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Il mistero del faro delle Isole Flannan – Eilan More

Una luce strappa la notte ogni trenta secondi, poi di nuovo il nulla. La storia di oggi narra di uno dei più misteriosi racconti del mare, al pari di quello della Mary Celeste, che ha come sfondo un’isola abbandonata a sé stessa e della scomparsa dei tre uomini che hanno il compito di gestirne il faro: questa è la storia del mistero del faro delle Isole Flannan.

I fari ai giorni nostri, ma sopratutto in quelli addietro, sono sempre stati ammantati da un alone di affascinante solitudine. Non dobbiamo pensare a quelli di oggi, completamente automatizzati, che sono sì belli da vedere ma si riducono, non molto poeticamente, a poco più che cemento e circuiti. Per entrare appieno nella nostra storia dobbiamo invece volgere la fantasia a quelli di una volta, che rappresentavano l’unica luce nel buio dei marinai per sfuggire alle gelide mani della morte liquida che scorreva sotto di loro. Lo sa bene Dylan Dog, nell’albo 251 Il guardiano del faro, e ne comprende appieno l’essenza Booker DeWitt in Bioshock Infinite, il faro è molto di più di quello che sembra: è qualcosa di vivo, di cui aver rispetto e, sopratutto, timore.

 

Dylan Dog 251 - Il guardiano del faro

 

Le Isole Flannan, conosciute anche come Seven Hunters (I Sette Cacciatori) o Na h-Eileanan Flannach in gaelico, sono un gruppo di sette isolotti al largo della costa scozzese, nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico. La loro storia inizia nel 1600, quando il Vescovo Flann decide dopo anni di predicazione di ritirarvisi in solitudine, con solo i gabbiani e le onde del mare a fargli compagnia, e si conclude una decina d’anni più tardi, quando l’uomo muore lasciando come unico segno del suo passaggio una modesta cappella. Negli anni che seguono nuove rotte commerciali navali spingono sempre più commercianti a tentare la sorte dell’oceano burrascoso delle Flannan, e molti marinai purtroppo trovano la morte tra i suoi scogli. Preoccupati del crescente numero di vittime del mare in tempesta, nel 1895 la Northern Lighthouse Board (Sovrintendenza Settentrionale dei Fari) decide di avviare la costruzione di un grande faro, poco distante dalla cappella di Flannan, sull’isolotto principale: Eilean Mor.

 

 

L’edificazione della struttura si rivela più complessa del previsto, e tra le enormi difficoltà dovute in larga parte alle condizioni meteorologiche, alla fine viene completata nel 1899. I faristi, scelti con meticolosa attenzione dalla Northern Lighthouses Board, devono essere di comprovata caratura morale, dai nervi saldi, in grado di adattarsi ad ogni situazione e che, ovviamente, sappiano sopportare a lungo la solitudine. Alla fine la scelta ricade su quattro uomini:

  • James Ducat, il capo guardiano, con un’esperienza ventennale come farista
  • Thomas Marshall, marinaio di lungo corso
  • Donald McArthur, farista occasionale, anche lui marinaio di grande esperienza
  • Joseph Moore, con un passato da guardiano di fari

La Northern Lighthouses Board impone una serie di regole molto ferree, data la natura delicata del lavoro, ma consente ai quattro guardiani di gestirsi con una certa autonomia: sull’isola, in ogni momento, devono necessariamente esserci almeno tre faristi, e gli uomini si accordano per turni di sei settimane a Eilean Mor e due di riposo sulla terraferma. Definiti gli accordi e rifornita la struttura, il 7 dicembre 1899 il faro delle Isole Flannan viene finalmente inaugurato, e la sua calda luce squarcia le tenebre dell’atollo scozzese.

Eravamo ormai soli, la nave era tornata in Scozia. Quella notte accendemmo la grande lampada per la prima volta.

Fu un’emozione indescrivibile! Qualcosa di invisibile sembrava legarci a quanti erano sul mare. Sapevamo bene cosa significhi per un marinaio vedere una luce amica, che indica la rotta sicura.

C’era qualcosa di strano nell’aria. Niente di terribile o spaventoso, per carità, solo uno strano silenzio in mezzo al fragore del mare, una pace che noi non riuscivamo a comprendere. – Joseph Moore racconta la sua prima notte al faro

La nave incaricata di rifornire la struttura è la Hesperus, che ogni 15 giorni circa sbarca all’unico approdo dell’isola portando con sé giornali, viveri, beni di prima necessità ed un turnista pronto a prendere il posto di uno dei faristi. Non sempre il mare è clemente, e così la nave è costretta a rimandare spesso il suo viaggio, ma gli uomini sull’isola sono stati temprati dall’acqua di centinaia di mari, e sopportano facilmente i lunghi giorni tutti uguali. Il tempo passa, e ci ritroviamo al 6 dicembre 1900, quando al faro giunge Ducat, pronto a prendere il posto di Moore. Questi si allontana sulla nave e saluta i suoi colleghi, che diventano un puntino nel blu, per poi scomparire nel nulla.

Non li rivedrà mai più.

 

Cappella Isole Flaggan

 

La scoperta

La SS Archtor è un vascello a vapore inglese, guidato dall’esperto comandante Thomas John Holman, che transita in prossimità delle Isole Flannan il 15 dicembre 1900. La visibilità non è ottimale, ma più che del buio della notte, Holman è preoccupato per qualcosa che non c’é. La luce del faro. La sentinella dell’Archtor resta immobile a fissare il nulla, in attesa di due piccoli bagliori, ma attende invano; il faro è spento. Holman, giunto sulla terraferma due giorni dopo, comunica alla guardia costiera che la struttura di Ellian Mor non è in funzione, ma purtroppo per lui le autorità hanno altro a cui pensare: l’Archtor si è appena arenata sulla Carphie Rock, vicino Anstruther, Scozia, ed Holman deve rispondere dell’incidente davanti al giudice – per la cronaca, il capitano verrà ritenuto responsabile dell’accaduto per incuria, ma data la sua condotta precedente verrà soltanto ammonito verbalmente. La Northern Lighthouses Board non viene a conoscenza della segnalazione – o non vuole intervenire –  e la sorte del faro viene accantonata fino al prossimo viaggio della Hesperus, programmato per il 21 dicembre. Un vento forte ed una burrasca impietosa costringono la nave a rimandare di molto il viaggio d’approvvigionamento, che avviene finalmente solo il 26 dicembre, il giorno di Santo Stefano.

La Hesperus si avvicina al porticciolo, e sin da subito uno strano, brutto presentimento affiora lungo la schiena di Moore: solitamente i faristi sono molto impazienti di rivedere un loro compagno tornare, e facce nuove con cui scambiare almeno quattro chiacchiere prima di tornare alla monotonia del faro, ma quel giorno sulla banchina non c’è nessuno. Solo il vento che sibila tra gli scogli.

 

Eilian Mor - Attracchi

 

Il capitano Jim Harvie allora suona la sirena della nave, sperando in una risposta; forse i faristi non si sono accorti del vascello, e sono occupati nella manutenzione della struttura. Gli uomini dell’equipaggio restano con le orecchie aperte, corde di violino tese fino alla rottura, ma dall’isola non c’è risposta. Senza nessuno a raccogliere la cima dall’isola, l’attracco diviene particolarmente difficoltoso, ma in qualche modo alla fine la Hesperus riesce a gettare l’ancora.

