Tag: Curiosità

Abbandonato da Disney – Parte 2

Ecco a voi il secondo capitolo della saga Abandoned by Disney (Abbandonato da Disney), iniziata qualche mese fa sulla Bottega del Mistero. Percorriamo insieme i grotteschi corridoi del parco di divertimenti di Treasure Island!

 

 

Abbandonato da Disney – Parte 2

Probabilmente qualcuno di voi avrà sentito che la Disney Corporation è responsabile di almeno una vera e propria città fantasma “in vita”.

Disney costruì il parco divertimenti di “Treasure Island” nella Baia di Baker alle Bahamas. All’inizio non era certo una città fantasma! Le navi da crociera della Disney dovevano fermarsi al villaggio e lasciare i turisti lì per rilassarsi in quel lusso.

Questa cosa è REALTÀ. Cercatela.

Disney spese $ 30.000.000 per costruire quel posto… Sì, trenta milioni di dollari.

Poi l’abbandonarono a se stessa.

Disney diede la colpa alle acque poco profonde (troppo basse per manovrare in modo sicuro le loro navi) e in aggiunta la colpa fu gettata anche sul dipendenti: affermando che, dal momento che erano delle Bahamas, erano troppo pigri per lavorare su turni regolari.

E qui finisce la parte ufficiale della storia. Non è stato a causa della sabbia, né ovviamente perché “gli stranieri sono pigri”. Si tratta di banali scuse.

Dubito sinceramente che fossero il vero motivo per l’abbandono dei lavori. Perché no, dite?

A causa del Palazzo di Mowgli.

Vicino alla città costiera di Emerald Isle in Nord Carolina, Disney avviò la costruzione del “Palazzo di Mowgli” alla fine degli anni ’90. L’idea era di costruire un parco divertimenti in tema giungla con, l’avrete certamente capito, un PALAZZO al centro di tutto.

Se non avete di chi sia Mowgli, allora potreste ricordare meglio la storia de “Il libro della giungla”. Se non l’avete letto o visto da qualche altra parte, potreste ricordare il film d’animazione della Disney di qualche decennio fa.

Mowgli è un bambino abbandonato nel bel mezzo della giungla, che in sostanza viene cresciuto da alcuni animali e allo stesso tempo minacciato da altri.

Il palazzo di Mowgli si rivelò un progetto controverso sin dall’inizio. La Disney comprò parecchi terreni a peso d’oro, e vi fu pure uno scandalo riguardo alcuni degli acquisti. Il governo locale intimò l’esproprio delle case della gente, poi li sfrattò e vendette le proprietà alla Disney. Accadde persino che una casa, che era stata appena costruita, venne immediatamente demolita, praticamente senza spiegazione alcuna.

Si credette che la terra sequestrata dal governo fosse destinata a qualche fantomatico progetto autostradale. Sapendo bene che cosa stava succedendo, la gente cominciò a chiamarla “Autostrada di Topolino”.

Poi ci fu la prima bozza. Un gruppo di mezzecalzette della Disney tenne una riunione in città. Lo scopo era di far credere a tutti che il progetto avrebbe portato giovamento all’intera popolazione. Quando mostrarono la concept art, ovvero questo gigantesco Palazzo Indiano… circondata dalla GIUNGLA… in cui figuravano uomini e donne con vesti ed equipaggiamento tribali… beh, tutti si incazzarono un bel po’.

Stiamo parlando di un grande Palazzo Indiano, di Giungla e Vesti Tribali, non solo nel centro di una zona relativamente benestante, ma anche un po’ “xenofoba” del sud degli Stati Uniti. Decisamente un brutto azzardo, per l’epoca.

Una persona della folla cercò di saltare sul palco, ma fu subito fermata dalla sicurezza dopo essere riuscito a fracassarsi sul ginocchio uno dei pannelli con la presentazione.

Disney prese quella comunità ed in pratica fece la stessa cosa, spezzandola in due. Le case furono rase al suolo, la terra fu ripulita e nessuno poteva dire o fare niente di niente. Le televisioni locali e i giornali gettavano fango sul parco, all’inizio, ma delle malsane connessioni tra le società pubblicitarie della Disney e le imprese locali fecero la loro parte e l’opinione cambiò in un batter d’occhio.

Ma torniamo a noi, a Treasure Island, e alle Bahamas. Disney sperperò milioni per il parco divertimenti, e poi lo abbandonò. La stessa cosa accadde con il Palazzo di Mowgli.

L’opera era compiuta. I visitatori non mancavano. Le comunità circostanti erano inondate dal traffico e dalle seccature comunemente associate con l’afflusso di turisti persi e arrabbiati.

Poi più nulla.

Disney chiuse tutto e nessuno sapeva cosa diavolo fosse successo. Ma erano tutto sommato contenti. La sconfitta della Disney era una sorpresa decisamente divertente per una grossa fetta di popolazione che si era apposta al progetto sin dall’inizio.

Onestamente una volta sentito della chiusura del parco non ci pensai più. Io vivo a circa quattro ore da Emerald Isle, per cui tutto ciò che ho sentito in proposito furono solo voci e non ho avuto alcuna esperienza diretta.

Poi lessi un articolo di qualcuno che aveva esplorato il parco divertimenti di Treasure Island, pubblicando un intero blog riguardo tutte le varie cose assurde che aveva trovato lì. Roba semplicemente… abbandonata lì. Oggetti fracassati, deturpati, probabilmente rovinati dagli ex dipendenti irati per aver perso il lavoro.

