Durante un viaggio tra le stelle, la nostra navicella all’improvviso ha un cedimento strutturale, tutto si accartoccia intorno a noi, e finiamo sparati via nello spazio, nel nulla più assoluto, senza neanche il tempo di capire cos’è realmente successo. E senza la nostra preziosa tuta.

Ogni secondo ci sembra lungo un’eternità mentre diveniamo tutt’uno con l’universo. Potremmo finire bolliti dalle radiazioni cosmiche, oppure ci soffocherà prima la mancanza d’ossigeno. O magari la differenza di pressione ci farà esplodere in migliaia di minuscoli pezzettini.

Certo il futuro non sembra proprio dei più rosei.

Contrariamente a quanto si possa pensare, la nostra morte avverrà per semplice soffocamento o, per usare un termine più corretto, in seguito all’ebullismo.

L’ebullismo è la formazione di bolle nei fluidi corporei, generate dalla bassa pressione ambientale. Nel nostro caso provoca l’evaporazione pressoché immediata dell’acqua presente nel nostro corpo – non è fisicamente possibile la presenza di liquidi nello spazio – che ci porterebbe a perdere i sensi in meno di 15 secondi. Si tratta di un evento a cascata, cui seguono ipossia (carenza di ossigeno nell’organismo), ipocapnia (ridotta concentrazione di anidride carbonica nel sangue), e sindrome da decompressione (collasso respiratorio). La morte sopraggiunge dopo solo 3 minuti dall’esposizione.

 

Soyuz 11

 

 

Dei molti astronauti che hanno sofferto degli effetti dell’esposizione al vuoto cosmico, tre sono deceduti: Georgij Timofeevič Dobrovol’skij, Viktor Ivanovič Pacaev e Vladislav Nikolaevič Volkov, periti nella fase di rientro della navicella spaziale Sojuz 11 nel 1971.

 


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