La storia di oggi è un semplice aneddoto, presentato nel 1981 da A. P. Ruskin durante un corso per infermieri. Non vi anticipo nulla, vi chiedo solo di riflettere, immaginare, comprendere, quello che andrete a leggere.

Sono stato invitato a tenere una conferenza in un corso per infermieri. Ho iniziato la mia lezione con la presentazione di questo caso clinico.

La paziente è una donna che dimostra i suoi anni: non parla né capisce, mormora incoerentemente per ore; è disorientata nel tempo e nello spazio. Talvolta, però, sembra riconoscere il proprio nome. Ho lavorato con lei durante gli ultimi sei mesi, ma ad oggi continua a non riconoscermi. Non ha alcun interesse per il proprio aspetto; ha bisogno di essere nutrita, lavata e vestita; non ha denti e pertanto il cibo le deve essere ridotto in poltiglia. È incontinente e deve essere cambiata di frequente; il suo vestito è generalmente sporco perché perde saliva. Non cammina e dorme in maniera inusuale; si sveglia spesso nel cuore della notte, disturbando gli altri con le sue urla. Talvolta si dimostra affabile e felice, ma è sovente agitata senza una causa apparente, così urla più forte finché qualcuno non va a consolarla.

Dopo la presentazione del caso chiesi alle infermiere quale fosse la loro reazione di fronte all’incombenza di prendersi carico di una paziente come quella appena descritta. Usarono termini come frustratedepressedisperateirritate per esprimere i loro sentimenti di fronte ad una situazione del genere.

Quando dissi che a me piaceva prendermi cura di lei e che anche le infermiere avrebbero provato la stessa sensazione, la platea mi fissò basita. Fu allora che feci girare tra loro una foto.

Mia figlia di sei mesi.

 

https://www.flickr.com/photos/jameschew/97819564

 

Il testo di Ruskin è un po’ più lungo, ed il seguito lo trovate più in basso. Si tratta di una riflessione sul concetto di vita, rispetto, pregiudizio ed empatia. Non mi abbandonerò a facili moralismi, siete liberi di credere e dare la vostra personale interpretazione delle parole dell’autore.

Chiesi allora perché fosse così difficile prendersi cura di una donna di 90 anni piuttosto che di una di 6 mesi che presentava le stesse identiche caratteristiche. Si era d’accordo che fosse più semplice prendersi cura fisicamente di un infante di 7 chili piuttosto che di un anziano di 40.

Ma la risposta sembrava più profonda.

Il bambino rappresenta una nuova vita, una speranza, una potenzialità praticamente infinita. L’anziano demente, di contro, è al termine della vita, con scarse possibilità di crescita.

Dobbiamo cambiare mentalità.

Il paziente anziano è altrettanto degno di cure e di amore tanto quanto un neonato. Quelli che terminano la loro vita nella condizione di dipendenza meritano le stesse attenzioni riservate a quelli che si affacciano alla vita con l’aiuto degli altri.

Un abbraccio a tutti, infermieri, medici, allievi, specializzandi, OSS, addetti alla pulizia e alla mensa, volontari e familiari, che ogni giorno lottano per rendere un ospedale, una clinica, un ospizio, un luogo che forse non si può chiamare casa, ma che è in grado di donare calore e speranza a tante persone che soffrono. 🙂

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