Footsteps è una creepypasta caricata su Reddit (r/nosleep) dall’utente 1000vultures ed inizialmente pubblicata a puntate. Il meritato successo ha permesso la stesura del libro Penpal basato sull’intera storia. Il libro è facilmente reperibile su Amazon, in lingua originale.

La storia è davvero ben scritta, anche se il lettore potrebbe incappare in serie difficoltà a seguire l’ordine cronologico degli eventi: l’autore infatti, magistralmente, passa dai puerili ricordi d’infanzia a ben più tragici eventi della vita recente. Il tutto vi lascerà, ne sono certo, attaccati alla sedia a divorare la vita del protagonista ed insieme a lui sorridere, piangere e raccapricciarsi.

Buona lettura.

 

Passi

Se premete il vostro orecchio contro il cuscino in una stanza silenziosa potrete sentire il battito del vostro cuore. Da bambino quei ritmici battiti smorzati mi sembrava risuonassero come passi attutiti dalla moquette del pavimento, e così quasi ogni sera, proprio mentre stavo per addormentarmi e andare a letto, avrei sentito quei passi che mi avrebbero riportato ad uno stato di coscienza, terrificato.

Per tutta la mia infanzia ho vissuto con mia madre in un quartiere abbastanza carino che si trovava in uno stato di transizione in quanto gente con basse aspettative economiche vi ci stava traslocando e mia madre ed io eravamo due di quelle persone. Vivevamo in una di quelle casette che si trasportano divise in due pezzi sulle interstatali, ma mia madre se ne prese comunque cura. C’erano molti boschi attorno al quartiere in cui avrei voluto giocare e che avrei voluto esplorare, ma di notte, come spesso capita ad un bambino, essi parevano assumere un’aria sinistra. Tutto ciò, sommato al fatto che per via della struttura della casa c’era uno scantinato abbastanza grande costantemente sotto i miei piedi, riempiva i miei pensieri di mostri e scenari inevitabilmente spaventosi durante la notte, quando venivo svegliato dai passi. Parlai con mia madre di questo mi problema e mi rispose che era soltanto la mia immaginazione. Insistetti con lei al punto che mi riempì le orecchie con dell’acqua usando un contagocce giusto per farmi star quieto, dal momento che credeva funzionasse. Naturalmente, non funzionò. Nonostante questa mia inquietudine, nonostante i passi, l’unica cosa strana che mi capitava ogni tanto era ritrovarmi sdraiato nel letto inferiore del letto a castello malgrado fossi andato a dormire nel letto superiore. Beh, forse non era così strano visto che mi capitava spesso di alzarmi per andare in bagno o per bere qualcosa e non mi accorgevo di tornare a dormire nel letto inferiore (ma questo non importava, dal momento che sono figlio unico). Questo poteva succedere una, due volte a settimana ma non gli diedi molto peso, non mi faceva rabbrividire svegliarmi nel letto inferiore. Il punto è che una di queste notti non mi svegliai nel letto inferiore.
Stavo sentendo i passi e sebbene questi erano ben lontani dal potermi svegliare, presi comunque conoscenza, non per via di un incubo o dei passi, ma perché avevo freddo. Veramente freddo. Quando aprii gli occhi vidi il cielo stellato. Ero nel bosco. Subito mi sedetti cercando di capire cosa fosse successo. Inizialmente pensai che stessi sognando, ma c’era qualcosa che non andava comunque. C’era una materassino da piscina sgonfio appena davanti a me, uno di quelli a forma di squalo. Questo pervase il mio corpo di una sensazione surreale e dopo un po’ mi accorsi che non mi sarei svegliato da un momento all’altro, visto che non stavo dormendo. Mi alzai per orientarmi, ma non riconobbi nulla nel bosco. Ho giocato nei boschi attorno a casa mia per molto tempo, li conoscevo bene, quindi mi domandai come avrei potuto uscire da un bosco che non conoscevo. Feci un passo e subito sentii un dolore lancinante colpirmi la pianta del piede, e subito mi rigettai a terra dove stavo sdraiato fino a qualche istante prima. Avevo calpestato una spina. Grazie alla luce della luna potevo vedere che ce n’erano in abbondanza ovunque. Guardai l’altro piede e vidi che era a posto, come il resto del corpo tuttavia. Non avevo altri graffi addosso e non ero nemmeno tanto sporco di terra o che altro. Piansi per un poco e poi mi rialzai.

Non sapevo dove andare così scelsi una direzione. Resistetti alla tentazione di gridare perché non ero sicuro di voler essere trovato da chi o da che cosa avrebbe potuto essere la fuori.

Camminai per quelle che sembrarono ore.

Cercai di camminare seguendo una linea dritta tentando di correggere la direzione quando dovevo prendere piccole deviazioni tra gli alberi, ma ero solo un bambino ed ero spaventato. Non c’era alcun rumore particolare, né urla, né grida, solo uno fu il rumore che mi spaventò. Sembrava il pianto di un neonato. Inizialmente pensai fosse il miagolio di un gatto, ma il panico mi assalì comunque mentre il suono diventava via via più forte. Corsi continuando a virare direzione in modo da evitare i cespugli e i tronchi di alberi abbattuti. Prestavo grande attenzione a dove poggiavo i piedi dal momento che questi non erano in buone condizioni. Infatti probabilmente feci troppo caso ai piedi e troppo poca a dove questi mi stavano portando perché non poco dopo aver sentito il pianto vidi qualcosa che mi riempii di una disperazione che non avevo mai provato prima. Era il materassino sgonfio.

Ero a soli dieci metri da dove mi svegliai.

Non fu una magia o una qualche sorta di flessione spazio-temporale soprannaturale a creare questa situazione, mi ero semplicemente perso. Fino a quel momento pensai più ad uscire dal bosco che a come mi ci ritrovai, ma tornare di nuovo al punto di partenza fece sì che la mia mente annegasse in migliaia di pensieri confusi. Non ero neanche sicuro che quelli fossero i boschi vicini a casa, avevo solo sperato che lo fossero. Avevo semplicemente camminato compiendo un enorme cerchio o avevo invertito la rotta inconsapevolmente ad un certo punto? Come avrei fatto ad uscire? Al quel tempo pensavo semplicemente che la stella polare fosse la più luminosa, quindi mi fermai per cercarla nel cielo e la seguii.

Alla fine l’ambiente iniziò a farsi più familiare e quando vidi “il fosso” (uno sporco fossato nel quale io e i miei amici combattevamo le nostre piccole battaglie fangose) capii che ero riuscito ad uscire dal bosco. A quel punto camminavo molto lentamente, i piedi mi dolevano molto, ma ero così felice di esser di nuovo vicino a casa che mi lasciai andare in una leggera corsetta. Quando vidi il tetto di casa mia sbucare tra quelli delle case più basse non trattenni un piccolo singhiozzo e corsi più velocemente. Volevo solo arrivare a casa. Avevo già deciso che non avrei detto niente a mia madre perché non avevo idea di cosa avrei potuto dirle. Mi sarei intrufolato dentro in qualche modo, lavato e messo a letto. Appena girai l’angolo che mi permise di vedere completamente casa mia il mio cuore affondò.

Tutte le luci di casa erano accese.

Sapevo che mia madre era sveglia e sapevo che avrei dovuto spiegare (o provare a spiegare) dove ero stato e non riuscivo neanche ad immaginare da dove iniziare. La mia corsetta si trasformò in una camminata mentre mi avvicinavo a casa. Sebbene fossi preoccupato per il modo in cui avrei spiegato tutto a mia madre appena vidi la sua silhouette stagliarsi al di la delle tende non mi importò più nulla. Raggiunsi casa, salii i due scalini della veranda, misi la mano sulla maniglia della porta e girai. Mentre aprivo la porta due braccia mi braccarono e mi spinsero indietro. Gridai più forte che potei: “Mamma! Aiutami! Ti prego! Mamma!” La sensazione di essere così vicino alla salvezza e di essere poi scaraventato così lontano da essa mi riempì di un terrore che anche dopo tutti questi anni rimane indescrivibile.

La porta dalla quale fui respinto si aprì, e un raggio di speranza attraversò il mio cuore. Ma non era mia madre.

Era un uomo. Ed era enorme. Mi agitai, iniziai a sferrare manate e a prendere a calci gli stinchi di colui che mi tratteneva mentre cercavo di star lontano dal mostro che era appena uscito da casa mia. Ero spaventato, ma furioso: “Lasciatemi stare! Dov’è? Dov’è la mia mamma? Cosa le avete fatto?”. Appena le grida cominciarono a grattarmi la gola soffocando i miei respiri, mi resi conto di un suono presente da molto più tempo rispetto a quando me ne accorsi. “Tesoro, ti prego, calmati. Eccomi.” Sembrava mia madre.

Le mie braccia si sciolsero in quel momento e mi calmai. L’uomo uscito dalla porta avvicinandosi a me venne rivelato dalla luce della veranda; subito notai i suoi vestiti. Era un poliziotto. Mi voltai verso la voce dietro di me ed era davvero mia madre. Tutto si era sistemato. Iniziai a piangere e tutti e tre entrammo in casa.

“Sono così contenta che tu sia a casa, tesoro. Ero preoccupata di non rivederti mai più!” A quel punto anche lei stava piangendo.

“Mi dispiace, non so cosa sia successo. Volevo solo tornare a casa. Scusami.”

“Va bene, solo promettimi di non rifarlo mai più. Non sono sicura che io o i miei stinchi possiamo sopportarlo ancora…”

Una piccola risata spezzò il mio singhiozzo ridonandomi il sorriso. “Scusami se ti ho colpita, mamma, ma perché mi hai afferrato in quel modo?”

“Avevo solo paura che scappassi di nuovo.”

Ero confuso. “Cosa intendi?”

“Abbiamo trovato il tuo foglietto sul cuscino.” Disse puntando il dito verso un pezzetto di carta che il poliziotto mi stava passando dall’altra parte del tavolo.

Raccolsi il foglietto e lo lessi. Era una di quelle lettere che lasciano gli adolescenti ai genitori prima di scappare. Diceva che ero infelice e che non volevo vedere più né mia madre né i miei amici. L’agente di polizia scambiò due parole con lei, fuori, di fronte alla veranda mentre io fissavo la lettera. Non ricordavo affatto di averla scritta. Non ricordavo niente di ciò che diceva, non ricordavo nulla.

Ma anche se ogni tanto vado in bagno senza che me ne accorga, anche se ero finito nel bosco, anche se tutto quello scritto sulla lettera era vero l’unica cosa che sapevo con certezza a quel punto fu: “Io non scrivo così il mio nome… Non ho scritto io questa lettera.”

 

Palloncini

La scuola dove andavo quando avevo cinque anni, da quel che ricordo, faceva parte di un nuovo programma educativo pensato perché seguisse ogni bambino rispettandone i ritmi; per facilitare il tutto, la scuola incoraggiava gli insegnanti a lavorare come meglio credevano. Ogni insegnante era libero di scegliere un programma da seguire per l’intera durata dell’anno scolastico: così qualunque lezione, fosse essa di matematica, letteratura ecc., avrebbe continuato a seguire quello a cui era stato indirizzato. Questi programmi si chiamavano “Gruppi”, ed erano suddivisi in “Spazio”, “Mare”, “Terra” e quello al quale fui assegnato io, ovvero “Comunità”.
Alla fine, in quella scuola materna, ci insegnavano al massimo ad allacciarci le scarpe, ma ci sono due cose che ricordo chiaramente di quell’anno: la prima è che io ero il migliore a scrivere il mio nome senza commettere errori; la seconda è il Progetto Palloncini, ovvero quel che caratterizzava il mio gruppo, il quale, fondamentalmente, doveva insegnare ai bambini come funzionasse una comunità.
Ma non c’è bisogno che vi spieghi cos’è una scuola dell’infanzia, no? Un venerdì dell’inizio dell’anno (che era un venerdì lo ricordo perché si stava avvicinando il fine settimana e quel giorno non vedevo l’ora di scoprire in cosa consistesse il progetto) entrammo in classe nel pomeriggio e notammo che c’era un palloncino legato ad ognuno dei nostri banchi tramite un filo. Su ogni banco erano poggiati un pennarello, una penna, un foglio e una busta. Dovevamo scrivere una lettera, inserirla nella busta e attaccare quest’ultima al palloncino, sul quale, volendo, si poteva fare un disegno col pennarello. La maggior parte dei miei compagni cominciò a litigarsi i palloncini perché voleva un colore diverso, ma io, che aspettavo da molto che arrivasse quel giorno, non persi tempo e cominciai a scrivere.
Dovevamo seguire uno schema, ma ci era concesso di dar sfogo alla fantasia, purché non esagerassimo. Il mio tema era qualcosa come: “Ciao! Hai trovato il mio palloncino! Il mio nome è [Nome] e frequento la Scuola Elementare ***. Puoi tenere il palloncino, ma spero che mi risponderai! Mi piace guardare Mighty Max, esplorare, costruire castelli, nuotare e stare con i miei amici. A te cosa piace? Rispondi presto. Lascio un dollaro per la risposta!” Sulla banconota scrissi “PER FRANCOBOLLI” proprio sul davanti: mia madre mi aveva detto che non era necessario, ma io pensavo fosse un’idea geniale, così lo feci.
L’insegnante fece una foto a ogni bambino insieme al rispettivo palloncino, e ce le diede affinché potessimo allegarle alle lettere; insieme all’immagine, aggiunse un’altra lettera che immagino spiegasse in cosa consistesse il progetto e ringraziasse coloro che vi avrebbero preso parte, inviando una foto della propria città o del proprio quartiere come risposta. L’idea, come avrete capito, era quella di farci sentire come una comunità e di stabilire un contatto sicuro con altre persone senza dover lasciare la scuola. Lo ammetto, era una trovata niente male.
Poche settimane dopo cominciarono ad arrivare le prime risposte; le buste contenevano soprattutto immagini di vari luoghi, che l’insegnante fissava su una grande mappa sul muro, chiedendo ai bambini da dove fossero state inviate e quanta distanza avesse percorso il palloncino. Grazie a quest’idea, noi bambini non vedevamo l’ora di venire a scuola per vedere se avessimo ricevuto una lettera. Un giorno alla settimana, e così per tutto l’anno, la passavamo rispondendo al nostro amico di penna o, se non avessimo ancora ricevuto risposta, a quello di un nostro amico. La mia fu una delle ultime ad arrivare. Ricordo che quando entrai in classe trovai il banco vuoto, come al solito, ma appena mi poggiai sulla sedia si avvicinò la maestra con una busta in mano. Dovevo esserle sembrato molto contento, perché, mentre cominciavo ad aprire la busta, mi fermò dicendomi: “Potrebbe deluderti”. Non capivo cosa volesse dire: aspettavo da tempo quella lettera, come potevo rimanerne deluso?

All’epoca credevo che la maestra volesse sapere cosa ci fosse nella busta, e non mi andava, ma adesso so che a scuola controllavano il contenuto delle lettere per assicurarsi che non ci fosse niente di sconcio. Comunque, perché quella lettera avrebbe dovuto deludermi? Quando aprii la busta, capii.

Non c’era nessuna lettera.

All’interno v’era solo una foto, ma non si capiva cosa ritraesse: mi sembrava una macchia di deserto, ma risultava completamente sfocata. Non c’era neanche l’indirizzo del mittente, quindi non avrei neanche potuto rispondergli; ero tristissimo.
L’anno scolastico stava terminando, e ormai non arrivava quasi più nessuna risposta: chiaramente, non si poteva continuare a scrivere a un bambino delle elementari per sempre. Tutti avevano ormai perso interesse verso quelle lettere, me incluso. Almeno finché non ricevetti un’altra busta.

Ritrovai l’interesse perduto, notando di essere l’unico ad aver ancora ricevuto qualcosa, mentre la maggior parte dei corrispondenti dei miei compagni avevano smesso di scrivere. Pensavo fosse normale aver ricevuto un’altra lettera, comunque: nella prima c’era solamente un’immagine sfocata, la seconda doveva essermi stata mandata per riparare. Ma anche questa non conteneva niente, se non un’altra immagine.

Anche se risultava più nitida della precedente, non capivo cosa mostrasse. L’obiettivo sembrava puntare in alto, verso un angolo del tetto di un edificio; il resto, invece, era completamente irradiato dalla luce solare.
Dato che i palloncini non viaggiarono molto lontano e dato che vennero lanciati nello stesso giorno, la mappa era diventata piuttosto ingombra: la scuola, quindi, decise che gli alunni avrebbero potuto portare le proprie foto a casa. Il mio migliore amico, Josh, era il secondo in classe ad aver ricevuto più immagini: il suo amico di penna era stato veramente disponibile, avendogli inviato fotografie da tutti i quartieri della sua città. Josh portò a casa, penso, quattro immagini.

Io ne portai a casa circa 50.

Le buste venivano controllate sempre dagli insegnanti, ma ormai smisi di interessarmi. Comunque le conservai tutte in un cassetto dove tenevo le mie collezioni di pietre, figurine del baseball e dei fumetti (Marvel Metal Cards, ve le ricordate?) e dei piccoli caschi da baseball che comprai al Winn-Dixie dopo una partita a T-Ball. Con la fine dell’anno scolastico i miei pensieri si rivolsero altrove.

Quel Natale mia madre mi regalò una macchinetta per fare la granita, e Josh la desiderava molto: così tanto che i suoi genitori si videro costretti a regalargliene una, un po’ più carina della mia, per il suo compleanno, che avrebbe festeggiato verso la fine dell’anno scolastico. Quell’estate avemmo l’idea di metter su un negozio di granite con le nostre macchinette per guadagnare qualcosa. Credevamo che avremmo fatto una fortuna vendendo le granite a 50 centesimi l’una. Anche se Josh viveva in un altro quartiere, preferimmo svolgere la nostra attività nel mio, in quanto quasi tutti possedevano un giardino e avevamo più spazio in cui poterci muovere. Continuammo così per cinque settimane di seguito, prima che mia madre ci dicesse di smettere, e solo col tempo ho capito perché lo fece.

