Categoria: Macabro

Il grottesco intorno a noi, e a volte dentro di noi.

The Witch – Trama e teorie

Un po’ The Village, un po’ Picnic ad Hanging Rock, The Witch, opera prima di Robert Eggers, è prima di tutto un racconto. Una storia che mescola sapientemente folklore, religione (leggasi fanatismo), natura (quella che non ha pietà), ed una famiglia di esuli abbandonati a loro stessi.

La strega, quella che da il titolo al film, la vediamo praticamente subito. Poco dopo il prologo. E ci si aspetterebbe il classico film con la bellissima di turno che si tramuta nella solita vecchia malvagia ed incartapecorita, sconfitta solitamente da un prode avventuriero.

E invece no.

In questa storia niente va come deve andare. I personaggi cominciano a dire cose strane, gli animali si comportano in modo strano, gli eventi prendono una piega strana. Qui tutto è strano.

I gemellini giocano sempre con un nero caprone, Black Phillip, che a dir loro sembra parlargli. C’è un coniglio foriero di sventura che si palesa sempre nei momenti più infausti. C’è un corvo assetato di sangue e latte che non la smette di allungare la sua nera ombra sulla famiglia inerme. C’è un bosco dove sorge la casa di una strega ancella del demonio.

O forse no.

 

The Witch

 

Trama

New England, 1630 circa. Un uomo del Lancashire di nome William è stato appena bandito da una comunità puritana ed è costretto ad abbandonare il villaggio insieme alla sua famiglia – la moglie Katherine, l’adolescente figlia Thomasin, il figlio minore Caleb ed i due gemellini MercyJonas –  a causa di dissensi di ordine religioso. I sei sventurati, sorretti dalla fede, riescono a costruire una fattoria e ad arare un campo di granturco; la vita sembra arridergli quando nasce il piccolo Samuel, la cui venuta è vista come un segno del Signore misericordioso.

Affidato alle cure di Katherine, un giorno la ragazzina porta Samuel al limitar del bosco e, in un attimo di distrazione, che dura letteralmente un battito di ciglia, il neonato svanisce nel nulla, forse rapito da una strega che dimora le fronde degli alberi.

 

 

The Witch

 

The VVitch

The Witch è una storia, ed il sottotitolo originale del film, A New-England Folktale, tradotto orrendamente in italiano con Vuoi ascoltare una favola? – roba da appendere gli addetti al marketing per i pollici e lasciarli divorare dai corvi – ce lo ricorda ad ogni fotogramma. Una storia tratta da diari e cronache originali, che ci mostrano non quello che è, ma quello che sembra essere. La realtà non per quella che dovrebbe essere, ma per quella che appare.

La Storia, quella che ci insegnano a scuola, dice molto semplicemente che i coloni inglesi sono arrivati nel nuovo continente carichi di buoni propositi, hanno convertito gli indigeni locali ed hanno innalzato l’america alla luce del Signore. Stop. In realtà le cose sono andate diversamente. Male. E sin dal principio. Si tratta di estremisti religiosi (leggasi nuovamente fanatici) che attraversano migliaia di miglia d’oceano, migliaia di miglia di niente, per approdare in una terra aliena, in cui non sono benvoluti.

Il problema però non sono tanto le popolazioni locali – nel film all’inizio si vedono chiaramente tre indiani Wampanoag integrati con la comunità religiosa – né tanto meno la natura selvaggia.

Il vero nemico è la solitudine.

Quel senso di abbandono che attanaglia ogni villaggio, unico baluardo dell’essere umano per centinaia di chilometri. L’essere stranieri in terra straniera, con Dio come unica salvezza e senso di una vita votata all’austerità e alle privazioni. Poi qualcosa scatta, la fede viene meno, ed il sonno della ragione genera mostri.

La famiglia, tra accuse ed atti di stregoneria, si sbriciola dalle fondamenta. Il capofamiglia William è un colono fallito, un padre fallito, un marito fallito, un cacciatore fallito ed un agricoltore fallito. Non che non ci metta la buona volontà, semplicemente ogni cosa che fa si tramuta in cenere. Thomasin sta cominciando a sbocciare, con quella sensualità appena accennata, candida, tipica dell’adolescenza. I gemellini sono due esseri amorfi, infagottati in decine di panni per farli stare al caldo, e per un nonnulla ridono (ghignano). Troppo. Ridono sempre. Come un trapano che ti fora il cervello, come unghie sulla lavagna. Caleb viene colpito da una strana febbre – un maleficio, forse? – che lo fiacca lentamente nello spirito e nel corpo.

La scena del suo delirio sul letto di morte è quanto di più inquietante abbia mai visto in un film.

Davvero.

 

The Witch

 

Teorie e considerazioni

Se non avete ancora visto il film evitate di leggere queste righe.

Le teorie su ciò che accade nel film sono sostanzialmente due. Nella prima, quella razionale, tutto viene spiegato con la muffa del mais, come suggerito in molti punti della pellicola. Si tratta di un potente allucinogeno, così che quella che abbiamo visto non è la storia com’è andata ma come l’hanno vissuta i protagonisti. Quello che vediamo non è mai successo, e nulla è mai stato reale: tutto fila liscio fino al “contagio”, dopodiché la follia prende il sopravvento, in un gorgo di violenza e macabra disperazione, in cui è più semplice dare la colpa delle disgrazie ad un essere soprannaturale che all’incapacità dell’animo umano di accettare la solitudine.

Nella seconda teoria quello che vediamo è ciò che è accaduto realmente. La strega esiste davvero, ha deviato le menti della povera famiglia finché il diavolo in persona non si è manifestato nella figura del nero caprone, culminata col piegarsi della giovane Thomasin al bacio dell’oscuro signore.

 

the-witch

 

Quindi la strega non esiste. Forse.

Sapete perché non me ne frega niente se la strega esiste davvero? Perché loro credono che esista. Non importa se sia colpa della muffa o che sia la figlia del male la causa di tutte le disgrazie.

La questione è che ci credono loro.

Così mentre per noi spettatori, alla fin fine, che la strega sia reale o no conta poco, loro hanno vissuto un incubo. Un incubo reale. In cui gli animali sussurrano frasi di morte, le streghe uccidono gli infanti, ed una famiglia si dilania dall’interno.

E sì, quando Thomasin arriva ad ascrivere il proprio nome sul grimorio maledetto, vergandolo col sangue, e si addentra nel bosco accompagnata dal demonio Black Phillip, beh allora, alla fine, quando tutto sembra perduto, alla strega ci ho creduto anch’io.

 

The Witch

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La misteriosa foresta di Cannock Chase

Terra di antichi popoli celti, teatro di brutali omicidi, tana di mostri metà uomo e metà bestia, dimora di fantasmi dagli occhi neri. Questo e molto altro è la misteriosa foresta di Cannock Chase. Ecco le sue storie.

