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Abbandonato da Disney – Parte 4: Corruptus

Si conclude oggi la saga di Abbandonato da Disney con l’ultimo, grottesco capitolo, Corruptus. Riuscirà il protagonista a svelare cosa si cela nei parchi della Walt Disney, o soccomberà all’ira della multinazionale dei sogni?

Trovate gli altri capitoli creati da Slimebeast di Abandoned by Disney qui: parte 1, parte 2, parte 3.

Buona lettura!

 

 

 

Abbandonato da Disney – Parte 4: Corruptus

Se credi veramente in qualcosa, questo qualcosa può diventare tuo.

È così che sono stato condizionato a pensare. Credo sia principalmente un meccanismo difensivo per impedirci di sbranare i ricchi. Pensiamo tutti che un giorno o l’altro saremo facoltosi, se lo vogliamo abbastanza. Da quanto non si fa un bell’abbattimento delle classi agiate come si faceva ai vecchi tempi?

Forse non è stato il modo giusto per iniziare questo articolo del blog… Sono parecchio stanco, ma fanculo. Lo lascerò lì.

Corruptus.

Era questo l’oggetto di una email che ho ricevuto prima che il mio provider mi piantasse in asso. Il mio telefono si è brickato lo stesso giorno. Dannazione, penso sia successo nello stesso preciso momento, ma è difficile dirlo per certo, visto che ho provato a usarlo solo dopo che il mio portatile non è riuscito a connettersi.

Corruptus… Non avevo mai sentito questa parola, prima, e per essere onesti non sono neppure del tutto sicuro che SIA una parola. Potrebbe essere latino. Sembra latino. Non ho potuto cercarla, e questa è la prima volta che mi connetto ad internet dopo la mia inaspettata rimozione dalla rete.

Ho provato ad accedere alla biblioteca locale, comunque. La mia tessera è stata revocata… more non pagate per libri che non ho mai letto, né preso in prestito. Perlopiù materiale tendente al feticismo e libri di auto-aiuto per varie malattie mentali. Il tomo sulle armi di distruzione di massa, piuttosto dettagliato a quanto pare, sembrava essere la cosa che ha preoccupato di più il bibliotecario.

Mi sono aggirato per la biblioteca forse per mezz’ora, fino a quando qualcuno non ha lasciato incustodito un computer con l’accesso già effettuato. Quando sono andato a controllare le mie email, per scrivere un messaggio di reclamo su quanto era accaduto, anche quegli account erano spariti. Onestamente sono stato abbastanza idiota ad aspettarmi che quegli account ci fossero ancora.

Non c’è voluto molto prima che notassi la legittima utente del computer al banco informazioni, mentre indicava verso di me. Suppongo non fosse una fan dell’approccio diretto. Ero già fuori dalla porta prima che qualcuno potesse protestare seriamente.

Sono passati più di due anni da quando ho lasciato il Palazzo di Mowgli senza guardarmi indietro.

L’articolo originale del blog è scomparso e riapparso talmente tante volte… su talmente tanti siti diversi… che ricordo a malapena persino il primo posto dove ho tentato di pubblicarlo. Se avessi saputo quanto si sarebbe spinta avanti la cosa, non sono sicuro che avrei scritto quel resoconto impacciato e imperfetto di ciò che accadde. La pressione sarebbe stata troppo forte, e suppongo ci sia un certo livello di tranquillità nell’idea che nessuno leggerà la tua roba o le darà importanza.

Sembra che molti siti abbiano rimosso l’informazione, o su richiesta diretta da parte della Disney… oppure per conto proprio, temendo una rappresaglia. So di uno YouTuber molto popolare che ha rimosso le letture dei miei articoli dal suo canale. Si dice che qualcuno abbia minacciato di fargli causa, un qualche sedicente “autore della storia”. Cazzate. So per informazione diretta che lo YouTuber ha rimosso il video quando si è cagato sotto per la paura, dopo aver capito il collegamento tra Disney e la sua società.

Ho tentato di dare visibilità al mio blog After Abandoned per un po’. Non so quante persone là fuori abbiano visto i miei racconti su Room Zero, il Club 22 e così via. Quei racconti li trovate ancora in giro se li cercate bene… almeno al momento in cui vi scrivo.

Sì, il Club 22 esiste. No, non ho scritto male Club 33. Ho appreso in seguito, dalla stessa fonte, che c’è anche un Club 11, e probabilmente la perversione cresce con l’abbassarsi dei numeri. Ho sentito di un Club 00, ma non posso confermarlo con certezza. Non saprei neanche dire se sia collegato in qualche modo alla Room Zero.

Sì, sulla porta probabilmente c’era scritto Personaggi o Membri del cast invece di Mascotte. Lo so, lo so, vi ho sentiti tutti. Grazie mille per questo. Sono certo che la vostra memoria sia impeccabile quando siete in preda al terrore, vero?

In generale, sono contento che le mie parole abbiano avuto una diffusione così ampia… ma il lato negativo è che pochi di voi prendono questa cosa seriamente. Non lo ripeterò mai abbastanza… Treasure Island? Esiste. Gli Utilidors? Anche quelli sono reali. Solo perché non ho prove tangibili da mostrarvi, non significa che tutto questo sia solo “una storia figa”. Invece di sottolineare gli errori e fare giochi su quanto sarebbe stato forte essere nella mia situazione, forse le persone potrebbero iniziare a prendere questa cosa sul serio e cominciare a scavare un po’ più a fondo.

Oppure no?

Non lo so. Non voglio che questo diventi un’invettiva. Voglio restare concentrato e assicurarmi di pubblicare esattamente ciò che volevo rendere pubblico. Tutta la pressione… le persecuzioni, le chiamate al telefono, le finestre rotte… So che è tutto un piano per farmi impazzire. Vogliono confondermi, spaventarmi, e soprattutto vogliono che stia zitto.

C’è un gruppo di uomini e donne in abiti formali che vedo in giro di tanto in tanto. Qua e là. Li chiamo il Gruppo di Controllo, perché sbucano fuori con penne e blocchi per appunti, per prendere nota di tutto ciò che faccio. Hanno tutti gli stessi abiti, gli stessi occhiali da nerd con la montatura spessa, le stesse penne rosse che sembrano gridare proprio “ti teniamo d’occhio”.

La prima volta che li ho notati, mi stavano seguendo al centro commerciale. Ho girato in lungo e in largo, per essere CERTO che mi stessero seguendo… e lo stavano facendo, per tutto il percorso, ad ogni passo. Giorni dopo, li ho notati di nuovo attraverso la finestra della lavanderia self-service di fronte al mio nuovo appartamento.

Ne ho seguito uno, una volta. Quello trippone. È rimasto in silenzio durante l’intera caccia e anche durante la colluttazione che ne è seguita. Quando gli ho strappato di mano il blocco per appunti, ho visto solo pagine e pagine di assurde parole incomprensibili, scritte alla rinfusa e accompagnate da abbozzi della sagoma di Topolino. Tutto nello stesso inchiostro rosso.

So che sembra pazzesco affermare che un gruppo di uomini e donne in nero mi seguano e prendano appunti senza senso, ma penso che sia questo il punto. Penso che l’idea sia PROPRIO di farmi impazzire, e se non ci riescono voi penserete comunque che io sia fuori di testa anche solo per averlo detto.

È una guerra che non posso vincere.

Mi pentirò per tutta la vita di quella gita a Emerald Isle, ma d’altro canto sarò per sempre grato alle persone che sono venute dopo, anonime, per condividere le loro esperienze con me. Chiunque mi abbia spedito la cassetta dei suggerimenti proveniente dal parco divertimenti, è il mio eroe. Leggere ciò che ho scritto riguardo quel posto e affrontare comunque quell’avventura… wow. Non riesco a immaginare come ti sia sentito, chiunque tu sia. Hai lasciato persino il lucchetto arrugginito originale nella casella, per farmi sapere che era autentica. Fare tutto senza neanche dare uno sguardo all’interno per conto tuo, deve essere stato davvero difficile. Grazie.

In caso non lo aveste notato, sto trattando questo articolo come una sorta di ultima puntata. C’è un motivo per questo. Non so quanto a lungo riuscirò a mandare a monte i tentativi della Disney di farmi tacere, prima che venga intrapresa una qualche azione definitiva. Non ho dubbi che da qualche parte, in questo preciso momento, qualcuno stia usando la mia identità per commettere un crimine che mi screditi. O questo, oppure gli uomini in camice bianco stanno per mostrarmi una graziosa piccola cella imbottita. Non so cosa succederà, e questa è la parte peggiore, credo. Tutto ciò che so è che sta per succedere.

Quindi cos’è Corruptus? Beh, come ho detto era il titolo dell’email che ho ricevuto. Una di quelle che sono state presumibilmente cancellate insieme al mio account. Era vuota e sembrava esistere con l’unico scopo di far finire nelle mie mani un documento di testo allegato.

Purtroppo per i poteri forti… l’ho stampato immediatamente.

Almeno stavolta li ho fregati sul tempo. Giusto?

Avrei dovuto dirlo… ricordate quella biblioteca? Ho usato la loro fotocopiatrice per stampare qualche migliaio di duplicati di quella lettera. Alcune centinaia sono inchiodate in posti a caso, alcune centinaia sono state date a persone a caso, e il resto… lasciamo che sia una sorpresa. Provate a zittirmi ADESSO, stronzi.

Comunque, ecco la lettera. Parola per parola. Mi è arrivata da una fonte di cui non rivelerò l’indirizzo email… anche se suppongo che fosse un account fittizio.

Riassunto degli incidenti CORRUPTUS aggiornato a Gennaio 2015

Solo per uso d’ufficio. Questo messaggio contiene informazioni che potrebbero essere confidenziali o private, ovvero protette dal segreto professionale avvocato-cliente o dalla segretezza del materiale probatorio, inteso unicamente per l’uso da parte del/i destinatario/i menzionato/i sopra. Qualsiasi revisione, divulgazione, distribuzione, copia od utilizzo di queste informazioni da parte di altri soggetti è proibito. Se questo messaggio è stato ricevuto per errore e/o senza autorizzazione, si prega di contattare il mittente tramite risposta immediata e di cancellare il messaggio originale. Tutte le email inviate a questo indirizzo verranno recapitate al sistema di posta elettronica societario della Disney e sono soggette ad archiviazione e revisione ad opera di individui diversi dal destinatario. Qualsivoglia violazione del testo di questa dichiarazione di responsabilità verrà perseguita legalmente.

Si prega di fare riferimento alle linee guida ufficiali in relazione ai rapporti di incidente “noti” o “non confermati”. Rispettare le norme riguardanti le designazioni in corso e/o definitive.

 

Incidenti CORRUPTUS noti al Gennaio 2015 compreso

  • Treasure Island
    Estrema agitazione/attività inappropriata della popolazione di avvoltoi.
    Agitazione/inappropriata attività umana da lieve a moderata.
    CORRUPTUS risolto: Specie aviaria non identificata.
    Abbandonato. Definitivo.

 

  • Località turistica Disney’s Pop Century
    Oggetti mobili e collocati fuori posto.
    Anacronismi/errate collocazioni cronologiche.
    CORRUPTUS irrisolto: Entità errante.
    In corso.

 

  • Disney’s River County
    Infestazione da microorganismi.
    CORRUPTUS irrisolto: “Uomo Trasparente”, detto anche “Uomo GuardaOltre”, detto anche “Amichevole John”.
    Abbandonato. Definitivo.

 

  • ImageWorks: Laboratori What-If (2° Piano)
    Numerosi rapporti di persone scomparse riguardanti la Scuola di Recitazione di Dreamfinder.
    Decessi dovuti ai Pin Screen.
    Malori legati agli specchi vibranti.
    CORRUPTUS irrisolto: Installazione “Wily Wizard”.
    Abbandonato. Definitivo.

 

  • Mowgli’s Palace
    Allucinazioni uditive e/o visive.
    Oggetti mobili e collocati fuori posto.
    Agitazione/inappropriata attività umana da moderata a grave.
    CORRUPTUS irrisolto: Personaggio Inverso.
    Abbandonato. Definitivo.

 

  • The New Global Neighborhood
    CORRUPTUS risolto: Baco in Fibra Ottica (NGN C 1).
    CORRUPTUS risolto: Ululato Digitale (NGN C 2).
    Risolto. Riconvertito.

 

  • Room Zero
    Episodio improvviso di isterismo di massa.
    Allucinazioni uditive e/o visive.
    CORRUPTUS irrisolto: Sconosciuto.
    Sotto controllo. Definitivo.

Si prenda nota: Nara Dreamland non è un parco Disney ufficialmente autorizzato e nessuna informazione o risorsa dovrà essere condivisa con qualsiasi responsabile per tenere sotto controllo i suoi residenti.

Una lista completa di sospetti incidenti CORRUPTUS e di rapporti è disponibile su richiesta.

Mi ci sono volute alcune riletture prima che potessi far mente locale. Essenzialmente, se si desse credito al file allegato, allora gli eventi di cui sono stato testimone non erano parte di un incidente isolato. Gli eventi all’interno di Room Zero… i Gascots… sembrano tutti parte di un problema molto più grande.

Cos’è Corruptus?

Corruzione. Voglio dire, non ho bisogno di cercare su Google Translate per questo, anche se io sentissi di POTER fare una pausa durante la scrittura senza correre il rischio che qualcuno mi trovi e mi disconnetta in qualunque momento.

