Categoria: Letteratura

Libri, novelle e racconti del terrore, della fantascienza e, perché no, anche di fiaba.

Le 40 regole per scrivere bene di Umberto Eco

Umberto Eco è un genio, non c’è che dire. Ci ha lasciato una bibliografia sterminata, frutto di decenni di lavoro che hanno partorito, tra gli altri, romanzi come Il nome della rosa (se non l’avete ancora letto non avete scuse, fatelo). Da esperto semiologo lascia anche diversi manuali per scrivere meglio, da Come si fa una tesi di laurea ad alcuni spezzoni di La bustina di Minerva, una rubrica curata su L’Espresso in cui si parla un po’ di tutto, dalla storia all’attualità, dai racconti ai testi tecnici. Tra questi, uno dei più curiosi e divertenti è Le 40 regole per scrivere bene, in cui Eco consiglia come affrontare una pagina bianca. Ovviamente a modo suo. 🙂

  1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
  2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
  3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
  4. Esprimiti siccome ti nutri.
  5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
  6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
  7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
  8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
  9. Non generalizzare mai.
  10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
  11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
  12. I paragoni sono come le frasi fatte.
  13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
  14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
  15. Sii sempre più o meno specifico.
  16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
  17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
  18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
  19. Metti, le virgole, al posto giusto.
  20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
  21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
  22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
  23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
  24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
  25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
  26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
  27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
  28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
  29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
  30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
  31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
  32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
  33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
  34. Non andare troppo sovente a capo.
    Almeno, non quando non serve.
  35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
  36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
  37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
  38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
  39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
  40. Una frase compiuta deve avere.
La Bottega del Mistero
Alza il velo della realtà per portare alla luce curiosità, misteri, eventi grotteschi o divertenti. Ma sempre comunque affascinanti.
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La paziente

https://www.flickr.com/photos/ryawesome/5235487838

 

 

La storia di oggi è un semplice aneddoto, presentato nel 1981 da A. P. Ruskin durante un corso per infermieri. Non vi anticipo nulla, vi chiedo solo di riflettere, immaginare, comprendere, quello che andrete a leggere.

Sono stato invitato a tenere una conferenza in un corso per infermieri. Ho iniziato la mia lezione con la presentazione di questo caso clinico.

La paziente è una donna che dimostra i suoi anni: non parla né capisce, mormora incoerentemente per ore; è disorientata nel tempo e nello spazio. Talvolta, però, sembra riconoscere il proprio nome. Ho lavorato con lei durante gli ultimi sei mesi, ma ad oggi continua a non riconoscermi. Non ha alcun interesse per il proprio aspetto; ha bisogno di essere nutrita, lavata e vestita; non ha denti e pertanto il cibo le deve essere ridotto in poltiglia. È incontinente e deve essere cambiata di frequente; il suo vestito è generalmente sporco perché perde saliva. Non cammina e dorme in maniera inusuale; si sveglia spesso nel cuore della notte, disturbando gli altri con le sue urla. Talvolta si dimostra affabile e felice, ma è sovente agitata senza una causa apparente, così urla più forte finché qualcuno non va a consolarla.

Dopo la presentazione del caso chiesi alle infermiere quale fosse la loro reazione di fronte all’incombenza di prendersi carico di una paziente come quella appena descritta. Usarono termini come frustratedepressedisperateirritate per esprimere i loro sentimenti di fronte ad una situazione del genere.

Quando dissi che a me piaceva prendermi cura di lei e che anche le infermiere avrebbero provato la stessa sensazione, la platea mi fissò basita. Fu allora che feci girare tra loro una foto.

Mia figlia di sei mesi.

 

https://www.flickr.com/photos/jameschew/97819564

 

Il testo di Ruskin è un po’ più lungo, ed il seguito lo trovate più in basso. Si tratta di una riflessione sul concetto di vita, rispetto, pregiudizio ed empatia. Non mi abbandonerò a facili moralismi, siete liberi di credere e dare la vostra personale interpretazione delle parole dell’autore.

Chiesi allora perché fosse così difficile prendersi cura di una donna di 90 anni piuttosto che di una di 6 mesi che presentava le stesse identiche caratteristiche. Si era d’accordo che fosse più semplice prendersi cura fisicamente di un infante di 7 chili piuttosto che di un anziano di 40.

Ma la risposta sembrava più profonda.

Il bambino rappresenta una nuova vita, una speranza, una potenzialità praticamente infinita. L’anziano demente, di contro, è al termine della vita, con scarse possibilità di crescita.

Dobbiamo cambiare mentalità.

Il paziente anziano è altrettanto degno di cure e di amore tanto quanto un neonato. Quelli che terminano la loro vita nella condizione di dipendenza meritano le stesse attenzioni riservate a quelli che si affacciano alla vita con l’aiuto degli altri.