Moore corre incontro al faro, che lo fissa silente come l’imponente simulacro di un dio oramai morto, e grida a squarciagola il nome dei suoi compagni.

Silenzio.

Apre in fretta il portone, scappa da una stanza all’altra, ma dei suoi amici non c’è traccia. Tutto è così familiare, al suo posto, immobile, e questo non fa altro che accrescere l’orrore. Solo una sedia è capovolta, come se chi ci fosse seduto sopra si fosse alzato all’improvviso e sia corso via. Negli armadietti mancano due impermeabili, mentre il terzo è ancora al suo posto (in base al protocollo i faristi devono sempre indossare gli impermeabili quando escono dalla struttura). Moore non sa cosa fare, si affaccia dalla balaustra della lampada per scrutare l’isola, ma non c’è anima viva. Raccoglie così il diario, che i quattro avevano deciso di compilare per registrare il loro lavoro e ritagliarsi un piccolo angolo di normalità in quell’ambiente così alieno, asettico, e non riesce a capacitarsi di quanto legge.

12 dicembre

Vento di tempesta da Nord-NordOvest. Mare in tempesta. Non ho mai visto nulla di simile. Onde altissime lambiscono il faro. Tutto in ordine. James Ducat è nervoso.

Ore 21:00. La tempesta infuria ancora, vento incessante. Siamo bloccati qui dentro. Nave di passaggio suona la sirena. Si potevano scorgere le luci delle cabine. Ducat tranquillo, McArthur piange.

13 dicembre

La tempesta è continuata per tutta la notte. Vento da Ovest a Nord. Ducat è tranquillo. McArthur sta pregando.

Ore 12:00. Mezzogiorno, una giornata grigia. Io, Ducat e McArthur abbiamo pregato.

15 dicembre

Il temporale è cessato. Il mare è calmo. Dio veglia su tutto.

Moore e McCormack, l’altro uomo sbarcato con lui sull’isola a cercare i faristi, tornano alla nave dal capitano Harvie ed affranti non possono che constatare che i tre guardiani sono scomparsi nel nulla. Harvie ordina che Moore prenda due membri dell’equipaggio con sé per attivare il faro, mentre lui tornerà sulla terraferma ad informare le autorità.

Un terribile incidente è avvenuto alle Flannan. I tre guardiani del faro, Ducat, Marshall ed il farista occasionale sono scomparsi dall’isola. Al nostro arrivo questa mattina non è stato trovato alcun segno di vita sull’atollo. Abbiamo sparato un razzetto ma, non essendoci alcuna risposta, ho inviato Moore, che è giunto alla struttura senza trovarvi i faristi. Gli orologi fermi ed altri indizi suggeriscono che l’incidente sia accaduto circa una settimana fa. Quei pover’uomini devono essersi schiantati sulla scogliera o sono affogati tentando di assicurare una gru o qualcosa del genere. La notte stava scendendo, e non potevamo permetterci di attendere oltre il destino dei tre guardiani. Ho lasciato Moore, MacDonald, Buoymaster ed altri due marinai sull’isola per provvedere al faro finché non organizzerete nuovi approvvigionamenti. Non tornerò ad Oban fino a vostro ordine. Ho lasciato questa disposizione a Muirhead nell’eventualità non siate in casa. Rimarrò nell’ufficio del telegrafo stanotte, fino all’ora di chiusura, se vorrete contattarmi.

Il capitano della Hesperus. – Telegramma del capitano Harvie alla Northern Lighthouse Board, 26 dicembre 1900

Mentre Harvie contatta la Northern Lighthouses Board in Scozia, Moore e gli altri quattro uomini con lui tentano di ricostruire l’accaduto. Il diario dimostra che fino all’ora di pranzo del 15 dicembre tutto era più o meno tornato alla normalità dopo la violenta tempesta dei giorni precedenti, pertanto qualsiasi cosa sia accaduta deve essere avvenuta probabilmente quel pomeriggio stesso.

 

Eilean Mor

 

L’inchiesta

Il 29 dicembre sbarca sull’isola il sovrintendente Robert Muirhead, che si occupa ufficialmente del caso. La zona Est dell’isola è intatta, mentre quella Ovest mostra i segni violenti del passaggio di una terribile tempesta. Una cassa è andata completamente distrutta, ed il suo contenuto è sparso in giro; alcuni tratti delle rotaie che portano al faro sono stati scardinati dal cemento, ed un masso di oltre una tonnellata vi si è schiantato in mezzo mentre un argano ha una cima strappata che penzola aggrovigliata 10 metri più sotto. È impossibile che i faristi non si siano accorti di tutti questi danni, e dato che il diario si ferma al mattino del 15 dicembre, è probabile che siano stati provocati intorno all’ora di pranzo dello stesso giorno.

Muirhead, dopo aver interrogato Moore ed ispezionato da cima a fondo l’isola, arriva a compilare il rapporto, che almeno legalmente mette la parola fine alla storia.

Dalle prove da me raccolte sono soddisfatto nel dichiarare che i tre uomini erano al lavoro nell’immediato dopo pranzo di sabato 15 dicembre, quando sono scesi per assicurare una cassa sostenuta da cime per l’ormeggio, cime da sbarco, eccetera, fissata ad una fenditura della roccia a 34 metri sul livello del mare, e che un’onda immensa ha colpito lo scoglio, li ha inghiottiti e con una forza devastante li ha spazzati via. – Conclusioni di Muirhead sul caso delle Isole Flannan

Nonostante la spiegazione di Muirhead, le famiglie dei faristi non accettano la morte dei propri cari: Ducat lascia una moglie e quattro bambini, e McArthur una moglie e due bambini, che non hanno nessuna intenzione di crederli affogati nel bel mezzo dell’oceano, a centinaia di chilometri da casa.

 

Eilean Mor

 

Teorie alternative

Le teorie sulla sorte dei tre guardiani del faro sono molteplici, ma nessuna è realmente riuscita a spiegarne la fine; inoltre vi sono diverse storie che alimentano dettagli completamente errati, come ad esempio la famosa ballata del 1912 Flannan Isle.

Così, come ci siamo lanciati alla porta,

abbiamo visto solo una tavola imbandita

per la cena, con carne, formaggio e pane;

ma tutto è integro; e nessuno c’è,

come se, appena sedutisi a mangiare,

o anche ad assaggiare,

l’allarme era scattato, ed in fretta si sono alzati

ed hanno lasciato il pane e la carne,

ed a capotavola una sedia

rovesciata sul pavimento. – Estratto dalla ballata Flannan Isle di Wilfrid Wilson Gibson

Moore, infatti, è esplicito su questo punto.

Gli utensili da cucina erano tutti in ordine e lucidati, segno che quando sono spariti doveva essere già passata l’ora di pranzo. – Joseph Moore

Le teorie, come dicevamo, sono molte, ma le più plausibili sono le seguenti.

Una, avanzata nel 1955, fa notare come Eilean Mor sia sede di un’intensa attività geologica. Nello specifico, un’immensa grotta sotterranea raccoglie l’acqua dell’alta marea ma, durante le forti tempeste, esplode in un’enorme fiotto liquido verso la superficie. Vedendo dal faro in lontananza alcune onde pronte ad abbattersi sull’isola, McArthur sarebbe corso via – ecco il perché della sedia ribaltata e del terzo impermeabile ancora al suo posto –  ad avvertire i colleghi che si trovavano all’esterno. La mareggiata avrebbe colto tutti all’improvviso, scaraventandoli via. Questa teoria però non spiega perché, una volta giunto sull’isola, Moore abbia trovato le porte ed il cancello chiusi, poiché se McArthur aveva davvero così urgenza di scappare fuori dal faro senza l’impermeabile di protezione, è illogico pensare che abbia avuto l’accortezza di chiudersi le porte alle spalle.