L’ultima settimana, la quinta, io e Josh contammo i nostri soldi. Avevamo una macchinetta l’uno, quindi guadagnammo un paio di mazzetti di banconote ciascuno, li mettemmo insieme e li dividemmo in parti uguali. Quel giorno avevamo fatto un totale di venti dollari. Ma quando Josh mi passò la quinta banconota, rimasi senza fiato.

C’era scritto “PER FRANCOBOLLI”.

Josh, notando la mia sorpresa, mi chiese se avesse sbagliato a contare: quando gli dissi della scritta mi rispose: “Che figata!”. Annuii: l’idea che un dollaro potesse aver viaggiato tra chissà quante mani per poi tornare da me mi lasciò senza parole. Corsi in casa a dirlo a mamma, ma, mentre glielo stavo raccontando, venni interrotto da una chiamata che la distrasse, portandola a liquidarmi col solito: “Ah, sì, bello!”. Sbuffando, corsi di nuovo fuori e dissi a Josh che avevo qualcosa da fargli vedere. Entrati in camera mia, aprii il cassetto e tirai fuori tutta la pila di buste, cominciando a mostrargli qualche immagine: Josh iniziando ad annoiarsi e intorno alla decima mi chiese se volessi uscire per giocare nel fossato (c’era un fossato fangoso oltre la strada che portava a casa mia) prima che sua madre lo venisse a prendere, e così c’incamminammo.

Giocammo col fango a lungo, ma la nostra “guerra” venne interrotta diverse volte da alcuni rumori metallici provenienti da un punto imprecisato del bosco. Ci vivevano procioni e gatti randagi, lì, ma quel suono era qualcosa di completamente diverso; così, per giocare, cominciammo a ipotizzare che genere di mostro potesse averlo generato. Ricordo di aver detto, tra le altre cose, che fosse una mummia, ma Josh continuava a insistere che fosse un robot; ancora, prima di andare il mio amico si fece piuttosto serio, mi guardò negli occhi e mi disse: “L’hai sentito, no? Sembra un robot. L’hai sentito anche tu?”. Notai anch’io la somiglianza del suono, così mi trovai d’accordo con lui. Ma solo adesso so di cosa si trattasse.

Quando tornammo a casa, la mamma di Josh lo aspettava in cucina insieme alla mia; Josh le disse del robot, ma, com’è ovvio, risero entrambe. Quando tornarono a casa, io e mia madre cenammo e infine andammo a letto.

Non rimasi a letto per molto, prima di scivolare fuori dalle coperte: volevo ricontrollare le buste, ora che la cosa si faceva di nuovo interessante. Misi le buste per terra, poggiandovi sopra le immagini corrispondenti, fino a formare una griglia 5×10; sono sempre stato attento a non rovinare le cose che collezionavo, anche se non valevano niente.

Adesso riuscivo a distinguerle meglio: c’erano un albero con un uccello sopra, un segnale col limite di velocità, una linea elettrica, delle persone che entravano dentro un edificio. Poi vidi qualcosa che mi spaventò così tanto che ancora oggi, mentre scrivo, posso ricordare distintamente le vertigini e il malore che provai in quel momento. L’unica cosa che riuscivo a pensare era:

“Cosa faccio in questa foto?”

Nel mezzo di quella folla riuscii a intravedere me stesso, mentre tenevo la mano di mia madre. Eravamo nello sfondo, ma eravamo chiaramente noi. La mia ansia continuava a crescere, man mano che continuavo a fissare quelle immagini; non era paura, quella che provavo, ma la sensazione che si ha quando ci si sente in trappola. Non so il motivo, ma sentivo di aver fatto qualcosa di sbagliato.

Ero in tutte le foto.

Nessuna di esse mi ritraeva da vicino; nessuna di esse mi ritraeva da solo. Ma io c’ero sempre: in un lato, sullo sfondo o in un angolo. Alcune catturavano solo in parte il mio volto, ma ero anche lì. C’ero sempre.

Non sapevo cosa fare. La mente di un bambino si comporta in modo alquanto strano: mi sentivo triste, sì, ma semplicemente perché avrei dovuto dormire, a quell’ora. Decisi, quindi, di tornare sotto le coperte e aspettare il pomeriggio successivo.

L’indomani mia madre non doveva lavorare e avrebbe passato la maggior parte della giornata nelle faccende domestiche. Io aspettai a farle vedere le immagini, e, se non ricordo male, rimasi a guardare i cartoni animati. Quando uscì per prendere la posta, decisi che era il momento di mostrarle le immagini, così ne presi un po’ e le poggiai sul tavolo, aspettandola seduto di fronte ad esse.

“Mamma, puoi venire qui un secondo? Vieni a vedere queste foto”

“Dammi un minuto, amore. Devo fissare queste al calendario”

Dopo un paio di minuti mi si piazzò davanti, chiedendomi di cosa avessi bisogno. Lei stava ancora controllando la posta ricevuta, ma io, senza perder tempo, cominciai a parlare. Mentre indicavo i vari punti delle immagini, i suoi “mh mh” e “sssì” scomparvero, per lasciare spazio al solo fruscio delle buste che aveva ancora in mano. Fu come se stesse cercando di respirare in una stanza priva d’aria. Dopo qualche istante mise le buste rimanenti sul tavolo e corse verso il telefono, in cucina.

“Mamma! Scusa, non lo sapevo! Non fare così!”

Aveva la cornetta premuta sull’orecchio e camminava nervosamente avanti e indietro, strillando dentro l’apparecchio. Io, invece, stavo giocando nervosamente con le buste impilate accanto alle foto: dalla busta in cima stava uscendo qualcosa, così la tirai fuori prima che cadesse da sola.

Era un’altra foto.

Pensai che mia madre avesse gettato per errore la mia busta insieme alle altre, ma voltandola compresi di non averla mai vista prima. Ero sempre io, ma lo scatto, stavolta, era più vicino. Ero in mezzo a un bosco e stavo sorridendo. Ma non c’ero solo io. C’era anche Josh. Quella foto era stata scattata il giorno prima.

Cominciai a chiedere a mia madre con chi stesse parlando al telefono e continuai finché non mi rispose:

“Cosa?”

Allora l’unica cosa che riuscii a dirle fu: “Con chi stai parlando?”

“Sto parlando con la polizia, amore”

“Ma perché? Mi dispiace. Non volevo succedesse nulla”

Allora mi diede una risposta che non riuscii a capire, al momento, ma che adesso, mentre riscopro gli eventi di quegli anni, comprendo bene. Mamma prese la busta e l’immagine che erano sul tavolo, quindi me le mise davanti agli occhi; ma in quel momento riuscivo a vedere solo la sua espressione disperata. Con le lacrime agli occhi, mi disse che doveva chiamare la polizia perché non c’era alcun timbro postale.

 

Boxes

Ho passato l’estate prima del mio primo anno alle elementari a imparare come scalare gli alberi. C’era un pino in particolare giusto fuori da casa mia che sembrava fatto apposta per me. Aveva dei rami che erano così bassi che mi potevo facilmente aggrappare senza darmi una spinta, e per il primo paio di giorni dopo aver imparato come sollevarmi, mi sedevo su un ramo e dondolavo i miei piedi. L’albero era sul retro della casa ed era facilmente visibile dalla cucina. Tempo fa io e mia madre sviluppammo una routine in cui io andavo a giocare sull’albero mentre lei lavava i piatti, perché così lei poteva tranquillamente tenermi d’occhio mentre sbrigava le faccende. Quando l’estate passò, le mie abilità crebbero e in poco tempo ero capace di arrivare parecchio in alto. Mentre gli alberi si facevano più alti, i loro rami iniziarono a diventare non solo più magri, ma andavano in varie direzioni, così se raggiungevo un punto in cui non riuscivo ad andare più in alto dovevo cambiare il gioco; iniziai a concentrarmi sulla velocità e alla fine riuscivo a raggiungere il ramo più alto in 25 secondi.

Divenni troppo confidente e un pomeriggio cercai di arrivare ad un ramo prima di essermi aggrappato saldamente ad un altro. Caddi per circa 15 metri e mi ruppi un braccio in due punti. Mi madre corse verso di me urlando e ricordo che la sentivo come se fossi sott’acqua – Non ricordo cosa disse, ma fui sorpreso di quanto fosse bianco il mio osso.

Stavo per iniziare l’asilo, ma nessuno dei miei amici si iscrisse. Mia madre doveva essersi sentita male, visto che il giorno prima che io iniziassi la scuola portò a casa un gattino. Era solo un cucciolo ed era a strisce bianche e nere. Appena lo mise a terra, esso si trascinò verso una cassa vuota di soda che giaceva sul terreno. Lo chiamai Boxes.

Boxes non era un gatto da casa e perciò scappò. Mia madre gli tagliò le unghie in modo tale che egli non avrebbe distrutto l’arredamento e così, come risultato facemmo in modo di tenerlo all’interno. Usciva solo una volta ogni tanto e quando succedeva lo trovavamo nel cortile, intento a cacciare qualche lucertola o insetto, anche se difficilmente riusciva a cacciarlo perché non aveva gli artigli frontali. Era abbastanza sfuggente, ma riuscivamo sempre a catturarlo e a portalo dentro. Si arrampicava sempre sulla mia spalla – dissi a mia madre che era dovuto al fatto che lui stava pianificando la sua strategia per la prossima fuga. Una volta dentro gli davamo sempre del tonno, e imparò anche il suono della lattina – l’apertura era il segnale; veniva di corsa quando la sentiva.

Questa situazione divenne molto utile in seguito, perché Boxes usciva più spesso e correva sotto alla casa, nello spazio stretto al di sotto di essa dove nessuno lo voleva seguire, visto che era ristretto e sicuramente pieno di insetti e roditori. Ingegnosamente, mia madre pensò di agganciare l’apriscatole ad una corda tesa e farla scorrere attraverso il buco in cui si era ficcato Boxes. Alla fine, questo sarebbe emerso miagolando, intento a cercare eccitato la fonte del suono a lui familiare, per poi rimanere inorridito per il modo con cui l’abbiamo ingannato – un apriscatole con niente tonno non aveva senso per Boxes.

L’ultima volta in cui egli scappò sotto la casa fu proprio l’ultimo giorno in cui ci rimanemmo. Mia madre aveva l’aveva messa in vendita e iniziammo a impacchettare le nostre cose. Non avevamo molto, ma ce la prendemmo comunque con comodo, anche se io avevo già impacchettato tutti i miei vestiti come richiesto da mia madre. Lei avrebbe potuto dire che ero triste per il trasloco e voleva che questo andasse liscio per me. Immagino che lei avesse pensato che impacchettare i vestiti avrebbe rafforzato l’idea che ci stavamo trasferendo, ma le cose non cambiarono molto. Quando Boxes uscì fuori, mentre noi stavamo caricando alcuni pacchi sul camion dei trasporti, mia madre imprecò, visto che aveva già impacchettato le scatolette e non era sicura di dove fossero. Mi proposi per cercarle, così non dovevo andare sotto la casa, e mia madre (probabilmente consapevole della mia piccola truffa) spostò un pannello e strisciò dentro. Venne fuori con Boxes abbastanza presto e sembrava un po’ innervosita, il che mi fece sentire meglio circa il fatto che ce ne stavamo andando. Mia madre fece qualche telefonata mentre io impacchettavo un altro poco, e ad un certo punto venne in camera mia e mi disse che aveva parlato con l’agente immobiliare e che saremmo partiti il giorno stesso. Disse che era un’eccellente notizia, ma io pensavo che avremmo passato dell’altro tempo in quella casa – originariamente lei disse che ci saremmo trasferiti dopo una settimana ed era solo Martedì. Inoltre, non avevamo ancora finito di impacchettare tutto, ma mia madre disse qualcosa del genere che erano più facili da rimpiazzare, piuttosto che impacchettarle e trasportarle per tutta la città. Non avevo finito di prendere nemmeno tutti i miei pacchi con i vestiti. Chiesi se potevo chiamare Josh per dirgli addio, ma disse che l’avrei potuto chiamare dall’altra casa. Ce ne andammo con il camion dei trasporti.

Sono riuscito a rimanere in contatto con Josh per anni; il che è sorprendente, visto che non andavamo più nella stessa scuola. I nostri genitori non erano amici di vecchia data, ma sapevano che noi lo eravamo e perciò avrebbero assecondato il nostro desiderio di vederci l’un l’altro, accompagnandoci avanti e indietro per i nostri pigiama-party – quasi sempre nei fine settimana. Un anno, per Natale, i nostri genitori misero da parte un po’ di soldi e ci presero dei walkie-talkie davvero carini che potevano funzionare in un raggio di azione che superava la distanza tra le nostre due case; inoltre le batterie potevano durare per giorni, anche se erano accesi ma non usati. Funzionavano talmente bene che potevamo parlare per tutta la città e quando stavamo insieme, li usavamo intorno alla casa, imitando la parlata alla radio che vedevamo nei film, e loro funzionavano alla grande. Grazie ai nostri genitori siamo rimasti amici da quando avevamo 10 anni.

Un fine settimana, mentre io stavo da Josh, mia madre mi chiamò per darmi la buonanotte; era abbastanza guardinga, anche se non poteva guardarmi, e anche se io ci ero abituato, Josh se ne accorse. Lei sembrava sconvolta.

Boxes era scomparso.

Doveva essere un sabato sera, visto che avevo passato la notte precedente da Josh, e visto che il giorno dopo sarei dovuto tornare a casa perché il Lunedì abbiamo scuola. Boxes mancava da Venerdì pomeriggio – immaginai che lei lo aveva visto l’ultima volta quando mi aveva accompagnato. Doveva aver deciso di dirmi che era scomparso perché se il gatto non fosse tornato prima di me io ne sarei rimasto devastato non solo per la sua assenza, ma anche per il fatto che lei me lo aveva tenuto nascosto. Mi disse di non preoccuparmi. “Tornerà. Lo fa sempre!”

Ma Boxes non tornò.

Tre settimane dopo, io ero ancora da Josh. Ero ancora triste per Boxes, ma mia madre mi disse che c’erano tanti animaletti che se ne andavano di casa per settimane o mesi, per poi ritornare da soli; disse che loro sapevano dove fosse la casa e che avrebbero provato a tonare. Lo stavo dicendo a Josh, quando un pensiero irruppe così violentemente nella mia testa che fermai la frase a metà per dirlo ad alta voce. “E se Boxes avesse pensato alla casa sbagliata?”

Josh era confuso. “Cosa? Vive con te. Sa dov’è casa sua.”

“Ma lui è cresciuto da un’altra parte, Josh. E’ stato cresciuto in un’altra casa, un paio di vicinati a fianco. Forse pensa ancora a quel posto come casa, proprio come faccio io.”

“Oooh, ho capito. Beh, sarebbe grande! Diciamolo a mio padre, così domani ci porta là e possiamo vedere!”

“No, non lo farà, amico. Mia madre mi ha detto che non possiamo più andare in quel posto perché i nuovi proprietari non vorranno essere infastiditi. Dice di aver detto a tua madre e a tuo padre la stessa cosa.”

Josh insistette, “ok, allora andremo in esplorazione domani e ci faremo strada verso la tua vecchia casa-“

“No! Se veniamo scoperti tuo padre lo saprà, e così mia madre! Dobbiamo andarci da soli… dobbiamo andarci stanotte…”

Non ci misi molto a convincere Josh, visto che lui è un tipo che di solito approva idee del genere. Ma non siamo mai sgattaiolati fuori da casa sua, prima di allora. Si rivelò essere incredibilmente facile. La finestra della sua stanza si apriva sul cortile sul retro e aveva una staccionata in legno che non era chiusa. Dopo aver superato indenni i due ostacoli, ci infilammo nella notte, con i walkie-talkie e una torcia in mano.

C’erano due vie per arrivare da casa di Josh alla mia vecchia casa. Potevamo andare per strada e fare il giro oppure potevamo tagliare per il bosco, impiegando metà del tempo. Se fossimo andati per la strada ci avremmo messo due ore, ma suggerii di andarci comunque; gli dissi che era perché non volevo perdermi. Josh rifiutò e disse che se fossimo stati avvistati, avrebbero potuto riconoscerlo e raccontarlo al padre. Minacciò di tornarsene a casa se non avessimo preso la scorciatoia, e io accettai perché non volevo andare da solo.

Josh non era a conoscenza dell’ultima volta in cui io andai in quel bosco, di notte.

Il bosco era molto meno spaventoso con un amico e una torcia, e stavamo anche procedendo alla svelta. Non ero proprio sicuro di dove fossimo, ma Josh sembrava abbastanza sicuro, e ciò rafforzò il mio morale. Passammo attraverso uno spazio particolarmente stretto tra due alberi, quando la cinghia del mio walkie-talkie si impigliò in un ramo. Josh aveva la torcia e io stavo lottando per liberarmi quando lo sentii dire,

“Ehi amico, vuoi andare a farti una nuotata?”

Guardai oltre il punto in cui lui agitava la torcia, anche se dovetti socchiudere gli occhi per farlo, perché in quel momento sapevo dove eravamo. Stava puntando a una piscina gonfiabile. Qui era dove mi ero svegliato nel bosco anni fa. Sentii un groppo in gola e il bruciore delle lacrime negli occhi, mentre continuavo a lottare per il walkie-talkie. Frustrato, diedi uno strattone talmente forte da liberarmi, mi girai e tornai a camminare con Josh che giaceva in parte nella piscina, in una posa simile ad un sottomarino. Mentre camminavo verso di lui, inciampai e quasi caddi in un buco bello grosso che stava nel mezzo della radura, ma riacquistai l’equilibrio e mi fermai giusto sul bordo. Era profondo. Ero sorpreso dalle dimensioni del buco, ma ero più sorpreso per il fatto che non me lo ricordavo. Realizzai che quella notte non c’era, perché si trovava nello stesso punto di quando mi svegliai. Uscii dalla mia mente e ritornai da Josh.

