Categoria: Mostri

Animali dell’antichità sopravvissuti ai giorni nostri, aberrazioni genetiche e molto altro.

La misteriosa foresta di Cannock Chase

Terra di antichi popoli celti, teatro di brutali omicidi, tana di mostri metà uomo e metà bestia, dimora di fantasmi dagli occhi neri. Questo e molto altro è la misteriosa foresta di Cannock Chase. Ecco le sue storie.

La foresta di Cannock Chase è una lingua di terra verde baciata dal pallido sole inglese. Gli alberi crescono rigogliosi, e danno rifugio a una gran varietà di animali, e a dire di molti anche di fantasmi e mostri grotteschi. Di foreste infestate abbiamo già avuto modo di scrivere, con l’inquietante storia di Hoia Baciu, ma quello che si nasconde tra le fronde di Cannock Chase è inenarrabile, e si fonda sul grottesco omicidio di tre bambine, sul finire degli anni ’60.

 

 

Gli omicidi di Cannock Chase

Gli omicidi di Cannock Chase, detti anche omicidi A34, sono tre orrendi delitti perpetrati dalla mente malata di Raymond Leslie Morris, e che hanno per sfondo la foresta di Cannock Chase.

Il 1° dicembre 1964 la piccola Julya Taylor, 9 anni, viene caricata in auto a Bloxwich, Inghilterra, da un uomo che le dice di essere un amico della madre passato a prenderla. Verrà ritrovata il giorno dopo da un ciclista che passa casualmente nei pressi di Cannock Chase, con evidenti segni di violenza sessuale e strangolamento, agonizzante ma viva. È l’inizio della nostra grottesca storia.

Margaret Reynolds, 6 anni, scompare da scuola l’8 settembre del 1965, e Diana Joy Tift, 5 anni, si volatilizza nel nulla mentre si reca a casa della nonna, il 30 dicembre. Nonostante l’enorme dispiegamento di forze, con oltre 2.000 persone alla ricerca di Margaret, delle bambine non v’è traccia. Il 12 giugno 1966 vengono rinvenuti i loro cadaveri in una buca di Manstly Gully.

Il 19 agosto 1967 alla piccola Christine Darby, di 7 anni, viene offerto un passaggio in macchina da uno strano individuo nei pressi di casa sua a Caldmore. Il suo corpo viene scoperto casualmente in una brughiera poco distante la foresta tre giorni dopo, denudato, da un soldato.

Il 4 novembre 1968 viene arrestato a Walsall un uomo che ha appena tentato di abbordare una bambina di 10 anni, Margaret Aulton, che è riuscita miracolosamente a sfuggire al rapimento, anche grazie alla segnalazione di un diciottenne del luogo, che avverte la polizia in tempo. A bordo della Ford Corsair bianca e verde riconosciuta dalla piccola c’è un losco figuro, Raymond Leslie Morris, che gli inquirenti sospettano essere il misterioso e brutale omicida di Cannock Chase. Nonostante un alibi di ferro avanzato dalla moglie, i poliziotti gli trovano a casa una foto pedopornografica che ritrae la sua nipotina di 5 anni. Processato per gli omicidi di Margaret, Diana e Christine, viene dichiarato colpevole grazie alla coraggiosa testimonianza di Julya, che riconosce in Raymond l’uomo che l’ha stuprata e seviziata.

È lui. È stato lui a farmi questo. – Julya Taylor, in lacrime, accusa Raymond Leslie Morris al processo

Condannato all’ergastolo, Raymond muore a 84 anni in prigione, dopo aver scontato 45 anni, per cause – forse – naturali. L’11 marzo 2014 si conclude così la storia del killer A34, ed inizia quella dei fantasmi di Cannock Chase.

 

La ragazza dagli occhi neri

Nel mondo, sopratutto in Inghilterra, fioccano le leggende su ragazzine dagli occhi completamente neri, senza iride, che si dice bussino di notte alle porte dei poveri malcapitati, prima di svanire nel nulla. Dopo gli omicidi di Cannock Chase, nella foresta si susseguono gli avvistamenti di strane apparizioni, tra le quali quella di un’inquietante fantasma dagli occhi neri, di cui esisterebbero anche prove fotografiche.

Christine Hamlett è una medium inglese, che il 10 ottobre 2014 scatta una foto di quello che, a suo dire, è lo spettro di una ragazza morta di difterite sul finire dell’800.

 

Christine Hamlett - Cannock Chase

 

Non sono in molti a credere alla veridicità dell’immagine, che potrebbe rappresentare tutto o niente, e dopo qualche mese di intensi dibattiti nel circolo scientifico la questione muore insoluta. Finché, il 18 aprile 2015, l’utente Furious Otter carica su YouTube un filmato ripreso con un drone che sembra immortalare la ragazza dagli occhi neri. Che si tratti di reperti autentici o semplici fake lascio a voi la decisione.

 

 

L’uomo maiale

Non sono solo i fantasmi a togliere il sonno ai cittadini di Cannock Chase. Tra le spaventose creature della notte del bosco sembra esserci infatti anche un grottesco ibrido tra uomo e maiale, avvistato più volte fino al 1993. Poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il governo del Regno Unito avalla un esperimento congiunto tra inglesi e statunitensi per consentire lo sviluppo di una nuova arma. Dopo un lungo studio, gli scienziati decidono che il futuro della guerra si combatterà non più sul campo, ma in vitro, attraverso l’ingegneria genetica, e decidono di fondere DNA umano con quello suino. Rapiscono quindi nei pressi della foresta di Cannock Chase una donna, la ipnotizzano e le impiantano geni modificati di maiale affinché resti incinta. Dopo 10 mesi di gestazione, i dottori sono costernati; la donna ha partorito un bambino con la testa di porco. Delusi dal risultato, che non collima esattamente con le loro idee iniziali, decidono di non abbattere il piccolo, ma di crescerlo ramingo nella foresta, al fine di studiarne l’adattabilità e la possibilità di utilizzarlo in futuro come progenitore di una nuova stirpe di soldati. Da allora, quasi ogni notte nei pressi del bosco è possibile udire strazianti lamenti intervallati a profondi grugniti, che hanno fatto nascere numerosi gruppi di studiosi, il cui maggiore esponente è certamente il ricercatore del paranormale Lee Brickley.

Egregio Signor Brickley,

Sono stato testimone qualche tempo fa di un fatto che certamente merita la sua attenzione. Nell’ottobre del 1993, nei pressi di Castle Ring, io e mia moglie abbiamo udito degli strani versi provenire dalla profondità della foresta. Certi che fosse una coppia del luogo intenta a divertirsi, ci siamo allontanati dal rumore in direzione dell’auto. Appena giunti al parcheggio mi sono voltato, ed ho visto con i miei occhi la creatura più strana che potessi mai immaginare. Alta circa 2 metri, dal collo in giù somigliava ad un uomo, ed indossava anche dei vestiti, ma la sua testa era troppo grande per essere umana e si prolungava in un grosso naso da maiale. Quando anche mia moglie l’ha vista, la paura ha preso il sopravvento, così siamo fuggiti via verso la nostra auto e ci siamo chiusi dentro. È stato allora che quella cosa ha cominciato a grugnire, come un porco che venisse scannato. Questo fatto ci ha turbato molto…

Ha mai visto qualcosa del genere prima?

