Categoria: Luoghi

Montagne maledette, ville infestate, foreste assassine. Dove non vorreste mai trovarvi da soli.

Hoia Baciu – La foresta infestata

C’è un luogo della Romania che non viene mai pronunciato ad alta voce. Un luogo dove si dice le persone svaniscano nel nulla, dove il tempo e lo spazio non hanno significato, dove gli alberi sussurrano parole di morte, dove il diavolo ha la propria dimora. Benvenuti a Hoia Baciu, la foresta infestata.

Hoia Baciu, (Pădurea Hoia o Hója-erdő), è una foresta poco ad ovest di Cluj-Napoca, nel cuore della Transilvania, in Romania. Si tratta di circa 3 chilometri quadrati di alberi, rocce e qualche animale selvatico. Una foresta come tante, forse resa più spettrale dall’essere nel bel mezzo dei possedimenti del fu vampiro Dracula (al secolo Vlad Tepes). Se non fosse che ad abitarla siano stati, nell’ordine, il diavolo, gli alieni ed infine i fantasmi.

Qualcosa che non va in Hoia Baciu si intuisce appena ci si mette piede: sebbene gli arbusti più antichi risalgano a 200 anni fa, si presentano esili e distorti, come se qualcosa ne avesse preservato la giovinezza nei secoli. Ma sono le storie a farla da padrona.

 

https://www.flickr.com/photos/bortescristian/8155409735/

 

Le sparizioni

Si narra che a metà dell ‘800 un pastore di pecore un giorno porta il suo gregge a brucare la tenera erba del bosco. La sera però non ritorna a casa, e gli abitanti del luogo si preoccupano: forse ha avuto un malore, o ha avuto un incidente e non riesce più a camminare, oppure ancora è stato attaccato da qualche misterioso animale selvaggio. Si organizza una battuta di recupero per giorni e giorni l’intera foresta viene ispezionata palmo a palmo, inutilmente. Svanito nel nulla insieme alle 200 pecore.

Una donna, sempre nello stesso periodo, entra nel bosco per una passeggiata. Anche lei sparisce nel nulla, salvo poi uscirne qualche giorno dopo, senza ricordare niente dell’accaduto. In tasca, come unico indizio, la giovane trova una moneta rumena del 15° secolo.

La leggenda più celebre è quella di una bambina, inghiottita dalla foresta. I genitori si disperano per giorni, ma non si danno per vinti. Poi le settimane passano. Ed i mesi. Finché, 5 anni dopo, la piccola ricompare. Con gli stessi vestiti indosso, non è cresciuta di un giorno: è identica a quando è scomparsa tra gli alberi. Tutti le fanno domande insistenti, chiedendole dov’è finita in tutto questo tempo, ma la bambina non capisce. D’altronde, secondo lei, è stata via solo un paio d’ore.

La teoria è che Hoia Baciu sia una sorta di wormhole, in grado di piegare il tempo e lo spazio, catapultando i malcapitati in un’epoca ogni volta diversa. Da cui non sempre è possibile fare ritorno.

 

 

Si potrebbe facilmente obiettare che queste storie sono, per l’appunto, solo storie, buone a spaventare i bambini affinché non si addentrino nella foresta di Hoia col reale rischio di perdersi per giorni e giorni. Inoltre siamo in Transilvania, dove il folklore non è solo cultura ma religione, nella regione più densa di misteri di una terra, la Romania, che fonda le proprie radici sulle leggende narrate da padre in figlio.

Poi, però, arrivano altri strani fenomeni, più recenti, e documentati.

 

Gli avvistamenti alieni

Il 18 agosto 1968 il biologo Alexandru Sift scatta delle immagini straordinarie, che immortalano un oggetto volante discoidale sospeso al centro della foresta. Purtroppo, alla morte dell’uomo nel 1993, quasi tutto il materiale scompare misteriosamente prima di essere pubblicato. Le poche foto salvatesi vengono date alle stampe due anni dopo dall’amico Adrian Pătruț, professore di chimica della Babeș-Bolyai University, nel libro Fenomenele de la Pădure Hoia-Baciu. Pătruț, però, tiene a precisare che tutti i fenomeni descritti dal defunto collega sono spiegabili grazie a solide basi scientifiche. Il dubbio resta.

