Categoria: Universo

Nello spazio nessuno può sentirci urlare.

La donna aliena di Marte

Curiosity, il rover atterrato su Marte il 6 agosto 2012, ha raccolto in questi anni migliaia di immagini straordinarie del pianeta rosso. Tra queste, ve ne sono alcune dense di mistero e fantastiche congetture, come quella che ritrae una donna aliena intenta a scrutare l’orizzonte.

Scoperta casualmente nel luglio del 2015 dall’utente YouTube UFOovni2012, la foto mostra quella che a prima vista sembra solo una distesa di rocce e poco più.

 

La donna aliena di Marte

 

In realtà, al centro ed in bella vista, c’è una donna aliena, fasciata in un lungo abito nero.

 

La donna aliena di Marte

 

La figura femminile porta lunghi capelli corvini sciolti dietro la schiena, sono ben visibili entrambe le braccia ed il florido seno e sembra guardare dritta dinnanzi a sé. Qualcuno ha ipotizzato che possa trattarsi di una statua eretta da un’antica civiltà, ma se così fosse sarebbe stata erosa da tempo: in baso al calcolo delle ombre si tratta di un’aliena alta poco meno di 10 centimetri. Sembra un’assurdità, ma bisogna ricordare che l’astronauta William Rutledge, al seguito della fantomatica missione Apollo 20 (quest’ultima smentita da evidenti contraddizioni tecniche, ma tutt’ora spacciata per vera da alcuni ufologi e trasmissioni tipo Mistero di Italia 1) dichiara di aver visto con i propri occhi tubi artificiali di vetro con dei piccoli scheletri nelle vicinanze di circa 5 centimetri semisepolti sulla superficie lunare.

Abbiamo già trattato un caso simile, Ominide sulla Luna scovato su Google Moon, che si è rivelato solo un caso di pareidolia ma, al di là dell’attendibilità di Rutledge, questa foto è autentica e disponibile sul sito della Nasa.

La cosa più inquietante di tutte è che si potrebbe trattare di una vera aliena, molto simile nelle fattezze a noi. E sta fissando attentamente Curiosity.

Come se stesse scrutando in realtà tutti noi.


Che cos'è in realtà la donna aliena di Marte fotografata da Curiosity?

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C/2013 US10 Catalina – La cometa di Natale

La cometa che ci accompagnerà nei cieli bui di questo periodo natalizio si chiama C/2013 US10 Catalina. Scoperta il 31 ottobre 2013 dal Lunar and Planetary Laboratory dell’Università dell’Arizona, toccherà il punto più vicino alla Terra il 17 gennaio 2016, dopo aver raggiunto il perielio il 15 novembre 2015.

Proveniente dalla Nube di Oort, Catalina è una cometa non periodica; a differenza di altre sue sorelle che tornano regolarmente a farci visita, sarà praticamente la prima ed ultima volta che potremo studiarla da vicino. Si pensa che in origine facesse parte dei corpi celesti in orbita attorno al sole (ed il suo periodo di rivoluzione si sarebbe attestato in questo caso a svariati milioni di anni) ma che un giorno abbia impattato con qualcosa o sia stata deviata dalla sua rotazione: in questo modo è diventata una raminga del cielo stellato.

 

C/2013 US10 Catalina

 

La particolarità di Catalina è la presenza di due code, composte rispettivamente da gas ionizzati e polveri. Il 24 dicembre 2015 sarà visibile nella costellazione del Bifolco, ed il 17 gennaio 2016, alle ore 22:00 circa, si troverà nei pressi dell’Orsa Maggiore. Sarà possibile vederla anche ad occhio nudo – la sua magnitudine è circa 6 – ma ci sarà bisogno di un cielo particolarmente scuro per goderla appieno: un semplice binocolo, tuttavia, sarà più che sufficiente. Attualmente è visibile poco prima dell’alba, nella costellazione della Vergine.