Cavolo, gli abitanti del posto probabilmente avranno fatto la loro parte nel distruggere quel luogo. La rabbia verso Treasure Island era certamente paragonabile a quello espressa per il Palazzo di Mowgli.

Inoltre giravano voci che dicevano che la Disney avesse liberato il “contenuto” dei loro acquari nelle acque locali, quando hanno chiuso… inclusi gli squali.

Chi non avrebbe voluto dare un’occhiata a quei tesori?

Comunque, quello che voglio dire è che questo blog su Treasure Island mi ha fatto riflettere. Anche se erano passati molti anni dalla sua chiusura, ho pensato che sarebbe stato forte fare un po’ di ‘”Esplorazione Urbana” al Palazzo di Mowgli. Scattare qualche foto, scrivere della mia esperienza, e probabilmente vedere se c’era qualcosa che potevo portare a casa come souvenir.

Non vi dirò che mi sono gettato a capofitto nell’impresa, dato che alla fine ci ho messo un anno tra la scoperta dell’articolo su Treasure Island e l’approdo ad Emerald Isle.

Nel corso di quell’anno, ho fatto un sacco di ricerche sul parco… o, per meglio dire, ci ho provato.

Naturalmente, nessun sito ufficiale o altra risorsa della Disney fa menzione del luogo. Oblio completo.

Ancor più strano, però, era che nessuno prima di me aveva apparentemente pensato di fare un blog riguardo il luogo o anche di pubblicare una foto. Televisioni e giornali locali non menzionavano il parco, ovviamente soffocati dal giogo della Disney. Non avrebbero mai sbandierato ai quattro venti una cosa del genere, no?

Recentemente però ho scoperto che le aziende possono chiedere a Google, per esempio, di rimuovere dei link dai risultati di ricerca… anche senza motivo. Ripensandoci, non è che nessuno abbia mai parlato del villaggio; piuttosto, le loro parole si sono perse nel marasma di internet.

Così alla fine sono riuscito a trovare il posto con grande difficoltà. Tutto quello che avevo era una mappa vecchia come il cucco che avevo ricevuto per posta negli anni ’90. Era un articolo promozionale inviato alle persone che erano state da poco a Disney World e suppongo che, dato che ci ero stato alla fine anni ’80, si trattasse di una mappa piuttosto “aggiornata”.

In realtà non avevo intenzione di usarla. Era finita insieme ai libri e ai fumetti della mia infanzia. Me ne ricordai solo dopo alcuni mesi dall’inizio delle mie ricerche, e anche allora ci ho messo un altro paio di settimane per trovare lo scatolone dove i miei genitori avevano stipato la roba vecchia.

Ma alla fine CE L’HO FATTA. Gli abitanti del posto non mi furono di alcun aiuto, perché da un lato la maggior parte si era trasferita sulla costa… dall’altro, i vecchi residenti, alla domanda “Dove posso trovare il palazzo di M-” mi interrompevano sghignazzandomi in faccia e facendomi brutti gesti .

La strada che percorsi in auto mi portò attraverso un percorso insolitamente lungo e reclamato da lungo tempo dalla natura. Piante tropicali che erano cresciute in maniera massima si mescolavano con la flora locale che in realtà APPARTENEVA a quel luogo e aveva cercato di reclamare la propria terra natia.

Ero eccitatissimo quando raggiunsi i cancelli di accesso del parco divertimenti. Enormi porte monolitiche di legno, i cui supporti ai lati sembravano essere stati tagliati da sequoie giganti. Il cancello stesso era stato scavato in più punti dai picchi e corroso alla base dagli insetti che vi avevano trovato rifugio.

Appeso al cancello c’era un pezzo di metallo, un rottame raccolto a caso, con scarabocchiate sopra poche parole in nero. “ABBANDONATO DA DISNEY”. Certamente opera di qualche vecchio abitante del luogo o ex dipendente con l’intento di mostrare una flebile protesta.

I cancelli erano abbastanza aperti per poterle attraversare a piedi, ma non in auto, quindi recuperai la fotocamera e la mappa, sul cui retro era disegnata la mappa del parco, e mi incamminai.

I pavimenti erano invasi dalla vegetazione quanto la strada d’ingresso. Una palma si ergeva incolta e abbandonata, tra mucchi delle sue stesse noci di cocco alla base. I banani si elevavano allo stesso modo in mezzo alla poltiglia dei loro frutti, marci e divorati dagli insetti. C’era questa sorta di dicotomia tra ordine e caos, che frapponeva piante floreali perenni accuratamente disposte a fastidiose erbacce alte e maleodoranti funghi anneriti.

Tutto ciò che rimaneva di eventuali strutture esterne era legno spaccato e marcio, e vari pezzi carbonizzati di chissà cosa. Quello che probabilmente era stato uno stand informativo o un bar all’aperto era ora semplicemente un cumulo di detriti assortiti, deturpato dal vandalismo passato e vittima del tempo.

La cosa più interessante della zona era una statua di Baloo, il simpatico orso del Libro della Giungla, che si ergeva in una sorta di cortile davanti all’edificio principale. Era congelato nel gesto di mostrare un’espressione gioviale, ovviamente con lo sguardo fisso nell’infinito, adornato da un ebete sorriso a denti stretti, mentre tutta la sua “pelliccia” era coperta di guano e dei rampicanti ne ricoprivano la piattaforma.

Mi sono avvicinato all’edificio principale – il PALAZZO – solo per trovare la parte esterna dell’edificio coperta di graffiti , dove la vernice originale non era scrostata o scheggiata. Le porte principali non erano aperte, ma letteralmente scardinate e probabilmente portate via.