La foresta di Cannock Chase è una lingua di terra verde baciata dal pallido sole inglese. Gli alberi crescono rigogliosi, e danno rifugio a una gran varietà di animali, e a dire di molti anche di fantasmi e mostri grotteschi. Di foreste infestate abbiamo già avuto modo di scrivere, con l’inquietante storia di Hoia Baciu, ma quello che si nasconde tra le fronde di Cannock Chase è inenarrabile, e si fonda sul grottesco omicidio di tre bambine, sul finire degli anni ’60.

 

 

Gli omicidi di Cannock Chase

Gli omicidi di Cannock Chase, detti anche omicidi A34, sono tre orrendi delitti perpetrati dalla mente malata di Raymond Leslie Morris, e che hanno per sfondo la foresta di Cannock Chase.

Il 1° dicembre 1964 la piccola Julya Taylor, 9 anni, viene caricata in auto a Bloxwich, Inghilterra, da un uomo che le dice di essere un amico della madre passato a prenderla. Verrà ritrovata il giorno dopo da un ciclista che passa casualmente nei pressi di Cannock Chase, con evidenti segni di violenza sessuale e strangolamento, agonizzante ma viva. È l’inizio della nostra grottesca storia.

Margaret Reynolds, 6 anni, scompare da scuola l’8 settembre del 1965, e Diana Joy Tift, 5 anni, si volatilizza nel nulla mentre si reca a casa della nonna, il 30 dicembre. Nonostante l’enorme dispiegamento di forze, con oltre 2.000 persone alla ricerca di Margaret, delle bambine non v’è traccia. Il 12 giugno 1966 vengono rinvenuti i loro cadaveri in una buca di Manstly Gully.

Il 19 agosto 1967 alla piccola Christine Darby, di 7 anni, viene offerto un passaggio in macchina da uno strano individuo nei pressi di casa sua a Caldmore. Il suo corpo viene scoperto casualmente in una brughiera poco distante la foresta tre giorni dopo, denudato, da un soldato.

Il 4 novembre 1968 viene arrestato a Walsall un uomo che ha appena tentato di abbordare una bambina di 10 anni, Margaret Aulton, che è riuscita miracolosamente a sfuggire al rapimento, anche grazie alla segnalazione di un diciottenne del luogo, che avverte la polizia in tempo. A bordo della Ford Corsair bianca e verde riconosciuta dalla piccola c’è un losco figuro, Raymond Leslie Morris, che gli inquirenti sospettano essere il misterioso e brutale omicida di Cannock Chase. Nonostante un alibi di ferro avanzato dalla moglie, i poliziotti gli trovano a casa una foto pedopornografica che ritrae la sua nipotina di 5 anni. Processato per gli omicidi di Margaret, Diana e Christine, viene dichiarato colpevole grazie alla coraggiosa testimonianza di Julya, che riconosce in Raymond l’uomo che l’ha stuprata e seviziata.

È lui. È stato lui a farmi questo. – Julya Taylor, in lacrime, accusa Raymond Leslie Morris al processo

Condannato all’ergastolo, Raymond muore a 84 anni in prigione, dopo aver scontato 45 anni, per cause – forse – naturali. L’11 marzo 2014 si conclude così la storia del killer A34, ed inizia quella dei fantasmi di Cannock Chase.

 

La ragazza dagli occhi neri

Nel mondo, sopratutto in Inghilterra, fioccano le leggende su ragazzine dagli occhi completamente neri, senza iride, che si dice bussino di notte alle porte dei poveri malcapitati, prima di svanire nel nulla. Dopo gli omicidi di Cannock Chase, nella foresta si susseguono gli avvistamenti di strane apparizioni, tra le quali quella di un’inquietante fantasma dagli occhi neri, di cui esisterebbero anche prove fotografiche.

Christine Hamlett è una medium inglese, che il 10 ottobre 2014 scatta una foto di quello che, a suo dire, è lo spettro di una ragazza morta di difterite sul finire dell’800.

 

Christine Hamlett - Cannock Chase

 

Non sono in molti a credere alla veridicità dell’immagine, che potrebbe rappresentare tutto o niente, e dopo qualche mese di intensi dibattiti nel circolo scientifico la questione muore insoluta. Finché, il 18 aprile 2015, l’utente Furious Otter carica su YouTube un filmato ripreso con un drone che sembra immortalare la ragazza dagli occhi neri. Che si tratti di reperti autentici o semplici fake lascio a voi la decisione.

 

 

L’uomo maiale

Non sono solo i fantasmi a togliere il sonno ai cittadini di Cannock Chase. Tra le spaventose creature della notte del bosco sembra esserci infatti anche un grottesco ibrido tra uomo e maiale, avvistato più volte fino al 1993. Poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il governo del Regno Unito avalla un esperimento congiunto tra inglesi e statunitensi per consentire lo sviluppo di una nuova arma. Dopo un lungo studio, gli scienziati decidono che il futuro della guerra si combatterà non più sul campo, ma in vitro, attraverso l’ingegneria genetica, e decidono di fondere DNA umano con quello suino. Rapiscono quindi nei pressi della foresta di Cannock Chase una donna, la ipnotizzano e le impiantano geni modificati di maiale affinché resti incinta. Dopo 10 mesi di gestazione, i dottori sono costernati; la donna ha partorito un bambino con la testa di porco. Delusi dal risultato, che non collima esattamente con le loro idee iniziali, decidono di non abbattere il piccolo, ma di crescerlo ramingo nella foresta, al fine di studiarne l’adattabilità e la possibilità di utilizzarlo in futuro come progenitore di una nuova stirpe di soldati. Da allora, quasi ogni notte nei pressi del bosco è possibile udire strazianti lamenti intervallati a profondi grugniti, che hanno fatto nascere numerosi gruppi di studiosi, il cui maggiore esponente è certamente il ricercatore del paranormale Lee Brickley.

Egregio Signor Brickley,

Sono stato testimone qualche tempo fa di un fatto che certamente merita la sua attenzione. Nell’ottobre del 1993, nei pressi di Castle Ring, io e mia moglie abbiamo udito degli strani versi provenire dalla profondità della foresta. Certi che fosse una coppia del luogo intenta a divertirsi, ci siamo allontanati dal rumore in direzione dell’auto. Appena giunti al parcheggio mi sono voltato, ed ho visto con i miei occhi la creatura più strana che potessi mai immaginare. Alta circa 2 metri, dal collo in giù somigliava ad un uomo, ed indossava anche dei vestiti, ma la sua testa era troppo grande per essere umana e si prolungava in un grosso naso da maiale. Quando anche mia moglie l’ha vista, la paura ha preso il sopravvento, così siamo fuggiti via verso la nostra auto e ci siamo chiusi dentro. È stato allora che quella cosa ha cominciato a grugnire, come un porco che venisse scannato. Questo fatto ci ha turbato molto…

Ha mai visto qualcosa del genere prima?