 

Alexandru Sift - UFO a Hoia Baciu

 

Il 18 ottobre 1968 un geniere dell’esercito, Emil Barnea, si aggira nella foresta insieme alla fidanzata Zamfira Mattea ed un paio di amici, quando qualcosa attira la sua attenzione: nel cielo si palesa all’improvviso una luce innaturale, che prontamente (e fortunatamente) l’uomo cattura in fotografia. Secondo la sua ricostruzione, l’oggetto volante non identificato avanza lentamente, cambiando sovente direzione, aumentando di luminosità col passare dei secondi. All’improvviso, così com’è apparso, si dilegua accelerando vorticosamente verso l’orizzonte, dove scompare. Le sue foto vengono studiate a lungo dall’ufologo ed esperto di paranormale Ion Hobana, che non ha dubbi sulla loro autenticità e le ritiene degne di maggiore attenzione. In accordo ai suoi calcoli, l’UFO dev’essere largo non meno di 30 metri, a 600 metri d’altezza dal suolo. C’è da notare che, all’epoca del fatto, in Romania non sono disponibili libri sul fenomeno dei dischi volanti, pertanto è difficile pensare che Barnea abbia orchestrato tutta la vicenda.

 

 

Molte persone riferiscono di sentirsi male all’interno del bosco, ed alcune ne escono con misteriosi eritemi sulla pelle e, in alcuni casi, anche ustioni. Qualcuno ipotizza possa trattarsi dell’attività aliena che sulla zona proietta una forte dose di radiazioni – peraltro verificata – dovuta alla tecnologia UFO.

 

I fantasmi

In tempi più recenti si sta vivendo una vera e propria caccia al fantasma. A seguito delle numerose segnalazioni susseguitesi negli anni molti ghost hunter hanno passato la notte nella foresta. E molti di loro ne sono quasi usciti con le ossa rotte.

L’evento più significativo, in questo senso, è quello della trasmissione Destination Truth, del canale via cavo statunitense Syfy (conosciuto precedentemente come SCI FI). Nell’episodio Haunted Forest del 9 settembre 2009, la troupe televisiva guidata da Josh Gates investiga nella foresta di Hoia, accompagnata dal gruppo di un altro programma, Ghost Hunter, formato dagli esperti Jason HawesGrant Wilson. Al di là degli alti livelli di radiazioni e qualche immagine che può dire tutto o nulla, all’improvviso Gates lamenta un dolore al torace. Fa per alzarsi la maglia, solo per scoprire lunghi tagli lungo tutto il torace. All’esterno, l’abbigliamento è intatto. Realmente spaventato, Gates decide di interrompere le registrazioni, ed uscire il più velocemente possibile dal bosco.

 

Fantasma a Hoia Baciu

 

Il centro di tutto

La cosa più inspiegabile è il centro esatto della foresta. Non vi cresce nulla. Niente di niente. Gli animali lo evitano come la peste, e le radiazioni, già alte tra gli alberi, registrano un inspiegabile picco. Il terreno è stato ampiamente studiato, ma risulta del normalissimo terriccio. Tutt’intorno gli alberi sono arcuati alla base, come se una forza tremenda li avesse costretti a deviare la loro naturale crescita. È bene notare che un evento del tutto simile è presente in un’altra celebre foresta, quella di Nowe Czarnowo, in Polonia, dove gli arbusti sono tutti piegati verso nord. Probabilmente dovuto a una nevicata particolarmente impietosa nei primi anni del ‘900, in molti credono si tratti dei patimenti sofferti dalle anime scomparse nei secoli nei boschi. C’è anche chi suggerisce che sotto terra potrebbe esserci un misterioso e segreto bunker, risalente alla guerra fredda, che sperimenta sulla superficie gli effetti di qualche micidiale scoperta scientifica.

 

Nowe Czarnowo

 

Hoia Baciu è un crogiolo di attività paranormali e avvistamenti di diverse entità, come se fosse un ponte verso altri mondi. Pur volendo credere fermamente in UFO, alieni e poltergeist, personalmente, una manifestazione così eterogenea mi sembra alquanto bizzarra. Ma prese singolarmente, le singole storie sono decisamente affascinanti. Il mistero – o meglio, i misteri – di Hoia Baciu, per il momento, restano insoluti.

 

Grazie a Chiara GM per aver suggerito su Facebook la storia di oggi. 🙂


Cosa si cela dietro i misteri della foresta Hoia Baciu?

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Dismaland – Il parco degli orrori

Scordatevi Disneyland, quello di oggi è il più grottesco parco divertimenti del mondo: lasciate a casa i bambini, questo è Dismaland!

Il Dismaland Bemusement Park (dismal in inglese significa tetro) è l’ultima opera dell’artista urbano Bansky, e si trova a Weston-super-Mare, in Inghilterra. Diciotto strambe e grottesche attrazioni progettate col preciso scopo di spiazzare gli ospiti, aperto dal 22 agosto al 27 settembre. Nel parco si trova di tutto, da Cenerentola morta a barche di migranti, da blindati antisommossa al celebre castello delle principesse diroccato.

 

 

Tutto nel parco è deprimente: persino gli addetti al pubblico – reclutati con un falso annuncio che prometteva un ingaggio in un film – hanno per contratto l’obbligo di mostrarsi depressi e sconfortati. Bansky non è l’unico artista impegnato nel progetto, oltre alle sue attrazioni si susseguiranno numerosi eventi, spettacoli e concerti, tra i quali quelli delle Pussy Riots e dei Massive Attack.