Corruzione di cosa? Sogni? Idee? Desideri?

Non sono mai stato un uomo religioso, ma sono stato costretto a fare catechismo fin troppe volte per non sapere dei Vitelli d’oro. Falsi dei creati dall’uomo… icone, immagini scolpite…

Personaggi. Mascotte.

Se credete in qualche modo alla Bibbia, e io non sono sicuro di crederci, specialmente dopo quello che ho visto… allora forse Dio non era arrabbiato perché le persone veneravano altre cose. Forse aveva paura. Forse, se abbastanza persone credono a qualcosa con sufficiente intensità, c’è una possibilità che questo qualcosa diventi reale. Siccome siamo esseri imperfetti per natura, questo significa che c’è una buona probabilità che una cosa simile si corrompa.

Se ci pensate, i film di animazione della Disney hanno sempre avuto un messaggio primario.

Se ci credi, batti le mani; non far morire Campanellino. Quando esprimi un desiderio guardando una stella… tutto ciò che il tuo cuore desidera…

Alle persone piace riempirsi la bocca con assurdi collegamenti tra Disney ed il satanismo, ma sono tutte scemenze. Ne sono convinto anche adesso. Penso che abbiano cercato di creare il loro Vitello d’oro… un Dio-Idolo in cui tutti credono… uno che tutti amano… È quasi come se qualsiasi sogno o idea che sia condivisa da abbastanza cuori e menti umane abbia una concreta possibilità di venire al mondo.

Le creature… se ne esistono altre oltre a quelle che ho visto con i miei occhi… Penso che siano prototipi interrotti e deformi. Manifestazioni casuali di una qualche inquantificabile non-vita oscura che si è infiltrata nel nostro mondo reale. Sono errori della realtà. Aborti cosmici.

I Corrotti.

In Emerald Isle, non erano tutti terrorizzati dal Palazzo di Mowgli? Quanto era potente la paura di una guerra nucleare il giorno che la Room Zero si è riempita? Se si vogliono trovare i Gascots e le voci misteriose, quella ricerca non fa forse emergere esattamente ciò che si sta cercando?

Quanti bambini sono rimasti delusi, confusi, o segnati a vita quando hanno visto Topolino decapitato?

Ci sono domande a cui non riuscirò mai a rispondere. Non so se qualcuno può farlo. Sinceramente, questa sarà probabilmente l’ultima volta che vi racconto della Disney e di tutto ciò che so. Mi dispiace davvero, soprattutto perché c’è ancora molto da dire… voci non confermate, documenti e oggetti che ho ricevuto che ora sembrano spariti per sempre…

Pensavo che stessero solo cercando di tenere sotto controllo quel costume da Topolino. Pensavo che fosse questo il motivo per cui hanno agito in maniera diversa dall’ordinario per tenere il pubblico all’oscuro di tutto. Che fosse questo il motivo per cui hanno usato la coercizione e la prepotenza per raggiungere i loro scopi.

Ora ho capito che mi sbagliavo.

Sin dall’inizio.

Non volevano che qualcosa come QUESTO venisse fuori.

Auguro a tutti voi buona fortuna, e so che ho bisogno dello stesso augurio da parte vostra.

Grazie.

 

Di più

Abbandonato da Disney – Parte 3

Torna la saga Abandoned by Disney (Abbandonato da Disney), con un nuovo, inquietante, terzo capitolo. Pubblicata per la prima volta su Slimebeast, narra di una stanza segreta nascosta sotto Disneyland e di inquietanti mostri nascosti sotto le maschere dei vostri cartoni animati preferiti

Se vi siete persi le storie precedenti, trovate qui la prima parte e qui la seconda.

Buona lettura!

 

 

Abbandonato da Disney – Parte 3

La mia storia

È passato un po’ da quando ho scritto tutto ciò che riguarda la Disney Corporation, e sono sicuro che si può anche capire il perché. Sono accadute molte cose dal mio ultimo post. Ho ricevuto un sacco di domande e preoccupazioni da persone che hanno letto il mio resoconto in prima persona al Palazzo di Mowgli… Un resort che è stato costruito e abbandonato dalla Disney. Voglio ringraziare tutti coloro che hanno condiviso il mio post. È stato eliminato da alcuni siti, per lo più aziendali che sono facilmente controllabili da un potere più grande. Tuttavia, per ogni topic censurato o blog eliminato, sembra che ne siano spuntati un centinaio in più.

Questo è qualcosa che dovranno affrontare. Non c’è modo di tornare indietro, per loro… e nemmeno per me…

Sono sicuro che mi stiano pedinando. Inizialmente, per uno o due mesi, davo la colpa alla paranoia. Ogni sguardo casuale o mezzo sorriso diretto verso me, mi mettevano in agitazione, nel senso, i peli del collo si rizzavano e tutti gli altri sintomi. Il primo, o meglio, il primo che sono stato effettivamente in grado di individuare, era un operatore telefonico che girava intorno al mio complesso residenziale. Era un uomo sulla cinquantina, pallido e vestito come ci si aspetterebbe, ma c’era qualcosa di strano in lui. Non capivo cosa, ma sapevo che non era frutto della mia immaginazione. Era strano, fuori posto, non sembrava qualcuno che fosse abituato a compiere la sua routine lavorativa. L’ho seguito fino ad un angolo, per poi perderlo. Quando mi voltai per tornare a casa, eccolo lì. Mi guardava fisso ed era ad una decina di metri dietro di me. Inespressivo e freddo.

“Stai esplorando?” mi chiese. Questo era tutto quello che disse, e c’era un tono accusatorio nella sua voce.

Ditemi adesso se questo è un comportamento normale per un operaio addetto ai telefoni?

Direi che è questa la parte peggiore. Non sentirsi mai al sicuro. Non sentirsi mai soli. Questo, e i gadget Disney occasionalmente lasciati in qualche posto per farmeli trovare. Pupazzetti di gomma di Topolino nella mia cassetta delle lettere, una rivista “Disney Adventures” nella mia libreria. Nascondono piccoli disegni di Topolino ovunque. Tre cerchi, uno grande, due piccoli, che formerebbero la sagoma della testa del famoso topo.

Ho iniziato a scrivere un elenco aggiornato delle sagome di Topolino che ho trovato.

Tazze di caffè che lasciano macchie circolari sul mio tavolino, una grande e due piccole. Bottiglie di vetro colorate lasciate sulla soglia di casa, che viste dall’alto formano la testa di Topolino (tutte rosse). Graffiti sul muro lungo la strada che porta al lavoro, che rappresentano un’enorme Terra, un piccolo Sole e una piccola Luna nelle posizioni giuste per formare le orecchie di Topolino.

Sono ovunque.

Alcune persone mi hanno inviato email al riguardo. Se ripubblicherete qualsiasi cosa che io scriva, incomincerete a trovare quelle fottute sagome. Ve lo garantisco. Il migliore in assoluto, quello che mi ha fatto davvero ridere per l’orrore di tutto ciò, era un disegno in gesso vicino alla mia macchina. Sono rimasto sconcertato in un primo momento e ho attraversato a piedi il garage, tenendo d’occhio le persone che mi seguivano. Il contorno sembrava la copia identica di… beh, una “sagoma della vittima di un omicidio”, probabilmente vi risulterà familiare se avete letto i miei post precedenti. Scritta in vernice gialla… sono sicuro che fosse vernice… c’era una sola parola.

“RITRATTA”

 

Le testimonianze

L’unica cosa buona che è venuta fuori da tutto questo è che so di non essere l’unico che ha visto qualcosa che non doveva vedere.

Non ho intenzione di dire i loro nomi, perché… beh, se devo dirvi perché, non avete fatto attenzione a ciò che ho scritto.

 

Ricercatore

“Ricercatore” va ai parchi Disney ogni volta che può, durante tutto l’anno. Non ci va per divertirsi, per godersi le giostre, etc.

Ma perché lui sta cercando i Gascots.

A quanto pare, c’è una lunga tradizione di persone che riferiscono di aver visto strani clienti in tutto il parco. Fissano silenziosi, immobili, clienti di ogni età, forma e dimensione. Uomini e donne, adulti, bambini e ragazzi. Indossano tutti maschere antigas a tema Disney. A quanto pare, la Disney avrebbe ricevuto tonnellate di lamentele a proposito di persone “vestite in modo strano” che seguivano altri in tutto il parco. Gente che poi si mischia con la folla e scompare. In seguito, le maschere antigas indussero la gente a trarre altre conclusioni, e iniziarono a circolare reclami di “possibili terroristi” e “bombaroli”.

Tutti questi reclami, molto probabilmente, sono andati a finire dritti nel cestino. So di non poter trovare alcun segno di tali avvenimenti riportato dai media (anche se dovreste aver capito che la Disney può tranquillamente controllare la stampa come nessun altro). Ricercatore va ai parchi, parla con alcune persone, e cerca di non attirare l’attenzione su di sé. Di solito si limita a chiedere a tre o quattro famiglie se hanno visto “il suo amico”, che indossa una “maschera buffa”. Deve ancora vedere un gascot dal vivo… anche se in un’occasione, un bambino gli indicò di andare a Frontier town. Mentre correva tra la folla, sentì davanti a sé una voce che diceva “Mamma! Voglio anch’io una maschera per l’aria di Pippo!”

 

Bagnino

Un amico che chiamerò “Bagnino” ha lavorato in un parco acquatico Disney dal 2001 al 2003. Stava in cima a un enorme scivolo acquatico e faceva in modo che nessuno dei bambini facesse troppo chiasso. Faceva passare i ragazzi attraverso il tubo, una alla volta, dicendo loro più e più volte di stare attenti, di mantenere le braccia dentro lo scivolo, e così via.

Un giorno, come egli racconta, un bambino grasso entrò nel tubo e non uscì dall’altra estremità.

Inviò due o tre bambini dopo, il tutto a una velocità costante, così naturalmente vi aspetterete che, se il bambino grasso fosse stato bloccato, i ragazzi che lo seguirono sarebbero rimasti bloccati a loro volta. Non fu così. Solo il bambino grasso scomparve. Tutti gli altri vennero fuori dall’altra parte, finendo in acqua e spruzzandola ovunque come se niente fosse. Bagnino chiuse lo scivolo, a discapito del fatto che ci fossero dei bambini in attesa. Prima che potesse avviare una delle rigorose procedure di sicurezza della Disney… SPLASH… il bimbo grasso venne finalmente fuori.

I membri del personale tirarono fuori il bambino dall’acqua. Affondò come un sasso quando arrivò nella vasca, la sua pelle era blu e gli occhi spalancati. Tutto quello che diceva era “Bambini senza faccia” e “Smettetela di stringere”. Il ragazzo stava bene, nel caso in cui ve lo stiate chiedendo. Fu trasportato in infermeria. Quando a Bagnino fu ordinato di riaprire lo scivolo, si lamentò del fatto che chiaramente non fosse sicuro. Nonostante le sue lamentele, fu minacciato di licenziamento e malvolentieri riaprì lo scivolo. Da quel momento in poi, sorvegliò più attentamente i bambini. Ogni tanto, uscivano nell’ordine sbagliato… mai storditi quanto il ragazzo grasso, ma sempre con un vago sguardo di preoccupazione… un mezzo intontimento insonnolito, come se stessero cercando di capire cosa fosse reale.

Semplicemente, mandavano giù acqua e soffocavano un po’… per poi non tornare mai più sullo scivolo.

Ho letto i suoi messaggi di posta elettronica con lo stesso tipo di disagio che potreste sentire voi in questo momento. Ho voluto condividere la sua storia, ma alla fine non ha voluto svelare la sua identità. Non posso dargli torto.

 

Biancaneve

“Biancaneve”, che non era il ruolo che recitava davvero, era un “personaggio” all’interno del parco. Aveva un “chicca” da raccontarmi. Sapete cosa succede quando un dipendente in maschera muore all’improvviso nel suo costume? Tipo, un secondo prima si sta facendo una foto con il piccolo Jimmy, e un secondo dopo ha avuto un ictus fatale?

Una seconda mascotte in costume nella zona ha il compito di sedersi con il cadavere su un marciapiede o su una panchina e aspettare un “Ripulitore” incaricato, che arrivi e porti via il corpo in modo discreto. Per tutto il tempo, i clienti non sospettano di essere seduti vicino a un morto per farsi delle foto.

Sentitevi liberi di controllare i vostri album fotografici, a questo punto.

 

Custode

Quello era brutto, ma un altro amico, “Custode”, le supera tutte nella classifica dei fatti raccapriccianti.

Disney World (come probabilmente altri) è costruito sopra una serie di tunnel sotterranei, che iniziano da appena sotto i vostri piedi. Tre piani di estensione. Qualsiasi cosa tu possa immaginare si trova laggiù, per l’utilizzo da parte dei dipendenti. Si chiamano Utilidors, dall’inglese “Utility Corridors”, corridoi di servizio.

In sostanza, questo è il motivo per cui non si vedono personaggi fuori posto o inservienti vagare per il parco. Essi entrano ed escono da porte segrete, e si spostano tramite una città nascosta sopra la quale state camminando. Custode mi ha detto qualcosa che potrebbe essere già risaputo, ma che per me è stato comunque qualcosa di nuovo. Walt Disney aveva diversi appartamenti costruiti nei suoi parchi. Ce n’è uno sopra il Castello di Cenerentola… un altro nella giostra Pirati dei Caraibi. Sono dappertutto. In più, ci sono locali notturni, un cinema, una pista da bowling, e molto altro. Tutto dietro a delle porte costruite in stravaganti facciate davanti alle quali si passa senza nemmeno dare una seconda occhiata.

