Quando qualcuno ci contrasta a spada tratta in una discussione aggrappandosi ad ogni nostro piccolo errore, sopratutto quando ci sembra di avere palesemente ragione, lo definiamo talvolta un avvocato del diavolo. L’origine di questo nome ha effettivamente a che fare con la religione, anche se non come potreste pensare.

L’avvocato del diavolo, o l’dvocatus diaboli se preferite il latino, è il termine informale con cui viene indicato il promotor fidei, o promotore della fede, figura cardine del processo di canonizzazione della Chiesa cattolica romana.

Il cammino di beatificazione è uno dei più importanti della Chiesa, poiché ad esso è affidato il compito di definire gli uomini e le donne di virtù che dopo la morte hanno lasciato ai fedeli prove tangibili della loro santità, attraverso miracoli ed apparizioni. Si tratta spesso di una strada lunga e tortuosa: per citare un esempio famoso, il processo di beatificazione di Padre Pio da Pietrelcina iniziò nel 1969, l’anno dopo la sua morte, il procedimento effettivo venne avviato nel 1982 e solo nel 1999 il frate venne dichiarato beato, prima di salire agli onori della santità nel 2002.

L’avvocato del diavolo è stato istituito nel 1587 da papa Sisto V ed è, in sostanza, colui che tenta con tutti gli argomenti del caso di opporsi alla beatificazione di una persona, e contrasta l‘advocatus Dei, o promotore della causa, che invece la supporta. Sembra un compito meschino, ma in realtà solo chi è realmente degno può assurgere alla beatificazione, eliminando tutte le richieste avanzate da fedeli troppo zelanti o avallate da prove inconsistenti: il promotor fidei fa esattamente questo.

Nel 1983 papa Giovanni Paolo II, con la Divinus perfectionis magister, ha rielaborato il processo di santificazione, lasciando al promotor fidei l’importantissimo ruolo di redigere la relazione finale per portare o meno avanti una canonizzazione.


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