Categoria: Misteri

Lo strano caso di Zigmund Adamski

È il pomeriggio del 6 giugno 1980 quando Zigmund Adamski si allontana di casa per delle commissioni. Sparisce letteralmente nel nulla per giorni, finché non verrà ritrovato su una pila di carbone a decine di chilometri di distanza. Ucciso dagli extraterrestri.

Zigmund Adamski

Zigmund Jan Adamski è un minatore di 56 anni, polacco, che vive e lavora a Tingley, un paese del West Yorkshire, in Inghilterra. Alle 15:30 del 6 giugno 1980 saluta sua moglie Leokadia Kowalska ed esce di casa, per acquistare delle patate all’emporio, da dove non farà più ritorno. Il giorno dopo è atteso come ospite di un matrimonio, ma non si presenta all’evento, e nessuno sa che fine abbia fatto. Passano cinque giorni prima che il suo corpo senza vita venga ritrovato su una pila di carbone a Todmorden. A fare la macabra scoperta, l’11 giugno del 1980 alle 15:45, è Trevor Parker, figlio del proprietario del deposito di carbone, allestito nei pressi di una tratta ferroviaria. Pochi minuti dopo arriva sulla scena l’ufficiale di polizia Alan Godfrey, assieme ad un collega, e procede ad esaminare la scena del crimine. Sembra che Adamski sia morto a seguito di un attacco cardiaco, ma da subito si scopre qualcosa di strano: il corpo è stato ritrovato alle 15:45, mentre la chiusura del deposito è avvenuta alle 11:00. Si tratta di una zona trafficata, ed è impossibile che il cadavere si trovasse lì quel mattino. Godfrey controlla i vestiti, e capisce che qualcosa non torna: l’uomo è vestito di tutto punto, ma non indossa la maglia, che è stata rimossa; sembra che qualcuno l’abbia spogliato e rivestito senza accorgersi della mancanza. A sostegno di ciò, le scarpe sono state allacciate al contrario, come se non fosse stato Adamski stesso a calzarle di persona; anche la patta dei pantaloni è stata lasciata aperta. Sui suoi vestiti, inoltre, non c’è una traccia di polvere. Impossibile. Ci troviamo in un deposito di carbone, per centinaia di metri quasi ogni cosa è coperta di polvere nerastra. Ma Adamski no, i suoi abiti sono immacolati, come se fosse riapparso lì, su quella pila, dal bel mezzo del nulla. Godfrey controlla meglio il corpo, e scopre che presenta delle strane bruciature sul collo e le spalle.

Decisamente, pensa Godfrey, questo non sarà un caso semplice.

Zigmund Adamski - Ricostruzione del ritrovamento

Il corpo di Adamski viene spedito al coroner, che conferma la causa della morte: attacco cardiaco. Il medico legale però è decisamente perplesso: Adamski è scomparso da cinque giorni, ma non ha sofferto né la fame né il sonno, non presenta segni di percosse né di violenze, a parte le bruciature, che sono state causate due giorni prima da una strana sostanza gelatinosa sconosciuta, che i tecnici del laboratorio di analisi della polizia non sono in grado di identificare. Il coroner nota inoltre che la lunghezza della barba non coincide; è cresciuta di poco, quindi il giorno prima del ritrovamento la vittima ha avuto modo di radersi e, se è stata rapita, è difficile che il suo aguzzino gli abbia permesso una cosa del genere. Come notato da Godfrey, non c’è traccia di carbone sotto le dita o sulla pelle, segno che Adamski non si è arrampicato volontariamente sulla collinetta.  Si è trattato, dunque, di un omicidio. E Godfrey conosce anche l’assassino, o meglio gli assassini: ad uccidere il cinquantaseienne Zigmund Adamski sono stati, sembra alcuna ombra di dubbio, gli alieni.

Sei mesi prima dello strano caso di Zigmund Adamski, Godfrey dichiara di aver avuto un incontro ravvicinato con un UFO. Il 28 novembre 1979, a notte fonda, viene inviato dal distretto ad indagare su una mandria di mucche che è sparita nel nulla ed è riapparsa all’improvviso in una proprietà privata. Alle 5:00 del mattino, Godfrey sta guidando lungo la Burnley Road A646 di Todmorden, a circa un chilometro e mezzo dal deposito di carbone, quando vede qualcosa ai bordi della strada. Sembra trattarsi di un autobus a due piani uscito dalla carreggiata, e l’agente accende le sirene dell’auto per andare a controllare. Avvicinatosi si accorge di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Di fronte a lui un disco volante che aleggiava ad un metro da terra, emettendo una debole luce. Spaventato, corre a chiedere aiuto via radio, ma questa non funziona, così come la sua automobile di pattuglia. L’oggetto non emette alcun rumore, ha una forma che ricorda vagamente un diamante, con la parte superiore fissa e quella inferiore che ruota lentamente su sé stessa. Poi, d’improvviso, si ritrova a decine di metri dal luogo dell’incontro. Sono passati 45 minuti, e l’uomo ha un buco temporale di oltre mezz’ora. Godfrey, confuso su quello che gli è successo, per essere certo di non essere impazzito gira l’auto e torna indietro, solo per scoprire un’enorme chiazza asciutta nel bel mezzo della strada bagnata dalla pioggia. Godfrey è stato vittima di un incontro ravvicinato del quarto tipo.

Alan Godfrey

Godfrey è convinto che gli extraterrestri abbiano ucciso Adamski, e si siano liberati del corpo nel deposito di carbone. Volendo credere a questa teoria, tutto tornerebbe. Il gel misterioso, il fatto che sul corpo non ci sia la polvere (potrebbe essere stato abbandonato direttamente dal disco volante), e le strane bruciature sulla pelle. Tutto torna, mettendo la parola fine alla morte di Zigmund Adamski. Se si vuole crederlo.

Se invece gli UFO non fanno per voi, mi spiace, ma questa storia resta senza un finale. Senza alcuna prova, con decine di indizi impossibili, il caso Adamski viene abbandonato qualche mese dopo, rimanendo senza soluzione.

L’unica teoria plausibile viene avanzata nel 2005 da John Hanson e David Sankey, della BUFORA, l’associazione inglese per la ricerca sugli UFO. In base alle testimonianze raccolte all’epoca del caso, sembra che Adamski non avesse alcuna intenzione di partecipare al matrimonio previsto per il giorno dopo, a causa di tensioni familiari con due invitati, marito e moglie, che avevano ottenuto contro di lui un ordine restrittivo. Hanson e Sankey credono che quest’uomo misterioso abbia rapito Adamski, rinchiudendolo in un capannone, dove è stato stroncato da un attacco cardiaco.

Ad oggi, il mistero della strana morte di Zigmund Jan Adamski resta ancora insoluto.

 

Cos'è successo realmente a Zigmund Adamski?

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Who put Bella in the Wych Elm? – Il cadavere nell’albero

Ci sono quattro ragazzi che si divertono ad arrampicarsi su un albero. Lo fanno perché sono degli ornitologi dilettanti, e credono che sul grande olmo che hanno adocchiato ci sia un bel nido di uccelli. Uno di loro sale in cima, si appende ai rami, ma il legno cede, dato che la pianta in realtà è morta da già da un pezzo, ed il ragazzo sprofonda nel tronco secco. Dove trova un teschio umano. Questa è la storia di Bella, e del suo misterioso omicidio.

 

Olmo

 

È il 18 aprile 1943, e quattro ragazzi inglesi di Stourbridge, che rispondono ai nomi di Robert Hart, Thomas Willetts, Bob FarmerFred Payne, si sono dati appuntamento sulla Wychbury Hill, una collinetta a pochi chilometri dalla cittadina, per andare a caccia di nidi di uccelli. Trovano tra gli altri un olmo che non sembra messo tanto bene; come molti degli alberi lì intorno è oramai morto da tempo, ma sembra dare rifugio ad una famiglia di uccelli. Farmer, il più agile ed esile dei quattro, comincia la scalata dell’olmo, ma cade e si ritrova all’interno del tronco, dove scopre un teschio umano.

I quattro, pietrificati, non sanno che pesci pigliare. Osservano il cranio, così reale, così tangibile. Decidono di non rivelare niente a nessuno. Il patto di silenzio dura poco, perché Willets, il più giovane, spinto dalla paura racconta tutto al padre, che ovviamente avverte subito la polizia. Gli investigatori di Warwickshire esaminano con cura la zona, e trovano il teschio descritto dal ragazzo nel tronco e frammenti di stoffa e ossa delle dita nascoste nelle vicinanze. Il professore di patologia James Webster ha l’ingrato compito di redigere un profilo fisico della vittima. Con quel poco che ha, conclude che si tratta di una donna sotto la quarantina, abbandonata nell’albero circa un anno e mezzo prima, pochi minuti dopo la morte. La causa della dipartita è l’asfissia: nella bocca vengono ritrovati lembi di taffettà usata, probabilmente, per imbavagliarla. La polizia non ha molti elementi su cui basarsi: l’unica speranza è che qualcuno possa riconoscere la vittima dal calco dei denti, e così vengono interrogati prima tutti i dentisti della regione, infine i dati vengono comparati a livello nazionale. Nessun riscontro.

Qualche tempo dopo il ritrovamento, sei mesi circa, appaiono degli enigmatici graffiti in molti luoghi nei pressi di Warwickshire; cartelli stradali, edifici, colonne, vengono vergati con una frase, sempre la stessa, che forse vuole suggerire molto più di quanto si immagina: Chi ha nascosto Bella nell’olmo? (originale: Who put Bella down the wych elm?).

 

Cranio di Bella

 

Qualcosa non torna. Forse il misterioso graffitaro – ma potrebbero anche essere più d’uno – vuole suggerire alle autorità di cercare una donna di nome Bella. Le indagini si muovono in questa direzione ma nessuna donna, né ufficialmente né nell’underground della regione, corrisponde alla descrizione.

Nel 1944 viene ritrovato il corpo senza vita di una prostituta di Birmingham. Nel rapporto dell’omicidio viene sottolineato che circa tre anni prima un’altra prostituta, Bella, era scomparsa misteriosamente nel nulla. Nonostante la segnalazione, gli inquirenti non sono in grado di stabilire se si tratti della stessa donna dell’albero.

La vittima, che ora viene comunque soprannominata Bella, sembra uscita dal nulla. Nessuno ne ha segnalato la scomparsa, e nessuno riesce a fornire indizi utili alla polizia. Il caso si impantana e, come molti altri di persone scomparse o omicidi irrisolti, diventa un cold case, cioè non viene più seguito attivamente.