Sopra di esse, o meglio sull’arcata che sovrastava il vuoto che le sostituiva, qualcuno aveva dipinto di nuovo “ABBANDONATO DA DISNEY”.

Vorrei poter raccontare tutte le cose impressionanti che ho visto all’interno del Palazzo. Statue dimenticate, registratori di cassa abbandonati, una vera e propria società segreta di barboni senzatetto… ma no.

L’interno dell’edificio era così desolato, spoglio, da farmi pensare che la gente avesse rubato anche le decorazioni di stucco dalle pareti. Tutto quello che era troppo grande da rubare… registratori di cassa, scrivanie, giganteschi alberi di cartapesta… erano ammassati lì in mezzo generando una mostruosa eco, che amplificava ogni mio passo, come il lento rat-a-tat di un mitragliatrice.

Seguendo la mappa del piano ho esplorato tutti i posti che potevano sembrare in qualche modo interessanti.

La cucina era esattamente come uno se la può immaginare… un’area adibita alla preparazione di cibo industriale con tutti gli elettrodomestici e tanto spazio, senza badare a spese. Ogni superficie di vetro era fracassata, ogni porta rimossa, ogni superficie metallica ammaccata. L’intero posto puzzava di piscio stantio.

L’enorme freezer, neanche lontanamente freddo, presentava file e file di scaffali vuoti. Dei ganci erano infissi nel soffitto, probabilmente per appendere pezzi di carne, ed entrando a dare un’occhiata, giurerei di averli visti oscillare.

Ogni gancio oscillava in una direzione casuale, ma i loro movimenti erano così lenti ed impercettibili che era quasi impossibile vederli. Ho pensato che il loro danzare fosse dovuto ai miei passi, così ne ho afferrato uno e l’ho lasciato andare facendo attenzione a non muoverlo, ma nel giro di pochi secondi ha ricominciato a oscillare di nuovo.

I bagni erano più o meno nello stesso stato. Proprio come il parco di “Treasure Island”, qualcuno aveva metodicamente distrutto ogni gabinetto con noci di cocco e altri attrezzi. C’era circa un centimetro di acqua putrida, stagnante e puzzolente sul pavimento, quindi non sono rimasto lì a lungo.

Quello che era davvero strano è che l’acqua in tutti i bagni e i lavandini (e nei bidet nel bagno delle donne, perché sì, sono entrato anche lì) perdeva acqua, filtrava o semplicemente scorreva. Ero certo che avessero chiuso le tubature molto, MOLTO tempo prima.

Il resort era stato progettato con un’infinità di stanze, ma ovviamente non ho avuto il tempo di guardarle tutte. Le poche che ho esplorato erano devastate quasi allo stesso modo, e non mi aspettavo di trovarci niente di eccezionale. Ad un certo punto, però, ho avuto l’impressione che da qualche parte ci fosse una radio o una televisione accesa, perché mi era parso di sentire in lontananza una flebile conversazione.

Era poco più di un sussurro, probabilmente il mio respiro che riecheggiava nel silenzio, o l’eco dell’acqua che gocciolava, che mi tirava un brutto scherzo, ma potrei giurare di aver sentito questa conversazione…

1: “Non ci credevo.”
2: [Risposta incomprensibile]
1: “Non lo sapevo… Non lo sapevo…”
2: “Tuo padre ti aveva messo in guardia.”
1: [Risposta incomprensibile, o singhiozzi]

Lo so, lo so, è ridicolo. Sto solo scrivendo quello che credo di aver sentito, perché sono certo che ci fosse un apparecchio acceso da qualche parte – oppure peggio, un gruppo di barboni pronti ad aprire un buco nello stomaco con un coltello.

Tornato alle porte di accesso al Palazzo, ero ormai certo di aver perso tempo, non avendo trovato niente di davvero interessante da raccontare.

Mentre guardavo fuori dalla porta, notai qualcosa di interessante nel cortile a cui evidentemente non avevo fatto caso prima. Qualcosa che mi avrebbe dato almeno QUALCOSA di cui vantarmi per tutti i problemi che mi ero creato, almeno una foto.

C’era una statua davvero realistica di un pitone, lunga più di due metri e mezzo, che “prendeva il sole” acciambellata su un piedistallo proprio al centro della zona. Era quasi il tramonto, e la luce abbracciava il tutto in una fotografia PERFETTA.

Mi avvicinai al pitone e scattai una foto. Poi mi alzai in punta di piedi e ne scattai un’altra. Mi avvicinai ancor di più, per catturare i dettagli del muso.

Fu allora che lentamente, con tutta calma, il pitone sollevò la testa, mi fissò negli occhi, si voltò, e scivolò dal piedistallo, attraverso l’erba, fino a sparire tra gli alberi.

In tutti i suoi due metri e mezzo di lunghezza. La testa era già tra le sterpaglie, mentre la coda era ancora avvolta sul piedistallo.

Quelli della Disney avevano liberato i loro animali esotici nel parco. Proprio lì, sulla mia mappa, c’era il “Rettilario”. Che stupido. Avevo letto degli squali a “Treasure Island”, e avrei dovuto SAPERE che avevano fatto la stessa identica cosa.

Ero sbalordito, semplicemente stupefatto. Dovetti restare a bocca aperta per un bel po’, finché non la chiusi di scatto; battei le palpebre quasi a volermi risvegliare da uno strano sogno ed indietreggiai.

Anche se oramai il serpente era lontano, volevo evitare di correre rischi e percorsi la strada per tornare all’edificio.

