L’umanità si è sempre prodigata a migliorare sé stessa, le sue tecniche, le sue tecnologie, le sue arti. Abbiamo alzato gli occhi da terra a scrutare il cielo, e nei millenni siamo anche riusciti a quasi toccare le stelle con una mano. Ma mai abbiamo speso tanta fantasia e creatività nello sviluppare la sofferenza umana. Quella di oggi è probabilmente la più brutale tecnica di tortura di tutti i tempi: lo scafismo.

Conosciuto anche come la tortura delle barche (The Boats), lo scafismo affonda le sue origini nella civiltà persiana, descritto per la prima volta dai Greci antichi, che ne parlavano colmi di terrore e ribrezzo.

La vittima viene denudata e legata all’interno di una barca. Un’altra imbarcazione viene posta sopra la precedente, a creare un grottesco sarcofago ligneo, da cui spuntano solo la testa, le mani ed i piedi del condannato, lasciati intenzionalmente al di fuori della struttura. I torturatori preparano una miscela di latte e miele, e costringono l’uomo a berne grandi quantità: in poco tempo questi svilupperà una diarrea incontrollabile. I Persiani, particolarmente metodici, ci tengono a fare le cose per bene: miele viene cosparso sul corpo, con particolare attenzione agli occhi, alle orecchie, alla bocca e all’ano. Il malcapitato a questo punto viene lasciato a galleggiare nel suo simulacro su un letto d’acqua stagnante, esposto al sole che picchia.

In balia degli insetti.

 

 

A sciami insetti di ogni genere si avventano sulla vittima, attratti dal profumo del miele e dall’olezzo delle feci, divorando la carne un millimetro alla volta. Ogni giorno gli aguzzini costringono la vittima a bere di nuovo la miscela di latte e miele, per evitare che muoia di disidratazione o stenti e prolungarne così l’intensa agonia. La morte sopraggiunge dopo diversi giorni, spesso dopo settimane, durante le quali il condannato non può far altro che urlare al mondo la sua sofferenza: le cause della tanto agognata dipartita solo di solito lo shock settico dato dalle infezioni e, in alcuni casi, i morsi degli insetti e le punture delle vespe.

La vittima giace nelle barche, la sua carne viene lasciata a marcire nelle feci, divorata dai vermi finché una lenta ed orribile morte non la prenderà. – Giovanni Zonara, cronista e teologo bizantino, XII secolo

Il supplizio, come già scritto, può durare diversi giorni. Mithridates, un giovane soldato persiano dell’armata del Re Artaserse II Mnemone, muore dopo una lunga agonia nelle barche, in accordo con quanto riportato da Plutarco nella Vita di Artaserse.

Quando l’uomo sembrò morto, la barca di sopra venne tolta, e la sua carne venne ritrovata divorata, e sciami di mostruose creature volavano intorno e, se così possiamo dire, crescevano al suo interno. In questo modo Mithridates, dopo diciassette giorni di sofferenza, infine perì. – Plutarco, Vita di Artaserse

A volte, la morte è un sollievo ben maggiore della vita stessa.

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