Passano due anni.

Del caso si interessa la professoressa di antropologia Margaret Murray, che ipotizza che Bella sia stata uccisa durante un antico e grottesco cerimoniale, a metà tra il sacro e profano. Le dita della vittima, sparpagliate tutte intorno all’albero, potrebbero condurre al manufatto magico mano della gloria.

 

Mano della gloria

 

La mano della gloria è un portafortuna che consta nella mano di un impiccato disseccata e conservata in salamoia, che fa in realtà parte di un oggetto molto più complesso: si prende il grasso di un malfattore condannato alla forca, e lo si scioglie a mo’ di candela; quest’ultima viene infilata nella mano della gloria come un candeliere, che acquisterebbe così il potere di paralizzare chiunque si ritrovi rischiarato dalla sua eterea luce. Molte donne incinte del XVII secolo sono state uccise in Europa per fabbricare questo manufatto – il grasso del condannato si poteva sostituire col dito di un bambino mai nato – aspramente conteso tra i ladri più spietati.

Si deve mozzare dal corpo di un criminale morto al cappio; metterla sotto sale con l’urina di un uomo, una donna, un cane, un cavallo ed una giumenta; affumicarla con erbe e fieno per un mese; lasciarla appesa ad una quercia per tre notti di seguito, fissarla ad un bivio, quindi alla porta di una chiesa per una notte, vegliata dal suo creatore dal portico – e se l’orrore non vi ha fatto rifuggire dal portico… la mano è completa, ed è tutta vostra. – Manoscritto che accompagna la mano della gloria del Whitby Museum di North Yorkshire, Inghilterra

Poco tempo dopo le dichiarazioni di Murray viene trovato in un vicino villaggio di Lower Quinton il corpo senza vita di un uomo, tale Charles Walton, inchiodato a terra da un forcone. La stampa, neanche a dirlo, va a nozze con la notizia, suggerendo che la regione sia divenuta teatro di oscuri rituali magici. La popolazione locale resta atterrita dalle idee dei giornali, e l’eco giunge fino a Scotland Yard, che decide così  di interessarsi alla vicenda, purtroppo senza risultati.

Le svolte più significative si hanno nel 1953.

La prima vede protagonista Una Mossop, che rivela alla polizia che suo cugino Jack Mossop le ha confessato di aver ucciso la donna insieme ad un olandese, van Ralt, conosciuto per caso al Lyttelton Arms, un pub di Hagley. Secondo Una Mossop, assieme a van Ralt, al locale, c’è una donna, anche lei olandese. Dopo una serata a base di birra, van Ralt chiede aiuto a Jack perché la sua amica, ubriaca, è svenuta in auto: l’olandese vuole farle uno scherzo, e la nasconde nell’olmo, affinché la mattina successiva si renda conto della notte brava. Forse la ragazza è già morta a causa dell’alcool, o forse è van Ralt ad ucciderla – non si sa se volontariamente o meno – tappandole la bocca col taffettà, fatto sta che Una Mossop è convinta che il cugino sia il colpevole. Purtroppo, nel frattempo Jack Mossop è stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico perché tormentato dalla visione di una donna che lo fissa da un albero, e muore diverso tempo prima che il teschio nell’olmo venga ritrovato.

La seconda vede protagonista un’altra donna, che dice di chiamarsi Anna, che contatta il giornale locale Express and Star Wolverhampton dichiarando di conoscere l’identità dell’assassino di Bella. Anna viene interrogata dalle autorità, e spinge gli ispettori verso una nuova pista, quella dello spionaggio. La donna afferma che Bella sia stata uccisa perché trovatasi al centro di un intrigo che coinvolgeva una spia tedesca, un ufficiale inglese, un olandese ed un’artista da music hall. La teoria di Anna si regge in piedi, in quanto per lungo tempo le fattorie inglesi della regione sono state obiettivi primari dell’intelligence nazista. L’omicidio di Bella sarebbe quindi un grottesco tentativo di una spia nazista di ricreare una mano della gloria per guidare i tedeschi negli attacchi aerei a Birmingham della Seconda Guerra Mondiale.

Per circa trenta anni non si viene a capo di nulla, finché nel nel 1968 lo scrittore Donald McCormick non pubblica Murder by Witchcraft, in cui racconta la sua teoria sulla morte di Bella. McCormick afferma che la donna sia stata una spia nazista, Clarabella, il cui nome in codice sarebbe stato, senza molta fantasia, Clara. Clara si sarebbe paracadutata sulle West Midlands nel 1941 e, impossibilitata a stabilire un contatto radio, sarebbe scomparsa nel nulla. La storia di McCormick è affascinante ma si tratta, per l’appunto, solo di una bella storia.

Che forse però ha un fondo di verità.

In base agli archivi della sezione MI5, i servizi segreti inglesi, nel 1941 viene paracadutato sul Cambridgeshire un agente della Gestapo, di nazionalità ceca, che risponde al nome di Josef Jakobs. Nel suo file si scopre la foto di una donna, una cantante di cabaret tedesca, Clara Bauerle. Jakobs afferma durante l’interrogatorio – è stato arrestato nel gennaio 1941 – che Bauerle sia la sua amante nonché reclutatrice dell’esercito nazista, paracadutatasi poco dopo di lui e dispersa in azione. Il settore MI5 scopre che Bauerle è nata a Stoccarda, in Germania, nel 1906, e che all’epoca dei fatti avrebbe avuto 35 anni.

Tutto sembra tornare: Bella potrebbe essere Bauerle, ha circa 35 anni, è una cantante di cabaret (Anna sostenne che fosse un’artista da music hall), ha conoscenze nell’esercito tedesco ed è una spia. Forse Jakobs, se interrogato dalla polizia di Stourbridge, saprebbe fare luce sul mistero del teschio nell’olmo, ma purtroppo per lui viene zittito da un plotone di esecuzione il 15 agosto 1941, ultimo condannato a morte della Torre di Londra.

Il mistero del cadavere nell’olmo, dopo oltre settant’anni, non ha ancora una soluzione.

 

Graffiti

 


Chi ha nascosto Bella nell'olmo?

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Il mistero del massacro di Hinterkaifeck

Hinterkaifeck è una piccola fattoria incastonata tra le città tedesche di Ingolstadt e Schrobenhausen, nei pressi di Gröbern, in cui vive la famiglia Gruber. Questa è la storia di come, in una fredda giornata di marzo, verranno trovati tutti uccisi con un piccone: il mistero del massacro di Hinterkaifeck.

 

Il piccone di Hinterkaifeck

 

Nel piccolo villaggio d Kaifeck la vita scorre tranquilla, dettata da susseguirsi dei giorni dedicati all’agricoltura e all’allevamento di bestiame, che assicurano alla brava gente della cittadina una vita dignitosa e salutare. Tra le tante fattorie ce n’è una costruita un po’ in disparte, a poca distanza da un’enorme foresta che si estende a perdita d’occhio tutt’intorno alla proprietà. Qui vi abita la famiglia Gruber, così composta:

  • Andreas, 63 anni, il capofamiglia;
  • Cäzilia, 72 anni, sua moglie;
  • Viktoria Gabriel, 35 anni, la loro figlia vedova (il marito Karl è morto in guerra nel 1914);
  • Cäzilia, 7 anni, prima figlia di Viktoria;
  • Josef, 2 anni, secondogenito di Viktoria.

I Gruber hanno ereditato la fattoria Hinterkaifeck da Cäzilia, che nel 1877 aveva sposato Josef Asam Von Hinterkaifeck, che morirà nel 1855. Andreas, quindi, è il secondo marito di Cäzilia (il cui cognome da nubile è Sanhüter). I Gruber sono persone semplici, ma in paese sono in molti a chiedersi perché la loro fattoria sia stata costruita così in disparte, e le malelingue ricamano volentieri storie inquietanti sul loro conto: si dice ad esempio che Andreas sia un uomo violento, che picchia spesso l’anziana moglie e che abusa sessualmente della figlia Viktoria; Josef, sono in molti a crederlo, sarebbe figlio di un incesto. C’è poi qualcosa che non va nella fattoria stessa. Si sentono voci soffocate provenire dalla soffitta, apparizioni misteriose si avvicendano per casa, ed il rumore della neve pestata dai passi di qualcuno quando fuori, in realtà, non c’è nessuno. La cameriera Kreszenz Rieger è distrutta dal terrore, è maledettamente sicura di aver visto un fantasma in soffitta. Così sul finire del 1921 fa le valigie in fretta e furia, ringrazia Andreas per come l’ha tratta in questi anni – evidentemente, almeno con lei, si è sempre comportato egregiamente – e se ne va per sempre. Nonostante lo spiacevole evento, l’inverno scorre tranquillo.

Fino al marzo del 1922.

Un giorno di marzo del 1922 il pastore Hass della vicina missione, trova nel confessionale della chiesa una busta contenente 700 marchi d’oro, donati da Viktoria Gabriel. Hass ovviamente è felice per il gesto, ma qualcuno si chiede cosa abbia spinto la donna a questa opera caritatevole. Forse, si dirà poi, ha qualcosa in comune con quanto accadrà poche settimane dopo.

 

 

La notte tra il 29 ed il 30 marzo nevica molto, e la mattina seguente Andreas fa un giro della proprietà per assicurarsi che non ci siano stati danni provocati dalla neve. Sembra tutto a posto, quando qualcosa attira la sua attenzione: delle impronte. Impronte fresche, nitide, provengono dalla foresta e si aggirano intorno alla fattoria. Andreas è un uomo pratico, così segue le orme per capire da dove provengono; si addentra nel bosco, supera decine di alberi e poi più nulla.

Le tracce svaniscono così, all’improvviso.

Qualcosa non quadra, e l’uomo decide di tornare indietro e vedere se è stato rubato qualcosa: scopre che la serratura del garage è stata forzata. Attraverso questa struttura si ha accesso alle dimore, ma non alla stalla o al granaio. Altre tracce di un ingresso notturno si trovano nei pressi della stanza del generatore anche se, in effetti, non è stato rubato nulla. Andreas chiede ad un suo amico agricoltore, Kaspar Stegmair, se durante la notte ha notato qualcosa di strano, ma questi nega.

