Molti condottieri nel corso dei secoli sono stati immortalati in groppa al proprio cavallo. Cavalcare uno splendido esemplare era un privilegio riservato agli ufficiali, sopratutto quelli di alto rango, poiché il cavaliere poteva così muoversi più rapidamente nel campo di battaglia ed avere una posizione vantaggiosa rispetto ai nemici appiedati. Da Marco Aurelio ai dittatori del ‘900 moltissimi sono i monumenti equestri di personaggi celebri disseminati in Europa e nel mondo, da Fidia, nei fregi del Partenone, a Canova, nei bronzi dei re di Napoli, saranno tanti i geni della scultura che si sono cimentati in questo soggetto così caro all’arte da restare praticamente immutato nei secoli.

Solitamente si crede che le statue equestri raccontino il destino del loro padrone:

  • Se il cavallo è rampante, cioè si innalza sulle sole zampe posteriori, il cavaliere è morto da eroe durante una battaglia.
  • Se il cavallo ha una delle zampe alzate (solitamente una delle anteriori) il cavaliere è morto in seguito alle ferite riportate in guerra.
  • Se il cavallo è ben piantato a terra con tutte e quattro le zampe il cavaliere è vissuto abbastanza per spegnersi di morte naturale.

In realtà, sebbene nella cultura popolare vengano ritenute vere, queste indicazioni non vengono quasi mai rispettate. L’unico esempio notevole è rappresentato dalle statue che commemorano la battaglia di Gettysburg (USA, 1863); di contro nelle altre opere la posizione del cavallo è dettata dal gusto personale dello scultore o dai capricci di chi le ha commissionate.

Il prototipo di statua equestre è senza alcun dubbio quella dell’imperatore romano Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto, al potere dal 161 al 180. In precedenza l’opera bronzea si trovava nella piazza del Campidoglio a Roma (Italia) prima di essere sostituita da una copia e trasferita nel Palazzo dei Conservatori, sempre a Roma. Sebbene il cavallo abbia la zampa anteriore destra alzata (che dovrebbe suggerire la morte del suo padrone a seguito di ferite sul campo di battaglia) in realtà Marco Aurelio si spense nel suo letto a causa della peste che in quegli anni stava mietendo numerose vittime; ne vien da sé che già allora le presunte regole dell’arte non erano state rispettate.

In definitiva, le statue equestri vengono rappresentate o per motivi commemorativi, scolpendole il più delle volte con una zampa alzata per ricordare il trotto del cavallo durante una parata e rampante per suggerire l’atto di un comandante nello spronare i propri uomini all’attacco, oppure fisici, poiché l’enorme peso dell’opera costringeva gli scultori a realizzarle su quattro zampe e con piccoli sotterfugi, ad esempio facendo poggiare lo zampa alzata su una sfera.

Al giorno d’oggi la statua equestre più grande del mondo è quella forgiata in acciaio inossidabile in onore di Gengis Khan che si trova a Tsonjin Boldog sulle rive del fiume Tuul Gol, a circa 54 chilometri ad Est della capitale Ulan Bator, in Mongolia. Il suo peso è di oltre 250 tonnellate e l’altezza di 30 metri e poggia su di un edificio circolare alto 10 metri, per cui l’altezza totale del monumento, detto Genghis Khan Statue Complex, supera i 40 metri totali.

 

 

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