Quella che vi racconto oggi è una storia d’amore. Ma non una storia d’amore semplice, se mai ne esistano, ma una di quelle che sembra davvero una fiaba, con una giovane principessa indifesa, un lupo cattivo che vuole rubarne la purezza, uomini corrotti pronti a farle del male e non uno, ma ben due principi azzurri, pronti a salvarla dalle grinfie dei mostri. Una brutta storia, che diventa prima di guerra e poi dell’orrore, ma che poi in fondo ci insegna cosa è davvero in grado di fare l’amore, quello puro, sincero, vero.

Bene, cominciamo.

C’era una volta, in una terra lontana lontana…

La nostra storia non si svolge in un reame incantato circondato dai boschi ma in Sicilia, anche se per tutto quello che si porterà dietro è meglio dire che da palcoscenico fa l’Italia intera. Il quando: sono gli anni ’60, quelli in cui c’è ancora una certa mentalità, figlia un po’ della cultura cattolica provinciale della penisola ed un po’ degli ideali di onore e virtù che ci hanno sempre contraddistinto, nel bene e nel male. E poi c’è lei, la nostra principessa, una ragazza di diciassette anni di nome Franca Viola.

Franca nasce ad Alcamo, in provincia di Trapani, il 9 gennaio del 1947. Figlia di modesti contadini, Franca è una ragazza semplice, solare, dolce ma, sopra ogni altra cosa, è bella. Di più, è stupenda, contesa da tutti i ragazzi del paese e non solo: lunghi capelli scuri le incorniciano il viso dai tratti leggeri, ed il suo sguardo dolce ed innocente illumina la strada al suo passaggio. Ve la racconto così perché Franca è davvero così, e negli anni ’60, in Italia, in Sicilia, questo può essere una benedizione o, più spesso, un vero problema.

A 15 anni Franca si fidanza con Filippo Melodia, nipote del mafioso Vincenzo Rimi e membro di una delle famiglie più ricche della zona, praticamente quella che controlla il paese e ne decide il buono ed il cattivo tempo. Le cose tra i due però non funzionano e sebbene inizialmente i genitori di Franca avessero approvato il fidanzamento, cominciano a ricredersi. Certo, il suo zitu potrebbe certamente garantirle una vita agiata, ma di sicuro costruita sulla sofferenza di tante brave persone, proprio come quelle della famiglia Viola, così Franca non ci sta e lascia Filippo, che intanto si è messo nei guai con la giustizia per furto ed appartenenza a banda mafiosa. Franca ci aveva visto giusto, perché la reazione del fidanzato respinto non tarda ad arrivare: poco tempo dopo il loro vigneto ed il casolare annesso vengono bruciati finché suo padre, Bernardo, non si ritrova la fredda canna di una pistola puntata alla testa.

Chista è chidda che scaccerà la testa a vossia!

L’uomo però è irremovibile; sarà anche un semplice contadino ma il suo onore è più forte delle minacce di morte, ed il bene della figlia viene prima di ogni altra cosa, anche della sua stessa vita. Filippo intanto è stato scarcerato, e per tutto il tempo passato in prigione ha avuto in mente solo un pensiero: riprendersi Franca. Forse lo fa per amore, o semplicemente perché è abituato ad ottenere ciò che vuole e l’onta di essere stato lasciato lo divora, fatto sta che ritorna da Bernardo ed insiste affinché dia la sua benedizione ad un nuovo fidanzamento. L’uomo rifiuta, ma lui anziché rinunciare si fa più insistente, sempre di più, e dato che è nipote di un boss della mafia è facile immaginare quanto lontano sia pronto a spingersi.

Il 26 dicembre del 1965 con l’aiuto di dodici amici Filippo irrompe nella casa dei Viola, distrugge tutto ciò che gli capita a tiro e rapisce Franca ed il suo fratellino di 8 anni, Mariano, che si aggrappa alla sorella con quanta forza ha in corpo. Il piccolo viene subito liberato, mentre la ragazza sparisce nel nulla. Franca viene sequestrata per otto giorni, prima in un casolare fuori Alcamo poi in paese, dalla sorella di Filippo. Otto interminabili giorni, in cui la ragazza diventa vittima di violenze verbali, che si trasformano presto in violenze fisiche, per sfociare infine in violenze sessuali. Il primo gennaio del 1966 Filippo, oramai appagato delle brutalità inflitte, contatta Bernardo per una paciata, un’ignobile parola che sta ad indicare un incontro tra le famiglie per mettere tutti di fronte al fatto compiuto e far accettare ai Viola le nozze tra i due. Bernardo finge di accettare e la polizia riesce a liberare Franca, che può così riabbracciare i suoi amati genitori e tornare alla vita di sempre.