“Smettila di scherzare amico! Hai visto che ero intrappolato laggiù, e tu stavi qui a giocherellare con questa piscina!” Scandii la frase con un calcio ad una parte esterna della piscina. Uno stridio si alzò da essa.

Il sorriso di Josh si invertì. All’improvviso sembrava terrorizzato e si dimenava per uscire dalla piscina, ma non riusciva a sbrigarsi a causa del modo strano in cui ci giaceva. Ogni volta che ci ricadeva dentro, lo stridio aumentava d’intensità. Volevo aiutare Josh, ma non potevo avvicinarmi – le mie gambe non cooperavano; odiavo questo bosco. Presi la torcia che lui aveva lanciato mentre si agitava e la puntai contro la piscina, senza sapere cosa mi aspettava. Alla fine Josh uscì dalla piscina e mi raggiunse, guardando dove avevo illuminato con la torcia. All’improvviso eccolo lì. Era un topo. Iniziai a ridere nervosamente ed entrambi guardammo il topo scappare nel bosco e portare con sé gli stridii. Josh mi diede un lieve pugno sul braccio, il sorriso lentamente tornava sul suo volto e continuammo a camminare.

Affrettammo il passo e uscimmo dalla foresta più in fretta di quanto pensassimo, e ci ritrovammo nel mio vecchio quartiere. L’ultima volta che ero nei paraggi potevo vedere la mia casa completamente illuminata, e tutti i ricordi mi inondarono. Sentii un tuffo al cuore appena finalmente stavamo per girare l’angolo e ritrovarci davanti la facciata completa, ricordando come era illuminata l’ultima volta. Ma questa volta tutte le luci erano spente. Da lontano potevo vedere l’albero su cui mi arrampicavo, e non appena mi tornò alla mente quel ricordo casuale, realizzai che non sarei tornato qui stanotte se quell’albero non fosse cresciuto. Ero un po’ in soggezione per come tutti gli eventi si erano succeduti. Appena ci avvicinammo, potevo vedere che il prato era in condizioni terribili; non riuscivo nemmeno a capire quando fosse stata l’ultima volta in cui era stato potato. Una delle persiane era parzialmente rotta, e dondolava avanti e indietro per la brezza, e tutta la casa sembrava sporca. Ero triste nel vedere la mia vecchia casa ridotta in tale stato. Che importava a mia madre se infastidivamo i nuovi proprietari, se a loro importava così poco del posto in cui vivevamo? E allora capii:

Non c’erano nuovi proprietari.

La casa era abbandonata, anche se sembrava semplicemente dimenticata. Perché mia madre mi ha mentito al riguardo delle nuove persone che ci abitavano? Anche se capii che era una cosa buona. Sarebbe stato più facile cercare Boxes se non dovevamo preoccuparci di essere scoperti dalla nuova famiglia. L’avrebbe reso più veloce. Josh interruppe i miei pensieri mentre camminavamo oltre il cancello e verso la casa stessa.

“Amico, la tua vecchia casa fa schifo!” Josh urlò più forte possibile.

“Stai zitto, Josh! Anche così è sempre meglio di casa tua.”

“Ehi bello—“

“OK, OK, credo proprio che Boxes sia sotto la casa. Uno di noi due deve andare là sotto e andare a vedere, e l’altro dovrebbe rimanere vicino all’apertura nel caso lui scappi.”

“Fai sul serio? Non andrò mai là sotto. E’ il tuo gatto, amico. Lo fai tu.”

“Guarda, ti sfido a farlo. A meno che tu non sia troppo spaventato…” dissi tenendo il pugno in alto.

“Va bene, ma andiamo al ‘via’, non al tre. Facciamo ‘sasso, carta, forbice, VIA’, non ‘uno, due, TRE.’”

“So come giocare, Josh. Sei tu quello che si confonde sempre. E facciamo due su tre.”

Persi.

Mossi rapidamente il pannello che mia madre muoveva di solito quando strisciava là sotto per Boxes. Lo doveva fare solo un paio di volte, visto che il trucco della lattina aperta di solito funzionava, ma quando lo doveva fare lo odiava, soprattutto l’ultima volta, e mentre guardavo nell’oscurità di quello spazietto, apprezzai molto per questo. Prima che ci trasferissimo mi disse che alla fine era un bene che Boxes corresse lì sotto, a dispetto di quanto possa essere stata dura tirarlo fuori. Era meno pericoloso per lui rispetto al saltare oltre la recinzione e correre intorno al quartiere. Tutto questo era vero, ma continuavo ancora a temere tutto ciò. Presi la torcia e il walkie-talkie e iniziai a strisciare; un potente odore mi raggiunse.

Puzzava come la morte.

Accesi il mio walkie-talkie. Josh, sei lì?

Qui è Macho Man, torna indietro.

Josh, finiscila. Qua sotto c’è qualcosa di strano.

Che vuoi dire?

Puzza. Puzza come se qualcosa fosse morto.

E’ Boxes?

Spero proprio di no.

Spensi il walkie-talkie e mossi la torcia intorno mentre strisciavo in avanti. Guardando attraverso il buco, da fuori, si potrebbe vedere tutta la strada con la giusta angolazione della luce, ma devi entrare per vedere i supporti che sorreggono la casa. Direi che c’era circa il 40% dell’area che non si poteva vedere, a meno che non si fosse al di sotto, ma anche all’interno ho scoperto che potevo vedere direttamente dove la torcia era puntata; realizzai che questo avrebbe reso la ricerca ancora più difficile. Mentre mi muovevo in avanti l’odore si intensificava. La paura che Boxes fosse arrivato qui e che qualcosa gli fosse successo crebbe in me. Illuminai la zona circostante, ma non riuscivo a vedere altro. Avvolsi le mie dita attorno ad un supporto per spingermi in avanti e appena lo feci, sentii qualcosa che mi fece ritrarre la mano.

Pelliccia.

Il mio cuore palpitò e io mi preparai psicologicamente al peggio. Avanzai lentamente e puntai i miei occhi e la torcia oltre il blocco, per vedere cosa si trovava dall’altro lato.

Feci un balzo indietro, terrorizzato. “ODDIO!” urlai tremante. Era un’orribile e contorta creatura, malamente decomposta. La pelle del suo viso era marcita, il che faceva sembrare i suoi denti enormi. E la puzza era insostenibile.

“Cosa c’è? Stai bene? C’è Boxes?”

Raccolsi il walkie talkie.

“No, non è Boxes.”

“E allora che diavolo è?”

“Non lo so.”
Illuminai di nuovo quella creatura, questa volta con più calma. Soffocai una risata.

“È un procione!”

“Bene, continua a cercare. Io entrerò in casa per controllare che non sia riuscito ad entrarci, in qualche modo.”

“Cosa? No, Josh, non andarci. E se Boxes fosse invece quaggiù e scappasse via?”

“Non potrebbe. Ho rimesso il pannello al suo posto.”

Controllai e vidi che aveva effettivamente detto la verità.

“Perché l’hai fatto?”

“Non preoccuparti, puoi spostarlo facilmente. E’ logico, no? Se Boxes scappasse via e io non lo prendessi allora sarebbe perso. Se lui è laggiù allora acchiappalo e tienilo stretto, io arriverò di corsa a spostare il pannello, mentre potrai spostarlo da solo e uscire, in caso Boxes non si trovasse lì sotto.”

Erano decisamente delle prove convincenti, e io dubitavo comunque che Boxes fosse riuscito ad entrare dentro casa.

“Ok. Ma fa attenzione e non toccare nulla. Ci sono degli scatoli contenenti dei miei vecchi vestiti nella mia vecchia camera, puoi controllare se non è sgattaiolato in uno di quelli. E assicurati di portare con te il tuo walkie talkie.”

“Ricevuto, amico.”
Realizzai che doveva essere completamente buio dentro casa; l’elettricità sarebbe dovuta essere stata staccata, dato che nessuno pagava le bollette. Con un po’ di fortuna Josh sarebbe riuscito a vedere grazie alle luci provenienti da fuori – altrimenti non ho idea di come avrebbe potuto fare.

Poco dopo udii dei passi proprio sopra la mia testa, mentre dello sporco cadeva dal soffitto.

“Josh, sei tu?”

“chhkkkk Breaker, Breaker. Qui è Macho Man, di ritorno per il Tango Foxtrot. L’aquila è atterrata. Qual è la tua posizione, Principessa Jasmine? Passo.”

“Idiota”, pensai.

“Macho Man, sono nel tuo bagno, a guardare la tua scorta di riviste. Sembra che tu sia appassionato di sederi maschili. Qual è il tuo rapporto su ciò? Passo.”

Potei sentirlo ridere senza utilizzare il walkie talkie, e cominciai a ridere anch’io. Sentii i passi allontanarsi di poco – stava dirigendosi verso camera mia.

“Amico, è davvero buio qui dentro. Sei sicuro che ci fossero degli scatoloni di vestiti qui? Io non ne vedo.”

“Sì, dovrebbero essercene un paio proprio di fronte all’armadio.”

“Non ce n’è neppure uno, fammi controllare se magari hai lasciato le scatole nell’armadio, prima di andartene.”
Pensai che probabilmente, durante il trasloco, mia madre era tornata indietro per prendere i vestiti, e che magari li aveva dati via perché ero cresciuto troppo per usarli. Tuttavia ricordavo chiaramente di aver lasciato gli scatoli lì – Ne avevo anche lasciato uno aperto, perché dovemmo andare via di fretta.

Mentre attendevo notizie da Josh diedi un colpo alla mia gamba, che stava cominciando ad addormentarsi a causa della posizione in cui mi trovavo, e facendo ciò colpii qualcosa. Guardai alle mie spalle e vidi qualcosa di davvero strano. C’era un lenzuolo con intorno delle ciotole. Mi avvicinai strisciando. Il tessuto puzzava di muffa e la maggior parte delle ciotole era vuota, ma una conteneva qualcosa che riconobbi.

Cibo per gatti.

Era diverso da quello che davamo a Boxes, ma improvvisamente capii. Mia madre aveva messo su quel posto per Boxes, per incoraggiarlo ad andare lì, piuttosto che a scorrazzare in giro per il quartiere. Era molto sensato, e rendeva anche più probabile l’eventualità che Boxes fosse realmente tornato in quel posto.

“Sei un genio, mamma”, pensai.

“Ho trovato i tuoi vestiti.”

“Oh, bene. Dov’erano gli scatoloni?”

“Come ti ho detto, non ci sono scatole. I tuoi vestiti stanno nel tuo armadio… appesi.”

Sentii un brivido. Era impossibile. Avevo impacchettato tutti i miei vestiti. Nonostante non avremmo dovuto trasferirci per altre due settimane, ricordavo distintamente di averli messi negli scatoli e di aver pensato a quanto era stupido dover tenere i vestiti lì dentro e di tirarli fuori per rimetterli.

Li avevo messi negli scatoli, ma qualcuno li aveva rimessi nell’armadio. Perché?

Josh doveva assolutamente uscire di casa.

“Questo non va bene, Josh. Dovrebbero essere inscatolati. Smettila di curiosare in giro ed esci fuori.”

“Non scherzare, amico. Li sto guardando proprio ora, magari ti sei solo dimenticato di averli lasciati lì. Ahah! Ti piace decisamente guardarti, vero?”

“Cosa? Che vuoi dire?”

“Le tue pareti sono coperte da foto ritraenti te! Ahah. Ce ne sono a centinaia! Hai chiesto a qualcuno di—“

Silenzio.

Controllai il mio walkie talkie, sperando che si fosse spento in qualche modo. Nulla. Sentii dei passi, ma non capivo dove Josh fosse diretto di preciso. Continuai ad attendere che Josh finisse la sua frase, pensando che avesse pigiato per sbaglio il bottone di spegnimento, ma la frase rimase senza fine. Sembrava che stesse camminando in giro per casa.
Ero sul punto di chiamarlo, quando mi parlò di nuovo.

“C’è qualcuno in casa.”

La sua voce era molto simile ad un mormorio, ed era sul punto di scoppiare a piangere.

Avrei voluto rispondergli, ma non potevo sapere se l’altra persona mi avesse sentito attraverso il suo walkie talkie. Rimasi in silenzio ad ascoltare. L’unica cosa che riuscivo ad udire erano ancora passi. Passi pesanti, di qualcuno che si trascinava per casa. Infine un tonfo.

“Oh Dio… Josh.”, pensai.

L’aveva trovato; ne ero certo. Questa persona l’aveva trovato e gli stava facendo del male. Cominciai a piangere. Era il mio unico amico, insieme a Boxes. Improvvisamente realizzai: e se Josh gli avesse detto della mia presenza? Cosa avrei potuto fare? Mentre cercavo di ricompormi sentii la voce di Josh uscire dal walkie talkie.

“Ha portato qualcosa. E’ una grossa borsa. L’ha appena lanciata a terra. E… Oh Dio… La borsa… Credo che si sia appena mossa.”

Ero paralizzato. Volevo soltanto correre a casa. Volevo salvare Josh. Volevo chiedere aiuto. Volevo troppe cose, ma rimasi semplicemente lì, congelato dalla paura. Mentre rimanevo lì, senza riuscire a muovermi, i miei occhi misero a fuoco un angolo della casa che si trovava proprio sotto camera mia; vi puntai la torcia. Mi mancò il fiato.
Animali, dozzine di animali. Tutti morti. Si trovavano tutti impilati intorno al perimetro della casa. Boxes si trovava tra di loro? Era a questo che serviva il cibo per gatti?

Quella vista mi fece rinsavire. Dovevo uscire di lì, mi diressi verso il pannello. Provai a spingerlo via, ma non ci riuscii. Non potevo muoverlo, era incastrato, per poterlo smuovere avrei dovuto trovarmi dall’altra parte. Ero intrappolato. “Cristo, Josh!” dissi tra me e me.

Sentivo il rumore dei passi sempre più pesante sopra di me. La casa tremava. Sentii Josh urlare, e con lui urlò qualcun altro, ma senza paura.

Mentre continuavo a spingere sentii il pannello muoversi, ma sapevo che doveva essere qualcun altro a spingerlo via per me. Sentivo dei passi sopra di me e dietro il pannello, sentivo delle urla riempire gli attimi di silenzio tra un passo e l’altro. Mi feci indietro e impugnai il walkie talkie, pronto a difendermi come fosse un’arma. Il pannello si mosse e una mano cercò di afferrarmi.

“Andiamo, amico! Muoviti!”

Era Josh, grazie a Dio.

Uscii fuori con in mano la torcia e il walkie talkie. Quando raggiungemmo lo steccato, ambedue lo saltammo, ma il walkie talkie di Josh cadde. Provò a raccoglierlo, ma io gli dissi di lasciar perdere. Dovevamo andarcene il prima possibile. Alle nostre spalle sentivo ancora delle urla, niente parole, solo dei versi. Noi, probabilmente non molto intelligentemente, corremmo attraverso il bosco per arrivare a casa di Josh più in fretta, e per essere in qualche modo più difficili da raggiungere. Durante tutto il ritorno Josh non fece altro che urlare.

“Una foto! Mi ha fatto una foto!”

Ma io sapevo già che l’uomo aveva una sua foto – dopo tutti quegli anni al fosso. Pensai che Josh fosse ancora convinto che quei suoni meccanici provenissero da un robot.

Tornammo da Josh e andammo in camera sua prima che i suoi genitori si svegliassero. Gli chiesi della grossa borsa, gli chiesi se davvero si era mossa. Disse che non ne poteva essere sicuro.

Continuò a scusarsi per aver perso il walkie talkie, ma ovviamente non era un gran danno.

Non andammo a dormire e controllammo attraverso la finestra che quell’uomo non ci avesse seguito. Io tornai a casa tardi quel giorno, dato che si erano già fatte circa le 3 di mattina.

Raccontai questa storia a mia madre qualche giorno fa. Si è arrabbiata da morire a causa dei pericoli che ho corso. Gli ho chiesto come mai inventò tutte quelle cose sul non disturbare i nuovi proprietari per non farmi tornare nella vecchia casa – Perché pensava che quella casa fosse così pericolosa? Si arrabbiò ancora di più, sfiorando l’isteria, ma almeno ha risposto alla mia domanda.

Mi ha preso la mano e l’ha stretta con una forza che non credevo possedesse, fissandomi negli occhi, sussurrando, come se fosse preoccupata che qualcuno potesse sentirla:

“Perché io non ho mai messo quel fottutissimo lenzuolo e le ciotole sotto casa per Boxes. Non sei l’unico ad averli visti e ad esserne rimasto scioccato.”

Mi è venuta la nausea. Ora capivo tutto. Capivo perché era così strana quando ritrovò Boxes sotto la casa il nostro ultimo giorno lì; aveva trovato molto più che ragni o una tana di un ratto. Ho capito perché siamo partiti quasi due settimane prima del previsto. Ho capito perché voleva impedirmi di tornare indietro.

Lei sapeva. Sapeva che lui abitava sotto la nostra casa, e me lo tenne nascosto. A mia mamma non raccontai tutta la storia, ma ora voglio terminarla per voi.

Quando tornai da casa di Josh mi spogliai e lanciai la mia roba in giro; non m’importava dell’ordine, volevo soltanto dormire. Mi svegliai intorno alle 9 di sera, udendo il miagolio di Boxes. Il mio cuore fece un sussulto. Finalmente era tornato a casa.

Mi sentivo un po’ male al pensiero che se solo avessi aspettato un po’ di più non sarebbe accaduto nessuno degli eventi di quella notte e avrei comunque rivisto il mio Boxes, ma non m’importava; era tornato.