Un abbraccio a tutti, infermieri, medici, allievi, specializzandi, OSS, addetti alla pulizia e alla mensa, volontari e familiari, che ogni giorno lottano per rendere un ospedale, una clinica, un ospizio, un luogo che forse non si può chiamare casa, ma che è in grado di donare calore e speranza a tante persone che soffrono. 🙂

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PIG 05049 – La vita dopo la morte di un maiale

C’è un proverbio, di origine toscana, che sancisce che del maiale non si butta via nulla. Ma sarà proprio così? È possibile che di un porcellino alla sua morte niente vada perduto? Questa è la storia del maiale 05049, e della sua vita dopo la morte.

Christien Meindertsma è una designer olandese che nel 2005 decide di seguire il destino di un suino ben oltre la sua morte biologica, per scoprire quanto del suo corpo verrà riutilizzato e in che modo: nasce così il progetto PIG 05049. Per tre lunghi anni Meindertsma racoglie, cataloga e traccia ogni singolo brandello di 05049, un suino nato e cresciuto in un allevamento olandese che, come buona parte dei suoi consimili, termina la sua vita in un macello, affinché la sua carne venga trasformata in prosciutti, salsicce e salami. Ma è tutto il resto ad essere sorprendente. Legamenti, ossa, cartilagini, occhi, interiora, peli; ogni cosa vive una nuova vita: si va dai proiettili alle bibite, dalle vernici per interni ai freni per locomotive, dagli orsetti gommosi alle statuine di porcellana. Le singole parti diventano così molto più del soggetto originale, disperse per tutto il mondo in una filiera produttiva che non conosce il destino di alcuno degli elementi in gioco. Tutta la storia di 05049 viene raccolta in un libro, minimale nella scrittura e nelle immagini, impreziosito sulla costola da una replica dell’etichetta identificativa che il maiale aveva all’orecchio quando ancora era in vita. Siamo quindi legati necessariamente alla carne? E ha davvero senso dichiararsi vegani o vegetariani quando molte delle cose di ogni giorno sono, spesso inconsapevolmente, di origine animale?

 

 

Il maiale viene così spedito per il globo da continente a continente, terminando il suo quasi infinito viaggio nel piatto di un bambino sotto forma di bistecca, o tra le mani esperte di un pittore come pennello, oppure ancora tra le labbra di una donna, come composto di una sigaretta. Ma anche come valvola cardiaca ad impianto umano, che dona ad un cardiopatico la possibilità di vivere per molti anni ancora insieme alla sua famiglia.

Così che almeno il cuore di 05049 non smetterà di battere tanto presto.

 

 

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Le terribili leggende metropolitane che si tramandano i bambini

I bambini, come abbiamo più volte avuto modo di leggere, possono essere più inquietanti degli adulti: dietro il candore di un viso roseo dalle guanciotte cicciotte si nasconde un perfido mostro. Bisogna capirli, poverini, è una semplice reazione a ciò che li circonda: i teneri pargoletti guardano il mondo con occhi ingenui, ma non per questo gli fa meno paura. Anzi.

Agata Matteucci è una fumettista bolognese che ha avviato un curioso progetto, Le terribili leggende metropolitane che si tramandano i bambini, che narra con ironia ed intelligenza dei luoghi comuni, degli aneddoti e delle dicerie che genitori un po’ troppo confusi tramandano come legge divina scesa in terra ai lori figli. E così viviamo nel terrore di farci un bagno al mare dopo un bel panino col prosciutto, o di ingoiare una gomma da masticare con l’ansia di passare a miglior vita.

 

 

I disegni di Matteucci raccontano la storia di tutti noi, che forse non abbiamo più paura del buio, ma che visceralmente continuiamo ogni notte a tenere sempre i piedi sotto le coperte, così che nessun mostro possa farci del male.

I bimbi hanno un universo parallelo contrapposto a quello degli adulti, molto elaborato e fatto di fantasie, di regole e di realtà più o meno distorte. Molte delle verità indiscusse che apprendiamo da bambini – imparate di solito da un compagno di scuola a cui l’ha detto “suo cugino” – si sedimentano nella nostra memoria provocando a volte dei veri e propri traumi, dei segreti tabù che ci trasciniamo fino all’età adulta, alimentando le nostre insicurezze e nevrosi personali. – Agata Matteucci

Potete seguire l’evolversi del progetto su Tumblr e Facebook.

 

Grazie ad Agata M. (l’autrice delle vignette 😀 ) per la segnalazione.

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Deep Dark Fears

Deep Dark Fears è una serie di vignette creata da Fran Krause ispirata alle nostre paure più intime. Nei suoi disegni troviamo la rappresentazione dei nostri terrori ancestrali, a volte infantili, che segretamente ci accompagnano nelle nostre vite, da sinistre entità nascoste nel buio che ci fissano dormire a morti tanto accidentali quanto grottesche. La webcomic completa la trovate su Tumblr.

 

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The Gashlycrumb Tinies – L’alfabeto della morte

Edward St. John Gorey è uno scrittore ed illustratore statunitense, nato a Chicago nel 1925 e morto a Hyannis nel 2000, celebre per i suoi libri illustrati di stampo macabro.