Piccola curiosità: il 25 dicembre 2015 ci sarà luna piena. Così che i re magi avranno la strana spianata e ben illuminata per raggiungere la mangiatoia. 🙂

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La stazione spaziale aliena di KIC 8462852

http://spacetelescope.org/images/potw1509a/

C’è una stella nel firmamento che ha un nome strano: KIC 8462852, che assomiglia più o meno al nostro Sole. Si trova nella costellazione del Cigno, e dista 1.480 anni luce dalla Terra. Probabilmente tutte queste informazioni non vi diranno nulla, ma si tratta della stella più misteriosa dell’universo, perché sembra che ospiti una stazione spaziale aliena.

La Missione Kepler, missione NASA Discovery #10, è stata specificatamente progettata per monitorare una porzione della nostra regione della Via Lattea e scoprire dozzine di pianeti simili alla Terra vicino o nella zona abitabile e determinare quante delle miliardi di stelle della nostra galassia posseggano pianeti. – Kepler Mission Quickguide

Nel settembre del 2015 il telescopio spaziale Kepler registra delle strane anomalie in una stella della costellazione del Cigno, KIC 8462852, che gli astronomi non riescono a spiegarsi razionalmente. Quando un esopianeta – ovvero al di fuori del Sistema Solare – ruota intorno ad una stella, Kepler registra una variazione di luminosità della stessa dovuta al passaggio del corpo celeste; questi dati possono essere usati per calcolare la grandezza di un pianeta, il suo moto e molto altro. La straordinarietà di KIC 8462852 è che, per diversi giorni, viene oscurata da qualcosa di non meglio definito. Se la stella fosse giovane si potrebbe trattare di detriti che, sotto l’effetto gravitazionale dell’astro, creerebbero in futuro un nuovo sistema, ma non è questo il caso.

Non abbiamo mai visto niente che rassomigli a questa stella. È strana. Pensavamo che si trattasse di dati errati o fluttuazioni del modulo, ma era tutto in ordine. – Tabetha Boyajian, assegnista di ricerca della Yale University

Sono state avanzate numerose ipotesi per spiegare questa singolarità, ma nessuna è in grado di convincere pienamente gli studiosi. Si scoprono, oltre a numerosi ed improvvisi cali di luminosità sporadici, anche due eventi più importanti, a circa 750 giorni di distanza. Nel primo evento la luminosità si riduce del 15%, mentre nel secondo del 22%; in proporzione Giove non riuscirebbe ad oscurare che poco più dell’1% del nostro Sole: quello che transita nei pressi di KIC 8462852 non è un pianeta.

Ed è incredibilmente grande.

 

https://commons.wikimedia.org/wiki/File%3ANGC_6866_map.png

 

Le ipotesi, come abbiamo detto, sono varie, ma nessuna è davvero la risposta esauriente che tutti gli astronomi cercano. In questo clima di incertezza l’astronomo Jason Wright ha azzardato che si tratti di una stazione spaziale aliena, o di una sfera di Dyson.

Quando [Tabetha Boyajian] mi ha mostrato i dati, ero affascinato da quanto pazzeschi fossero. Gli alieni dovrebbero essere l’ultima ipotesi da considerare, ma questa cosa sembra proprio quello che ti aspetteresti da una civiltà extraterrestre. – Jason Wright

Per ora il SETI ha puntato le proprie antenne su KIC 8462852, alla ricerca di onde radio che testimonino la presenza di intelligenza aliena nello spazio.

Non ci resta che aspettare.

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D&R: Che cosa sono gli incontri ravvicinati del I, II, III e IV tipo?

https://www.flickr.com/photos/xenization/5772744401/

Con incontro ravvicinato, termine divenuto famoso grazie al film del 1997 Incontri ravvicinati del terzo tipo (Close Encounters of the Third Kind) di Steven Spielberg, ci si riferisce ad un contatto con una forma di civiltà aliena. Ma quanti tipi di incontri ravvicinati esistono?

In ufologia sono detti incontri ravvicinati tutti quegli eventi in cui una persona asserisce di essere entrata in contatto con un UFO. Il termine viene coniato nel 1972 in un libro, The UFO Experience: A Scientific Inquiry, dell’astrofisico statunitense Josef Allen Hynek. Per essere classificato come CE (Close Encounter), un avvistamento deve avvenire a meno di 160 metri dal soggetto; dividendosi in tre gruppi originali, più altri sottogruppi e voci incluse da altri autori.