 

 

I biglietti sono disponibili sul sito ufficiale, e costano 3 sterline (poco più di € 4), ma i bambini sotto i 5 anni entrano gratis. Se avete il coraggio di portarli.

 

Dismaland

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Sensabaugh Tunnel

Nel mondo esistono molti luoghi che spaventano gli incauti viaggiatori, e tra questi merita certamente una menzione il tunnel di Sensabaugh. Omicidi, riti satanici ed apparizioni spettrali sono solo alcuni degli eventi descritti da centinaia di internauti che hanno osato avvicinarvisi. Sensabaugh Tunnel è un luogo fuori dal mondo, in cui le automobili si spengono di colpo, e risuona agghiacciante l’urlo di una donna intrappolata nel buio per l’eternità.

 

 

A ridosso della Big Elm Road di Kingsport, USA, Sensabaugh Tunnel si staglia poco distante da una grande costruzione chiamata Rotherwood Mansion. Costruito intorno al 1920, ad oggi è solo lo spettro della solida costruzione che fu: le mura interne sono imbrattate da una moltitudine di graffiti, ed il cemento è crepato in molti punti. Il tunnel non appartiene ad un’arteria cittadina importante, così solo gli abitanti del luogo lo attraversano. Anche perché, diversi anni fa, nel suo freddo abbraccio ha avuto luogo un omicidio.

Girano molte storie sulla vera natura del delitto. Ed in ognuna c’è un bambino. La più famosa è quella che segue.

Un senzatetto, sfiancato dalla fame e dalla fatica, chiede asilo bussando alla porta della famiglia Sensabaugh, che abita nella zona del tunnel. I Sensabaugh sono persone dal cuore gentile, ed accolgono in casa il poveretto, offrendogli cibo ed un letto caldo dove passare la notte. L’uomo, però, non si accontenta, e nottetempo cerca di rubare dei preziosi gioielli che appartengono alla proprietaria. Il signor Edward Sensabaugh, svegliatosi di soprassalto, afferra la sua pistola e la punta contro il malvivente, che lesto afferra dalla culla il bambino appena nato della coppia. Col cuore in gola, Edward non può far altro che lasciar scappar via il ladro, che usa il figlio come scudo umano. Il senzatetto, al sicuro nel tunnel, abbandona il bambino nel torrente che scorre lungo la struttura, condannandolo a morte certa, e si dilegua nella nebbia.

Altre versioni della storia narrano che i Sensabaugh vivono beati vicino al tunnel, finché un giorno Edward, in un raptus di follia, stermina la famiglia e ne getta i corpi nel torrente. Un’ultima versione racconta di una ragazza incinta rapita ed uccisa nel tunnel.

Si dice che il bambino morto infesti il tunnel, e che spaventi ancora oggi le coppiette che cercano un posto sicuro in cui appartarsi. In molti giurano di aver intravisto il signor Sensabaugh avvicinarsi con passi pesanti nello specchietto retrovisore delle proprie auto. Nessuno si è fermato ad aspettarlo.

Negli anni si sono avvicendati molti avventurieri pronti a sfidare i fantasmi del Sensabaugh Tunnel. Tra questi, gli esperti della Southern States Paranormal Research Society hanno concluso che l’attività paranormale è pressoché nulla. In aggiunta a ciò, hanno avanzato una curiosa ipotesi riguardo i suoni agghiaccianti provenienti dalla struttura: negli anni ’40 Edward Sensabaugh è il legittimo proprietario del tunnel, che viene puntualmente imbrattato dagli adolescenti del circondario. Ora, stando a quanto spiega la SSPRS, Edward è un ottimo imitatore di animali, e si nasconde alla fine del tunnel intonando litanie ferali per far fuggire i fastidiosi ospiti dalla sua proprietà. Negli anni le storie di animali spaventosi si sarebbero succedute, portando la gente a credere più al fantasma di un bambino morto che ad un semplice padrone di casa in vena di scherzi.

A sostegno della falsità del mito del Sensabaugh Tunnel ci sono anche numerose testimonianze di persone che abitano nei suoi pressi, e che vi transitano praticamente ogni giorno.

Vivo a Kingsport, Tennessee, a cinque minuti dal Tunnel. Non è mai successo niente. Io ed i miei amici ci siamo passati forse un migliaio di volte e non è mai accaduto niente di insolito. Mi sarebbe piaciuto, ma sfortunatamente non è successo. – orthotricycle

Ma se è tutto falso, come spiegare la moltitudine di autisti terrorizzati che scappano via dal tunnel in preda al panico? Autosuggestione, probabilmente.

Probabilmente.