Alcuni credono che uno dei tre uomini abbia ucciso gli altri in un impeto di follia, e ne abbia gettato i corpi in mare. Distrutto dal rimorso, si sarebbe poi lasciato cadere tra i flutti. Questa teoria è interessante, e spiega molti punti oscuri, ma i tre guardiani del faro erano uomini di alta moralità e nervi d’acciaio, e nessuno di loro aveva lamentato crisi psichiche prima.

Qualcuno specula che i tre siano stati rapiti dagli alieni ma, come altre storie che abbiamo raccontato qui sulla Bottega del Mistero, questa ipotesi lascia un po’ il tempo che trova.

Altra teoria è quella che ha come protagonista un fantomatico mostro degli abissi, plausibilmente un enorme serpente di mare, giunto sull’isola per banchettare con i poveri faristi. Anche qui, se volete crederci siete liberi di farlo.

L’ultima teoria è quella più affascinante, e narra di uno spirito locale, il Fantasma dei Sette Cacciatori, che recluta le proprie vittime tra le isole del Nord della Scozia. Il 15 dicembre avrebbe fatto visita a Eilan Mor per rapire i tre uomini tra le sue fila.

Il mistero, dopo oltre cento anni, resta immutato.


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Il mostro di Montauk

È il 23 luglio 2008 e la brava gente di Montauk resta affascinata ed un po’ impaurita dalle notizie che leggono su The Indipendent, giornale locale della cittadina statunitense. Tra i trafiletti di politica e cronaca cittadina, c’è un’intervista a Jenna Hewitt, una ventiseienne che insieme a tre amiche, qualche giorno prima, dichiara di aver trovato sulla spiaggia i resti putrescenti di quello che potrebbe essere un animale sconosciuto, grottesco ed inquietante: questa è la storia del mostro di Montauk.

 

Mostro di Montauk

 

Il 12 luglio 2008 Jenna Hewitt e tre amiche si stanno divertendo sulla sabbia di Ditch Plains, una spiaggia a 3 km dal distretto di Montauk, meta abituale di surfisti all’interno del Rheinstein Estate Park della città di East Hampton. D’improvviso, tra il ritirarsi delle onde dalla battigia, scorgono la carcassa di qualcosa che non ha niente di naturale.

Eravamo in cerca di un posto dove sdraiarci quando abbiamo notato della gente che fissava qualcosa… Non capivamo di cosa si trattasse… Probabilmente qualcosa arrivata da Plum Island. – Jenna Hewitt

La ragazza scatta una foto ai resti, e concede un’intervista al The Indipendent, in cui suggerisce che si tratti di ciò che rimane di una tartaruga senza il guscio o di un qualche esperimento genetico del Plum Island Animal Disease Center, un centro di ricerca sulle malattie animali poco distante dalla spiaggia di Ditch Plains. La notizia assume immediatamente una eco impressionante, dividendo l’opinione pubblica, e non solo, sulla reale natura della carcassa, che viene ribattezzata come il mostro di Montauk nel 2008 dal criptozoologo Loren Coleman.

Il primo esperto ad essere interrogato in materia è William Wise, direttore del Living Marine Resources Institute, che chiede di analizzare i resti trovati sulla spiaggia. Hewitt non è in grado di portare Wise alla carcassa perché, secondo lei, questa sarebbe stata portata via da uno strano individuo sconosciuto. Suo padre si batterà a lungo per confermare che Jenna non conosce dove sia sparito il corpo.

Un ragazzo raccolse i resti e li gettò nella legnaia che teneva in cortile. – Jenna Hewitt

Wise, costretto dagli eventi a basarsi solo sulle foto prodotte da Hewitt, arriva a concludere che si tratti di un falso costruito ad arte, smorzando sul nascere altre teorie che lentamente stanno prendendo piede nel circolo scientifico e tra l’opinione pubblica.

 

Teorie

Che cos’è realmente il mostro di Montauk? Il paleozoologo Darren Naish studia a lungo le foto e conclude che la dentizione sembra appartenere ad un procione; l’acqua e lo sciabordio delle onde hanno fatto il resto, eliminando la maggior parte del pelo dalla carcassa, donandogli un aspetto grottesco. Attualmente questa sembra la teoria più plausibile.

Speculazioni di numerosi giornali parlano di una tartaruga priva del guscio. La rimozione della corazza è però altamente pericolosa, ed è impossibile che avvenga naturalmente senza danneggiare seriamente la spina dorsale dell’animale. Inoltre le testuggini non hanno denti, ben evidenti invece nelle foto del mostro.

Si è parlato anche di un grande roditore, ma il mostro non presenta in grandi incisivi tipici di questa specie.

Il 5 agosto 2008, sul canale statunitense Fox News, il programma Morning Show annuncia che il mostro sia in realtà il cadavere di un capibara, ma è facile smentire la dichiarazione poiché nella foto si vedono chiaramente le unghie dell’animale, mentre i capibara ne sono sprovvisti. Il giorno dopo la stessa trasmissione riporta le dichiarazioni di un uomo che afferma che l’essere misterioso sia in realtà la carcassa di un bulldog scomparsa dal suo cortile qualche giorno prima.

William Wise, direttore dell’istituto di ricerca sulle creature marine della Stony Brook University, ha discusso a lungo della foto con i colleghi: è certo oltre ogni dubbio che si tratti di un falso, creato da qualcuno esperto nella manipolazione del lattice. Messo alle strette, confessa che in maniera minore crede possa trattarsi anche di un cane o un coyote rimasto in acqua per parecchio tempo.

L’ipotesi più affascinante è però quella che immagina il mostro come un esemplare mutato geneticamente nel centro di ricerche di Plum Island. L’esemplare, risultato di esperimenti segreti del governo, sarebbe caduto in mare ed affogato, e portato poi sulla spiaggia dalle onde. Il Plum Island Animal Disease Center è al centro da molti anni di speculazioni e teorie del complotto, poiché la struttura durante la guerra fredda ha svolto esperimenti sulle armi biologiche. Sono in molti a credere che in realtà gli studi non si siano mai fermati.

 

Avvistamenti

Dopo la denuncia di Hewitt, gli avvistamenti di altri esseri simili al mostro di Montauk si susseguono febbrilmente. Eccone alcuni.

Old Lyme

Nell’aprile 2009 un “uomo con una strana uniforme”, come lo definiscono i testimoni, raccoglie da una spiaggia vicino Old Lyme, Connecticut, un’enorme carcassa biancastra simile al mostro di Montauk.

 

Mostro di Old Lyme

 

Canada, The Ugly One

Nel maggio del 2010 viene rinvenuto nel Nord dell’Ontario, presso un torrente, un cadavere simile al mostro di Montauk dalla testa glabra. Le infermiere che hanno trovato la carcassa non sono state in grado di ritrovarla in un successivo sopralluogo. Le foto vengono caricate sul sito della comunità canadese di Kitchenuhmaykoosib Inninuwug (ᑭᐦᒋᓇᒣᑯᐦᓯᑊ ᐃᓂᓂᐧᐊᐠ), dove gli utenti suggeriscono che si tratti del primo segno che qualcosa di terribile accadrà presto.