  1. Incontro ravvicinato del I tipo, si tratta di avvistamenti di oggetti volanti non identificati;
  2. Incontro ravvicinato del II tipo, basato sull’osservazione indiretta della presenza attuale o regressa di un UFO, come cerchi nel grano, interferenze elettromagnetiche e perdite di memoria inspiegabili;
  3. Incontro ravvicinato del III tipo, quando oltre ad un UFO vengono avvistati anche esseri animati (Hynek li definisce proprio così, in maniera esplicitamente vaga). Esistono dei sottogruppi del III tipo creati dal ricercatore ufologico Ted Bloecher.
    • III tipo A, in cui un’entità aliena è osservata solo all’interno di una navicella;
    • III tipo B, in cui un alieno è visibile sia all’interno che all’esterno dell’UFO;
    • III tipo C, in cui è visibile un alieno che non interagisce con alcun UFO;
    • III tipo D, in cui viene osservato un alieno a seguito di una segnalazione di oggetti volanti non identificati;
    • III tipo E, in cui è visibile un alieno senza attività UFO;
    • III tipo F, non vi è alcuna attività UFO o aliena, ma si sperimenta un contatto con una forma di vita intelligente.
  4. Incontro ravvicinato del IV tipo, rapimento di un essere umano da parte di un UFO o dei suoi occupanti (abduction);
  5. Incontro ravvicinato del V tipo, incontri bilaterali tra esseri umani volontari e coscienti con entità aliene;
  6. Incontro ravvicinato del VI tipo, contatti di qualsivoglia genere che possono portare ad effetti sull’organismo della persona a lungo termine, compresa la morte;
  7. Incontro ravvicinato del VII tipo, ibridazione umano/aliena, ovvero la possibilità di procreare un essere con patrimonio genetico sia umano che extraterrestre.

 

https://www.flickr.com/photos/wadeferd/4888288876/

 

 


Hai anche tu una domanda a cui non sai dare risposta? Inviacela e potresti vederla pubblicata sul sito!

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L’eclissi di luna del 28 settembre – Uno spettacolo da non perdere

Si tratterà di una concatenazione di eventi molto rara, che si ripeterà soltanto tra diciotto anni: la Superluna rossa del 28 settembre sarà uno spettacolo mozzafiato.

Il 28 settembre, dalle 2:12 ora italiana, sarà possibile assistere ad una singolare eclissi di Luna: all’apice dell’evento il nostro satellite diverrà completamente rosso, e sarà molto più grande del solito. Quel giorno infatti la Luna si troverà molto vicina al perigeo (la distanza minima con la Terra), mostrandosi più grande di circa il 14%. Il colore rossastro sarà invece frutto della deviazione dei raggi solari da parte dell’atmosfera terrestre: benché il nostro satellite si troverà tecnicamente in ombra, il colore rosso della luce riuscirà a raggiungerlo, donandogli questo particolare aspetto. Quello del 28 settembre si tratterà di un evento molto raro, che nell’ultimo secolo è avvenuto solo cinque volte, l’ultima delle quali nel 1984; la fase più spettacolare sarà tra 4:47 e le 5:22, quando gli effetti dell’eclissi saranno più evidenti.

Se il cielo non vi consentirà di godervi lo spettacolo, sul canale della NASA sarà possibile assistere in diretta all’evento. Per farvi un’idea di cosa accadrà, l’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) ha preparato un video dimostrativo creato col software Stellarium.

 

 

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Distruggiamo la Luna!

Sono passati 46 anni da quel 21 luglio 1969: per la prima volta posiamo piede sulla Luna, ed il nostro satellite, per millenni irraggiungibile, si fa in qualche modo sì più vicino, ma anche meno affascinante. E decisamente più noioso. Diciamoci la verità, oramai la Luna ha stufato. Se ne sta lassù, i poeti non la cantano più, ed i lupi mannari sono roba del passato. Sarebbe meglio farla saltare in aria in mille pezzetti, e godersi lo spettacolo.