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La Chiesa di San Giorgio di Luková – I fantasmi del passato

Luková è una città della Repubblica Ceca, nella regione di Pilsen. L’edificio più celebre è la chiesa di San Giorgio, edificata nel 1352, che nei secoli ha costruito intorno a sé l’infamia di chiesa maledetta.

Nel 1796 un enorme incendio distrugge la maggior parte della struttura, lasciando in piedi solo parte del presbitero e della sacrestia a sorreggere le ossa morenti della chiesa. Quattro anni dopo, e per i successivi 58, si avvicendano enormi lavori di restauro, che la trasformano completamente in un nuovo inquietante stile gotico. Esattamente un secolo dopo, nel 1958, viene dichiarata monumento culturale nazionale, finché nella ridente cittadina di Luková qualcosa accade.

 

 

Durante un servizio funebre, nel 1968, il tetto della chiesa crolla completamente; per fortuna a quello non seguirono altri funerali. Interpretato come segno di cattivo auspicio, la gente di Luková abbandona la chiesa a sé stessa, lasciandola in balia dei rampicanti e delle intemperie. Qualche decennio dopo, l’artista locale Jakub Hadrava vede quella struttura oramai in rovina ed ha un’idea tanto folle quanto inquietante: nel 2012 crea numerose statue di gesso, grottescamente illuminate, e le colloca come fedeli silenti tra i banchi della chiesa.

 

 

Spero di mostrare al mondo che questo posto ha avuto un passato importante da recuperare, ma soprattutto che il destino ha una grande influenza sulla nostra vita. – Jakub Hadrava

Le statue, a detta dell’autore, rappresentano i fantasmi dei tedeschi di Luková che venivano durante la Seconda Guerra Mondiale a pregare nella chiesa, affinché il conflitto terminasse. Le opere d’arte attraggono ogni anno numerosi turisti, e l’intera struttura è da poco di nuovo in ristrutturazione, grazie sopratutto ai suoi muti, inquietanti, fedeli.

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Châtillon – Il cimitero delle macchine

Châtillon è un paesino nel sud del Belgio, che accoglie nelle foreste che lo circondano quello che probabilmente è il più grande cimitero delle auto del mondo.

Dovunque ruggine e corrosione, inglobate dagli alberi centenari che lentamente tornano in possesso delle terre a loro strappate con violenza. Alla fine della seconda guerra mondiale, le truppe statunitensi vengono richiamate in patria; molti dei soldati, però, hanno comprato un’auto in Belgio e scoprono con grande rammarico che portarsi la macchina negli USA gli costerebbe una vera e propria fortuna. Così decidono di lasciarle lì.

Diviso in quattro enormi cimiteri che ospitavano più di 500 vetture, ad oggi ne è rimasto intatto solo uno. Intatto per modo di dire, dato che tutto quello che poteva essere portato via, dagli pneumatici agli accessori, è stato recuperato dalla brava gente del posto e dai collezionisti.

Quello che resta oggi sono i resti di centinaia di auto, che si affacciano tra la vegetazione come la carcassa di un dio morente.

 

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Cecil Hotel – Elisa Lam e l’albergo della morte

Lo Stay on Main è un hotel economico da 600 stanze sulla Main Street di Los Angeles, Stati Uniti. Costruito nel 1927, l’idea era di fornire a prezzi modici un posto dove riposare ai numerosi professionisti che per un motivo o per l’altro si fermavano nella cinematografica Hollywood, finché venne rimodernato negli anni ’50 per svolgere anche la funzione di residence. Oggi è universalmente conosciuto dagli avventori come The premier choice of affordable Downtown Los Angeles hotels (la scelta migliore tra gli hotel a basso costo della Downtown di Los Angeles), ma per i criminologi e gli appassionati di mistero incute ancora timore nell’evocarne il nome originale: Cecil Hotel.

Il Cecil Hotel è stato negli anni teatro di numerosi delitti, incidenti mortali, suicidi e misteri, che si sono susseguiti fino ai giorni nostri. Ma andiamo con ordine.

 

 

Il 22 ottobre 1954 Helen Gurnee cade dalla sua stanza al settimo piano e si maciulla sull’insegna dell’albergo. Una settimana prima si era registrata con un nome falso: Margaret Brown. Non si scoprirà mai il motivo del salto nel vuoto né il perché non avesse voluto dichiarare la sua vera identità.

 

Nel 1947 Elizabeth Ann Short girovaga sorridente per il bar dell’albergo; la sua bellezza, tutt’altro che anonima, le garantisce gli sguardi languidi di ogni uomo che incroci il suo fisico mozzafiato. Pochi giorni dopo, il 15 gennaio, il suo splendido corpo viene ritrovato abbandonato nel South Avenue, tra Coliseum Street e la West 39th Street, ridotto letteralmente a pezzi, tagliato in due parti all’altezza dell’ombelico. Sui giornali dell’epoca, come nell’immaginario collettivo di oggi, Elizabeth è passata alla storia come la Dalia Nera. Il suo omicidio, brutale e di una ferocia inumana, sopratutto se immaginato commesso negli anni del secondo dopoguerra fatti di fumo e lustrini, è tuttora irrisolto. Una storia che certamente prima o poi racconteremo.