Cordiali saluti,

John & Anne – Email inviata a Lee Brickley che testimonia l’incontro con l’uomo maiale

Pig-man è solo l’ultima delle tante storie che ruotano intorno alla foresta di Cannock Chase. Voi cosa ne pensate? Il bosco è solo il teatro di una – purtroppo reale – tragedia o si tratta di un luogo al di là della nostra comprensione, crogiolo di fenomeni paranormali?

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Gli abitatori del buio delle Grand Caverns (Mistero risolto)

Oren è un fotografo, ed il suo sogno è sviluppare nuovi strumenti che riescano a catturare un’immagine anche in assenza di luce. Per far ciò, spesso si ritrova nel nero più completo, da solo, a fotografare antiche grotte. Purtroppo per lui, una notte scoprirà che qualcosa lo scruta dal buio.

Oren Jeffries è un fotografo professionista statunitense che vive nel sudest della Virginia a cavallo tra il 18° ed il 19° secolo. La sua attività procede bene, e si alterna alla sua grande passione, la speleologia. Appena possibile Oren si avventura per qualche grotta sconosciuta e fotografa tutto quello che può, in quel mondo così alieno a poche centinaia di chilometri da casa. Rapito dalla bellezza delle caverne, un giorno ha un’idea interessante: sviluppare un’ottica, o comunque una tecnica, che gli permetta di catturare le immagini dei luoghi a lui così cari anche in assenza di luce.

È un progetto ambizioso, tanto più per le tecniche fotografiche del tempo, ma Oren è caparbio.

Comincia con cose molto semplici: scende in una grotta o un crepaccio abbastanza per restare al buio completo, posiziona la sua camera, spegne la lanterna che porta sempre con sé ed apre le lenti. Dopo qualche minuto osserva il risultato. Solitamente non si vede granché, ma i presupposti per creare qualcosa di eccezionale ci sono tutti. Oren lo sente, sta per fare la storia della fotografia.

Nel 1895 si trova in una sezione delle Grand Caverns, un dedalo di grotte per la maggior parte inesplorate, dove vuole catturare l’essenza della purezza incontaminata del luogo. Ed incontaminato lo è davvero, perché si trova in una zona non segnata e mai visitata. Da un certo punto di vista, Oren è un esploratore di nuovi mondi. Così sceglie il luogo perfetto, inquadra, sistema le lenti e spegne la luce.

Poi un rumore.

Un fruscio, niente di più. Forse un insetto, o un pipistrello. O forse… Ma no, dev’essere un pipistrello. Oren è un po’ agitato, ma non vuole rovinare l’immagine, così attende qualche secondo. Nessun rumore, forse solo la sua immaginazione. Poi i suoi occhi si abituano al buio.

E li vede. Lì, nell’oscurità più totale, tre umanoidi lo stanno fissando.

Oren li vede avvicinarsi sempre di più, e sempre più velocemente. Senza pensarci due volte molla tutta l’attrezzatura e scappa, finché non raggiunge di nuovo la luce del sole.

Tornerà alla grotta, scortato da tre uomini, solo alcuni giorni dopo. Sulla pellicola a lunga esposizione si era impressa una sola immagine.

Gli abitatori del buio.

 

Oren Jeffries

 

Oren abbandonerà per sempre la sua passione per la speleologia, e non tornerà mai più nelle grotte. Laggiù ci sono segreti che è meglio restino sepolti.

Ma cosa sono in realtà gli strani essere fotografati da Oren?

Nulla, solo l’ennesimo fake.

 

Mistero risolto

La foto sopra gira spesso con un testo che racconta in maniera più semplice la storia che vi ho appena raccontato, accorpata nella Creepypasta Anomalie con altre immagini, come quella che descrive l’ultima fotografia di Charlie Noonan. Questa è l’immagine originale.

 

Oren Jeffries

 

In effetti mostra abbastanza inequivocabilmente tre esseri che fissano l’obiettivo della macchina fotografica. Inquietante vero? Ma se schiariamo un po’ ecco che la bufala è servita.

 

Oren Jeffries

 

Come potete vedere, il corpo del mostro più a destra è completamente staccato da terra all’altezza del torso. O si tratta di esseri che fluttuano nell’aria senza gambe oppure è falsa. Inoltre, essendo la foto stata scatta nel 1895 con una’esposizione lunga, c’è un’altra cosa da tenere in considerazione: per non avere sfocature, i tre simpatici ominidi dovrebbero essere rimasti impassibili ed immobili per ore. Decisamente, se sono davvero degli abitatori del buio, ci tengono particolarmente a venire bene nelle foto.

 

Un piccolo consiglio

Se volete vedere un bel film che tratta di storie simili, claustrofobiche e orrorifiche, vi consiglio The Descent – Discesa nelle tenebre del 2005 di Neil Marshall. Se non l’avete visto non avete scuse. Ne vale la pena.

 

The Descent

 


Se anche voi avete trovato una foto misteriosa, un video incredibile o una storia impressionante fatecelo sapere contattandoci sul sito o sulle nostre pagine social!

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Kuchisake-onna – La donna dalla bocca squarciata

Siete da soli in una stradina di periferia di Tokio, in Giappone, a notte fonda. I lampioni illuminano malamente le facciate delle case, alle cui finestre le persiane si abbattono violentemente come ghigliottine. D’un tratto vi si avvicina una bella donna, dai lunghi capelli corvini vergati di riflessi bluastri. Indossa una mascherina, cosa comune in una megalopoli come la capitale nipponica, dove molti abitanti combattono così lo smog. Vi afferra un braccio, e con voce languida vi chiede se la trovate bella. Qualsiasi sia la vostra risposta non ha importanza: da sotto la mascherina si rivela una lunga fila di enormi denti aguzzi. Poi più nulla. Questa è la storia di Kuchisake-onna, la donna dalla bocca sventrata.

 

Kuchisake-onna

 

Kuchisake-onna (口裂け-女) è una figura del folklore del Sol Levante, divenuta in seguito una leggenda urbana molto famosa. Si tratta di una ragazza molto avvenente, con un’inquietante particolarità: la sua bocca è attraversata da un orecchio all’altro da un enorme sfregio, che lascia in bella mostra i suoi denti ferali. Kuchisake-onna sceglie le proprie vittime tra le viuzze di Tokio, ponendo a tutte una semplice domanda.

Mi trovi bella?

