Gli eserciti schierati l’uno contro l’altro, centinaia di uomini che stringono le lance sino a quasi non sentirsi più il pugno. È il giorno di Pasqua, 11 aprile dell’Anno Domini 1512; a poca distanza da Ravenna si combatte fino all’ultimo sangue la Guerra della Lega di Cambrai, tra la Francia guidata da Gaston de Foix-Nemours, la “Folgore d’Italia”, e la Lega Santa di Spagna, Repubblica di Venezia e Stato Pontificio sotto il comando del viceré di Napoli Ramon Folc III de Cardona-Anglesola e Pedro Navarro “El Salteador”.

È una battaglia colossale, a cui prendono parte i più grandi condottieri del tempo, dando il via all’epoca delle guerre non più forgiate dalla tempra dei soldati, ma dal rimbombare degli enormi pezzi di artiglieria. La morte passa tra gli uomini col suo tocco gelido, ed in 20.000 abbandonano la vita terrena al calar del sole.

Si dice però che l’eccidio sia stato anticipato da un foriero di sventura, un bambino con ali di pipistrello che prende il nome di mostro di Ravenna.

 

Death and the Landsknecht

 

Nel marzo del 1512 un rispettabile farmacista fiorentino, Lucca Landucci, descrive un bambino appena nato a Ravenna dalle singolari quanto grottesche deformità: senza braccia, il pargolo ha grandi ali nere, come di pipistrello, che gli spuntano ai lati del torso; un singolo corno tozzo e ricurvo si erge sulla sua testa; le cosce sono squamate come se fossero di rettile o pesce; sul ginocchio destro un terzo occhio scruta guardingo gli astanti; i piedi sono in realtà artigli di arpia ed in mezzo al petto un marchio nero. Lo stesso Papa Giulio II, inorridito di fronte a tanto abominio, ordina che l’immonda creatura venga abbandonata al suo destino, a morire di fame.

 

Il Mostro di Ravenna

 

A quanto pare, però, il mostro sopravvive agli stenti, e dopo neanche un mese si ripresenta sulla soglia di Ravenna a compiacersi delle armate che dinnanzi a lui si massacrano senza sosta. La sua leggenda si perde nei secoli, cantata da Ludovico Ariosto ad Oscar Wilde.

 

Il Mostro di Ravenna

 

La figura del mostro di Ravenna potrebbe essere in realtà una rappresentazione degli abitanti della penisola italiana dell’epoca. Le ali di pipistrello rappresentano l’ingenuità del popolo, sempre pronto a credere a storie di demoni e fantasmi; le braccia mancanti indicano la svogliatezza a svolgere qualsiasi lavoro pesante, in un tempo in cui di solito o si zappa la terra o si muore di fame; i genitali ermafroditi suggeriscono l’ambiguità sessuale; le gambe e l’occhio sulla rotula stanno a significare l’attaccamento alle cose materiali, terrene; allo stesso modo il corno sul capo simboleggia l’avarizia.

Anche se forse è soltanto un mostro della fantasia, centinaia di soldati sarebbero pronti a giurare sulla loro vita di aver scorto un essere abominevole, con un ghigno malefico stampato sul volto, fissarli beffardo dalle mura della città.

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