Il Club 22 è una di queste zone nascoste. Se hai abbastanza soldi per entrare in questo club esclusivo (e non li hai), allora potrai accedere ad esso e molto più.

Il Club 22 è un luogo dove tutto è permesso. Disney Co. chiama questi luoghi “zone oscure”. Posti in cui la simpatica e innocente faccia di Topolino lascia spazio ad alcol, droga, e, sì, pure sesso. Al contrario, il resto del parco è chiamata “Zona Luminosa”, con in mezzo qualche “utilidors” dette “Zone grigie”. Per quanto mi ha riferito Custode, non è stato sempre così. Si è trattato più che altro di un lento declino e di un graduale allentamento delle norme sociali all’interno di quel gruppo d’elite.

La ragione per cui sa tutto questo? Forse avete già indovinato – lo ripuliva.

Dopo un lungo controllo dei precedenti e una specie di contratto di non divulgazione, Custode, da guardiano del parco, divenne uno degli addetti alla pulizia della Zona Oscura. Ora, prima ancora che voi immaginiate qualche “sacrificio umano” da riti satanici, vi dico che Custode non ha visto niente del genere. Un sacco di bottiglie di alcolici vuote? Sì. Preservativi usati sparsi come palloncini sgonfi a Capodanno? Oh sì. Ha ripulito la sua parte di sangue, piscio e vomito, ma ciò era causato dal comportamento sregolato dei membri e non per via di un qualche strano rito. Almeno è così che lo vede lui, ora, in retrospettiva. Tutta quella spazzatura e quella merda profana finiva bruciata in un forno e si mescolava con il fumo emesso dal comignolo di un pittoresco cottage.

Se sei stato a Disney World, hai respirato peccato ultra-condensato.

 

Martello

A sostegno di queste informazioni c’è stato “Martello”. Martello mi ha scritto alla vecchia maniera, anche se non so come abbia trovato il mio indirizzo di casa. Mi ha mandato fotocopie di documenti di lavoro che provano che egli abbia lavorato lì, con l’istruzione di bruciarli dopo essermene convinto.

Cosa che ho fatto volentieri.

Martello ha lavorato al parco di Disney World, facendo demolizioni e costruzioni. A un certo punto, si è avvicinato a un superiore per parlargli di alcuni strani piani di costruzione. C’era un’ampia area rettangolare sulla mappa, delle dimensioni di un supermercato. L’area è stata lasciata senza nome, e sopra c’era soltanto la scritta “NON SCAVARE”. Non solo il suo superiore ne era all’oscuro, ma era all’oscuro strafottutamente volutamente. Non voleva parlarne, non voleva saperne, e la conversazione si concluse con “questo spazio è lasciato vuoto intenzionalmente”.

Martello non lo capiva. La zona sembrava uno spreco di spazio, ed era in diretto contrasto con gli ordini che erano stati dati alla sua squadra. Incominciò a sondare intorno a quella zona durante il suo tempo libero, trovando solo una porta d’acciaio abbandonata e, dietro, un vasto stanzone di cemento. Era un pavimento di cemento, grigio, grande come un supermercato.

Poco dopo, Martello iniziò a vedere gascot in mezzo alla folla.

A differenza di tutti gli altri resoconti, quelle persone… quelle cose… stavano in piena vista del ragazzo. Si raggruppavano in lontananza o si premevano contro un muro quando lui svoltava un angolo. Ha detto che “si muovevano in modo strano”, come se fossero deboli o feriti… come un cervo che è stato colpito da un cacciatore e non può più fuggire.

Le maschere antigas… i volti dei personaggi Disney muniti di filtri… notò che sembravano bagnate al loro interno, come la condensa che si forma sui finestrini di un’automobile. Piccole goccioline d’acqua scintillavano dietro il vetro, rendendo impossibile per chiunque di loro vedere davvero. Indagando ulteriormente, Martello iniziò a fare domande a tutti coloro che avevano lavorato nel parco almeno negli ultimi dieci anni.

Continuava a trovare vicoli ciechi, fino a che non fu indirizzato da Ida, una donna anziana che lavorava in un ristorante sulla Main Street. Lei era in zona da parecchio tempo e, anche se nessuno aveva le palle per chiederglielo, tutti sapevano che aveva un sacco di storie terribili da raccontare.

 

La storia di Ida

Martello le fece domande sullo spazio vuoto, poi sui clienti con la maschera antigas, e in un primo momento pensò che avrebbe ricevuto le stesse non-risposte che aveva ricevuto fino ad allora. Lei era silenziosa. Stranamente silenziosa.

“Room Zero.”

Gracchiò lei e pose una sola mano tremante sulla guancia, come se fosse una bambina che teme la punizione da parte del padre. Non rivolse lo sguardo verso l’uomo per l’intera conversazione.

Room Zero, come si scoprì, era un’altra stanza nascosta, proprio come gli appartamenti e il Club 22. Tuttavia, la sua vastità e la sua posizione in profondità sotto il parco la distinguevano da tutte le altre zone oscure “dei divertimenti”.

Era un rifugio antiaereo.

Room Zero è stata costruita per resistere a un attacco massiccio, fosse esso condotto da nemici stranieri o nazionali. Room Zero doveva essere rifornita con abbastanza razioni di cibo da nutrire il numero medio di clienti dell’intero parco in qualsiasi momento, e ospitava una sontuosa “Panic Room”, più piccola, riservata ai gradi alti della Disney. Durante la seconda guerra mondiale, delle maschere antigas ufficiali della Disney sono state effettivamente prodotte per i bambini, per indossarle in caso di un attacco. L’idea era che sarebbe stato meno spaventose per i bambini se, sopra un dispositivo di sicurezza bellico, ci fosse stata stampata la faccia di Topolino.

Sì, capisco gli ovvi problemi con tutto ciò.

Durante la Guerra fredda negli anni ‘60, quando è stato costruito Disney World, Room Zero era fornita di maschere simili. Che si curassero delle paure dei bambini, o che fosse solo per delle insensibili regole di mercato, quegli affari finirono laggiù. In più, qualche genio ha pensato che allora i bambini sarebbero stati spaventati dalle maschere antigas normali indossate dai loro genitori… e così tutte le maschere, per adulti e bambini, sono state fatte seguendo questo folle piano.

Ida l’ha descritto come “Curare una ferita con succo di limone.”

Niente di tutto questo spiegava cosa Martello avesse visto, però. Non solo le apparizioni quasi soprannaturali, ma anche la camera vuota.

“Ci sono stato dentro,” spiegò lui, “Non c’è niente oltre un pavimento di cemento e quattro mura.”

“No,” Ida scosse la testa e si coprì la bocca, soffocando un singhiozzo, “Sei stato sopra Room Zero.”

Qualcuno o qualcosa fece scattare l’allarme, un giorno, quando il parco era pieno. L’avvertimento era chiaro. Si supponeva fosse un attacco aereo. La sicurezza condusse tutti giù, giù, giù nel tremendo rifugio. Lì, fu ordinato di indossare le maschera e accovacciarsi per la durata dell’assalto. Tutto fu tranquillo per circa trenta minuti, salvo per i bambini che piangevano e i bisbigli spaventati. Nessuno voleva morire, e quindi erano grati in un certo senso, per questa strana misura di sicurezza.

Poi, il primo grido risuonò.

“Hey!” gridò un uomo, “smettila di pizzicarmi!”

Ondate di grida e gemiti si sparsero per tutta la folla, da una parete all’altra, avanti e indietro.

“Chi sta correndo? Calmatevi!” qualcuno gridò.

“Chi ride? Questo non è divertente!”

“Ahi! Chi mi ha schiacciato il piede?!”

Nonostante le sollecitazioni da parte delle guardie di sicurezza per calmarsi e mantenere il sangue freddo, la folla diventava sempre più agitata fino a quando, alla fine, dopo quasi un’ora di follia… Le luci tremolarono…

Poi si spensero.

Quello che seguì potrebbe essere descritto solo come puro e semplice caos. Nel buio, si sentivano solo i lamenti dei bambini e le grida angosciate di adulti, in una massiccio e assordante frastuono che faceva sanguinare le orecchie a tutti quelli che erano all’interno di quella cassa di risonanza nera. Un gruppo di membri del personale e alcuni clienti uscirono dalla porta, pronti ad affrontare la guerra all’esterno piuttosto che la follia all’interno. Ciò che trovarono, naturalmente, era un desolato parco a tema, ancora intatto. La musica continuava a suonare, riecheggiando attraverso le città delle fiabe silenziose. Ritornati a Room Zero, i pochi che si trovavano in cima alle scale d’acciaio, che conducevano giù nel buio pesto, non sentivano alcun segno del caos di là sotto. C’era solo silenzio. Ida scese quelle scale, nonostante le richieste imploranti di chi rimase sopra. Raggiunse le porte blindate, ora era di nuovo immersa nelle tenebre e udiva soltanto un ronzio nelle orecchie. Una singola voce uscì dal’oscurità. L’eco rendeva impossibile dire se la voce dell’essere misterioso provenisse dal fondo del rifugio antiaereo, o se provenisse direttamente da davanti la sua faccia.

Disse: “Chiudi la porta, cara. Stai facendo uscire il freddo.”

Presa dal terrore, fece quello che la voce ordinò. In pochi giorni, l’intera struttura… il rifugio, le scale… tutto quanto fu ricoperto da vari metri cubi di cemento. I sistemi d’aerazione e i generatori al di sopra del soffitto furono rimossi, creando il grande spazio vuoto.

“Sono ancora tutti lì.” ha detto Ida a Martello, “Laggiù con quella cosa, qualunque cosa fosse.”

Potreste aver notato che ho usato il vero nome di Ida. Purtroppo, la donna è deceduta poco dopo aver raccontato la sua storia. Caduta accidentale, a quanto pare, dopo essersi alzata dal letto per accendere la luce.

“Talmente devota alla Disney,” il giornale riferiva, “che tutta la sua camera da letto era ricoperta da sagome di Topolino.”

 

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La controversa storia di Baden-Powell, fondatore dello scoutismo

Robert Baden Powell

Ripercorriamo la storia di Baden-Powell, il fondatore dello scoutismo, e scopriamo come ha cambiato il mondo tra luci ed ombre che vanno dall’amore per la natura all’accusa di pedofilia.

 

La giovinezza

Il Primo Barone di Gilwell Sir Robert Stephenson Smyth Lord Baden-Powell nacque a Paddington (Londra, Inghilterra) il 22 febbraio 1857, sesto di otto figli del reverendo Baden-Powell, professore di geometria di Oxford, e di Henrietta Grace Smyth, figlia dell’ammiraglio britannico William Henry Smyth. Alla tenera età di tre anni, Robert perse il padre, ed all’età di 12 anni, sua madre cambiò il cognome di famiglia in Baden-Powell. Dopo aver frequentato la Rose Hill School, a Tunbridge Wells, fu ammesso alla scuola Charterhouse, grazie ad una borsa di studio.

Purtroppo per la madre, che sperava per il figlio un futuro brillante, B.-P. non fu mai uno studente eccezionale, che compensava tuttavia i suoi non brillanti voti con altre qualità. Ben presto si fece un nome come portiere della squadra della città, e le sue capacità d’attore erano rinomate in tutto l’istituto. Capitava sovente che infiammasse gli animi dei compagni durante le proprie interpretazioni. Ma non fu il teatro l’unica arte alla portata di Robert; ebbe un vivo interesse per la musica (suonava infatti il pianoforte ed il violino) e divenne anche un bravo disegnatore, abilità che gli permise di illustrare da sé le sue future opere.

 

La carriera militare

A 19 anni, ormai diplomato, tentò la carriera universitaria con scarsi risultati: non riuscì infatti a superare gli esami d’ammissione. Riuscì comunque a vincere un concorso nell’esercito e ne entrò a far parte col grado di sottotenente di cavalleria. Su settecento candidati si piazzò infatti miracolosamente secondo in fanteria e quarto in cavalleria. Nel 1876 B.-P. si unì al tredicesimo contingente Hussars in India, prima importante esperienza di vita sul campo. Durante la sua prima missione, della durata di otto anni, conobbe il suo grande amico e romanziere Rudyard Kipling (autore de Il libro della giungla).

Capitano a soli 26 anni, riuscì nella conquista del più prestigioso trofeo indiano: il Pig Sticking (o caccia del cinghiale a cavallo). Sebbene non sembri di per sé un avvenimento tale da destare così tanta attenzione, basti pensare che il cinghiale selvatico è “il solo animale che osi bere alla stessa pozza d’acqua della tigre”.

Le giornate indiane, comunque, passavano generalmente pigre e vuote di emozioni. Così Robert organizzò fra i suoi uomini un gruppo di scout (lo scout, nell’esercito, è solitamente il soldato di fanteria mandato in avanscoperta, cioè l’esploratore), insegnando loro a seguire le tracce, ad osservare e ad interpretare gli indizi lasciati sul terreno, ad occultarsi e ad affrontare la dura vita nelle foreste. La sua iniziativa ottenne un così grande successo che lo Stato Maggiore creò un apposito distintivo per gli scout: un giglio (sulle bussole antiche simboleggiava il Nord).