Se si risponde di sì, la creatura mostra la sua vera natura, rivelando la lunga fila di denti e chiedendo nuovamente “Mi trovi bella anche adesso?“. A questo punto qualsiasi risposta è una condanna: se si dice di sì, la creatura dilanierà il malcapitato con un paio di forbici; se la risposta è negativa, scatenerà la sua ira, ed il finale sarà lo stesso. In alcune storie sembra sia possibile salvarsi da un destino avverso. Se si viene inseguiti da Kuchisake-onna le si possono lanciare contro delle caramelle: il mostro, a quanto sembra, è sempre affamato e non disdegna affatto la frutta fresca ed i dolciumi, anche a costo di rinunciare alla sua vittima; in altre versioni la risposta da dare a Kuchisake-onna deve essere la più vaga possibile, magari cercando di sviare il discorso, ed approfittare del momento di confusione di lei per darsela a gambe; altri invece giurano che se le si risponde “Scusa ma ho un impegno irrinunciabile, vado di fretta” sarà la creatura a scusarsi per averci importunato (in Giappone la cortesia verso il prossimo fa parte della cultura stessa del Paese).

La genesi delleggenda di Kuchisake-onna si perde nel periodo Heian (794/1185) e si svolge a Tokio: qui vive una ragazza bellissima, moglie di un valoroso samurai. Questi è follemente innamorato della sua consorte, e fa di tutto per renderla felice, anche assecondando i suoi – tanti – vizi. Si dice che questa donna sia tanto bella quanto fedifraga, ed infatti un giorno il samurai, di ritorno da una delle sue tante battaglie, scopre la sua infedeltà. In un impeto d’ira afferra la sua katana e le dilania il viso da parte a parte, sfigurandola all’altezza della bocca. Beffardo le urla “Chi dirà che sei bella adesso?” prima di sparire per sempre.

 

Kuchisake onna in una stampa d'epoca

 

Altro racconto proviene dall’epoca Sengoku, ambientata nel 1500 circa nel centro di Tokio (all’epoca chiamata ancora Edo). In una notte di pioggia impietosa, un servitore di un signore del luogo nota seminascosta nell’ombra una figura di donna, completamente zuppa d’acqua. Mosso a compassione, le offre di dividere con lei il suo ombrello e di riaccompagnarla a casa, ma quando la ragazza si gira rivela un enorme squarcio da un orecchio ad un altro. La storia, in questo caso, si interrompe qui.

Nell’estate del 1979 una vera e propria isteria di massa colpisce il Giappone: voci incontrollate affermano che in diverse città del Paese vaghi una grottesca donna che ferma bambini e ragazzi nascosta da una mascherina bianca. Molti genitori ritengono la storia vera, e si verifica anche qualche problema di ordine sociale, a causa della reticenza dei fanciulli terrorizzati dalle strane ed inquietanti storie legate a Kuchisake-onna. Si dice che la polizia abbia ritrovato anche alcuni corpi di bambini orrendamente martoriati, e che sia quasi arrivata a scoprire il mostro: la donna muore poco prima di essere arrestata, forse investita da un automobile. Ad ogni modo, le voci su Kuchisake-onna lentamente si affievoliscono, e l’autunno porta via, oltre alle ultime brezze calde dell’estate, anche il terrore dai cuori dei ragazzini di tutto il Giappone.

Nel gennaio 1947 viene ritrovato in un’aiuola di Los Angeles il corpo senza vita di Elizabeth Ann Short, meglio nota come la Dalia Nera. Orrendamente mutilata, e letteralmente fatta a pezzi, il suo volto presenta una lunga ferita che si estende da un orecchio all’altro. Sebbene ricordi la leggenda di Kuchisake-onna, probabilmente si tratta solo di una coincidenza. Ad oggi rappresenta uno dei più grandi misteri irrisolti della storia del crimine. Ne riparleremo a breve.

La profonda ferita che taglia la bocca nel sorriso grottesco tipico di Kuchisake-onna ha un nome: Glasgow Smile, lo stesso sfoggiato da Joker, il supervillain antogonista di Batman nell’omonima serie DC Comics.

Ad oggi la storia di Kuchisake-onna sopravvive solo come leggenda metropolitana, a cui si ispirano molti videogiochi, manga e film. Tra le tante citazioni, le più importanti sono nella serie di Franken Fran (フランケン・ふらん) di Katsuhisa Kigitsu, Constantine di Alan MooreCarved: The Slit-Mouthed Woman (口裂け女) di Kōji Shiraishi ed il personaggio di Mileena, della serie Mortal Kombat di Midway Games, apparso nel 1993 nel secondo capitolo della saga e divenuto negli anni uno dei più apprezzati dai videogiocatori.

 

Mileena

 

Vere o inventate che siano, le leggende spesso nascondono sempre un fondo di verità. Se vi trovate in Giappone non girate da soli nei vicoli della capitale. Potreste trovarvi una bella ragazza dai lunghi capelli neri, due occhi che abbagliano, ed una bocca che uccide.

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La manticora – Il mostro dal volto umano

Le leggende persiane sono tante quanto la sabbia del deserto, e sono ammantate dei più oscuri misteri.

Siete in una taverna di Esfahān, dove un cacciatore arringa la folla mostrando un’enorme cicatrice che gli taglia il petto da parte a parte. Vi avvicinate per ascoltare meglio, e notate lo sguardo d’odio e di terrore del cacciatore, quando pronuncia una parola: Martyaxwar. Questa è la storia della manticora, il mostro dal volto umano.

 

Manticora

 

La manticora è una creatura che affonda le proprie origini nella leggenda delle antiche città persiane. Si dice che abbia il corpo di un possente leone e una coda da scorpione. Quello che più incute timore è la grottesca testa dell’animale, in tutto e per tutto simile ad un volto umano. Spesso la manticora attrae ignari viaggiatori seminascosta tra la boscaglia, emettendo curiosi versi che ricordano il suono prodotto da una trombetta. La vittima si avvicina incautamente, salvo poi rimanere impietrita di fronte all’enorme bocca spalancata del mostro, che rivela al suo interno tre file di centinaia di denti aguzzi che si avventano sul malcapitato come una letale tagliola, recidendogli la testa di netto all’altezza del collo ancora pulsante di vita.

 

Manticora

 

Il primo documento a descrivere la bestia è Indikà di Ctesia di Cnido (400 a.C.), ripreso poi in Periegesi della Grecia di Pausania il Periegeta, vissuto nel 2° secolo d.C. Il testo originale è andato perduto, ma è giunto fino a noi grazie alle citazioni di numerosi altri autori.