 

L’11 febbraio 1962 Julia Moore si affaccia ad una finestra dell’ottavo piano e si lascia cadere nel vuoto, frantumando un lucernario interno del secondo piano prima di toccare terra. Muore sul colpo. Non lascia alcun biglietto d’addio, solo una ricevuta dell’autobus timbrata a St. Louis, 59 centesimi ed un libretto di risparmio della Illinois National Bank di $ 1.800. Le cause del suo suicidio non verranno mai appurate.

 

Il 12 ottobre 1962 la ventisettenne Pauline Otton tenta il suicidio dopo un furioso litigio con l’ex marito, Dewey. Si getta dal nono piano, atterrando sull’ignaro passante George Gianinni. Entrambi muoiono sul colpo, sfracellati sul marciapiede antistante l’albergo.

 

Il 4 giugno 1964 viene ritrovata morta nella propria stanza l’operatrice telefonica in pensione Goldie Osgood, detta Pigeon Lady (la signora dei piccioni), conosciuta e benvoluta da tutti per la sua abitudine di portare da mangiare agli uccelli di Pershing Square. La donna è stata violentata, accoltellata e strangolata, ed il suo assassino ha lasciato la camera d’albergo sottosopra, forse alla ricerca di qualcosa di valore. Di fianco al corpo senza vita, il cappello dei Dodgers (la squadra di baseball di Los Angeles) che era solita indossare ed un sacchetto colmo di mangime per volatili. Poche ore dopo, gli agenti fermano proprio in Pershing Square un uomo con i vestiti grondanti di sangue, Jacques B. Ehlinger; sebbene a prima vista sembri proprio il killer dell’anziana signora, non si riescono a trovare prove a suo carico, e viene rilasciata. La polizia non riuscirà a trovare un colpevole a questo efferato quanto insensato delitto.

Eravamo tutti suoi amici, qui nella piazza. Stavo in piedi qui questa mattina, pensando a quello che era successo, quando qualcuno ha suggerito di posare dei fiori. Nessuno ha molti soldi da queste parti, ma all’improvviso tutti hanno cominciato a darmi quello che potevano. Volevamo solo che lei sapesse che non la dimenticheremo. – Jean Rosenstein, amica di Goldie Osgood, intervistata il giorno dopo l’omicidio

Nel biennio 1984/85 l’albergo ospita all’ultimo piano Ricardo “Richard” Ramirez, detto Night Stalker (il cacciatore della notte). Nella sua stanza da $ 14 a notte mutila, stupra e tortura 14 vittime seguendo un rituale satanico ben preciso, gettando nel panico tutta Los Angeles. Viene arrestato il 31 agosto 1985 e condannato alla camera a gas. Muore in prigione nel 2006 prima che la condanna venga eseguita.

Ci vediamo a Disneyland. – Richard Ramirez commenta la sua sentenza

 

Richard Ramirez

Ricardo “Richard” Ramirez. Pittore e serial killer satanico.

 

Nel 1991 il serial killer Johann “Jack” Unterweger, meglio conosciuto come Jack lo scrittore, affitta una stanza per cinque settimane. Durante la sua permanenza al Cecil Hotel uccide tre prostitute, fatte entrare di nascosto dalla scala antincendio con la promessa di essere pagate 30 miseri dollari. Le stupra e strangola con il loro reggiseno, una tecnica che utilizzerà per ognuno dei suoi 11 omicidi tra l’Austria e gli USA. Viene arrestato nel 1992 e condannato dalla legge statunitense all’ergastolo senza possibilità di uscire sulla parola. Si suicida con un elastico il giorno stesso della sentenza, nel 1994. Paradossalmente, Unterweger è ritenuto ufficialmente innocente dalla legge austriaca poiché morto prima del processo d’appello.

 

Jack Unterweger

Johann “Jack” Unterweger. Scrittore, poeta, assassino.