B.-P. si dimostrò essere un soldato ligio al dovere, e topografo ed esploratore di rara abilità. Spedito nel 1878 in Afghanistan, fece ritorno due anni dopo in India, a seguito della fallimentare campagna inglese nel paese mediorientale. Di stanza in Africa tra il 1887 ed il 1888, si dimostrò un abile soldato soprattutto nella vittoriosa campagna ad Ashanti, tanto che venne promosso al suo ritorno in India comandante del quinto reggimento dei Dragoni.

La realtà africana, ed in particolare quella Zulu, furono fonte di grande ispirazione; con loro ebbe l’opportunità di perfezionare le proprie tecniche di esplorazione e sopravvivenza, un bagaglio di conoscenze che lo rese sempre più famoso e rispettato fra i suoi superiori. Anche tra gli indigeni godeva di ottima fama, tanto da essere conosciuto come M’Hala Panzi (l’uomo che si sdraia per uccidere, fondamentalmente un cecchino), per la sua spiccata abilità di tiratore scelto ed Impeesa (il lupo che non dorme mai). Le sue capacità arrivarono alle orecchie dei suoi superiori e presto venne trasferito ai servizi segreti britannici. Viaggiò spesso travestito da collezionista di farfalle, nascondendo documenti militari fra i suoi disegni, spostandosi in Germania, Russia ed altre zone delicate. Il suo primo libro, di qualche tempo dopo, si intitolava Aids to Scouting“(suggerimenti per l’esplorazione), una sorta di vademecum per le reclute in ambito esplorativo.

 

Mafeking

Mafeking (oggi Mmabatho, Repubblica Sudafricana), era una cittadina di coloni inglesi nel remoto confine nord orientale fra l’inglese Colonia del Capo e la repubblica boera del Transvaal (a tutt’oggi non più esistente). Il 13 ottobre 1899 fu presa d’assedio dalle forze boere, imponendo all’esercito inglese l’invio di dieci ufficiali in missione speciale. Tra questi vi era Robert.

La sua missione, appoggiato dal suo vice lord Edward Cecil (figlio del primo ministro lord Salisbury), era quella di dar vita a una “messa in scena dimostrativa”, al fine di ridurre il presidente del Transvaal, Paul Kruger, a più miti consigli. Si trattava, perlopiù, del reclutamento di “fannulloni” (a detta dello stesso B.-P.) in reparti locali, più o meno di un migliaio di unità, di base a Mafeking. In caso di guerra, l’ordine era di “dare l’idea” di puntare su Pretoria (sarebbe più corretto chiamarla Tshwane, ed è la capitale amministrativa del Sudafrica). L’esercito inglese puntava sulla possibilità del nemico di ritirarsi di fronte a questa armata, piuttosto che di utilizzarla sul serio sul campo di battaglia.

La missione era chiaramente assurda ed impossibile. B.-P. divenne una “calamita”: tenere Mafeking per attirarvi contro il maggior numero di forze boere possibili, distraendole da un’invasione della colonia del Capo, possibilità questa che terrorizzava non poco l’alto commissario imperiale inglese Alfred Milner.

Nonostante la palese assurdità del piano, sembrava proprio che questo stesse funzionando: per i primi mesi, infatti, l’assedio era nelle mani di Robert, anche se più per l’inerzia del comandante boero, il generale Piet Cronje, più adatto alla guerra di movimento (in cui diede filo da torcere agli inglesi) che all’abilità dei fannulloni, cui si aggiungevano gli irregolari provenienti dal Protectorate Regiment. In totale le forze a disposizione di B.-P. contavano di 470 soldati del Protectorate Regiment, 400 membri della Guardia Cittadina, 400 civili abili nelle armi da fuoco, 100 membri del corpo di Polizia del Capo, 90 della Polizia del Sudafrica e 70 fucilieri del Bechuanaland.

Andava meglio sul fronte dell’artiglieria: Mafeking poteva vantare due pezzi da 7 libbre ad avancarica, il Wolf (un pezzo di artiglieria di fortuna così battezzato in onore di B.-P. ed in grado di lanciare un palla da 18 libbre a oltre 3,5 Km di distanza), il Lord Nelson, pezzo navale del 1770, in ottone, rispolverato da una fattoria (dove serviva come cardine) dal maggiore Godley.

Le truppe boere non furono mai lo stesso numero, ma variarono nel tempo; il picco fu di 10.000 unità al comando di Cronje, ma molte abbandonarono l’assedio. L’artiglieria era costituita da nove pezzi da campagna e da un cannone Creusot da 94 libbre.

Dopo i primi giorni d’assedio i Boeri recisero i cavi telegrafici, lasciando Mafeking a sé stessa. Per ovviare a questo serio problema B.-P. addestrò dei ragazzi del luogo alle tecniche di esplorazione, usandoli come messaggeri con l’esterno. Venivano create, dal suo vice, il maggiore Edward Cecil, squadriglie di cinque o sei ragazzi, capitanate da un capo deciso da loro stessi. La posta, sia militare che privata, non venne mai meno. La difesa della cittadina consisteva in “azioni di fantasia”: B.-P. ordinò alle sentinelle (esterne alle mura) di scavare delle inesistenti buche. I Boeri, che seguivano la scena da distanza, credevano che le sentinelle alzassero dei reticolati, piantassero mine o filo spinato (impossibili da vedere da lungo raggio, anche col binocolo), facendo sembrare Mafeking molto più difesa di quanto in realtà fosse. Assumendo poi tra ottobre e novembre alcune mosse di controffensiva, la guarnigione inglese sembrava molto più agguerrita degli assedianti (si trattava anche qui di un bluff di B.-P. per far credere ai Boeri di combattere contro un avversario preparato e risoluto).

Le perdite però erano davvero molte (in relazione alle unità disponibili) ed ammontavano a 163 tra feriti, morti e dispersi. La situazione prese una nuova piega quando al comando dei Boeri passò il generale Snyman, orfano della maggior parte dei suoi uomini, decisi a seguire il suo predecessore il generale Cronje a sud per respingere l’avanzata del ben più numeroso contingente inglese di lord Methuen. Snyman rimase quindi a tenere l’assedio con circa 1.500 uomini. Seguì una guerra di nervi, costituita più da piccoli tafferugli che da veri e propri scontri. Nel frattempo, venne eletto il nuovo comandante in capo delle forze boere, il generale Louis Botha. Resosi questi conto dell’oziosità del generale Snyman, razionalizzò le forze assedianti e pianificò una possibile conquista della città.

Il generale Botha era decisamente un osso più duro del suo predecessore, era a conoscenza degli scritti di B.-P. sullo tecniche scouting ed era determinato a batterle. L’assedio prese una brutta piega per Mafeking e B.-P. si vide costretto, suo malgrado, ad utilizzare i ragazzi non più solo come messaggeri, ma anche come barellieri, supporto alle armi e portaordini. In merito all’insicurezza che inizialmente i ragazzi dimostravano per compiti così ardui, B.-P. disse loro:

Ogni uomo sbaglia. Un uomo che non ha mai sbagliato non ha mai fatto nulla nella vita. – B.-P.

Tra le 212 vittime della guarnigione inglese, nessun ragazzo fu ferito. 38 di loro ricevettero un’onorificenza. Nella notte tra l’11 e il 12 maggio il migliore dei comandanti di Snyman, Sarel Eloff, mise in atto un audace piano per penetrare nella città attraverso il quartiere indigeno. Il tempo stringeva, poiché il comando supremo britannico aveva già inviato una colonna di cavalleria forte di 2.000 uomini al comando del colonnello Mahon. Il piano fallì, e Mafeking venne liberata dalle truppe inglesi il 16 maggio 1900.

Dopo la liberazione B.-P. venne nominato maggior generale ed eletto eroe nazionale, a soli 43 anni. La Gran Bretagna aveva tenuto il fiato sospeso per tutti i 217 giorni del conflitto, e quando finalmente giunse la notizia “Mafeking è stata liberata”, molte furono le manifestazioni di piazza. Nel dizionario inglese il verbo “to maffick” (celebrare con stravaganti manifestazioni pubbliche) e la parola “maffication” (celebrazione esagitata) vennero creati proprio in quell’occasione, e derivano, palesemente, da Mafeking. Dopo aver organizzato un servizio di polizia nazionale in Sudafrica ritornò in Inghilterra nel 1903, assumendo l’incarico di Ispettore Generale della Cavalleria per la Gran Bretagna e l’Irlanda. Quando era ormai al culmine della sua carriera militare venne inviato a studiare l’organizzazione delle truppe territoriali di riserva. Era il 1907.

 

Scouting For Boys

 

Brownsea

Tornato in patria, B.-P. fu non poco sorpreso della grande diffusione che “Aids to scouting” aveva avuto tra i giovani inglesi. Sebbene pensato come manuale d’addestramento, il libro era stato adottato sia da insegnanti che da diverse associazioni educative, come le Boys’ Brigades, fondate il 4 ottobre 1883 Glasgow, Scozia. Attirato dalle proposte del loro ideatore, lo scozzese Sir William Alexander Smith, B.-P. accettò gli incarichi in questa organizzazione cristiana.

Iniziato a questa nuova esperienza, Robert decise di riscrivere una nuova versione del suo manuale, adatta ad un pubblico più giovane e di impronta meno militare, e per verificare l’efficacia del suo nuovo metodo deciso di organizzare un campo scout con ragazzi di diversi ceti sociali, tra i 12 ed i 16 anni. Accompagnato dal fedele amico, il maggiore Kenneth McLaren, Robert scelse come meta l’isoletta di Brownsea, nella baia di Poole (nel Dorset, Inghilterra).

Brownsea Island copre circa 560 acri di bosco con 2 laghi. Il suo proprietario, Charles van Raalte fu felice di offrire l’uso del luogo. L’isola era perfetta dal punto di vista tecnico, in quanto era isolata dal centro della città, dalla stampa ed era facilmente raggiungibile attraverso un breve viaggio in traghetto dalla vicina città di Poole, rendendo gli aspetti logistici semplici da assolvere. I ragazzi partecipanti erano venti, dieci provenienti dalle scuole pubbliche di Eton e Harrow (perlopiù si trattava dei figli degli amici di B.-P.), sette provenivano dalle Boys’ Brigades della città di Bournemouth (150 km da Londra) e tre dalla città di Poole. Negli ultimi giorni si aggiunse il ventunesimo ragazzo (indisposto nei primi giorni di attività).

Oltre al maggiore McLaren, B.-P. era affiancato da un altro aiuto: il nipotino Donald Baden-Powell che, per i suoi soli 9 anni, non poté essere incluso in una pattuglia. Il campo si svolse dal 31 luglio al 9 agosto 1907, e la quota di partecipazione era decisa in base alla realtà di provenienza: una sterlina per i ragazzi delle scuole pubbliche, e diciassette sterline e cinquanta centesimi per gli altri. I ragazzi erano divisi in 4 pattuglie: Lupi, Tori, Corvi, Chiurli.

Gli adulti presenti furono in tutto sette: Baden-Powell, McLaren, tre cambusieri, un altro aiuto capo e l’ultimo giorno si affiancò allo staff un istruttore di Primo Soccorso. La maggior parte del materiale logistico, come le sei tende canadesi, fu preso in prestito dall’esercito. L’uniforme del campo consisteva in una camicia di color kaki (derivazione di quella militare) con il distintivo del giglio con pantaloncini e calzettoni blu. Ciascuno portava un nodo colorato nel loro foulard con i colori della propria pattuglia: verde per i Tori, blu per i Lupi, giallo per i Chiurli e rosso per i Corvi. Il capo pattuglia utilizzava un bastone con la bandierina dipinta con il disegno del proprio animale (l’alpenstock).

Superate delle prove di nodi, tracce, e sulla bandiera nazionale, essi ottenevano un altro distintivo con le parole Be Prepared (in Italia sovente tradotto nel latino Estote Parati), da attaccare sotto il giglio, sulla parte sinistra della camicia. Il campo iniziò con il suono del corno di kudu (detta anche cudù, un’antilope africana) che B.-P. aveva preso nella campagna di Metabele. Lo stesso corno, per dovere di cronaca, aprì il terzo World Jamboree (svoltosi ad Arrowe Park, in Inghilterra), nel 1929.

 

Nascono le guide

Forte dell’esperienza di Brownsea, B.-P. decise di presentare la sua opera più famosa: Scouting for boys (scoutismo per ragazzi). Dalla sua pubblicazione, nel marzo 1908, vennero fondate un numero inimmaginabile di associazioni che volevano legarsi al movimento scout.

Lo scoutismo aveva conquistato il mondo.

Durante una competizione fra tutti gli scout, tenutasi a Crystal Palace (Londra, Inghilterra) nel settembre 1909, B.-P. venne a conoscenza delle prime Girl Scouts. Piuttosto che accogliere le ragazze nell’associazione dei Boy Scouts, preferì fondare nel 1910 il movimento parallelo del Guidismo, sotto il coordinamento di Agnes, la sorella maggiore. Vi ricordo che eravamo in piena epoca coloniale, forte di un sessismo ostentato e di un patriottismo particolarmente ispirato. Quando ne assunse la carica, Agnes aveva 50 anni e si impegnò molto nell’adattare Scouting for boys anche per le sue guide. Nacquero così i libri Handbook of the girl guides (manuale delle guide) e How girls can help to build up the Empire (come le ragazze possono aiutare il progresso dell’Impero). Nel 1917 rassegnò le proprie dimissioni in favore della principessa Maria Windsor, fervente sostenitrice del movimento scoutistico in rosa. Agnes rimase vice presidente del movimento mondiale delle guide fino alla sua morte, avvenuta il 2 giugno 1945.