Ci vollero un paio di respiri profondi e di schiaffi sulla faccia per tornare in me dopo quello che era successo.

Cercai un posto per sedermi, avevo le gambe molli e tremule. Ma naturalmente, NON C’ERA alcun posto dove sedermi, a meno di non riposare su un tappeto di schegge di vetro e foglie marce o affidarmi ad un tavolo di ben dubbia solidità.

Avevo intravisto delle scale vicino nell’atrio del palazzo e decisi di andarmi a sedermi lì, finché non mi fossi sentito meglio.

La scala era abbastanza lontano dall’entrata da essere relativamente pulita, a parte la polvere. Tolsi un pezzo di metallo dal muro, con ancora una volta dipinta sopra la frase “ABBANDONATO DA DISNEY” a cui mi ero ormai abituato. Misi il rottame sulle scale e mi ci sedetti sopra per sporcarmi un po’ di meno.

La scala portava verso il basso, sotto il livello stradale. Usando il flash della mia fotocamera come torcia improvvisata, potei vedere che la scalinata terminava con una porta di rete metallica chiusa da un lucchetto. Vi si poteva leggere un cartello… un cartello VERO… con le parole “SOLO MASCOTTE! GRAZIE!”.

Questo mi risollevò un po’ il morale, per due motivi: primo, nella zona riservata alle mascotte ci doveva essere stato sicuramente qualcosa di interessante, in passato; secondo, il lucchetto era ancora intatto. Nessuno era sceso laggiù. Né i vandali, né i saccheggiatori, nessuno.

Questo era l’unico posto che potevo effettivamente “esplorare” e in cui forse potevo trovare qualcosa di interessante da fotografare o portarmi a casa. Ero arrivato al Palazzo con l’idea che se alla fine mi fossi portato qualche ricordino a casa non sarebbe certo stato un problema perché – beh – era roba “abbandonata”.

Non ci volle molto per rompere il lucchetto. O per meglio dire, non ci volle molto per rompere la piastra di metallo sul muro alla quale il lucchetto era stato agganciato. Il tempo e la ruggine avevano fatto la maggior parte del lavoro sporco, e fui in grado di piegare la piastra metallica abbastanza da tirare via le viti dalla parete – una cosa a cui nessun altro evidentemente aveva pensato, o non aveva comunque ancora fatto.

L’area riservata alla mascotte era un cambiamento sorprendente e molto ben accetto rispetto al resto dell’edificio appena esplorato. Prima di tutto, ogni seconda o terza lampada del soffitto era accesa, anche se la sua luce tremava e si affievoliva a caso. Inoltre, nulla era stato rubato o rotto in alcun modo, anche se il tempo e l’abbandono si facevano sicuramente sentire.

I tavoli avevano blocchi per appunti e penne, c’erano orologi… anche un marcatempo sulla parete, completo di cartellini timbrati. Le sedie erano sparse in giro e c’era anche una piccola sala pausa, con un vecchio televisore ancora acceso su un canale statico, cibo marcio e bevande scadute da chissà quando.

Era come trovarsi in uno di quei film post-apocalittici dove tutto è lasciato alla rinfusa durante un’evacuazione.

Mentre camminavo per i corridoi sotterranei, simili ad un labirinto, il luogo si faceva sempre più interessante. Procedendo oltre, vidi che le scrivanie e i tavoli erano stati rovesciati, le carte erano sparse e quasi fuse con il pavimento umido, e un grande tappeto di muffa stava ricoprendo lentamente l’originale color cremisi del pavimento, ormai marcio.

Ogni cosa era viscida e marcia. Tutto ciò che era di legno si disintegrava al tatto divenendo poltiglia, e gli articoli di vestiario appesi a dei ganci in una delle camere si sfaldavano in fili umidi nel tentare di tirarli giù dal gancio.

Una cosa che mi turbava era che la luce era sempre più rada ed inaffidabile mentre mi addentravo nell’umida e soffocante profondità del luogo.

Alla fine raggiunsi una porta a strisce nere e gialle con su scritto “ATTREZZATURE PERSONAGGI 1”.

La porta sembrava fissata. Era probabilmente l’area dove si tenevano i costumi, e non mi sarei fatto scappare l’occasione di scattare una fotografia di quel contorto pasticcio puzzolente. Per quanto mi sforzassi, da qualunque angolo o e qualsiasi cosa facessi, la porta non si smosse di un millimetro.

Almeno finché rinunciai all’impresa e feci per allontanarmi. Fu allora che si udì un leggero schiocco sordo, e la porta si aprì lentamente.

All’interno, la stanza era completamente buia. Nero come la notte. Usai il flash della fotocamera per cercare un interruttore della luce nel muro vicino la porta, ma niente da fare.

Intento nella mia ricerca, persi parte della mia eccitazione iniziale, alquanto infastidito da un forte ronzio elettrico. File e file di lampade in alto si illuminarono all’improvviso, tremolando, spegnendosi e riaccendendosi, come le altre che avevo da poco passato.

Ci volle un secondo affinché i miei occhi si abituassero alla luce, e sembrava che per stesse aumentando tanto da far saltare di lì a poco tutti i neon… ma appena pensai che esse avessero raggiunto quella fase critica, le lampade si affievolirono un po’e si stabilizzarono definitivamente.

La camera era esattamente come avevo immaginato. Vari costumi dei personaggi Disney appesi alle pareti, montati e completi, simili a strani cadaveri da fumetto, impiccati a cappi invisibili.