Nessuno sa cosa sia, ma i nostri antenati lo chiamano l’Orrendo [originale: The Ugly One]. È stato avvistato raramente, ma quando ciò è successo, è sempre stato un segno nefasto. I nostri antenati dicono che qualcosa di terribile sta per abbattersi su di noi. – Dichiarazioni dei membri del sito Home of the Kitchenuhmaykoosib Inninuwug

 

The Ugly One

 

Northville

Il 30 marzo 2011 una creatura viene ritrovata a Northville, negli Stati Uniti, e lo studente che la rinviene, Jason Brown, dichiara fermamente che si tratta di un altro esemplare del mostro.

Scommetto che non si tratta della carcassa di un procione, i denti sembrano suggerirlo, ma dalla foto si capisce che la stazza e l’aspetto in generale suggeriscono che non si tratti di un mammifero. – Jason Brown

 

Mostro di Northville

 

Milford Beach

Nel 2011 una coppia rinviene un cadavere dai tratti suini lungo la spiaggia di Milford, Connecticut. Non si sa che fine abbiano fatto i resti.

 

Mostro di Milford Beach

 

East River

Il 22 luglio 2012 viene rinvenuta un’altra carcassa vicino il ponte di Brooklyn, ribattezzata mostro dell’East River. Fotografata da Denise Ginley, le autorità locali l’hanno identificata come appartenente a un maiale arrostito; i teorici del complotto affermano che la realtà sia molto più inquietante. Anche Ginley non è affatto d’accordo con la versione ufficiale.

Non c’erano zoccoli o piedi biforcuti. Aveva cinque dita su ogni zampa, sia quelle anteriori che quelle posteriori. – Denise Ginley

 

Mostro dell'East River

 

Lloyd Neck

Nel 2012 sulla spiaggia di Northwestern Long Island, a Lloyd Neck, un uomo in compagnia del suo cane rinviene i resti di un animale dal cranio scoperto. Purtroppo la risacca porterà via il corpo prima di poterlo recuperare.

 

Mostro di Lloyd Neck

 

Il mostro di Montauk è l’ennesimo mistero a metà tra criptozoologia e leggenda metropolitana. Un altra storia nascosta nell’ombra che probabilmente non vedrà mai una verità assoluta.


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Black Knight – STS088-724

La Stazione Spaziale Internazionale è una delle più grandi imprese del genere umano, e dato che nel 1998 è da poco stata lanciata in orbita, la maggior parte dei componenti non è stata ancora installata. Gli innesti avvengono direttamente nello spazio, e ci si avvale di numerose missioni (l’ultima dovrebbe essere lanciata nel 2024) per portare fin lassù i moduli da impiantare: la STS-88 è la prima missione Space Shuttle di questo genere, e trasporta Unity, da fissare al modulo russo Zarja. Già che si trovano lassù, gli astronauti ne approfittano per fotografare quello che c’è intorno, e tra le varie immagini scattate ne appaiono sei che mostrano senza ombra di dubbio un oggetto non identificato, ribattezzato Black Knight.

Black Knight (cavaliere nero) è il nome di un oggetto spaziale non identificato immortalato durante la missione spaziale STS-88 nel novembre 1998, un enorme ammasso scuro sull’azzurro del nostro pianeta. Al momento della foto si trova al largo delle coste Sudafricane, in posizione 29.3° S, 8.3° E, nello spazio.

 

 

L’oggetto, a prima vista, sembra proprio una nave aliena. Di colore scuro e spigoloso, Black Knight è senza ombra di dubbio un prodotto artificiale. Sta ora capire se a forgiarlo sia stata una mano umana o extraterrestre.

L’esistenza di Black Knight sale alla ribalta nel maggio 2011, quando la NASA, sul sito del Johnson Space Center, annuncia la cancellazione dal portale di alcune foto, tra cui sei, da STS088-724-65 a STS088-724-70, che mostrano qualcosa che non dovrebbe esserci. Una spiegazione la da Clarck McClelland, un dipendente della NASA addestrato alle operazioni spaziali con 34 anni di esperienza alle spalle, in un articolo del 29 luglio 2008, in cui racconta una sua esperienza in prima persona, che va molto più al di là delle semplici fotografie.

Io, Clark C. McClelland, ex astronauta addestrato allo Space Shuttle, ho osservato personalmente un’entità extraterrestre alta 8/9 piedi [circa 2,60 metri] sui monitor video da 27 pollici mentre ero in servizio al Centro di Controllo dei Lanci del Kennedy Space Center. L’alieno era in piedi sulla baia d’attracco dello Space Shuttle, mentre discuteva con DUE astronauti statunitensi! Ho visto sul monitor anche come il velivolo spaziale si fosse stabilizzato con un’orbita sicura verso la parte posteriore delle capsule del motore principale dello Space Shuttle. Ho osservato l’episodio per circa un minuto e sette secondi. Ci ho messo molto per comprendere quello che stavo realmente osservando. UN ALIENO ed una nave spaziale!

Un mio amico tempo dopo mi ha contattato dicendomi di aver visto un alieno di 8/9 piedi DENTRO LO SCOMPARTIMENTO DELL’EQUIPAGGIO DELLO SHUTTLE! Sì, dentro il NOSTRO Shuttle! In ENTRAMBE le missioni ci sono stati dei contatti extraterrestri SEGRETI! – Clarck McClelland, NASA

Le parole di McClelland sembrano inequivocabili, e le foto sembrano dargli ragione: il Black Knight è realmente un velivolo alieno in orbita attorno alla Terra occupato da extraterrestri alleati della NASA.

O forse no.

Che McClelland sia un ex dipendente della NASA, per di più addestrato al volo spaziale, lo dice solo lui. In internet, specialmente tra i crediti del sito della NASA, il suo nome non compare mai, e questo mi sembra molto strano, dato che lo stesso McClelland dichiara di essere stato il responsabile della sicurezza di 650 missioni, tra cui le Apollo, le Mercury, le Space Shuttle e quelle della ISS. Insomma, di certo non l’ultima ruota del carro, anzi, un ruolo molto complesso e di grande responsabilità, però stranamente mai citato da nessuna parte.

Le foto di Black Knight, inoltre, non sono mai state cancellate dell’agenzia statunitense, come sostengono in molti, bensì è semplicemente cambiato l’indirizzo a cui accedere per consultare le relative schede.

Ufficialmente, le sei foto del Black Knight sono solo detriti spaziali. Probabilmente rottami di qualche satellite artificiale generati da un impatto con un micrometeorite. Oppure, se si guarda con più attenzione, potrebbe anche trattarsi di una semplice coperta termica persa durante un’operazione extra veicolare.

 

 

E voi cosa ne pensate? La NASA è davvero in contatto con forme di vita extraterrestri e ci tiene all’oscuro di tutto?

Che cos'è realmente l'oggetto spaziale Black Knight - STS088-724?

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Red hot flames in the sky – Un UFO dal passato

Red hot flames in the sky (Ardenti fiamme rosse nel cielo) è un dipinto del famoso pittore cinese Wu Youru del 1892.