Già, ma come fare?

Ovviamente è solo un’ipotesi, la Luna è una delle cose più meravigliose che la natura ci abbia donato. Ma se volessimo distruggerla sul serio e levarcela per sempre dall’orbita, come potremmo fare?

Fraser Cain è il creatore del blog di astronomia Universe Today, lanciato nel 1999 e visitato ogni anno da milioni di utenti, e qualche giorno fa ha fatto un paio di conti e ha cercato di comprendere quanta energia sarebbe necessaria per disintegrare il nostro amato satellite.

 

 

Il requisito base per distruggere qualsiasi cosa, dagli atomi alle stelle, è quello di aggirare l’energia di legame. Semplicisticamente, potremmo dire che un oggetto è formato da dei pezzi più piccoli che presentano, se sommati singolarmente, una massa maggiore del prodotto finale; ciò è dovuto al fatto che ogni cosa nell’universo reagisce con quello che la circonda, portando ad una perdita di massa – ad esempio attraverso l’emissione di calore – che non avrebbe se fosse divisa nelle sue componenti più semplici.

Proviamo a fare un esempio: un atomo di elio è formato da due protoni e due neutroni, che hanno singolarmente masse di 1,0073 dalton i primi e 1,0087 i secondi. Fatti i calcoli (1,0073*2+1,0087*2) l’elio dovrebbe avere una massa di 4,0320 dalton, ma in realtà è di 4,0015.

L’energia di legame è quindi la forza necessaria a scomporre qualcosa in parti più piccole, e quella della Luna è 1,2*10^29 joule (quella della Terra è 2,2*10^32).

Per fare un paragone, Fat Boy, la bomba atomica sganciata su Hiroshima (Giappone) ha liberato un’energia di 8*10^13 joule. Per frantumare il nostro satellite servirebbero miliardi di bombe atomiche, detonate tutte nello stesso istante. Praticamente impossibile con i mezzi attuali.

 

Science!

 

Proviamo allora con qualcosa che viene dallo spazio: un asteroide. Per scatenare l’energia sufficiente ci vorrebbe un asteroide di dimensioni inimmaginabili, grande centinaia se non migliaia di chilometri. Certo, una soluzione del genere sarebbe fattibile in teoria, ma dove lo andiamo a recuperare un asteroide così grosso? E sopratutto, come lo imbrigliamo e lo spariamo contro la Luna? Neanche questa strada è percorribile.

Sfruttando altre risorse del nostro sistema solare il limite di Roche della Terra potrebbe sbriciolare la Luna in pochi minuti. Il limite di Roche è una linea immaginaria che circonda ogni corpo celeste, al di sotto della quale un altro oggetto viene dilaniato dalle forze di marea che si vengono a creare. Pensiamo ad un bambino che fa il bagnetto nella vasca da bagno, con tutti i suoi giocattoli gommosi e galleggianti al seguito: facciamo un mulinello al centro e lasciamo che i suoi amici di plastica vadano per la propria strada. Se una paperella di gomma si mantiene a debita distanza, il mulinello non le arrecherà danno, ma se questa si avvicina troppo, verrà risucchiata inesorabilmente dal gorgo, sempre più velocemente e vorticosamente. Ora, se il giocattolo non fosse di gomma ma di carta, verrebbe distrutto in mille pezzi: questo è quanto succede quando si supera il limite di Roche. Quello terrestre è di 18.000 chilometri, e se riuscissimo a portare la Luna oltre questa soglia, il nostro pianeta farebbe il resto. Purtroppo non abbiamo i mezzi per spostare un oggetto grande quanto il satellite, che inoltre si allontana da noi di qualche centimetro all’anno, inesorabilmente. Tra qualche milione di anni il satellite maggiore di Marte, Phobos, supererà il limite di Roche e ricadrà sulla superficie del pianeta rosso. Le conseguenze saranno inimmaginabili.