Ctesia parla anche del manticora, una bestia che si trova presso gli Indiani e che ha il volto simile a quello degli uomini. Questa bestia è grande quanto un leone e ha il colore della pelle di un rosso simile a quello del cinabro; ha i denti disposti su tre file, le orecchie di un uomo e gli occhi glauchi simili a quelli di un uomo. La sua coda assomiglia a quella di uno scorpione di terra, misura più di un cubito ed è munita di un pungiglione. Nella coda, lateralmente, sono disposti, qua e là, altri pungiglioni, oltre a quello che, come nella coda dello scorpione, si trova sulla punta. È con questo pungiglione che il manticora colpisce chi gli si avvicina e chiunque venga da esso ferito trova una morte sicura. Se invece qualcuno lotta con il manticora a distanza, esso, sollevando la coda, si mette a saettare i suoi dardi, come da un arco, contro l’avversario che gli sta di fronte, oppure, voltandosi, cerca di colpirlo da dietro tendendo la sua coda in linea retta. Il manticora riesce a scagliare i suoi dardi fino a cento piedi di distanza e qualsiasi essere vivente venga da essi colpito (ad eccezione dell’elefante) trova una morte certa. I suoi pungiglioni misurano un piede e sono spessi quanto un giunco sottilissimo. Il termine “martichoras” significa in greco “antropofago”, proprio per il fatto che questa bestia si nutre per lo più di uomini, oltre che di altri animali. Riesce a combattere anche con le unghie (oltre che con i pungiglioni). I suoi pungiglioni – così dice Ctesia – dopo che sono stati lanciati crescono di nuovo (molti infatti è possibile trovarne in India). In India ci sono molti esemplari di manticora: gli uomini li cacciano a dorso di elefante scagliando da lì le loro frecce. – Fozio di Costantinopoli

In alcune versioni tratte dai bestiari medievali, la manticora avrebbe un paio di grandi ali nere da pipistrello (esattamente come il Diavolo del Jersey) che le consentirebbe di volare nel cielo per attaccare gli uomini dall’alto. Sebbene, come già detto in precedenza, venga dettagliatamente descritta in molti testi sulla biologia o la storia persiana, dell’esistenza della manticora non esiste alcuna prova, e trasporta le sue storie, per l’appunto, nel regno della fantasia.

 

Manticora

 

Ad ogni modo, se udite nel vento qualcosa che sembra una musica di una macabra trombetta, fuggite via. Senza voltarvi indietro. Sopratutto se tra le foglie notate degli occhi umani, troppo umani, che vi fissano.

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Il mostro di Montauk

È il 23 luglio 2008 e la brava gente di Montauk resta affascinata ed un po’ impaurita dalle notizie che leggono su The Indipendent, giornale locale della cittadina statunitense. Tra i trafiletti di politica e cronaca cittadina, c’è un’intervista a Jenna Hewitt, una ventiseienne che insieme a tre amiche, qualche giorno prima, dichiara di aver trovato sulla spiaggia i resti putrescenti di quello che potrebbe essere un animale sconosciuto, grottesco ed inquietante: questa è la storia del mostro di Montauk.

 

Mostro di Montauk

 

Il 12 luglio 2008 Jenna Hewitt e tre amiche si stanno divertendo sulla sabbia di Ditch Plains, una spiaggia a 3 km dal distretto di Montauk, meta abituale di surfisti all’interno del Rheinstein Estate Park della città di East Hampton. D’improvviso, tra il ritirarsi delle onde dalla battigia, scorgono la carcassa di qualcosa che non ha niente di naturale.

Eravamo in cerca di un posto dove sdraiarci quando abbiamo notato della gente che fissava qualcosa… Non capivamo di cosa si trattasse… Probabilmente qualcosa arrivata da Plum Island. – Jenna Hewitt

La ragazza scatta una foto ai resti, e concede un’intervista al The Indipendent, in cui suggerisce che si tratti di ciò che rimane di una tartaruga senza il guscio o di un qualche esperimento genetico del Plum Island Animal Disease Center, un centro di ricerca sulle malattie animali poco distante dalla spiaggia di Ditch Plains. La notizia assume immediatamente una eco impressionante, dividendo l’opinione pubblica, e non solo, sulla reale natura della carcassa, che viene ribattezzata come il mostro di Montauk nel 2008 dal criptozoologo Loren Coleman.

Il primo esperto ad essere interrogato in materia è William Wise, direttore del Living Marine Resources Institute, che chiede di analizzare i resti trovati sulla spiaggia. Hewitt non è in grado di portare Wise alla carcassa perché, secondo lei, questa sarebbe stata portata via da uno strano individuo sconosciuto. Suo padre si batterà a lungo per confermare che Jenna non conosce dove sia sparito il corpo.

Un ragazzo raccolse i resti e li gettò nella legnaia che teneva in cortile. – Jenna Hewitt

Wise, costretto dagli eventi a basarsi solo sulle foto prodotte da Hewitt, arriva a concludere che si tratti di un falso costruito ad arte, smorzando sul nascere altre teorie che lentamente stanno prendendo piede nel circolo scientifico e tra l’opinione pubblica.

 

Teorie

Che cos’è realmente il mostro di Montauk? Il paleozoologo Darren Naish studia a lungo le foto e conclude che la dentizione sembra appartenere ad un procione; l’acqua e lo sciabordio delle onde hanno fatto il resto, eliminando la maggior parte del pelo dalla carcassa, donandogli un aspetto grottesco. Attualmente questa sembra la teoria più plausibile.

Speculazioni di numerosi giornali parlano di una tartaruga priva del guscio. La rimozione della corazza è però altamente pericolosa, ed è impossibile che avvenga naturalmente senza danneggiare seriamente la spina dorsale dell’animale. Inoltre le testuggini non hanno denti, ben evidenti invece nelle foto del mostro.

Si è parlato anche di un grande roditore, ma il mostro non presenta in grandi incisivi tipici di questa specie.

Il 5 agosto 2008, sul canale statunitense Fox News, il programma Morning Show annuncia che il mostro sia in realtà il cadavere di un capibara, ma è facile smentire la dichiarazione poiché nella foto si vedono chiaramente le unghie dell’animale, mentre i capibara ne sono sprovvisti. Il giorno dopo la stessa trasmissione riporta le dichiarazioni di un uomo che afferma che l’essere misterioso sia in realtà la carcassa di un bulldog scomparsa dal suo cortile qualche giorno prima.

William Wise, direttore dell’istituto di ricerca sulle creature marine della Stony Brook University, ha discusso a lungo della foto con i colleghi: è certo oltre ogni dubbio che si tratti di un falso, creato da qualcuno esperto nella manipolazione del lattice. Messo alle strette, confessa che in maniera minore crede possa trattarsi anche di un cane o un coyote rimasto in acqua per parecchio tempo.

L’ipotesi più affascinante è però quella che immagina il mostro come un esemplare mutato geneticamente nel centro di ricerche di Plum Island. L’esemplare, risultato di esperimenti segreti del governo, sarebbe caduto in mare ed affogato, e portato poi sulla spiaggia dalle onde. Il Plum Island Animal Disease Center è al centro da molti anni di speculazioni e teorie del complotto, poiché la struttura durante la guerra fredda ha svolto esperimenti sulle armi biologiche. Sono in molti a credere che in realtà gli studi non si siano mai fermati.