Il ragazzo viene arrestato, ovviamente, ma è sicuro che non gli accadrà nulla. Rischia una condanna per violenza carnale, abusi e sequestro di persona, ma in fondo lo sa che per lui le cose finiranno bene. Lo sa non perché è il nipote di un boss mafioso e vuole sfuggire alla legge, ma proprio perché è la legge a proteggerlo. Siamo negli anni ’60, in Italia, in Sicilia, nessuna condanna, nessun processo e nessuna denuncia; c’è una cosa che mette a posto tutto, cancella le violenze e gli stupri, rimuove ogni traccia e riscrive la storia: il matrimonio riparatore.

Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali – Articolo 544 del Codice Penale

Articolo 544, il cosiddetto matrimonio riparatore: se qualcuno violenta una ragazza illibata, cioè vergine, compromettendone l’onore e condannandola quindi a non poter più trovare marito, basta che se la sposi; l’onta dell’abuso viene espiata, la fanciulla ha trovato un partito, lo stupratore s’è fatto carico delle sue responsabilità e per legge il reato stesso di violenza carnale viene cancellato. E tutti vivono felici e contenti.

È una legge aberrante, che presuppone che la violenza sessuale arrechi offesa alla morale ed all’onore, e non alla donna, alla persona, all’essere umano. Ma al tempo della nostra storia funziona così e quello che a mio avviso è il gesto più ripugnante che si possa compiere, anche più dell’omicidio, resta impunito se finisce con una bella torta nuziale ed il brindisi alla salute degli sposi.

Il problema è che l’onore è pilastro portante della cultura dell’epoca, in Italia e sopratutto in Sicilia. E per comprendere meglio il pensiero del tempo basta leggere un altro articolo del Codice Penale.

Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella. – Articolo 587 del Codice Penale

Articolo 587 del Codice Penale, meglio conosciuto come delitto d’onore: chiunque avesse scoperto il coniuge a letto con un’altra persona o la sorella o la figlia a fare sesso al di fuori del matrimonio, e nello stato di rabbia cieca avesse ucciso chi gli aveva arrecato offesa, si vedeva commutata la pena da tre a sette anni, di solito tre, in pratica niente. E poi ad ammazzare l’amante o il traditore si lavava l’affronto nel sangue e, tutto sommato, si faceva pure bella figura.

Filippo quindi ha le spalle coperte: ha deflorato la ragazza che desiderava ardentemente, non va in galera per questa ed altre deplorevoli azioni, se la sposa e vivrà la vita che voleva, con una bellissima moglie al fianco, fino alla fine dei suoi giorni. Ma Filippo non ha previsto una cosa.

Franca dice no.

 

 

La ragazza si rifiuta di sposarlo, e trova pieno appoggio da parte dei genitori che certamente non vogliono vedere la figlia, poco più che una ragazzina, legata per sempre ad un mostro. E qui le cose si complicano: se Franca rifiuta il matrimonio resta lesa nell’onore, quindi nessun uomo avrà mai il coraggio di chiederla in moglie; non solo, Filippo finisce in galera, perché senza legittima unione l’articolo 544 non può essere applicato.

Franca se ne frega dell’onore e della morale, e ritiene degenerata una legge che costringe una vittima a vivere tutta la vita col suo carnefice, nascondendosi dietro un muro di bigotteria indegno di una nazione che vuole definirsi civile. Filippo finisce sul banco degli imputati assieme ai suoi compari, ed il processo spezza letteralmente l’Italia in due: chi insinua che Franca sia solo una svergognata che non comprende la fortuna che le è capitata a poter sposare un così buon partito che si è fatto carico delle proprie responsabilità, e chi la inneggia a baluardo di chi è vittima di soprusi legalizzati.

