NoEnd House 3 – Origin of Ending – Part 1 (La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 1) è il terzo capitolo della saga No End House, scritta da Brian Russell. Questa volta il protagonista è di nuovo David, scampato miracolosamente – non sa neanche lui come – alle grinfie della Casa, costretto a partecipare di nuovo al grottesco gioco per salvare la sua fidanzata, Maggie, ancora intrappolata all’interno dell’edificio.

Trovate il primo capitolo in italiano qui, ed il secondo qui, tradotti in esclusiva dalla Bottega del Mistero. Ringrazio nuovamente Francesca (sì, eri tu anche la prima volta), per la sue email di incoraggiamento. Grazie, grazie, grazie. 🙏

Buona lettura!

 

 


La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 1

 

David si scontrò con la sua auto, intontito. Le ultime erano per lui lattiginose. Immagini grottesche deturpavano la sua mente, ricordandogli lentamente l’inferno da cui era appena scappato. Cercò nella tasca il cellulare e chiamò il 911. Non c’era modo di spiegare nulla di quello che aveva vissuto, ma per qualche ragione la sua prima reazione fu di telefonare – forse i poliziotti sarebbero arrivati sul posto e avrebbero confermato che si trattava di un semplice edificio, niente di più. Si rasserenò e si avviò verso casa, pronto a continuare la sua vita normale con-

Fu allora che ricordò. Il fango sotto i suoi piedi schizzò via mentre David si girava verso la casa. Maggie. Maggie era lì. Mentre correva, aprì il cellulare, alla ricerca dei messaggi che – ne era certo – le aveva inviato. Niente. C’era qualche messaggio, da Maggie, per Maggie, ma erano tutti vuoti. David imprecò sottovoce nel raggiungere la porta. Girò la maniglia, invano. Bussò, invano. Si aggrappò con entrambi i pugni alla porta, gridando il nome di Maggie. Nessuna risposta. Le sue mani erano rosse e gli bruciavano, e David cadde sulle ginocchia, trascinandosi i palmi sulla porta mentre si accasciava a terra. Dopo qualche istante, si sentì come una fitta agli occhi. L’aveva abbandonata. La ragazza che amava, e che era giunta fin lì per salvarlo. Doveva trovarla. Doveva esserci un altro modo per entrare. David si alzò sulle ginocchia con rinnovato vigore, ed appena si mosse il cellulare vibrò. Era un messaggio, e alla vista del mittente si sentì rincuorato.

Era Peter Terry. Magari avrebbe potuto dargli una mano.

“Hey Dave. Tutto a posto? Non ci sentiamo da una vita.”

“Peter – diavolo – dove sei”

“Nella Casa. Ero entrato a cercarti. Te l’avevo detto di non provarci.”

“Ormai è fatta ma peter ho bisogno di rientrare dentro – sai mica come posso fare”

“Giraci intorno – c’è una quercia vicino la casa con una botola alla base. Entra da lì, è una porta di servizio.”

“cosa perché cazzo un posto del genere ha bisogno di un’entrata di servizio”

“Vai all’albero, amico. Cerco solo di darti una mano.”

David non aveva il tempo di chiedere altro. Superò la veranda verso l’altro lato della casa, saltando la ringhiera e finendo ingloriosamente a terra. L’albero non sembrava molto distante, o forse lo era – era così grande che era difficile percepire la profondità. Ed era lì anche prima? D’accordo, aveva avuto altre cazzate a cui pensare, e chi diavolo aveva avuto il tempo di stare a guardare gli alberi, ma questo – era enorme. Corse sul lato e la vide – una piccola porta di legno incastonata nel terreno, come uno di quegli antichi accessi alle cantine che finivano nelle fondamenta delle case. David si guardò attorno e dietro di sé, senza sapere il perché di quel gesto. Aveva una brutta sensazione. Lasciò perdere e guadagnò la maniglia. I cardini arrugginiti bramirono per protesta, ma dopo aver tirato più forte, la porta venne via, a rivelare l’oscurità sotto di sé. Prestando la massima attenzione, David venne lentamente inghiottito verso il basso.