Se la scienza non ci viene in aiuto, proviamo con la fantascienza. Prendendo spunto dal film Austin Power: La spia che ci provava, costruiamo un laserone gigantesco e puntiamolo contro la Luna (anche se nel film avviene il contrario). Come alimentarlo? Il Sole potrebbe venire in nostro aiuto, costruendogli intorno una sfera di Dyson. Una sfera di Dyson è un enorme scudo artificiale che avvolge una stella e ne raccoglie l’energia, che può essere riutilizzata a piacimento – sarebbe come avvolgere una lampadina accesa in una sfera d’acciaio che fosse in grado di assorbirne il calore e la luce. Si tratta di un’idea dell’astronomo, fisico e matematico Freeman John Dyson, attuabile in teoria ma non in pratica: per costruirne una intorno alla nostra stella servirebbe quasi tutta la materia del Sistema Solare, vale a dire buona parte di quello che c’è tra il Sole e Nettuno. Se riuscissimo a costruire lo stesso una sfera di Dyson, potremmo imbrigliare l’energia del Sole per 15 minuti e scaricarla contro il satellite. Basterebbe per sbriciolarlo in un attimo.

 

"Laserone"

 

D’accordo, abbiamo distrutto la Luna. E adesso?

I detriti cadrebbero sulla Terra per secoli, e creerebbero un clima inadatto alla vita portando allo sterminio di qualsiasi forma di vita. Senza il nostro satellite gli oceani non avrebbero più le correnti, l’acqua si ritirerebbe spostandosi lungo i poli e l’equatore e distruggendo tutto ciò che gli si parerebbe innanzi. L’asse terrestre, infine, diverrebbe parallelo a quello dell’orbita: il Polo Nord si inclinerebbe al punto di sfiorare l’equatore, portando la Terra a rotolare letteralmente lungo la sua orbita.

E se proprio non resistiamo all’impulso di vedere la Luna distrutta, basta affidarsi al regno della fantasia. Nel manga e anime Dragon Ball (ドラゴンボール) di Akira Toriyama, ad esempio, viene polverizzata da Piccolo (Junior nella versione italiana) con un raggio energetico. In Assassination Classroom (暗殺教室) di Yūsei Matsui il protagonista Korosensei dissolve una parte della Luna lasciandone solo una falce come manifestazione dei suoi poteri ai governi della Terra. In The Time Machine di Simon Wells il satellite viene disintegrato nel 2037, a causa di un’esplosione nucleare.

 

Assassination Classroom Moon

 

Finora abbiamo solo avanzato ipotesi, ma è bene ricordare che nel 1958 la United States Air Force (l’aeronautica militare degli Stati Uniti) ha avviato realmente uno studio per distruggere la Luna. Si tratta del Progetto A119, che prevede la detonazione di un’ordigno nucleare sul satellite – e conseguente distruzione dello stesso – per dimostrare la superiorità degli Stati Uniti sull’Unione Sovietica, all’epoca potenza indiscussa della corsa allo spazio. Nello stesso anno i sovietici avviano il Progetto E-4, sostanzialmente identico a quello statunitense. Fortunatamente, entrambi i progetti verranno abbandonati l’anno successivo: A119 principalmente per le reazioni negative dell’opinione pubblica, ed E4 per i seri dubbi sulla sicurezza del velivolo di lancio. È interessante notare come la distruzione della Luna, di per sé, venga considerato un problema secondario.

 

A Study of Lunar Research Flights - Vol I

 

A conti fatti, ci conviene lasciare la Luna dov’è. Tanto tra qualche milione di anni se ne andrà da sola.

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La capsula del tempo – Il nostro messaggio in viaggio nello spazio

Riprendiamo il racconto sulle capsule del tempo, iniziato qualche giorno addietro. Questa volta parliamo di messaggi inviati nello spazio, alla ricerca di vita extraterrestre. E non solo.