 

Hinterkaifeck

 

La notte tra il  30 ed il 31 marzo Andreas non riesce a prendere sonno, è troppo turbato da quello che ha visto. Non riesce a spiegarsi le impronte e si chiede perché, se qualcuno è entrato davvero in casa loro, non abbia provato a rubare qualcosa. Mentre è a letto sente dei passi in soffitta, e sveglia la moglie preoccupato. Cäzilia non ha sentito niente, ed imputa il tutto ad una semplice suggestione del marito dettata dagli accadimenti della mattina. Andreas non è convinto, ed imbraccia il suo fucile alla ricerca dell’estraneo che turba la serenità della sua casa. Perquisisce la fattoria in lungo e in largo, resta sveglio tutta la notte, ma alla fine deve arrendersi all’evidenza: a parte i Gruber, nel raggio di qualche centinaio di metri, non c’è nessun altro.

La mattina del 31 Andreas fa un nuovo sopralluogo, e rimane impietrito dinanzi ad un giornale semisepolto dalla neve. Nessuno ha chiesto di ricevere un quotidiano, così l’uomo interroga a tal proposito il postino del paese, Josef Mayer, chiedendogli il perché di quella consegna. Josef, però, non ha mai consegnato alcun giornale alla fattoria Hinterkaifeck.

C’è qualcosa che non torna. Qualcosa di inquietante.

Andreas è convinto che insieme alla sua famiglia ci sia qualcuno che vive segretamente nella fattoria. Forse in soffitta, forse nel bosco. Ma c’è, da qualche parte deve esserci. Andreas ne è sicuro. E ne sarà ancora più sicuro quando poche ore dopo scoprirà che qualcuno ha rubato le chiavi del suo scrittoio, che non verranno mai più ritrovate.

Nel pomeriggio si presenta alla porta di casa la nuova cameriera, Maria Baumgartner, 44 anni, pronta a smorzare l’aria carica di tensione che si respira nella proprietà.

 

Hinterkaifeck

 

Il 1° aprile la maestra di Cäzilia nota l’assenza della piccola – come già scritto, Andreas Gruber viene immaginato in paese come un uomo molto violento – ma non da’ troppo peso alla cosa. La sera, il falegname Michael Plöckl passa lungo la strada nei pressi di Hinterkaifeck, e qualcuno dalla fattoria gli punta la luce di una torcia elettrica, accecandolo per qualche secondo. Michael resta incuriosito dall’accaduto, e da’ un’occhiata fugace alla proprietà: sembra tutto in ordine, ed il fumo sbuffa sonnacchioso dal camino ad incorniciare, probabilmente, una bucolica serata in famiglia. L’uomo pensa che probabilmente è stato illuminato dalla torcia di Andreas, che in un primo momento non aveva capito chi fosse. Michael, così come era arrivato, si allontana per la sua strada.

La domenica del 2 aprile le donne Gruber non si presentano come di consueto in chiesa, e la cosa non passa inosservata.

Il 3 aprile il postino Josef consegna regolarmente la posta alla fattoria, ma alcuni particolari lo mettono in allerta.

Ho lasciato la posta, come faccio sempre, sul davanzale della cucina. Ho notato che il passeggino non era in cucina, dove lo vedevo di solito, e la porta era socchiusa. – Josef Mayer

Il 4 aprile, alle 9 del mattino, il meccanico Albert Hofner giunge a Hinterkaifeck per riparare la guarnizione della testata del trattore dei Gruber, ma non trova nessuno ad accoglierlo. Il cancello principale è chiuso, così gira intorno alla fattoria, sperando che quello sul retro sia aperto. Chiuso anche quello. La dimora sembra vuota, e questo è strano, perché almeno la signora Cäzilia dovrebbe essere lì, così guarda attraverso le finestre. Tutto è immobile, finché il cane, Spitz, non abbaia dall’interno della casa e le mucche non muggiscono dalla stalla. Albert aspetta un’oretta sotto un melo, a pochi metri dalla casa, e tenta un paio di volte di farsi udire da qualcuno, fischiando.

Stufo di aspettare si avvia verso l’edificio a nord della proprietà, e lì si appresta a riparare il motore. Il lavoro lo impegna per circa quattro ore, ed anche durante questo tempo ha provato a farsi sentire cantando e fischiando. Alla fine accende anche il motore al massimo, ma nessuno sembra accorgersi di niente. Messo a posto il trattore, si avvia di nuovo verso la casa, per comunicare il buon esito della riparazione. Si rende conto però che ora la porta del fienile è completamente spalancata e che il cane, che prima era chiaramente in casa, è ora legato all’esterno; ha una vistosa ferita ad un occhio, e sembra molto più aggressivo del solito. L’uomo si allontana così dalla fattoria nel primo pomeriggio. Lungo la strada incontra Victoria e Maria, le figlie di Lorenz Schlittenbauer – il padre di Josef, avuto da una relazione con Viktoria – e le informa che il motore è stato riparato, ma nella fattoria non sembra esserci anima viva. Lorenz viene a conoscenza del fatto e, preoccupato, manda sulla strada di Hinterkaifeck i due figli, JohannJosef Dick (compagno di scuola di Cäzilia), per incontrare chiunque torni al podere. Non torna nessuno. Lorenz si convince che qualcosa di terribile sia accaduto ai Gruber, ed insieme ai figli e ai vicini Michael Pöll e Jakob Sigl decide di investigare alla fattoria. Mentre i ragazzi restano in cortile, i tre uomini entrano attraverso l’ex sala generatori all’interno della stalla.

Qui trovano quattro cadaveri.

 

Hinterkaifeck

 

I corpi sono gettati alla rinfusa uno sopra l’altro, in mezzo alla paglia. Poco distante, il cane abbaia ferocemente. Sporco di sangue, giace a terra un piccone.

Lorenz riesce ad entrare in casa, aprendo la porta chiusa a chiave a Michael e Jakob. Nella stanza della servitù giace il corpo senza vita della cameriera, e nella camera da letto quello del piccolo Josef. Michael e Jakob si allontanano per avvertire la polizia portandosi i figli di Lorenz, che resta in attesa in casa. Da solo, circondato dal puzzo dei cadaveri in decomposizione.

Alle 18:00 il sindaco Greger, con un poliziotto di Hovenwart, giunge sul luogo della strage. Alle 21:30, dopo i primi sopralluoghi effettuati dalla polizia locale, arrivano sei ufficiali inviati da Monaco ad indagare sul caso. Tutte le vittime sono state uccise con un piccone, di proprietà dei Gruber.

Si tratta di una delle mattanze più brutali della storia.

 

Hinterkaifeck

 

Dopo gli interrogatori e l’autopsia, sabato 8 marzo i sei corpi vengono finalmente sepolti a Waidhofen.

Dopo che la corte ha approvato l’autopsia sui sei corpi, si sono svolti sabato i funerali. Numerosa ed addolorata era la folla accorsa, che ha voluto tributare alle vittime il suo ultimo saluto. Dai paesi vicini e non 3.000 persone sono giunte. Si è trattato di uno spettacolo disarmante, con le sei bare accompagnate dai ragazzi della scuola. Il Reverendo P. Haas, dopo la benedizione delle salme all’ingresso sud del cimitero, ha visto seppellire i corpi in una fossa comune, i quattro adulti a destra e i due bambini a sinistra. Haas ha citato il racconto biblico di Caino e Abele, definendo l’omicidio un atto terribile agli occhi di nostro Signore, e chiedendosi come un uomo con anche solo una scintilla di fede in Dio nel cuore possa perpetrare un così orribile delitto, reso ancora più grottesco dall’omicidio di bambini innocenti. – Articolo del settimanale Schrobenhausener, 11 marzo 1922

La fattoria Hinterkaifeck viene demolita, per ordine del tribunale, nel 1923. Al suo posto si trova poco distante una lapide a commemorare l’accaduto.

 

Bare delle vittime del massacro di Hinterkaifeck

 

Ma cos’è successo realmente a Hinterkaifeck?

Il 30 marzo le vittime vengono attirate nella stalla in qualche modo, ed uccise una dopo l’altra. La prima è la signora Cäzilia, seguita da Andreas, Viktoria e dalla piccola Cäzilia. I loro corpi vengono trovati accatastati l’uno sopra l’altro. In una mano della bambina vengono ritrovate ciocche dei suoi stessi capelli, come se se li fosse strappati da sola. Dopo le prime quattro vittime, l’omicida si è spostato in casa, uccidendo la cameriera Maria ed infine Josef. Drammaticamente, l’assassino è rimasto nella fattoria per almeno altri due giorni, dormendo beatamente nel letto della coppia e mangiando i pasti seduto a tavola; ha anche acceso il camino per riscaldarsi – il fumo visto da Michael Plöckl era del fuoco acceso dal killer – ed ha regolarmente sfamato e munto le mucche.

Ma non c’è fine all’orrore.

Quando il meccanico Albert Hofner giunge a Hinterkaifeck per riparare il motore, trova il cane prima chiuso in casa, poi legato fuori. Questo significa che l’omicida è in casa per tutto il tempo in cui Albert lavora nella proprietà, e che lega il cane fuori poco prima che questi ritorni a controllare la struttura. Quando infine vengono ritrovati i corpi, il cane è legato nella stalla, segno che l’assassino è ancora in giro per la proprietà fino a poche ore dalla macabra scoperta. Per tutto questo tempo è rimasto lì, in casa, come se nulla fosse successo.

Ma chi può essere stato?

La polizia di Monaco ha alcune teorie su chi sia il killer, ed interroga i sospettati.

Il più importante è Lorenz Schlittenbauer, che per anni ha intrecciato una relazione con Viktoria Gabriel, avendo da lei anche un figlio. Non si è trattata però di una semplice scappatella: Lorenz voleva sposare Viktoria, ma Andreas si è sempre opposto ferocemente all’unione. Potrebbe quindi trattarsi di un delitto dettato dall’odio di Lorenz per Andreas, ma gli investigatori, nonostante questi si contraddica in molti punti durante gli interrogatori, non trovano prove a suo carico.

Un altro sospettato è Karl Gabriel, marito di Viktoria, ritenuto ucciso durante la Prima Guerra Mondiale. Il suo corpo sui campi di battaglia non è mai stato trovato, e potrebbe così essere tornato a Hinterkaifeck. Saputo del piccolo Josef – che non può essere assolutamente figlio suo – potrebbe in impeto di follia aver sterminato la famiglia perché sentitosi tradito dalla donna che ama. Non ci sono prove, però, che Karl sia sopravvissuto alla Grande Guerra.