C’era un intero scaffale di perizomi e vestiti di “nativi” attaccati ai ganci sul retro.

Quello che trovai strano, e che volevo fotografare subito, era un costume di Topolino al centro della stanza. A differenza degli altri, giaceva sulla schiena al centro del pavimento, come la vittima di un omicidio. La pelliccia sul costume era marcia e ammuffita.

Quel che era ancora più strano però, era il colore del costume. Una sorta di negativo fotografico del vero Topolino. Nero dove avrebbe dovuto essere bianco e bianco dove avrebbe dovuto essere nero, con i pantaloni normalmente rossi di colore azzurro.

Guardarlo era scoraggiante, al punto che fino alla fine non ebbi il coraggio di fotografarlo.

Scattai foto dei costumi appesi alle pareti da diverse angolazioni: dall’alto, dal basso, di lato, al fine di mostrare un’intera fila di volti putridi ed immobili, tra i quali alcuni con gli occhi di plastica mancanti.

Poi decisi di allestire una scena per uno scatto. La testa di uno dei costumi marci dei personaggi, poggiata sullo sporco pavimento viscido.

Afferrai allora la testa di Paperino e delicatamente la tolsi dal muro, in modo che non mi si sfaldasse tra le mani.

Mentre guardavo negli occhi quella testa ammuffita, il rumore di qualcosa che si fracassava mi fece sobbalzare.

Guardai giù, ai miei piedi, e tra le mie scarpe c’era un teschio. Era caduto dalla testa della mascotte e si era frantumato in mille pezzi ai miei piedi; solo il volto vuoto e la mascella erano rimasti intatti, rivolti verso l’alto a fissarmi.

Lasciai cadere la testa di Paperino immediatamente, ovviamente, e mi avvicinai alla porta. Mentre ero in piedi sulla soglia, fissai nuovamente il cranio sul pavimento.

Bisognava scattargli una foto, capite? DOVEVO farlo, per una serie di ragioni che possono sembrare stupide, ma solo se non ci si ferma a riflettere.

Avrei avuto bisogno di una prova di quello che era successo, soprattutto se la Disney avesse in qualche modo fatto sparire tutto. Non avevo alcun dubbio in proposito, Disney aveva una RESPONSABILITÀ in tutto questo.

Fu a quel punto che Topolino, quel negativo fotografico, quel Non-Topolino al centro del pavimento, si alzò in piedi.

Dapprima sulle ginocchia, poi ritto, il costume di Topolino… o chi c’era dentro, stava lì al centro della stanza, la sua maschera si rivolse direttamente a me appena mormorai “No…” ancora e ancora e ancora…

Con mani tremanti, il cuore che batteva all’impazzata, e le gambe che ancora una volta si erano trasformate in gelatina, riuscii a sollevare la fotocamera e a puntarla verso la creatura di fronte a me, che semplicemente mi osservava in silenzio.

Lo schermo della fotocamera digitale visualizzava solo pixel morti dove avrebbe dovuto esserci quella cosa. Era una perfetta silhouette del costume di Topolino. Mentre la fotocamera si muoveva fra le mie mani tremule, i pixel morti incominciarono a diffondersi, seguendo la sagoma di Topolino nel suo movimento.

Poi la macchina fotografica si spense. Lo schermo divenne completamente nero e… si fracassò.

Alzai di nuovo gli occhi verso il costume di Topolino.

“Hey”, disse con voce flebile, perversa, ma identica a quella di Topolino, “Vuoi vedere come si stacca la mia testa?”

Cominciò a tirarsi la testa, mettendo le dita goffe rivestite dai guanti intorno al collo, afferrando con movimenti frenetici, come un uomo ferito che cercasse di tirarsi fuori dalle fauci di un predatore…

E mentre si affondava le sue dita nel collo… così tanto sangue…

Così tanto, denso sangue giallo…

Mi voltai sentendo lo strappo nauseante di stoffa e carne… volevo solo mettere più spazio possibile tra me e quella cosa. Sopra la porta della stanza vidi l’ultimo messaggio, inciso nel metallo con le ossa, o con le unghie…

“ABBANDONATO DA DIO”

Non ho mai recuperato le immagini dalla fotocamera. Non ho più scritto del mio viaggio su un blog. Dopo essere uscito da quel luogo, fuggendo per conservare la mia sanità mentale, se non la mia stessa vita, capii perché la Disney voleva che nessuno sapesse di quel posto.

Il motivo non era che non volevano che qualcuno come me entrasse.

Non volevano che qualcosa come quella uscisse.

 

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D&R: Perché il Chow Chow ha la lingua blu?

Ho perso letteralmente il conto di quanti lettori mi hanno fatto questa domanda: perché il Chow Chow ha la lingua blu?

Il Chow Chow (鬆獅犬, 松狮犬, sōngshīquǎn) è un cane un po’ strambo. Originario della Cina, sembra un leoncino ma più cicciotto (e c’è anche chi si è divertito a colorarne qualcuno spacciandolo per panda), lo si può trovare sia a pelo lungo che pelo corto, e sopratutto ha una strana, unica, curiosa lingua blu.

 

https://it.wikipedia.org/wiki/File:ChowChow2Szczecin.jpg

 

Nonostante le numerose ricerche effettuate negli ultimi millenni (il Chow Chow è una delle razze di cani più antiche di cui si abbia memoria), l’origine della lingua viola del nostro amico peloso resta un mistero. Una flebile spiegazione si può ricercare però nelle leggende.