Saltai già dal letto e lo chiamai, cercando la luce dei suoi occhi nel buio. Li continuò a miagolare e io seguii quel verso. Veniva da sotto il letto. Sorrisi pensando che avevo appena cercato in lungo e in largo, mentre lui era così vicino. Il suono era soffocato da una maglietta, così la tirai via e urlai: “Bentornato a casa, Boxes!”

Il verso proveniva dal mio walkie talkie.

Boxes non fece mai ritorno a casa.

 

Mappe

Quando venivano progettate città vecchie come quella in cui abitavo io, non si pensava che un giorno avrebbero dovuto ospitare un gran numero di abitanti. Le strade venivano tracciate asfaltando i vecchi sentieri, e veniva fatto principalmente per connettere gli edifici più importanti della città, mentre ai loro lati venivano eretti case e negozi; nello spazio rimanente si sarebbe potuto ampliare, ma, solitamente, ci si limitava a delle ristrutturazioni degli edifici esistenti.

Il quartiere dove passai la mia infanzia, in particolare, doveva essere molto vecchio: se ci si muovesse in linea d’aria si noterebbe subito la confusionaria posizione delle case, le quali sembrano essere state costruire in successione seguendo il percorso d’un serpente. Con ogni probabilità, le prime costruzioni vennero erette intorno al lago, per poi passare gradualmente a zone ancora vergini, fuori dalla zona iniziale, dove vennero costruiti da zero nuovi edifici o ingranditi quelli vecchi, ma queste nuove costruzioni s’interrompevano tutte bruscamente, prima o poi (il quartiere risultava chiuso da tutti i lati, eccetto quello dal quale si poteva entrare e uscire). Questo ampliamento veniva sempre interrotto dall’affluente che alimentava il lago, attraverso quello che io chiamo (e così ho chiamato nei racconti precedenti) “il fossato”. Le prime costruzioni erano situate in un’area enorme, ma vennero in seguito divise e ampliate per rispondere all’aumento della popolazione, costruendo le case sempre più vicine tra loro. Da una visuale aerea del quartiere si potrebbe quasi pensare che un enorme calamaro fosse morto in mezzo al bosco e che quando sono arrivati i primi imprenditori, questi non fecero altro che edificare lungo i suoi tentacoli, lasciando che i vari terreni si vendessero da soli.

Dalla veranda di casa mia si potevano vedere tutte le case intorno al lago, ma ce n’era una che mi ricordo in modo particolare: la casa della signora Maggie. La signora Maggie aveva, se ricordo bene, intorno agli ottant’anni, e ancora oggi la considero una delle persone più cordiali che io abbia mai incontrato; ricordo che aveva i capelli bianchissimi, lunghi e ricci e che spesso aveva indosso delle gonne bianche dai motivi floreali. Quando io e Josh nuotavamo nel lago, le sentivamo spesso rivolgerci la parola dal suo portico, invitandoci ad entrare per far merenda. Diceva che si sentiva sola perché suo marito Tom stava sempre fuori per lavoro, ma io e Josh declinavamo l’invito perché, nonostante fosse molto gentile, circolavano delle strane voci sul suo conto.

Prima o poi, mentre nuotavamo nel lago, le avremmo sentito dire: “Chris, John, non fate tardi!” e così ancora mentre ci incamminavamo verso le nostre abitazioni.

Come molti altri vecchi proprietari, la signora Maggie possedeva un sistema d’irrigazione basato su un timer, il quale, dopo anni d’utilizzo, doveva essersi rotto, perché gli spruzzatori funzionavano in orari diversi durante il giorno e qualche volta anche di notte, e così per tutto l’anno. Dato che non fece mai così freddo perché nevicasse abbondantemente, spesso, in inverno, uscivo per vedere il giardino della signora Maggie, il quale, in quel periodo, si trasformava in un vero e proprio paradiso di ghiaccio a causa dell’acqua proveniente dagli spruzzatori. Tutti gli altri giardini diventavano spenti e sterili a causa del freddo invernale, ma proprio lì, nel mezzo dei tristi segni lasciati dalla stagione invernale, c’era un’oasi di stalattiti di ghiaccio pendenti da ogni ramo, albero e cespuglio. Alle prime luci dell’alba, le stalattiti trasformavano il sole in un bellissimo arcobaleno, tanto luminoso da accecare la vista dopo pochi secondi. Adoravo quello spettacolo e, spesso, io e Josh uscivamo per passeggiare su quel manto di neve e combattere con le stalattiti a mo’ di spade.

Ricordo che una volta chiesi a mia madre perché non volesse lasciarci andare dalla signora Maggie. Esitò, come se cercasse le parole, prima di dire:

“Vedi, amore, la signora Maggie è molto malata e qualche volta, quando non si sente molto bene, non riesce a pensare come si deve. Ecco perché a volte chiama te e Josh con altri nomi; lei non vuole darlo a vedere, ma spesso non riesce a ricordarseli. Vive in quella casa tutta sola, quindi non ci sono problemi se le parlate quando tu e Josh nuotate nel lago, ma quando vi invita dentro casa sua dite sempre di ‘no’. Però siate educati, non dovete farla stare male.”

“Ma lei non sarà sola per sempre, no? Perché tornerà suo marito, vero? Quanto tempo deve stare lontano per lavoro? È come se non stesse mai a casa”.

Mia madre esitò ancora. Finalmente rispose:

“Amore… Tom non tornerà più a casa. Adesso lui è in Cielo. Morì tanti, tanti anni fa, ma la signora Maggie non riesce a ricordarlo. Tom non verrà mai a casa. Se qualcuno entrasse in casa sua, lei penserebbe che sia suo marito. Ma lui non c’è più, tesoro”.

All’epoca non riuscivo a capire, avevo solo cinque o sei anni, ma mi dispiaceva molto per la mia vicina.

Adesso so che Maggie aveva l’Alzheimer. Lei e suo marito avevano due figli, Chris e John; i quali si preoccupavano di assicurare acqua ed elettricità alla madre, ma non erano mai andati a trovarla. Non so se a causa di qualcosa accaduto in famiglia, per la malattia o semplicemente perché abitavano molto lontano, ma non sono mai venuti da quelle parti. Non so come siano fatti, ma ai tempi la signora Maggie doveva aver trovato una certa somiglianza tra me e Josh e i suoi due figli. O forse vedeva quel che la sua mente desiderava vedere, ignorando qualsiasi cosa vedessero i suoi occhi. Capisco solo adesso quanto sola si potesse sentire.

L’estate successiva, prima degli eventi del progetto “Palloncini”, io e Josh eravamo andati a esplorare il boschetto vicino casa mia, dove scorreva l’affluente del lago; quel bosco sfiorava le nostre case e pensavamo che sarebbe staro forte se il lago presso casa mia e il fiume presso casa sua fossero stati collegati, così decidemmo di scoprirlo.

Pensammo di creare delle mappe.

Avevamo in mente di disegnarne due: una sarebbe partita dalla casa di Josh, o meglio dal fiume presso casa sua, mentre l’altra sarebbe cominciata a partire dal lago vicino casa mia. All’inizio ne volevamo fare solamente una, ma realizzammo quanto fosse difficile, dal momento che io esagerai le proporzioni della mia area, rendendoci impossibile continuare. Tenemmo entrambe le mappe, e ci mettemmo d’accordo per continuarle ogni volta che l’uno avesse dormito a casa dell’altro.

Durante le prime settimane venne davvero bene. Camminavamo per il bosco e lungo il fiume, fermandoci ogni manciata di minuti per disegnare le zone appena esplorate: le mappe sembravano congiungersi ogni giorno di più. Non ci portavamo dietro niente, a parte una bussola, ma decidemmo comunque di proseguire. Probabilmente siamo stati i peggiori cartografi del mondo. A volte, comunque, fummo costretti a tornare indietro, perché gli alberi, nel punto in cui il fiume si congiungeva al lago, diventavano troppo fitti impossibilitandoci a proseguire. Perdemmo quasi del tutto interesse nelle mappe, riducendo il numero di esplorazioni, quando cominciammo a vendere granite.

Dopo averle mostrato quelle strane foto, mia madre mi sequestrò la macchinetta per la granita e cominciò a comportarsi in modo severo, imponendomi certe nuove regole: ad esempio, dovevo chiederle sempre il permesso di uscire, anche quando andavo a trovare Josh. Non potendo continuare a vendere granite come prima, ricominciammo ad interessarci alle mappe, ma non ci era più possibile passare ore e ore nel bosco come avevamo sempre fatto. Inoltre, in alcuni punti gli alberi ci impedivano il passaggio, permettendoci di superarli solo se avessimo nuotato. Finché non ci venne in mente un’idea.

Potevamo costruire una zattera.

Vicino al canale, ovvero nel “fossato”, c’era una specie di discarica, in cui si trovava del materiale da costruzione scartato durante vari lavori, tempo addietro. All’inizio ci eravamo messi in testa di costruire una nave, con tanto di ancora e timone, ma presto accantonammo l’idea in favore di qualcosa di più pratico. Avevamo trovato dei grandi pezzi di polistirolo che avrebbero potuto fungere da galleggiante, così li conservammo in un punto del bosco che conoscevamo: pensavamo di legarli insieme con delle corde, così da poterci stare sopra.

Decidemmo di testare la nostra imbarcazione vicino a dove abitava la signora Maggie, avvertendola di stare indietro, quando ci venne intimato di tornare indietro. Ma niente poteva fermarci, ormai.

Fino ad allora pensammo alla zattera come a un gioco, e ci stupimmo nel constatare che essa funzionasse veramente. Ci arrangiammo con dei semplici bastoni, per i remi, così spingemmo la zattera e vi salimmo: i remi sarebbero serviti solo finché l’acqua non sarebbe diventata profonda, a quel punto avremmo utilizzato le braccia. Mi ricordo di aver pensato che da lontano avrebbero potuto scambiarci per un grosso uomo che si faceva una nuotata nel lago.

Ci costò vari tentativi, ma infine riuscimmo a superare il punto più lontano segnato sulla mappa, ovvero quello dove gli alberi impedivano il cammino a piedi. In quel momento ci venne in mente di segnare quel punto con un bastone, così scendemmo e, appena ne trovammo uno, segnammo sulla mappa i progressi appena raggiunti. Questo significava che avremmo lasciato la zattera in punti sempre più lontani e, pertanto, il tragitto da casa avrebbe richiesto più tempo. Navigammo per un po’ per poi attraccare: la volta successiva avremmo dovuto correre, altrimenti avremmo perso più tempo del solito per raggiungere la nostra imbarcazione.

Non ci fermammo neanche quando cominciammo la prima elementare. Quell’anno Josh venne assegnato a un gruppo differente dal mio, così, visto che ci incontravamo raramente a scuola, i nostri genitori ci accompagnavano l’uno a casa dell’altro ogni fine settimana. In quel periodo, fortunatamente, il padre di Josh sarebbe dovuto rimanere al lavoro anche nel week-end, mentre sua madre sarebbe rimasta a casa: Josh, quindi, poteva restare a dormire a casa mia tutte le settimane.

Avremmo potuto fare molti progressi, dato il tempo a disposizione, ma, sfortunatamente, non riuscimmo a trovare nuovi luoghi dove attraccare la zattera, così ci fu un punto morto. Il bosco diventava sempre più fitto, mentre l’acqua aveva eroso il terreno tanto da creare un dislivello di circa un metro: al di sopra di esso c’era solo un fitto tetto di rami e foglie. Dovevamo tornare indietro ogni volta e attraccare la zattera nello stesso punto dove attraccammo l’ultima volta. Come se non bastasse, ormai si stava avvicinando l’inverno, quindi non sapevamo spiegare perché uscissimo di casa portandoci i costumi da bagno. Non sapevamo cosa fare: anche quando riuscivamo a guadagnare un po’ di terreno, dovevamo comunque tornare a casa prima che facesse buio.

Un sabato, verso le 7 del pomeriggio, io e Josh stavamo giocando a casa mia, quando una collega di mia madre bussò alla porta. Lei si chiamava Samantha, me la ricordo bene perché qualche anno dopo, andando a trovare mia madre al lavoro, le avrei chiesto di sposarmi. Mia madre l’aveva mandata per avvisarci che doveva risolvere un problema e che non sarebbe tornata prima di due ore. La macchina era dal meccanico, quindi si sarebbe fatta accompagnare a casa da Samantha. Ci disse di stare dentro casa e non aprire la porta a nessuno, e iniziò a dirci che ci avrebbe chiamato ogni ora, prima di ricordarsi che ci avevano staccato il telefono (aveva mandato Samantha proprio per questo motivo). Mentre chiudeva la porta mi guardò e mi disse: “Non combinate niente”.

Era la nostra occasione.

Restammo a guardare la macchina allontanarsi e quando finalmente la perdemmo di vista corremmo verso la mia stanza; io presi il mio zaino e Josh la mappa.

“Ce l’hai, una torcia?”, chiese Josh.

“No, ma torneremo prima che faccia buio”.

“Pensavo ne avremmo avuto bisogno”.

“Mia mamma ne ha una, ma non so dove la tiene… Aspetta!”

Corsi verso l’armadio e tirai giù una scatola che stava in alto

“C’è una torcia lì dentro?”, chiese Josh.

“Non proprio.”

Aprii la scatola, mostrandogli tre candele romane che trovai in un mucchio accatastato da mia madre per il 4 luglio dell’estate passata; insieme a quelle, presi anche un accendino che mi ero fatto dare da mia madre qualche mese prima: questo ci avrebbe assicurato un po’ di luce in caso ne avessimo avuto bisogno. Non ci era ancora passata per la testa l’idea che avremmo potuto rimanere al buio in quel bosco spaventoso: quindi non fu la paura a spingerci a cercare qualche fonte di luce, ma la semplice necessità. Mettemmo tutto dentro uno zaino, uscimmo dalla porta sul retro e la chiudemmo, assicurandoci che Boxes fosse dentro, così non sarebbe potuto uscire. Avevamo un’ora e quindici minuti.
Corremmo verso il bosco nel minor tempo possibile, e giungemmo alla zattera in quindici minuti. Avevamo i nostri costumi da bagno sotto i vestiti, così ci togliemmo le magliette e i pantaloncini, lasciandoli a quattro passi dall’acqua. Spingemmo la zattera in acqua, stringemmo i nostri remi e salpammo.

Cercammo di giungere velocemente all’ultimo punto segnato sulla mappa, dato che non avevamo tempo da perdere in quella discarica. Sapevamo che muovendoci sulla zattera ci saremmo spostati più lentamente che a piedi, e che presto il percorso sarebbe stato interrotto dai rami degli alberi, costringendoci a cambiare direzione e tornare indietro.

Questo significa che, se ne avessimo trovati, avremmo dovuto girare la zattera e tornare indietro.

Quando oltrepassammo il confine disegnato sulle mappe, l’acqua si fece più profonda e non dovemmo più utilizzare i nostri remi, quindi ci allungammo sulla zattera e remammo con le mani. Poiché si stava facendo buio e la vegetazione cominciava a confondersi nell’oscurità, io e Josh iniziammo ad essere leggermente nervosi; remammo più velocemente nell’intento di guadagnare tempo, mentre il veloce movimento delle nostre braccia rompeva la calma del luogo. Mentre eravamo intenti a remare, potevamo sentire distintamente il rumore di foglie e rami calpestati tra gli alberi alla nostra destra; notando questi rumori, cominciammo a rallentare, chiedendoci se qualcosa ci stesse seguendo. Non sapevamo che razza di animale potesse essere, quello a poca distanza da noi, e non avevamo nessuna voglia di scoprirlo.

Mentre Josh spiegava la mappa e io gli facevo luce con l’accendino, capimmo che quei suoni non li avevamo immaginati. In rapida successione potevamo sentire:

crunch

snap

crunch

Sembrava muoversi verso di noi, sbattendo contro gli alberi in un punto non segnato sulla mappa. Era troppo buio per poter vedere: avevamo calcolato male quanto tempo avremmo avuto il sole dalla nostra parte.

Nervoso, dissi ad alta voce:

“C’è qualcuno?”

Respiravamo sempre più silenziosamente, lì, fermi in mezzo all’acqua. Il silenzio venne interrotto da un altro rumore.

“C’è qualcuno?”, gridò Josh.

“Allora?”

“Ciao, signor Mostro degli alberi, so che stai strisciando qui intorno, ma potresti almeno rispondermi. Ci sei?”
Compresi quanto fosse stupido: qualsiasi animale fosse, non avrebbe risposto.
Josh imitò il mio “Ciaooooo” alzando il tono di voce fino a simulare un falsetto.

“Ciaooooo”, risposi abbassando il tono più che potevo.

“Fatti vedere, amico!”

“Ci-a-o. Bi Bu”

“CiaaaaaAAAAAOOOOOooooo”

Continuammo a giocare, finché non decidemmo di tornare indietro presso la zattera e sentimmo una voce dietro di noi.

“Ciao”

Fu appena sussurrato, come provenisse da due polmoni ormai sgonfi, ma non sembrava la voce di qualcuno che stava male. Il suono proveniva da un punto della mappa che stava dietro di noi, dato che avevamo appena ruotato la zattera. Io mi misi lentamente sulla zattera e puntai la candela romana nella direzione da cui proveniva il sussurro. Volevo scoprire cosa fosse.

“Che stai facendo?”, mormorò Josh.

Ma ormai l’avevo accesa. La miccia bruciò completamente e un getto di luce verde volò in cielo, dissolvendosi tra le stelle. Non avevo mai sparato uno di quei cosi da solo. Allora puntai dritto davanti a me: riuscii a intravedere un po’ l’ambiente, prima che il globo di luce rossa si spegnesse in mezzo alle foglie di un albero, ma ancora non vedevo nessuno.