Cordiali saluti,

John & Anne – Email inviata a Lee Brickley che testimonia l’incontro con l’uomo maiale

Pig-man è solo l’ultima delle tante storie che ruotano intorno alla foresta di Cannock Chase. Voi cosa ne pensate? Il bosco è solo il teatro di una – purtroppo reale – tragedia o si tratta di un luogo al di là della nostra comprensione, crogiolo di fenomeni paranormali?

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Un cadavere in un lago su Google Maps

Abbiamo già trattato di un presunto cadavere su Google Maps, scoprendo però che si trattava di un simpatico cagnolone amante dell’acqua. Stavolta, invece, è tutto vero.

Siamo a Byron Center, nel Michigan, USA. Il 9 novembre 2015, durante l’annuale preparazione delle luci di Natale cittadine, gli operai addetti alle decorazioni di un abete nei pressi dell’84a strada scorgono quella che sembra essere un’auto affondata in un laghetto nel bel mezzo della cittadina. A prima vista il veicolo sembra abbandonato da lungo tempo e così gli uomini chiamano lo sceriffo della Contea del Kent, Ron Gates, che ne organizza immediatamente il recupero.

L’auto, una Chevrolet Corsica del 1990, viene ripescata dal fondo del laghetto, ma la targa, ACM-9705, non riesce a collegarsi a nessun caso della zona. Si pensa inizialmente ad una macchina rubata, ma quello che si nasconde nell’abitacolo lascia tutti senza fiato. Letteralmente.

Al posto di guida c’è quello che resta – oramai poco più che uno scheletro – di un essere umano.

Si tratta di un sessantasettenne, Davie Lee Niles, scomparso a Dorr nel Michigan l’11 ottobre del 2006, ovvero 10 anni prima. Dopo essere uscito da un pub l’uomo avrebbe dovuto recarsi in visita da un amico, ma ha fatto perdere le sue tracce.

La cosa tanto straordinaria quanto macabra è che per tutto questo tempo la sua auto è stata in bella mostra su Google Maps, dove è visibile tuttora; si tratta della macchia gialla in alto a destra.

 

 

Nella scheda di richiesta d’aiuto per trovarlo, sotto la sua foto, viene riportato quello che probabilmente è il motivo dell’estremo gesto di Niles.

Malato di cancro. Potrebbe essere caduto in depressione a causa della sua condizione. – Dalla scheda di Davie Lee Niles su someoneismissing.com

Distrutto dalla notizia di essere malato di cancro, avrebbe deciso di farla finita gettandosi nelle acque del laghetto, dove il suo cadavere ha dimorato per oltre una decade.

Ora, dopo tanto tempo sott’acqua, il suo corpo può finalmente essere riconsegnato alla terra.

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Saudia 163 – L’aereo atterrato con tutti gli occupanti morti

https://www.flickr.com/photos/44073224@N04/18227917006

I soccorritori si affannano ad aprire le porte del Saudia 163, tornato da pochi minuti all’Aeroporto di Riyadh, da cui è decollato circa mezz’ora prima. Una volta scardinate le entrate, ciò che li attende è agghiacciante: stipati in fondo alla carlinga sono ammassati in un grottesco groviglio umano gli occupanti dell’aereo che li guardano con occhi vitrei. Sono morti. Tutti quanti.

Aeroporto Internazionale di Riyad-Re Khalid (مطار الملك خالد الدولي), in Arabia Saudita, 19 agosto 1980. Il volo Saudia 163 HZ-AHK è appena atterrato dall’Aeroporto Internazionale Jinnah, in Pakistan, ed è diretto all’Aeroporto Internazionale di Gedda-Re Abd al-Aziz, in Arabia Saudita. L’aereo, un Lockheed L-1011-200 TriStar, trasporta 287 passeggeri – in larga parte pellegrini pakistani – più 14 membri dell’equipaggio, guidati dal capitano trentottenne Mohammed Ali Khowyter e dal suo copilota ventiseienne Abdullah M. Hasanain. Il volo fino a Riyad si è svolto senza preoccupazioni, e tutti ne approfittano per prendersi una pausa prima di rimettersi in volo.

Alle 18:08 GMT l’aereo si alza dalla pista, ma 7 minuti dopo i sensori registrano e comunicano all’equipaggio la presenza di fumo a bordo nel vano di carico C3 a poppa. Passano 4 minuti durante i quali l’ingegnere di volo, Bradley Curtis, conferma l’allarme. Il capitano decide così di tornare indietro. Poco dopo, in fase di rientro, la manetta del motore numero 2 si blocca improvvisamente: il fuoco ha danneggiato i cavi di connessione, ed il propulsore viene spento per evitare complicazioni. I passeggeri notano il fumo, e quelli seduti vicino al vano di carico fuggono verso la prua, creando confusione e terrore in cabina. I piloti dichiarano l’emergenza alla torre di controllo, che gli da il via libera per l’atterraggio. Nonostante le difficoltà l’aereo atterra docilmente a terra, ed i passeggeri tirano un sospiro di sollievo per la catastrofe mancata.

Ma la morte è ancora a bordo.

 

https://www.flickr.com/photos/asiaticleague/6787688399

 

Il capitano decide che il problema può essere gestito senza ricorrere agli aiuti del personale di terra, e continua la sua corsa sulla pista per 2 minuti e 40 secondi, in evidente contrasto a quanto ordinato dalla torre di controllo, che ha richiesto lo spegnimento dei motori e l’evacuazione del velivolo. Passano altri 3 minuti e 15 secondi, ed i propulsori finalmente vengono zittiti. Dopo un’iniziale difficoltà, sembra che finalmente si potrà procedere all’evacuazione. I vigili del fuoco si avvicinano, e preparano l’occorrente. Devono solo aspettare che si aprano le porte per permettere gli occupanti di scendere. Aspettano. E aspettano.

Le porte restano serrate.

Dalla torre di controllo tentano di mettersi in contatto col capitano, ma nessuno risponde. Non c’è fumo evidente sulla carlinga, né sul motore numero 2, quello spento per sicurezza. Poi qualcuno guarda attraverso i finestrini e le vede. Fiamme. Il fuoco sta divorando tutto dall’interno, come un cancro amarantino avvampa tra i passeggeri lasciando dietro di sé morte e disperazione.