Gorey produce oltre cento opere, con uno stile caratteriale simile al tocco fumoso e vittoriano del regista Tim Burton, a metà strada tra l’arte surreale e lo scarabocchio infantile. Uno dei suoi libri più famosi è certamente The Gashlycrumb Tinies (I piccini di Gashlycrumb), grottesco abecedario pubblicato nel 1963. La storia narra di ventisei bambini, uno per ogni lettera dell’alfabeto, pochi attimi prima delle loro morti premature, dovute sostanzialmente all’innata capacità dei ragazzini di farsi male nei modi più disparati.

[The Gashlycrumb Tinies è] una sarcastica ribellione alla visione dell’infanzia come solare, idilliaca ed istruttiva. – George R. Bodmer, critico letterario di Project MUSE

 

 


 

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La zampa di scimmia

The Monkey’s Paw è un racconto breve horror scritto da William Wymark Jacobs e pubblicato in Inghilterra nel settembre del 1902. Sebbene autore principalmente di storie umoristiche, Jacobs riesce a creare una storia inquietante e grottesca che ruota attorno ad un singolare amuleto in grado di esaudire tre desideri. Il concetto di base è quello delle conseguenze inattese; si tratta di risultati imprevisti, a prima vista completamente slegati dall’azione che li ha generati. Si dividono in tre tipi:

  • positivi, quando si ottiene un beneficio tanto grandioso quanto inaspettato, altrimenti detto serendipità (ne parlerò prossimamente);
  • negativi, quando le nostre azioni portano sì al risultato sperato, ma che in seguito ad eventi a cascata genera effetti altamente controproducenti;
  • perversi, quando il risultato finale è l’esatto opposto di quello voluto.

Quanto sareste disposti a perdere per vedere esauditi i vostri desideri?

Buona lettura.

 

La zampa di scimmia

 

La zampa di scimmia

 

Capitolo 1

Fuori, la notte era fredda e umida, ma nel salottino di Lakesman Ville le persiane erano chiuse e il fuoco ardeva allegro nel camino. Padre e figlio stavano giocando a scacchi e il primo, il quale aveva a proposito del gioco idee che comportavano innovazioni radicali, metteva spesso il suo re in situazioni così inutilmente pericolose da suscitare persino i commenti della vecchia signora dai capelli bianchi che se ne stava seduta tranquillamente accanto al camino a lavorare a maglia.

  • Senti il vento – disse White che, dopo essersi accorto troppo tardi di aver commesso un errore fatale, cercava di escogitare il sistema migliore perché il figlio non lo notasse.
  • Lo sto ascoltando – rispose il figlio, ma continuava a osservare con la massima attenzione la scacchiera, e allungò una mano – Scacco.

  • Credo proprio che non verrà questa sera – brontolò il padre, una mano appoggiata sul bordo del tavolo.

  • Scacco – ripeté il figlio.

  • Ecco il guaio di vivere fuori mano, – blaterò White, con improvvisa e imprevista violenza – e, fra tutti i peggiori, i più infami posti fuori mano dove vivere questo è il peggiore. Il sentiero è un pantano e la strada è un torrente. Non so che cosa ne pensino gli altri. Probabilmente, dato che ci sono due case soltanto su questa strada, sono convinti che la cosa non conti più di tanto.

  • Non preoccuparti, caro, – intervenne la moglie, conciliante – forse la prossima volta vincerai.

White alzò la testa di scatto, appena in tempo per cogliere un’occhiata di intesa fra madre e figlio. Le parole gli morirono sulle labbra, ed egli nascose nella barbetta grigia un sorriso colpevole.

  • Eccolo! – esclamò Herbert White, mentre il cancello sbatteva forte e un pesante scalpiccio si avvicinava alla porta.

II vecchio si alzò, desideroso di fare una buona accoglienza all’ospite, si affrettò verso la porta, e lo sentirono lamentarsi con il nuovo arrivato. Anche il nuovo arrivato si lamentava, ed allora la signora White fece:

  • Ssst, ssst! – e tossì adagio mentre il marito entrava nella stanza, seguito da un uomo alto e massiccio, dagli occhi piccoli e tondi e dal viso rubicondo.
  • Sergente maggiore Morris – disse il nuovo venuto, presentandosi.

  • II sergente maggiore strinse la mano ai presenti, accettò la poltrona che gli veniva offerta accanto al fuoco e assunse un’aria soddisfatta mentre il padrone di casa andava a prendere whisky e bicchieri e metteva sulla fiamma un piccolo bricco di rame. Al terzo bicchiere i suoi occhi si fecero più lucidi ed egli cominciò a parlare; il piccolo circolo familiare guardava con interesse questo visitatore che arrivava da lontano mentre squadrava le larghe spalle nella poltrona e narrava di scene strane e di imprese epiche, di guerre e di pestilenze e di popolazioni curiose.

    • Ventun anni di questa vita – disse White, rivolgendosi alla moglie e al figlio – Quando è partito era un ragazzino tutto pelle e ossa che lavorava nell’arsenale. E guardatelo un po’ adesso.
  • Sembra che non se la sia passata molto male – osservò cortesemente la signora White.