 

La leggenda della lingua blu del Chow Chow

Si narra che un monaco buddista una notte d’inverno si sia gravemente ammalato, tanto da non poter essere più in grado di raccogliere la legna per difendersi dal freddo gelido che bussava alla sua porta. I suoi fedeli cani, avvertendo il dolore del padrone, si lanciarono tra la neve verso una foresta poco distante, con l’intento di raccogliere più ciocchi possibili. Poco tempo prima c’era stato un violento incendio, cosicché a terra si trovavano molti pezzi di legno carbonizzati, ideali per ravviare un camino. I cani raccolsero decine e decine di ciocchi di carbone, che donarono loro la caratteristica lingua blu scura.

Un’altra leggenda narra che Budda, intento a dipingere il cielo di blu, fosse seguito nell’impresa dal suo fedele Chow Chow, che si divertiva un mondo a leccare le gocce di colore che cadevano profusamente dal pennello, colorandone la lingua per sempre.

 

La lingua del Chow Chow non è sempre blu

I Chow Chow nascono sempre con la lingua rosa, esattamente come tutti gli altri cani, e solo in seguito questa si trasforma in blu. Se ciò non avviene, l’esemplare non è di razza pura.

 

 

Orsi e Chow Chow

Alcuni paleontologi hanno ipotizzato che il Chow Chow sia un lontano parente dell’orso: la lingua di entrambi è blu, ed il numero di denti da latte è 44, mentre negli altri cani è 42. Che il Chow Chow sembri un piccolo leoncino lo abbiamo pensato tutti, ma che fosse un orsacchiotto io, sinceramente, no.

 

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Il drago barbuto a due teste cinese

Venice Beach Freakshow

Senza scomodare la mitologia con Cerbero, celebre cane a tre teste guardiano degli inferi, i casi registrati di animali – e purtroppo a volte anche di bambini – con più di una testa non sono rarissimi. Come nel caso di questo drago barbuto a due teste scoperto in Cina.

Todd Ray è un eccentrico personaggio: alleva ed accudisce un’incredibile collezione di oltre 20 animali bicefali. La sua tenuta accoglie oltre 20 esemplari, tutti a due teste, e l’unico animale al mondo vivente a tre teste: una tartaruga che risponde ai nomi di Myrtle, Squirtle, e Thirdle.

 

 

Ray è sempre alla ricerca di nuovi pezzi da aggiungere alla collezione, e spesso le sorprese maggiori gli giungono da quello strano mondo che è internet. Benché siano in molti a proporgli meraviglie della natura che si rivelano in realtà vere e proprie truffe, a volte si ritrova tra le mani degli esemplari autentici. Qualche giorno fa scopre casualmente un post che ritrae un drago barbuto a due teste e sei zampe, e con somma gioia scopre che si tratta di un individuo femmina. L’obiettivo di Ray è averlo a tutti i costi, anche perché possiede già un altro maschio simile, PanchoLefty.

 

Venice Beach Freakshow

 

Dopo un’offerta di oltre 5.000 dollari, il duo femminile, che risponde ora ai nomi di JeckylHyde è stato venduto a Ray da un anonimo utente cinese. Il collezionista ha mostrato i dragoni  pubblicamente al Venice Beach Freakshow, dove ha scoperto che ognuna delle quattro teste è diversissima dalle altre.

Pancho mangia principalmente grilli, mentre Lefty è vegetariano, e si limita alla lattuga. […] Hyde aveva spesso gli occhi letteralmente ricoperti di sabbia, e si lasciava trascinare in giro da Jeckyl. I draghi barbuti amano la sabbia, ma si trattava di una situazione insolita, così il precedente proprietario aveva tentato di curare l’esemplare, ma ragionando come se fosse un semplice animale ad una testa. Sono convinto che gli animali a due teste rappresentino il confine tra quello che è normale e quello che non lo è. – Todd Ray

 

 

I due esemplari di drago barbuto godono di ottima salute, ma Ray non ha nessuna intenzione di farli accoppiare. Peccato, sarebbe stato bello il frutto della loro unione, magari dei bellissimi cucciolotti a quattro teste. 🙂

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Connor – Il figlio di Satana

A quanto pare il figlio del diavolo partorito da Rosemary nel film Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York di Roman Polanski ha trovato casa, si chiama Connor ed è un bel bambino con gli occhi che brillano al buio che urla come un dannato. Forse perché lo è.

 

 

I genitori di Connor, ChuckKate Booth, giurano che il video è assolutamente reale, ed è stato catturato dalle telecamere installate dalla nonna del piccolo per controllarlo mentre dorme. Peccato che il bambino di riposare non ne abbia alcuna voglia, ed anzi si prodighi in numeri funambolici che lo vedono in equilibrio sulle barre della culla per oltre venti secondi, raggelando il sangue con urla a dir poco ferali.

Chuck e Kate precisano, inoltre, di essere quasi – sottolineo quasi – certi che il figlio non sia posseduto dal diavolo, che gli occhi luminosi siano frutto della videocamera notturna, e che secondo loro non è poi così inusuale che un bambino di pochi mesi sia in grado di restare in piedi per così tanto tempo.

Mah. 😐

Se Connor non è il figlio di Satana, ha certamente un futuro assicurato al circo.

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AAA Bambola assassina posseduta da un demone vendesi

Su eBay si trova di tutto, compreso chi mette all’asta la propria anima, una foto che raffigura un fantasma o, come in questo caso, una bambola assassina posseduta da un demone. 🙂

 

 

Nostra figlia non la vuole più. Il nostro cane non smette di abbagliarle contro e non la troviamo mai dove l’abbiamo lasciata. La bambola ha una risata davvero graziosa. Senza batterie.