Ci vogliono 23 interminabili minuti prima che il personale di terra riesca a scardinare la porta R2 (la seconda del lato destro) ed entrare. Lo spettacolo è agghiacciante: stipate contro la prua ci sono tutte le 301 persone a bordo, gettate l’una contro l’altra in un orrendo mosaico umano. I vigili del fuoco fanno appena in tempo ad uscire dalla carlinga, che in meno di 3 minuti viene avvolta e divorata dal fuoco.

Tutte le 301 vittime sono morte asfissiate dal fuoco, molto prima dell’avvento dei soccorsi. L’origine delle fiamme nella stiva C3 non verrà mai scoperta.

L’inchiesta conferma che le fiamme hanno avuto origine nel cargo C3, e si sono alimentate abbastanza per superare il pavimento della cabina e costringere gli occupanti a scappare verso la prua. Vengono rinvenuti due stufe a butano nei pressi della stiva, con un estintore vuoto poco distante. Una delle prime ipotesi avanzate è che uno dei passeggeri abbia usato una delle stufe per riscaldare l’acqua per il tè, e che abbia tentato di spegnere l’incendio prima che fosse troppo tardi. Questa teoria, tuttavia, non trova riscontro nel report dell’incidente.

L’indagine rivela sin da subito che la causa della morte dei 301 occupanti, più che le fiamme o il fumo, sia stata la mancata coordinazione tra i membri dell’equipaggio. Il comandante è stato troppo autoritario e ha scoraggiato la sua crew, rifiutando i dati consegnatigli dall’ingegnere di volo – a cui ha dato dell’incompetente – e dall’assistente di volo donna, in una realtà culturale in cui il ruolo femminile è nettamente subordinato a quello dell’uomo. Il copilota aveva un’esperienza sui Lockheed L-1011-200 TriStar scarsa, rendendolo inadeguato al ruolo ricoperto. L’ingegnere di volo non ha capito realmente la gravità della situazione, continuando a cercare tra i manuali le procedure da seguire in una situazione del genere. Tutti questi eventi hanno portato a sottostimare l’emergenza, e a convincere, forse, il capitano che in realtà la situazione fosse sotto controllo.

La compagnia Saudia chiuderà così il caso, senza una reale risposta a tante domande: come si sono originate le fiamme, perché nessuno era in grado di svolgere correttamente il proprio compito, perché il comandante non ha avviato subito la procedura di emergenza?

Tante, troppe domande, a cui 301 famiglie vorrebbero ancora trovare risposta.

 

https://www.flickr.com/photos/irishflyguy/2436838012

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Il vampiro di Atlas – The Vampire Murder Case

4 maggio 1932, Stoccolma. La polizia fa irruzione in un appartamento nel quartiere di Sankt Eriksplan perché l’occupante, Lilly Lindeström, è scomparsa nel nulla da diversi giorni. Gli agenti la trovano a casa, riversa sul letto, col cranio fracassato. E senza una goccia di sangue in corpo. Questa è la storia del vampiro di Atlas.

La prostituta Minnie vive in un condominio a Stoccolma, dove molte delle affittuarie sbarcano il lunario vendendo il proprio corpo tra le fredde strade della capitale svedese. Da qualche giorno non ha più notizie della sua amica Lilly Lindeström, che occupa l’appartamento sopra il suo, quando l’ha vista per l’ultima volta infagottata in un lungo cappotto, completamente nuda. Preoccupata, Minnie avverte la polizia, che sfonda la porta dell’appartamento della donna il 4 maggio 1932. Lilly è una bella donna, nei suoi 32 anni, e gli agenti la trovano nuda, sdraiata sul letto, con la testa fracassata. I suoi vestiti sono stati accuratamente piegati su una sedia. Lilly, è evidente, deve aver avuto un rapporto sessuale poco prima di essere uccisa, prova ne è un preservativo nell’ano della ragazza. Meno evidente, almeno all’inizio, che la prostituta ha qualcosa che non torna: è stata completamente svuotata del sangue. Nella stanza non c’è una sola goccia di sangue, come non ve ne è sul letto né su qualsiasi altro oggetto. Tutto si fa più chiaro, e più grottesco, quando gli inquirenti si trovano di fronte a due semplici oggetti, che ognuno di noi ha in cucina, ma lì, in quel contesto, in quella stanza, a pochi passi da quella donna dissanguata, assumono un nuovo significato: un bicchiere ed un mestolo da cucina. Qualcuno li ha usati per estrarre e bere lentamente il sangue dalla vittima. Siamo di fronte ad un vampiro. Il vampiro di Atlas.

 

Prove raccolte

 

Nonostante l’abbondanza di fluidi corporei del presunto assassino, le tecniche per l’individuazione del DNA ancora non esistono. Gli agenti devono basarsi solo sulla propria abilità e sulle prove raccolte. L’omicida deve essere stato l’ultimo cliente di Lilly, probabilmente un abitué, che conosce bene il quartiere e l’appartamento della prostituta. Ha fatto tutto con calma, senza fare alcun rumore: subito dopo il rapporto sessuale, ha afferrato un oggetto pesante (mai ritrovato) e ha colpito la donna alla testa, uccidendola in un solo colpo; ha raccolto il sangue lentamente, aiutandosi col mestolo, e ne ha bevuto avidamente il contenuto; è poi uscito di casa, come se nulla fosse successo.

La polizia interroga numerosi sospettati, in gran parte clienti di Lilly, ma non va avanti nelle indagini.  La nostra storia finisce così, come tante altre che abbiamo raccontato. Senza un colpevole, senza un movente, con solo una grottesca scena del crimine. E forse un vampiro in giro per Stoccolma.


Cos'è successo realmente a Lilly Lindeström?

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Who put Bella in the Wych Elm? – Il cadavere nell’albero

Ci sono quattro ragazzi che si divertono ad arrampicarsi su un albero. Lo fanno perché sono degli ornitologi dilettanti, e credono che sul grande olmo che hanno adocchiato ci sia un bel nido di uccelli. Uno di loro sale in cima, si appende ai rami, ma il legno cede, dato che la pianta in realtà è morta da già da un pezzo, ed il ragazzo sprofonda nel tronco secco. Dove trova un teschio umano. Questa è la storia di Bella, e del suo misterioso omicidio.

 

Olmo

 

È il 18 aprile 1943, e quattro ragazzi inglesi di Stourbridge, che rispondono ai nomi di Robert Hart, Thomas Willetts, Bob FarmerFred Payne, si sono dati appuntamento sulla Wychbury Hill, una collinetta a pochi chilometri dalla cittadina, per andare a caccia di nidi di uccelli. Trovano tra gli altri un olmo che non sembra messo tanto bene; come molti degli alberi lì intorno è oramai morto da tempo, ma sembra dare rifugio ad una famiglia di uccelli. Farmer, il più agile ed esile dei quattro, comincia la scalata dell’olmo, ma cade e si ritrova all’interno del tronco, dove scopre un teschio umano.