L’opera immortala una folla di curiosi accalcata su un ponte intenta a discutere animatamente con il naso all’insù: quello che ha attirato l’attenzione dei presenti è una grande sfera rossa materializzatasi all’improvviso nel cielo sereno. Wu Youru è testimone oculare dell’accaduto e per evitare che il suo operato venga male interpretato aggiunge un piccolo resoconto della sua esperienza sulla tela, a sinistra dell’inquietante oggetto volante. Eccone il testo.

Erano circa le otto di sera del 28 settembre. Nel cielo a sud di Nanchino apparve una palla di fuoco a forma d’uovo, rossa ma priva di luce. Fluttuava lentamente nell’aria, diretta a est. Dal momento che il cielo al tramonto era nuvoloso e oscuro, la sua comparsa fu evidente.

Sul ponte di Zhu-Que si radunò una folla di diverse centinaia di persone che in punta di piedi allungavano le teste in avanti. Indugiò il tempo di un pasto, svanendo poco a poco in lontananza.

Alcuni ritennero che era passata una meteora. Ma una meteora impiega solo un istante prima di svanire, mentre i movimenti di questa palla dalla sua prima comparsa nel cielo fino alla sua definitiva scomparsa in lontananza furono piuttosto statici. Quindi non poteva essere una meteora.

Altri affermarono che era una delle lanterne cinesi che i bambini facevano volare. Ma il vento soffiava verso nord quella sera, mentre la palla di fuoco era rivolta verso est. Quindi non poteva essere nemmeno una lanterna cinese.

Per un certo periodo ognuno ne parlò ma nessuno seppe risolvere il mistero. Un anziano disse: “Quando all’inizio si alzò, ci fu un leggero rumore, appena udibile, come di un approssimarsi animato di uomini che si lanciano al di là del Cancello del Sud”.

 

Red hot flames in the sky

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Il mostro delle fogne inglesi

La United Utilities è una compagnia inglese che gestisce l’impianto idrico del nord ovest dell’isola britannica. Per verificare che nelle fogne non ci siano occlusioni dei tubi la ditta fa spesso ricorso a videocamere a circuito chiuso montate su piccoli robot gestiti a distanza – in parole povere fissano una telecamera ad una macchinina radiocomandata e la lanciano in un tombino. Spesso il drone si scontra con ostacoli ostici da superare e con la fauna locale, composta sopratutto da ratti belli grossi, ma nel 2011 l’operatore che guida il robot resta impietrito dinanzi a due occhi luminescenti che lo fissano attraverso l’obiettivo.

 

 

Ero seduto nel furgone davanti al monitor. Sono saltato dalla sedia quando ho visto quella cosa. Il mio primo pensiero è stato “cavolo, è il ratto più grosso che abbia mai visto”. Poi ho visto le due gambe, avevano un qualcosa di scimmiesco. Ero terrorizzato. – Ian Appleton, operatore video della United Utilities

Il mostro, ribattezzato Messie, è alto quasi due metri, con una lunga coda, veloce e capace di scatti impressionanti. Viene ripreso in altri tre video di sorveglianza, gettando nel panico i dipendenti della compagnia idrica.

Chiediamo ai cittadini di guardare i filmati, e se qualcuno di voi ha anche solo una pallida idea di che cosa sia e da dove venga, ci contatti al più presto. – Mike Wood, dirigente regionale della rete fognaria della United Utilities

La popolazione però reagisce male: la paura che qualcosa si muova appena sotto i loro piedi li getta nell’isteria. Su Twitter viene creato l’hashtag #monstersightings per raccogliere le segnalazioni degli utenti, ed in pochi giorni i messaggi arrivano a migliaia.

 

 

Peccato che sia tutto falso.

La notizia esce il primo aprile, ed i video fanno parte di una campagna virale della United Utilities dal titolo What not to flush (cosa non scaricare nel water) per sensibilizzare l’opinione pubblica verso un uso più corretto della rete fognaria: negli anni i dipendenti della ditta hanno trovato nel sottosuolo davvero di tutto, riemergendo dai tombini con proiettili, motociclette, salamandre ancora vive e molto altro ancora. Indubbiamente ora gli inglesi ci penseranno due volte prima di gettare nel gabinetto il pesce rosso moribondo.

Potrebbe tornare.

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Il trionfo dell’estate

Il Trionfo dell’estate è un arazzo intessuto nel 1538 a Bruges, Belgio, conservato al Bayerisches National Museum a Monaco di Baviera, Germania, donato al museo dalla Hypo Vereinsbank UniCredit Bank AG. L’opera, finemente lavorata, mostra l’ascesa vittoriosa di un sovrano al potere, attorniato dalla folla festante. Ma non solo.

Se si guarda con attenzione nell’angolo in alto a sinistra si notano strane macchie, che ad una prima occhiata sembrano semplici nuvole, ma sono di colore scuro, e sembrano fluttuare nell’aria: si tratta di dischi volanti.

Il trionfo dell'estate - Dettaglio

Effettivamente gli oggetti hanno tutta l’aria di essere degli UFO, ed in molti credono che rappresenterebbero il favore delle divinità all’ascesa del sovrano. Possibile che la città di Bruges, che negli anni ha sofferto la dominazione di molti popoli diversi per la sua posizione strategica, sia stata invasa anche dagli alieni? Il dubbio rimane, perché quelle potrebbero essere semplici nuvole grigiastre o, se quello sullo sfondo è il mare, delle isole in lontananza. La storia dell’arazzo è sconosciuta, ed il museo nel quale è custodito non è in grado di dare spiegazioni sulla curiosa singolarità.

Grazie a Giuseppe F. per la segnalazione.

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Mary Celeste – La nave fantasma

Nel 1860 nel cantiere di Spencer’s Island in Nuova Scozia c’è un gran fermento; si lavora alacremente da diversi mesi alla costruzione di un brigantino di 31 metri e di 282 tonnellate che rappresenta il più grande progetto di quella piccola comunità canadese. Un brigantino è una nave da trasporto abbastanza grande per un carico di merci considerevole, ma altrettanto veloce e robusta da permetterle di superare anche tratte oceaniche, chiamata così perché è il mezzo d’abbordaggio più usato tra i briganti o, se preferite, dai pirati. La nave è il risultato dell’investimento di otto finanziatori: il proprietario dei cantieri navali Joshua Dewis, il mercante locale William Henry Bigalow ed altri sei uomini di Cumberland County e Kings County. Una volta completata nel 1861, viene registrata al più vicino porto, quello di Parrsboro, battendo bandiera canadese parte nel suo viaggio inaugurale nel maggio dello stesso anno, sotto il nome di Amazon e la guida dell’esperto comandante Robert McLellan, figlio di uno degli investitori.

I primi viaggi

Purtroppo l’Amazon naviga sotto una cattiva stella.

Nove giorni dopo aver lasciato Parrsboro il capitano contrae la polmonite e muore poco dopo, costringendo l’equipaggio a terminare il viaggio senza la sua guida. Gli succede John Nutting Parker, che accidentalmente sperona un peschereccio, costringendo a rinunciare al viaggio per permettere le riparazioni del caso. Mentre si trova nei cantieri navali, un incendio divora metà della nave, ma la compagnia non si da’ per vinta e, in barba alla sfortuna che sembra perseguitare l’Amazon, la fa riparare e rimettere in mare. Nel suo primo viaggio transoceanico il nuovo capitano si scontra con un’altra nave nei pressi di Dover, nel canale della Manica; il vascello viene nuovamente portato in secca e riparato.