 

Avvistamenti

Dopo la denuncia di Hewitt, gli avvistamenti di altri esseri simili al mostro di Montauk si susseguono febbrilmente. Eccone alcuni.

Old Lyme

Nell’aprile 2009 un “uomo con una strana uniforme”, come lo definiscono i testimoni, raccoglie da una spiaggia vicino Old Lyme, Connecticut, un’enorme carcassa biancastra simile al mostro di Montauk.

 

Mostro di Old Lyme

 

Canada, The Ugly One

Nel maggio del 2010 viene rinvenuto nel Nord dell’Ontario, presso un torrente, un cadavere simile al mostro di Montauk dalla testa glabra. Le infermiere che hanno trovato la carcassa non sono state in grado di ritrovarla in un successivo sopralluogo. Le foto vengono caricate sul sito della comunità canadese di Kitchenuhmaykoosib Inninuwug (ᑭᐦᒋᓇᒣᑯᐦᓯᑊ ᐃᓂᓂᐧᐊᐠ), dove gli utenti suggeriscono che si tratti del primo segno che qualcosa di terribile accadrà presto.

Nessuno sa cosa sia, ma i nostri antenati lo chiamano l’Orrendo [originale: The Ugly One]. È stato avvistato raramente, ma quando ciò è successo, è sempre stato un segno nefasto. I nostri antenati dicono che qualcosa di terribile sta per abbattersi su di noi. – Dichiarazioni dei membri del sito Home of the Kitchenuhmaykoosib Inninuwug

 

The Ugly One

 

Northville

Il 30 marzo 2011 una creatura viene ritrovata a Northville, negli Stati Uniti, e lo studente che la rinviene, Jason Brown, dichiara fermamente che si tratta di un altro esemplare del mostro.

Scommetto che non si tratta della carcassa di un procione, i denti sembrano suggerirlo, ma dalla foto si capisce che la stazza e l’aspetto in generale suggeriscono che non si tratti di un mammifero. – Jason Brown

 

Mostro di Northville

 

Milford Beach

Nel 2011 una coppia rinviene un cadavere dai tratti suini lungo la spiaggia di Milford, Connecticut. Non si sa che fine abbiano fatto i resti.

 

Mostro di Milford Beach

 

East River

Il 22 luglio 2012 viene rinvenuta un’altra carcassa vicino il ponte di Brooklyn, ribattezzata mostro dell’East River. Fotografata da Denise Ginley, le autorità locali l’hanno identificata come appartenente a un maiale arrostito; i teorici del complotto affermano che la realtà sia molto più inquietante. Anche Ginley non è affatto d’accordo con la versione ufficiale.

Non c’erano zoccoli o piedi biforcuti. Aveva cinque dita su ogni zampa, sia quelle anteriori che quelle posteriori. – Denise Ginley

 

Mostro dell'East River

 

Lloyd Neck

Nel 2012 sulla spiaggia di Northwestern Long Island, a Lloyd Neck, un uomo in compagnia del suo cane rinviene i resti di un animale dal cranio scoperto. Purtroppo la risacca porterà via il corpo prima di poterlo recuperare.

 

Mostro di Lloyd Neck

 

Il mostro di Montauk è l’ennesimo mistero a metà tra criptozoologia e leggenda metropolitana. Un altra storia nascosta nell’ombra che probabilmente non vedrà mai una verità assoluta.


Che cos'è realmente il mostro di Montauk?

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Il mostro di Ravenna

Gli eserciti schierati l’uno contro l’altro, centinaia di uomini che stringono le lance sino a quasi non sentirsi più il pugno. È il giorno di Pasqua, 11 aprile dell’Anno Domini 1512; a poca distanza da Ravenna si combatte fino all’ultimo sangue la Guerra della Lega di Cambrai, tra la Francia guidata da Gaston de Foix-Nemours, la “Folgore d’Italia”, e la Lega Santa di Spagna, Repubblica di Venezia e Stato Pontificio sotto il comando del viceré di Napoli Ramon Folc III de Cardona-Anglesola e Pedro Navarro “El Salteador”.

È una battaglia colossale, a cui prendono parte i più grandi condottieri del tempo, dando il via all’epoca delle guerre non più forgiate dalla tempra dei soldati, ma dal rimbombare degli enormi pezzi di artiglieria. La morte passa tra gli uomini col suo tocco gelido, ed in 20.000 abbandonano la vita terrena al calar del sole.

Si dice però che l’eccidio sia stato anticipato da un foriero di sventura, un bambino con ali di pipistrello che prende il nome di mostro di Ravenna.

 

Death and the Landsknecht

 

Nel marzo del 1512 un rispettabile farmacista fiorentino, Lucca Landucci, descrive un bambino appena nato a Ravenna dalle singolari quanto grottesche deformità: senza braccia, il pargolo ha grandi ali nere, come di pipistrello, che gli spuntano ai lati del torso; un singolo corno tozzo e ricurvo si erge sulla sua testa; le cosce sono squamate come se fossero di rettile o pesce; sul ginocchio destro un terzo occhio scruta guardingo gli astanti; i piedi sono in realtà artigli di arpia ed in mezzo al petto un marchio nero. Lo stesso Papa Giulio II, inorridito di fronte a tanto abominio, ordina che l’immonda creatura venga abbandonata al suo destino, a morire di fame.

 

Il Mostro di Ravenna

 

A quanto pare, però, il mostro sopravvive agli stenti, e dopo neanche un mese si ripresenta sulla soglia di Ravenna a compiacersi delle armate che dinnanzi a lui si massacrano senza sosta. La sua leggenda si perde nei secoli, cantata da Ludovico Ariosto ad Oscar Wilde.

 

Il Mostro di Ravenna

 

La figura del mostro di Ravenna potrebbe essere in realtà una rappresentazione degli abitanti della penisola italiana dell’epoca. Le ali di pipistrello rappresentano l’ingenuità del popolo, sempre pronto a credere a storie di demoni e fantasmi; le braccia mancanti indicano la svogliatezza a svolgere qualsiasi lavoro pesante, in un tempo in cui di solito o si zappa la terra o si muore di fame; i genitali ermafroditi suggeriscono l’ambiguità sessuale; le gambe e l’occhio sulla rotula stanno a significare l’attaccamento alle cose materiali, terrene; allo stesso modo il corno sul capo simboleggia l’avarizia.

Anche se forse è soltanto un mostro della fantasia, centinaia di soldati sarebbero pronti a giurare sulla loro vita di aver scorto un essere abominevole, con un ghigno malefico stampato sul volto, fissarli beffardo dalle mura della città.

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Il demone di Rakan-ji

Il Giappone, sin dall’antichità, è stato un crogiolo di culture legate a doppio filo con il folklore demoniaco; mostri di ogni genere popolano le terre del Sol Levante, disturbando i sogni e la veglia dei bravi cittadini nipponici. Tra gli innumerevoli racconti del terrore e avvistamenti ce n’è uno che può vantare addirittura una prova fotografica: la storia di oggi è infatti quella del demone di Rakanji.