  • Anche a me piacerebbe andare in India, – disse White – non fosse altro che per vedere come è fatto il mondo.

  • State molto meglio qui dove siete – fece il sergente maggiore, scuotendo la testa. E la scosse ancora dopo aver appoggiato al tavolo, con un sospiro, il bicchiere vuoto.

  • Mi piacerebbe vedere quei vecchi templi, e i fachiri, e i giocolieri – insistette il vecchio – Che cosa avevate incominciato a raccontarmi l’altro giorno a proposito di una zampa di scimmia o simili, Morris?

  • Niente, – si affrettò a rispondere il soldato – O almeno, niente che valga la pena di ascoltare.

  • Una zampa di scimmia? – chiese la signora White, incuriosita.

  • Bene, è solo un esempio di quella che si potrebbe chiamare magia, forse – disse il sergente maggiore, con aria disinvolta.

  • I tre ascoltatori si chinarono in avanti, più interessati che mai. Il visitatore si portò distrattamente alle labbra il bicchiere vuoto, poi tornò ad appoggiarlo sul tavolo. Il padrone di casa si affrettò a riempirglielo.

    • A guardarla, – disse il sergente maggiore, frugandosi in tasca – è una zampetta come tutte le altre, essiccata come una mummia.

    Aveva preso di tasca qualcosa, e lo mostrò. La signora White si fece indietro con una smorfia, ma suo figlio invece lo prese e lo esaminò con curiosità.

    • E che cos’ha di particolare? – chiese White che, dopo averla presa a sua volta dalle mani del figlio e dopo averla osservata, la mise sul tavolo.
  • Ha un incantesimo che le è stato gettato da un vecchio fachiro, – spiegò il sergente – un santone. Voleva mostrare che il destino domina la vita della gente e che coloro i quali vogliono interferire con il destino lo fanno a proprio rischio e pericolo. Ha messo su questa zampa un incantesimo in modo che tre uomini diversi potessero esigere da essa l’adempimento di tre desideri.

  • Parlava con una serietà così profonda che i suoi ascoltatori si resero conto come le loro risate apparivano un poco fuori luogo.

    • Bene, perché non avete espresso i vostri tre desideri, signore? – domandò Herbert, molto a proposito.

    Il soldato lo guardò come, in genere, la mezza età guarda la giovinezza presuntuosa – Li ho espressi – disse, adagio, mentre il suo viso segnato si sbiancava.

    • E questi vostri tre desideri sono stati realmente esauditi? – volle sapere la signora White.
  • Sì – rispose il sergente maggiore, e il bicchiere gli picchiò contro i denti robusti.

  • E qualcun altro ha visto soddisfatti i suoi tre desideri? – insistette la vecchia signora.

  • Il primo li ha visti esaudire, sì – fu la risposta – Non so quali fossero i primi due, ma il terzo era morto. È così che sono venuto in possesso della zampa.

  • Il suo tono era così grave che un profondo silenzio cadde sul gruppetto.

    • Se voi avete già visto soddisfatti i vostri tre desideri, è inutile che la teniate allora – disse alla fine il vecchio – Per che cosa la conservate ancora?

    Il soldato scosse la testa.

    • Una fantasia mia, immagino. Una volta mi ero messo in testa di venderla, ma credo che non farò mai una cosa del genere. Ha già provocato guai a sufficienza, questa zampa. E poi nessuno la comprerebbe. Alcuni pensano che si tratti di una favola, e chi ci crede vuole prima metterla alla prova e poi pagarmi.
  • Se poteste esprimere altri tre desideri, – chiese il vecchio, guardandolo fissamente, – lo fareste?

  • Non lo so – fece l’altro. – Non lo so.

  • Prese la zampa, la fece dondolare fra il pollice e l’indice, poi, con un movimento brusco, la buttò nel fuoco. Con un grido soffocato, White si chinò e la recuperò dalle fiamme.

    • Meglio lasciarla bruciare – proclamò il soldato con tono solenne.
  • Se non la volete più, Morris, – disse il vecchio – datela a me.

  • No, – replicò l’amico, ostinato – L’ho buttata nel fuoco. Se la tenete, non date a me la colpa di quello che può succedere. Se siete un uomo di buon senso, fareste meglio a rimetterla fra le fiamme.

  • L’altro scosse la testa ed esaminò con attenzione l’oggetto di cui era appena entrato in possesso.

    • Come si fa? – domandò.
  • Tenetela nella destra ed esprimete il desiderio ad alta voce – spiegò il sergente maggiore – Ma ci tengo a mettervi in guardia contro le conseguenze del vostro atto.

  • Sembrano le Mille e una notte – commentò la signora White, mentre si alzava e cominciava a preparare la cena – Non vi pare che, per ciò che mi riguarda, potrei esprimere il desiderio di avere quattro mani?

  • Suo marito prese il talismano di tasca e poi tutti e tre scoppiarono in una risata, ma il sergente maggiore, il viso atteggiato ad un’espressione di profondo allarme, lo afferrò per un braccio.

    • Se proprio volete esprimere i vostri desideri, – disse, cupo – chiedete almeno qualcosa di sensato.