I legali di Filippo imbastiscono una difesa forte, basata sull’idea che Franca fosse in realtà consenziente, mettendo in gioco un altro concetto figlio della Sicilia di quegli anni, la fuitina: se due giovani fuggivano insieme e consumavano il loro primo rapporto sessuale, i genitori non potevano fare altro che benedire l’unione tra i due ed approvare il matrimonio, sempre che il padre o il fratello della ragazza non li avesse beccati sul fatto e sparato ad entrambi, ovvero articolo 587, delitto d’onore. Comunque sia la tesi non regge, e gli avvocati difensori devono pensare a qualcos’altro. Dichiarano allora che Franca, al momento del rapimento, non era vergine, in quanto i due avrebbero consumato i rapporti a casa di lei, mentre i genitori erano in campagna. Fortunatamente, anche stavolta non gli crede nessuno.

Franca stringe i denti, costretta a vivere segregata in casa scortata giorno e notte dai carabinieri, che nulla però possono contro gli attacchi alla loro terra, quando gli alberi vengono segati via ed il bestiame abbattuto. Ad ogni udienza la ragazza è in prima fila, al fianco del suo avvocato, Ludovico Corrau, e segue attentamente ogni fase del processo. Finché un giorno, non arriva la sentenza.

Filippo viene condannato ad 11 anni di carcere, ridotti poi a 10 ed infine a 2, con obbligo di residenza a Modena.

Ma all’inizio vi avevo detto che questa era una storia d’amore, e di certo non stavo parlando di Filippo. E vi avevo parlato anche di due principi azzurri: il primo è Bernardo, che combatte la stampa, la mafia, i compaesani e se fosse stato per lui anche l’Italia intera solo per amore della figlia, per non vederla aggiogata ad un sistema sbagliato che vuole premiare il suo stupratore secondo una logica ancora più sbagliata. Il secondo è Giuseppe Ruisi, amico d’infanzia di Franca, che contro tutta l’opinione pubblica che guarda la ragazza come una disonorata destinata a restare sola tutta la vita, la chiede in moglie e nel 1968 la sposa, riportando il sorriso su quel volto ora di nuovo raggiante, stretto nel candido vestito di nozze. La coppia riceve un telegramma di felicitazioni e solidarietà nazionale dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, vengono ricevuti in udienza privata da Papa Paolo VI ed il Ministro dei Trasporti Oscar Luigi Scalfaro gli dona per il viaggio di nozze un biglietto per viaggiare su qualsiasi tratta ferroviaria per un mese.

L’ombra di Filippo però pende sulla coppia. Il ragazzo più volte aveva giurato di vendicarsi, e ha sia i mezzi che gli uomini per farlo. Il 13 aprile 1978, a Modena, probabilmente sta pianificando la sua vendetta contro la ragazza che ha osato rifiutarlo e spedirlo in galera, quando qualcuno sbuca da un angolo e gli apre lo stomaco con un colpo di lupara. E così muore il lupo cattivo.

Franca e Giuseppe hanno due figli, e vivono ancora oggi in Sicilia, proprio ad Alcamo. L’8 marzo 2014, in occasione della Festa della Donna, Franca è stata insignita al Quirinale dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ma la più grande soddisfazione se l’è tolta il 5 agosto 1981, quando viene abrogata, anche grazie a lei e a suo padre Bernardo, la legge che permette il matrimonio riparatore, anche se ha poi dovuto aspettare il 1996 affinché la violenza sessuale fosse legalmente riconosciuta in Italia non più come un semplice reato “contro la morale”, bensì “contro la persona”.

 

 

Ora, se devo immaginarmi Franca, in tutta questa brutta storia a lieto fine, vorrei farlo con lei ancora ragazzina che implora Giuseppe di lasciarla andare, perché non vuole mettere a repentaglio la vita di entrambi, dato che Filippo tra dieci anni uscirà dal carcere e verrà certamente a cercare vendetta. Allora lui la guarda nei suoi profondi occhi scuri che hanno visto l’inferno, e le dice poche parole, di quelle che per dirle devi essere davvero un principe azzurro che ammazza draghi e lupi cattivi. Le si avvicina al volto, timidamente, e mentre ammira le gote dell’amata divenire purpuree le sussurra:

Meglio vivere dieci anni con te che tutta la vita con un’altra.

Lei piange di gioia, e finalmente sorride. E la stanza s’illumina.

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