“Andiamocene e basta, dai!”, mi disse Josh, mentre si affaticava a remare da solo, cercando di tornare a casa.

“Un altro ancora”

Puntando direttamente agli alberi di fronte a me, utilizzai l’ultimo fuoco d’artificio. Volò quasi orizzontalmente prima di schiantarsi contro un albero, esplodendo toccandone il tronco.

Ancora niente.

Lanciai un altra candela romana in acqua e la guardai bruciare per un po’. Quando cominciammo a remare verso casa, cominciammo a sentire un rumore metallico provenire dagli alberi. Il rumore dei rami spezzati e delle foglie che cadevano a terra coprivano quello dei nostri remi nell’acqua.

Stava correndo.

Atterriti com’eravamo, finimmo per dare un colpo troppo violento all’acqua, così io sentii una delle corde sotto il mio petto allentarsi.

“Josh, attento!”.

Ma ormai era troppo tardi. La nostra zattera si stava rompendo. Dopo non molto era già affondata. Eravamo entrambi aggrappati a un differente pezzo di polistirolo, ma questi non erano abbastanza grandi per tenerci a galla, così le nostre gambe finirono nell’acqua gelida.

“Attento! Josh!” Gridai, puntando il dito verso di lui.

Josh si voltò, ma faceva troppo freddo perché potessimo muoverci in fretta, così guardammo impotenti la mappa mentre volava via.

“Ho fffr-fffreddo, c-cavolo”, si lamentò Josh, “Uss-ssciamo d-dall’acqua”

Ci avvicinammo alla riva, ma ogni volta che provavamo a tirarci su sentivamo quel rumore metallico avvicinarsi minaccioso a noi; avevamo troppo freddo per provare qualcos’altro.

Continuammo a muovere le gambe fino a ritrovarci nel luogo dove trovammo i pezzi per la zattera. Tentammo di portare su i pezzi della zattera, ma quello di Josh scivolò via in direzione del lago. Così ci togliemmo i costumi da bagno e ci rimettemmo i vestiti. Mente mi mettevo le mutande, notai qualcosa di strano. Mi voltai verso Josh.

“Dov’è finita la mia maglietta?”

Josh allora mi suggerì: “Forse è caduta in acqua, ormai sarà nel lago”.

Dissi a Josh che saremmo tornati a casa mia e che se mia madre fosse già tornata le avremmo detto di aver giocato a nascondino. Prima, però, dovevo cercare di recuperare la mia maglietta.

Corsi dietro ogni casa e cercai ovunque nell’acqua. Pensavo che se fossi stato fortunato avrei trovato anche la mappa. Stavo facendo tutto molto in fretta perché dovevo tornare a casa, e fu quando me ne resi conto che la mia ricerca venne interrotta da una voce proveniente dalle mie spalle.

“Ciao”

Mi voltai di scatto. Era la signora Maggie. Non l’avevo mai vista di notte, prima, e in quella fioca luce sembrava davvero debole. Il calore che solitamente l’avvolgeva sembrava essere stato spento dal gelido vento di quella sera. Non ricordavo di averla mai vista con un’espressione seria: il suo viso mi appariva molto strano.

“Salve, signora Maggie”

“Ah, ciao Chris!”, il sorriso era ritornato sul suo volto, anche se lo stesso non si poteva dire della sua memoria. “Non ti avevo visto, con questo buio”

Scherzando, le chiesi se mi avrebbe invitato dentro per fare uno spuntino, ma mi venne risposto che magari sarei potuto venire un’altra volta. Io avrei dovuto cercare la mappa e la maglietta, ma sembrava essere contenta, così non mi dispiacque rimanere. Mi disse qualcos’altro, ma non le prestai molta attenzione. Le augurai una buonanotte e corsi verso casa mia. Dietro me potevo sentirla camminare lungo il prato innevato, ma non mi voltai per controllare. Dovevo tornare subito a casa.

Entrai entro una manciata di minuti prima che tornasse mia madre, ma a quel punto io e Josh ci eravamo già cambiati e messi a letto. Ci era andata bene, ma avevamo perso la mappa.

“Non sei riuscito a trovarla?”

“No, ma ho incontrato la signora Maggie. Mi ha chiamato Chris un’altra volta. Sei fortunato a non averla mai incontrata di notte.”

Ridemmo entrambi, poi Josh mi chiese se mi aveva invitato dentro per uno spuntino, scherzando sul fatto che la roba che ci voleva far mangiare doveva essere una vera schifezza. Lo lasciai sorpreso, e, se ci penso, lo ero anch’io, quando gli dissi che non mi aveva invitato affatto; anzi, le avevo chiesto io stesso se potevo entrare e rimandò a un’altra volta.

Mentre Josh parlava della signora Maggie, mi ricordai che l’accendino doveva essere ancora nella mia tasca e che sarebbe stata una vera seccatura se mia madre l’avesse trovato. Raccolsi i pantaloncini da terra e tastai le tasche: sentivo qualcosa, ma non sembrava un accendino. Dalla tasca posteriore tirai fuori un foglio, un foglio piegato: il mio cuore si fermò. “La mappa?”, dissi. “Ma l’ho vista mentre veniva portata via dalla corrente”. Quando spiegai il foglio cercando, il mio stomaco si chiuse mentre cercavo di rendermi conto di quel che vedevo. Dentro un ovale disegnato al centro del foglio c’erano due omini stilizzati che si tenevano per mano. Uno dei due era più grande dell’altro, ma nessuno dei due aveva una faccia. Il foglio era stato strappato, così mancava una parte, e lì, sull’angolo superiore destro, erano stati scritti dei numeri. Era un 15, o forse un 16. Leggermente scosso, passai il foglio a Josh, chiedendogli se me l’avesse messo lui in tasca: lui mi schernì, chiedendomi perché fossi così agitato. Gli indicai il disegno e la scritta.

Erano le mie iniziali.

Questo mi inquietò molto, così raccontai a Josh il resto della conversazione avuta con la signora Maggie. Attribuii sempre il cambiamento di quella al fatto che fosse malata, prima che rivisitassi gli avvenimenti di quegli anni. Ripensandoci, mi sento ancora triste per la signora Maggie, e questa tristezza diventa quasi disperazione quando ricordo le parole “magari un’altra volta”. C’era un significato nascosto, in quella frase. Lo capii qualche settimana dopo, quando degli uomini con delle strane tute arancioni portarono quelli che sembravano sacchi dell’immondizia fuori dalla casa, e perché l’intero quartiere fosse diventato tanto silenzioso, quel giorno. Quando vendemmo la casa e ci trasferimmo, non capivo ancora. Ma ora mi è chiaro. Ho capito perché quelle ultime parole erano così importanti, anche se né io né lei ce ne accorgemmo in quel momento.

Maggie mi aveva detto che quella notte Tom sarebbe tornato, ma solo ora capisco chi entrò dentro casa sua. Quel giorno non la trasportarono su una barella.

Quei sacchi non contenevano l’immondizia.

Schermi

Alla fine dell’estate tra l’asilo e il primo anno di scuola elementare mi ammalai di un virus intestinale. Aveva tutti i sintomi della normale influenza; però con un virus intestinale si rimette in un secchio e non nel water perché ci stai seduto sopra – il malore si espelle da entrambe le estremità. Ciò durò per circa 10 giorni, ma poco prima della guarigione ebbi ulteriori problemi di congiuntivite. Le mie palpebre erano così appiccicate dal muco secco generato durante la notte che il primo giorno che mi svegliai con questa infezione pensai di esser diventato cieco. Quando cominciai la scuola elementare avevo il torcicollo per i 10 giorni passati a letto e due occhi gonfi e iniettati di sangue. Josh era in un altra classe e non pranzava con me, così in una mensa sovrappopolata da 200 bambini avevo ancora un tavolo solo per me. Cominciai a tenere nello zaino del cibo sparso da mangiare dopo pranzo nel bagno, poiché il cibo della scuola mi veniva solitamente preso dai ragazzi più grandi che sapevano che non avrei reagito visto che non avevo nessuno a sostenermi. Questa dinamica continuò anche dopo che le mie condizioni migliorarono, poiché nessuno voleva essere amico con il ragazzo che veniva preso di mira dai bulli, per paura che le aggressioni venissero dirette anche contro di loro. L’unico motivo per cui ciò finì fu grazie all’intervento di un ragazzo chiamato Alex. Alex era in terza ed era più grande di molti dei ragazzi di qualsiasi anno. Verso la terza settimana di scuola cominciò a sedersi vicino a me a pranzo, e questo pose una fine immediata alle razzie della mia scorta di cibo. Era abbastanza simpatico, ma sembrava un po’ lento; Non parlammo mai a lungo se non quando finalmente riuscii a chiedergli perché si sedesse con me. Aveva una cotta per la sorella di Josh, Veronica. Veronica era in quarta ed era probabilmente la ragazza più carina della scuola. Anche a 6 anni, pienamente convinto che le ragazze fossero disgustose, sapevo già quanto Veronica fosse carina. Quando era in terza, mi disse Josh, due ragazzi ebbero una rissa scatenata da un litigio sul significato della frase che lei scrisse sui loro annuari. Uno di questi colpì l’altro nella fronte con l’angolo dell’annuario, e la ferita richiese dei punti per guarire. Anche se non era nessuno di questi due ragazzi, Alex voleva piacerle e confessò di sapere che io e Josh eravamo migliori amici; Supposi che egli sperava che io avessi potuto riferire a Veronica il suo sedicente gesto filantropico davanti al quale lei sarebbe stata presumibilmente tanto commossa dal suo altruismo che avrebbe cominciato ad infatuarsi di lui. Se le avessi detto ciò, lui avrebbe continuato a sedersi vicino a me fino a quando ne avessi avuto bisogno. Poiché ciò accadde quando Josh stava per lo più a casa mia a costruire la zattera e ad esplorare la zona dal fiume con me, non ebbi nemmeno l’occasione di parlare a Veronica perché semplicemente non la vidi nemmeno. Parlai a Josh della situazione e si fece beffe di Alex, ma disse che l’avrebbe detto a sua sorella visto che glielo chiesi io. Dubitai che l’avrebbe fatto. Josh era infastidito dal fatto che la gente sembrava così interessata a sua sorella. Mi ricordo che la chiamava “brutto corvo”. non dissi mai niente a Josh, ma ricordo che volevo dirgli, anche allora, che lei era carina e che un giorno sarebbe stata davvero bella.

Avevo ragione.

Quando avevo 15 anni, stavo guardando un film in un posto che io e i miei amici chiamavano “Cinema della Polvere”. Era sicuramente carino una volta, ma il tempo e la trascuratezza avevano fatto decadere il posto. Questo cinema aveva tavoli e sedie movibili a livello del pavimento, così quando era pieno c’erano davvero pochi posti dove sedersi per vedere bene lo schermo. Il cinema era ancora aperto, immagino, per tre ragioni: 1) Guardare un film là costava poco; 2) Proiettavano un cult movie differente due volte al mese a mezzanotte; e 3) vendevano birra ai minorenni durante le proiezioni di mezzanotte. Io andai per le prime due, e quella notte stavano proiettando Scanners di David Cronenberg per 1 dollaro. I miei amici e io stavamo seduti nelle ultime file. Volevo sedermi più vicino per vedere meglio, ma ci aveva portato Ryan, così rinunciai. Qualche minuto prima dell’inizio del film un gruppo di ragazze entrò. Erano tutte abbastanza attraenti, ma qualunque bellezza potessero avere era eclissata dalla ragazza con i capelli di un biondo cenere, anche se riuscii a vederla in parte solo di profilo. Quando si girò per sedersi riuscii ad avere la vista completa del suo volto, che mi diede la sensazione di avere delle farfalle nello stomaco – era Veronica.

Non la vedevo da molto tempo. Io e Josh ci vedemmo sempre di meno dopo che sgattaiolammo nella mia vecchia casa quella notte che avevamo 10 anni, e di solito quando andavo a trovarlo lei era fuori con gli amici. Mentre tutti fissavano lo schermo, io fissavo Veronica – guardando altrove solo quando avevo la sensazione di essere inquietante – ma quella sensazione spariva velocemente e i miei occhi tornavano su di lei. Era davvero bella, proprio come avevo supposto quando ero un bambino. Quando cominciarono a scorrere i titoli di coda i miei amici si alzarono e uscirono; c’era una sola uscita e non volevano rimanere bloccati aspettando che la folla fosse uscita. Mi attardai nella speranza di catturare l’attenzione di Veronica. Appena lei e le sue amiche passarono presi l’occasione al volo.

“Ehi, Veronica”

Si volto verso di me con aria allarmata.

“Si?”

Mi alzai dal mio posto a camminai verso la poca luce che filtrava dalla porta aperta.

“Sono io, il vecchio amico di Josh.. Come.. Come va?”

“Oddio! HEY! È passato un botto di tempo!” Disse alle sue amiche che le avrebbe raggiunte a breve.

“Si, almeno qualche anno! Almeno dall’ultima volta che rimasi da Josh. Come sta lui, comunque?”

“Oh, vero. Ricordo i vostri giochi. Giochi ancora alle Tartarughe Ninja con i tuoi amici?”

Lei rise, io invece arrossii.

“No. Non sono più un bambino.. Io e i miei amici giochiamo agli X-men adesso.” Sperai di tutto cuore che avrebbe riso.

Lo fece. “Ahah! Che carino. Vieni spesso a vedere questi film?”

Ero ancora confuso da ciò che aveva detto.

Pensava davvero che ero carino? Intendeva solo che ero divertente? O mi trovava attraente?

Realizzai improvvisamente che mi aveva fatto una domanda, e la mia mente si arrovellò su quale fosse.

“SI!” dissi un po’ troppo forte. “Si, o almeno ci provo.. e tu?”

“Vengo giusto qualche volta. Al mio ragazzo non piacevano questi film ma ci siamo lasciato da poco, quindi penso che verrò molto spesso adesso”

Cercai di sembrare normale, ma non mi riuscì. “Oh, figo.. Non che vi siete lasciati! Intendo il fatto che adesso potrai venire più spesso!”

Rise ancora.

Provai a recuperare, “Quindi verrai anche tra due settimane? Dovrebbero proiettare il Giorno degli Zombie. È davvero figo.”

“Si, ci sarò.”

Sorrise, ed ero sul punto di suggerire che magari ci saremmo potuti sedere insieme quando lei percorse velocemente lo spazio tra di noi e mi abbracciò.

“È stato davvero bello rivederti” disse con le sue braccia attorno a me.

Cercavo di pensare a cosa dire quando capii che il più grande problema consisteva nel fatto che mi ero dimenticato come parlare. Fortunatamente Ryan, che riuscii ad udire mentre si avvicinava attraverso l’atrio, arrivò e parlò per me.

“Oh, lo sai che il film è finito, vero? Usciamo da questa cazzo di–OOOH SI!”

Veronica mi lasciò andare e disse che mi avrebbe visto la prossima volta. Stava uscendo dalla stanza con la musica porno che Ryan faceva con la bocca in sottofondo. Ero furioso, ma mi passò subito appena sentii Veronica che rideva all’entrata.

Il Giorno degli Zombie non sarebbe uscito abbastanza presto. La famiglia di Ryan era fuori città, così lui non avrebbe potuto accompagnarci in macchina, e gli altri amici con cui ero quella notte non avevano macchine. Un paio di giorni prima del film chiesi a mia madre se potesse accompagnarmi. Rispose immediatamente di no, ma continuai a chiedere e lesse la disperazione nella mia voce. Mi chiese perché volevo andarci così tanto visto che avevo già visto il film, ed esitai prima di dire che speravo di incontrare una ragazza. Sorrise e mi chiese tranquillamente se conosceva questa ragazza e le dissi con riluttanza che si trattava di Veronica. Il sorriso scomparve dalla sua faccia e disse fredda “No.”

Decisi che avrei chiamato Veronica per provare a chiedere un passaggio a lei. Non sapevo se vivesse ancora a casa sua o no, ma valeva la pena di fare un tentativo. Ma poi realizzai che Josh avrebbe potuto rispondere. Non gli parlavo da tre anni oramai, e se avesse risposto non avrei certamente potuto chiedergli di parlare con sua sorella. Mi sentivo colpevole a chiamare per parlare con Veronica e non con Josh, ma misi da parte quella sensazione velocemente; Josh nemmeno mi aveva chiamato in questi anni. Presi il telefono e digitai il numero che era ancora impresso nel mio cervello per averlo digitato così tante volte. Suonò diverse volte prima che qualcuno rispondesse. Non era Josh. Provai un miscuglio di sollievo e irritazione – Realizzai in quel secondo che Josh mi mancava. Avrei chiamato dopo questo Weekend per parlargli, ma questa era la mia unica occasione di sapere se Veronica potesse portarmi o no. La persona mi disse che avevo sbagliato numero.

Ridissi il numero, ma confermò l’errore. Disse che forse avevano cambiato numero e fui d’accordo. Mi scusai per il disturbo e riattaccai. Ero improvvisamente molto triste perché non avrei potuto contattare Josh anche se avessi voluto; Mi sentii malissimo per aver avuto paura della possibilità che rispondesse lui al telefono. Era stato il mio unico migliore amico. Realizzai che l’unico modo per tornare in contatto con lui era attraverso Veronica, quindi adesso, non che ne avessi avuto bisogno, avevo un altro motivo per vederla. Dissi a mia madre che non avevo più intenzione di andare al cinema. ma speravo che mi potesse lasciare a casa del mio amico Chris. Si addolcì e mi accompagnò quel Sabato, un paio d’ore prima dell’inizio del film. Il mio piano era di camminare da casa sua fino al cinema visto che viveva a mezzo miglio da lì. Andavano in chiesa presto la domenica, quindi i suoi genitori sarebbero andati a dormire presto il sabato notte, e Chris era d’accordo nel non venire con me visto che aveva programmato di rimanere a chattare con una ragazza che aveva conosciuto online. Disse che il ritorno a casa sua sarebbe stato ancora più solitario dopo che lei mi avesse riso in faccia quando avrei cercato di baciarla, e gli dissi di stare attento a non prendere la scossa quando avrebbe cercato di fare sesso con il suo computer.

