No End House II Maggie (La casa senza uscita: Parte II – Maggie) è il secondo capitolo della saga No End House, scritta da Brian Russell. Dopo le grottesche avventure del protagonista del primo racconto, David, questa volta è Maggie, la sua fidanzata, a doversi confrontare con la casa infestata che sembra aver fatto sparire nel nulla il ragazzo che ama. Riuscirà Maggie a salvare David, o diverrà anche lei un’ennesima vittima della Casa Senza Uscita?

Trovate il primo capitolo in italiano qui, tradotto in esclusiva dalla Bottega del Mistero. Un nostra personale menzione va a Francesca, che ci ha scritto una bellissima email di ringraziamento per il sito e per questo – non facile – lavoro di traduzione. 💖

Buona lettura!

 

 


La Casa Senza Uscita: Parte II – Maggie

 

Erano passate tre settimane dall’ultima volta che avevo sentito David. Dal nostro primo appuntamento, sei mesi fa, solo una volta non ci siamo parlati per tre giorni, per colpa di un violento litigio. Non abbiamo parlato di niente in particolare l’ultima volta, tranne forse che mi anticipò che dovesse dare un’occhiata ad una cosa di cui gli aveva parlato un’amico. Poi l’altra notte mi è arrivato uno strano messaggio. Era di David, ma non era stato mandato col suo numero. C’erano solo cinque parole:

“nessuna uscita non venire david”

Qualcosa non andava. Dopo aver letto il messaggio mi sentii male, come se avessi visto qualcosa che era meglio restasse celato. Decisi di contattare Peter, ma avevo già parlato con quel coglione prima. Era un fannullone, ma magari aveva qualche informazione su dove fosse finito David. Mi collegai su AIM con l’account di David, certa che sarebbe stato più facile parlare con Peter se non avesse saputo che ero io. Appena collegata, mi contattò.

“David?! Cazzo mi hai fatto morire pensavo fossi andato alla casa.”

“Di che stai parlando?”

“La Casa Senza Uscita, fratello, quel posto dove ti avevo suggerito di stare alla larga.” Senza Uscita. Questo tipo sapeva dov’era David.

“Ah già, non sono riuscito a trovarla. Magari ci riprovo domani. Mi spiegheresti meglio dov’è?”

“Non ci penso proprio, fratello, mi hai fatto cagare sotto pensavo che fossi lì non ci andare.”

“Peter, sono Maggie.”

“Cosa? Dov’è David?”

“Non lo so. Pensavo lo sapessi tu, ma mi sbagliavo.”

“Oh cazzo. Cazzocazzocazzocazzo.”

“Ma che? Diavolo Peter dimmi dov’è andato David.”

“Credo sia andato alla casa. È fuori città, tipo quattro miglia lungo Terrence Street. Alla strada senza segnaletica gira a destra. Cazzo, sorella, è andato.”

“Non credo proprio.”

“Che stai pensando di fare?”

“Vado a riprendermelo.”

Uscii di casa verso le otto di sera. Non c’era una sola auto lungo tutto il tragitto, finché non imboccai la strada senza segnaletica ed un cartello mi accolse così:

Senza Uscita – Da questa parte

Aperta 24 ore al giorno

Avevo il fiato corto da quando avevo lasciato il mio appartamento, e trovarmi di fronte a quella casa non mi agliutava di certo. Non c’erano altre auto parcheggiate, così immaginai che fosse chiusa. Una lampada gettava luce sull’area circostante, e dalle finestre si vedeva chiaramente che anche l’atrio all’interno fosse illuminato. Fermai la macchina ed affrontai la porta d’ingresso.

Nella reception non c’era niente di strano, ma come avevo immaginato oltre a me non c’era nessun altro. Tutte le luci erano accese, ma c’ero solo io lì dentro. Oltre alla porta da cui ero entrata, ce n’era un’altra soltanto. Affisso su quest’ultima c’era un biglietto:

“Per la Stanza 1 da questa parte. Ne seguono otto. Raggiungi la fine e vinci!”

Non fu quello a farmi quasi vomitare. Che per poco non mi fermò il cuore. C’era scritto altro, inciso a mano in rosso:

Non puoi salvarlo.