Dopo un inizio non proprio idilliaco il brigantino sembra essersi scrollato di dosso l’ombra di un destino infausto: seguono sei anni di grandi profitti ed i finanziatori della Nuova Scozia sembrano finalmente essersi messi il cuore in pace. L’Amazon naviga veloce tra gli oceani, toccando le Indie Occidentali ed il Sud America, trasportando le merci più disparate. Nel 1867 una tempesta però spinge la nave in secca nella Baia di Glace, da cui viene prontamente tratta in salvo e scortata al porto più vicino. Forse per paura che il ciclo di sventura si ripeti, l’Amazon viene venduta per $ 1.750 a Richard Haines dallo stato di New York, USA, e riparata con $ 8.825,03, in virtù della sostituzione di alcune travi dello scafo ed il rifacimento del piano di deriva.

La seconda vita della Mary Celeste

Nel 1868 la nave inizia la sua seconda vita sotto bandiera statunitense col nuovo nome di Mary Celeste, come nave da trasporto tra l’Oceano Altlantico ed il Mare Adriatico.  La nuova proprietà è divisa in 24 azioni tra 4 finanziatori: James H. Winchester con 12 azioni, il capitano Benjamin Spooner Briggs con 8, Sylvester Goodwin con 2 e Daniel T. Sampson con 2. La Mary Celeste naviga fruttuosamente tra le onde dell’oceano per molti anni, sotto la guida esperta del capitano Briggs, seguito fedelmente dalla moglie Sarah e a volte dai loro piccoli Arthur, 7 anni, e Sophia, di 2, fino al 1872.

Il 3 novembre 1872 il capitano attende che la nave venga rifornita di alcool industriale per conto della Meissner Ackermann & Coin in partenza da Staten Island, New York, e diretto a Genova, Italia, e ne approfitta per scrivere una lettera alla madre che anita a  Marion, Massachusetts. La donna si sta prendendo cura di Arthur, che deve seguire la scuola, mentre lui, la moglie e Sophia si godranno il viaggio tra gli Stati Uniti e l’Italia.

Il 4 novembre 1872 Briggs incontra un vecchio amico, David Reed Morehouse, capitano di un altro brigantino, il Dei Gratia, che batte bandiera canadese. Cenano insieme e scoprono di dover affrontare un viaggio simile, che li porterà entrambi nel Mar Mediterraneo, ma che le navi non partiranno insieme, dato che la stiva della Dei Gratia (1.735 barili di petrolio) verrà caricato a bordo entro il 15 novembre, mentre la Mary Celeste potrà levare l’ancora già il giorno dopo.

Il 5 novembre 1872 a bordo della Mary Celeste salpano 10 persone:

  1. Benjamin Spooner Briggs, capitano, americano di 37 anni
  2. Sarah E. Cobb in Briggs, sua moglie, americana di 30 anni
  3. Sophia Briggs, sua figlia, americana di 2 anni
  4. Albert C. Richardson, primo ufficiale, americano di 28 anni
  5. Andrew Gilling, secondo ufficiale, danese di 25 anni
  6. Edward W Head, amministratore e cuoco, americano di 23 anni
  7. Volkert Lorenson, marinaio, tedesco di 29 anni
  8. Arian Martens, marinaio, tedesco di 35 anni
  9. Boy Lorenson, marinaio, tedesco di 23 anni
  10. Gottlieb Gondeschall, marinaio, tedesco di 23 anni

A bordo era stata portata anche una gatta, di nome sconosciuto. La traversata di Briggs non è delle più semplici, il trasporto dell’alcool industriale necessita di mille attenzioni, ma il capitano è ottimista, sapendo che al suo fianco ci sono Sarah e Sophia, ed il viaggio viene assicurato per $ 46.000 (il valore del carico è di $ 35.000). Lui poi è un vero lupo di mare, uno che ha guidato cinque navi ed è stato proprietario di molte altre, ed i suoi uomini sono tutti esperti e leali, di diversa nazionalità ma che sanno parlare in inglese correttamente, anche loro con molti anni di navigazione alle spalle. La nave salpa, e ben presto diviene un puntino all’orizzonte, nell’enorme blu di cielo e mare.

L’avvistamento

Nel frattempo, sebbene siano previste condizioni meteorologiche avverse nell’Atlantico, la Dei Gratia fortunatamente naviga senza imbattersi nel cattivo tempo, ed il 4 dicembre 1872 (o il 5 dicembre secondo i giorni nautici) si trova più o meno a 500 miglia (1.000 km) ad ovest del Portogallo. Circa all’una del pomeriggio il timoniere del brigantino canadese, John Johnson, avvista una nave a 5 miglia (8 km), che ha tutta l’aria di essere in difficoltà: non riesce a tenere il vento, lo prende e poi lo perde; naviga casualmente, cambiando spesso direzione, come se tutti lì a bordo fossero sbronzi. Johnson avverte il secondo ufficiale, John Wright, che capisce subito che c’è qualcosa che non torna; avverte così il capitano che ordina di avvicinarsi alla nave, anch’essa un brigantino, per cercare di cosa possa esserle accaduto.

È la Mary Celeste.

 

 

Morehouse è stupito: una nave così sicura, capitanata dal suo amico Briggs, con sette uomini esperti ai suoi comandi, che ci fa nel bel mezzo dell’oceano, in quelle condizioni? La Dei Gratia approccia il brigantino statunitense ed ovviamente prova a mettersi in contatto con l’equipaggio. Niente. Il silenzio cala come un velo sulla Mary Celeste, interrotto solo dallo scricchiolio dello scafo in balia delle onde. Restano così tutti, immobili, a fissare la Mary Celeste per due ore. Infine Morehouse si decide ad abbordarla, perché qualcosa, su quella nave, dev’essere per forza accaduto. Qualcosa di molto spiacevole.

L’intera nave è marcia e regna il caos. – Oliver Deveau, primo ufficiale della Dei Gratia

La Mary Celeste è completamente deserta, e buona parte dello scafo è invaso da oltre un metro d’acqua; delle tre pompe che dovrebbero mantenerla a galla una è in buone condizioni, mentre le altre due sono state smontate per chissà quale motivo. La struttura della nave, ad ogni modo, non imbarca acqua, non ci sono crepe nello scafo e sembra tutto sommato in grado di poter navigare senza particolari problemi. Le cassapanche dei marinai sono intatte, con tutti gli oggetti personali a posto, due vele sono strappate in più punti e sganciate dall’albero mentre quella di trinchetto penzola da un angolo, la bussola è rotta, mancano il sestante ed il cronometro marino, di contro nella cucina ci sono ancora acqua e cibo sufficienti per almeno altri 6 mesi. Il carico di barili di alcool è intatto, salvo poi scoprire a Genova che 9 di questi sono stati svuotati. L’unica scialuppa di salvataggio manca all’appello, probabilmente volontariamente messa in mare piuttosto che da una tempesta. Alla poppa della nave è legata una lunga cima logora, con evidenti segni di rottura dal lato che cavalca le onde al seguito del brigantino. In generale non ci sono segni di colluttazione né indizi che possano far pensare ad un attacco pirata, ma in ogni caso la nave sembra essere stata abbandonata in tutta fretta. Tutti i documenti sono svaniti nel nulla, tranne il diario del capitano, la cui ultima annotazione è datata 25 novembre, quindi almeno nove giorni prima e ad oltre 700 miglia dall’ultima posizione nota registrata, Santa Maria, nelle Azzorre.

