I soccorritori si affannano ad aprire le porte del Saudia 163, tornato da pochi minuti all’Aeroporto di Riyadh, da cui è decollato circa mezz’ora prima. Una volta scardinate le entrate, ciò che li attende è agghiacciante: stipati in fondo alla carlinga sono ammassati in un grottesco groviglio umano gli occupanti dell’aereo che li guardano con occhi vitrei. Sono morti. Tutti quanti.

Aeroporto Internazionale di Riyad-Re Khalid (مطار الملك خالد الدولي), in Arabia Saudita, 19 agosto 1980. Il volo Saudia 163 HZ-AHK è appena atterrato dall’Aeroporto Internazionale Jinnah, in Pakistan, ed è diretto all’Aeroporto Internazionale di Gedda-Re Abd al-Aziz, in Arabia Saudita. L’aereo, un Lockheed L-1011-200 TriStar, trasporta 287 passeggeri – in larga parte pellegrini pakistani – più 14 membri dell’equipaggio, guidati dal capitano trentottenne Mohammed Ali Khowyter e dal suo copilota ventiseienne Abdullah M. Hasanain. Il volo fino a Riyad si è svolto senza preoccupazioni, e tutti ne approfittano per prendersi una pausa prima di rimettersi in volo.

Alle 18:08 GMT l’aereo si alza dalla pista, ma 7 minuti dopo i sensori registrano e comunicano all’equipaggio la presenza di fumo a bordo nel vano di carico C3 a poppa. Passano 4 minuti durante i quali l’ingegnere di volo, Bradley Curtis, conferma l’allarme. Il capitano decide così di tornare indietro. Poco dopo, in fase di rientro, la manetta del motore numero 2 si blocca improvvisamente: il fuoco ha danneggiato i cavi di connessione, ed il propulsore viene spento per evitare complicazioni. I passeggeri notano il fumo, e quelli seduti vicino al vano di carico fuggono verso la prua, creando confusione e terrore in cabina. I piloti dichiarano l’emergenza alla torre di controllo, che gli da il via libera per l’atterraggio. Nonostante le difficoltà l’aereo atterra docilmente a terra, ed i passeggeri tirano un sospiro di sollievo per la catastrofe mancata.

Ma la morte è ancora a bordo.

 

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Il capitano decide che il problema può essere gestito senza ricorrere agli aiuti del personale di terra, e continua la sua corsa sulla pista per 2 minuti e 40 secondi, in evidente contrasto a quanto ordinato dalla torre di controllo, che ha richiesto lo spegnimento dei motori e l’evacuazione del velivolo. Passano altri 3 minuti e 15 secondi, ed i propulsori finalmente vengono zittiti. Dopo un’iniziale difficoltà, sembra che finalmente si potrà procedere all’evacuazione. I vigili del fuoco si avvicinano, e preparano l’occorrente. Devono solo aspettare che si aprano le porte per permettere gli occupanti di scendere. Aspettano. E aspettano.

Le porte restano serrate.

Dalla torre di controllo tentano di mettersi in contatto col capitano, ma nessuno risponde. Non c’è fumo evidente sulla carlinga, né sul motore numero 2, quello spento per sicurezza. Poi qualcuno guarda attraverso i finestrini e le vede. Fiamme. Il fuoco sta divorando tutto dall’interno, come un cancro amarantino avvampa tra i passeggeri lasciando dietro di sé morte e disperazione.

Ci vogliono 23 interminabili minuti prima che il personale di terra riesca a scardinare la porta R2 (la seconda del lato destro) ed entrare. Lo spettacolo è agghiacciante: stipate contro la prua ci sono tutte le 301 persone a bordo, gettate l’una contro l’altra in un orrendo mosaico umano. I vigili del fuoco fanno appena in tempo ad uscire dalla carlinga, che in meno di 3 minuti viene avvolta e divorata dal fuoco.

Tutte le 301 vittime sono morte asfissiate dal fuoco, molto prima dell’avvento dei soccorsi. L’origine delle fiamme nella stiva C3 non verrà mai scoperta.

L’inchiesta conferma che le fiamme hanno avuto origine nel cargo C3, e si sono alimentate abbastanza per superare il pavimento della cabina e costringere gli occupanti a scappare verso la prua. Vengono rinvenuti due stufe a butano nei pressi della stiva, con un estintore vuoto poco distante. Una delle prime ipotesi avanzate è che uno dei passeggeri abbia usato una delle stufe per riscaldare l’acqua per il tè, e che abbia tentato di spegnere l’incendio prima che fosse troppo tardi. Questa teoria, tuttavia, non trova riscontro nel report dell’incidente.

L’indagine rivela sin da subito che la causa della morte dei 301 occupanti, più che le fiamme o il fumo, sia stata la mancata coordinazione tra i membri dell’equipaggio. Il comandante è stato troppo autoritario e ha scoraggiato la sua crew, rifiutando i dati consegnatigli dall’ingegnere di volo – a cui ha dato dell’incompetente – e dall’assistente di volo donna, in una realtà culturale in cui il ruolo femminile è nettamente subordinato a quello dell’uomo. Il copilota aveva un’esperienza sui Lockheed L-1011-200 TriStar scarsa, rendendolo inadeguato al ruolo ricoperto. L’ingegnere di volo non ha capito realmente la gravità della situazione, continuando a cercare tra i manuali le procedure da seguire in una situazione del genere. Tutti questi eventi hanno portato a sottostimare l’emergenza, e a convincere, forse, il capitano che in realtà la situazione fosse sotto controllo.

La compagnia Saudia chiuderà così il caso, senza una reale risposta a tante domande: come si sono originate le fiamme, perché nessuno era in grado di svolgere correttamente il proprio compito, perché il comandante non ha avviato subito la procedura di emergenza?

Tante, troppe domande, a cui 301 famiglie vorrebbero ancora trovare risposta.

 

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