Rimasi pietrificata nella reception per un’ora. Immobile. Non sapevo che fare. Dovevo aprire quella porta? Chiamare la polizia? Quel cartello mi spingeva a pensare che la questione poteva essere molto più difficile da gestire di quanto potessi fare. La mia altezza rientra nella media delle ragazze, ma sono piuttosto esile. Non sarei mai riuscito a stendere lo psicopatico che aveva in ostaggio David. Decisi che chiamare gli sbirri fosse la cosa migliore da fare, così presi il cellulare dalla tasca. Nessun servizio. La casa probabilmente bloccava il segnale, ed in pratica si trovava nel bel mezzo del nulla. Percorsi la reception, certa che almeno fuori il cellulare prendesse. Afferrai la maniglia e tirai la porta. Bloccata. Tirai più forte. Niente. Era chiusa dentro. Picchiai forte urlando aiuto. Era inutile, lo sapevo, lì intorno non c’era nessun altro. Poi la mia tasca vibrò. Un messaggio. Ero contenta che fosse tornata la linea, finalmente ero salva. Magari era un messaggio di David che mi informava che stava bene. Era di un numero che non avevo in rubrica. Aprii il messaggio:

“E non puoi salvare neanche te stessa.”

Tremai. Volevo uscire. Ero chiusa dentro. Un cellulare che non prendeva, in una stanza senza uscita. I miei occhi guizzarono per la stanza, e si posarono sulla porta dall’altro lato. Un numero 1 dorato la sormontava, come le porte delle stanze d’hotel. Il pavimento sotto di me mi sembrava sempre più lontano man mano che vi avvicinavo alla porta. Quando mancavano pochi centimetri, appoggiai l’orecchio sul legno ed ascoltai. Una musica di Halloween risuonava in lontananza. Mi calmai. David è sempre stato un mago degli scherzi. Mi raccontava sempre di quelli che facevano lui ed i suoi amici ai nuovi giocatori della loro squadra di calcio. Un sorriso si allargò sul mio volto, ed aprii la porta senza timore alcuno.

Entrare nella stanza alleviò la mia tensione ancora di più. Era una semplice stanza da casa infestata dei luna park. In ogni angolo c’era uno spaventapasseri, ma niente di veramente pauroso. Erano del tipo che vedevi nelle scuole, con una grande faccia sorridente. Fantasmi di carta erano appesi al soffitto, ed un ventilatore sbuffava una brezza gelida che li faceva vorticare. Di fianco ad uno degli spaventapasseri c’era l’unica altra porta della stanza. Stampato sopra, come la prima porta, c’era un grande 2. Risi e mi lasciai alle spalle quella stupida stanza.

Come aprii la porta per la Stanza 2 non fui in grado di vedere al di là del mio naso. Era avvolta in un’enorme nebbia grigiastra che puzzava di plastica. Immaginai ci fosse qualche macchina per la nebbia da qualche parte, che era certamente in funzione da ore. Non c’erano finestre, e non riuscivo a respirare bene. Camminavo leggera quando trasalii. Mi ero scontrata con qualcosa che sembrava la versione robotica di Jason Voorhees. I suoi occhi rossi lampeggiavano ed il coltello nella mano andava su e giù con un movimento piuttosto meccanico. Avevo il cuore a mille, e se ci fosse stato qualcun altro con me mi sarei sentita incredibilmente imbarazzata. Mi coprii la bocca e superai RoboJason, mentre la nebbia si faceva più fitta. Cominciai a sentirmi male quando trovai la porta per la Stanza 3. Poggiai la mano sulla maniglia e la ritirai subito, dolorante. La maniglia era rovente. Accarezzai la porta e mi resi conto che anche quella era piuttosto calda. Non riuscivo a sentire niente dall’altra parte, così vi appoggiai l’orecchio contro certa di udire il fuoco crepitare, ma niente. Allora pensai che si trattasse semplicemente di una stanza riscaldata, come l’ultima parte del Mr. Toad’s Wild Ride di Disneyland. Con un lembo del mio vestito girai la maniglia più veloce che potei, e guadagnai l’accesso alla Stanza 3. Non c’era nessun incendio. Solo ombre, e faceva un freddo cane. La Stanza 3 non era come le altre stanze. Non era come nessuna altra stanza in assoluto.