Lasciai casa sua alle 11.15.

Cercai di tranquillizzarmi, così arrivai poco prima dell’inizio del film. Ero andato da solo e quindi non volevo stare là in giro mentre aspettavo. Sulla strada per il cinema immaginai che se Veronica si fosse davvero presentata sarebbe stata una coincidenza troppo fortunata arrivare nello stesso momento, così mi domandai se dovessi aspettare fuori o semplicemente entrare. Entrambe le scelte avevano pro e contro. Mentre mi arrovellavo la mente su questi problemi notai che i fasci di luce delle macchine che mi stavano superando erano state sostituite da una singola luce che si rifiutava di passarmi oltre. La strada non era illuminata dai lampioni, quindi stavo camminando nell’erba con la strada a circa due piedi alla mia sinistra; Mi spostai un po’ di più verso la mia destra e piegai il collo oltre la mia spalla sinistra per vedere chi c’era dietro di me. Una macchina si era fermata circa 10 piedi dietro di me.

Tutto ciò che potevo vedere era il violento bagliore dei fanali che attraversavano quella cupa ambientazione. Pensai che sarebbe potuto essere uno dei genitori di Chris; forse erano venuti a controllare e avevano scoperto che ero andato via. Non avrebbero dovuto mettere Chris troppo sotto pressione per indurlo a confessare. Feci un passo verso la macchina, e questa interruppe la sua pausa e cominciò a guidare verso di me molto lentamente. Mi oltrepassò e vidi che non era la macchina dei genitori di Chris o qualche altra macchina che avrei potuto riconoscere. Provai a guardare il conducente ma era troppo buio, e le mie pupille si erano ristrette quando avevo guardato le luci accecanti della macchina qualche momento prima. Si allargarono abbastanza da permettermi di vedere una profonda spaccatura nel vetro posteriore della macchina quando andò via. Non pensai troppo a tutta la faccenda; alcune persone trovano divertente spaventare gli altri – anche io spesso mi nascondo dietro gli angoli per saltare davanti a mia madre d’altronde. Avevo calcolato bene i tempi, arrivai circa 10 minuti prima dell’inizio del film. Avevo deciso di aspettare fuori fino alle 11.57, così avrei avuto tempo di trovarla dentro se era già seduta. Mentre prendevo in considerazione la possibilità che non sarebbe venuta, la vidi. Era sola, ed era bellissima. La salutai con la mano e camminai verso di lei. Sorrise e mi chiese se i miei amici fossero già dentro. Le dissi che non c’erano e capii che ciò poteva farle pensare che stavo cercando di farlo diventare un appuntamento. Non sembrava turbata da ciò, nemmeno quando le porsi il biglietto che avevo già comprato. Mi guardò con aria sarcastica e disse “Non ti preoccupare, sono ricca.” Rise e andammo dentro. Comprai per noi una scatola di popcorn e due bevande, e passai la maggior parte del tempo a chiedermi se dovessi mettere la mia mano nella scatola dei popcorn quando lo faceva lei, così si sarebbero toccate. Sembrava godersi il film, e prima che me ne accorgessi finì. Non ci attardammo al cinema, e visto che era una proiezione di mezzanotte non potemmo stare in giro nell’atrio, così uscimmo fuori.

Il parcheggio del cinema era grande, perché collegato con un centro commerciale fallito. Non volendo concludere la serata continuai semplicemente la conversazione camminando casualmente verso il vecchio centro commerciale. Appena fummo sul punto di girare l’angolo e lasciare il cinema fuori dal nostro campo visivo mi guardai indietro e vidi che la sua macchina era l’unica rimasta nel parcheggio. L’altra aveva una grande spaccatura nel vetro posteriore. La mia immediata ansia si tramutò in comprensione. Aveva tutto senso. Il conducente della macchina lavorava qui e doveva aver capito che stavo andando al cinema. Inserire del vero horror nella vita di un fan dell’horror sembrava una mossa ovvia. Camminammo attorno al centro commerciale e parlammo del film. Le dissi che pensavo che il Giorno degli Zombie fosse meglio dell’Alba dei Morti Viventi, ma lei non era d’accordo. Le dissi di quando avevo provato a chiamarla al vecchio numero e del mio dilemma su chi avrebbe risposto. Non lo trovava così divertente come me adesso, ma prese il mio telefono e ci salvò il suo numero. Disse che era il peggior cellulare che avesse mai visto. La sua valutazione non cambiò quando le dissi che non potevo nemmeno ricevere foto. La chiamai, così anche lei si salvò il mio numero. Mi disse che stava per diplomarsi, ma non era andata bene a scuola, tanto che quell’anno non era ancora sicura di iscriversi al college. Le dissi di allegare una sua foto al modulo e l’avrebbero pagata per andare là solo per poterla ammirare. Non rise a questa e pensai che forse l’avevo offesa – avrebbe potuto pensare che intendevo che non sarebbe stata presa per la sua intelligenza. La guardai nervosamente e stava sorridendo, anche in quella poca luce potevo vederla arrossire. Volevo tenerle la mano ma non lo feci. Appena cominciammo a camminare verso l’ultimo lato del centro commerciale, verso il cinema, le chiesi di Josh. Mi disse che non voleva parlarne. Le chiesi se se la stesse almeno passando bene e disse solo “Non lo so.” Immaginai che Josh avesse preso la strada sbagliata e avesse cominciato a mettersi nei guai. Ci rimasi male. Mi sentii colpevole.
Mentre ci avvicinavamo al parcheggio notai che l’auto con il finestrino posteriore rotto era sparita e che la sua macchina era ormai l’unica nel parcheggio. Mi chiese se avessi bisogno di un passaggio e anche se non ne avevo realmente bisogno, le dissi che l’avrei apprezzato. Avevo bevuto tutta la mia soda durante il film e tutto questo camminare stava mettendo pressione sulla mia vescica. Sapevo che avrei dovuto aspettare fino a quando non fossi ritornato da Chris, ma decisi di provare a baciarla quando mi avrebbe lasciato, perché non volevo che questo fastidioso bisogno biologico mi desse ancora noia. Sarebbe stato il mio primo bacio.

Non mi veniva in mente nessun trucco per nascondere quello che dovevo fare. Il teatro era chiuso, quindi avevo una sola opzione. Dissi che dovevo andare dietro al teatro per dover urinare, ma che sarei stato di ritorno dopo “due scrollate”. Ovviamente era uno scherzo, si mise a ridere più di quanto quella battuta dovrebbe fare.

Sulla via del ritorno mi fermai e la guardai. Le chiesi se Josh le avesse mai raccontato le cose carine che quel ragazzino di nome Alex fece per me. Ci pensò per un momento e poi mi disse di sì; mi chiese del perché feci quella domanda, ma le dissi che non c’era una vera motivazione. Josh era un grande amico.

Quando andai nel retro del teatro notai che c’era una cancello con una catena che si estendevano parallele e fin oltre le mura del palazzo. Nella posizione in cui mi trovavo lei mi poteva ancora scorgere, e la catena sembrava essere sin troppo stretta, quindi decisi di saltarla, così da sparire dalla sua visuale e di ritornare il prima possibile. Forse era un po’ troppo lavoro fare ciò, ma credo sia stato carino. Scalai la recinzione e camminai giusto il tempo per non essere a portata di vista e quindi urinai.

Per un momento gli unici suoni erano i grilli nell’erba dietro di me e la collisione del mio getto con il cemento del muro. Questi suoni furono sopraffatti da un rumore che potei sentire grazie a questa calma, non essendoci stato altro suono a distrarmi.

In lontananza sentii un debole scricchiolio che variò subito in una cascata di vibrazioni tuonanti. Realizzai abbastanza velocemente di ciò che si trattava.

Una macchina.

Il ruggito del motore si fece sempre più rumoroso. E pensai.

Non più rumoroso, più vicino.

Come mi resi conto di questo indietreggiai fino al cancello, ma prima che potessi arrivare ad essere abbastanza lontano sentii un breve, troncato urlo, e il rombo del motore terminò in un tonfo assordante. Iniziai a correre, ma dopo due o tre passi inciampai su un pezzo di roccia e caddi duramente e velocemente sul calcestruzzo – colpii l’angolo della sedia con la mia testa mentre cadevo. Rimasi stordito per circa 30 secondi, ma il ritorno del suono del motore mi fece riaffiorare i sensi ed il mio equilibrio fu ripristinato dall’adrenalina. Raddoppiai i miei sforzi. Ero preoccupato che chiunque avesse sbattuto con l’auto potesse infastidire Veronica. Come mi arrampicai oltre il recinto vidi che c’era una sola macchina nel parcheggio. Non c’erano segni di un incidente. Pensai che giudicai male la direzione o la vicinanza. Come corsi verso la macchina di Veronica e cambiai orientamento vidi che la macchina era stata colpita. Le mie gambe si fermarono completamente.

Era Veronica.

La macchina stava tra di noi e come mi avvicinai la vidi completamente.

Il suo corpo era contorto ed accartocciato come fosse una figura di un catalogo delle cose che un corpo umano non può fare. Riuscivo a vedere l’osso del suo stinco destro tagliarla attraverso i jeans, e il braccio sinistro era avvolto così fortemente alla parte posteriore del collo che la mano cadeva sul suo seno destro. La testa fu piegata all’indietro e la sua bocca appesa largamente verso il cielo. C’era molto sangue. Mentre guardavo ho effettivamente trovato difficile capire se giaceva di schiena o di stomaco, e se questa illusione ottica mi fece raccapricciare. Quando ti devi confrontare con qualcosa che non dovrebbe far parte di questo mondo, il tuo cervello cerca di convincersi che sta sognando, ed a tal fine provvede ad invaderti con quel senso che tutto si muova più lentamente come se fosse attraverso uno specchio d’acqua. In quel momento onestamente credevo che mi sarei svegliato a minuti.

Ma non mi svegliai.

Tentai di usare il telefono per chiamare aiuto ma non c’era campo. Potevo vedere il telefono di Veronica spuntar fuori da quello che credevo fosse la tasca anteriore destra. Non avevo scelta. Tremante, raggiunsi il telefono e come lo sfilai si mosse boccheggiando così forte che sembrava volesse respirare l’intero mondo.

Mi spaventai così tanto che indietreggiai di colpo e caddi sull’asfalto con il telefono in mano. Stava tentando di aggiustare il suo corpo per farlo tornare in una posizione più naturale, ma ad ogni spasmo ed ogni strattone potevo sentire il rompersi ed il macinarsi delle sue ossa. Senza pensare corsi verso di lei e misi la mia faccia sulla sua dicendole

“Veronica, non muoverti. Non muoverti, ok? Stai ferma. Non muoverti. Veronica, ti prego di non muoverti.”

Continuavo a dirlo ma le mie parole si interruppero e delle lacrime iniziarono a rigare il mio volto. Accesi il cellulare. Funzionava. Era fermo ancora alla schermata di quando salvò il mio numero e quando vidi ciò sentì come il cuore spezzarsi. Chiamai il 911 ed aspettai insieme a lei, dicendole che tutto sarebbe andato bene, e sentendomi in colpa per le menzogne che gli stavo dicendo.

Quando il suono delle sirene squarciò il silenzio, sembrò diventare ancor più vigile. Era rimasta cosciente sin da quando la trovai, ma ora una luce si riaccese nei suoi occhi. Il suo cervello la stava proteggendo dal dolore, ma in quel momento sembrava come se le fece capire che qualcosa di davvero terribile gli era capitato. Girò gli occhi verso di me e le sue labbra iniziarono a muoversi. Parlò con difficoltà, ma riuscii a capire.

“L…lui…F..fo…..foto. La mi…la mia foto…ha preso la foto.”

Non riuscì a capire cosa stesse dicendo, così dissi l’unica cosa che potevo “Scusa, Veronica.”

Salii con lei sull’ambulanza fino a che non perse conoscenza. Aspettai nella stanza che avevo riservato per lei. Avevo ancora il suo cellulare quindi lo rimisi nella borsetta e chiamai mia madre dal telefono dell’ospedale. Erano le quattro di mattina. Le dissi che io stavo bene, ma Veronica no. Mi maledisse e disse che sarebbe venuta qui, ma io le dissi che non avrei lasciato Veronica da sola fino a che non sarebbe uscita dalla sala operatoria. Disse che sarebbe venuta comunque.

Mia madre ed io non parlammo molto. Le dissi che mi dispiaceva averle mentito, ma rispose che ne avremmo parlato più tardi. Penso che se avessimo parlato di più in quella stanza – se solo le avessi detto delle scatole o della notte con la zattera; se solo mi avesse detto più di quanto sapesse – penso che le cose sarebbero andate diversamente.

Ma rimanemmo seduti in silenzio. Mi disse che mi amava e che potevo chiamarla ogni volta che volevo mi venisse a prendere.

Come mia mamma se ne andò i genitori di Veronica si precipitarono ad entrare. Suo padre e mia madre parlarono di qualcosa che sembrava essere parecchio importante mentre la madre di Veronica parlava con la persona alla scrivania. Ella era un’infermiera, ma non lavorava in quell’ospedale. Credo cercasse di far trasferire Veronica, ma le sue condizioni erano proibitive. Nel frattempo che aspettavamo che la polizia entrasse e ci interrogasse – dissi cosa era accaduto, mi fecero alcuni appunti, e quindi se ne andarono. Uscì dalla sala operatoria e il 90% del suo corpo era ricoperta da uno spesso, bianco, strato di gesso. Il braccio destro era libero, ma il resto del suo corpo era avvolto come fosse un bozzolo.

Era ancora incosciente, ma ricordai come mi sentii quando ero all’asilo col braccio rotto. Chiesi ad un’infermiera un evidenziatore, ma non riuscivo a pensare a nulla da scrivere. Dormii nella sedia nell’angolo, e andai a casa il giorno seguente.

Tornavo ogni pomeriggio per diversi giorni. Ad un certo punto spostarono un altro paziente nella stessa stanza e posizionarono uno schermo attorno al letto di Veronica per dividerli. Non sembrava affatto stare meglio, ma aveva dei momenti di lucidità. Ma anche in questi attimi non parlavamo molto. La sua mascella fu spezzata dalla macchina, quindi i dottori l’avvertirono di starsene zitta. Restai seduto con lei per un bel po’, ma non c’era niente che potessi dire. Mi alzai e camminai verso di lei. La baciai sulla fronte e mi sussurrò a denti stretti,

“Josh…”

Questo mi sorprese un po’, ma la guardai e le dissi, “Non è ancora venuto a trovarti?”

“No…”

Mi arrabbiai. “Anche se Josh è nei guai, dovrebbe venire a vedere come sta sua sorella,” pensai.

Stavo per esplicarlo quando mi disse, “No… Josh… scappò via… Dovevo dirtelo.”

Sentii il mio sangue raggelarsi.

“Quando? Quando è successo?”

“Quando aveva tredici anni.”

“Ha…ha lasciato una lettera o qualcosa?”

“Sul suo cuscino…”

Iniziò a piangiere e io la seguii, ma ora che ci penso stavamo piangendo per ragioni differenti anche se non lo intuii all’epoca. A questo punto c’erano tantissime cose che non ricordavo della mia infanzia, e c’erano ancora un sacco di connessioni che ancora non avevo fatto. Le dissi che dovevo andare ma che poteva mandarmi un messaggio in qualsiasi momento.

Ricevetti un sms il giorno successivo dicendo di non tornare. Le chiesi il perché e mi rispose che non voleva che la vedessi in quello stato di nuovo. Acconsentii a malincuore.

Ci sentivamo via sms ogni giorno, ma tenni mia madre all’oscuro di questo perché non voleva che parlassi con Veronica. Solitamente i suoi messaggi erano piuttosto brevi, e la maggior parte erano risposte a dei messaggi ben più lunghi che le inviavo. Tentai di chiamarla una volta, ero sicuro che avesse disattivato le videochiamate, ma speravo di sentire la sua voce; rispose ma non disse nulla – potevo sentire la fatica nel respirare. Circa una settimana dopo disse di non venire mai più a vederla e mi mandò un messaggio che diceva,

“Ti amo.”

Ero colmo di molte emozioni contrastanti, ma risposi ascoltando quella che prevaleva. Risposi,

“Ti amo anch’io.”

Mi disse che voleva essere con me, e che non vedeva l’ora di rivedermi. Aggiunse che fu rilasciata e che era in convalescenza a casa sua. Questi scambi continuarono per diverse settimane, ma ogni volta che le chiedevo di vederla, mi rispondeva “presto”. Continuai ad insistere e la settimana seguente mi disse che forse poteva venire a vedere il prossimo film di mezzanotte. Non riuscivo a crederci, ma lei insisteva che voleva provarci. Ricevetti un suo messaggio il pomeriggio del film che diceva,

“Ci vediamo stasera.”

Mi feci dare un passaggio da Ryan visto che i genitori di Chris capirono cosa accadde e mi dissero anche che non ero più bene accetto a casa loro. Spiegai a Ryan che lei doveva essere in condizioni pessime, ma che mi importava davvero di lei e quindi di lasciarci un po’ di spazio. Accettò e quindi ci dirigemmo laggiù.

Veronica non si fece vedere.

Riservai un posto per lei accanto a me e vicino l’uscita così poteva entrare ed uscire facilmente, ma dieci minuti dopo l’inizio del film un uomo si sedette in quella sedia. Sussurrai “Mi scusi, ma questa sedia è presa,” ma non rispose; continuava a guardare lo schermo. Ricordo che volevo spostarmi perché c’era qualcosa di sbagliato nel modo in cui respirava. Ma rinunciai perché capii che lei non si sarebbe fatta vedere.

