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D&R: Perché il Chow Chow ha la lingua blu?

Ho perso letteralmente il conto di quanti lettori mi hanno fatto questa domanda: perché il Chow Chow ha la lingua blu?

Il Chow Chow (鬆獅犬, 松狮犬, sōngshīquǎn) è un cane un po’ strambo. Originario della Cina, sembra un leoncino ma più cicciotto (e c’è anche chi si è divertito a colorarne qualcuno spacciandolo per panda), lo si può trovare sia a pelo lungo che pelo corto, e sopratutto ha una strana, unica, curiosa lingua blu.

 

https://it.wikipedia.org/wiki/File:ChowChow2Szczecin.jpg

 

Nonostante le numerose ricerche effettuate negli ultimi millenni (il Chow Chow è una delle razze di cani più antiche di cui si abbia memoria), l’origine della lingua viola del nostro amico peloso resta un mistero. Una flebile spiegazione si può ricercare però nelle leggende.

 

La leggenda della lingua blu del Chow Chow

Si narra che un monaco buddista una notte d’inverno si sia gravemente ammalato, tanto da non poter essere più in grado di raccogliere la legna per difendersi dal freddo gelido che bussava alla sua porta. I suoi fedeli cani, avvertendo il dolore del padrone, si lanciarono tra la neve verso una foresta poco distante, con l’intento di raccogliere più ciocchi possibili. Poco tempo prima c’era stato un violento incendio, cosicché a terra si trovavano molti pezzi di legno carbonizzati, ideali per ravviare un camino. I cani raccolsero decine e decine di ciocchi di carbone, che donarono loro la caratteristica lingua blu scura.

Un’altra leggenda narra che Budda, intento a dipingere il cielo di blu, fosse seguito nell’impresa dal suo fedele Chow Chow, che si divertiva un mondo a leccare le gocce di colore che cadevano profusamente dal pennello, colorandone la lingua per sempre.

 

La lingua del Chow Chow non è sempre blu

I Chow Chow nascono sempre con la lingua rosa, esattamente come tutti gli altri cani, e solo in seguito questa si trasforma in blu. Se ciò non avviene, l’esemplare non è di razza pura.

 

 

Orsi e Chow Chow

Alcuni paleontologi hanno ipotizzato che il Chow Chow sia un lontano parente dell’orso: la lingua di entrambi è blu, ed il numero di denti da latte è 44, mentre negli altri cani è 42. Che il Chow Chow sembri un piccolo leoncino lo abbiamo pensato tutti, ma che fosse un orsacchiotto io, sinceramente, no.

 

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The Hello Kitty Murder – L’omicidio di Hello Kitty

1999, Hong Kong. Alla stazione di polizia di Tsim Sha Tsui si presenta una bambina di 14 anni, che grida agli agenti di seguirla nel suo appartamento, perché il fantasma di una donna la sta perseguitando da tempo. I poliziotti pensano ad uno scherzo, si fanno quattro risate per quella ragazzina così fantasiosa, ma la piccola è insistente, forse troppo per trattarsi solo di un gioco. Decidono così di seguirla nel modesto appartamento in cui vive, e qualcuno di loro ancora ride a denti stretti di quella fanciulla così ingenua. Poi in un pupazzo viene ritrovato un cranio umano, e nessuno ride più. Questi sono gli eventi che ruotano intorno all’Hello Kitty Murder, l’omicidio di Hello Kitty.

 

 

I poliziotti si trovano al terzo piano di una palazzina di Tsim Sha Tsu, nel distretto commerciale Granville Road, al numero 31 , e fissano scioccati la piccola Hino (nome di fantasia, quello reale non è mai stato rivelato). Hino continua a giurare che l’appartamento è dimora del fantasma di una donna morta pochi giorni prima, una donna che Hino ha aiutato a rapire e torturare con sadico entusiasmo.

Ma riavvolgiamo il nastro.