Sapevo che c’era qualcosa di sbagliato. Cercai nella stanza ma non riuscivo a vedere neanche le mie mani che si affannavano sulla porta da cui era scomparsa la maniglia. Ero in trappola. Devo aver girato a vuoto per un po’, anche se in effetti non mi ero mossa da quando ero entrata. In quel momento si accese un luce dal soffitto. Un riflettore illuminava un piccolo tavolo, su cui si trovava una torcia. Anche se non riuscivo realmente a vedere dove stessi andando, la luce era abbastanza forte da aiutarmi ad orientarmi. Come afferrai la torcia mi accorsi di una piccola nota attaccata al manico:

A Maggie – Dall’Amministrazione

Letta la nota la luce sopra di me si spense, e fui di nuovo nel buio più totale. Giostrai un po’ con la torcia prima di riuscire ad accenderla. Poi, da ogni direzione, un brusio mi avviluppò. Il cuore sussultò, e puntai la torcia tutta intorno a me. Nella stanza non c’era niente, ma un attimo dopo vidi qualcosa che mi gelò il sangue nelle vene. Forse era il frutto della mia immaginazione, ma per una frazione di secondo mi sembrò di scorgere una figura nell’oscurità. Andai in panico. Mi allontanai dal tavolo, senza sapere quale direzione prendere. Il brusio si faceva sempre più intenso, e percepii distintamente la presenza di qualcosa che rifuggiva la luce. La mia mano tremava mentre cercavo di dirigere la torcia in ogni direzione. Era certamente lì, ma riusciva a rifuggire la luce ogni volta. Ed era più vicino. I miei occhi si rigarono di lacrime. Ero certa che avrei fatto cadere la torcia, per quanto tremavo, finché lo vidi. Un piccolo 4. Scritto a mano su un foglio di carta su una porta in un angolo. Corsi. Corsi più in fretta che potei con la torcia puntata di fronte a me. Lo sentivo dietro di me. Il brusio era sempre più forte e sentivo il suo fiato sul collo. Mancavano solo pochi passi, così accelerai la mia corsa. In una sola mossa afferrai la maniglia, la girai e mi richiusi la porta alle spalle. Ero nella Stanza 4.

Ero all’esterno. Non nella casa. Quello che mi attendeva oltre la porta della Stanza 4 era una grotta. Guardai in basso, e notai qualcosa di strano e disturbante. Il pavimento non era fatto di erba o rocce o terreno, ma di parquet. Era lo stesso pavimento di quella precedente. Era certamente la Stanza 4. Ad ogni modo ero ancora nella casa. C’erano delle torce ai lati della grotta, che si perdeva più avanti nella penombra. Il brusio se n’era andato, per fortuna. Non c’era alcun suono particolare intorno a me, ma percepivo distintamente una leggera brezza. La grotta sembrava infinita, e camminai per quelle che mi sembrarono ore, finché non scorsi una luce bluastra. Vi camminai incontro, con cautela ma abbastanza rassicurata. La luce era un’apertura, la fine del tunnel. Affrettai il passo, ho sempre odiato gli spazi angusti come grotte e tunnel. In pochi secondi guadagnai l’uscita, e prima che me ne accorgessi ero alla fine. Letteralmente. La fine. Alla fine della grotta, il pavimento cadeva a picco nel vuoto, senza possibilità di evitarlo. Mi guardai alle spalle, verso la grotta. Sapevo che non c’era modo di uscire di lì, era un strada senza uscita. Mi rigirai e fissai il vuoto in basso. Ciò che vidi mi provocò un crampo allo stomaco come mai prima d’allora. Un enorme oceano, solo acqua a perdita d’occhio. Il precipizio doveva essere profondo centinaia di metri, con una piccola formazione rocciosa alla base. Studiai le rocce, mi si torse lo stomaco, ed un brivido freddo mi gelò la schiena. Gli scogli formavano un numero. Il numero 5.