I quattro, pietrificati, non sanno che pesci pigliare. Osservano il cranio, così reale, così tangibile. Decidono di non rivelare niente a nessuno. Il patto di silenzio dura poco, perché Willets, il più giovane, spinto dalla paura racconta tutto al padre, che ovviamente avverte subito la polizia. Gli investigatori di Warwickshire esaminano con cura la zona, e trovano il teschio descritto dal ragazzo nel tronco e frammenti di stoffa e ossa delle dita nascoste nelle vicinanze. Il professore di patologia James Webster ha l’ingrato compito di redigere un profilo fisico della vittima. Con quel poco che ha, conclude che si tratta di una donna sotto la quarantina, abbandonata nell’albero circa un anno e mezzo prima, pochi minuti dopo la morte. La causa della dipartita è l’asfissia: nella bocca vengono ritrovati lembi di taffettà usata, probabilmente, per imbavagliarla. La polizia non ha molti elementi su cui basarsi: l’unica speranza è che qualcuno possa riconoscere la vittima dal calco dei denti, e così vengono interrogati prima tutti i dentisti della regione, infine i dati vengono comparati a livello nazionale. Nessun riscontro.

Qualche tempo dopo il ritrovamento, sei mesi circa, appaiono degli enigmatici graffiti in molti luoghi nei pressi di Warwickshire; cartelli stradali, edifici, colonne, vengono vergati con una frase, sempre la stessa, che forse vuole suggerire molto più di quanto si immagina: Chi ha nascosto Bella nell’olmo? (originale: Who put Bella down the wych elm?).

 

Cranio di Bella

 

Qualcosa non torna. Forse il misterioso graffitaro – ma potrebbero anche essere più d’uno – vuole suggerire alle autorità di cercare una donna di nome Bella. Le indagini si muovono in questa direzione ma nessuna donna, né ufficialmente né nell’underground della regione, corrisponde alla descrizione.

Nel 1944 viene ritrovato il corpo senza vita di una prostituta di Birmingham. Nel rapporto dell’omicidio viene sottolineato che circa tre anni prima un’altra prostituta, Bella, era scomparsa misteriosamente nel nulla. Nonostante la segnalazione, gli inquirenti non sono in grado di stabilire se si tratti della stessa donna dell’albero.

La vittima, che ora viene comunque soprannominata Bella, sembra uscita dal nulla. Nessuno ne ha segnalato la scomparsa, e nessuno riesce a fornire indizi utili alla polizia. Il caso si impantana e, come molti altri di persone scomparse o omicidi irrisolti, diventa un cold case, cioè non viene più seguito attivamente.

Passano due anni.

Del caso si interessa la professoressa di antropologia Margaret Murray, che ipotizza che Bella sia stata uccisa durante un antico e grottesco cerimoniale, a metà tra il sacro e profano. Le dita della vittima, sparpagliate tutte intorno all’albero, potrebbero condurre al manufatto magico mano della gloria.

 

Mano della gloria

 

La mano della gloria è un portafortuna che consta nella mano di un impiccato disseccata e conservata in salamoia, che fa in realtà parte di un oggetto molto più complesso: si prende il grasso di un malfattore condannato alla forca, e lo si scioglie a mo’ di candela; quest’ultima viene infilata nella mano della gloria come un candeliere, che acquisterebbe così il potere di paralizzare chiunque si ritrovi rischiarato dalla sua eterea luce. Molte donne incinte del XVII secolo sono state uccise in Europa per fabbricare questo manufatto – il grasso del condannato si poteva sostituire col dito di un bambino mai nato – aspramente conteso tra i ladri più spietati.

Si deve mozzare dal corpo di un criminale morto al cappio; metterla sotto sale con l’urina di un uomo, una donna, un cane, un cavallo ed una giumenta; affumicarla con erbe e fieno per un mese; lasciarla appesa ad una quercia per tre notti di seguito, fissarla ad un bivio, quindi alla porta di una chiesa per una notte, vegliata dal suo creatore dal portico – e se l’orrore non vi ha fatto rifuggire dal portico… la mano è completa, ed è tutta vostra. – Manoscritto che accompagna la mano della gloria del Whitby Museum di North Yorkshire, Inghilterra

Poco tempo dopo le dichiarazioni di Murray viene trovato in un vicino villaggio di Lower Quinton il corpo senza vita di un uomo, tale Charles Walton, inchiodato a terra da un forcone. La stampa, neanche a dirlo, va a nozze con la notizia, suggerendo che la regione sia divenuta teatro di oscuri rituali magici. La popolazione locale resta atterrita dalle idee dei giornali, e l’eco giunge fino a Scotland Yard, che decide così  di interessarsi alla vicenda, purtroppo senza risultati.

Le svolte più significative si hanno nel 1953.

La prima vede protagonista Una Mossop, che rivela alla polizia che suo cugino Jack Mossop le ha confessato di aver ucciso la donna insieme ad un olandese, van Ralt, conosciuto per caso al Lyttelton Arms, un pub di Hagley. Secondo Una Mossop, assieme a van Ralt, al locale, c’è una donna, anche lei olandese. Dopo una serata a base di birra, van Ralt chiede aiuto a Jack perché la sua amica, ubriaca, è svenuta in auto: l’olandese vuole farle uno scherzo, e la nasconde nell’olmo, affinché la mattina successiva si renda conto della notte brava. Forse la ragazza è già morta a causa dell’alcool, o forse è van Ralt ad ucciderla – non si sa se volontariamente o meno – tappandole la bocca col taffettà, fatto sta che Una Mossop è convinta che il cugino sia il colpevole. Purtroppo, nel frattempo Jack Mossop è stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico perché tormentato dalla visione di una donna che lo fissa da un albero, e muore diverso tempo prima che il teschio nell’olmo venga ritrovato.

La seconda vede protagonista un’altra donna, che dice di chiamarsi Anna, che contatta il giornale locale Express and Star Wolverhampton dichiarando di conoscere l’identità dell’assassino di Bella. Anna viene interrogata dalle autorità, e spinge gli ispettori verso una nuova pista, quella dello spionaggio. La donna afferma che Bella sia stata uccisa perché trovatasi al centro di un intrigo che coinvolgeva una spia tedesca, un ufficiale inglese, un olandese ed un’artista da music hall. La teoria di Anna si regge in piedi, in quanto per lungo tempo le fattorie inglesi della regione sono state obiettivi primari dell’intelligence nazista. L’omicidio di Bella sarebbe quindi un grottesco tentativo di una spia nazista di ricreare una mano della gloria per guidare i tedeschi negli attacchi aerei a Birmingham della Seconda Guerra Mondiale.