 

Il progetto KEO

 

Il KEO è un satellite spaziale progettato per contenere al suo interno una capsula del tempo che conterrà tutti i messaggi dei cittadini della Terra. La data di lancio è prevista inizialmente per il 2003 ma, dopo vari posticipi, viene rinviata al 2015. Il progetto è supportato dall’UNESCO (Progetto del XXI secolo), dal gruppo Hutchison e dall’Agenzia Spaziale Europea, più molte altre organizzazioni minori. Ogni essere umano è invitato a scrivere sul sito web del progetto il proprio messaggio: si hanno a disposizione quattro pagine (6000 caratteri) per ogni abitante della Terra. I messaggi saranno salvati su DVD vetrosi resistenti alle radiazioni. Se i lettori DVD non saranno più disponibili in futuro, dettagliate istruzioni sono incluse per costruirne uno. Una volta lanciato in orbita il KEO, i messaggi saranno disponibili liberamente online. KEO trasporterà anche un diamante contenente una goccia di sangue umano, campioni di aria, acqua di mare e terra, un orologio astronomico, foto di tutte le culture del pianeta ed un compendio dello scibile umano. Su una faccia del diamante sarà inciso il DNA del genoma umano. KEO non ha mezzi di propulsione propri, e verrà lanciato in orbita terrestre grazie ad un razzo Ariane 5. Quando ritornerà al suolo la protezione termica creerà un’aurora boreale nell’atmosfera. Il rientro è previsto tra 50.000 anni.

 

Satellite KEO

 

Capsule del tempo nello spazio profondo

 

Nello spazio sono sepolte diverse capsule del tempo. Eccone alcune.

A seguito della missione Apollo 11, viene lasciata poco distante dal sito di atterraggio una placca destinata a rimanere per sempre sulla Luna.

 

Placca Apollo 11

 

Qui uomini del pianeta Terra che per primi misero piede sulla Luna

Luglio 1969

Siamo giunti in pace in nome dell’umanità – Placca dell’Apollo 11

Le sonde Pioneer 10 e Pioneer 11, lanciate in orbita nel 1972 e nel 1973, accolgono a bordo due placche identiche raffiguranti un uomo ed una donna, più alcune informazioni destinate a qualsiasi razza senziente volesse cercare il nostro pianeta. Pioneer 10 ha superato il Sistema Solare ed è attualmente in viaggio verso la stella Aldebaran, nella costellazione del Toro. Dovrebbe raggiungerla tra due milioni di anni. Pioneer 11 è in rotta verso la costellazione dell’Aquila, ma a seguito del disallineamento della Terra con la sua antenna, non è possibile comprenderne la reale posizione. Si stima che raggiungerà la meta in quattro milioni di anni.

Placca delle sonde Pioneer

 

Due dischi per grammofono in oro, ribattezzati Voyager Golden Record, si trovano (uno per ognuna) sulle sonde Voyager 1 e Voyager 2, progettate per scansionare il Sistema Solare Esterno. I due dischi, identici, contengono immagini e suoni della Terra, e sono concepiti per essere utilizzate da forme di vita extraterrestre, nel caso queste riuscissero ad intercettare le sonde. Tra i vari suoni registrati ci sono anche i saluti dei terrestri in diverse lingue: quelli in italiano recitano semplicemente Tanti auguri e saluti. Le sonde gemelle, lanciate nel 1977, hanno completato da tempo la loro missione, e nel 2025 tutti gli strumenti a bordo cesseranno le attività per mancanza di energia – anche se già nel 2017 non saranno più in grado di comunicare con noi, poiché il giroscopio non funzionerà più. Nonostante questo, sono ancora in viaggio verso lo spazio profondo. Voyager 1 si dirige verso la costellazione dell’Ofiuco, ed uscirà tra 30.000 dalla Nube di Oort. Ciò che troverà oltre resterà un segreto che conoscerà lei sola. Voyager 2 viaggia verso la costellazione di Andromeda.

 

Voyager Golden Record

 

Due placche identiche poste sui due satelliti artificiali LAGEOS, lanciati nel 1976 e nel 1992, raffigurano la disposizione dei continenti nel passato, nel presente e nel futuro. LAGEOS 1 e LAGEOS 2 torneranno sulla Terra tra 8 milioni di anni. Probabilmente non ci sarà nessun essere umano ad aspettarle.