Fan Man-yee (樊敏儀) nasce nel 1976 in Cina, e quando è ancora bambina i genitori l’abbandonano. Fan cresce nei sobborghi di Hong Kong, e a 16 anni capisce che se non vuole soccombere alla malavita locale, tanto vale farne parte: organizza piccoli furti ed arriva a vendersi in strada perché, intanto, è diventata tossicodipendente. A 21 anni porta la sua attività di meretrice in un bordello di Tsim Sha Tsu, dove la maggior parte della sua clientela è formata da malavitosi della peggior specie. Nel 1997 incontra il trentaquattrenne Chan Man-lok (陳文樂), che diviene ben presto uno dei suoi più fedeli clienti. Chan non è molto diverso dai soliti avventori del bordello, ma quando è sotto effetto di metanfetamine diventa molto violento, e sfoga i suoi istinti su Fan. Dopo un anno di abusi da parte di Chan, Fan smette di vederlo, e come buonuscita gli ruba il portafoglio con HK$ 4.000 in contanti. Chan riesce a farseli ridare indietro, e vuole HK$ 10.000 come risarcimento per il furto subito. Fan non ha tutti questi soldi, e così il 17 marzo del 1999 viene rapita da Chan e da due complici, il ventisettenne Leung Shing-cho (梁勝祖) ed il ventunenne Leung Wai-lun (梁偉倫).

 

 

Fan viene segregata in casa della ragazza di Chan, Hino, con l’intenzione di farla prostituire finché non avrà accumulato i HK$ 10.000 richiesti. Fan, però, viene continuamente vessata dai tre uomini, che arrivano a picchiarla selvaggiamente più volte, portandola quasi alla morte. Nessuno vuole andare a letto con Fan, che esibisce a testa bassa un volto tumefatto dalle percosse, e la ragazza non riesce in alcun modo a sanare il debito. Chan si ritrova così tra le mani una prostituta che non riesce a vendere neanche a prezzi stracciati, ed allora pensa che se non può ricavarci niente dagli altri, magari può usarla per divertirsi da solo.

Fan diviene così l’oggetto delle torture dei tre uomini, che iniziano a pestarla per il solo gusto di farlo, dapprima a mani nude, e ben presto con soprammobili e barre di metallo recuperate in giro. Inizia così un macabro gioco: ad ogni violentissimo colpo, Fan è costretta a sorridere ed urlare quanto è felice di essere picchiata; se non lo fa, Chan ed i suoi amici la percuotono ancor più ferocemente. Le giornate dei cinque coinquilini si dividono tra i pestaggi, i videogiochi e la metanfetamina. Quando i videogiochi stufano o la droga finisce, il divertimento continua infierendo sul corpo martoriato di Fan. La ragazza è confinata in cucina per la maggior parte del tempo, e Chan, Leung Shing, Leung Wai ed Hino sperimentano ogni attrezzo disponibile nella stanza, dalle padelle ai coltelli passando anche per il cibo congelato o in scatola. Arrivano anche ad escogitare un grottesco pensiero: avvolgere Fan in un sacco di plastica ed aprirle ferite su tutto il corpo con degli attrezzi roventi, aggiungendo diversi alimenti sulle varie lesioni per scoprire quale di questi provochi più dolore.

I quattro aguzzini si sentono come degli scienziati del dolore, e provano ogni volta nuove pratiche per infliggere pene sempre più lancinanti alla povera Fan. Un giorno gli viene in mente che se potessero tenere sospesa da terra la ragazza, potrebbero torturarla in più modi contemporaneamente. Così Fan si ritrova legata a dei fili elettrici ad un gancio nel soffitto, dove viene seviziata con le tecniche più disparate. Quando i suoi aguzzini sono esausti, la lasciano appesa.

Finalmente, dopo due mesi di torture, Fan muore durante la notte, da sola, nel bagno.

 

 

Con un cadavere le sevizie non hanno lo stesso gusto, così i quattro decidono di dedicarsi di nuovo ai videogame. Il giorno dopo Chan deve decidere come disfarsi del corpo. Il modo più semplice è farlo a pezzi nella vasca da bagno. Le varie parti vengono bollite per discioglierne i tessuti, ed il cranio lucido viene cucito all’interno di una bambola Hello Kitty sirena. Sebbene quasi tutto il corpo venga gettato via, alcuni parti vengono lasciate imprudentemente in giro per casa, permettendo così agli investigatori di scoprire il macabro omicidio.