Le mandai un messaggio il giorno seguente chiedendole se stava bene e domandandole il perché non si fece vedere la notte precedente. Rispose con quello che sarebbe diventato l’ultimo messaggio che ricevetti da lei. Diceva,

“Ci vedremo ancora. Presto.”

Era delirante, ed ero preoccupato per lei. Le inviai diverse risposte domandandole del film e dicendole che non era un grosso problema ma lei non rispose. Fui sempre più turbato nei giorni successivi. Non potevo rintracciarla a casa perché non sapevo il numero, e non ero neanche sicuro di dove vivessero. Il mio umore divenne sempre più depresso, e mia madre, che iniziò ad essere carina un po’ in ritardo, mi chiese se stavo bene. Le dissi che non sentivo Veronica da giorni, e sentii tutto il calore che lei mi lasciò a sua disposizione.

“Cosa intendi?”

“Dovevamo incontrarci per il film ieri. So che sono passate solo tre settimana da quando si è ripresa, ma disse che avrebbe provato a raggiungerci, e dopo ciò ha smesso di parlarmi. Credo debba odiarmi.”

Mi guardò confusa, e potevo leggerle in faccia che stava cercando di dirmi se la mia mente non si era rotta. Quando vide che non sapevo i suoi occhi si riempirono di lacrime e mi tirò verso di lei, abbracciandomi. Stava iniziando a singhiozzare, ma sembrava una reazione un po’ intensa per il mio problema, e non avevo alcuna ragione per pensare che a lei importasse tanto di Veronica. Tirò un sospiro pesante e quindi disse qualcosa che mi procura nausea anche oggi. Disse,

“Veronica è morta, tesoro. Oh dio, credevo lo sapessi. È morta l’ultimo giorno in cui sei andato a visitarla. Oh piccolo, è morta da settimane.”

Era completamente affranta, ma sapevo che non lo era per Veronica. Spezzai l’abbraccio e indietreggiai barcollando. La mia mente stava nuotando. Non poteva essere possibile. Avevo scambiato qualche messaggio con lei ieri. Potevo soltanto fare una domanda, e fu probabilmente la più banale che potessi chiedere.

“Allora perché il cellulare è ancora acceso?”

Continuava a singhiozzare. Non mi rispose.

Esplosi, “PERCHÈ CI HANNO MESSO COSÍ TANTO A SPEGNERE QUEL DANNATO TELEFONO?!”

Il suo pianto cessò ed iniziò a borbottare, “Le immagini…”

Scoprii che i suoi genitori pensavano che il suo cellulare si era perso nell’incidente, nonostante io stesso lo abbia messo dentro la borsetta la notte che fu portata all’ospedale. Quando recuperarono i suoi effetti personali il telefono non c’era tra di essi. Avevano intenzione di contattare la compagnia telefonica alla fine del ciclo di pagamento per disattivare la linea, ma ricevettero una chiamata che li informò di un onere enorme ed imminente per centinaia di immagini che erano state inviate dal suo cellulare. Foto. Foto che erano state inviate tutte al mio cellulare. Foto che non ho mai avuto perché il mio telefono non può riceverle. Scoprirono che furono mandate tutte il giorno che lei morì. Disattivarono il cellulare immediatamente.

Cercai di non pensare al contenuto di quelle foto. Ma ricordo che chiesi per qualche ragione se ero in alcune foto.

La mia bocca si seccò e sentì il doloroso morso della disperazione come pensai all’ultimo messaggio che ricevetti dal suo cellulare…

Ci rivedremo ancora. Presto.

 

Amici

Il primo giorno di scuola mia mamma si propose di portarmi là in macchina; eravamo entrambi nervosi e lei ha voluto accompagnarmi fino al momento in cui varcai la soglia della classe. Ci misi più tempo del solito a vestirmi a causa del mio braccio, ancora in via di guarigione. Il gesso arrivava fin sopra il gomito, quindi dovevo mettere una speciale busta di plastica sul braccio quando facevo la doccia, in modo da evitare che l’acqua rendesse inutile la medicazione. Quel mattino, comunque, forse a causa dell’eccitazione o del nervoso, non avevo legato bene la busta. A circa metà della doccia sentii l’acqua che mi scorreva sulle dita. Spaventato, saltai fuori dalla doccia e mi strappai di dosso la sacca di plastica. Sentivo che il gesso si era leggermente ammorbidito dopo essere stato a contatto con l’acqua. Dato che non c’è modo di pulire l’interstizio tra il gesso e il braccio, la pelle morta che normalmente cadrebbe rimane lì, e se si mischia con del liquido, ad esempio sudore, emana un fastidioso odore, e apparentemente l’intensità dell’odore è dovuta alla quantità di liquido introdotta. Quel giorno, infatti, mentre cercavo di asciugare il braccio, venni colpito da un fortissimo odore putrido. Mentre lo sfregavo freneticamente con l’asciugamano il gesso cominciò a sgretolarsi. Mi sentii sempre più a disagio, mi ero preparato così bene al mio primo giorno di scuola. La sera prima avevo preparato con cura i vestiti insieme a mia mamma; avevo passato un bel po’ di tempo a preparare lo zaino, ed ero sempre più ansioso di mostrare a tutti la mia scatola del pranzo con sopra le Tartarughe Ninja. Avevo ormai preso l’abitudine di mia mamma di chiamare quei bambini che non avevo ancora conosciuto “amici”, ma guardando le condizioni del mio gesso avevo paura che non avrei potuto utilizzare quell’appellativo con nessuno prima della fine della giornata.

Sconfitto, lo mostrai a mia mamma.

Ci vollero trenta minuti per asciugare il tutto cercando di mantenere intatto il resto del gesso. Per risolvere il problema dell’odore mia mamma tagliò delle scaglie di sapone e le infilò dentro, sfregando il sapone rimasto sull’esterno, per soffocare l’odore del rancido con qualcosa di più piacevole. Quando finalmente arrivai in classe i miei compagni stavano già svolgendo la seconda attività della giornata, fui quindi infilato in uno dei gruppi. Non mi furono spiegate bene le regole di quel che c’era da fare, e nel giro di cinque minuti avevo talmente violato le regole che ognuno dei miei compagni si era lamentato con la maestra e le chiedeva come mai io avessi dovuto stare in quel gruppo. Avevo portato un pennarello a scuola così da poter collezionare qualche firma o qualche disegno sul gesso vicino a quella di mia mamma, e subito mi sentii stupido solo per l’aver pensato di mettere il pennarello in tasca quella mattina. L’asilo aveva la mensa insieme alla mia scuola elementare, ma nonostante la gran quantità di bambini mi sedetti ad un tavolo da solo. Stavo inconsciamente pizzicando l’estremità sfilacciata del mio gesso quando un ragazzo si sedette di fronte a me.

“Mi piace la tua scatola del pranzo,” disse.

Pensai che si stesse prendendo gioco di me e la rabbia cominciò a salire dentro di me; quella scatola era l’ultima cosa bella della giornata. Non tolsi lo sguardo dal mio braccio e sentii un bruciore all’occhio dovuto a un principio di lacrime che stavo cercando di trattenere. Spostai lentamente gli occhi verso il ragazzo per dirgli di andarsene, ma prima che potessi proferir parola vidi qualcosa che mi fece fermare.

Aveva la mia stessa scatola del pranzo.

Risi. “Piace anche a me la tua!”

“Penso che Michelangelo sia il più figo,” disse mimando delle mosse col Nunchaku.

Stavo per ribattere che Raffaello fosse il mio preferito quando lui urtò il suo cartone del latte aperto buttandolo giù dal tavolo e rovesciandosi addosso il contenuto. Provai a trattenere le risate dato che non lo conoscevo assolutamente, ma la faccia che avevo deve avergli fatto una buona impressione, perché rise lui per primo. Improvvisamente non mi sentivo più a disagio a causa del mio gesso, e pensai che lui non avrebbe fatto storie se gli avessi chiesto di firmarlo.

“Ehi! Vuoi firmare il mio gesso?”

Mentre tiravo fuori il pennarello mi chiese come l’avessi rotto. Gli dissi che ero caduto dall’albero più alto del quartiere, e sembrò impressionato. Lo guardai mentre si impegnava a scrivere il suo nome. Quando ebbe finito gli chiesi cosa ci fosse scritto. Mi rispose “Josh.”

Josh ed io pranzammo insieme tutti i giorni, e quando potevamo facevamo coppia per i progetti scolastici. Io lo aiutai con la sua calligrafia <took the blame fart>. Conobbi anche altri bambini, ma penso che sapessi fin da allora che Josh era il mio unico vero amico.

Portare un’amicizia al di fuori della scuola è effettivamente più difficile di quanto non sembri. Il giorno che abbiamo lanciato i nostri palloni ci divertimmo talmente tanto che chiesi a Josh se avesse voglia di venire a casa mia il giorno seguente per giocare. Lui disse che l’avrebbe fatto, e che avrebbe portato qualcuno dei suoi giochi. Dissi che avremmo anche potuto andare fuori ad esplorare e anche a fare il bagno nel lago. Quando tornai a casa lo chiesi a mia mamma e lei accettò la proposta. Il mio entusiasmo era alle stelle finché non mi accorsi che non avevo modo di contattare Josh per dirglielo. Passai tutto il weekend preoccupandomi del fatto che entro lunedì la nostra amicizia potesse venire dissolta.

Quando ci incontrammo a scuola fui decisamente sollevato nel constatare che anche lui era incorso negli stessi ostacoli, e che addirittura lo trovava divertente. Quella settimana ci ricordammo entrambi di scambiarci i numeri di telefono. Mia mamma parlò col papà di Josh e decisero che venerdì ci sarebbe venuta a prendere lei a scuola per portarci a casa mia. Alternavamo questo programma quasi tutte le settimane, e il fatto che tutti e due abitavamo vicini semplificava le cose ai nostri genitori, dato che lavoravano sempre.

Quando mia mamma ed io ci trasferimmo dall’altra parte della città ero sicuro che la nostra amicizia avesse raggiunto i suoi ultimi giorni. Quando uscimmo di casa sentii una tristezza che sapevo non venire solo dal fatto che abbandonavo la casa dove avevo vissuto fino a quel momento, stavo dicendo addio al mio amico per sempre. Ma Josh ed io, con mia grande sorpresa e felicità, rimanemmo vicini.

Anche se passavamo la maggior parte del tempo lontani e riuscivamo a vederci solo nel week-end le nostre personalità si amalgamarono, il senso dell’umorismo di uno completava quello dell’altro, e scoprimmo che ci piacevano le stesse cose anche senza esserci messi d’accordo. Ci assomigliavamo anche nella voce, e quando io andavo a stare da Josh spesso lui chiamava mia mamma facendo finta di essere me, la maggior parte delle volte riuscendoci. Mia madre ogni tanto ci diceva che l’unica cosa per la quale riusciva a distinguerci erano i nostri capelli: lui li aveva lisci, di colore biondo sporco come sua sorella, mentre io li avevo marrone scuro e riccioli come mia madre. Qualcuno potrebbe pensare che le cause dell’allontanamento di due giovani amici siano fuori dal loro controllo, nel nostro caso io penso che il catalizzatore del nostro distacco sia stata la mia insistenza nel voler introdurci di soppiatto nella mia vecchia casa per cercare Boxes. Il fine settimana successivo invitai Josh a casa mia, per mantenere la tradizione, ma lui disse che non se la sentiva molto. Cominciammo a vederci sempre meno, da una volta a settimana, ad una volta al mese, ad una volta ogni due mesi.

Per il mio dodicesimo compleanno mia mamma organizzò la festa. Non mi ero fatto molti amici da quando mi ero trasferito, perciò non poté essere una festa a sorpresa, dato che mia mamma non sapeva chi invitare. Le dissi la manciata di bambini con i quali ero diventato confidente e chiamai Josh per vedere se avesse voluto venire. All’inizio mi disse che non sapeva se sarebbe riuscito ad esserci, ma il giorno prima della festa mi chiamò per dirmi che ci sarebbe stato. Ero davvero emozionato perché non lo vedevo da diversi mesi.
La festa andò decisamente bene. La mia maggior preoccupazione fu quella che Josh e gli altri bambini non si trovassero bene, ma alla fine si trovarono tutti a loro agio. Josh era sorprendentemente calmo. Non mi aveva portato un regalo, e si era scusato per questo, ma gli dissi che non era assolutamente un problema, ero solo veramente contento che lui fosse riuscito a venire. Provai a parlare con lui diverse volte, ma sembrava che tutte le discussioni arrivassero presto ad un punto morto. Gli chiesi che avesse, gli dissi che non avevo capito come le cose tra me e lui fossero diventate così imbarazzanti. Non era mai stato così, prima. Eravamo abituati ad incontrarci ogni fine settimana e parlare al telefono quasi ogni giorno. Gli chiesi che cosa ci fosse successo. Lui alzò gli occhi dalla punta delle sue scarpe e mi disse: “Te ne sei andato.”

Subito dopo che lui ebbe pronunciato quella frase mia madre gridò dall’altra stanza che era ora di aprire i regali. Forzai un sorriso ed entrai nel salotto mentre tutti cantavano “Buon compleanno.” C’erano un paio di scatole incartate e un sacco di cartoline, dato che gran parte della mia famiglia estesa viveva fuori dalla nazione.

Molti dei regali erano sciocchi e dimenticabili, ma mi ricordo che Brian mi regalò un giocattolo di Mighty Max a forma di serpente che conservai per anni. Mia mamma insistette sul fatto che io aprissi lentamente tutte le lettere che mi erano arrivate e ringraziassi ogni volta la persona che l’aveva portata, perché diversi anni prima, durante Natale, nella foga di aprire tutti i regali distrussi tutti gli involucri e con essi la possibilità di riconoscere chi mi aveva inviato cosa.

Avevamo separato prima gli auguri che mi erano arrivati per via postale e quelli che mi erano stati portati quel giorni, così i presenti non avrebbero dovuto sorbirsi me che aprivo lettere da gente che non conoscevano. Molte delle buste portate dai miei amici contenevano un paio di dollari, mentre il contenuto di quelle della mia famiglia era più sostanzioso.

Una busta non aveva il mio nome scritto sopra, ma era dentro al mucchio quindi la aprii. La lettera aveva un generico pattern floreale sul davanti, e sembrava che fosse stata ricevuta da qualcun altro che poi l’aveva riciclata per il mio compleanno, perché era effettivamente squallida. Ma apprezzai davvero l’idea che fosse riutilizzata, in quanto io ho sempre pensato che le cartoline d’auguri fossero alquanto stupide. La piegai in modo che le monete che c’erano dentro non sarebbero cadute quando l’avessi aperta, ma l’unica cosa contenuta era il messaggio prestampato.

“Ti voglio bene.”

Chiunque mi aveva dato quella cartolina non ci aveva scritto nulla, ma aveva cerchiato un paio di volte il messaggio con una biro.

Ridacchiai un po’ e dissi: “Cavoli, grazie per la fantastica cartolina, mamma!”

Lei mi guardò confusa, poi rivolse la sua attenzione alla cartolina. Mi disse che non era sua e sembrò divertita quando la mostrò ai miei amici, guardando le loro facce per capire chi potesse aver fatto lo scherzo. Nessuno degli altri bambini si mosse, così mia mamma disse: “Non preoccuparti, zuccherino, almeno sai che due persone ti vogliono bene!” e fece seguire a questo un lungo e straziante bacio sulla fronte, che trasformò lo smarrimento generale in isteria di gruppo. Stavano ridendo tutti, quindi poteva essere stato uno qualunque di loro, ma Mike sembrava essere quello che rideva più di tutti. Per diventare un partecipante allo scherzo, e non quello di cui si rideva, gli dissi che solo perché mi aveva mandato quella cartolina non doveva aspettarsi che l’avrei baciato, dopo. Ridemmo tutti, e quando guardai Josh lo vidi finalmente sorridere. “Beh, quello potrebbe essere il regalo migliore, ma ne hai ancora due da aprire!”

Mia mamma fece scivolare un altro regalo di fronte a me. Sentivo ancora i tremori delle risate soffocate nel mio addome mentre stracciavo la carta colorata che avvolgeva la scatola.

Quando però vidi il regalo non avevo più bisogno di sopprimere le risa. Il mio sorriso cadde quando vidi quello che mi era stato regalato.

Era un paio di walkie-talkie.

“Beh, vai avanti! Mostrali a tutti!”

Li sollevai, e tutti sembravano approvare, ma quando volsi la mia attenzione a Josh vidi che era diventato di una brutta sfumatura biancastra. Ci guardammo negli occhi per un momento, poi lui si girò e torno nella cucina. Mentre lo guardavo digitare un numero sul telefono di casa appeso al muro mia mamma mi sussurrò all’orecchio che lei sapeva che Josh ed io non parlavamo molto da quando uno dei due walkie-talkie si era rotto, e lei aveva pensato che ci avrebbe fatto piacere. Ero molto commosso dal pensiero di mia madre, ma questo sentimento venne subito sopraffatto dalle emozioni richiamate dai ricordi che avevo provato così faticosamente a sotterrare.

Quando tutti stavano mangiando la torta chiesi a Josh chi aveva chiamato. Mi disse che non si sentiva bene, quindi aveva chiesto a suo papà di venirlo a prendere. Capii che voleva andarsene, ma gli dissi che mi sarebbe piaciuto stare insieme ancora un po’. Gli porsi uno degli walkie-talkie, ma lui alzò la mano in segno di rifiuto. Abbattuto, dissi: “Beh, grazie per essere venuto. Spero di vederti prima del mio prossimo compleanno.”

“Mi spiace… Proverò a chiamarti più spesso. Lo farò davvero.” Disse lui.