Siccome la Dei Gratia è una nave canadese del registro inglese, il capitano Morehouse decide di far rotta con entrambe le navi verso Gibilterra, che è sotto la giurisdizione britannica. La Mary Celeste, guidata dal primo ufficiale Oliver Deveau e da altri due uomini, Charles Augustus Anderson e Charles Lund, attraccherà al porto una settimana e mezzo dopo l’arrivo della Dei Gratia.

L’inchiesta

I funzionari portuali, al servizio del procuratore generale della corona Frederick Solly-Flood, sequestrano il brigantino statunitense ed avviano un’indagine per cercare di far luce sul mistero della scomparsa dei 10 membri dell’equipaggio: la Mary Celeste viene così controllata a fondo dal perito John Austin e dall’ispettore John McCabe. Viene chiamato come consulente locale un marinaio esperto di nome Ricardo Portunato che esamina la nave e scopre tracce di sangue nella cabina del capitano ed uno squarcio nel parapetto provocato probabilmente da un colpo d’ascia, entrambi recenti. Sul brigantino vengono trovate due armi: una daga coperta di qualcosa che sembra sangue ed un coltello immacolato.

Lo scafo, la chiglia ed il timone sono tutti in buone condizioni. Non presentano alcun tipo di lesione o rottura o altri segni che possano suggerire che la nave si sia arenata, si sia scontrata con un’altra imbarcazione, sia finita in secca o abbia preso parte a qualsivoglia incidente. La copertura in rame è in buone condizioni e sono dell’opinione che se la nave avesse avuto un problema o avesse ricevuto danni sarei stato in grado di trovare tracce dell’accaduto, ma non ne ho trovate. – Ricardo Portunato

Del mistero della Mary Celeste si interessa ovviamente anche il console degli Stati Uniti a Gibilterra, Horatio J. Sprague, che vuole escludere che sulla nave gli occupanti americani siano state vittime di omicidio, ed incarica il capitano R. W. Shufeldt della fregata USS Plymouth di ispezionare la nave. A suo parere, i segni nel parapetto possono essere stati provocati da qualsiasi cosa, non necessariamente un’ascia, ed il sangue ritrovato, una volta analizzato, si rivelerà in realtà semplice ruggine. I sospetti si posano sulla ciurma della Dei Gratia, che in quanto recuperatori della nave avevano diritto ad un sesto dell’assicurazione, ammontante a circa $ 7.600: non era neanche possibile che la ciurma della Mary Celeste si fosse ammutinata a seguito di una sbronza, perché l’alcool industriale è puro e tossico per l’organismo. Si pensò anche che i due capitani fossero in combutta, ma Briggs era comproprietario del brigantino, pertanto il guadagno della truffa sarebbe stato poca cosa rispetto al consegnare la merce come concordato. L’inchiesta, in definitiva, si risolse con un nulla di fatto.

Il governo statunitense fece di tutto per ritrovare i dispersi sulla terraferma ed in mare, ma i risultati furono tutti vani. Nel 1873 due scialuppe di salvataggio furono avvistate e recuperate al largo della costa atlantica della Spagna, una con solo una bandiera statunitense a bordo, l’altra contenente i cadaveri di 5 persone che non verranno mai identificati. È comunque improbabile che si tratti dei resti dell’equipaggio della Mary Celeste, che aveva a disposizione una sola scialuppa.

La terza vita della Mary Celeste

Di tutti i vascelli maledetti dalla sfortuna, questo è il peggiore. – David Cartwright, comproprietario della Mary Celeste

James Winchester non se la sente di rimettere in mare la nave, e prende in seria considerazione l’idea di venderla, ma preferisce rimandare la decisione a quando il brigantino tornerà sulle coste statunitensi. Si decide solo quando la nave si prende la vita del padre, Henry Winchester-Vinters, che affoga a Boston in seguito ad un incidente mentre era a bordo della Mary Celeste. Praticamente il vascello viene quasi regalato, facendo rimettere a tutti gli azionisti un sacco di soldi, i quali però erano pronti a far di tutto per togliere dalla propria flotta quella nave dannata.

Nei successivi 13 anni la Mary Celeste viaggia sotto 17 proprietari diversi: il suo ultimo acquirente e capitano, G. C. Parker, non riuscendo a trarre profitti dai suoi scambi commerciali, decide di far schiantare la nave nel tentativo di frodare l’assicurazione, con l’aiuto di altri due uomini. Ha stipulato un contratto assicurativo di $ 34.000 con cinque diverse compagnie, benché a bordo non avesse che merce di poco conto, ad esempio stivali e cibo per gatti. Si dirige quindi verso la barriera corallina di Rochelais, ad ovest di Port-au-Prince, Haiti, ma non riesce a far andare in secca il vascello. Tenta allora di dare fuoco alla nave, ma una volta che l’incendio si consuma completamente la Mary Celeste è praticamente intatta. Parker allora vende i diritti di recupero del relitto per $ 500, assicurando che a bordo ci sono 125 botti di birra, 975 barili di aringhe e $ 1.000 in posateria. Ovviamente niente di tutto ciò viene trovato a bordo, e Parker viene presto beccato dalle autorità e denunciato per frode e distruzione di nave e merci. Il reato di danneggiamento intenzionale di un vascello è punibile con la morte, ma 5 dei 12 dodici giurati si rifiutano di impiccarlo: ironicamente Parker muore tre mesi dopo, e i due marinai che l’avevano aiutato finiscono uno in manicomio e l’altro suicida.

La carcassa della Mary Celeste viene lasciata a marcire, finché finalmente non riuscirà a disincagliarsi ed affondare infine tra i flutti del Mar dei Caraibi.

 

 

Il ritrovamento

Il 9 agosto 2001 una spedizione guidata da Clive Clusser, rappresentante dell’associazione no-profit statunitense National Underwater and Marine Agency, dal produttore cinematografico John Davis e dalla compagnia canadese EcoNova riesce a ritrovare i resti della Mary Celeste al largo dell’Isola de Gonâve. Il relitto è l’unico presente nei fondali, e presenta numerosi indizi compatibili col brigantino canadese: le tracce lasciate dal fuoco appiccato da Parker, gli squarci causati dalla barriera corallina e la provenienza del legno sono prove evidenti dell’identità del vascello. La scoperta è stata messa in dubbio da Scott St George dell’Università del Minnesota, che avrebbe le prove che il legno utilizzato per la nave sommersa sia troppo recente; i suoi metodi di verifica sono però stati molti discussi, e generalmente si considera il relitto come la vera Mary Celeste.

Speculazioni e teorie

Negli anni si sono susseguite molte ipotesi sul destino dell’equipaggio della Mary Celeste. La più plausibile è che Briggs abbia sottovalutato la pericolosità del suo carico. L’alcool industriale prende fuoco facilmente e se non viene stoccato in maniera corretta produce fumi altamente esplosivi. Come fu scoperto a Genova, quando la nave terminò finalmente il suo viaggio, 9 dei 1.701 barili erano vuoti: questi 9 contenitori erano gli unici costruiti con legno di quercia rossa, molto poroso, a differenza degli altri, di quercia bianca. Così è possibile che i vapori si siano liberati nella stiva e Briggs abbia preferito abbandonare la nave per paura di un’esplosione, rifugiandosi sulla scialuppa di salvataggio legata saldamente alla poppa della nave. Probabilmente l’idea era di attendere qualche ora, affinché i fumi si dissolvessero nell’aria, prima di ritornare sul brigantino; una folata di vento particolarmente forte e la cima non troppo solida hanno poi tranciato la corda che teneva la barca ancorata alla nave, lasciando entrambe in balia delle onde e gli uomini, la donna e la bambina a morire di fame, sete o affogati. Nel 2005 il dottor Andrea Sella dell’Università di Londra verificherà con un esperimento che le condizioni della nave al momento dell’avvistamento sono compatibili con questa teoria.