Mi allontanai dal dirupo. Odiavo le altezze. Mi scontrai con un muro che non avrebbe dovuto essere lì. Mi guardai attorno solo per sentirmi sopraffatta dal terrore di ciò che vedevo. La grotta era sparita nel nulla. Ero faccia a faccia con un muro di solida roccia, il lato della montagna. Sforzai di ricordarmi che ero ancora all’interno della Casa Senza Uscita. Non ero all’esterno. Ovviamente quella non era una vera montagna. Ma sembrava così reale. Quella casa era una vera spina nel fianco. Grazie al cielo ero fuori. Ma quello che mi aspettava era troppo anche per me. Sapevo benissimo cosa indicassero quelle rocce. Erano l’entrata alla Stanza 5. Non c’erano scale, o altri modi per scendere giù. Ero in trappola, ancora una volta. La casa voleva che saltassi nel vuoto. La casa voleva che saltassi nel vuoto. Mi abbandonai a terra in posizione fetale. Non potevo farlo. Non c’era storia, non sarei mai saltata verso degli scogli centinaia di metri sotto. La mia mente si frantumò in due. Sapevo di essere ancora all’interno della casa, ma quello che mi circondava mi urlava nelle orecchie l’esatto contrario. Rimasi distesa sul pavimento di legno per un po’, non saprei dire quanto tempo. Dopo quelle che sembrarono settimane infine mi rialzai. Lentamente mi abbarbicai sulla cima del precipizio e guardai giù. Il gigantesco 5 mi chiamava a saltare. Sapeva che ero terrorizzata e che non l’avrei mai fatto. Poi, il brusio tornò, leggero e distante. Sembrava avvicinarsi alle mie spalle, risuonando nel cuore della montagna. Non so cosa mi sia preso, ma dopo aver udito quel suono, qualcosa dentro di me scattò. Serrai forte le palpebre, e saltai.

Il vento sferzava forte mentre cadevo, ed una primordiale paura si impossesò di me. Stavo per morire. Mi sarei presto maciullata contro quelle rocce e sarei morta. Mi avrebbero smembrata e sarei morta. Non aprivo gli occhi, semplicemente cadevo. Anche con quel vento forte, il brusio era insopportabile. Volevo solo che la smettesse. Volevo solo che la smettesse volevo solo schiantarmi sulle rocce così avrebbe smess-

Smise. Non cadevo più, ma non colpii le rocce. Aprii gli occhi e mi guardai intorno. Ero su un pavimento di legno familiare, all’interno della casa. Il brusio era svanito, ed il silenzio regnava sovrano. Ce l’avevo fatta. Ero nella Stanza 5. Non capivo cosa fosse successo, ma ero nella Stanza 5. Il terrore era svanito, ero eccitata di essere viva. Dopo qualche momento necessario a rimettermi in sesto decisi di controllare la stanza. Le pareti erano identiche al pavimento, il soffitto identico alle pareti e non c’erano né porte né finestre. Ero in una scatola sigillata. Così realizzai. Non ero ancora in salvo. Avevo lasciato la Stanza 4 solo per entrare nella Stanza 5, senza modo di uscirne.

In quel momento mi chiedevo se David fosse stato in quella stanza. Se avesse saltato giù dalla scogliera e si fosse ritrovato lì. E se l’aveva fatto, allora doveva esserne uscito. Lui non c’era, ero sola. Lui era riuscito ad uscire, e l’avrei fatto anch’io. Il pensiero che David fosse uscito di lì mi rincuorò con un nuovo vigore. Sarei scappata, avrei trovato David e ce ne saremmo andati via insieme da quell’inferno. Controllai il perimetro alla ricerca di qualche indizio. Niente. Le pareti erano continue, giusto qualche graffio qua e là, figuriamoci se c’era un passaggio segreto. Bussai sui muri. Completamente pieni. La fiducia cominciava ad affievolirsi. Ero a corto di idee. Fu allora che parlò.

“Maggie. Non saresti dovuta venire, Maggie.”

Trasalii. Ero rivolta ad un muro, mentre le parole giunsero dal centro della stanza. La voce era quella di una ragazzina, o almeno così mi sembrava, e mi girai lentamente, i miei occhi alla ricerca dell’interlocutore. Avevo ragione, una bambina dai capelli biondi, non più di sette anni con grandi occhi blu ed un lungo vestito bianco. Mi sorrise e parlò di nuovo.

“Ma dato che oramai sei qui, facciamo un gioco.”

C’era qualcosa di orrendo in quella bambina. Non era come quelle ragazzine dei film dell’orrore Giapponesi. Non c’era niente di sbagliato nell’aspetto. Se l’avessi incontrata per strada le sarei semplicemente passata di fianco. Ma i suoi occhi mi atterrivano. Saltare da un dirupo era terrorizzante, ma mi sarei lanciata da venti dirupi alti il doppio piuttosto che fissarla un minuto di più negli occhi. Dopo un momento di atterrimento, infine parlai.

“Che gioco? Chi sei tu?” Mormorai.

“Se perdi, muori.”

“E se vinco?”

“Muore lui.”

Il mio cuore sussultò. Non credevo alle sue parole, ma sapevo che stava dicendo la verità.