Per circa trenta anni non si viene a capo di nulla, finché nel nel 1968 lo scrittore Donald McCormick non pubblica Murder by Witchcraft, in cui racconta la sua teoria sulla morte di Bella. McCormick afferma che la donna sia stata una spia nazista, Clarabella, il cui nome in codice sarebbe stato, senza molta fantasia, Clara. Clara si sarebbe paracadutata sulle West Midlands nel 1941 e, impossibilitata a stabilire un contatto radio, sarebbe scomparsa nel nulla. La storia di McCormick è affascinante ma si tratta, per l’appunto, solo di una bella storia.

Che forse però ha un fondo di verità.

In base agli archivi della sezione MI5, i servizi segreti inglesi, nel 1941 viene paracadutato sul Cambridgeshire un agente della Gestapo, di nazionalità ceca, che risponde al nome di Josef Jakobs. Nel suo file si scopre la foto di una donna, una cantante di cabaret tedesca, Clara Bauerle. Jakobs afferma durante l’interrogatorio – è stato arrestato nel gennaio 1941 – che Bauerle sia la sua amante nonché reclutatrice dell’esercito nazista, paracadutatasi poco dopo di lui e dispersa in azione. Il settore MI5 scopre che Bauerle è nata a Stoccarda, in Germania, nel 1906, e che all’epoca dei fatti avrebbe avuto 35 anni.

Tutto sembra tornare: Bella potrebbe essere Bauerle, ha circa 35 anni, è una cantante di cabaret (Anna sostenne che fosse un’artista da music hall), ha conoscenze nell’esercito tedesco ed è una spia. Forse Jakobs, se interrogato dalla polizia di Stourbridge, saprebbe fare luce sul mistero del teschio nell’olmo, ma purtroppo per lui viene zittito da un plotone di esecuzione il 15 agosto 1941, ultimo condannato a morte della Torre di Londra.

Il mistero del cadavere nell’olmo, dopo oltre settant’anni, non ha ancora una soluzione.

 

Graffiti

 


Chi ha nascosto Bella nell'olmo?

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Kuchisake-onna – La donna dalla bocca squarciata

Siete da soli in una stradina di periferia di Tokio, in Giappone, a notte fonda. I lampioni illuminano malamente le facciate delle case, alle cui finestre le persiane si abbattono violentemente come ghigliottine. D’un tratto vi si avvicina una bella donna, dai lunghi capelli corvini vergati di riflessi bluastri. Indossa una mascherina, cosa comune in una megalopoli come la capitale nipponica, dove molti abitanti combattono così lo smog. Vi afferra un braccio, e con voce languida vi chiede se la trovate bella. Qualsiasi sia la vostra risposta non ha importanza: da sotto la mascherina si rivela una lunga fila di enormi denti aguzzi. Poi più nulla. Questa è la storia di Kuchisake-onna, la donna dalla bocca sventrata.

 

Kuchisake-onna

 

Kuchisake-onna (口裂け-女) è una figura del folklore del Sol Levante, divenuta in seguito una leggenda urbana molto famosa. Si tratta di una ragazza molto avvenente, con un’inquietante particolarità: la sua bocca è attraversata da un orecchio all’altro da un enorme sfregio, che lascia in bella mostra i suoi denti ferali. Kuchisake-onna sceglie le proprie vittime tra le viuzze di Tokio, ponendo a tutte una semplice domanda.

Mi trovi bella?

Se si risponde di sì, la creatura mostra la sua vera natura, rivelando la lunga fila di denti e chiedendo nuovamente “Mi trovi bella anche adesso?“. A questo punto qualsiasi risposta è una condanna: se si dice di sì, la creatura dilanierà il malcapitato con un paio di forbici; se la risposta è negativa, scatenerà la sua ira, ed il finale sarà lo stesso. In alcune storie sembra sia possibile salvarsi da un destino avverso. Se si viene inseguiti da Kuchisake-onna le si possono lanciare contro delle caramelle: il mostro, a quanto sembra, è sempre affamato e non disdegna affatto la frutta fresca ed i dolciumi, anche a costo di rinunciare alla sua vittima; in altre versioni la risposta da dare a Kuchisake-onna deve essere la più vaga possibile, magari cercando di sviare il discorso, ed approfittare del momento di confusione di lei per darsela a gambe; altri invece giurano che se le si risponde “Scusa ma ho un impegno irrinunciabile, vado di fretta” sarà la creatura a scusarsi per averci importunato (in Giappone la cortesia verso il prossimo fa parte della cultura stessa del Paese).

La genesi delleggenda di Kuchisake-onna si perde nel periodo Heian (794/1185) e si svolge a Tokio: qui vive una ragazza bellissima, moglie di un valoroso samurai. Questi è follemente innamorato della sua consorte, e fa di tutto per renderla felice, anche assecondando i suoi – tanti – vizi. Si dice che questa donna sia tanto bella quanto fedifraga, ed infatti un giorno il samurai, di ritorno da una delle sue tante battaglie, scopre la sua infedeltà. In un impeto d’ira afferra la sua katana e le dilania il viso da parte a parte, sfigurandola all’altezza della bocca. Beffardo le urla “Chi dirà che sei bella adesso?” prima di sparire per sempre.

 

Kuchisake onna in una stampa d'epoca

 

Altro racconto proviene dall’epoca Sengoku, ambientata nel 1500 circa nel centro di Tokio (all’epoca chiamata ancora Edo). In una notte di pioggia impietosa, un servitore di un signore del luogo nota seminascosta nell’ombra una figura di donna, completamente zuppa d’acqua. Mosso a compassione, le offre di dividere con lei il suo ombrello e di riaccompagnarla a casa, ma quando la ragazza si gira rivela un enorme squarcio da un orecchio ad un altro. La storia, in questo caso, si interrompe qui.

Nell’estate del 1979 una vera e propria isteria di massa colpisce il Giappone: voci incontrollate affermano che in diverse città del Paese vaghi una grottesca donna che ferma bambini e ragazzi nascosta da una mascherina bianca. Molti genitori ritengono la storia vera, e si verifica anche qualche problema di ordine sociale, a causa della reticenza dei fanciulli terrorizzati dalle strane ed inquietanti storie legate a Kuchisake-onna. Si dice che la polizia abbia ritrovato anche alcuni corpi di bambini orrendamente martoriati, e che sia quasi arrivata a scoprire il mostro: la donna muore poco prima di essere arrestata, forse investita da un automobile. Ad ogni modo, le voci su Kuchisake-onna lentamente si affievoliscono, e l’autunno porta via, oltre alle ultime brezze calde dell’estate, anche il terrore dai cuori dei ragazzini di tutto il Giappone.