Cavolo se era buio. Ma presto David venne colpito da un odore che fece passare l’oscurità in secondo piano. Era come dei capelli bruciati coperti di merda e muffa. Sputò a terra – gli pareva quasi di assaggiare quell’odore. David afferrò il cellulare ed impostò la luminosità dello schermo al massimo. Non era granché, ma almeno era in grado di vedere le pareti che lo circondavano. Cercando in quella fioca luce, David notò qualcosa di strano. Non era stato in molte grotte sotterranee, ad essere onesti, ma immaginava che sulle pareti ci fosse della sporcizia, del fango, qualcosa del genere, insomma. Non capiva di cosa si trattasse, non era niente di artificiale, o che potesse sembrare della sporcizia. La curiosità ebbe il sopravvento, e si allungò col cellulare a scrutare uno dei muri laterali. Si avvicinò di molto, col cellulare quasi a toccare la parete. I suoi occhi si spalancarono. No. Non può- Con l’altra mano, David sfiorò il muro. Era un po’ molle, ma solido. Si ricordò dell’odore, e comprese. Era carne. Le pareti di quel tunnel erano coperte da carne bruciata. David allontanò il telefono di qualche pollice e seguì la luce. Notò che in alcune zone la pelle sembrava cucita insieme da un qualche tipo di fil di ferro, come quelli elettrici. Una sezione gli fece rivoltare lo stomaco. Un volto. Un volto umano, distorto ed allungato, con gli occhi e la bocca cuciti. Il naso era stato rimosso, ed il foro che ne era seguito era stato suturato alla meno peggio. Forse fu l’odore, o la vista di quegli orrori, ma David non ce la face a sopportare oltre. Barcollando, si girò dall’altro lato e vomitò copiosamente sul terreno.

Per attraversare il tunnel sembravano volesserci secoli. Ma era più probabile che anche solo pochi minuti a David sembrassero ore. Doveva entrare nella Casa per salvare Maggie. Il resto non aveva importanza. Peter era suo amico, ma se era entrato anche lui, Maggie era senz’altro la prima a dover essere salvata. Peter poteva anche rimanere a marcire per sempre lì dentro, se necessario. Anche se, effettivamente, era stato lui a rivelargli di quel passaggio. La diatriba mentale di David cessò nel momento in cui qualcosa lo toccò da dietro. Si voltò immediatamente, solo per trovarsi faccia a faccia col niente. Confuso, David strinse più forte il cellulare ed affrontò le tenebre. Niente. Niente, solo un muro e nient’altro. Un muro che fino a due minuti non c’era, madido di carne rancida.

David urlò e si abbatté sulla parete, e ci fece caso. La stanza si stava rimpicciolendo. Più camminava e più si restringeva. Questa nuova convinzione colpì David in pieno come un treno. Era nel condotto di servizio, ma anche nella Casa. L’aveva preso. Non poteva tornare indietro, la casa lo spingeva ad entrare, e fu felice di averlo capito.

Soltanto poco prima, David si sarebbe fatto sopraffare molto più di quanto stesse facendo in quel momento. Lì, in quel condotto per l’inferno, David a malapena trasalì. Aveva visto di cosa era capace quel posto, ed aveva affrontato alcune delle torture psicologiche più brutali che si potessero immaginare. Era pronto a tutto – o almeno quasi a tutto. Riprese a camminare, e sentì nuovamente la parete dietro di sé sfiorarlo. Il macinare, gorgogliare della carne che si torceva su sé stessa lo fece stare male di nuovo, spingendolo ad accelerare nel passo. Pochi istanti dopo, udì qualcosa che lo costrinse a fermarsi. Una voce. Una ragazza – ma non era Maggie.

“Perché sei tornato indietro? PERCHÉ SEI TORNATO INDIETRO?”

David era pietrificato. La voce sembrava sibilare dappertutto.

“PERCHÉ SEI TORNATO INDIETRO? PERCHÉ?” Le urla si facevano più vicine, e David si accasciò alla parete dietro di sé. Fu allora che udì i passi sordi di qualcuno che gli correva incontro. E la vide. La ragazzina, non più che tredicenne, gli correva incontro gridando sempre la stessa domanda. David era troppo stordito per reagire razionalmente. La ragazzina lo raggiunse, e cominciò a colpirgli il petto coi pugni, prima con violenza, poi sempre più debolmente – come una bambina viziata che batte i pugni a terra quando non ha ottenuto quello che vuole.

“Perché David… Perché sei tornato indietro…?” La ragazzina si accasciò sulle ginocchia, colpendolo un ultima volta sulla gamba. David era impietrito, con le mani che tremavano debolmente. La paura lentamente svanì. Era chiaro che non era pericolosa, e non sembrava neanche un fantasma o qualcosa del genere.

“Ehi” chiese, “va tutto bene. Chi sei?” La bambina a quelle parole balzò in piedi. Lentamente sollevò la testa a fissare David. Il cuore gli sussultò nel petto quando rivelò il suo volto. Non aveva occhi. Niente. L’oscurità. E quando parlò nuovamente, poté guardare dentro la sua bocca. Nessuna lingua, né denti, solo un vuoto.

“Tu, sei venuto a salvarci… vero?”

 

 

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