“Chi sarà a morire?” Sorrise.

“Nessuno dei due.” Non so dove trovai il coraggio di rispondere così al quel demone, ma ero andata troppo avanti per lasciare che David morisse. E se fossi morta io, avrei fatto tutta questa strada per niente. No, nessuno doveva morire. Poi la vidi. La ragione per la quale quella ragazzina mi terrorizzava così tanto. Era più di una semplice bambina. Guardandola meglio, mi accorsi che era anche un uomo robusto, sospeso a mezz’aria, con la testa di capra. Orribile visione. Non riuscivo a guardare l’una senza scorgere anche l’altro. La bambina era di fronte a me, ma ero conscia della sua vera natura. Era la cosa peggiore che avessi mai visto.

“Peccato.” E svanì. Ero di nuovo sola. In una grande stanza vuota e silenziosa. Solo che stavolta c’era qualcosa di diverso. Un piccolo tavolo era apparso dal nulla, come se fosse stato lì tutto il tempo. C’era sopra qualcosa, ma non capivo cosa fosse da dove mi trovavo. Mi avvicinai al tavolo e fissai il piccolo oggetto. Era una piccola lama, come quella di alcuni taglierini. Mi allungai a prenderlo ed un urlo agghiacciante mi riempì la bocca. Quando la mia mano entrò nel mio campo visivo, mi accorsi di una cosa che non avevo notato fino a quel punto. Sembrava come se qualcosa fosse stato marchiato sulla mia pelle, un numero 6. Guardai di nuovo il rasoio e notai l’etichetta:

A Maggie – Dall’Amministrazione.

Pensavamo potesse esserti utile

Letta la nota, mi abbandonai in un pianto incontrollato. Piansi come non avevo mai fatto in vita mia. Mai avevo pianto così, e mai probabilmente l’avrei fatto più. Mi accasciai a terra con la testa sul solido legno. Piansi per ore, rannicchiata a terra. Poi smisi, e la depressione prese il sopravvento. Non capivo perché piangessi. Non era per David, non era per la mia situazione. Non c’erano porte nella stanza, ero in trappola. Ma non era per quello. Ero in uno stato di depressione indescrivibile. Una depressione senza alcun altro sentimento. Mi sentivo inerme, ma riuscii a farmi forza per conquistare il tavolo. I miei occhi fissavano il rasoio, così lo afferrai. Stavo per uccidermi. Non ce la facevo più. Oramai era fatta. David era probabilmente morto. Io ero intrappolata lì. Era finita. Appoggiai il rasoio sul polso, lungo il numero 6. Il pianto tornò, ed io ero lì, con i lacrimoni ed un rasoio premuto sulle vene. David era morto, presto lo sarei stata anch’io. Niente aveva più importanza e, con un taglio deciso, mi recisi il polso.

Come affondai il rasoio nelle vene, non fui più nella Stanza 5. Non ero morta, di questo ne ero certa. La depressione svanì, ma non per questo ero felice. Continuavo a piangere a dirotto. La stanza in cui mi ritrovai era come la precedente e, di nuovo, non aveva porte. Non c’erano lampade, ma riuscivo comunque a vedere tutto nitidamente. La stanza era completamente vuota, ma prima di riuscire a formulare un’idea sulla prossima mossa da compiere, tutto cadde nell’oscurità, ed il brusio tornò. Mi tappai le orecchie in risposta, il rumore era più forte che mai. Ma fu solo per un istante, perché la luce tornò, solo che stavolta qualcosa era stato aggiunto alla stanza. Ed urlai. Al centro della stanza, legato ad una sedia, giaceva a torso nudo David. Era stato torturato, profonde ferite lo coprivano lungo il petto e le braccia.

“DAVID!” Corsi più veloce che potei. Era vivo, vedevo il suo petto sollevarsi ed abbassarsi, ma non parlava. Poi lo notai, inciso nel suo petto. Caddi sulla ginocchia e lo vidi. Dinanzi ai miei occhi, un numero 7.

Udii David che provava a parlare, così mi avvicinai a lui.

“David! David, riesci a sentirmi?!”

“Maggie… Che… Che ci fai qui?” La sua voce era flebile, ma almeno riusciva a parlare, e tanto mi bastava.