Possibile assassino è Josef Bartl. Josef è un uomo malato di mente che nel 1919 rapina la famiglia AdlerEbenhausen, un paese non molto distante da Gröbern. Poco tempo dopo fugge da un ospedale psichiatrico distante circa 70 chilometri dalla fattoria. È possibile che abbia tentato una nuova rapina ai Gruber, sfociata nel sangue; secondo il Pubblico Ministero, solo un uomo pazzo come Bartl può aver pensato di vivere nella casa delle sue vittime tranquillamente. Josef sembra il candidato perfetto, ma gli indizi a suo carico sono scarsi, e l’indagine non arriva lontano.

Forse si è trattato di una rapina organizzata da qualcun altro. La fattoria è in una posizione strategica, abbandonata a sé stessa e incorniciata da una strada non molto trafficata: il luogo perfetto per un furto. Dopo il ritrovamento dei corpi, in casa non sono state trovate che poche banconote, forse la maggior parte è stata sottratta dal malvivente; Andreas trova una serratura scassinata prima del massacro, quindi probabilmente qualcuno ha provato – o è riuscito – ad introdursi nell’abitazione; lo stesso Andreas sente di notte dei passi che si muovono in soffitta, e forse sono gli stessi che aveva sentito anche la vecchia cameriera Kreszenz, segno che probabilmente qualcuno dimora nascosto da qualche parte in casa. I Gruber non sono gente ricca, ma hanno monete, titoli di guerra, materiali da costruzione e per l’agricoltura: perché il ladro non si è impossessato di questi oggetti di valore? Eppure il tempo a disposizione c’era.

Vengono incriminati dell’omicidio due cestai, Paul e Ludwing Blunder, visti girare intorno alla fattoria nei giorni successivi alla strage. Il giorno della scoperta dei corpi viene perpetrata una rapina nella zona di Pobenhausen, poco distante dalla fattoria, e Ludwing viene accusato del fatto. I due fratelli potrebbero aver ucciso i Gruber ed essere scappati a Pobenhausen, dove hanno immediatamente ricominciato a rubare. Non ci sono però prove a loro carico per gli omicidi.

Altro sospettato è il soldato Fritz Negendank, della Legione Straniera. Durante gli interrogatori, si scopre che Fritz conosce molto bene Hinterkaifeck, e sembra non dire tutta la verità. La mancanza di un movente, e la scoperta di un solido alibi per i giorni del massacro, sembrano però scagionarlo da ogni accusa.

Affascinante ipotesi è quella che vede Hinterkaifeck come un arsenale militare segreto. Alcune voci insistenti a Gröbern suggeriscono agli ispettori che nella fattoria siano stoccati i pezzi ancora imballati di due caccia tedeschi Fokker D.III. Si dice anche che vi siano armi perfettamente funzionanti, e che numerosi viandanti sono pronti a giurare di aver sentito rumori di aerei provenire dalla struttura. È possibile che Andreas abbia rubato dei piani di guerra al Reich e che questi abbia inviato un tenente e due sergenti a recuperarli, anche con l’uso della violenza: una divisa da tenente è stata effettivamente ritrovata in casa. Non ci si spiega però perché i tre assassini abbiano passato più di due giorni nella fattoria, se il loro obiettivo era solo recuperare i documenti e scappare.

Ultima teoria è quella che vede protagonista un poltergeist particolarmente violento, che stermina la famiglia Gruber a colpi di piccone. Siete liberi di crederci, ma gli atteggiamenti troppo umani dell’assassino – accendere il fuoco, mangiare, mungere le mucche – scartano facilmente questa ipotesi fantasiosa.

 

Pietra miliare in ricordo del massacro di Hinterkaifeck

 

Hinterkaifeck è uno dei più grandi misteri della storia, reso ancora più grottesco dal modo in cui si è evoluto. Di certo si sa solo che ci sono sei cadaveri, sei innocenti, gettati in una fossa comune e dimenticati da tutti.

Questa è la realtà.


Chi c'è dietro il mistero del massacro di Hinterkaifeck?

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Caroline Christine Walter – Il mistero della tomba

Il mistero di oggi racconta una storia triste, ma che infonde certamente tenerezza. Narra di una bella ragazza, della sua dolorosa morte, e di un misterioso gesto d’amore che si ripete da anni. Questa è la storia di Caroline Christine Walter, e dei fiori depositati sulla sua tomba da quasi due secoli.

Nel 1850 nasce in Germania, sorvegliata dagli occhietti trepidanti della sua sorella maggiore Selma, la piccola Caroline Christine. Purtroppo, poco tempo dopo, i suoi genitori muoiono, e le sorelle vengono affidate alle cure amorevoli della nonna, che abita a Freiburg. Caroline cresce sana e forte, e la sua bellezza diviene oggetto di dispute tra i ragazzini, mentre i suoi lunghi capelli, raccolti in grandi boccoli, spezzano il cuore ad una moltitudine di ammiratori. Quando ha 16 anni, la sorella Selma si sposa e Caroline va a vivere a casa sua. La felicità sembra non abbandonarla mai: ora ha una nuova famiglia che si prende cura di lei ed è stata baciata di una bellezza semplice ed ingenua, quale sa essere solo quella adolescenziale.

Purtroppo, come in una fiaba macabra, poco dopo il suo diciassettesimo compleanno, si ammala di tubercolosi, morendo nel giro di poche settimane, sul cominciar dell’estate.

La sorella Selma è devastata. Dopo i genitori ha perso un’altra delle persone che ama di più al mondo, e non riesce ad accettarlo. Se non può riportare indietro dalla morte la sua amata Caroline, farà in modo che il suo ricordo non svanisca mai, così come mai sfiorirà la sua bellezza. Selma contatta un abile scultore, che riesce ad immortalare per sempre la dolcezza della ragazza, creando un’impressionante statua tombale identica a Caroline sia nelle misure che nelle fattezze.

 

Caroline Christine Walter

 

La salma viene inumata nel 1867 nel cimitero di Alter Friedhof, un luogo di pace e tranquillità, incorniciato da alberi accarezzati dal vento tiepido. Caroline viene così scolpita con la testa su una spalla, a letto, addormentata con ancora il libro che stava leggendo tra le mani.

Poche settimane dopo la triste dipartita, Selma comincia a notare che qualcuno lascia un fiore sulla tomba della sorella. Selma cerca informazioni, vorrebbe scoprire chi è l’autore di questo gesto, alla ricerca di qualcuno che stia soffrendo quanto lei per la perdita di Caroline, ma invano. Né il custode del cimitero, né gli abitanti di Freiburg sanno chi possa essere il misterioso devoto.

Passano così gli anni.

E i decenni.

E i secoli.

Dopo quasi 200 anni, ogni giorno, un fiore fresco viene posato sul volto di Caroline.

 

 

La leggenda narra che la figura misteriosa sia un professore di Caroline, follemente innamorato di lei. Negli anni avrebbe portato nel cuore il dolore per la perdita della ragazza esternandolo così; alla sua morte avrebbe lasciato precise istruzioni ai suoi figli, che hanno fatto altrettanto con i propri. Così il gesto d’amore di un uomo sopravvive anche alla morte, fino ad oggi.

Adombrati da silenti alberi, sulla tomba di Caroline si affaccia oramai solo un flebile raggio di sole.

Sufficiente a rischiarare il suo sorriso, nascosto tra il profumo dei fiori freschi.


Chi deposita ogni giorno da due secoli fiori freschi sulla tomba di Caroline Christine Walter?

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Il mistero del faro delle Isole Flannan – Eilan More

Una luce strappa la notte ogni trenta secondi, poi di nuovo il nulla. La storia di oggi narra di uno dei più misteriosi racconti del mare, al pari di quello della Mary Celeste, che ha come sfondo un’isola abbandonata a sé stessa e della scomparsa dei tre uomini che hanno il compito di gestirne il faro: questa è la storia del mistero del faro delle Isole Flannan.

I fari ai giorni nostri, ma sopratutto in quelli addietro, sono sempre stati ammantati da un alone di affascinante solitudine. Non dobbiamo pensare a quelli di oggi, completamente automatizzati, che sono sì belli da vedere ma si riducono, non molto poeticamente, a poco più che cemento e circuiti. Per entrare appieno nella nostra storia dobbiamo invece volgere la fantasia a quelli di una volta, che rappresentavano l’unica luce nel buio dei marinai per sfuggire alle gelide mani della morte liquida che scorreva sotto di loro. Lo sa bene Dylan Dog, nell’albo 251 Il guardiano del faro, e ne comprende appieno l’essenza Booker DeWitt in Bioshock Infinite, il faro è molto di più di quello che sembra: è qualcosa di vivo, di cui aver rispetto e, sopratutto, timore.

 

Dylan Dog 251 - Il guardiano del faro

 

Le Isole Flannan, conosciute anche come Seven Hunters (I Sette Cacciatori) o Na h-Eileanan Flannach in gaelico, sono un gruppo di sette isolotti al largo della costa scozzese, nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico. La loro storia inizia nel 1600, quando il Vescovo Flann decide dopo anni di predicazione di ritirarvisi in solitudine, con solo i gabbiani e le onde del mare a fargli compagnia, e si conclude una decina d’anni più tardi, quando l’uomo muore lasciando come unico segno del suo passaggio una modesta cappella. Negli anni che seguono nuove rotte commerciali navali spingono sempre più commercianti a tentare la sorte dell’oceano burrascoso delle Flannan, e molti marinai purtroppo trovano la morte tra i suoi scogli. Preoccupati del crescente numero di vittime del mare in tempesta, nel 1895 la Northern Lighthouse Board (Sovrintendenza Settentrionale dei Fari) decide di avviare la costruzione di un grande faro, poco distante dalla cappella di Flannan, sull’isolotto principale: Eilean Mor.

 

 

L’edificazione della struttura si rivela più complessa del previsto, e tra le enormi difficoltà dovute in larga parte alle condizioni meteorologiche, alla fine viene completata nel 1899. I faristi, scelti con meticolosa attenzione dalla Northern Lighthouses Board, devono essere di comprovata caratura morale, dai nervi saldi, in grado di adattarsi ad ogni situazione e che, ovviamente, sappiano sopportare a lungo la solitudine. Alla fine la scelta ricade su quattro uomini:

  • James Ducat, il capo guardiano, con un’esperienza ventennale come farista
  • Thomas Marshall, marinaio di lungo corso
  • Donald McArthur, farista occasionale, anche lui marinaio di grande esperienza
  • Joseph Moore, con un passato da guardiano di fari

La Northern Lighthouses Board impone una serie di regole molto ferree, data la natura delicata del lavoro, ma consente ai quattro guardiani di gestirsi con una certa autonomia: sull’isola, in ogni momento, devono necessariamente esserci almeno tre faristi, e gli uomini si accordano per turni di sei settimane a Eilean Mor e due di riposo sulla terraferma. Definiti gli accordi e rifornita la struttura, il 7 dicembre 1899 il faro delle Isole Flannan viene finalmente inaugurato, e la sua calda luce squarcia le tenebre dell’atollo scozzese.