In estremo oriente è molto diffuso e sentito il culto dei Rakan, o Arhat (अरिहन्त), uomini che hanno percorso la stessa via del venerabile Buddha sino a raggiungere il Nirvana, l’illuminazione assoluta. Uno dei più interessanti templi a loro dedicati è certamente quello di Rakan-ji (羅漢寺) della setta spirituale Sōtō, incastonato tra le montagne di Nakatsu, nella prefettura di Ōita.

La sua storia inizia nel 1337: il monaco indiano Hodo Sennin, mentre vagava tra le rocce del monte Rakan, decise di depositare in quel luogo serafico un’immagine d’oro e rame di Buddha. Lo stesso giorno Buddha si rivelò, chiedendogli di costruire un tempio in suo onore in quel luogo incontaminato. Ovviamente Hodo Sennin fu ben lieto di esaudire la sua richiesta.

 

 

Il tempio svetta su una rupe rocciosa e si sviluppa in numerose grotte, dimostrandosi una vera perla della simbiosi tra architettura orientale e natura selvaggia. All’interno delle stanze scavate nella nuda roccia trovano posto 3.777 statue dedicate a Buddha, comprese 1.000 in onore del dio Bodhisattva Kṣitigarbha e 500 per i Rakan. E tra tante reliquie religiose, nascosta negli angoli più irraggiungibili del complesso, è nascosto il demone bambino.

 

Il demone di Rakan-ji

 

Per alcuni un falso, per altri la prova inconfutabile che in mezzo a noi vivano esseri infernali, la foto ritrae quello che sembra il corpo mummificato di un piccolo mostro. La creatura rassomiglia ad un cucciolo di Oni, esseri mitologici del folklore giapponese benigni oppure malvagi, a seconda delle leggende e del periodo storico. Purtroppo un devastante incendio nel 1943 rade al suolo il tempio di Rakan-ji, avvolgendo tutto tra le sue fiamme e lasciando dietro di sé solo cenere e desolazione. Nel 1969 l’intero complesso viene ricostruito, ma del piccolo demone non v’è più traccia.

A dirla tutta, l’unica prova dell’esistenza di questo essere è soltanto questa foto. Se la pergamena che si vede nell’immagine è un semplice rotolo, si potrebbe calcolare che la creatura in piedi misurerebbe all’incirca una quarantina di centimetri, un po’ poco per un bambino deforme e un po’ troppo per animali simili nell’aspetto. Senza contare che ha anche un bel paio di corna che le spuntano dalla fronte.

Nei templi buddisti, di sicuro, c’è molto più di quanto possiamo immaginare.

 

La reliquia di Rakan-ji è davvero il cadavere di un demone?

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Il mostro delle fogne inglesi

La United Utilities è una compagnia inglese che gestisce l’impianto idrico del nord ovest dell’isola britannica. Per verificare che nelle fogne non ci siano occlusioni dei tubi la ditta fa spesso ricorso a videocamere a circuito chiuso montate su piccoli robot gestiti a distanza – in parole povere fissano una telecamera ad una macchinina radiocomandata e la lanciano in un tombino. Spesso il drone si scontra con ostacoli ostici da superare e con la fauna locale, composta sopratutto da ratti belli grossi, ma nel 2011 l’operatore che guida il robot resta impietrito dinanzi a due occhi luminescenti che lo fissano attraverso l’obiettivo.

 

 

Ero seduto nel furgone davanti al monitor. Sono saltato dalla sedia quando ho visto quella cosa. Il mio primo pensiero è stato “cavolo, è il ratto più grosso che abbia mai visto”. Poi ho visto le due gambe, avevano un qualcosa di scimmiesco. Ero terrorizzato. – Ian Appleton, operatore video della United Utilities

Il mostro, ribattezzato Messie, è alto quasi due metri, con una lunga coda, veloce e capace di scatti impressionanti. Viene ripreso in altri tre video di sorveglianza, gettando nel panico i dipendenti della compagnia idrica.

Chiediamo ai cittadini di guardare i filmati, e se qualcuno di voi ha anche solo una pallida idea di che cosa sia e da dove venga, ci contatti al più presto. – Mike Wood, dirigente regionale della rete fognaria della United Utilities

La popolazione però reagisce male: la paura che qualcosa si muova appena sotto i loro piedi li getta nell’isteria. Su Twitter viene creato l’hashtag #monstersightings per raccogliere le segnalazioni degli utenti, ed in pochi giorni i messaggi arrivano a migliaia.

 

 

Peccato che sia tutto falso.

La notizia esce il primo aprile, ed i video fanno parte di una campagna virale della United Utilities dal titolo What not to flush (cosa non scaricare nel water) per sensibilizzare l’opinione pubblica verso un uso più corretto della rete fognaria: negli anni i dipendenti della ditta hanno trovato nel sottosuolo davvero di tutto, riemergendo dai tombini con proiettili, motociclette, salamandre ancora vive e molto altro ancora. Indubbiamente ora gli inglesi ci penseranno due volte prima di gettare nel gabinetto il pesce rosso moribondo.

Potrebbe tornare.

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Il diavolo del Jersey

Dinnanzi a voi solo la desolazione. La luna piena rischiara a malapena la fitta foresta di alberi dove vi siete risvegliati. Tutt’intorno solo terreno acquitrinoso e molle, malato e fetido. Benvenuti nella dimora del diavolo del Jersey.

La leggenda attorno a questo inquietante mostro inizia nei primi decenni del ‘700, ed è più o meno così.

Mamma Leeds aveva dodici figli, quando scoprì di essere incinta del tredicesimo. Era certa che dal suo ventre sarebbe nato il diavolo. Nel 1735, era in travaglio durante una notte tempestosa, accudita dalle sue amiche. Era una strega, ed il figlio che partorì era davvero il diavolo. Il piccolo nacque normale, ma in pochi attimi il suo corpo mutò: si ritrovò con zoccoli, una testa caprina, ali di pipistrello ed una coda biforcuta. Ringhiò e si dimenò, uccidendo l’ostetrica che l’avevo fatto nascere, prima di volar via fuggendo dalla canna fumaria. Volteggiò sul villaggio e sparì lontano, nei boschi. Nel 1740 un gruppo di monaci venne chiamato per benedire il villaggio per 100 anni e gli abitanti tirarono un sospiro di sollievo sperando che fosse tornato per sempre dall’inferno da cui era venuto. Si sbagliavano.

La leggenda però affonda le proprie radici nella realtà dell’epoca: mamma Leeds è esistita realmente, e si tratta di una donna di nome Deborah Leeds, madre di 12 figli. Lei ed il marito Japhet vivevano in quegli anni a Leeds Point, l’odierna Atlantic County, che è compatibile con i luoghi infestati dal diavolo del Jersey.

Avvistamenti

Gli avvistamenti della creatura si perdono agli inizi del 1800.