“David, sono venuta a salvarti. Come faccio a liberarti?” C’era un grosso lucchetto fissato ad una catena che lo teneva prigioniero. Cercai dappertutto una chiave, ma trovai solo un piccolo coltello in un angolo. Il metallo era troppo solido per scalfirlo col coltello, così lo scartai. Dovevo tornare da David, era ridotto in fin di vita. Poi mi vibrò la tasca. Afferrai il cellulare. Come immaginavo, un messaggio. Lo aprii:

“Quello non sono io.”

Non sapevo cosa pensare. David era lì, di fronte a me, ma il messaggio era dello stesso numero che mi aveva contattato prima. Come il primo messaggio di David che parlava della Casa Senza Uscita.

“Maggie…” La sua voce era chiara nelle mie orecchie e nella mia testa. Sembrava provenire da ogni parte. “Maggie… Devi andartene.”

“Cosa stai dicendo? Come?” Ero faccia a faccia con David, o qualsiasi altra cosa foss incatenata lì.

“Quel coltello…” Scosse leggermente la testa in direzione dell’angolo. “Prendilo.” Corsi ad afferrarlo e tornai indietro in un secondo. Non avevo idea di cosa volesse dire, ma ero pronta a fare qualsiasi cosa pur di salvar-

“Pugnalami al petto.”

“…Che cosa?” Ero incredula. David era lì, che mi fissava dritta negli occhi.

“Devi pugnalarmi nel petto dove c’è il numero 7. È l’unico modo per salvarci entrambi.”

“No…” Indietreggiai. “Quello che dici non ha senso.”

“Maggie!” Stava urlando, con gli occhi allucinati. I lati della sua bocca si piegarono in un ghigno. “Maggie, pugnalarmi è l’unica cosa sensata da fare!” Fissai il coltello nella mia mano, la mia testa pulsava come se fossi stata colpita da una mazza. Non sapevo che fare. Chiusi gli occhi e strinsi il coltello.

“MAGGIE!” Urlai, ed affondai il coltello nel petto di David. Non capii cosa mi fosse successo, ma ero certa che fosse la cosa giusta da fare. Aprii gli occhi e vidi il suo volto. Orribile. Lacrime rigavano il suo petto mentre mi guardava negli occhi.

“Perché… Mi hai fatto… Questo?”

Non poteva avermi mentito. Sapevo che non era David. Non poteva esserlo, altrimenti non sarei stata capace di colpirlo. I suoi occhi si girarono all’indietro, mentre la vita lo abbandonava. Il numero 7 sul torace era svanito, il sangue si raccoglieva in una pozza ai miei piedi. Il liquido rosso si dipanò in ogni direzione, fino a riempire la stanza, mentre io cominciavo ad affogare. Cercai di muovermi ma invano. Era come delle sabbie mobili. Il sangue mi arrivava alle ginocchia. Più cercavo di risalire più venivo spinta giù. Raggiunse il mio petto. Graffiai le pareti intorno a me. Il corpo senza vita di David era ancora lì, la sua faccia a fissarmi, sorridente. Il sangue arrivò al collo. Ero terrorizzata. Venni completamente sommersa, e mi abbandonai alle tenebre.

Mi risvegliai fuori dalla casa. Sentivo la fredda terra sotto di me. Rotolai su me stessa e fissai la notte stellata. La Casa Senza Uscita torreggiava poco oltre, la mia auto poco distante. Non sapevo se piangere o ridere. Ero fuori. Ero fuori ero fuori ero fuori. Mi rialzai e mi ripulii dalla polvere i pantaloni. Tremai fino all’auto, ma qualcosa mi diceva che non era ancora finita. Non c’era modo di fuggire. La casa non mi avrebbe lasciata andare così. Qualcosa non tornava. Lo sapevo. Ero certa di non aver ucciso David nella Stanza 6. Presi il cellulare. Nessun nuovo messaggio. Ma c’era campo. Mandai un messaggio a David.

“Dove sei?” Scrissi. Neanche un secondo dopo ricevetti risposta. Aprii il messaggio.

“stanza 10 tu stanza 7 scappa.” Ed il brusio tornò.