Eravamo ormai soli, la nave era tornata in Scozia. Quella notte accendemmo la grande lampada per la prima volta.

Fu un’emozione indescrivibile! Qualcosa di invisibile sembrava legarci a quanti erano sul mare. Sapevamo bene cosa significhi per un marinaio vedere una luce amica, che indica la rotta sicura.

C’era qualcosa di strano nell’aria. Niente di terribile o spaventoso, per carità, solo uno strano silenzio in mezzo al fragore del mare, una pace che noi non riuscivamo a comprendere. – Joseph Moore racconta la sua prima notte al faro

La nave incaricata di rifornire la struttura è la Hesperus, che ogni 15 giorni circa sbarca all’unico approdo dell’isola portando con sé giornali, viveri, beni di prima necessità ed un turnista pronto a prendere il posto di uno dei faristi. Non sempre il mare è clemente, e così la nave è costretta a rimandare spesso il suo viaggio, ma gli uomini sull’isola sono stati temprati dall’acqua di centinaia di mari, e sopportano facilmente i lunghi giorni tutti uguali. Il tempo passa, e ci ritroviamo al 6 dicembre 1900, quando al faro giunge Ducat, pronto a prendere il posto di Moore. Questi si allontana sulla nave e saluta i suoi colleghi, che diventano un puntino nel blu, per poi scomparire nel nulla.

Non li rivedrà mai più.

 

Cappella Isole Flaggan

 

La scoperta

La SS Archtor è un vascello a vapore inglese, guidato dall’esperto comandante Thomas John Holman, che transita in prossimità delle Isole Flannan il 15 dicembre 1900. La visibilità non è ottimale, ma più che del buio della notte, Holman è preoccupato per qualcosa che non c’é. La luce del faro. La sentinella dell’Archtor resta immobile a fissare il nulla, in attesa di due piccoli bagliori, ma attende invano; il faro è spento. Holman, giunto sulla terraferma due giorni dopo, comunica alla guardia costiera che la struttura di Ellian Mor non è in funzione, ma purtroppo per lui le autorità hanno altro a cui pensare: l’Archtor si è appena arenata sulla Carphie Rock, vicino Anstruther, Scozia, ed Holman deve rispondere dell’incidente davanti al giudice – per la cronaca, il capitano verrà ritenuto responsabile dell’accaduto per incuria, ma data la sua condotta precedente verrà soltanto ammonito verbalmente. La Northern Lighthouses Board non viene a conoscenza della segnalazione – o non vuole intervenire –  e la sorte del faro viene accantonata fino al prossimo viaggio della Hesperus, programmato per il 21 dicembre. Un vento forte ed una burrasca impietosa costringono la nave a rimandare di molto il viaggio d’approvvigionamento, che avviene finalmente solo il 26 dicembre, il giorno di Santo Stefano.

La Hesperus si avvicina al porticciolo, e sin da subito uno strano, brutto presentimento affiora lungo la schiena di Moore: solitamente i faristi sono molto impazienti di rivedere un loro compagno tornare, e facce nuove con cui scambiare almeno quattro chiacchiere prima di tornare alla monotonia del faro, ma quel giorno sulla banchina non c’è nessuno. Solo il vento che sibila tra gli scogli.

 

Eilian Mor - Attracchi

 

Il capitano Jim Harvie allora suona la sirena della nave, sperando in una risposta; forse i faristi non si sono accorti del vascello, e sono occupati nella manutenzione della struttura. Gli uomini dell’equipaggio restano con le orecchie aperte, corde di violino tese fino alla rottura, ma dall’isola non c’è risposta. Senza nessuno a raccogliere la cima dall’isola, l’attracco diviene particolarmente difficoltoso, ma in qualche modo alla fine la Hesperus riesce a gettare l’ancora.

Moore corre incontro al faro, che lo fissa silente come l’imponente simulacro di un dio oramai morto, e grida a squarciagola il nome dei suoi compagni.

Silenzio.

Apre in fretta il portone, scappa da una stanza all’altra, ma dei suoi amici non c’è traccia. Tutto è così familiare, al suo posto, immobile, e questo non fa altro che accrescere l’orrore. Solo una sedia è capovolta, come se chi ci fosse seduto sopra si fosse alzato all’improvviso e sia corso via. Negli armadietti mancano due impermeabili, mentre il terzo è ancora al suo posto (in base al protocollo i faristi devono sempre indossare gli impermeabili quando escono dalla struttura). Moore non sa cosa fare, si affaccia dalla balaustra della lampada per scrutare l’isola, ma non c’è anima viva. Raccoglie così il diario, che i quattro avevano deciso di compilare per registrare il loro lavoro e ritagliarsi un piccolo angolo di normalità in quell’ambiente così alieno, asettico, e non riesce a capacitarsi di quanto legge.

12 dicembre

Vento di tempesta da Nord-NordOvest. Mare in tempesta. Non ho mai visto nulla di simile. Onde altissime lambiscono il faro. Tutto in ordine. James Ducat è nervoso.

Ore 21:00. La tempesta infuria ancora, vento incessante. Siamo bloccati qui dentro. Nave di passaggio suona la sirena. Si potevano scorgere le luci delle cabine. Ducat tranquillo, McArthur piange.

13 dicembre

La tempesta è continuata per tutta la notte. Vento da Ovest a Nord. Ducat è tranquillo. McArthur sta pregando.

Ore 12:00. Mezzogiorno, una giornata grigia. Io, Ducat e McArthur abbiamo pregato.

15 dicembre

Il temporale è cessato. Il mare è calmo. Dio veglia su tutto.

Moore e McCormack, l’altro uomo sbarcato con lui sull’isola a cercare i faristi, tornano alla nave dal capitano Harvie ed affranti non possono che constatare che i tre guardiani sono scomparsi nel nulla. Harvie ordina che Moore prenda due membri dell’equipaggio con sé per attivare il faro, mentre lui tornerà sulla terraferma ad informare le autorità.

Un terribile incidente è avvenuto alle Flannan. I tre guardiani del faro, Ducat, Marshall ed il farista occasionale sono scomparsi dall’isola. Al nostro arrivo questa mattina non è stato trovato alcun segno di vita sull’atollo. Abbiamo sparato un razzetto ma, non essendoci alcuna risposta, ho inviato Moore, che è giunto alla struttura senza trovarvi i faristi. Gli orologi fermi ed altri indizi suggeriscono che l’incidente sia accaduto circa una settimana fa. Quei pover’uomini devono essersi schiantati sulla scogliera o sono affogati tentando di assicurare una gru o qualcosa del genere. La notte stava scendendo, e non potevamo permetterci di attendere oltre il destino dei tre guardiani. Ho lasciato Moore, MacDonald, Buoymaster ed altri due marinai sull’isola per provvedere al faro finché non organizzerete nuovi approvvigionamenti. Non tornerò ad Oban fino a vostro ordine. Ho lasciato questa disposizione a Muirhead nell’eventualità non siate in casa. Rimarrò nell’ufficio del telegrafo stanotte, fino all’ora di chiusura, se vorrete contattarmi.

Il capitano della Hesperus. – Telegramma del capitano Harvie alla Northern Lighthouse Board, 26 dicembre 1900

Mentre Harvie contatta la Northern Lighthouses Board in Scozia, Moore e gli altri quattro uomini con lui tentano di ricostruire l’accaduto. Il diario dimostra che fino all’ora di pranzo del 15 dicembre tutto era più o meno tornato alla normalità dopo la violenta tempesta dei giorni precedenti, pertanto qualsiasi cosa sia accaduta deve essere avvenuta probabilmente quel pomeriggio stesso.

 

Eilean Mor

 

L’inchiesta

Il 29 dicembre sbarca sull’isola il sovrintendente Robert Muirhead, che si occupa ufficialmente del caso. La zona Est dell’isola è intatta, mentre quella Ovest mostra i segni violenti del passaggio di una terribile tempesta. Una cassa è andata completamente distrutta, ed il suo contenuto è sparso in giro; alcuni tratti delle rotaie che portano al faro sono stati scardinati dal cemento, ed un masso di oltre una tonnellata vi si è schiantato in mezzo mentre un argano ha una cima strappata che penzola aggrovigliata 10 metri più sotto. È impossibile che i faristi non si siano accorti di tutti questi danni, e dato che il diario si ferma al mattino del 15 dicembre, è probabile che siano stati provocati intorno all’ora di pranzo dello stesso giorno.

Muirhead, dopo aver interrogato Moore ed ispezionato da cima a fondo l’isola, arriva a compilare il rapporto, che almeno legalmente mette la parola fine alla storia.

Dalle prove da me raccolte sono soddisfatto nel dichiarare che i tre uomini erano al lavoro nell’immediato dopo pranzo di sabato 15 dicembre, quando sono scesi per assicurare una cassa sostenuta da cime per l’ormeggio, cime da sbarco, eccetera, fissata ad una fenditura della roccia a 34 metri sul livello del mare, e che un’onda immensa ha colpito lo scoglio, li ha inghiottiti e con una forza devastante li ha spazzati via. – Conclusioni di Muirhead sul caso delle Isole Flannan

Nonostante la spiegazione di Muirhead, le famiglie dei faristi non accettano la morte dei propri cari: Ducat lascia una moglie e quattro bambini, e McArthur una moglie e due bambini, che non hanno nessuna intenzione di crederli affogati nel bel mezzo dell’oceano, a centinaia di chilometri da casa.

 

Eilean Mor

 

Teorie alternative

Le teorie sulla sorte dei tre guardiani del faro sono molteplici, ma nessuna è realmente riuscita a spiegarne la fine; inoltre vi sono diverse storie che alimentano dettagli completamente errati, come ad esempio la famosa ballata del 1912 Flannan Isle.