Nonostante le numerosi voci che volevano B.-P. ambire al grado di Maresciallo, Edoardo VII gli suggerì di ritirarsi dall’esercito per promuovere il movimento scout nel Regno Unito e nel mondo intero. Era il 1910.

 

Olave

Nel gennaio 1912, durante uno dei suoi viaggi di promozione dello scoutismo sul transatlantico Arcadia in rotta per New York, B.-P. incontrò Olave Soames St Clair. Robert aveva 55 anni, Olave 23, ma erano curiosamente nati lo stesso giorno: il 22 febbraio. In realtà i due si erano già incontrati in precedenza, come ricordava B.-P. stesso: due anni prima, Olave passò davanti alla caserma di Knightsbridge, a Londra, “accompagnata da un cane spagnolo bianco e bruno”. Sicuramente quella ragazza gli era rimasta impressa nella memoria…

Nel settembre del 1912 si fidazarono ufficialmente, e si sposarono in gran segreto il 30 ottobre. Tutti gli scout del mondo donarono un penny per il regalo di nozze, che sarebbe poi stato un’auto. Baden-Powell ebbe tre figli, un maschio e due femmine, che ricevettero il titolo di Honourable (onorevole): Peter nacque nel 1913, Heather nel 1915, e Betty nel 1917. Olave divenne Commissaria di Contea delle Guide nel 1916, Capo Guida nel 1918 e fu eletta Capo Guida del Mondo nel 1930. Nello stesso anno ricevette il titolo di Gran Dama dell’Impero Britannico da Giorgio V. Suo padre le comprò anche la residenza di Pax Hill, nell’Hampshire (Inghilterra). Nel 1932 ricevette il titolo di Dama di Gran Croce dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico.

 

Dopo la prima guerra mondiale

Allo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, B.-P. si mise a disposizione dell’esercito. Non fu però reintegrato, ed in proposito lord Kitchener commentò: “Posso trovare facilmente numerosi generali di divisione altrettanto competenti, ma non troverei nessuno che possa continuare il suo inestimabile lavoro nei Boy Scouts.”

Girava voce che B.-P. fosse in realtà tornato attivo alla sua vecchia occupazione di spionaggio, e gli organi dell’intelligence operarono affinché questa notizia (veritiera o meno che fosse) si diffondesse. Nel 1920, tredici anni dopo Brownsea, si tenne all’Olympia Palace di Londra, il primo Jamboree (da una lingua africana: celebrazione festosa e non, come spesso viene riportato da alcuni scout in Italia, marmellata – o incontro – di popoli). Nella cerimonia di chiusura, gli 8.000 scout intervenuti (tra cui il contingente italiano guidato da Mario di Carpegna e Mario Mazza) acclamarono B.-P. Capo Scout del Mondo.

Nel 1922 Robert venne nominato baronetto, ottenendo il titolo di Sir. In occasione del terzo Jamboree del 1929 ricevette in regalo un’auto nuova (comprata ancora una volta con le offerte degli scout), una Rolls-Royce prontamente ribattezzata Jam-Roll (ovvero la Rolls del Jamboree, ma che si traduce anche scherzosamente come panino alla marmellata), ed una roulotte ribattezzata Eccles Cake (tortino). Nel corso dello stesso Jamboree fu eletto Pari d’Inghilterra, e scelse il titolo di Lord Baden-Powell of Gilwell.

Non avendo, in effetti, possedimenti o tenute, scelse come luogo da indicare nel titolo Gilwell Park, il primo centro internazionale di formazione di capi scout, aperto nel 1919 nella contea dell’Essex (Inghilterra). Nel 1937 gli fu conferita una menzione d’onore e ricevette in totale altre 28 decorazioni da diversi Stati. La sua opera di diffusione dello scoutismo ebbe risultati insperati: nel 1922 c’erano più di un milione di scout in trentadue paesi; nel 1939 gli scout nel mondo superavano i tre milioni.

 

La vecchiaia

Poco dopo il matrimonio, B.-P. cominciò ad accusare numerosi problemi di salute, patendo diverse malattie. Si lamentava di continui mal di testa, che peggiorarono e lo portarono a smettere di dormire con Olave ed a spostarsi in una camera da letto allestita sul suo balcone. Nel 1934 gli fu asportata la prostata e per allontanarsi dalla vita caotica inglese nel 1939 traslocò in una casa che aveva commissionato in Kenia. Nel 1938 l’Accademia di Svezia propose B.-P. ed il movimento scout come destinatari del Premio Nobel per la Pace 1939. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, purtroppo, fece sì che il premio non venisse assegnato quell’anno, e difatti le cerimonie vennero annullate fino al 1944.

Mentre alla radio davano notizie di morte per l’avvento della seconda grande guerra, B.-P. moriva in un letto di Nyeri, in Kenia, all’età di 83 anni, l’8 gennaio 1941. Sulla sua tomba, col Monte Kenia sullo sfondo, tra i glifi degli esploratori e delle guide, vi è un segno di pista formato da un cerchio con un punto al centro, che significa, semplicemente, sono tornato a casa.

Nel 1942 Olave, ormai vedova, decise di rientrare in patria. Sfidando gli U-boot tedeschi, visse in un appartamento in Hampton Court Palace tra il 1943 ed il 1976 (Pax Hill era stata requisita dalle truppe canadesi). Dopo la guerra girò l’Europa intera per far rinascere lo scoutismo. Nel 1961, colpita da un infarto, fu costretta ad una vita sedentaria. Nel 1970 le venne diagnosticato il diabete. Si spense il 19 giugno 1977 a Birtley House, Bramley (Inghilterra). Le sue ceneri furono riportate in Kenia, dove furono poste di fianco a quelle del marito.

 

 

Controversie

Potevo tranquillamente chiudere qui l’articolo, dipingendo Baden-Powell come l’eroe che è, ma non farei giustizia alla sua memoria se non ne raccontassi anche il lato oscuro. B.-P. non è sempre stato un uomo probo, figlio anche dell’epoca in cui ha vissuto, ma l’aver cambiato il mondo in meglio, una buona azione alla volta, è certamente il motivo per cui è doveroso ricordarlo.

 

 

Paternità dello scoutismo

Benché la paternità del movimento scout sia indubbia, le idee alla base potrebbero non essere completamente frutto di B.-P. In molti vedono come precursore dello scoutismo il naturalista statunitense Ernest Thompson Seton, fondatore dei Woodcraft Indians (indiani dei boschi), associazione con ideali molto simili a quelli dello scoutismo. Fatto curioso, anche i Woodcraft Indians erano nati grazie al diffondersi di un libro, Due piccoli selvaggi, pubblicato nel 1902 da Seton.

Questi non dimostrò mai astio nei confronti di B.-P., anzi. I due avviarono una profonda amicizia epistolare (B.-P. era un ammiratore di Seton e del suo libro, da cui quindi potrebbe aver preso spunto) e Seton fondò negli USA i Boy Scouts of America.

 

Omosessualità e pedofilia

Sull’omosessualità di B.P., paventata da numerosi storici, non mi pronuncio, ognuno è libero di vivere l’amore come meglio crede, a prescindere dal proprio genere. Sulla pedofilia, invece, un piccolo appunto è doveroso.

In età vittoriana era normale per gli uomini avere un rapporto particolarmente stretto. Era dovuto principalmente al fatto che i ragazzi, in età puberale e durante l’adolescenza passavano la maggior parte del tempo con consanguinei in convitto o sotto le armi. Si sviluppava quindi una sorta di cameratismo molto profondo, che a volte poteva diventare ambiguo.

Il fatto che B.-P. spingesse la moglie Olave ad agghindarsi in maniera androgina (fasciando stretto il seno o tagliando i capelli corti) non passò di certo inosservato ai più. La sincera amicizia con McLaren, poi, potrebbe essere sfociata anche in una relazione platonica. Quale che sia la verità, il loro rapporto durò fino al secondo matrimonio di McLaren, per cui Baden-Powell espresse enorme disprezzo e che portò al loro allontanamento definitivo.

Il biografo Tim Jeal espone un singolare aneddoto sulla vita di B.-P. a riprova delle sue tendenze pedofile, occorso nel novembre 1919. Mentre era in visita alla Charterhouse Baden-Powell passò un po’ di tempo con un vecchio amico, A.H. Tod, un insegnante e responsabile di camerata con la passione per la fotografia. I suoi soggetti preferiti erano alberi e ragazzi nudi.

Sono stato un po’ con Tod. Ha foto di ragazzi nudi ed alberi. Eccellenti. – Baden-Powell

In una successiva missiva, che preannunciava un suo imminente ritorno, B.-P. si espresse così.

[…] Forse potrò dare un’altra occhiata a quelle tue meravigliose foto. – Baden-Powell

Dubito stesse parlando degli alberi.

Sebbene l’archivio fotografico di Tod era stato pensato, a suo dire, per raccontare la vita degli studenti adolescenti nella scuola pubblica inglese, i soggetti sembravano essere in posa, in maniera innaturale. Tutto il materiale venne comunque distrutto sul finire del 1960. Vi chiedo però di non saltare subito a conclusioni affrettate: leggete questa storia nel contesto in cui si trova, in cui foto del genere non esprimono necessariamente un’attrazione morbosa. È assolutamente lecito pensare che l’interesse per quei nudi, sia di B.-P. che di Tod, fosse niente più che artistico.

Jeal riporta anche che Baden-Powell soleva spesso intrattenersi in conversazione con i suoi ragazzi desnudi.

[…] apprezzava considerevolmente il corpo maschile nudo e denigrava quello femminile. A Gilwell Park, la base scout nella foresta di Epping, si è sempre intrattenuto a guardare nuotare i ragazzi nudi, e qualche volta si sarebbe fermato a chiacchierare con loro appena spogliati. – Tim Jeal

Baden-Powell però non si dimostrò mai attratto carnalmente dai giovani e, anzi, li esortava a non commettere atti impuri: nella bozza di Scouting for boys vi era un disegno con nota allegata che sconsigliava la masturbazione.

 

Crimini di guerra

Durante la campagna contro i Matabele B.-P. venne accusato dal Ministero delle Colonie di aver fatto giustiziare il capo africano Uwini, in aperta violazione ai diritti dei prigionieri. Il fatto venne insabbiato da lord Lansdowne dopo l’ammissione di Baden-Powell, che si difese sostenendo che la morte di Uwini era la naturale conseguenza delle sue azioni. In sostanza, se l’era meritato.

 

Simpatie nazifasciste

Sempre Jeal propone un’altra singolare visione di Baden-Powell, che lo vede aderire alle idee nazifasciste.

Ho passato la giornata a riposo. Ho letto il Mein Kampf. Un libro meraviglioso, con buone idee per l’educazione, la salute, la propaganda, l’organizzazione ecc. Ed ideali che Hitler non mette in pratica. – Baden-Powell in una nota a margine del suo diario, tratto dal libro di Tim Jeal

Alcune toppe degli scout del 1911 riportavano inoltre una svastica. Non è detto però che questo dimostri che B.-P. aderisse al nazismo. Rudyard Kipling era solito decorare le coste dei suoi libri con questo simbolo, che prima di rappresentare il terrore era un semplice segno apotropaico indiano. Gli scout stessi smisero di utilizzarlo con l’avvento dei nazisti nel 1920, quando il movimento venne bandito dalla Germania.

 

Di più

Una torre di teschi umani getta nuova luce sulla civiltà azteca

REUTERS/Henry Romero

Una torre di teschi umani scoperta poche settimane fa nel cuore di Città del Messico pone nuovi interrogativi sui sacrifici umani perpetrati dalla civiltà azteca.

Il 30 giugno 2017 gli archeologi scoprono 650 teschi quasi intatti e migliaia di frammenti in un edificio di forma cilindrica nei pressi del sito di Templo Mayor, uno dei templi più importanti degli AztechiTenochtitlan, capitale prima del loro impero e oggi del Messico. La struttura, propriamente detta Huey Tzompantli, ha un diametro di 6 metri.

Quello che più stupisce rispetto ad altri tzompantli è che vi sono allocati teschi non solo maschili, ma anche di donne e bambini.

Ci aspettavamo solo uomini, giovani e forti come possono esserlo i guerrieri, e trovarci anche donne e bambini non è normale. Non sono il genere di persone che sarebbero andate in guerra. C’è qualcosa che ancora non sappiamo, e che abbiamo cominciato a scoprire qui per la prima volta. – Rodrigo Bolanos, antropologo

Gli tzompantli (mura di teschi), presenti anche nei Maya, venivano generalmente eretti con pali paralleli tra loro a cui venivano cuciti o più semplicemente legati teschi umani. Si trattava perlopiù di prigionieri di guerra, impilati come ammonimento per le popolazioni avverse. A volte gli uomini venivano spinti a giocare una partita del gioco della palla, facente parte di un ben più complesso rituale, alla fine della quale veniva decretata la loro inevitabile quanto pilotata sconfitta. E la loro decapitazione.

 

REUTERS/Henry Romero

 

La macabra struttura ha avuto l’infausto compito di tenere lontani i conquistadores spagnoli dalle ricchezze e dai fasti del popolo azteco. Immune al loro effetto fu il celebre condottiero Hernán Cortés Monroy Pizarro Altamirano, che prende d’assedio la città uscendone tristemente vittorioso nel 1521. Uno dei suoi sottoposti, Andres de Tapia, narra che la struttura era formata da decine di migliaia di teschi: siamo stati in grado solo di scalfire la superficie di quello che sembra davvero un ossario mastodontico.