Mai in Hong Kong negli ultimi anni una corte ha assistito a tanta crudeltà, depravazione, insensibilità, brutalità, violenza e ferocia. – Il giudice Peter Nguyen al processo per l’omicidio di Hello Kitty

Al processo i tre uomini vengono condannati a vent’anni senza possibilità di uscire sulla parola, con l’accusa di omicidio colposo e rapimento. La pena di vent’anni, in effetti, sembra un’offesa, ma la giuria sentenzia che non hanno ucciso la ragazza intenzionalmente, e che la morte sia sopraggiunta solo a causa delle percosse subite: in pratica, nessuno di loro voleva ucciderla, ma soltanto infliggerle più dolore possibile. Hino, invece, per aver testimoniato contro i tre aguzzini, viene considerata collaboratrice di giustizia e, pertanto, non perseguibile a norma di legge.

Si era rotta e giocare con lei non era così divertente dopo tutto, ma abbiamo continuato lo stesso a torturarla. Non c’era altro che potessimo fare con lei. L’ho fatto per divertimento. Solo per vedere cosa si prova a fare del male a qualcuno. – Hino

La vicenda ha ispirato due film, Ren tou dou fu tang (There is a secret in my soup) di Yeung Chi Gin del 2001 e Pang see: Song jun tin leung (Human Pork Chop) di Benny Chan Chi Shun dello stesso anno.

 

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Nong Yousui – Il bambino dagli occhi di gatto

Nong Yousui è un bambino nato nella popolosa regione dello Guangxi, Cina, con una straordinaria singolarità. Quando è ancora in fasce, il padre lo porta in ospedale perché gli occhi del piccolo brillano letteralmente al buio; l’uomo pensa di trovarsi di fronte a qualche sorta di malattia strana, e che il figlio sia nato cieco.

Due mesi dopo la nascita, mi hanno comunicato che i suoi occhi erano differenti. Mi sono accorto che erano blu. Allora l’abbiamo portato in ospedale, ma i dottori ci hanno detto di non preoccuparci, sarebbero andati a posto con la crescita. – Nong Shihua, padre di Nong Yousui

I medici di Dahua restano sbalorditi: il piccolo è capace di vedere perfettamente nel buio più assoluto, proprio come fanno i gatti. Nong Yousui  è sano come un pesce, frequenta la scuola e ad una prima occhiata sembra identico a tutti i suoi compagni di scuola, se non fosse per i suoi occhi blu, praticamente introvabili in individui della sua stessa etnia. Ha la capacità di muoversi agevolmente, leggere e scrivere di giorno come di notte, tanto che per lui non fa alcuna differenza svolgere qualsiasi attività a qualunque ora del dì.

In effetti, quando lo illuminavamo di notte con un raggio di luce, i suoi occhi brillavano! Allora gli ho chiesto se poteva vedere al buio e lui mi ha risposto di sì. Una volta lo ho invitato a catturare i grilli di notte e mi ha risposto che poteva catturarli senza bisogno della luce. – Ning Quingji, maestro elementare

Il bambino è stato sottoposto a numerosi studi, tutti rigorosamente al buio. Gli è stato chiesto, ad esempio, di indicare le carte da gioco che gli venivano poste davanti, e lui le ha indovinate tutte; si è poi tentato con azioni più complesse, come ad esempio fargli scrivere un piccolo tema o eseguire addizioni e sottrazioni, ed anche in quel caso non solo non ha sbagliato nulla, ma ha anche scritto con una calligrafia impeccabile. Mentre in molti guardano il piccolo ragazzo gatto spaventati – c’è chi pensa che sia un ibrido alieno o il frutto di un esperimento genetico – gli scienziati sono concordi nel dichiarare che la condizione, certamente vantaggiosa, di Nong Yousui sia un effetto della leucoderma: la malattia, che colpisce solitamente la pelle, avrebbe schiarito gli occhi del bambino fino a farli divenire blu ed un numero maggiore di bastoncelli gli permetterebbe di vivere una vita notturna identica a quella alla luce del sole.

E forse in futuro il suo dono sarà accessibile a tutti noi.

 

 
Grazie a Giuseppe F. per la segnalazione.

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