Il commodoro Stephen Decatur si trovava negli Hanover Mill Works per ispezionare le palle di cannone appena forgiate, quando avvistò nel cielo un’enorme mostro volante dagli occhi rossi e dal grottesco sibilo. Il commodoro diede fuoco a diverse bordate di cannone e lo prese in pieno, ma l’animale volò viene come se nulla gli fosse accaduto.

Giuseppe Bonaparte, fratello maggiore dell’imperatore Napoleone, vide il mostro nel 1820, mentre si trovava nella sua tenuta di caccia a Borden Town.

Nel 1840 il diavolo massacrò interi capi di bestiame.

Nel 1841 la mattanza degli animali continuò, ma stavolta i fattori restarono impietriti di fronte alle urla della bestia e dalle tracce lasciate.

Nel dicembre 1925 un contadino spara ad un animale mostruoso che cercava di rubargli le galline. La polizia gli presentò oltre cento sospettati, ma l’uomo era certo che non fosse stato nessuno di loro.

Il 27 luglio 1937 uno strano animale con grandi occhi rossi venne avvistato da diversi residenti di Downingtown, in Pennsylvania. L’accaduto fu pubblicato il giorno successivo dal Pennsylvania Bulletin, che dichiarava nell’articolo che si trattasse del diavolo del Jersey.

Nel 1951 a Gibbstown un gruppo di ragazzi dichiarò di essersi imbattuto in un mostro e di averne ritrovato la carcassa nel 1957.

Nel 1960 nei pressi di Mays Landing si susseguirono le segnalazioni di strani rumori e tracce compatibili con quelli del diavolo.

Sempre nel 1960 i commercianti di Camden si videro costretti a mettere in palio una taglia di $ 10.000 ed uno zoo privato a chiunque fosse stato capace di catturare il mostro, vivo o morto.

Nel 1999 un gruppo di volontari fonda The Devil Hunters, con l’obiettivo dichiarato di provare l’esistenza del diavolo del Jersey. La fondazione è attiva in tutto lo stato, e sul loro sito potete trovare un’ampia raccolta di testimonianze ed avvistamenti.

Mappa di alcuni degli avvistamenti del Diavolo del Jersey.

Mappa di alcuni degli avvistamenti del Diavolo del Jersey.

Teorie

Le teorie sulla reale origine del mostro sono varie, alcune basate su argomenti efficaci e convincenti, altre decisamente fantasiose.

In molti credono che il diavolo del Jersey sia in realtà una banale Gru Canadese. L’apertura alare e l’altezza dell’animale potrebbero essere compatibili; inoltre la gru ha un verso particolarmente sgradevole simile a quello del mostro. L’uccello, però, è erbivoro, mentre la creatura è tristemente nota per aver attaccato ed essersi cibata di un gran numero di animali da pascolo.

Altra teoria segue quella – piuttosto fantasiosa – dello pterodattilo sopravvissuto all’estinzione. Si tratta di un enorme dinosauro volante, vissuto nel Giurassico Superiore (145 milioni di anni fa) che potrebbe essere giunto fino ai giorni nostri vivendo protetto in una caverna marina. Il fisico del rettile è simile a quello del diavolo, ma quest’ultimo secondo le testimonianze è capace di alzarsi in volo da fermo, mentre la sua antica controparte necessita di lanciarsi da un’altura, esattamente come un deltaplano.

Alcuni credono che la creatura sia in realtà un drago, o quantomeno un diretto discendente. Ovviamente la critica maggiore è che magari qualcuno ha realmente incontrato il diavolo del Jersey, ma non esiste alcuna prova scientifica che i draghi siano mai esistiti.

La teoria supportata dai Devil Hunters è che il mostro sia soltanto un animale non ancora classificato. Dopotutto viviamo in un mondo enorme, e sono molte le specie che ancora oggi vengono scoperte ogni giorno lasciando allibiti scienziati e naturalisti, con somma gioia dei criptozoologi. Sembra improbabile però che in uno stato civilizzato come il New Jersey, con più di sette milioni di persone, possa esserci un animale di grandi dimensioni che sia passato inosservato per tutti questi anni.

Per molti anni è girata la voce che il mostro possa essere un Chupacabra. Di questa creatura leggendaria parlerò prossimamente, e francamente giustificare l’esistenza di un mostro con un altro per me non ha alcun senso. Comunque, secondo le testimonianze, il chupacabra è solito prosciugare il sangue delle sue vittime, al contrario del diavolo, e secondo alcune versioni non è capace di volare. Vien da sé che questa ipotesi lascia un po’ il tempo che trova.

Altra teoria è quella che segue la corrente esoterica: il mostro sarebbe realmente il figlio maledetto di una strega, ma è ovvio che questa ipotesi non ha né capo né coda.

Alcuni vedono nell’Hypsignathus monstrosus, il pipistrello dalla testa a martello, un animale compatibile con le descrizioni del mostro. Fisicamente simili ed entrambi notturni, questo pipistrello però non è presente nel nord america – bensì solo in Africa centrale – ed è alto circa 15/30 centimetri, mentre il diavolo è alto oltre 2 metri.

Affascinante – ma infondata – teoria è quella dell’ibrido. Per chi mastica un po’ di biologia e genetica è una tesi facilmente smentibile; il diavolo del Jersey sembra essere un pot-pourri di specie diverse: cavalli, pipistrelli, capre. Inoltre, gli ibridi spesso sono sterili, e quindi o il mostro ha una longevità di centinaia d’anni, o appartiene ad una specie che si riproduce in quantità tale da garantire una percentuale, minima, di nati fecondi. Geneticamente un animale del genere è impossibile: il mulo ed il bardotto, ad esempio, sono i nati di genitori appartenenti a specie diverse, ma con corredo genetico simile. Sarebbe come far accoppiare un ippopotamo con un polipo e veder nascere un piccolo che abbia preso metà dalla madre e metà dal padre. Un polipotamo, o un ippoppo, fate voi.

La verità forse è che si tratta solo di una leggenda. Un bambino nato deforme, e dalla madre maledetto, diviene il diavolo dei Leeds. Poi il modo di dire resta, ed ecco nascere il termine diavolo del Jersey. Il resto lo fa la fantasia, e l’impressionabilità, degli abitanti dello stato americano.


Che cos'è realmente il diavolo del Jersey?

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Spring-heeled Jack – Il diavolo di Londra

Questa storia ha inizio nel 1837 nella Londra vittoriana, e dura oltre 150 anni. Racconta di una creatura metà uomo e metà diavolo, che terrorizza i cittadini della capitale dell’impero inglese, figlia della notte e dei comignoli fumosi, dilaniando le sue vittime con inquietanti artigli per poi lasciare i testimoni a bocca aperta con poderosi balzi di oltre trenta metri, prima di svanire nel buio da cui è uscita. Ecco a voi Spring-heeled Jack, ovvero Jack il saltatore.