Così, come ci siamo lanciati alla porta,

abbiamo visto solo una tavola imbandita

per la cena, con carne, formaggio e pane;

ma tutto è integro; e nessuno c’è,

come se, appena sedutisi a mangiare,

o anche ad assaggiare,

l’allarme era scattato, ed in fretta si sono alzati

ed hanno lasciato il pane e la carne,

ed a capotavola una sedia

rovesciata sul pavimento. – Estratto dalla ballata Flannan Isle di Wilfrid Wilson Gibson

Moore, infatti, è esplicito su questo punto.

Gli utensili da cucina erano tutti in ordine e lucidati, segno che quando sono spariti doveva essere già passata l’ora di pranzo. – Joseph Moore

Le teorie, come dicevamo, sono molte, ma le più plausibili sono le seguenti.

Una, avanzata nel 1955, fa notare come Eilean Mor sia sede di un’intensa attività geologica. Nello specifico, un’immensa grotta sotterranea raccoglie l’acqua dell’alta marea ma, durante le forti tempeste, esplode in un’enorme fiotto liquido verso la superficie. Vedendo dal faro in lontananza alcune onde pronte ad abbattersi sull’isola, McArthur sarebbe corso via – ecco il perché della sedia ribaltata e del terzo impermeabile ancora al suo posto –  ad avvertire i colleghi che si trovavano all’esterno. La mareggiata avrebbe colto tutti all’improvviso, scaraventandoli via. Questa teoria però non spiega perché, una volta giunto sull’isola, Moore abbia trovato le porte ed il cancello chiusi, poiché se McArthur aveva davvero così urgenza di scappare fuori dal faro senza l’impermeabile di protezione, è illogico pensare che abbia avuto l’accortezza di chiudersi le porte alle spalle.

Alcuni credono che uno dei tre uomini abbia ucciso gli altri in un impeto di follia, e ne abbia gettato i corpi in mare. Distrutto dal rimorso, si sarebbe poi lasciato cadere tra i flutti. Questa teoria è interessante, e spiega molti punti oscuri, ma i tre guardiani del faro erano uomini di alta moralità e nervi d’acciaio, e nessuno di loro aveva lamentato crisi psichiche prima.

Qualcuno specula che i tre siano stati rapiti dagli alieni ma, come altre storie che abbiamo raccontato qui sulla Bottega del Mistero, questa ipotesi lascia un po’ il tempo che trova.

Altra teoria è quella che ha come protagonista un fantomatico mostro degli abissi, plausibilmente un enorme serpente di mare, giunto sull’isola per banchettare con i poveri faristi. Anche qui, se volete crederci siete liberi di farlo.

L’ultima teoria è quella più affascinante, e narra di uno spirito locale, il Fantasma dei Sette Cacciatori, che recluta le proprie vittime tra le isole del Nord della Scozia. Il 15 dicembre avrebbe fatto visita a Eilan Mor per rapire i tre uomini tra le sue fila.

Il mistero, dopo oltre cento anni, resta immutato.


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Polybius

Polybius è un videogioco arcade protagonista di quella che è forse una leggenda metropolitana, capace di provocare incubi, tremori, epilessie e persino perdita di memorie agli incauti giocatori che si avventurano tra i suoi livelli.

Il gioco viene rilasciato nel 1981 e spopola letteralmente nelle sale giochi degli Stati Uniti: ogni giorno centinaia di ragazzi fanno a gara per garantirsi un posto davanti allo schermo del cabinato, e non è raro trovare i più accaniti di questi in mezzo a vere e proprie risse per vedere i propri spiccioli mangiati dal videogame. La storia racconta che il cabinato fa la sua prima apparizione a Portland, Oregon, USA, dove diviene ben presto celebre tra i giovani del luogo. Il gioco è molto divertente, col suo ritmo veloce e frenetico. Ogni tanto la lunga coda di ragazzi in attesa davanti allo schermo viene spezzata dall’arrivo di strani uomini in nero, che armeggiano con la macchina nell’intento di collezionare alcuni dati, forse per verificare gli effetti eccitatori del titolo. Amnesia, insonnia, stress, incubi notturni e forti cefalee sono solo alcuni dei sintomi dichiarati da chi ha provato il gioco almeno una volta, simili agli effetti di un’astinenza prolungata da droghe. Nelle schermate iniziali, inoltre, è possibile inserire un codice d’accesso, 35 34 31 54 12 24 45 43, che permette l’accesso a funzioni speciali in grado di provocare forti reazioni nei giocatori. Circa un mese dopo l’installazione, tutti i cabinati presenti saranno smantellati, senza lasciare alcuna traccia.

La prima fonte documentata di Polybius viene pubblicata dal sito Coinop.org il 3 agosto 1998, in cui il gioco viene descritto così:

È strano a guardarsi, sembra qualcosa di astratto, con un’azione frenetica e qualche sezione puzzle.

Nel 2011 un anonimo giura di aver riconosciuto un cabinato di Polybius “dal nome sulla fiancata di qualcosa che assomiglia ad un vecchio gioco di Pac-Man” in un magazzino nei pressi d Newport, Oregon, USA.

Attualmente sono in pochi a credere all’esistenza di Polybius, ma qualcuno sussurra sottovoce che si sia trattato di un esperimento di condizionamento mentale del governo degli Stati Uniti, pronto a raccogliere dati in previsione di un nuovo conflitto mondiale. La verità che si nasconde dietro la scritta all’inizio del gioco “(C) 1981 Sinneslöschen Inc” resta tuttora un mistero.

Insert coin.

 

 

Non esistono versioni ufficiali di Polybius in giro, ma è possibile comunque provare il gioco riprodotto da alcuni amatori sulla base delle dichiarazioni fatte da chi ha provato sulla propria pelle quello originale. Il sito di riferimento è quello di Sinnesloschen.

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I cinque bambini scomparsi della famiglia Sodder

Quanto dolore può sopportare una madre? Una madre che fino all’istante della sua morte non saprà mai la fine che hanno fatto i suoi figli. Questa è la storia della famiglia Sodder, e dei loro bambini misteriosamente scomparsi nel nulla durante un incendio.

Siamo a Fayetteville, una cittadina del West Virginia, USA, la notte della vigilia di Natale 1945. I Sodder sono una famiglia numerosa, di origini italiane, composta da George e Jennie ed i loro dieci figli, che vanno dai 3 ai 23 anni. Una grande famiglia organizzatissima, così composta:

  • papà George, trasportatore di carbone impiegato nelle miniere vicino Fayetteville
  • mamma Jennie, instancabile massaia
  • Joe, arruolato nell’esercito e non ancora tornato a casa
  • John, 23 anni, minatore
  • Marian, 17 anni, commessa
  • George Jr, 16 anni, minatore
  • Maurice, 14 anni
  • Martha, 12 anni
  • Louis, 9 anni (ne compirà 10 a Natale)
  • Jennie, 8 anni
  • Betty, 5 anni
  • Sylvia, 3 anni

In casa si respira aria di Natale, ma lì fuori è un brutto mondo, appena uscito dalla Seconda Guerra Mondiale, che ha lasciato dietro di sé una lunga scia di morte e devastazione. Non a Fayetteville, dove le miniere di carbone non si sono mai fermate, e hanno garantito alla popolazione della cittadina americana di sopravvivere più o meno indenne al progressivo imbrutirsi del conflitto. Certo, si tratta pur sempre di un lavoro massacrante, sottopagato, col rischio di morire come topi ogni giorno, ma è comunque un lavoro che George, con i due figli John e George Jr, esegue con perizia e dedizione.

Arriva finalmente la sera, e mentre il padre ed i figli maggiori non vorrebbero fare altro che buttarsi a letto, Marian ha portato ai fratellini un bel po’ di giocattoli, che ovviamente i piccoli Sodder accettano con grande entusiasmo. Alla fine mamma Jennie arriva ad un compresso: i bambini potranno restare alzati fino a tardi solo se poi metteranno tutto in ordine. Distrutti dai giochi finalmente anche loro si appisolano, e tutti possono andare a dormire, gettandosi lentamente tra le braccia di Morfeo.

Finché non squilla il telefono.

Poco dopo mezzanotte il telefono al pianterreno squilla febbrilmente. La signora Sodder scende a rispondere, e dall’altro capo del filo c’è una donna che chiede di un uomo che Jennie non conosce. Resta un po’ allibita, e spiega alla donna che probabilmente ha sbagliato numero. Per tutta risposta, dal telefono arriva una risata agghiacciante. Poi tutto tace. Solo uno stupido scherzo, pensa Jennie, e se ne torna a dormire.

Mentre fa per risalire, però, si accorge che le imposte non sono chiuse, e attraverso di esse nota che la luce all’ingresso è ancora accesa. Anche la porta non è chiusa a chiave. Va bene, è stata una giornata movimentata, probabilmente i bambini non hanno rimesso proprio tutto in ordine, ma è una cosa da niente. Imposte chiuse, luce spenta, porta sigillata, finalmente la signora Sodder può andarsene a letto serena. Poi, un rumore secco sul tetto.

Sembra come se qualcosa abbia colpito in pieno il tetto della casa e fosse rotolato giù, come se un uccello, un grosso uccello, ci sia sbattuto contro e fosse svenuto cadendo di sotto. Jennie resta qualche secondo immobile, con i sensi all’erta, ma non succede niente. Sarà stato di certo un brutto tiro del sonno che avanza, meglio tornarsene a dormire. Non è passato molto tempo, l’orologio segna 01:30, e la signora Sodder si risveglia di soprassalto. Sente un odore forte, pungente, acre, come qualcosa di bruciato.

La casa sta andando a fuoco.

Jennie sveglia il marito ed insieme radunano in fretta e furia i figli. John e George Jr sono i primi ad uscire fuori, seguiti da Marian con la piccola Sylvia in braccio, ed infine i genitori. George si rende subito conto che mancano all’appello cinque bambini, e le fiamme stanno divorando velocemente la casa.

Bisogna fare qualcosa, e farla in fretta.

George tenta di rientrare in casa, ma la porta principale è lambita dalle fiamme. Allora spacca un vetro al pian terreno, ferendosi al braccio, ma al di là del fumo tutto è in preda al fuoco, e non è possibile passarci attraverso. Prova a liberare la porta gettandoci sopra un barile d’acqua piovana, ma il freddo dell’inverno ha congelato tutto, rendendo ogni suo sforzo inutile. Il tempo scorre inesorabile. Il signor Sodder si ricorda di avere una scala lì vicino, e potrebbe usarla per salire direttamente al primo piano. Solo che la scala non c’è, è sparita nel nulla. Si aggrappa con tutte le sue forze ad un disperato tentativo di scalare la casa a mani nude, ma inutilmente. C’è ancora una cosa che potrebbe tentare: usare il camion che usa per il trasporto del carbone come base d’appoggio, ma la temperatura è troppo rigida, ed il furgone non ne vuole sapere di partire.