Altra ipotesi suggerisce un ammutinamento dei marinai che avrebbero ucciso e gettato in mare il capitano e la sua famiglia per impossessarsi del carico. Resosi conto di quello che avevano fatto, gli uomini sarebbero fuggiti con la scialuppa, perdendosi tra i flutti. Ma i marinai erano tutti degni di fiducia e con un’ottima reputazione, e Briggs era un astemio convinto, che vietava anche alla sua ciurma di bere alcolici. In ogni caso la possibilità che la colpa sia dell’alcool non regge perché, come detto precedentemente, quello industriale non è assolutamente bevibile.

Alcuni pensano che siano stati i pirati ad abbordare il brigantino e a trucidarne gli occupanti: ma perché allora lasciare il carico intatto? È anche possibile che gli assassini non se la siano sentita di caricare sulla propria nave quella merce pericolosa, ma almeno avrebbero potuto rubare gli effetti personali dell’equipaggio, o le scorte di acqua e cibo dalla stiva. Ai fatti, quest’ipotesi non regge.

Altra teoria è quella secondo la quale i passeggeri si fossero imbattuti in una tromba d’acqua o un maremoto e nel panico abbiano abbandonato la nave. Ma è un gesto senza senso, sopratutto tenendo conto dell’esperienza degli uomini a bordo.

Oppure Briggs, con due pompe fuori uso, avrebbe preferito raggiungere le poco distanti coste di Santa Maria, un’isola delle Azzorre, con la scialuppa piuttosto che con la nave, credendo che di lì a poco sarebbe affondata. La barca poi si sarebbe ribaltata nel tentativo di raggiungere la terraferma affogando il suo equipaggio. Anche questa teoria però non regge molto, perché era evidente che la nave fosse ancora in grado di navigare.

A più di 40 anni dal ritrovamento della Mary Celeste furono pubblicati sullo Strand Magazine carteggi e documenti appartenuti ad un fantomatico passeggero sopravvissuto al naufragio di nome Abel Fosdyk. Secondo l’uomo un giorno vi fu un allegro battibecco sulla possibilità di nuotare o meno completamente vestiti: Briggs, sua moglie ed altri membri si sarebbero così gettati in mare per verificare se fosse possibile, mentre gli altri erano affacciati ad una balaustra appositamente costruita. All’improvviso i nuotatori sarebbero stati attaccati dagli squali e quelli a bordo si sarebbero precipitati troppo violentemente a salvarli dal balconcino, spezzandolo e cadendo in mare in balia dei pescecani. L’unico a salvarsi sarebbe stato Fosdyk, atterrato su ciò che restava della balaustra. Impossibilitato a tornare alla nave sarebbe stato trasportato dalle onde sulle coste africane e, timoroso di non essere creduto o di essere coperto di ridicolo, avrebbe taciuto a tutti la sua vera storia. Ma la sua versione fa acqua da tutte le parti: non vi era motivo di avere un passeggero segreto a bordo; non furono trovate tracce dei resti della balaustra; Fosdyk dichiara che la Mary Celeste era una nave da 600 tonnellate, quando in realtà la stazza era di 282; secondo i suoi carteggi l’equipaggio era inglese, ma in realtà era formato da americani, tedeschi ed un danese; la sua storia inoltre non spiega la mancanza della scialuppa o dei documenti di bordo e degli strumenti di navigazione. Quasi tutti convengono che la storia di Abel Fosdyk sia, per l’appunto, solo una storia inventata.

Altre ipotesi parlano di alieni, o di Atlantide, o del Triangolo delle Bermuda (che sta da tutt’altra parte), ma ovviamente non hanno alcuna base scientifica, e non le riporterò.

In altre opere

Nel 1884, Sir Arthur Conan Doyle pubblica sul Cornhill Magazine il racconto breve J. Habakuk Jephson’s Statement, fortemente ispirato al mistero del brigantino statunitense. Nel testo la nave si chiama Marie Celeste, e viene ritrovata completamente intatta, con ancora la scialuppa di salvataggio a bordo; un passeggero di colore prende possesso della nave uccidendo tutti gli occupanti, prima di fare vela verso l’Africa.

Nel 1965, nell’episodio Flight Through Eternity della serie televisiva britannica Doctor Who, l’equipaggio della Mary Celeste si sarebbe gettato in mare alla comparsa a bordo di alieni Dalek in viaggio nel tempo.

Nel 2007 la G2 Games pubblica il videogioco Limbo of the Lost, sviluppato dalla Majestic Studios. Inizialmente concepito per Atari ST ed Amiga 500, l’avventura grafica segue la storia del capitano Briggs disperso in un limbo da cui deve fare ritorno. Il gioco è stato ritirato poco dopo la pubblicazione a causa delle accuse di plagio; molti elementi audio e grafici sono stati copiati da opere videoludiche di altre compagnie.

La tragedia della Mary Celeste affascina e spaventa ancora oggi, destinata a restare per sempre uno dei grandi misteri insoluti della storia.


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Ominide sulla Luna scovato su Google Moon

Nei giorni scorsi ha cominciato a girare insistentemente la notizia di un avvistamento alieno scoperto grazie a Google Moon, il servizio di mappe del colosso di internet che permette di visualizzare una veduta aerea del nostro satellite online, alle coordinate 27° 34′ 26.35” N 19° 36′ 4.75” W, visibile anche su Google Earth a 27° 34′ 32.14” N 19° 40′ 25.15” W.

Effettivamente ad una prima occhiata sembrano davvero i lineamenti di un uomo, o ominide, che se ne sta bellamente immobile a prendersi il flebile sole lunare, ma basta farsi un paio di calcoli per capire che la realtà è ben diversa.

 

Ominide sulla Luna

 

L’ombra proiettata dalla figura è lunga ben 150 metri, il che farebbe dell’alieno un vero titano, e si proietta da una luce che si trova a sinistra, mentre tutte le altre ombre sono generate dal sole a destra. Ne vien da sé che non può trattarsi di un oggetto realmente presente sulla superficie lunare; molto probabilmente è solo un errore prodotto dalla polvere durante lo sviluppo e la scansione delle foto originali. Siamo poi noi che diamo istintivamente una forma conosciuta ad oggetti che sono completamenti estranei, seguendo quella che si chiama pareidolia.

 

Scorgete anche voi il volto nella foto? Ebbene sono semplici e del tutto casuali venature del marmo.

Scorgete anche voi il volto nella foto? Peccato che siano solo venature casuali del marmo.

 

Su internet molte testate giornalistiche internazionali hanno riportato la notizia, scatenando i supporter delle teorie del complotto che vedrebbero la Nasa (l’ente governativo statunitense per l’esplorazione spaziale) in combutta con gli alieni.


L'ominide sulla Luna esiste davvero?

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