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Duke il cane eletto sindaco – Di nuovo

Chelsea Lauren

Si dice spesso che qui in Italia abbiamo un sacco di politici cani. Negli USA hanno un cane politico, rieletto da poco sindaco per la terza volta. 😀

Siamo a Cormorant Township, in Minnesota, USA, un paese di un migliaio di anime imperlato da decine di laghi e bacini. La settimana scorsa si sono svolte le elezioni per il nuovo sindaco, ed a vincere, per la terza volta di fila, è stato Duke, 9 anni, un cane dei Pirenei.

È l’unico cane eletto sindaco negli Stati Uniti! – Becky Ulven, cittadino di Cormorant

Duke è stato eletto con la totalità dei voti, tranne uno, che è andato alla sua diretta sfidante, Lassie. La sua fidanzata.

Sebbene possa sembrare una notizia di poco conto, l’eco generata ha portato un incremento del turismo nella cittadina ed una straordinaria visibilità mediatica; inoltre Duke è, a detta di tutti, un esempio di lealtà e saggezza, inspiratore della brava gente di Cormorant.

Non si tratta però del primo caso di animale eletto sindaco.

Rabbit Hash dal 1999 si avvicendano solo sindaci cani, a partire da Goofy, seguito da Junior ed infine Lucy Lou, una splendida quanto capace border collie.

Lajitas il primo cittadino è stato per diversi anni Clay Henry III, una capra alcolizzata. Nonostante il vizio di bere troppa birra ha sempre rivestito onorevolmente la sua carica.

Sunol a governare la città è stato invece il meticcio Bosco Ramos, incrocio tra un labrador ed un rottweiler, a dimostrazione che anche chi ha umili origini può puntare in alto se crede in sé stesso. Per il suo impegno nel ricostruire il paese a seguito di un violento incendio, è stata eretta una statua a lui dedicata.

 

 

Inusuale la vittoria alle comunali di April la mucca, nella cittadina di Eastsound, passata a miglior vita pochi mesi fa.

L’ultimo animale ad aver ricoperto la carica di primo cittadino è di Talkeetna, dove non apprezzano né i cani né i topi; il sindaco è Stubbs, un gatto. Con le sue nove vite si prospetta avrà il mandato più lungo di sempre.

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The Witch – Trama e teorie

Un po’ The Village, un po’ Picnic ad Hanging Rock, The Witch, opera prima di Robert Eggers, è prima di tutto un racconto. Una storia che mescola sapientemente folklore, religione (leggasi fanatismo), natura (quella che non ha pietà), ed una famiglia di esuli abbandonati a loro stessi.

La strega, quella che da il titolo al film, la vediamo praticamente subito. Poco dopo il prologo. E ci si aspetterebbe il classico film con la bellissima di turno che si tramuta nella solita vecchia malvagia ed incartapecorita, sconfitta solitamente da un prode avventuriero.

E invece no.

In questa storia niente va come deve andare. I personaggi cominciano a dire cose strane, gli animali si comportano in modo strano, gli eventi prendono una piega strana. Qui tutto è strano.

I gemellini giocano sempre con un nero caprone, Black Phillip, che a dir loro sembra parlargli. C’è un coniglio foriero di sventura che si palesa sempre nei momenti più infausti. C’è un corvo assetato di sangue e latte che non la smette di allungare la sua nera ombra sulla famiglia inerme. C’è un bosco dove sorge la casa di una strega ancella del demonio.

O forse no.

 

 

The Witch – Trama

New England, 1630 circa. Un uomo del Lancashire di nome William è stato appena bandito da una comunità puritana ed è costretto ad abbandonare il villaggio insieme alla sua famiglia – la moglie Katherine, l’adolescente figlia Thomasin, il figlio minore Caleb ed i due gemellini MercyJonas –  a causa di dissensi di ordine religioso. I sei sventurati, sorretti dalla fede, riescono a costruire una fattoria e ad arare un campo di granturco; la vita sembra arridergli quando nasce il piccolo Samuel, la cui venuta è vista come un segno del Signore misericordioso.

Affidato alle cure di Katherine, un giorno la ragazzina porta Samuel al limitar del bosco e, in un attimo di distrazione, che dura letteralmente un battito di ciglia, il neonato svanisce nel nulla, forse rapito da una strega che dimora le fronde degli alberi.

 

 

 

The VVitch

The Witch è una storia, ed il sottotitolo originale del film, A New-England Folktale, tradotto orrendamente in italiano con Vuoi ascoltare una favola? – roba da appendere gli addetti al marketing per i pollici e lasciarli divorare dai corvi – ce lo ricorda ad ogni fotogramma. Una storia tratta da diari e cronache originali, che ci mostrano non quello che è, ma quello che sembra essere. La realtà non per quella che dovrebbe essere, ma per quella che appare.

La Storia, quella che ci insegnano a scuola, dice molto semplicemente che i coloni inglesi sono arrivati nel nuovo continente carichi di buoni propositi, hanno convertito gli indigeni locali ed hanno innalzato l’america alla luce del Signore. Stop. In realtà le cose sono andate diversamente. Male. E sin dal principio. Si tratta di estremisti religiosi (leggasi nuovamente fanatici) che attraversano migliaia di miglia d’oceano, migliaia di miglia di niente, per approdare in una terra aliena, in cui non sono benvoluti.

Il problema però non sono tanto le popolazioni locali – nel film all’inizio si vedono chiaramente tre indiani Wampanoag integrati con la comunità religiosa – né tanto meno la natura selvaggia.

Il vero nemico è la solitudine.

Quel senso di abbandono che attanaglia ogni villaggio, unico baluardo dell’essere umano per centinaia di chilometri. L’essere stranieri in terra straniera, con Dio come unica salvezza e senso di una vita votata all’austerità e alle privazioni. Poi qualcosa scatta, la fede viene meno, ed il sonno della ragione genera mostri.

La famiglia, tra accuse ed atti di stregoneria, si sbriciola dalle fondamenta. Il capofamiglia William è un colono fallito, un padre fallito, un marito fallito, un cacciatore fallito ed un agricoltore fallito. Non che non ci metta la buona volontà, semplicemente ogni cosa che fa si tramuta in cenere. Thomasin sta cominciando a sbocciare, con quella sensualità appena accennata, candida, tipica dell’adolescenza. I gemellini sono due esseri amorfi, infagottati in decine di panni per farli stare al caldo, e per un nonnulla ridono (ghignano). Troppo. Ridono sempre. Come un trapano che ti fora il cervello, come unghie sulla lavagna. Caleb viene colpito da una strana febbre – un maleficio, forse? – che lo fiacca lentamente nello spirito e nel corpo.

La scena del suo delirio sul letto di morte è quanto di più inquietante abbia mai visto in un film.

Davvero.

 

 

Teorie e considerazioni

Se non avete ancora visto il film evitate di leggere queste righe.

Le teorie su ciò che accade nel film sono sostanzialmente due. Nella prima, quella razionale, tutto viene spiegato con la muffa del mais, come suggerito in molti punti della pellicola. Si tratta di un potente allucinogeno, così che quella che abbiamo visto non è la storia com’è andata ma come l’hanno vissuta i protagonisti. Quello che vediamo non è mai successo, e nulla è mai stato reale: tutto fila liscio fino al “contagio”, dopodiché la follia prende il sopravvento, in un gorgo di violenza e macabra disperazione, in cui è più semplice dare la colpa delle disgrazie ad un essere soprannaturale che all’incapacità dell’animo umano di accettare la solitudine.

Nella seconda teoria quello che vediamo è ciò che è accaduto realmente. La strega esiste davvero, ha deviato le menti della povera famiglia finché il diavolo in persona non si è manifestato nella figura del nero caprone, culminata col piegarsi della giovane Thomasin al bacio dell’oscuro signore.

 

 

Quindi la strega non esiste. Forse.

Sapete perché non me ne frega niente se la strega esiste davvero? Perché loro credono che esista. Non importa se sia colpa della muffa o che sia la figlia del male la causa di tutte le disgrazie.

La questione è che ci credono loro.

Così mentre per noi spettatori, alla fin fine, che la strega sia reale o no conta poco, loro hanno vissuto un incubo. Un incubo reale. In cui gli animali sussurrano frasi di morte, le streghe uccidono gli infanti, ed una famiglia si dilania dall’interno.

E sì, quando Thomasin arriva ad ascrivere il proprio nome sul grimorio maledetto, vergandolo col sangue, e si addentra nel bosco accompagnata dal demonio Black Phillip, beh allora, alla fine, quando tutto sembra perduto, alla strega ci ho creduto anch’io.

 

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Coulrofobia

Sara ha una fobia, un po’ come tutti noi. C’è chi ha paura del buio, chi delle altezze, chi delle anatre. Sarah ha paura dei clown. Con quei grossi nasi rossi, il volto nascosto dal trucco tanto pesante quanto improbabile, e sopratutto quel sorriso, quel ghigno, perennemente stampato in faccia. Non sa ancora che una notte di marzo il suo ragazzo verrà rapito proprio da un grottesco clown.

Coulrophobia è una creepypasta pubblicata da Kiriakos Vilchez su The Madhouse. Buona lettura!

 

 

Coulrofobia

Fin dalla più tenera età, Sarah era terrorizzata dai clown, e come lei molte altre persone che, fortunatamente, riuscivano a nascondere questa loro paura. L’idea di qualcuno con un atteggiamento perennemente felice e strampalato, vestita con un buffo costume, era spesso fonte di disagio per molti, perciò Sarah non era di certo l’unica.

Crescendo, raramente aveva avuto occasione di imbattersi in uno di quegli uomini o donne dal viso truccato e dai capelli sgargianti e stravaganti ma, quando succedeva, per lei era davvero un incubo. Talmente atroce, infatti, che era finita in terapia durante la maggior parte delle medie e del liceo per via degli incubi provocati dalla sua fobia. Tuttavia quest’ultima col passare degli anni e delle sedute di terapia stava cominciando a scomparire. Sarah non avrebbe più chiuso gli occhi vedendo un clown sorridente in televisione o trovando accidentalmente un’immagine di Pennywise (da IT, di Stephen King) su internet.

Sarah aveva imparato a dominare la paura, anziché esserne vittima. Il suo primo anno di college era stato perfetto grazie alla sua abilità, appena scoperta, di interrompere le grida dei suoi demoni interiori, frutto dei suoi brutti ricordi. Ad ogni modo, questa situazione di tranquillità non sarebbe durata a lungo, perché le grandi paure possono tornare e lo fanno nella maniera più sinistra possibile…

Era metà marzo e Sarah era impegnata, come al solito, a gestire il carico di lavoro di una tipica studentessa nel pieno del college. Più precisamente era un martedì e Sarah aveva appena concluso l’ultima lezione del giorno: un’importante conferenza di psicologia tenuta da un relatore, durata circa due ore.

Mentre la ragazza stava tornando al suo appartamento del campus un giovane uomo, evidentemente di fretta, si scontrò con lei, facendoli capitombolare. Lei era caduta di schiena e la borsa le si era sfilata dalla spalla. Irritata dalla stupidità dell’uomo, Sarah lentamente si alzò per chiedergli come diamine facesse ad essere così sbadato, ma rimase scioccata quando si rese conto che l’uomo era sparito. Guardandosi intorno, non trovò traccia di lui. Scuotendo la testa, si rimise in piedi e, mentre raccoglieva la sua borsa, notò un volantino a terra, a faccia in giù. “Deve averlo fatto cadere quello scimmione dopo avermi travolto” pensò. Lo prese da terra, lo girò ed ebbe un sussulto: il volantino pubblicizzava un evento speciale chiamato “La notte dei Clown!”. Posto nella parte inferiore, nel mezzo dell’inserzione, c’era l’immagine di un clown raccapricciante, con occhi color blu scuro e un grosso sorriso arancione dipinto sulla sua faccia, colorata di bianco. Al di sotto dell’immagine, c’era una breve descrizione dell’evento:

Siete pronti per il gran divertimento?! Per buffoni imbranati che farebbero sorridere anche quella tua nonna sempre ingrugnata?! Allora non perdete tempo, ragazze e ragazzi, perché la Notte dei Clown è in città!! Preparatevi per una serata di cibo, divertimento e giochi, condotta da noi strampalati clown, e assolutamente GRATUITA! Venite soli o con la famiglia, chiunque è benvenuto!!

Ancora al di sotto della descrizione, c’erano le indicazioni per raggiungere il luogo e l’orario d’inizio dell’evento. Confusa, Sarah rilesse le informazioni, accorgendosi che l’evento si sarebbe svolto al Luna Park MacArthur, ma lei sapeva che i Luna Park erano stati chiusi più di due mesi prima perché il paese voleva utilizzare il territorio per costruire zone commerciali e residenziali. Non ci sarebbe mai più stato alcun tipo di festival o carnevale. Scuotendo ancora la testa, continuò a leggere il volantino, che diceva che l’evento sarebbe iniziato alle 20:00 di quella sera e che sarebbe durato fino alla mattina successiva.

Sarah non riusciva a capire perché qualcuno potesse voler trascorrere un’intera serata con qualche clown squilibrato. Guardò ancora il clown sul volantino, con i suoi occhi che la fissavano a loro volta. Osservò attentamente il volantino, cercando di ricordare se, per caso, avesse mai sentito di un evento chiamato La notte dei Clown!, ma non le venne nulla in mente, le sembrava solo troppo strano. Fece no con la testa e gettò il volantino nella spazzatura. “No, grazie” pensò “Niente clown per me”.