Marian intanto corre dai vicini per chiamare i vigili del fuoco, ma i pompieri hanno difficoltà a capire dove si trova la loro casa. Arrivano alle 08:00 del mattino, ma la casa si è sbriciolata tra le fiamme in meno di 45 minuti. Non c’è più niente da fare.

La polizia arriva sul luogo dell’incendio, ed in due ore conclude che sia stato scatenato da un corto circuito. George però non accetta questa ipotesi, perché l’impianto è stato rimesso a nuovo da poco, e quando le fiamme hanno cominciato a divampare le luci in casa erano ancora accese. Il filo del telefono, poi, è stato reciso di netto, per evitare di chiamare i soccorsi. Ma com’è possibile, se solo un’ora prima dell’incendio la signora Sodder ha risposto ad una telefonata?

I misteri, purtroppo, non si estinguono con l’incendio: i corpi dei cinque piccoli Sodder non si trovano da nessuna parte. Non possono essersi salvati, è impossibile. Ma se sono morti tra le fiamme i loro corpi dovrebbero essere lì, o almeno quello che ne resta. Invece niente, svaniti nel nulla.

La polizia non si occupa granché del caso, ed i bambini vengono dichiarati ufficialmente morti.

 

 

George e Jennie non credono alla storia dei corpi distrutti completamente dalle fiamme, e tentano di tutto per portare alla luce la realtà. Poco tempo dopo, un’altra casa vicino a quella dei Sodder va a fuoco, e tra le macerie vengono rinvenuti sette scheletri: per Jennie è la prova che sia impossibile che i loro bambini siano davvero morti nell’incendio.

Nel 1949 George, con una squadra di volontari, setaccia la sua proprietà palmo a palmo, rinvenendo pezzi di ossa umane ed organi. Analizzati in laboratorio, gli organi vengono etichettati come semplici fegati di manzo, gettati intorno alla casa dei Sodder per gettare discredito sulla polizia locale. Le ossa, invece, appartengono alle vertebre e a due piccoli pezzi della mano di un bambino. Un esperto afferma che potrebbero appartenere ad un individuo di 14 o 15 anni, più o meno dell’età di Maurice. Anni dopo un altro esperto forense dichiarerà che le ossa non presentano segni di bruciature ed appartengono ad un individuo tra i 16 ed i 22 anni. Probabilmente sono state sottratte dal vicino cimitero e nascoste nel terreno dei Sodder, ma non ci sono spiegazioni per un simile gesto.

Nel 1951 i Sodder comprano un enorme cartellone alle porte della città con le foto dei loro bambini scomparsi, offrendo un premio in denaro di $ 5.000 (una cifra davvero ragguardevole per l’epoca) per chiunque sia in grado di svelare il mistero. Qualche anno dopo, non ricevendo risposte utili alle indagini, il premio verrà alzato a $ 10.000, anche stavolta senza nessun riscontro.

 

Sodder

 

Avvistamenti

Un autista di autobus dichiara di aver visto nei pressi della casa dei Sodder delle palle di fuoco poco prima che l’incendio avvampasse. Le sue dichiarazioni verranno sostenute dal ritrovamento, la primavera successiva, di un piccolo guscio verde simile a quello utilizzato per la costruzione delle bombe al napalm.

Una donna giura di aver visto i cinque bambini scomparsi in un’auto che si allontanava dal luogo dell’incendio, mentre questo era in corso.

La proprietaria di un bar segnala di aver visto i piccoli Sodder la mattina dopo la loro scomparsa, nel suo locale a 50 miglia ad ovest di Fayetteville. I bambini, dopo aver fatto colazione, sarebbero saliti su un’auto con una targa della Florida.

Una donna dichiara di aver visto quattro dei cinque bambini nel suo hotel di Charleston, in South Carolina. Erano accompagnati da due uomini e due donne che le negano ferocemente di parlare con i piccoli. Il gruppo parlava in italiano e si fermò solo per la notte.

 

Sospetti

Uno strano individuo viene fermato per aver rubato la scala dal garage e probabilmente, con l’intenzione di tagliare i fili dell’elettricità per non farsi scoprire, ha tagliato per sbaglio i fili del telefono. La scala viene rinvenuta poco distante dalla casa dei Sodder, lungo l’argine di un fiume. L’uomo non verrà mai indagato, se non per furto. Nessuno verrà mai indagato di niente.

 

Teorie

La teoria più accreditata è che si sia trattato di un rapimento. In molti credono che a Fayetteville vi sia una vera e propria tratta dei bambini, sulla quale la polizia locale corrotta chiude un occhio. Un paio di mesi prima dell’incendio, un uomo di Fayetteville si presenta dai Sodder per vendergli una polizza sulla vita. Al rifiuto della coppia, l’individuo li mette in guardia: se non firmano la loro casa verrà data alle fiamme ed i loro bambini scompariranno nel nulla. Lo stesso uomo farà parte della commissione che dichiarerà l’incendio accidentale.

Alcuni investigatori fanno notare che il signor Sodder è attivo nel trasporto del carbone, un business che da sempre fa gola alla mafia. Molti pensano che sia stata la mafia a rapire i bambini e a trasferirli in Sicilia. Il cognome originale dei Sodder è in realtà l’italiano Soddu, presente sopratutto in Sardegna, ed una famiglia con lo stesso cognome abita a Cinisi, in provincia di Palermo, in Italia.

C’è la possibilità che i bambini siano realmente periti nell’incendio, ma è praticamente impossibile che il fuoco li abbia divorati completamente in meno di un’ora.

 

Il caso Louis Sodder

Nel 1967 un detective scrive un articolo sulla storia dei Sodder. Qualche mese dopo George e Jennie ricevono una foto nella loro cassetta postale: da un lato c’è il volto di un giovane, dalla fisionomia siciliana, e sul retro un messaggio scritto a mano.

Louis Sodder. I love brother Frankie. Ilil Boys. A90135

Probabilmente si tratta di uno scherzo di pessimo gusto, ma mamma e papà Sodder credono fermamente che quello ritratto nella foto sia davvero il loro piccolo Louis, oramai cresciuto. Viene assunto un investigatore privato che cerca di trovare l’origine della foto, ma di lui si perderanno le tracce. Un altro mistero che si va ad aggiungere a questa inquietante storia. Ad oggi l’identità dell’uomo nella foto è sconosciuta, così come il significato della frase. L’unico indizio è quel codice, 90135, che corrisponde al Codice di Avviamento Postale di Palermo, in Italia.

 

Louis Sodder

 

Il mistero rimane

George Sodder muore nel 1969, mentre la moglie Jennie si spegne nel 1989, senza conoscere la verità dietro la scomparsa dei loro figli. Cinque bambini sono scomparsi nel nulla, forse con il silenzio della polizia comprato dalla mafia. Un altro mistero che probabilmente non avrà mai una soluzione. Ad imperitura memoria della tragedia che ha colpito la famiglia Sodder, è stata innalzata una grande lapide, su cui troneggiano a chiare lettere le ultime volontà di George e Jennie.

DOPO TRENT’ANNI NON È TROPPO TARDI PER INVESTIGARE

La vigilia di Natale del 1945 la nostra casa è stata distrutta da un incendio e cinque dei nostri figli, dai 5 ai 14 anni, sono stati rapiti. Gli ufficiali di polizia hanno imputato le fiamme ad un corto circuito, anche se le luci erano ancora accese dopo che l’incendio era divampato.

L’inchiesta ufficiale afferma che i bambini sono morti tra le fiamme anche se le ossa o altri resti non sono mai state ritrovati e non c’era odore di carne bruciata né durante né dopo l’incendio.

In che modo gli agenti di polizia erano coinvolti? Cosa li ha spinti a farci soffrire questa ingiustizia per tutti questi anni? Per quale motivo non ci rivelano la verità e ci costringono ad accettare queste menzogne?

* La sesta foto ci è stata inviata nel 1967, e mostra Louis che ora si trova in un’altra nazione.

 

Quale è stato il destino dei cinque bambini della famiglia Sodder?

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Black Knight – STS088-724

La Stazione Spaziale Internazionale è una delle più grandi imprese del genere umano, e dato che nel 1998 è da poco stata lanciata in orbita, la maggior parte dei componenti non è stata ancora installata. Gli innesti avvengono direttamente nello spazio, e ci si avvale di numerose missioni (l’ultima dovrebbe essere lanciata nel 2024) per portare fin lassù i moduli da impiantare: la STS-88 è la prima missione Space Shuttle di questo genere, e trasporta Unity, da fissare al modulo russo Zarja. Già che si trovano lassù, gli astronauti ne approfittano per fotografare quello che c’è intorno, e tra le varie immagini scattate ne appaiono sei che mostrano senza ombra di dubbio un oggetto non identificato, ribattezzato Black Knight.

Black Knight (cavaliere nero) è il nome di un oggetto spaziale non identificato immortalato durante la missione spaziale STS-88 nel novembre 1998, un enorme ammasso scuro sull’azzurro del nostro pianeta. Al momento della foto si trova al largo delle coste Sudafricane, in posizione 29.3° S, 8.3° E, nello spazio.

 

 

L’oggetto, a prima vista, sembra proprio una nave aliena. Di colore scuro e spigoloso, Black Knight è senza ombra di dubbio un prodotto artificiale. Sta ora capire se a forgiarlo sia stata una mano umana o extraterrestre.

L’esistenza di Black Knight sale alla ribalta nel maggio 2011, quando la NASA, sul sito del Johnson Space Center, annuncia la cancellazione dal portale di alcune foto, tra cui sei, da STS088-724-65 a STS088-724-70, che mostrano qualcosa che non dovrebbe esserci. Una spiegazione la da Clarck McClelland, un dipendente della NASA addestrato alle operazioni spaziali con 34 anni di esperienza alle spalle, in un articolo del 29 luglio 2008, in cui racconta una sua esperienza in prima persona, che va molto più al di là delle semplici fotografie.