Siamo nel settembre del 1837, in anni di grandi rivoluzioni ma anche di grandi contraddizioni, e sullo sfondo la nebbiosa Londra della Regina Vittoria, con i suoi lustri e le sue ricchezze ma anche con la sua povertà ed il suo degrado. Una giovane servetta di nome Mary Stevens camminava per Lavender Hull di ritorno dai suoi genitori in Battersea. Affacciatasi sul parco di Clapham Common, una strana figura le si avvicinò sbucando dalle tenebre. Il mostro la afferrò e la strinse a sé in un macabro abbraccio e cominciò a baciarla avidamente in volto, sfiorandone la pelle con quelli che sembravano lunghi ed affilati artigli.

freddi e umidi come quelli di un cadavere. – Mary Stevens

In preda ad un puro terrore la ragazza urlò con quanto fiato avesse in corpo, facendo così fuggire la creatura. In molti giunsero immediatamente sul posto attirati dalle grida, ma dell’assalitore non vi era alcuna traccia. La giovane non venne presa in grande considerazione dalla polizia – e come dar loro torto – e la sua denuncia venne archiviata come semplice manifestazione di autolesionismo.

Il giorno seguente, però, il mostro tornò ad attaccare. Si gettò  a capofitto dai tetti di un palazzo nel bel mezzo della strada sbarrando d’improvviso il passaggio di un cocchio: il suo guidatore rovinò a terra ferendosi gravemente, proprio mentre l’assalitore saltava via con un balzo di oltre due metri e mezzo lasciando dietro di sé solo l’eco del suo ghigno malvagio.

Jane Alsop si trovava a casa del padre la notte del 19 febbraio 1838 quando un uomo che dichiarò essere un poliziotto bussò alla sua porta. La figura dentro il lungo mantello le chiese una candela, annunciando che Jack il saltatore era stato catturato proprio davanti la sua abitazione. Jane offrì subito una luce al poliziotto, ma immediatamente ritirò la mano: il suo volto era quanto di più inquietante potesse esistere, i suoi occhi erano sfere di fuoco purpureo, fiamme bluastre uscivano dalla sua bocca e la sua pelle era di un innaturale color olivastro. Il mostro la afferrò con i suoi artigli e le strappò via la camicetta da notte. Jane riuscì a divincolarsi e a fuggire via urlando, ma la creatura fu altrettanto lesta da riacciuffarla in strada, infierendo con i suoi artigli sulla giovane, ferendola al collo e alle braccia e abbandonandola lì a terra, in un lago di sangue. Jane venne poi salvata da una delle sorelle, allertata dalle urla.

Il 28 febbraio 1838 la diciottenne Lucy Scales era di ritorno con la sorella da una visita a casa del loro fratello, un rispettabile macellaio di Limehouse. Lungo Green Dragon Alley le due si pietrificarono alla vista di una figura ammantata di nero che le osservava da un angolo della strada. La sola vista del mostro, che vomitava lingue di fuoco blu, fece impazzire Lucy, che per molte ore rimase a terra in preda ad attacchi di panico violentissimi. La ragazza venne soccorsa dal fratello e dalla sorella, che la riportarono a casa di lui. Il mostro si era dileguato; la polizia interrogò numerosi sospettati, ma non effettuò alcun arresto.

Jack non seguiva apparentemente alcuna logica: attaccava le vittime a caso, senza premeditazione, ed ogni volta scappava via con enormi salti anche di trenta metri (da cui, appunto, l’appellativo di “saltatore”). Gli avvistamenti furono innumerevoli, ed alcuni pensano che siano state molte le vittime che non abbiamo sporto denuncia, per evitare di essere additate come pazze.

Nell’agosto 1877 la vittima della creatura è la guardia di un’avamposto militare. Il soldato di stanza alla caserma di Aldershot seguiva nel buio una figura che gli si approcciava dal bosco antistante la struttura. La creatura lo attaccò all’improvviso, ferendolo più volte in viso, e a nulla valsero i colpi sparati dai commilitoni della povera vittima: gli spari non sortivano alcun effetto e sebbene Jack fosse stato colpito in pieno da diverse raffiche, non si trovò neanche una singola goccia del suo sangue; com’era apparso, svanì.

Nell’autunno 1877 il saltatore si fa vivo a Newport Arch, nel Lincolnshire, abbandonando il suo lugubre mantello per un’ancor più macabra pelle di pecora. Un uomo gli sparò, ma le pallottole sembrarono non arrecargli alcun danno. La creatura fuggì via a grandi balzi.

Nel 1888 ad Everton, a nord di Liverpool, il mostro si materializzò sul tetto della Chiesa di San Francesco Saverio, senza però attaccare nessuno dei presenti. Riapparve nella vicina William Henry Street nel 1904, anche stavolta senza nuocere ad anima viva.

Le apparizioni di Jack il saltatore si avvicendano sino a tempi più recenti.

Nei tardi anni ’70 la creatura venne avvistata da diversi residenti di Attercliffe, nello Sheffield, ma nessuno venne attaccato. Jack si limitò a balzare da una casa all’altra in piena notte, davanti agli occhi sbigottiti e spaventati della popolazione.

Nel 1986 nel South Herefordshire un commesso viaggiatore di nome Marshall giurò di essere stato aggredito dal saltatore, che lo ghermì e lo ferì gravemente sul torace con i suoi affilati artigli.

Poco tempo dopo, Jack fu avvistato da diversi scolaretti nel West Surrey, e si avvicinò loro con passo veloce fermandosi dinanzi ad un bambino dai capelli neri apostrofandolo con:

Ho scelto te. – Jack il saltatore

Nel 2012 Scott Martin e la sua famiglia tornavano in taxi da Stoneleigh quando una figura oscura saltò ben oltre quattro metri scavalcando l’edificio di una banca in pochi secondi presso il Nescot College di Ewell. Dopo essersi documentati, giurarono si trattasse di Jack.

Ma chi o che cos’è realmente Jack il saltatore?

Alla metà dell’800 la storia sembrava giunta alla sua fine quando alcune delle vittime del mostro notarono nel risvolto del mantello una W dorata, simbolo della casata del marchese di Waterford, Henry de La Poer Beresford. L’uomo però morì per una caduta da cavallo nel 1859, senza che la bestia si quietasse: continuò indisturbata, come avete letto, le sue terrificanti gesta fino ai giorni nostri. Altre teorie vedono in Jack il saltatore una creatura aliena, dotata di tecnologia avanzata (occhiali ad infrarossi, protesi che aumentano i riflessi, eccetera). Altri credono che si tratti di un vero e proprio demone, liberato sulla Terra da chissà quale arcano rituale, mosso dalla violenza e dalla sete di sangue. Tal’altri invece credono che si tratti di persone affette da isteria collettiva che autoalimentavano la leggenda, come nel caso del gassificatore di Mattoon.

Dopo quasi duecento anni, la verità su Spring-heeled Jack non è ancora stata rivelata.

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