Il bambolotto in questione è finito in vendita su Craiglist, ma nessuno ha avuto il coraggio – o la stupidità, dipende dai punti di vista – di fare un’offerta. Ora si trova all’asta su eBay, alla modica cifra di 17.000 dollari (circa 15.000 euro).

Allora, la bambola è caduta a terra qualche volta di troppo, e la sua testa a volte si gira su sé stessa a caso, anche se non ha mai fatto del male a nessuno… Sono l’unico proprietario, l’unico ed il solo. L’ho acquistata da un museo. – Estratto dall’annuncio su eBay

Che sia l’ennesima stupidaggine alimentata da internet, o siamo di fronte ad un nuovo caso simile a quello di Robert, la bambola posseduta, ce lo dirà solo il tempo. O l’utente che avrà il coraggio di sborsare 17.000 dollari.

 

La Bottega del Mistero
Alza il velo della realtà per portare alla luce curiosità, misteri, eventi grotteschi o divertenti. Ma sempre comunque affascinanti.
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Se vedi questo insetto, voltati e scappa immediatamente [BUFALA]

Da qualche giorno circola sui social un articolo riguardante un mostruoso ed enorme insetto di origine africana, silenzioso e letale. Ovviamente è tutta una cavolata. 🙂

SE VEDI QUESTO INSETTO, VOLTATI E SCAPPA IMMEDIATAMENTE

Questo il testo dell’articolo, copiato ed incollato di sana pianta da centinaia di siti.

La foto che vedete potrà ingannarvi. Quello che vedete non è un parrucchino ma un nuovo pericolosissimo insetto di origine africane sbarcato in europa grazie al rinnovato commercio ortofrutticolo che intercorre tra africa ed europa. Questo insetto, chiamato Eubetia Bigulae, ha delle dimensioni infinitamente piccole nelle prime fasi della sua vita, tanto che nessuno si accorge della presenza di questo animaletto.
Il problema sorge quando questo insetto cresce, raggiungendo spesso le dimensioni di un pallone da calcio. Sotto la folta peluria che lo fanno somigliare ad un parrucchino, l’Eubetia Bigulae nasconde una corporatura molto simile a quella del mille piedi. L’unica differenza tra il millepiedi e il cosiddetto animaletto giallo è la sua capacità di spruzzare un potentissimo veleno corrosivo che miete numerose vittime ogni anno in paesi come il Congo e il Chad. L’allarmen in Europa esiste già da tempo, ma in Italia questo insetto sembra essere arrivato relativamente da poco e pertanto nessuno ne ha mai parlato approfonditamente.

 

 

Peccato che l’Eubetia Bigulae non esista per niente, e che il simpatico insetto peloso nella foto non è altro che una larva di Megalopyge opercularis, o pussy moth (falena gattino), grande sì e no 3 centimetri. Fate attenzione, però: sebbene non sia dotata di veleno corrosivo come riportato dalla bufala, la puntura della larva di Megalopyge opercularis è davvero pericolosa, e può scatenare reazioni allergiche.

 

 

Il mio consiglio, come sempre, è uno solo: non fermatevi a leggere tutto quello che vi capita a tiro, andate oltre, informatevi, cercate, scoprite.

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D&R: Perché le capre hanno quegli occhi così strani ed inquietanti?

A ben vedere, gli occhi delle capre sono davvero grotteschi. Così diversi dai nostri e dalla maggior parte degli animali. Siamo abituati a quelli con le pupille verticali dei gatti, o a quelli a palla dei carlini, ma le fessure verticali delle capre, come si spiegano? Perché le capre hanno quegli occhi così strani ed inquietanti?

La stessa domanda deve essersela posta anche qualcuno alla University of California di Berkeley, dove nel 2015 viene avviato il primo studio in merito, che ha scansionato e registrato centinaia di pupille animali.

La pupilla è fondamentalmente un buco, situato al centro dell’iride, dove la luce viene catturata e ci permette di vedere il mondo attorno a noi. Negli esseri umani è circolare, come nella maggior parte del mondo animale, ma esistono numerosi esempi bizzarri.

 

 

Le seppie, ad esempio, presentano pupille a mo’ di lettera W, alcune rane le hanno a forma di cuore, mentre i gechi come l’interno dei vecchi rasoi.

Ce ne sono di cose strane là fuori. […] È un dibattito aperto da un po’ di tempo, perché è la prima cosa che sei spinto ad osservare in un animale. Dove si trovano i suoi occhi e che forma hanno le sue pupille. – Martin Banks, ricercatore della University of California

I ricercatori della University of California hanno così studiato 214 specie diverse, registrandone abitudini alimentari, il ciclo sonno/veglia, la posizione nella catena alimentare. E sono giunti alle conclusioni che le pupille sono legate alla necessità dell’animale di focalizzare la propria attenzione su un certo numero di fattori.

Detto più semplicemente, gli animali con pupille verticali come i gatti, sono predatori che tendono agguati, e che hanno bisogno di concentrare la propria attenzione non sull’ambiente circostante, ma sulla preda, come se guardassero attraverso il mirino di un fucile di precisione. Pupille rotonde, come le nostre, sono legate ad animali predatori che cacciano attivamente più prede alla volta, e sono più alti di molti altri consimili. Di contro, pupille orizzontali permettono di avere una visione periferica maggiore, e sono riservate agli animali predati: si possono controllare più punti da dove il nemico potrebbe attaccare senza muovere la testa.

