientata la nostra storia, che non trova riscontri nei quotidiani locali dell’epoca. Inoltre, come suggerisco alcune persone, la strada verso le rotaie non è in salita, lo sembra soltanto, anzi è leggermente in discesa di circa 2°, il che permetterebbe ad un’auto di scivolare agilmente oltre la tratta ferroviaria.

I dubbi restano, e se volete avventurarvi di persona a scoprire se la storia dei bambini fantasma di San Antonio è realtà o leggenda, poco distante trovate un altro luogo intriso di mistero, l’Espada Park Dam, dove al calar delle tenebre risuonano lugubri urla che gelano il sangue nelle vene.

 

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