Alle sette di sera circa, Sarah era sul divano del salotto e guardava la televisione, mentre cenava con del cibo cinese da asporto, consapevole che sarebbe rimasta da sola per un po’ visto che la sua coinquilina Dawn era fuori col suo fidanzato. Mentre era seduta, pensò che poteva fare uno squillo al suo fidanzato Jesse per chiedergli di venire a trovarla, se non aveva impegni, ma poi le venne in mente che non era nei paraggi perché avrebbe lavorato fino a mezzanotte. Realizzando definitivamente di non poter avere compagnia, tirò un sospiro e prese un boccone di chow-mein (piatto cinese a base di noodles), mentre girava i canali della TV.

Passò diversi programmi come Lavori sporchi e Criminal Minds, senza trovare nulla che le interessasse, finché non arrivò al film L’uomo d’acciaio su HBO. Mentre guardava il film, notò che le immagini della TV stavano iniziando a sfocarsi. Improvvisamente, lo schermo passò dal raffigurare la scena in Superman combatteva il generale Zod all’inquietante viso di un clown triste con un trucco scuro, che fece saltare Sarah dal divano. Il clown la fissava e le faceva cenno di avvicinarsi. Impaurita, Sarah cercò goffamente il telecomando e spense la TV.

Scosse la testa. Dannati clown. Non sapeva assolutamente come diavolo si fosse passati da Superman a uno stupido pagliaccio, ma non le interessava. Aveva visto abbastanza TV per quella sera. Guardò il suo cellulare e vide che erano le 20:00 e ebbe un sussulto quando il telefono suonò all’improvviso. Non riconobbe il numero del mittente e rispose.

“Pronto?” disse e, dopo qualche istante di silenzio, rispose una voce simile a quella di Pippo della Disney: “Ti stiamo aspettando, Sarah. Il divertimento sta per cominciare, e abbiamo bisogno di te!”.

Sarah tentò di capire chi, con quella stupida voce, potesse essere al telefono e rise: “Ok, chi parla? Jesse, smettila!” rispose, ridendo ancora di più e, dopo dei momenti di silenzio, la voce sogghignò: “No, no, no, no, no. Non Jesse” Sarah, sorridendo ancora, scosse la testa: “Ok, beh, chiunque tu sia, devo andare”. Prima ancora che Sarah potesse riattaccare, l’interlocutore iniziò a ridere istericamente e all’improvviso la TV si riaccese. C’era ancora lo stesso clown raccapricciante di prima che la fissava, stavolta era in piedi accanto a un uomo legato a una sedia. Il clown gli stava tenendo un coltello appoggiato alla gola. Quando Sarah lentamente si rese conto chi fosse la vittima, gridò col pianto in gola e si coprì la bocca con la mano.

“Aspetterei a riagganciare se fossi in te, Sarah, o il povero piccolo Jesse sarà costretto ad andarsene.” Sarah guardò il telefono, tremando per il terrore.

“Chi… chi sei? Che diavolo sta succedendo?!” Sarah aveva gli occhi incollati alla TV e riuscì a sentire l’uomo al telefono scoppiare in una risata gutturale.

“Sono solo un clown, Sarah. Non hai più paura dei clown, vero?” le lacrime iniziarono a scenderle lungo le guance mentre guardava l’espressione terrorizzata di Jesse. Trattenendo il pianto, rispose: “No… non ho paura… ma per favore, lasciatelo andare…” sentì ancora l’uomo ridere.

“Certo, ma devi prima venire qui, a La Notte dei Clown . Ti aspettiamo, Sarah, ti aspettiamo…”. L’uomo riattaccò e la TV si spense. Sarah rimase seduta lì, scioccata, col telefono ancora all’orecchio. Posò il telefono lentamente e pensò di chiamare la polizia. Mentre componeva “911”, si rese conto che non si trattava di un tizio qualsiasi che giocava a manomettere la sua TV o di qualche rapitore improvvisato. Era qualcosa di paranormale, fuori da qualsiasi logica. Capì cosa doveva fare per salvare il suo fidanzato: recarsi a La Notte dei Clown .

Sarah guidò più velocemente possibile per raggiungere il Luna Park MacArthur, fuori città. A mano a mano che si avvicinava alla zona, una fitta e densa nebbia avvolgeva la sua auto. Ancor prima di rendersene conto, arrivò al grosso cancello chiuso di ferro che si trovava all’entrata.

Rimase sconvolta vedendo il parco illuminato come un tendone da circo, con brillanti luci stroboscopiche di diversi colori, in contrasto con il buio della notte. C’erano giostre di ogni tipo e chioschi con diversi giochi, risonava nell’aria una forte musica carnevalesca, che si mischiava alle risate distinte dei bambini. Ciò che mancava, invece, erano le persone: sembrava che l’intero luogo fosse abitato da fantasmi. Lentamente, Sarah scese dall’auto e, quasi immediatamente, il cancello si iniziò ad aprire e lei si avvicinò con cautela, guardandosi ansiosamente intorno. All’improvviso, un gruppo di clown apparve davanti a lei, ridendo e incoraggiandola ad entrare. C’erano sia maschi sia femmine, con diversi costumi, cappelli e parrucche e mostravano i loro inquietanti sorrisi. Sarah si avvicinò, sudando per la paura.

“Ok… sono qui. Lui dov’è?” uno dei clown, che indossava un cappello a cilindro e impugnava un bastone dall’aspetto divertente, guardò gli altri e sghignazzò, poi guardò Sarah e le mise una mano su una spalla

“Ti porteremo dritta da lui, mia cara, e ci divertiremo moltissimo!”

Il clown poi le avvolse il collo con un braccio scherzosamente e gli altri esplosero in una risata. Con la paura di dire o fare qualsiasi cosa, Sarah consentì ai clown di accompagnarla da Jesse.

Passando per le varie giostre e i vari chioschi vedeva sempre più clown accordarsi a quelli che già la circondavano. Si accorse anche che i loro visi diventavano sempre più disturbanti, le loro forme mostruose, a mano a mano che si addentravano in quel contorto carnevale. C’erano anche clown di altezza inumana sporgersi verso di lei. Ma non era tutto: uno di loro era curvo, dall’aspetto animalesco, con una lingua simile a quella di una lucertola, che entrava e usciva tra delle labbra cremisi, e sibilava in sua direzione. Un altro ancora indossava una maschera fatta completamente di carne umana, che gocciolava di sangue, i cui occhi rossi sembravano brillare come due sinistre sfere di luce.

Finalmente il gruppo di clown che la scortava si fermò di fronte a una grossa tenda a pois.

Il pagliaccio con il cilindro prese Sarah di forza per le spalle in modo da guardarla negli occhi

Sarah tremava come una foglia mentre fissava i suoi occhi maligni, che trasudavano follia.

“Dove… dov’è lui?”

Il clown indicò con la testa la tenda.

“Proprio lì, mia cara. Entra e potremo cominciare”.

La lasciò andare e Sarah entrò lentamente nella tenda.

Fu accolta da luci splendenti e grandi applausi e, quasi accecata dalla forte luce, portò la mano sulla fronte a mo’ di visiera. Dopo aver sbattuto più volte gli occhi, vide che era circondata da clown seduti sugli spalti, come in uno spettacolo, che la guardavano ridacchiando. Di fronte a lei trovò Jesse, ancora legato sulla sedia, in compagnia di quello spaventoso clown triste che gli teneva il coltello pericolosamente vicino alla gola. Sarah emise un grido di rabbia e corse verso il fidanzato. Era a pochi passi quando il clown aumentò la pressione del coltello sulla gola del ragazzo. Sarah lo guardò e capì che era svenuto, poi si girò verso il sinistro clown che lo teneva in ostaggio, con gli occhi accecati dall’ira.

“Lascialo andare!” urlò.

Il buffone la guardò minaccioso, prima lei, poi Jesse, scosse la testa tristemente e, senza preavviso, gli tagliò completamente la gola. Il sangue schizzò ovunque mentre il ragazzo si contorceva sulla sedia. Sarah, impulsivamente, corse verso l’aguzzino e gli tirò un pugno in faccia, facendolo cadere all’indietro e scivolare il coltello di mano. Il clown guardava Sarah mentre teneva Jesse tra le braccia, con le lacrime che le sgorgavano dagli occhi e, quando tentò di rialzarsi, la ragazza raccolse il coltello da terra e si lanciò su di lui.

Alla stregua di un animale infuriato e distrutto dal dolore, pugnalò più e più volte al torace il clown triste, che gridò invano. Sarah continuava a trafiggerlo più forte che poteva, ridendo istericamente mentre lo guardava soffocare nel suo stesso sangue con gli occhi girati all’indietro. Non smise neanche quando vide che aveva chiuso gli occhi e esalato l’ultimo respiro: continuava a colpirlo senza pietà. Dopo qualche minuto, finalmente si fermò e si alzò in piedi, ricoperta di sangue, e guardò la folla, che restava in silenzio e immobile. Piangendo, gettò il coltello per terra.

“Siete contenti ora?! Vedete cosa mi avete fatto?!” gridò. Il pubblico di clown continuava a guardarla senza fiatare.

Finalmente, il clown col cilindro e il bastone entrò nella tenda e sgranò gli occhi quando vide il clown triste in una pozza di sangue.

“Signore e signori, ce l’ha fatta! La nostra Sarah ha finalmente sconfitto la sua paura!” gli spettatori esplosero in risate e applausi, saltando su e giù sui posti a sedere. Le tiravano fiori e stelle filanti, lanciavano coriandoli in aria.

Il clown si avvicinò a Sarah, allargando sempre più il suo sorriso, mentre lei lo fissava con odio estremo nei suoi occhi.

“Lasciatemi solo andar via! Vi prego!” urlò con le lacrime agli occhi.

Il clown scosse la testa mentre aizzava la folla: “Andare via? Perché mai, mia cara? Non potrai mai andare via”.

Sarah lo guardò, scuotendo confusa la testa: “Ma perché? Cosa vi ho fatto?!”.

Il clown rise, avvolgendole il collo con il braccio ancora una volta, indicando la folla.

“Nulla, Sarah, non hai fatto nulla a nessuno di noi. Non si tratta di vendetta, no, no. È qualcosa di ancora migliore: un test!”

Sarah, con le lacrime agli occhi, lo guardò e rispose: “Un test…?”.

Lui annuì con eccitazione: “Sì, un test! E sei passata a pieni voti! Dovevamo verificare se fossi pronta a unirti a noi!”.

Sarah sentì un brivido percorrerle la schiena, facendole sentire le gambe come due spaghetti: “U-Unirmi a voi?” il clown annuì ancora una volta e rise: “Sì, unirti a noi! Noi cerchiamo coloro che hanno paura di noi e li aiutiamo a capire che non devono temerci! E, alla fine, quando finalmente hanno capito, diventano parte della nostra grande, folle famiglia! Per sempre!”.

Sarah, inorridita, cercò di fuggire, ma il clown la teneva saldamente.

“Per favore, lasciatemi andare!” lo supplicò “ho perso il mio fidanzato! Non è abbastanza per voi?!”

L’interlocutore fece no con la testa: “Era solo una parte del nostro test, lui non ha importanza: quel che importa è che tu sia passata, ora sei una di noi! Ecco, da’ un’occhiata!”

Il clown tirò fuori un grosso specchio rosso da una tasca dei suoi pantaloni a strisce e lo porse a Sarah. Lei lo girò e, vedendo la sua immagine riflessa, strepitò a pieni polmoni: la pelle del suo viso era di un bianco cadaverico, con rombi neri attorno agli occhi, entrambe le guance dipinte con cerchi neri e le labbra circondate da un grosso, innaturale sorriso del colore dell’ebano.

Tentò di cancellare la pittura, graffiando e tirando la pelle del suo viso per liberarsi di quel macabro trucco. Si rese poi conto che non si trattava assolutamente di pittura… ma della sua stessa pelle. Tremando, si accorse dal riflesso che anche i suoi occhi avevano cambiato colore, da castano a un misto tra verde e rosso. Sentiva anche qualcosa di strano in bocca, così la aprì e urlò ancora una volta quando si rese conto che i suoi denti erano ora dei lunghi canini, che sporgevano da delle labbra scure.

Tremando ancora di più, stava quasi per collassare tra le braccia del clown, che ridacchiò e la sostenne. Si rivolse poi a lui.

“Cosa… cosa mi avete fatto?” chiese flebilmente.

Lui la guardò con sguardo contrito, e aizzò ancora la folla: “Nulla, cara Sarah. Ti abbiamo solo accolto nella famiglia!”.

Il pubblico di clown rise fragorosamente ancora una volta e la ragazza osservò attentamente ogni spettatore.

Studiò per lungo tempo ogni singolo viso, compreso quello del clown che la teneva. Erano dementi, squilibrati… ma felici, pensò. Felici. Il suono delle loro risate divenne presto, per qualche strano motivo, rassicurante, come una melodia rilassante da ascoltare prima di dormire. Lentamente, sul volto di Sarah spuntò un sorriso, poi un ghigno che si trasformò in una risata isterica.

Da quel momento non si sentì altro che le risate dei clown, che si propagavano fuori dalla tenda, nell’aria di quella fredda, tenebrosa notte.