 

LAGEOS

 

 

Provare a comunicare con entità extraterrestri in questo modo è un po’ come lanciare un messaggio in bottiglia nell’oceano. Si spera sempre che qualcuno lo trovi e ci risponda, ma le speranze sono praticamente nulle.

Oppure si tratta solo di un modo per sentirci immortali, più grandi di quello che siamo. I nostri messaggi nello spazio viaggeranno per miliardi di anni. Noi non ci saremo forse più, ma la nostra voce, ed il nostro ricordo, continueranno a vivere per l’eternità.

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Space Bat – Il pipistrello cosmonauta

È il 15 marzo 2009 e gli ultimi sprazzi invernali si affacciano sul John F. Kennedy Space Center di Merritt Island, in Florida. Nel complesso NASA vi è una piattaforma di lancio in particolare, la 39A, da cui sono partite le gloriose missioni Apollo, che diversi anni prima hanno portato l’uomo sulla Luna. Un pezzo di storia dell’umanità, che oggi prevede il lancio dello shuttle Discovery della missione STS-119, con rotta verso la Stazione Spaziale Internazionale. Attorno la pista vi è un brulichio di persone, indaffarate negli ultimi controlli di rito: si tratta di una missione spaziale, dopotutto, ogni minimo errore può costare la vita degli astronauti, nonché danni economici incalcolabili. Solo sei anni prima lo space shuttle Columbia si era letteralmente disintegrato durante la fase di rientro, e nessuno vuole più rivedere ripetersi una simile tragedia. Tutto però va per il verso giusto, i sistemi funzionano, il comandante Lee J. Archambault a bordo avvisa che tutto è in ordine, si è pronti per un nuovo emozionante viaggio nello spazio.

Solo che c’è qualcosa di strano.

 

Missione STS-119

 

Durante il conto alla rovescia, qualcuno si accorge che attaccato al serbatoio esterno c’è un’informe macchia scura, che arranca debolmente, quasi a voler scalare il gigantesco velivolo.

È un pipistrello.

Più precisamente, si tratta di un Molosside, che si è aggrappato con tutte le sue forze al serbatoio dello shuttle e non sembra intenzionato a volare via. Un esperto analizza le immagini, e nota che il piccolo animale ha un’ala rotta, che non gli permette di scappare. O forse non vuole farlo.

 

Space Bat

 

Space Bat resta ancorato al modulo fino alla fine, senza mai dimostrare l’intenzione di fuggire. Non molla la presa quando i razzi si accendono e l’aria è scossa dal rumore assordante dello shuttle in partenza. Non molla neanche quando l’enorme velivolo si alza da terra e prende il volo, su, verso lo spazio. Ufficialmente, Space Bat è morto poco dopo il lancio, incenerito.

L’animale è probabilmente morto in poco tempo durante l’ascesa del Discovery in orbita. – NASA

E così si conclude, in pochi minuti, la tragica storia di Space Bat. Fine.

Io però non voglio credere alla NASA. Sarò un sognatore, sarò uno stupido, ma ho una mia teoria su quello che sia realmente accaduto quel 15 marzo 2009. È solo una fantasia, ovviamente, ma forse questo semplice animaletto può insegnarci molto più di quanto crediamo.

Le stelle sono là, molto al di sopra dei comignoli delle case. – Sir Robert Stephenson Smyth Lord Baden Powell, fondatore dello scoutismo

 

Spae Bat sullo space shuttle Discovery

 