Trasalii. Non sapevo dove andare, ma sapevo di non essere all’esterno. Ero ancora nella casa. Il brusio era tutto intorno a me. Smuoveva gli alberi e l’aria stessa. Dovevo trovare il numero 8. Dovevo trovare la stanza successiva. Era la mia unica possibilità. Dovevo trovare la Stanza 8. Nelle prime stanze era ovvio, ma man mano che procedevo era sempre più difficile guadagnare la stanza successiva. Dovevo trovare il numero 8 dovevo trovare il numero 8 dovevo trov-

Messaggio:

“casa tua”

Che cavolo significava? Casa mia? Posai il cellulare in tasca, il brusio era sempre più forte. Compresi. Casa mia. Casa mia. Casa mia. Impossibile. Impossibile.

4896 Forest Lane.

Interno 8.

Mi fiondai in auto, tanto da lasciare la portiera aperta. Possibile che la Stanza 8 fosse il mio appartamento? Dovevo credere a quel messaggio? Era di David. Ne ero certa. Non c’era motivo per dubitarne. Non ci misi niente ad arrivare a casa mia, e francamente non ricordavo neanche di aver guidato. Era come essersi addormentati un minuto ed essersi ritrovati in mezzo alla strada. Non chiusi l’auto e scappai al cancello. Cercai affannosamente le chiavi, aprii il cancello e corsi verso il primo corridoio a sinistra. Gli appartamenti erano grandi, ma casa mia era una delle prime sulla sinistra. Correvo più veloce che potevo, e superai il 4 ed il 5. La testa mi girava. Superai il 6. Più mi avvicinavo, più forte era il brusio. Superato il 7, il brusio svanì. Mi fermai dinanzi casa mia nel più completo silenzio. Ero semplicemente lì, di fronte il mio appartamento. Il piccolo 8 dorato si trovava all’altezza dei miei occhi. Afferrai la maniglia e girai la chiave lentamente, ma la porta si aprì di colpo risucchiandomi all’interno, prima di richiudersi alle mie spalle.

Stanza 8. Mi rialzai da terra e mi guardai intorno. Era identica a casa mia. Senza le esperienze regresse sarei stata convinta di essere a casa mia, vittima di un brutto sogno. Il mio pensiero andò a David, ad immaginarmi la sua Stanza 8, e di come la casa gliela avesse mostrata. Gironzolai studiando la stanza. Tutto era esattamente come l’avevo lasciato, persino il cibo cinese che avevo lasciato a metà sul lavello. Buttai l’occhio sul computer nella stanza dei miei genitori. Il monitor era ancora acceso, ed AIM in primo piano. Mi ci sedetti di fronte, controllando la mia conversazione con Peter. Era tutta lì, parola per parola. La casa ne era a conoscenza, ma non riuscivo ad immaginare come. Ad essere onesti, facevo del mio meglio per non pensarci, era meglio evitarlo. Provai ad uscire da AIM ma senza successo. Il computer si era bloccato. Provai a spegnerlo. Niente. Provai con Ctrl+Alt+Canc. Niente. Spinsi il pulsante del monitor per spegnerlo. Niente. Poi un pop up. Era una chat video. Controllai i partecipanti, ed erano in due. Maggie, e Amministrazione. La chat era in tempo reale, ma tutto ciò che vedevo era un muro grigio. Fu allora che comparì il primo messaggio da Amministrazione.

“Spero che sia tutto come l’hai lasciato :)”

“Chi sei?” Chiesi.

“Goditi lo show :)” E la camera si girò. Inquadrava un ragazzo legato ad un tavolo chirurgico. Era completamente nudo e singhiozzava tra sé. Il video non era chiaro, ma mi sembrava di conoscere l’uomo. Alto, corti capelli castani, carnagione chiara.

“Ecco cosa accade a chi cerca di barare :)”

Allora capii chi era. Legato a quel tavolo c’era Peter Terry. E non era solo.

Non posso descrivere quello a cui assistetti. Le urla, quelle di Peter, erano qualcosa di disumano. Non potevo smettere di guardare. Volevo farlo, ma la stanza non me lo permetteva. Peter lanciò un nuovo urlo lancinante che non venne dalle casse, ma dalla stanza. Il cuore mi si fermò nel petto mentre guardavo attraverso il corridoio. Balzai via dalla sedia, mentre il le urla aumentavano mentre mi avvicinavo alla sorgente. Giunta alla mia camera da letto le urla si tramutarono in brusio. Quel brusio. Mi aveva dato la caccia per tutto il tempo. Aprii lentamente la porta, e vidi le stesse immagini proiettate sul mio computer. Il tavolo chirurgico, e Peter Terry disteso su di esso. Non c’era nessun altro nella stanza. Erano svaniti tutti, ma un freddo gelido si fece strada sulla mia spina dorsale. L’Amministrazione era lì vicino, ad una sola stanza di distanza. Mi avvicinai al tavolo, ma l’odore era insopportabile, e frenai a stento un conato di vomito. Sapevo di avercela quasi fatta. Dovevo farcela. Scrutai la stanza. Da qualche porta doveva esserci l’uscita. Doveva essere lì. Ed infatti c’era. Fu più facile di quanto mi aspettassi. Superai la stanza e, dove doveva esserci la porta del bagno, c’era una semplice porta di legno, come le altre della casa. C’era qualcosa appeso alla porta, qualcosa di lungo, e sanguinolento. Erano le interiora di Peter Terry, e formavano un 9 sulla porta.