Io, Clark C. McClelland, ex astronauta addestrato allo Space Shuttle, ho osservato personalmente un’entità extraterrestre alta 8/9 piedi [circa 2,60 metri] sui monitor video da 27 pollici mentre ero in servizio al Centro di Controllo dei Lanci del Kennedy Space Center. L’alieno era in piedi sulla baia d’attracco dello Space Shuttle, mentre discuteva con DUE astronauti statunitensi! Ho visto sul monitor anche come il velivolo spaziale si fosse stabilizzato con un’orbita sicura verso la parte posteriore delle capsule del motore principale dello Space Shuttle. Ho osservato l’episodio per circa un minuto e sette secondi. Ci ho messo molto per comprendere quello che stavo realmente osservando. UN ALIENO ed una nave spaziale!

Un mio amico tempo dopo mi ha contattato dicendomi di aver visto un alieno di 8/9 piedi DENTRO LO SCOMPARTIMENTO DELL’EQUIPAGGIO DELLO SHUTTLE! Sì, dentro il NOSTRO Shuttle! In ENTRAMBE le missioni ci sono stati dei contatti extraterrestri SEGRETI! – Clarck McClelland, NASA

Le parole di McClelland sembrano inequivocabili, e le foto sembrano dargli ragione: il Black Knight è realmente un velivolo alieno in orbita attorno alla Terra occupato da extraterrestri alleati della NASA.

O forse no.

Che McClelland sia un ex dipendente della NASA, per di più addestrato al volo spaziale, lo dice solo lui. In internet, specialmente tra i crediti del sito della NASA, il suo nome non compare mai, e questo mi sembra molto strano, dato che lo stesso McClelland dichiara di essere stato il responsabile della sicurezza di 650 missioni, tra cui le Apollo, le Mercury, le Space Shuttle e quelle della ISS. Insomma, di certo non l’ultima ruota del carro, anzi, un ruolo molto complesso e di grande responsabilità, però stranamente mai citato da nessuna parte.

Le foto di Black Knight, inoltre, non sono mai state cancellate dell’agenzia statunitense, come sostengono in molti, bensì è semplicemente cambiato l’indirizzo a cui accedere per consultare le relative schede.

Ufficialmente, le sei foto del Black Knight sono solo detriti spaziali. Probabilmente rottami di qualche satellite artificiale generati da un impatto con un micrometeorite. Oppure, se si guarda con più attenzione, potrebbe anche trattarsi di una semplice coperta termica persa durante un’operazione extra veicolare.

 

 

E voi cosa ne pensate? La NASA è davvero in contatto con forme di vita extraterrestri e ci tiene all’oscuro di tutto?

Che cos'è realmente l'oggetto spaziale Black Knight - STS088-724?

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Bloop – Il mistero degli abissi

La criptozoologia è una disciplina, ad oggi considerata pseudoscienza, che si occupa della ricerca e dello studio di specie animali la cui esistenza non è ancora stata provata scientificamente, ma della quale esistono indizi e prove circostanziali. Se siete convinti che i racconti e gli indizi raccolti sul Bigfoot, il Diavolo del Jersey o la Bestia del Gévaudan siano sufficienti a dimostrarne l’esistenza, forse avete ragion. Per la maggior parte degli studiosi poco più che una scienza da salotto, buona solo per dare adito a chiacchiere e folklore locale, la criptozoologia in realtà ha portato alla scoperta di animali come il calamaro gigante e quello colossale, ritenuti fino a pochi secoli fa solo il frutto della fantasia di marinai ubriaconi. Tra i vari indizi raccolti dalla criptozoologia, ve ne sono molti provenienti dalle profondità degli abissi, come nel caso del suono Bloop.

 

 

Bloop è il nome dato ad un suono di frequenza ultrabassa registrato dal NOAA (l’agenzia federale statunitense che si interessa della meteorologia) nell’estate del 1997 al largo del Sudamerica. Bloop viene captato numerose volte dall’idrofono autonomo dell’Oceano Pacifico Equatoriale, parte del progetto SOSUS, un sistema complesso di sensori creato per scovare i sottomarini sovietici durante la guerra fredda.

 

Salì rapidamente in frequenza nell’arco di circa un minuto e fu sufficientemente forte da poter essere captato da molteplici sensori, fino ad un raggio di 5.000 km. – Descrizione di Bloop del NOAA

 

Il dottore Christofer Fox del NOAA dichiara che non può essere di origine umana, come una bomba o un sottomarino, ma piuttosto il verso di una creatura degli abissi: in base alla frequenza, dovrebbe trattarsi di un animale enormemente più grande della balenottera azzurra, all’incirca un centinaio di metri.

 

 

L’origine di Bloop è ancora oggi al centro di numerose dispute, che teorizzano possa trattarsi, oltre del già citato animale sconosciuto, di un vulcano sottomarino o della semplice frattura dei ghiacci antartici.

Quel che è certo è che se siamo riusciti a librarci nel cielo, a raggiungere la Luna e oltre, quello che si trova negli abissi del nostro pianeta è ancora avvolto dal mistero.

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La donna di Isdal

Quella di oggi è una delle più misteriose e controverse storie tra gli omicidi irrisolti, che ha macchiato di rosso sangue la candida neve della Norvegia: questa è la storia di Isdalskvinnen, la donna di Isdal.

 

 

È il 29 novembre 1970, un freddo pomeriggio in Norvegia, nella valle di Bergen. Sul versante settentrionale del Monte Ulriken un professore universitario e le sue piccole bambine si divertono in una scampagnata lungo i pendii della Valle Isdalen. Alle 13:15 scoprono i resti parzialmente carbonizzati di una donna nuda abbandonata poco distante da un sentiero seminascosto che si perde tra la boscaglia. Accanto a lei, una dozzina di pillole di sonnifero, un pranzo a sacco, una bottiglia di liquore vuota e due bottigliette di plastica che emanano un forte odore di benzina. Poco più in là, le ceneri di un passaporto. Il cadavere presenta segni di lividi sul collo, e le impronte digitali sono state cancellate.

La polizia di Bergen, ovviamente, si muove immediatamente per capire cosa possa essere successo. Riesce a risalire in poco tempo a due valige abbandonate alla stazione ferroviaria, ricollegabili alla donna, ma la speranza di trovare qualche indizio sulla sua identità si infrange subito: a tutti i vestiti mancano le etichette e non vi è alcuna traccia di impronte digitali. All’interno del bagaglio gli inquirenti trovano una ricetta per una lozione, ma sia il nome del medico che la data di emissione sono stati rimossi. In mezzo agli indumenti ci sono 500 Marchi Tedeschi e, unico indizio, un’impronta parziale su degli occhiali rotti, purtroppo insufficiente per un confronto. Gli agenti sviluppano un identikit inviato all’INTERPOL, e si scopre che oltre un centinaio di testimoni in tutto il mondo hanno incrociato la donna, che però nascondeva il volto sotto parrucche sempre diverse. Ad un’analisi più approfondita, nel doppiofondo delle valigie vengono rinvenuti stralci di un diario scritto in codice, che si rivela un’agenda dei luoghi e delle date dei viaggi fatti negli anni. I vestiti vengono fatti ispezionare da un sarto esperto; questi conclude che la donna mostrasse un atteggiamento provocante – in contrasto con il basso profilo che sembra volesse mantenere nei suoi lunghi viaggi – e che probabilmente la maggior parte di questi siano stati acquistati dal mercato italiano.

Si scopre che la donna ha viaggiato per l’Europa usando almeno nove identità diverse, Jenevive Lancia, Claudia Tjelt, Vera Schlosseneck, Claudia Nielsen, Alexia Zarna-Merchez, Vera Jarle, Finella Lorck e Elizabeth Leen Hoywfer, tutte ovviamente false. Durante la perizia dentale, si risale ad un intervento odontoiatrico di un dentista da qualche parte in Sudamerica. Sembra che la donna sapesse parlare diverse lingue, tra cui il francese, il tedesco e l’inglese, ed ha soggiornato anche a Bergen, in diversi hotel, dove si è registrata come una collezionista di oggetti antichi, mostrando la singolare abitudine di cambiare frequentemente stanza: il motivo sembra la richiesta inalienabile di una camera senza un balcone.

L’autopsia rivela che nello stomaco del soggetto ci sono oltre 50 pillole di sonnifero, che portano a redigere, sotto la dicitura “causa della morte”, l’inquietante frase:

Suicidio, trauma da corpo contundente.

Non ci crede nessuno.

Gli investigatori riescono a rintracciare un fotografo italiano che si è intrattenuto con lei a Loen, all’Hotel Alexandra, e che si rivela essere stato accusato tempo addietro di essere collegato ad un caso di stupro. L’uomo dichiara che la donna misteriosa gli ha rivelato di provenire da una piccola cittadina a Nord di Johannesburg, in Sud Africa, e che sarebbe stata sei mesi in Norvegia per apprezzarne appieno le bellezze naturali ed i paesaggi mozzafiato. All’Hotel Marin ha affittato la stanza 407: i testimoni la descrivono come una donna di circa 140 centimetri, sui 35 anni, occhi piccoli e un atteggiamento guardingo; ha passato la maggior parte del tempo chiusa in camera, e l’ultima volta che la vedono sta parlando con un uomo nella hall dell’albergo, prima di scomparire in taxi e far perdere le proprie tracce.

Tornerò presto. –  La donna di Isdal all’uscita dell’Hotel Marin

Il 24 novembre, cinque giorni prima del ritrovamento, un ventiseienne del luogo e la sua comitiva di amici si ritrovano a passeggiare tra i sentieri del Monte Ulriken, quando si imbatte in una donna dai tratti stranieri col volto distorto dalla paura. La signora indossa un elegante vestito, che certamente stona col paesaggio bucolico che la circonda, e sta correndo a perdifiato tra gli alberi. Sembra che stia per dire qualcosa, ma le sue labbra si serrano quando due uomini vestiti di nero le appaiono alle spalle. Non dando peso all’accaduto – e personalmente mi chiedo come ha fatto quantomeno a non insospettirsi di fronte ad una scena simile – il ragazzo lascia perdere e continua la scampagnata con gli amici. Sarà uno dei primi a riconoscere il cadavere dagli schizzi messi a disposizione dalla polizia, ma una volta rivelato l’episodio, l’agente che raccoglie la sua deposizione gli sussurra:

Dimenticati di lei, è stata liquidata. Il caso non verrà mai risolto.

 

Cimitero di Møllendal

 

Tutto lascia intendere che il soggetto fosse in realtà una spia, probabilmente al servizio dell’Italia, della Francia o della Germania. Qualunque sia la verità il suo corpo riposa nel cimitero di Møllendal.

Dopo oltre 40 anni, il mistero della donna di Isdal non ha ancora trovato una risposta, e forse non la troverà mai.

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