    White tornò a mettere in tasca la zampa, poi, sistemate le sedie, fece cenno all’amico di prendere posto a tavola. Durante la cena il talismano fu quasi completamente dimenticato, e più tardi i tre ascoltarono con profonda attenzione una seconda puntata delle avventure del soldato in India.

    • Se la storia della zampa di scimmia non è più degna di fede di quelle che ci ha raccontato, – disse Herbert quando la porta si fu chiusa alle spalle del loro ospite, appena in tempo perché arrivasse a prendere l’ultimo treno, – credo proprio che non riusciremo a ricavarne molto.
  • Gli hai dato qualcosa in pagamento, papà? – chiese la signora White, guardando attentamente il marito.

  • Oh, una sciocchezza – egli rispose, arrossendo un poco – Non voleva accettare niente, ma l’ho costretto. Ed ha ancora insistito perché la gettassi via.

  • Già – fece Herbert, con ben simulato orrore – Oh, saremo ricchi e famosi e felici. Esprimi il desiderio di diventare imperatore, papà, tanto per cominciare; in questo modo non sarai più agli ordini di tua moglie.

  • Poi cominciò a correre attorno al tavolo, inseguito dalla furibonda signora White armata di un copridivano. White prese la zampa di tasca e la osservò, dubbioso.

    • Non so quale desiderio esprimere, questo è il punto – disse lentamente – Mi sembra di avere tutto quello che voglio.
  • Se solo potessi far rimettere in ordine la casa, saresti più felice, non è vero? – fece Herbert, appoggiandogli una mano su una spalla – Bene, chiedi duecento sterline allora; saranno più che sufficienti.

  • Il padre, sorridendo un poco vergognoso della propria credulità, levò alto il talismano mentre il figlio, con un’aria solenne guastata però da un allegro ammiccamento alla madre si mise a sedere al piano e faceva echeggiare tutta una serie di lugubri accordi.

    • Desidero duecento sterline – disse il vecchio, scandendo le parole.

    Il suono del pianoforte coronò la frase, ma fu subito interrotto da un grido di terrore del vecchio. La moglie e il figlio si precipitarono verso di lui.

    • Si è mosso! – egli esclamò, con una occhiata di disgusto all’oggetto che giaceva sul pavimento – Mentre esprimevo il desiderio, mi si è contorto in mano come un serpente.
  • Bene, non vedo il danaro, – disse il figlio, raccogliendo la zampa e mettendola sul tavolo – e scommetto che non lo vedrò mai.

  • Deve essere stata la tua immaginazione, papà – mormorò la moglie, guardandolo con espressione ansiosa.

  • Egli scosse la testa, adagio.

    • Non importa, comunque; non è successo niente di male, ma è una cosa che mi ha dato lo stesso un brutto colpo.

    Tornarono a mettersi a sedere accanto al fuoco mentre i due uomini terminavano di fumare la pipa. Fuori, il vento era più forte che mai, e il vecchio sussultò, nervoso, al rumore di una porta che sbatteva al piano di sopra. I tre rimasero immersi in un silenzio insolito e deprimente che durò fino a quando la vecchia coppia si alzò per andarsi a coricare.

    • Probabilmente troverai i soldi avvolti in un grosso pacco in mezzo al tuo letto, disse Herbert, dopo aver augurato la buona notte – e in cima all’armadio ci sarà accasciato qualcosa di orribile che ti spierà mentre metti in tasca quel danaro mal guadagnato.

     

    Capitolo 2

    Il mattino seguente, alla luce del sole invernale che pioveva sul tavolo della prima colazione, Herbert rise dei propri timori. Nella stanza c’era un’aria di sana allegria che era mancata completamente la sera precedente, e la sudicia e raggrinzita zampetta giaceva abbandonata sulla credenza con una noncuranza che lasciava intendere una ben scarsa fiducia nelle sue virtù.

    • Credo che tutti i vecchi soldati siano eguali – disse la signora White – Bella idea la nostra di starcene ad ascoltare tutte quelle sciocchezze. Come è possibile che i desideri siano esauditi al giorno d’oggi? E, ammesso che fosse possibile, che male ti farebbero duecento sterline, papà?
  • Può darsi che gli cadano sulla testa dal cielo – commentò il frivolo Herbert.

  • Morris ha detto che tutto accadeva nel più naturale dei modi, – replicò il padre – tanto che tu, volendo, avresti potuto attribuire la cosa a una coincidenza pura e semplice.

  • Bene, non capitare sul danaro prima del mio ritorno – disse Herbert, alzandosi da tavola. – Temo che ti trasformerebbe in un uomo meschino e avaro, e in tal caso noi saremmo costretti a sconfessarti.

  • La madre rise, lo seguì fino alla porta, lo guardò mentre si avviava giù per la strada e, quando tornò alla tavola, si prese allegramente gioco della credulità del marito. Il che non le impedì di precipitarsi alla porta quando il postino bussò, e non le impedì di accennare, sia pure brevemente, alle abitudini alcoliche di un sergente maggiore in ritiro quando risultò che la posta le aveva recapitato soltanto un conto del sarto.