Stavo male per Peter, ma dovevo uscire da quell’inferno. Superai il tavolo, afferrai un bisturi ed abbandonai il cadavere a sé stesso. L’ultima porta era lì, e la stavo attraversando. Quella notte giungeva finalmente al termine, e sarei uscita di lì con David, pronta a sfidare qualsiasi cosa lo tenesse prigioniero. La porta si aprì facilmente, e rimasi sulla soglia a fissare quello che mi aspettava. Era una stanza vuota, simile alle sale d’attesa dei medici. C’erano delle sedie in fila lungo le pareti e raccoglitori di vecchie riviste in un angolo. Oltre la stanza, dall’altro lato da cui mi trovavo io, c’era una porta. Il cuore mi si fermò, quando lessi la targa sulla porta. Non era un numero. Era una singola parola.

AMMINISTRAZIONE

Strinsi il bisturi nella mano.

“D’accordo, mettiamo fine a questa stronzata una volta per tutte.”

Erano dall’altro lato della porta. Lo sapevo. E David era con loro. Il brusio era più forte di quanto non fosse mai stato. Potevo sentirlo dentro di me. Veniva da dentro me. Diveniva sempre più forte, e appena misi piede nella stanza il suono la riempì. Girai la maniglia ed aprii la porta. La stanza non era come me l’aspettavo. Era la reception. La stessa reception da cui tutto questo inferno era cominciato. Solo che questa volta c’era qualcuno dietro la scrivania. Il cuore mi balzò letteralmente fuori dal petto quando vidi chi era. Peter Terry.

“Ciao Maggie.”

“Peter?” No, impossibile. “Ma che? Come?”

“Chi ti aspettavi? Un fantasma? Il diavolo? Un’inquietante bambina bionda?” Rise. Io no.

“Che cavolo succede qui?”

“Maggie. Suvvia. Riflettici un momento. Chi ha detto a David di questo posto?”

“Tu… Non…”

“Chi ha detto a David dov’era?”

“Cazzo Peter eravate amici!”

“Mi spiace Maggie, ma si tratta di affari.”

“Dov’è? DOVE SI TROVA?!”

“È qui insieme a noi nella Casa Senza Uscita, Maggie. E non andrà da nessuna parte. Esattamente come te.” Persi la ragione. Saltai oltre la scrivania e gettai Peter a terra. Lo afferrai per i capelli e gli spaccai la testa sul pavimento, col bisturi nella mia altra mano immobile sul suo collo. Volevo ucciderlo. Aveva ucciso David. Non avrebbe fatto lo stesso con me.

“È inutile, Maggie. Ci sarà sempre qualcuno pronto a gestire la Casa Senza Uscita.”

“No.” Affondai il bisturi nella sua gola e gli sbattei di nuovo la testa sul pavimento. “Non sarà più così.” Alla sua morte la stanza cadde nel buio. Sentivo ancora il bisturi in mano, ma nell’altra non percepivo più i suoi capelli. Non so per quanto tempo restai lì nel buio, ma mi sembrarono anni. Mi aggrappai infine alla scrivania, bilanciandomi con la mano sulla superficie di marmo. Fu allora che la luce tornò. Vidi le finestre oltre la stanza, fuori era ancora buio. Guardai oltre e lo vidi. David era lì fuori, illeso. Corsi verso la porta. Ero felicissima. Ma la porta non si aprì. Provai con maggiore foga, invano. Guardai fuori dalla finestra David che camminava lungo la strada polverosa. Appoggiai sconsolata la testa alla porta, e la vidi. Il mio stomaco urlò. Al mio petto c’era una targhetta, con una sola parola:

AMMINISTRAZIONE

 

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