Nel gennaio 1947 viene ritrovato in un’aiuola di Los Angeles il corpo senza vita di Elizabeth Ann Short, meglio nota come la Dalia Nera. Orrendamente mutilata, e letteralmente fatta a pezzi, il suo volto presenta una lunga ferita che si estende da un orecchio all’altro. Sebbene ricordi la leggenda di Kuchisake-onna, probabilmente si tratta solo di una coincidenza. Ad oggi rappresenta uno dei più grandi misteri irrisolti della storia del crimine. Ne riparleremo a breve.

La profonda ferita che taglia la bocca nel sorriso grottesco tipico di Kuchisake-onna ha un nome: Glasgow Smile, lo stesso sfoggiato da Joker, il supervillain antogonista di Batman nell’omonima serie DC Comics.

Ad oggi la storia di Kuchisake-onna sopravvive solo come leggenda metropolitana, a cui si ispirano molti videogiochi, manga e film. Tra le tante citazioni, le più importanti sono nella serie di Franken Fran (フランケン・ふらん) di Katsuhisa Kigitsu, Constantine di Alan MooreCarved: The Slit-Mouthed Woman (口裂け女) di Kōji Shiraishi ed il personaggio di Mileena, della serie Mortal Kombat di Midway Games, apparso nel 1993 nel secondo capitolo della saga e divenuto negli anni uno dei più apprezzati dai videogiocatori.

 

Mileena

 

Vere o inventate che siano, le leggende spesso nascondono sempre un fondo di verità. Se vi trovate in Giappone non girate da soli nei vicoli della capitale. Potreste trovarvi una bella ragazza dai lunghi capelli neri, due occhi che abbagliano, ed una bocca che uccide.

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Dismaland – Il parco degli orrori

Scordatevi Disneyland, quello di oggi è il più grottesco parco divertimenti del mondo: lasciate a casa i bambini, questo è Dismaland!

Il Dismaland Bemusement Park (dismal in inglese significa tetro) è l’ultima opera dell’artista urbano Bansky, e si trova a Weston-super-Mare, in Inghilterra. Diciotto strambe e grottesche attrazioni progettate col preciso scopo di spiazzare gli ospiti, aperto dal 22 agosto al 27 settembre. Nel parco si trova di tutto, da Cenerentola morta a barche di migranti, da blindati antisommossa al celebre castello delle principesse diroccato.

 

 

Tutto nel parco è deprimente: persino gli addetti al pubblico – reclutati con un falso annuncio che prometteva un ingaggio in un film – hanno per contratto l’obbligo di mostrarsi depressi e sconfortati. Bansky non è l’unico artista impegnato nel progetto, oltre alle sue attrazioni si susseguiranno numerosi eventi, spettacoli e concerti, tra i quali quelli delle Pussy Riots e dei Massive Attack.

 

 

I biglietti sono disponibili sul sito ufficiale, e costano 3 sterline (poco più di € 4), ma i bambini sotto i 5 anni entrano gratis. Se avete il coraggio di portarli.

 

Dismaland

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La tortura bianca

Di metodi di tortura, ripresi dall’antichità, ne abbiamo già parlato. Quella di oggi, invece, è una sottile tortura psicologica, che può durare anche anni, portando la vittima sull’orlo della pazzia: la tortura bianca.

La tortura bianca (شكنجه سفيد) è una sevizia tipica dell’Iran, applicata sopratutto a prigionieri politici. Si tratta di esporre il prigioniero ad una deprivazione sensoriale a larga scala, partendo da quella visiva: tutto ciò con cui si è in contatto è bianco. Ci si ritrova rinchiusi in una camera quadrata insonorizzata dipinta di bianco, senza finestre, con porte a scomparsa e luci in diversi punti per evitare di gettare ombre. Tutto è tristemente, asetticamente bianco. Le guardie sono invisibili, nascoste all’esterno della cella, ed utilizzano calzari imbottiti per non fare rumore. Lì fuori potrebbe anche esplodere un ordigno nucleare, e nessuno nella stanza se ne accorgerebbe. Col passare dei giorni si perde l’uso degli altri sensi: ogni cosa nella cella è liscia, desensibilizzando il tatto; si viene nutriti solo con riso in bianco, insapore, perdendo così il gusto e l’olfatto; come già scritto non si sente alcun rumore, affievolendo l’udito.

 

Letto bianco

 

L’alienazione arriva dopo poche settimane, portando allucinazioni e follia: qualsiasi cosa pur di sfuggire quell’enorme, infinito candore.

Uno degli esempi più noti di vittima della tortura bianca è quello di Seyyed Ebrahim Nabavi, uno dei più importanti ed autorevoli giornalisti iraniani, seviziato nel Carcare di Evin (Iran) come prigioniero politico, e liberato nel 2004.

Da quando ho lasciato Evin non riesco più a dormire senza assumere sonniferi. È orribile. La solitudine non ti abbandona mai, anche una volta che vieni liberato. Tutte quelle porte che ti si chiudono dentro… Ecco perché la chiamano la tortura bianca. Ottengono quello che vogliono senza colpirti fisicamente. Conoscono abbastanza di te per manipolarti con quello che ti dicono: possono farti credere che il presidente è stato deposto, che hanno rapito tua moglie, che qualcuno di cui ti fidavi ha rivelato loro delle menzogne su di te. Comincia a rompersi qualcosa dentro. E quando ciò avviene, ti hanno in pugno. E allora confessi tutto. – Seyyed Ebrahim Nabavi in un’intervista del 2004 a Human Rights Watch

Altro caso famoso è quello di Amir Fakhravar, uno studente rapito a soli 17 anni dalla Guardia Rivoluzionaria Iraniana, che ha trovato il coraggio di raccontare la sua storia.

Non riuscivamo a scorgere alcun colore, tutto nella cella era bianco, il pavimento, i nostri vestiti e persino la luce accesa 24 ore al giorno era bianca. Ci nutrivano solo con riso in bianco. Non vedevamo alcun colore e non sentivamo alcuna voce. Fui imprigionato per otto mesi, finché non riuscii più a ricordare neanche i volti di mio padre e mia madre. – Amir Fakhravar

Si potrebbe pensare che la tortura bianca sia appannaggio di paesi mediorientali, che molti considerano arretrati decenni rispetto agli occidentali. In realtà casi del genere avvengono anche da noi, come ad esempio nella cattolicissima Irlanda del Nord, o nella “colonna della libertà”, gli Stati Uniti.

Un esempio simile alla tortura bianca fa da sfondo al numero 212 del maggio 2004 di Dylan Dog, Necropolis.