    • Credo che, quando tornerà a casa, Herbert pescherà fuori qualcun’altra delle sue osservazioni ironiche – osservò, mentre sedevano a pranzo.
  • Temo di sì, – convenne White, versandosi un poco di birra – ma con tutto ciò, quella cosa mi si è mossa in mano, sarei pronto a giurarlo.

  • Ti è sembrato così, certo – disse la vecchia, conciliante.

  • Ti dico che è così – replicò lui – Non ci pensavo nemmeno; ho avuto semplicemente… Che c’è?

  • La moglie non gli rispose. Era intenta a seguire con gli occhi i misteriosi movimenti di un uomo che, fuori, stava guardando con aria indecisa la casa, quasi cercasse di decidersi ad entrare. Il pensiero fisso alle duecento sterline, ella notò che lo sconosciuto era ben vestito e portava in testa un cappello a cilindro di seta, nuovo di zecca. Tre volte l’uomo indugiò con la mano sulla maniglia, poi proseguì. La quarta volta, con subitanea decisione, spinse e si avviò su per il sentiero. Nello stesso istante la signora White si portava in fretta le mani dietro la schiena, slacciava in fretta le fettucce del grembiule e nascondeva questo utile articolo di uso domestico sotto il cuscino della sedia. Ella fece accomodare nella stanza lo sconosciuto, che appariva a disagio. L’uomo guardava furtivamente la signora White, ed ascoltò con espressione preoccupata la vecchia signora mentre si scusava per il disordine della stanza e per la giacca del marito, un indumento che di solito veniva riservato per i lavori in giardino. Poi ella attese, nei limiti della pazienza del suo sesso, che l’altro entrasse in argomento, ma sulle prime lo sconosciuto si tenne stranamente silenzioso.

    • Mi… mi hanno chiesto di passare da voi – disse alla fine, e si chinò per togliere un filo dal risvolto dei calzoni – Vengo da parte della Maw & Meggins.

    La vecchia sussultò.

    • Qualcosa di grave? – chiese ansante – È successo qualcosa a Herbert? Che cosa? Che cosa?

    Intervenne il marito.

    • Via, via, mamma – disse in fretta – Siediti e non arrivare a conclusioni avventate. Sono sicuro che non venite a portarci cattive notizie, signore – e guardò l’altro con espressione ansiosa.
  • Sono dolente… – cominciò il visitatore.

  • È ferito? – domandò la madre.

  • Il visitatore annuì con un cenno.

    • Ferito gravemente, – disse, adagio – ma non soffre più.
  • Oh, sia ringraziato Iddio – esclamò la vecchia, giungendo le mani – Sia ringraziato Iddio! Sia ringra…

  • Si interruppe bruscamente mentre il sinistro significato di quella frase cominciava a farsi chiaro per lei, e sul viso che l’uomo teneva rivolto verso terra lesse la peggiore conferma dei propri timori. Trattenne il fiato allora e, voltandosi verso il marito che non era riuscito ancora a capire gli appoggiò una mano tremante su una spalla. Seguì un lungo silenzio.

    • È finito fra gli ingranaggi di una macchina – disse alla fine il visitatore, a voce bassa.
  • Finito fra gli ingranaggi di una macchina, – ripeté White, con tono atono – sì.

  • Si mise a sedere, gli occhi che non vedevano fissi fuori dalla finestra, e prese fra le sue la mano della moglie, e la strinse forte, come aveva fatto nei giorni ormai lontani in cui l’aveva corteggiata, circa quarant’anni prima.

    • Era il solo che ci fosse rimasto – disse poi, girando la testa verso il visitatore. – È dura.

    L’altro tossì e, alzandosi, si diresse lentamente verso la finestra.

    • La ditta desiderava che vi presentassi le mie più sincere condoglianze per la vostra grave perdita – disse, senza voltarsi – Capirete, spero, che io sono un semplice funzionario e che obbedisco soltanto a ordini ricevuti.

    Nessuna risposta; la vecchia aveva il viso cereo, gli occhi sbarrati e fissi, e quasi non respirava; il viso del marito aveva l’espressione che aveva dovuto avere quello del suo amico sergente impegnato nella prima azione di guerra.

    • Sono venuto qui per dire che la Maw & Meggins respinge ogni e qualsiasi responsabilità – continuò l’altro. – Non vanno debitori di nulla nei vostri confronti ma, in considerazione dei servizi di vostro figlio, desiderano offrirvi quale compenso una certa somma.

    White lasciò andare la mano della moglie e, alzandosi in piedi, guardò con una espressione inorridita il suo visitatore. Le sue labbra aride formularono la parola: – Quanto?

    • Duecento sterline – fu la risposta.

    Senza neppure udire il grido della moglie, il vecchio abbozzò un debole sorriso, allungò le mani in avanti, come un cieco, e si afflosciò, svenuto, sul pavimento.