 

Il 19 febbraio del 2013 numerosi inquilini dell’albergo lamentano che l’acqua che zampilla dai rubinetti delle camere abbia un colore ed un sapore strani. Il Cecil Hotel, come molte strutture dello stesso tipo, è servito da un circuito di acqua potabile interno, per evitare di creare disagio in caso di interruzione della fornitura idrica urbana e per risparmiare sui costi. I tubi terminano tutti in un grande serbatoio sul tetto dell’edificio, che viene prontamente controllato da un tecnico della manutenzione. Qui viene ritrovato a galleggiare il corpo gonfiato dalla decomposizione della ventiduenne Elisa Lam, studentessa canadese scomparsa pochi giorni prima, il 31 gennaio. La giovane viene dichiarata morta a seguito di annegamento casuale: secondo la polizia sarebbe salita sul tetto dello stabile ed avrebbe aperto il coperchio del serbatoio, scivolandoci dentro accidentalmente. Sebbene il comportamento di Elisa sembri legato all’abuso di alcool o droghe, la ragazza era totalmente sobria e lucida. O meglio, relativamente lucida, poiché Elisa soffriva di un disturbo da personalità multipla, che forse l’ha portata a credere di essere in un altro luogo mentre in realtà si chiudeva nel suo sarcofago liquido. Sulla sua morte ci sono ancora molti dubbi, a cominciare dal modo in cui sia riuscita a salire in una zona inaccessibile dell’albergo protetta dal sistema d’allarme senza farlo scattare. Come ha fatto poi ad aprire il coperchio del serbatoio richiudendoselo alle spalle sarà un mistero di cui forse non avremo mai la soluzione. I suoi ultimi minuti di vita sono stati catturati da una telecamera dell’ascensore dell’hotel, e mostrano una ragazza in preda alla follia.

 

 

Ad aggiungere tristezza ad un evento già così tragico, il 13 febbraio la sorella Sarah, fotografa e make-up artist affermata, pubblica un messaggio online alla ricerca di qualcuno che possa aiutarla a trovare Elisa. Purtroppo, le uniche risposte che otterrà saranno di meste condoglianze. A seguito di questo incidente il Cecil Hotel è stato ribattezzato col nome attuale, Stay on Main.

 

 

Nel 2014 l’albergo è nuovamente balzato agli onori delle cronache per la foto di un presunto fantasma che si affaccia da una delle finestre a scrutare i passanti. Nonostante gli innumerevoli servizi di telegiornali nazionali e non che hanno dato grande eco alla notizia, francamente io non vedo nulla di strano – ancor meno paranormale – nell’immagine. A voi l’ardua sentenza.

 

Fantasma del Cecil Hotel

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Wat Rong Khun – Il tempio bianco

Wat Rong Khun, meglio conosciuto come il tempio bianco (วัดร่องขุ่น) è un tempio buddista ed induista attualmente in costruzione situato nella provincia del Chiang Rai, in Tailandia; l’enorme struttura è stata progettata dall’artista visuale e pittore Chalermchai Kositpipat. L’opera architettonica si rifà al Temple Expiatori de la Sagrada Família di Barcellona, Spagna, e la sua costruzione è iniziata nel 1997, mentre la data di completamento dei lavori, sebbene non sia stata ancora calcolata precisamente, tradizionalmente si immagina sarà il 2070.

Kositpipat è stato a lungo criticato per le scelte stilistiche: il complesso esterno è completamente composto da calce bianca ed innumerevoli specchietti che realizzano deliziosi giochi di luce fanno storcere il naso alla popolazione locale, abituata a tempi centenari dominati dai colori sgargianti. La scelta del colore bianco, come molte altre, è dettata dall’idea di comunicare attraverso importanti simboli evocativi.

Attorno a noi statue che sembrano scolpite nel ghiaccio, con splendide fanciulle a seno nudo disegnate seguendo i canoni tipici dell’arte induista, attorniate da graziose installazioni che fanno bella mostra di sé nell’enorme giardino. Tutto brilla, a rappresentare la purezza di Buddha che irradia la Terra e l’universo intero. Nell’accedere al tempio si abbandona un piccolo semicerchio che simboleggia il mondo come noi lo conosciamo, ed il ponte su cui ci incamminiamo è sospeso su candide mani che sembrano vomitate da un inferno di ghiaccio e neve.

 

Wat Rong Khun

 

La bocca di un grande dio dell’inganno ci si paventa di fronte per scoraggiarci dal proseguire, e a poca distanza due enormi giganti umanoidi sembrano sbarrarci il cammino che porta ad uno stagno popolato da pesci biancastri. Se tutto quello che avete visto ancora non vi ha scosso, il bello deve ancora venire, perché l’interno del tempio è molto più strano dell’esterno.

Accolti da serafici Buddha in meditazione su fiori di loto, ci apprestiamo a rimanere a bocca aperta dinnanzi all’iconografia delle pareti interne: la storia di Buddha viene narrata attraverso immagini di Superman, Spiderman, la Stazione Spaziale Internazionale e perfino Neo, l’eletto della trilogia di The Matrix. Una scelta che sicuramente avvicina il pensiero occidentale a quello orientale e che, a dirla tutta, non stona neanche tanto.