 

Dylan Dog 212 - Necropolis

 

Se volete cercare di comprendere minimamente come ci si sente nella cella bianca, fate questo piccolo esperimento: tappatevi le orecchie con delle cuffie insonorizzate, sedetevi a terra ad un metro da una parete bianca e fissatela più che potete. Provate a parlare, se vi va, tanto non riuscireste a sentirvi. Fissate solo la parete. Finché non sprofonderete anche voi nell’abisso bianco che vi circonda.

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Nascondino da soli – Sopravviverai a questo gioco?

Quella di oggi è una versione un po’ particolare di nascondino. Conoscete il gioco, no? Un bambino conta e tutti gli altri corrono a nascondersi, poi chi sta sotto va a cercarli. Se si viene scoperti si viene eliminati. Ma esiste un tipo di nascondino che si può giocare anche da soli. O quasi.

Ed in palio c’è la vostra vita.

Nascondino da soli (One-Man Hide and Seek oppure ひとりかくれんぼ) è una storia che narra le regole per partecipare all’omonimo gioco. Si dice che si basi su una storia vera, ben nota nella regione di Kansai (関西) in Giappone, pubblicata nel luglio 2007 su Mb2.jp. In molti su internet raccontano la loro esperienza con questo gioco, e mentre la maggior parte si dichiara delusa, alcuni giurano che il nascondino da soli non è affatto uno scherzo, e non va preso alla leggera. Le regole sono semplici, gli oggetti da raccogliere pochi, il terrore è puro.

Buon divertimento.

 

Orsetto Teddy pugnalato

 

Nascondino da soli

Benvenuti a Nascondino da soli!

Prima di iniziare, alcune regole:

  • non lasciate che il gioco duri più di due ore, dopo sarà quasi impossibile vincere;
  • dovete giocare quando siete i soli esseri umani presenti in casa;
  • quando vi nascondete restate in silenzio;
  • spegnete tutti gli apparecchi elettronici prima di cominciare;
  • non guardatevi mai alle spalle quando scappate e non addormentatevi per nessuna ragione al mondo.

Ecco quello che vi serve:

  • un peluche che abbia entrambe le gambe e le braccia;
  • riso (abbastanza per riempire il peluche);
  • qualcosa che provenga dal vostro corpo (un pezzo di unghia o un capello);
  • ago da cucito;
  • del filo rosso;
  • un coltello (o un tagliacarte, l’importante è che sia affilato);
  • una tazza di acqua salata.

Date un nome al vostro animale di pezza, che non sia il vostro stesso nome. Per comodità chiamiamolo Teddy. Apritelo in due col coltello e rimuovetene l’imbottitura, sostituendola col riso. Nascondete all’interno anche il tagliaunghie: i nuovi visceri del giocattolo dovranno essere ricuciti col filo rosso. Passate il filo rosso lungo tutto il tessuto reciso, più e più volte.

Ora, attendete le 3:00. Al terzo rintocco portate Teddy in bagno e poggiatelo sul bordo della vasca, mentre riempite quest’ultima per metà. Prendete il peluche e tenetelo con forza tra le mani, fissatelo nei suoi occhi vitrei ed urlate con quanto fiato avete in gola, per tre volte:

A questo giro io starò sotto!

Alla fine del terzo grido lanciate Teddy in acqua, uscite dal bagno e richiudetevi la porta alle spalle. Spegnete tutte le luci di casa. Potete lasciare la televisione accesa, ma solo su un canale statico. Ora trovate un muro che farà da tana, chiudetegli gli occhi e respirate profondamente, contante fino a 10, con calma, lentamente. Quando avete finito, aprite gli occhi ed afferrate il coltello.

Il gioco è appena iniziato.

Tornate nel bagno e cercate Teddy nell’acqua della vasca. Afferratelo con una mano ed esclamate trionfanti:

Ti ho trovato Teddy!

Ora pugnalatelo al petto, e ponete così fine al vostro turno.

Ora tocca a lui.

Lasciate cadere il peluche in acqua o sul pavimento, ma badate che il coltello sia ancora conficcato dentro il suo corpo inanimato. Apostrofatelo con:

È il tuo turno Teddy!

Scappate. Richiudetevi di nuovo la porta alle spalle e fuggite via. Recuperate la tazza d’acqua salata e portatela con voi. Attenti a non rovesciarne il contenuto. Mai.

In casa ci sono sempre buoni posti in cui nascondersi, sopratutto sotto un letto o dentro un armadio. Qualsiasi sia la vostra scelta, due sono le cose importanti: avere sempre la tazza d’acqua salata con sé e non uscire dal nascondiglio per nessuna ragione al mondo.

Non fate rumore, il vostro respiro deve essere il più debole possibile, non fatevi prendere dal panico. Lì fuori succederà di tutto. Passi leggeri si muoveranno per tutta la casa, il vostro cane comincerà ad abbagliare furiosamente, oggetti anche pesanti verranno spostati con rumori sordi, sentirete freddo, tanto freddo, ed un odore nauseabondo permeerà l’aria, tanto da farvi quasi vomitare. Forse vi sentirete anche toccare da mani invisibili, ed a volte queste stesse mani eteree vi strattoneranno con forza. Non abbandonate il vostro nascondiglio, finché non giungerà infine l’alba.

Sorseggiate l’acqua salata, ma assolutamente non bevetela. Tenetela in bocca più che potete e dirigetevi velocemente in bagno. Cercate Teddy. Non è detto che sia dove l’avete lasciato. Se non c’è, o c’è solo il coltello, cercate per tutta casa. Trovatelo. Ad ogni costo. Rovesciate mobili, se necessario, guardate in ogni angolo, dentro ogni cassetto, scrutate ogni anfratto possibile. Appena lo troverete, avvicinatevi e sputategli addosso per tre volte di seguito l’acqua salata che permea le vostre guance. Traete un respiro profondo ed esultate:

Ho vinto io, Teddy!

In realtà avete quasi vinto. Afferrate Teddy e dategli fuoco. Potete farlo anche all’esterno della casa, in un bidone o a terra, l’importante è che restiate a fissare il guizzo delle fiamme generate dal suo corpo senza vita fino alla fine, finché del vostro amico peloso non resteranno che cenere e fumo.

Ora avete vinto.

Teddy però potrebbe avercela a male con voi. Nelle settimane successive potreste udire voci sommesse provenire dal vostro nascondiglio, e qualcosa potrebbe venire a sfiorarvi la pelle mentre dormite. Il peggio però è passato.

Questo ovviamente se avete giocato correttamente e avete sconfitto Teddy. Se siete usciti dal nascondiglio prima dell’alba, o avete rovesciato la tazza d’acqua salata, beh…

Peggio per voi.

 

Teddy Bear sorriso

 


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