La conversazione si fermò lì mentre aspettavamo suo papà sulla mia porta. Lo guardai in faccia. Josh sembrava davvero dispiaciuto di non aver fatto qualche sforzo in più. Il suo umore sembrò improvvisamente ravvivarsi da un’idea che gli passò per la mente. Mi disse che sapeva che cosa mi avrebbe regalato per il mio compleanno. Ci sarebbe voluto un po’, ma mi sarebbe piaciuto. Gli dissi che non ce n’era bisogno, ma lui insistette. Sembrava che si fosse tirato su di morale, e si scusò di essere stato una seccatura alla festa. Disse che era stanco perché non aveva dormito molto bene. Gli chiesi come mai nel momento in cui lui aprì la porta in risposta al clacson della macchina di suo papà nel cortile. Si girò verso di me e agitò la mano per salutarmi mentre mi rispondeva: “Penso di essere stato sonnambulo.”

Quella fu l’ultima volta che vidi il mio amico, e un paio di mesi più tardi lui era sparito.

Nelle settimane successive la relazione tra me e mia madre divenne sempre più tesa, a causa del mio desiderio di conoscere i dettagli della mia infanzia. Succede spesso che uno non capisca quale sia il punto di rottura di una cosa finché quella cosa non si rompe, e dopo quella conversazione con mia madre immaginai che avremmo passato tutta la vita a rimettere insieme quello che avevamo impiegato una vita a costruire. Lei aveva messo così tante energie nel tenermi al sicuro, sia fisicamente che psicologicamente, ma io penso che i muri che dovevano proteggermi stavano anche mantenendo salda la sua stabilità emotiva.

Mentre la verità veniva fuori l’ultima volta che parlammo potevo sentire un tremito nella sua voce, un riverbero del collasso del suo mondo. Non penso che io e mia madre parleremo ancora molto, ma anche se ci sono diverse cose che non so, penso di sapere abbastanza.

Dopo che Josh sparì, i suoi genitori avevano fatto tutto ciò che potevano per trovarlo. Fin dal primo giorno la polizia aveva suggerito di contattare tutti i genitori degli amici di Josh per verificare se fosse con qualcuno di loro. L’avevano fatto, naturalmente, ma nessuno sembrava averlo visto o aveva idea di dove potesse essere. La polizia non riuscì a trovare nessuna informazione sulla sua localizzazione, nonostante avesse ricevuto diverse chiamate da una donna che li esortava a comparare questo caso con quello dello stalker che avevano aperto sei anni prima.

Se la resistenza della mamma di Josh diminuì quando suo figlio sparì, cessò di esistere quando Veronica morì. Lei aveva visto diverse persone morire in ospedale, ma non esiste desensibilizzazione che possa fortificare una persona al punto di resistere alla morte del proprio figlio. Aveva l’abitudine di andare a far visita a Veronica due volte al giorno da quando si stava rimettendo, in un altro ospedale. Il giorno che Veronica morì, sua madre aveva fatto tardi al lavoro, e nel tempo che ci mise ad arrivare all’ospedale Veronica era già trapassata. Questo era troppo per lei, e nelle due seguenti settimane divenne sempre più instabile. Cominciò a girovagare a casaccio chiamando a gran voce Josh e Veronica per farli tornare a casa, e diverse volte suo marito la trovò nel mio vecchio quartiere nel mezzo della notte, semi-svestita e frenetica nella sua ricerca.

A causa del deterioramento mentale di sua moglie, il padre di Josh non poté più viaggiare per lavoro, così cominciò ad accettare lavori di costruzione meno remunerativi ma che gli permettessero di stare più vicino a casa. Quando cominciarono ad espandere il mio vecchio quartiere, circa tre mesi dopo la morte di Veronica, il padre di Josh fece richiesta per ogni mansione e venne quindi ingaggiato. Era qualificato per costruire le fondamenta, ma gli diedero la mansione di costruire gli infissi e gli affidarono la pulizia del cantiere e di qualsiasi altra cosa ci fosse bisogno. Accettò anche i più disparati lavori che gli si presentavano, come tagliare il prato o riparare staccionate. Qualsiasi cosa gli permettesse di non viaggiare.

Cominciarono a ripulire il bosco vicino all’affluente per trasformare la terra in una proprietà abitabile. Al papà di Josh fu affidato il compito di livellare il lotto di terra deforestato da poco, e quell’impiego gli garantì diverse settimane di lavoro. Il terzo giorno arrivò ad un punto che non riusciva a livellare. Per quanta calce ci passasse sopra, quel punto rimaneva sempre più in basso rispetto al resto del terreno. Frustrato, scese dalla macchina per esaminare l’area. Era tentato di ricoprire semplicemente con del terreno la depressione, ma sapeva che sarebbe stata una soluzione unicamente estetica e temporanea. Aveva lavorato abbastanza nel mondo delle costruzioni per sapere che i rimasugli delle radici degli alberi nei terreni liberati di recente spesso decomponevano e rendevano debole il suolo, che sarebbe poi andato ad inficiare la stabilità delle costruzioni. Provò a scavare un po’ con una pala per verificare che il problema non fosse così grave da dover far arrivare una macchina apposita da un altro cantiere. Quando mia madre mi descrisse dove fosse il posto, sapevo che ero già stato là, prima che il terreno venisse scavato e successivamente riempito.

Sentii un lampo nel petto.

Lui scavò un piccolo buco profondo circa un metro finché la sua pala non incontrò qualcosa di duro. Picchiò ripetutamente, in modo da saggiare la consistenza della radice, quando improvvisamente la pala non si fece strada attraverso il corpo estraneo.

Confuso, allargò il buco. Dopo circa mezz’ora di scavo si trovò in piedi sopra ad una scatola coperta da un lenzuolo marrone, lunga circa due metri e larga uno.

La nostra mente tende ad evitare le dissonanze. Se noi crediamo fermamente in qualcosa, il nostro subconscio rigetta con forza ogni prova contro di essa, così da mantenere l’integrità nella nostra percezione del mondo. Fino all’ultimo, nonostante tutto ciò che indicavano i sensi, nonostante il fatto che una piccola parte di lui sapeva cosa stava reggendo il suo peso, l’uomo credeva, sapeva, che suo figlio fosse ancora vivo.

Mia madre ricevette una chiamata alle sei di pomeriggio. Sapeva chi fosse, ma non capiva che stesse dicendo, ma quello che comprese la fece uscire di casa immediatamente.

“QUAGGIÙ… ADESSO… MIO FIGLIO… ODDIO”

Quando arrivò trovò il padre di Josh seduto in modo composto con le spalle verso il buco. Stringeva la pala così forte che sembrava dovesse spezzarsi da un momento all’altro, e fissava dritto avanti a sé con gli occhi che parevano senza vita quasi quanto quelli di uno squalo. Non rispondeva ad alcuna parola, e reagì solo quando lei cercò di togliergli con delicatezza la pala dalle mani.

Trascinò gli occhi lentamente verso di lei e disse solo, “Non capisco.” Ripeté questa frase come se avesse dimenticato tutte le altre parole, e mia madre poté sentirlo borbottare ancora quando lei gli passò accanto per guardare nel buco.

Lei mi disse che avrebbe desiderato strapparsi via gli occhi prima di volgere lo sguardo nel cratere, e le dissi che sapevo cosa stava per dire e che non c’era bisogno di continuare. Osservai la sua faccia ed era contrita in un’espressione di intensa disperazione che mi mosse nelle viscere. Realizzai che sapeva di tutto ciò da almeno dieci anni e sperava che non avrebbe mai dovuto dirmelo. Di conseguenza, non seppe mai mettere insieme una frase decente per descrivere cosa vide, e mentre mi siedo qui incontro il suo stesso problema di articolazione.

Josh era morto. La sua faccia era scavata e contorta in un modo come se tutta la sofferenza e la disperazione del mondo si fossero manifestate su di lui. L’odore aggressivo della putrefazione si emanò dalla cripta, e mia madre dovette coprirsi il naso e la bocca per trattenere i conati. La sua pelle era squamata, quasi come quella di un coccodrillo, ed un fiotto di sangue che aveva percorso queste linee si era coagulato sul viso dopo essersi stagnato e sparso sul legno attorno alla sua testa. I suoi occhi rimanevano semichiusi, fissi verso l’alto. Lei disse che da come appariva non doveva essere morto da molto, quindi il tempo non aveva portato la pietà della degradazione a cancellare il dolore e il terrore che ora erano stampati sulla sua faccia. Disse che era come se avesse guardato proprio lei, la sua bocca aperta che offriva una tardiva richiesta d’aiuto. Il resto del corpo, comunque, non era visibile.

Qualcun altro lo copriva.

Era grosso e giaceva a faccia in giù sul corpo di Josh, e mentre la mente di mia madre cercava di afferrava quello che i suoi occhi le stavano dicendo, divenne conscia del modo in cui era steso.

Stava trattenendo Josh.

Le loro gambe erano congelate dalla morte, ma attorcigliate le une alle altre come rampicanti di qualche foresta tropicale. Un braccio giaceva sotto il collo di Josh solo per stringersi attorno al suo corpo ancora più vicino.

Mentre il sole passava attraverso gli alberi la sua luce venne riflessa da qualcosa appuntato sulla t-shirt di Josh. Mia madre s’inginocchiò su una gamba sola e tirò su il collo della maglia per tapparsi il naso, in modo tale da poter bloccare l’odore. Quando vide cosa colpirono i raggi del sole, le sue gambe cedettero e quasi cadde nella tomba.

Era una foto..

Era una foto di me da bambino.

Lei si stupì ansimando e tremando, e si scontrò con il padre di Josh che sedeva ancora dando le spalle al buco. Capì perché la chiamò, ma non poté trattenersi dal dirgli cosa aveva nascosto a chiunque per tutti questi anni. La famiglia di Josh non seppe mai della notte in cui mi svegliai nei boschi. Lei seppe ora che avrebbe dovuto dirglielo, ma dirlo adesso non avrebbe cambiato nulla. Quando si sedette, poggiando la schiena su quella del padre di Josh, lui parlò.

“Non posso dirlo a mia moglie. Non posso dirle che il nostro figliolo—” il suo discorso terminò in singhiozzi mentre affondava il viso bagnato nelle mani sporche. “Non potrebbe sopportarlo…”

Dopo un po’ si alzò di colpo e si mosse a fatica verso la tomba. Con un ultimo singhiozzo scese giù. Il padre di Josh era un uomo grande, ma non quanto quello nella buca. Afferrò il retro della maglia dell’uomo e tirò forte – come se avesse intenzione di allontanarlo dalla tomba in un moto singolare. Ma il collo della maglia si ruppe e il corpo si schiantò di nuovo sopra quello del figlio.

“FIGLIO DI PUTTANA!”

Afferrò l’uomo per le spalle e lo trascinò finché Josh non fu libero e sedette maldestramente, ma sul ciglio della tomba. Guardò l’uomo e fece un passo indietro.

“Oh Dio.. Oh Dio, no. No. no, no per favore Dio, PER FAVORE DIO NO.”

In uno struggente ma potente movimento innalzò e spinse il corpo fuori dalla terra completamente ed entrambi sentirono il suono del vetro cozzare conto il legno. Era una bottiglia. La porse a mia madre.

Era etere.

“Oh Josh.” Singhiozzò. “Il mio bambino.. mio figlio. Perché c’è così tanto sangue?! COSA TI HA FATTO?!”

Mentre mia madre guardava l’uomo che ora giaceva a faccia in su, capì di stare al cospetto della persona che ci aveva braccati per oltre dieci anni. Lo aveva immaginato così tante volte, sempre maligno e sempre terrificante, e i pianti del padre di Josh sembravano confermare le sue paure peggiori. Ma mentre fissava la sua faccia pensò che non assomigliava a quello che aveva immaginato – era solo un uomo.

Guardando la sua espressione pietrificata, sembrava effettivamente serena. Gli angoli delle labbra erano leggermente arricciati; vide che stava sorridendo. Non con il sorriso di un maniaco da tipico film horror; non il sorriso di un demone o il sorriso di un maligno. Quello era un sorriso di contentezza o soddisfazione. Era un sorriso di beatitudine.

Era un sorriso d’amore.

Mentre osservava i tratti dell’uomo notò una tremenda ferita sul collo dal punto in cui la pelle era stata strappata. Dapprima fu sollevata ad aver scoperto che il sangue non era quello di Josh. Almeno ha sofferto poco. Ma questo sollievo ebbe vita breve quando capì quanto si stesse sbagliando. Si portò una mano alla bocca e sospirò, quasi come se temesse di ricordare cosa era accaduto.

“Erano vivi”.

Josh doveva aver morso il collo dell’uomo in un tentativo di liberarsi, e nonostante fosse morto Josh non riuscì a muoverlo. Io cominciai a piangere quando pensai a quanto a lungo rimase steso lì.

Lei controllò il portafogli dell’uomo per cercare dati personali, ma trovò solo un pezzo di carta. Su di esso vi era il disegno di un uomo che teneva per mano un bambino piccolo e vicino al bambino vi erano delle iniziali.

Le mie.

Mi piacerebbe pensare che stesse ricordando con trascuratezza quella parte della storia, ma non lo saprò mai per certo.

Quando il padre di Josh trascinò fuori il corpo del figlio dalla tomba, mia madre piegò il pezzo di carta nel suo portadocumenti. Continuava a borbottare che i capelli di suo figlio erano stati tinti. Lei notò che era così – ora era moro, e vide che era vestito in modo strano; gli abiti erano davvero troppo piccoli. Dopo che il padre di Josh ebbe steso accuratamente suo figlio sulla soffice terra cominciò a tastargli con delicatezza i pantaloni per scovare il portafogli; sentì un’increspatura. Tolse con attenzione un pezzo di carta dal portafogli di Josh. Lo guardò ma era rovinato. Lo porse distrattamente a mia madre ma non riuscì comunque a riconoscere nulla. Le chiesi cosa fosse. Mi disse che era una mappa, e sentii il mio cuore palpitare. Stava finendo la mappa – quella doveva essere la sua idea per il mio regalo di compleanno. Mi ritrovai stranamente a sperare che non l’avessero preso mentre la pianificava – come se avesse avuto importanza.

Lei sentì il padre di Josh borbottare e lo vide spingere il corpo dell’uomo di nuovo nella fossa. Mentre tornava alla macchina che trovò il posto per lui pose una mano su una tanica di benzina e fece una pausa, rivolgendo la schiena a mia madre.

“Dovresti andare.”

“Mi dispiace tanto.”

“Non è colpa tua, l’ho fatto io.”

“Non puoi pensare così. Non c’era null–”

La interruppe di colpo, quasi privo d’emozioni. “Quasi un mese fa un tipo mi si avvicinò mentre stavo pulendo il sito di un nuovo progetto. Mi chiese se volevo guadagnare qualche soldo extra, e visto che mia moglie non sta lavorando adesso accettai. Mi disse che alcuni ragazzini avevano scavato un paio di buchi nella sua proprietà e mi offrì 100$ per riempirli. Disse che prima voleva scattare qualche foto per la compagnia assicurativa, ma che se fossi tornato dopo le 5 del pomeriggio seguente sarebbe stato ok. Pensai che il tipo fosse un babbeo visto che lo sgombero di quella zona stava per iniziare quindi qualcuno l’avrebbe fatto comunque, ma avevo bisogno di quei soldi per cui accettai. Non pensavo nemmeno avesse 100$, ma mise la cifra in mano mia e feci il lavoro il giorno dopo. Ero così esausto che non ci pensai neppure dopo che terminai. Non ci pensai fino ad oggi quando tirai via il corpo di quell’uomo da mio figlio.”

Indicò la tomba e le sue emozioni cominciarono a scaturire mentre si abbandonava ai singhiozzi.

“Mi pagò 100 dollari cosicché lo potessi seppellire con il mio ragazzo…”

Quando lei guardò indietro, raggiunta l’auto, vide un rivolo di nero fumo spirare e stagliarsi su un cielo d’ambra e sperò vivamente che i genitori di Josh sarebbero stati bene. Lasciai la casa di mia madre senza dire nient’altro. Le dissi che le volevo bene e che le avrei parlato presto, ma non so con esattezza cosa significhi “presto” per noi.

Entrai in macchina e me ne andai.

Capii allora perché gli eventi della mia infanzia si fossero interrotti anni fa. Oggi che sono adulto, riesco a vedere la connessione che si erano perse in un bambino che vede il mondo in scatti singoli invece che in sequenze. Pensai a Josh. Lo amai allora, e lo amo ancora adesso. Mi manca ancora di più sapendo che non posso più rivederlo, e mi trovo spesso a desiderare di averlo abbracciato l’ultima volta che ci vedemmo. Pensai ai genitori di Josh – a quanto hanno perso e quanto velocemente quella perdita era sopraggiunta. Loro non hanno idea di quanto io sia coinvolto in questo, ma non potrei più guardarli negli occhi. Pensai a Veronica. La conobbi veramente tardi nella mia vita, ma per quelle brevi settimane le volli davvero bene. Pensai a mia madre. Tentò così tenacemente di proteggermi ed era stata più forte di quanto io potrò mai essere. Provai a non pensare all’uomo e a quello che fece con Josh per più di due anni. Fondamentalmente, penso solo a Josh. A volte desidero che lui non si fosse mai seduto davanti a me quel giorno all’asilo; che non avrei mai saputo cosa potesse significare avere un amico vero. A volte mi piace immaginare che sia in un posto migliore, ma è solo una fantasia, e me ne rendo conto. Il mondo è un posto crudele reso ancor più crudele dagli uomini. Non ci sarebbe stata alcuna giustizia per il mio amico, nessun confronto, nessuna vendetta; era finita per almeno dieci anni per tutti tranne che per me.

Mi manchi, Josh. Mi dispiace che tu abbia scelto me, ma terrò sempre stretto il ricordo che ho di te.

Eravamo esploratori.

Eravamo avventurieri.

Eravamo amici.

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