A seguito del terremoto di Mae Lao del 5 maggio 2014, Kositpipat annuncia di voler abbandonare il progetto di costruzione e dichiara che il tempio sarebbe stato raso completamente al suolo nei prossimi mesi. Fortunatamente una perizia organizzata per verificare l’entità dei danni comunica che nessuna delle strutture del complesso ha risentito di danni ingenti e che le riparazioni possono essere eseguite senza problemi: l’artista tailandese promette di riportare il tempio alla sua bellezza iniziale e riesce tre giorni dopo la tragica calamità naturale a riaprire l’intera struttura al pubblico.

L’ingresso al tempio è completamente gratuito e nei giardini adiacenti si possono facilmente acquistare souvenir che vanno a finanziare l’enorme spesa necessaria al suo completamento.

 

 

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Tashirojima – L’isola dei gatti

Il gatto, nel folklore giapponese, è un animale sacro foriero di fortune per chi se ne sappia prendere cura. Da sempre i cacciatori ed i pescatori sono soliti sfamare i gatti randagi, cercando così di arridersi la dea bendata, che ricompenserebbe gli amanti del simpatico felino con battute di caccia fruttuose e reti da pesca riboccanti di pesci. Se credete nelle proprietà mistiche dei mici o siete solo vecchie gattare dovete assolutamente visitare Tashirojima, conosciuta come l’isola dei gatti.

Dopo un viaggio di circa un’ora da Ishinomaki, a nordest del Giappone, vi ritrovate nel piccolo porto di Odomari o di Nitoda, luoghi di ritrovo di vecchi e consumati pescatori dal volto segnato dalle lunghe notti in mare aperto. Le due città dell’isola sono collegate nell’entroterra da una serie di lunghi sentieri che si perdono nelle foreste centenarie. A seguito di un lungo esodo cominciato intorno al 1960, in cui molti autoctoni hanno abbandonato la terra natia in cerca di fortuna sulla terraferma, oggi gli abitanti si sono ridotti a circa un centinaio. O meglio, gli abitanti umani, perché i gatti su Ishinomaki sono oltre un migliaio.

Introdotti nel periodo Edo (1603-1868) per contrastare i topi che sull’isola facevano incetta di bachi da seta, nel tempo i felini sono stati sfamati ed accuditi dai pescatori anche per la loro capacità di prevedere le tempeste. Grazie alla loro onnipresenza sull’isola, ogni anno schiere di turisti appassionati di felini fanno tappa a Ishinomaki, rendendo l’economia dell’isola ogni giorno più florida.

 

 

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Overtoun Bridge – Il ponte dei cani suicidi

Ouvertoun House è una placida villa del 19° secolo che si affaccia sonnolenta sulla brughiera scozzese del West Dunbartonshire, affacciata sul fiume Clyde e poco distante dal villaggio di Milton.

Costruita negli anni sessanta dell’800 come fulgido esempio di architettura baronale scozzese, venne in seguito donata nel 1938 ai cittadini di Dumbarton, città a circa tre chilometri, divenendo prima un ospedale per maternità ed in seguito sede di un centro cristiano.

Ma a noi non interessa la villa in sé per sé, bensì il ponte che poco distante sovrasta l’Overtoun Burn: il ponte dei cani suicidi.

Nella storia il suicidio animale non presenta esempi pratici, e se state pensando ai lemmings che si gettano dalla scogliera in massa, mi dispiace rivelarvi che si è trattato solo di un mero documentario costruito ad arte dalla Walt Disney, trattato in questo articolo qui sulla Bottega del Mistero. Il suicidio, inteso come morte volontaria di un soggetto, necessita della coscienza di sé, la capacità di comprendere di essere parte del mondo e di avere una propria personalità. Questo gesto estremo, quindi, non è applicabile dagli animali che sono governati dall’istinto di sopravvivenza (personale e della propria specie).

Numerosi studi condotti negli anni ’50 e ’60 – ma il fenomeno continua ancora oggi – hanno dimostrato che oltre 50 cani si siano gettati dall’Overtoun Bridge. Incredibilmente si è riusciti a trovare anche delle variabili comuni: si tratta di cani a muso lungo, ed ognuno di loro si è lanciato dallo stesso lato del fiume quando nel cielo splendeva il sole.

Ma la cosa che più di tutto ha del grottesco sono le gesta dei sopravvissuti: quelli che non sono morti affogati nel fiume dopo il salto di 15 metri sono tornati a riva, arrancando, annaspando, e si sono gettati nuovamente dal ponte. Per l’ultima volta.

Il fenomeno è stato studiato a lungo e approfonditamente, escludendo che vi siano tracce olfattive, visive ed uditive che possano spingere un cane a gettarsi nel baratro. Attualmente l’unica teoria, poco convincente e poco supportata, sembra essere che i cani dal naso lungo riescano a riconoscere l’odore dell’urina del visone maschio e che questo olezzo li disorienti o li spinga a ricercare una traccia del piccolo animale lungo gli argini del ponte, facendoli poi cascare in acqua.