Ecco, a me piace immaginare Space Bat che si libra leggero nel cielo, ma ha qualcosa dentro, un abisso che non riesce a colmare. Certo, vive librandosi tra le onde del vento, ma lui vorrebbe arrivare più su, perdersi nel nero oltre le nuvole, toccare la luna, abbracciare una stella. Solo che un giorno gli si spezza un’ala. È una condanna a morte. Se non vola non può procacciarsi il cibo, e rischia di morire di fame. Ma il piccolo pipistrello non si perde d’animo, e fa di tutto per coronare il suo sogno: volerà più in alto di qualsiasi altro pipistrello, almeno per un’ultima volta. Così si trascina in qualche modo fino allo shuttle Discovery e resta lì impavido, immobile, fino a che il velivolo non inizia il suo viaggio che lo porterà tra le stelle. Se vi piace credere che Space Bat non ce l’abbia fatta, incenerito durante la partenza, per me va bene: è comunque arrivato a volare per l’ultima volta, ed è diventato il pipistrello che più si è avvicinato a sfiorar le stelle. Se poi siete dei sognatori come me, allora Space Bat è riuscito a superare l’orbita terrestre, aggrappandosi con tutte le sue forze ai suoi sogni, ed è diventato il primo pipistrello astronauta della storia, in volo nel cosmo.

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Ominide sulla Luna scovato su Google Moon

Nei giorni scorsi ha cominciato a girare insistentemente la notizia di un avvistamento alieno scoperto grazie a Google Moon, il servizio di mappe del colosso di internet che permette di visualizzare una veduta aerea del nostro satellite online, alle coordinate 27° 34′ 26.35” N 19° 36′ 4.75” W, visibile anche su Google Earth a 27° 34′ 32.14” N 19° 40′ 25.15” W.

Effettivamente ad una prima occhiata sembrano davvero i lineamenti di un uomo, o ominide, che se ne sta bellamente immobile a prendersi il flebile sole lunare, ma basta farsi un paio di calcoli per capire che la realtà è ben diversa.

 

Ominide sulla Luna

 

L’ombra proiettata dalla figura è lunga ben 150 metri, il che farebbe dell’alieno un vero titano, e si proietta da una luce che si trova a sinistra, mentre tutte le altre ombre sono generate dal sole a destra. Ne vien da sé che non può trattarsi di un oggetto realmente presente sulla superficie lunare; molto probabilmente è solo un errore prodotto dalla polvere durante lo sviluppo e la scansione delle foto originali. Siamo poi noi che diamo istintivamente una forma conosciuta ad oggetti che sono completamenti estranei, seguendo quella che si chiama pareidolia.

 

Scorgete anche voi il volto nella foto? Ebbene sono semplici e del tutto casuali venature del marmo.

Scorgete anche voi il volto nella foto? Peccato che siano solo venature casuali del marmo.

 

Su internet molte testate giornalistiche internazionali hanno riportato la notizia, scatenando i supporter delle teorie del complotto che vedrebbero la Nasa (l’ente governativo statunitense per l’esplorazione spaziale) in combutta con gli alieni.


L'ominide sulla Luna esiste davvero?

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Gliese 832 c – Una nuova Terra?

Gliese 832 c è un pianeta extrasolare che orbita attorno alla stella Gliese 832, nana rossa della costellazione della Gru. Il pianeta è molto simile alla Terra, con una percentuale di compatibilità di circa l’81%, che ne fa uno dei candidati migliori ad ospitare esseri umani oltre il nostro Sistema Solare; è inoltre relativamente vicino a noi, con una distanza di “soltanto” 19 anni luce. Una sorta di Terra 2, per intenderci.

Ma prima di preparare armi e bagagli, gli astronomi fanno notare alcuni dettagli: la massa di Gliese 832 c è oltre cinque volte quella della Terra, avvolgendo il pianeta in una spessa atmosfera che crea un enorme effetto serra, rendendolo più simile a Venere che al nostro mondo. E se su Venere non organizzano gite fuori porta un motivo c’è. Inoltre Gliese 832 c è molto vicino alla sua stella madre, e la forza centrifuga di questa lo costringerebbe a ruotare in sincronia con essa; in pratica rivolgerebbe sempre lo stesso emisfero alla stella, rendendolo incandescente ed in contrasto con l’altra faccia sempre in ombra e quindi potenzialmente gelida.

Purtroppo, sebbene a prima vista Gliese 832 c sembra essere compatibile con la vita, dovremo scrutare il cielo ancora a lungo prima di trovare, tra miliardi, un nuovo pianeta da chiamare casa.

La scoperta è stata pubblicata qui: http://arxiv.org/abs/1406.5587

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