     

    Capitolo 3

    I due vecchi seppellirono il loro morto nel grande cimitero nuovo, a due miglia circa di distanza, e fecero ritorno a una casa immersa nelle ombre e nel silenzio. Tutto si era svolto così in fretta che da principio quasi non riuscivano a rendersene conto, e rimasero in uno stato di attesa, come se dovesse succedere qualcosa d’altro, qualcosa che valesse ad alleggerire quel carico, troppo pesante per i loro stanchi cuori. Ma i giorni passavano, e l’attesa cedette alla rassegnazione, quella rassegnazione senza speranza dei vecchi che viene spesso scambiata per apatia. Qualche volta quasi nemmeno si parlavano, perché non avevano nulla da dirsi, e le loro giornate erano lunghe e tediose.

    Fu circa una settimana dopo che il vecchio, svegliandosi all’improvviso nel cuore della notte, allungò una mano e si accorse di essere solo. La stanza era immersa nelle tenebre, e dalla finestra giungeva il suono di un pianto sommesso. Si sollevò sul letto e tese l’orecchio.

    • Torna qui – disse, teneramente – Prenderai freddo.
  • Fa ancora più freddo per mio figlio – rispose la vecchia, scoppiando di nuovo in lacrime.

  • L’eco dei singhiozzi svanì alle sue orecchie. Il letto era tiepido, ed egli aveva gli occhi pesanti dal sonno. Finì per appisolarsi, poi si addormentò, fino a quando un grido alto, selvaggio della moglie non lo fece risvegliare con un sussulto.

    • La zampa di scimmia! – ella urlava, frenetica – La zampa di scimmia!

    Si drizzò, allarmato. – Dove? Dov’è? Che c’è?

    Ella avanzò con passo incerto verso di lui, attraverso la stanza.

    • La voglio – mormorò – Non l’hai distrutta, vero?
  • È in salotto, sulla mensola – rispose, meravigliato – Perché?

  • Ella urlò e rise a un tempo, poi, chinandosi su di lui, lo baciò su una guancia.

    • Ci ho pensato solo adesso – gli disse, istericamente – Perché non ci ho pensato prima? Perché non ci hai pensato tu?
  • Pensato a che cosa? – chiese.

  • Gli altri due desideri – rispose, in fretta – Ne abbiamo espresso solo uno.

  • E non è stato forse abbastanza?

  • No, – esclamò ella, trionfante – ne esprimeremo un altro ancora. Va’ a prenderla subito ed esprimi il desiderio che il nostro ragazzo torni in vita.

  • L’uomo si mise a sedere sul letto e scostò le lenzuola dalle membra tremanti.

    • Mio Dio, sei pazza! – gridò, sbalordito.

    -Va’ a prenderla, – fece lei, ansante – va’ a prenderla.

    • Torna a letto – mormorò, con voce incerta – Non sai quello che stai dicendo.
  • Il primo desiderio è stato esaudito – replicò la vecchia, febbrilmente – Perché non dovrebbe esserlo anche il secondo?

  • Una coincidenza – balbettò White.

  • Va’ a prenderla ed esprimi il desiderio – urlò la vecchia, e lo trascinò verso la porta.

  • Egli scese nelle tenebre, raggiunse a tentoni il salotto e trovò la mensola. Il talismano era al suo posto, ed egli si senti invadere dall’orribile paura che il desiderio ancora inespresso potesse portargli lì il figlio mutilato senza lasciargli il tempo di uscire dalla stanza, e trattenne il respiro allora, mentre si accorgeva di non sapere più da che parte fosse la porta. La fronte madida di gelido sudore, fece il giro del tavolo, poi continuò, guidandosi sul muro, fino a quando non si trovò nel piccolo corridoio, quella strana e misteriosa cosa stretta in una mano.

    Persino il viso pallido di sua moglie appariva cambiato quando entrò nella stanza. Era bianco e ansioso, e ai suoi timori parve che avesse una espressione insolita. In quel momento ebbe paura di lei.

    • Il desiderio! – ella gridò, con voce energica.
  • È una cosa folle e malvagia – balbettò.

  • Il desiderio! – ripeté la moglie.

  • Sollevò la mano.

    • Voglio che mio figlio torni in vita.

    Il talismano cadde per terra, ed egli lo guardò, rabbrividendo. Poi si abbandonò, tremante, su una sedia mentre la vecchia, gli occhi accesi, andava alla finestra ed apriva le persiane.

    Rimase seduto lì fino a quando il freddo non gli penetrò nelle ossa, e ogni tanto dava una rapida occhiata alla figura della vecchia che guardava fuori. Il mozzicone, che era arrivato sotto il bordo dei portacenere di ceramica, allungava ombre pulsanti sul soffitto e sulle pareti, poi, dopo un ultimo guizzo più forte, si spense. Sollevato oltre ogni dire all’idea che il talismano si fosse rivelato inefficace, il vecchio si trascinò di nuovo fino al letto, ed un paio di minuti dopo la moglie lo raggiunse e si distese stancamente al suo fianco.