Non solo i cani sembrano impazzire sugli argini di Overtoun Bridge. Nel 1994, mentre era insieme alla moglie ed al figlioletto, Kevin Moy comincia ad inveire improvvisamente contro l’infante accusandolo di essere l’Anticristo, lo getta nel fiume e tenta di seguirlo poco dopo in un gesto estremo, ma viene salvato dalla donna pochi attimi prima dell’ultimo salto. Qualcuno crede che i cani si gettino nel fiume nel vano tentativo di salvare il piccolo in fasce.

Ma forse la spiegazione si può trovare nelle leggende di fantasmi.

Una storia narra che nelle tradizioni celtiche questo ponte sia l’ultimo passaggio per chi abbandona il nostro mondo verso quello dei defunti ed i cani, che sembra possano scorgere le anime dei trapassati, si getterebbero quindi dal ponte dissennati da queste visioni di morte.

Qualunque sia la causa, razionale o paranormale che sia, non vorrei per nulla al mondo vedere ciò che passa sui sassi dell’Overtoun Bridge con gli occhi di un cane.

 

Un ringraziamento a Marco per aver segnalato un’inesattezza nell’articolo.

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Dolls Island – L’isola delle bambole

Vicino Città del Messico, capitale dell’omonimo stato centroamericano, si trova un canale che si affaccia sul lago di Xochimilco. E lì in mezzo, placidamente, sta quella che i messicani ben conoscono come l’sla de las Munecas, L’isola delle Bambole.

L’isola è una delle tante chinampas, atolli artificiali costruiti nel periodo pre-ispanico per aumentare le terre emerse destinate all’agricoltura. Con il successivo abbandono, i chinampas sono divenuti veri e propri giardini galleggianti, ricchi di vegetazione ed alcuni di questi ultimo baluardo dell’ Axolotl, piccola salamandra a rischio estinzione.

La maggior parte dei chinampas sono abbandonati a sé stessi, offrendo riparo a chi è tanto coraggioso quanto stolto da cercarlo. Don Julian Santana Barrera occupò Dolls Island nel 1950, ci costruì una capanna e la eresse a sua nuova dimora. L’isola era rigogliosa, ma evidentemente a Julian l’idea di divenire un agricoltore non piaceva molto, dato che sfruttò la zona per mettere su una produzione di combustibile. Le giornate scorrevano tranquille, fino a quando la sua vita cambiò da un momento all’altro: si trovò ad assistere impotente all’annegamento di una ragazzina, finita chissà come sulle sponde del suo isolotto. Il corpo senza vita della piccola giaceva dinnanzi a lui. Immobile. Freddo.

Fu allora che il suo spirito cominciò ad infestare l’isola e a minare la sanità mentale di Julian. Mentre camminava stravolto sulla riva, le acque restituirono alla terra una bambola, così come giorni prima avevano vomitato sulla spiaggia il cadavere della ragazza. Julian lo prese come un segno, un dono magari da fare alla sua piccola tormentatrice per quietarla nell’aldilà. Impiccò la bambola, immaginando che lo spirito si sarebbe placato.

Si sbagliava.

Gli incubi oramai si susseguivano ininterrotti, come un cancro la psiche ed i nervi dell’uomo si consumavano ogni notte di più. Decise così che se una bambola non era sufficiente, magari un tributo ancor più imponente avrebbe restituito la pace sull’isola. Fu così che Julian si procurò un numero impressionante di bambole, molte delle quali presentavano difetti evidenti: a qualcuna mancavano gli occhi, ad altre le gambe, od il ventre era squarciato da parte a parte. L’aspetto inquietante è che l’uomo recuperava la maggior parte delle bambole lungo la riva dell’isola; sembrava che fossero aborti donatigli del lago stesso. Tutte finivano appese ai rami dei molti alberi dell’isola, formando una sorta di enorme ragnatela da cui pendevano i corpicini deformi. La leggenda narra che l’uomo fosse in grado di parlare con le bambole, le accudiva come se fossero vive. Di notte queste lo proteggevano dallo spirito della ragazza annegata, donando a Julian il sonno che anelava da anni fin quando, nel 2001, il suo corpo non venne ritrovato nello stesso luogo dove tempo addietro il lago aveva sputato la fanciulla sulla riva.

Oggi è molto semplice organizzare una visita guidata, e sono in molti a credere che tutta la leggenda sia solo una montatura del governo messicano per promuovere il turismo nella zona; centinaia di persone ogni anno si aggirano tra bambole vestite di polvere e ragnatele, fissati come intrusi da occhi vitrei e spenti.

Isola per allocchi in cerca di avventure, risultato del vortice di pazzia di Julian o luogo realmente infestato protetto da silenti custodi deformi?

Chissà, io spero che la verità stia nel mezzo.

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