 

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5 giochi Android che vi toglieranno il sonno

tFabiOlaD mi ha chiesto via email un consiglio su quale giochi, rigorosamente horror, scaricare sul cellulare. Da giocare di notte a luce spenta, eccovi 5 giochi Android che vi toglieranno il sonno consigliati dalla Bottega del Mistero.

 

The Abandoned School

Sviluppato da Jin Kyu Chung e pubblicato da Voolean, in The Abandoned School si vestono i panni di un ragazzo che entra in una scuola superiore giapponese abbandonata deciso a risolvere l’inquietante mistero che vi si cela dietro. The Abandoned School è tecnicamente il classico gioco punta e clicca. Quello che lo distingue dagli altri è la trama in puro stile J-Horror, che punta a terrorizzare non tanto con quello che c’è (urla improvvise, apparizioni spettrali), ma con quello che non c’è. Graficamente curato, con una colonna sonora azzeccata, innova il genere con alcune trovate interessanti, come quella di scuotere il cellulare per far cadere alcuni oggetti dalle pareti, come se ci fosse stato un terremoto.

 

 

Murder Room

Continuando il trend iniziato con Ellie – Help me out… please, il gruppo di sviluppo Ateam confeziona un altro titolo davvero interessante, Murder Room, in cui ci risveglieremo, come nei cliché di molti horror, in una stanza chiusa a chiave. Il problema è che non siamo soli: qualche metro più in là un inquietante tizio con il volto coperto da una maschera di maiale sta armeggiando con una motosega sul gracile corpo della piccola Melanie. Sarà nostro compito riuscire a salvare entrambi da una fine ingloriosa. Enigmi ben congeniati ed un gameplay semplice sono il punto di forza di questo gioco, pur nella sua breve longevità.

 

 

Five Nights at Freddy’s

Five Nights at Freddy’s ed i suoi seguiti rappresentano una pietra miliare del panorama horror indie. La serie, sviluppata da Scott Cawthon, racconta le notti di un guardiano della pizzeria di Freddy. In effetti c’è da chiedersi a che diavolo serve un guardiano notturno in una pizzeria, il cui proprietario tra l’altro deve avere nettamente un pessimo gusto. Tutto il locale è addobbato con dei grotteschi animatroni che hanno il fastidioso bug di volerci fare la pelle. Letteralmente. Sarà nostro compito riuscire a sopravvivere per cinque notti di seguito, chiudendo porte, scrutando attraverso l’occhio delle telecamere e gestendo le risorse energetiche al meglio.

 

 

Dead Space

Tra i vari giochi Android presentati in questo articolo questo è probabilmente il più promettente. Spinoff della serie per PC e console di Visceral GamesDead Space rappresenta una gradevole sorpresa nel panorama horror per dispositivi mobili, sopratutto perché non si limita a sfruttare l’eco generato – meritatamente – dal marchio di Electronics Arts, bensì si rivela un prodotto solido e confezionato ad arte. Nella storia, che si snoda tra il primo ed il secondo titolo di Dead Space, impersoneremo l’ingegnere Vandal alle prese con inquietanti apparizioni tra le miniere del pianeta Titan. Gameplay fedele all’originale, una longevità di più di 4 ore e qualche trucchetto ben inserito nel contesto fanno di Dead Space un ottimo titolo, sicuramente da provare. Qui, però, c’è la nota dolente: il gioco non è più presente sul Google Play Store, ma cercando su internet è facilmente recuperabile ed installabile sul vostro dispositivo Android.

 

 

Dark Fear

Dark Fear della Arif Games è un titolo vecchio stile, connubio tra i giochi di ruolo e le avventure punta e clicca, similmente con quanto accadeva con pezzi storici come Elvira: Mistress of the Dark e rappresenta, a mio parere, uno dei migliori giochi Android horror.  Il nostro eroe si risveglia in una capanna nel bel mezzo del nulla, senza ricordo alcuno. Scopriremo ben presto che il mondo che ci circonda è popolato da oscure presenze, animali feroci e streghe malvagie. Sarà nostro compito riportare la pace e, sopratutto, a casa la pelle. Il gameplay è ben bilanciato tra azione e strategia, la trama è interessante, con qualche colpo di scena ed animazione ben azzeccata. Dark Fear è davvero un gran bel gioco horror, che regala anche qualche piccolo salto dalla sedia.

 

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Mamma a 72 anni – Miracolo in India

Barcroft Media

 

C’è chi spera con tutto il cuore di diventare un giorno genitore, lottando con le difficoltà della vita di ogni giorno, l’età che avanza e a volte anche contro le malattie. La storia di oggi ci ricorda che non è mai troppo tardi per smettere di sognare: vi presento Daljinder Kaur, mamma per la prima volta a 72 anni suonati.

Mohinder Singh Gill e Daljinder Kaur sono una coppia indiana, sposata da 46 anni. Mohinder ha 79 anni, Daljinder 72. Sebbene vivano felici e rasserenati dal loro amore, un’ombra si stende da quasi mezzo secolo nel loro cuore: non hanno mai potuto godere della gioia di essere genitori. Eppure le hanno provate tutte, da consulenti della fertilità a cliniche specializzate, ma niente. Nessun cucciolo d’uomo a riempire la loro vita di schiamazzi e sorrisi. Finché un giorno Daljinder rimane incinta. A 72 anni.

Ci sono voluti due anni di trattamenti per la fertilità al National Fertility Centre nello stato di Haryana, costati alla coppia circa € 1.200, una cifra tutto sommato abbordabile, ma all’inizio di maggio 2016 ce l’hanno fatta.

Dio ha accolto le nostre preghiere. Ora la mia vita è finalmente completa. – Daljinder Kaur

Vi posso assicurare che il pupo, di nome Arman, è perfettamente sano; nato di 2 chili – sì, in effetti è un po’ pochino – non presenta alcuna malformazione né malattia, con buona pace del dottor Anurag Bishnoi, che ha supervisionato la gravidanza, che non era favorevole alla fecondazione assistita su una donna così anziana.

La gioia della nascita è però smorzata dalle critiche di numerosi specialisti, che ritengono la scelta portata avanti da Bishnoi eticamente scorretta.

Ciò che è successo è esecrabile. Grazie al progresso della scienza, possiamo mettere incinta una donna di 90 anni. Qual è il problema? Non si tratta di poterlo fare, è questione di etica. Abbiamo una responsabilità verso i nostri pazienti. Quest’uomo [il dottor Bishnoi] non ci rappresenta, ed andrebbe radiato. – Dottor Hrishikesh Pai, presidente della federazione dei ginecologi indiani

Cosa farà il piccolo Arman quando i suoi genitori – speriamo fra cent’anni – non ci saranno più? Come potranno guidarlo e prendersi cura di lui se soffrono già i patimenti della vecchiaia? E il dottor Bishnoi ha fatto gli interessi dei suoi assistiti o si è trattato di accanimento?

 

Mamma a 72 anni: è giusto o sbagliato ricorrere alla fecondazione assistita in età così avanzata?

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Napoli misteriosa: storie di fantasmi

Napoli è affascinante, incastonata nell’omonimo golfo e terra dicotomica di gioia e dolore, vizi e virtù. Vedi Napoli e puoi muori, si dice, perché della città partenopea, al mondo, non esistono eguali. E la volontà di rimanerne legati è così forte che, a volte, anche chi muore non se ne vuole andare più. Ecco a voi alcune storie di fantasmi di Napoli.

 

 

Il fantasma della Basilica dell’Incoronata del Buon Consiglio

Quando il profumo dei fiori inebria l’aria, sul far della primavera, sui gradini della Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio e Regina della Cattolica Chiesa si siede a piangere, con la testa tra le mani, una ragazza dagli occhi nocciola ed i capelli scuri fasciata in un lungo abito bianco. Si dice che la giovane, poco prima di sposarsi, si sia ammalata improvvisamente di tisi, e non sia mai riuscita a coronare il suo sogno d’amore. Con le lacrime che gli rigano il volto, si mostra solo alle donne che ancora, come lei, non sono riuscite a trovare marito. Accanto alla basilica è presente l’ingresso alle Catacombe di San Gennaro, antiche aree cimiteriali sotterranee risalenti al II secolo.

 

L’impiccato

C’è un condominio nei pressi del Corso Garibaldi, al centro della città, in cui non si dormono sonni tranquilli. Quando la sera scende, e la luna è alta nel cielo, appare ad una finestra una figura penzoloni. È l’impiccato, un soldato spagnolo giustiziato dai rivoltosi partenopei, che si mostra ciondolante appeso al soffitto per ricordarci, forse, come lo spirito libero del popolo napoletano non possa essere piegato.

 

I suicidi di ponte Sanità

Durante le notti di pioggia, nei pressi del ponte Sanità, nella zona di Capodimonte, si alternano al rombo dei tuoni le urla strazianti degli uomini e delle donne che negli anni hanno detto addio alla vita, gettandosi proprio dal ponte.

 

I gemellini di Portici

Si dice che in una casa di Portici vivessero due gemellini di sette anni. Un giorno, lasciati solo per un po’ di tempo dalla mamma, mentre giocano con i fiammiferi appiccano per sbaglio incendio alla loro casa, perendo tra le fiamme. I loro fantasmi si divertono ancora oggi a tirare pietre ai passanti e fare baccano durante la notte.

 

 

La fabbrica di bambole

San Giorgio a Cremano, all’ombra del Vesuvio. Tra le fabbriche abbandonate ve n’è una, oramai ridotta ad uno scheletro dei fasti del tempo che fu, che creava bambole.

Divorata da un terribile incendio, causato dall’imperizia degli operai, è diventata il sarcofago delle anime strappate dalle fiamme a questa vita. La produzione, però, non si è arrestata: tra i macchinari distrutti dal fuoco ed il tetto crollato, risuonano ancora le urla dei lavoratori e il clangore metallico degli attrezzi battuti con vigore da mani fantasma.

 

Il Rione Terra

Abbandonato da anni a causa del bradisismo flegreo che interessa la zona, il Rione Terra di Pozzuoli è divenuto in breve tempo un villaggio fantasma a poca distanza da Napoli. Tra le case in rovina ed abbandonate si aggirano misteriose entità, che con passi felpati e grida soffocate salutano gli avventurieri talmente stupidi o coraggiosi da addentrarsi tra i vicoli bui della cittadina, rischiarati di notte solo da eteree luci che non hanno nulla di naturale.

 

La donna di Piazza Bovio

C’è una figura disperata che corre veloce tra le strade che confluiscono a Piazza Bovio. Si tratta di una donna, corre a testa bassa, ansimando, madida di gelido sudore, come se fosse inseguita da qualcuno. Forse da un fantasma. In realtà lo spettro è lei, ed è possibile scorgerla nella sua triste e forsennata fuga prima che scompaia all’avvicinarsi della piazza. Nessuno è mai riuscito a scorgerle il volto; si dice che sia una dama morta più di 400 anni fa violentata dai Saraceni, e che ogni notte rivive, in ogni singolo passo, il ricordo della sua tragedia.

 

Maria D’Avalos

È 28 maggio 1586. La folla festante si è riunita di fronte la Chiesa di San Domenico Maggiore, dove si stanno celebrando le nozze del genio compositore e virtuoso Carlo Gesualdo e sua cugina Maria D’Avalos, donna dalla bellezza disarmante. Volti sereni, sorrisi sinceri. Solo in apparenza. In realtà si tratta di un mero matrimonio di convenienza; Carlo, dopo la nascita del loro figlio Emanuele, si disinteressa completamente della consorte, votato com’è anima e corpo alla musica. Interessato alla sua dama è invece il duca d’Andria e conte di Ruvo, Fabrizio Carafa, che se ne innamora, ricambiato, durante una festa. Fabrizio, è bene notarlo, è già sposato e padre di quattro bambini, mentre Maria è già al suo terzo matrimonio, nonostante abbia solo poco più di vent’anni (i suoi precedenti mariti sono morti). L’infedele rapporto viene consumato più e più volte, senza curarsi delle voce di palazzo, sempre più insistenti, a cui Carlo non sembra dare peso. Lo status di cornuto, però, non piace a nessuno, e Carlo dopo qualche mese abbandona le sue composizioni e decide di vederci chiaro. Informa tutti che partirà presto per una lunga battuta di caccia, che lo terrà impegnato per diversi giorni. Nella notte tra il 16 ed il 17 ottobre del 1590 piomba improvvisamente nella sua camera da letto, dove trova la giovane moglie con l’amante, in condizioni inequivocabili. Divorato dall’ira, afferra saldamente il pugnale che porta sul fianco e si avventa su di loro, trucidandoli.

Il giorno dopo, racconta la leggenda, Carlo dispone che il corpo della fedifraga venga abbandonato di fronte il palazzo, per essere pubblicamente denigrata; fu qui che, una volta dispersa la folla, un monaco domenicano, gobbo e dal volto mostruoso, approfitterà del corpo esanime della giovane.

Dal duplice omicidio in poi, ogni notte e per trecento anni, coloro i quali abitano nei pressi del palazzo hanno potuto udire distintamente le urla di Maria D’Avalos, finché nel 1889 l’ala che accoglie la stanza della donna crolla ed inghiotte tutto sotto un cumulo di macerie.

Ancora oggi c’è chi è pronto a giurare che nei pressi dell’Obelisco di San Domenico Maggiore si possano udire distintamente, a chi sa ascoltare, i singhiozzi distanti di una donna spaventata.

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