    Nessuno parlava, ma se ne stavano tutti e due in silenzio ad ascoltare il ticchettio del pendolo. La scala scricchiolò e un topo corse precipitosamente e rumorosamente nel muro. Il buio era opprimente, e, dopo essere rimasto immobile per qualche tempo per raccogliere tutto il suo coraggio, il marito prese la scatola dei fiammiferi, ne accese uno e scese al pianterreno per andare a cercare una candela.

    Ai piedi delle scale, il fiammifero si spense, ed egli si fermò per accenderne un altro; proprio in quel momento, un colpo, così leggero e furtivo da essere appena percepibile, venne bussato alla porta.

    I fiammiferi gli caddero di mano. Rimase immobile, senza respiro, fino a quando il colpo si ripeté. Allora si voltò e risalì di corsa nella sua stanza e si chiuse la porta alle spalle. Un terzo colpo echeggiò nella casa.

    • Che cos’è? – esclamò la vecchia, sollevandosi.
  • Un topo, – le rispose, con voce incerta – un topo. – Mi è passato davanti sulle scale.

  • La moglie si mise a sedere sul letto, l’orecchio teso. Un colpo energico rimbombò per tutta la casa.

    • È Herbert! – ella gridò – È Herbert!

    Si precipitò alla porta, ma il marito le si parò dinanzi e, prendendola per un braccio, la tenne saldamente.

    • Che cosa intendi fare? – le bisbigliò, roco.

    -È il mio ragazzo… è Herbert! – urlò ella, dibattendosi meccanicamente.

    • Avevo dimenticato che c’erano due miglia da percorrere. Perché mi trattieni? Lasciami andare! Devo aprirgli la porta!
  • Per l’amor di Dio, non lasciarlo entrare! – esclamò il vecchio, tremante.

  • Hai paura di tuo figlio! – strillò la vecchia, lottando per liberarsi – Lasciami andare. Vengo, Herbert, vengo!

  • Un altro colpo, un altro ancora. Con una mossa improvvisa la vecchia si divincolò e si precipitò fuori dalla stanza.

    Il marito la seguì sul pianerottolo e la chiamò con voce straziante mentre correva giù per le scale. Udì il tintinnio della catena che veniva tolta, il rumore del catenaccio che scivolava adagio dalla sua piastra. Poi, ecco la voce della vecchia, forzata e ansante.

    • Il catenaccio in alto – gridò, a voce altissima – Scendi. Non ci arrivo.

    Ma il marito era con le mani e con le ginocchia sul pavimento e cercava disperatamente la zampa. Se solo fosse riuscito a trovarla prima che quello che c’era fuori entrasse…

    Un tambureggiare di colpi echeggiò per la casa, ed egli udì il rumore di una sedia che veniva trascinata, che la moglie appoggiava alla porta, nel corridoio. Udì il cigolio del catenaccio che veniva spinto indietro, adagio, e nello stesso istante trovò la zampa di scimmia, e mormorò freneticamente, ansando, il suo ultimo desiderio.

    I colpi cessarono bruscamente, anche se la loro eco indugiava ancora nella casa. Udì lo scricchiolio della sedia che veniva spinta indietro, il rumore della porta che si apriva.

    Una ventata gelida si infilò su per le scale, ed un lungo ed alto gemito di delusione e di scoraggiamento della moglie gli diede il coraggio di correrle accanto e poi di spingersi fino al cancello. Il lampione che sorgeva proprio lì di fronte illuminava una strada silenziosa e deserta.

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    I tre setacci

    Prima di raccontarvi della storia dei tre setacci, urge un chiarimento. Su internet il testo viene spesso attribuito all’antico Socrate, ma nella realtà il discorso è tratto dal libro di Dan Millman La via del guerriero di pace, il cui protagonista è omonimo del sommo filosofo. Il testo dei tre setacci narra di come possano essere pericolosi i pettegolezzi e le parole non giustamente pesate.

    I tre setacci

    “Ascolta, ti devo raccontare qualcosa d’importante sul tuo amico.”

    “Aspetta un attimo – lo interruppe Socrate – hai fatto passare ciò che mi vuoi raccontare attraverso i tre setacci?”

    “Tre setacci?”, chiese l’altro meravigliato.

    “Sì, mio caro. Prima di raccontare qualcosa agli altri, è bene prendersi il tempo di filtrare ciò che si crede di conoscere per i tre setacci: verità, bontà ed utilità. Il primo setaccio è quello della verità: sei convinto che tutto ciò che vorresti riferirmi sia vero?”

    “In effetti no, l’ho solo sentito raccontare da altri.”

    “Allora non sai se sia verità oppure menzogna. È almeno qualcosa di buono?”

    L’uomo rispose esitante: “Devo confessarti di no, piuttosto il contrario…”

    “Quindi le tue parole arrecherebbero danno al mio amico, anche se potrebbero essere menzogne. Ti sei chiesto a che serva raccontarmi queste cose sul mio amico? Serve a qualcosa?”

    “No davvero, Socrate.”

    “Allora – concluse il saggio – Se ciò che mi vuoi raccontare non è vero, né buono, né utile, perché volevi raccontarmelo?”

    Grazie a Giuseppe F. per la segnalazione.


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