La posizione degli occhi, poi, avalla le precedenti conclusioni: i predatori li hanno in posizione centrale, mentre le prede di lato, per aumentare il campo visivo.

C’è un’altra cosa bizzarra che nessuno sembra aver mai notato.

Quando abbassano la testa al suolo [per brucare l’erba], i loro occhi si muovono mantenendo il parallelismo con la terra. Ed è una cosa straordinaria, perché gli occhi ruotano in direzione opposta nella testa. – Martin Banks, ricercatore della University of California

Ho speso un sacco di tempo con i cavalli, e li ho visti mangiare, guardarsi attorno, e non l’avevo mai notato. È una semplice osservazione che tutti possono fare, ma che la scienza non ha mai fatto. – Jenny Read, scienziato della Newcastle University

Le capre, in pratica, hanno pupille orizzontali che permettono all’animale di avere una visuale quasi completa di tutto ciò che lo circonda, anche nei momenti in cui è più indifeso, come ad esempio durante il pasto.

Oppure, secondo credenze a metà tra la religione ed il folklore, le capre guardano il mondo con gli occhi del diavolo.

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D&R: Perché Pasqua non è mai lo stesso giorno ogni anno?

È la festa più importante della Chiesa, e rappresenta la resurrezione e l’ascesa di Gesù al cielo. Giulia però ci chiede: Se la Pasqua è più importante del Natale, perché non si festeggia tutti gli anni lo stesso giorno?

Te lo diciamo noi!

La Pasqua cristiana, diversamente da molte festività religiose, non cade sempre lo stesso giorno ogni anno. Si celebra la domenica successiva alla prima luna piena di primavera, in una finestra temporale di 35 giorni, dal 22 marzo al 25 aprile. La Pasqua cristiana è strettamente legata a quella ebraica, la Pesach: fino al II secolo le due celebrazioni coincidevano col 14 nissàn, ovvero il 14° giorno del mese del ciclo lunare di marzo-aprile.

In seguito, durante il Concilio di Nicea del 325, si scelsero per la Pasqua cristiana le nuove indicazioni, mantenendo però alcune analogie con la festività originale.

 

Domanda inviata da Giulia.

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Il mistero della mummia e della nave fantasma

Sono le 4 del mattino del 25 febbraio 2016, il sole non è ancora spuntato al largo delle coste di Barobo. Troppo presto per la maggior parte dei 40.000 abitanti della municipalità delle Filippine, tardi per i pescatori che hanno già preso il mare da qualche ora. All’improvviso, in distanza, il ventitreenne Christopher Rivas y Escarten fissa con occhi impauriti una piccola chiazza bianca nell’immensità del blu: una nave fantasma, che trasporta un solo occupante. Una mummia.

 

 

Di ritorno dalla battuta di pesca, Rivas si accorge che a un centinaio di chilometri dalla costa c’è uno yatch, che sembra abbandonato a sé stesso. Le vele strappate, ha tutta l’aria di essere sopravvissuto a decine di tempeste. Rivas abborda il natante, e urla a gran voce all’equipaggio. Una, due, tre volte. Senza risposta. Infine, la macabra scoperta: seduto su una panca, accasciato di fianco alla radio di bordo, c’è il corpo marmoreo di Manfred Fritz Bajorat. Esperto uomo di mare, celebre per numerose traversate in solitaria, Bajorat scompare nel nulla nel 2010, a bordo della sua nave Sajo, dove viene ritrovato ben sei anni dopo. Nessuno è in grado di dire da quanto tempo l’uomo sia morto, ma la polizia locale pensa che il decesso sia avvenuto improvvisamente poco meno di un anno prima del ritrovamento: per il capodanno del 2015 invia personalmente gli auguri ad un amico.

Secondo la ricostruzione delle autorità, Bajorat dev’essere rimasto vittima di un infarto e, in un ultimo atto di disperazione, tenta di chiedere aiuto con la radio di bordo. Invano. La Sajo, senza più un capitano, custodisce come bara di legno e acciaio le spoglie mortali dell’uomo. Il mare è la sua vita, ora lo è anche nella morte.

Il mistero non è la mummificazione di Bajorat – è un processo bizzarro e macabro, ma naturalmente spiegabile; la vera storia dell’uomo, quella più importante, è un’altra, difficile da leggere, agrodolce.

 

 

Un messaggio per la moglie, scomparsa di cancro nel 2010, che l’uomo custodisce a bordo. Una lettera semplice, scritta dopo la morte della donna che per anni è stata la sua compagna. Poche parole, destinate a superare la sottile linea che separa questa vita dall’altra.

Siamo stati insieme per trent’anni sullo stesso cammino. Poi la forza dei demoni ha prevalso sulla volontà di vivere. Sei andata. Che la tua anima possa trovare pace. Il tuo Manfred

Una lettera che finalmente, dopo 6 anni, Bajorat potrà consegnare di persona alla donna che ama. E questo, nonostante tutto, è il finale che preferisco.

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Emoscambio – La misteriosa setta del sesso

Più o meno dal 1970, per quasi un ventennio, su molte autostrade italiane, sopratutto del nord, compare all’improvviso una scritta misteriosa: ΣMOSCAMBIO. Poco distante, in caratteri più piccoli, un numero di telefono di Milano. A rispondere al telefono c’è un profeta, che ci guiderà alla liberazione da tutti i mali attraverso pratiche sessuali e reclutamenti, a capo di una congrega, di un centro di ricerca e di un’università. Questa è la bizzarra e controversa storia di Emoscambio, la misteriosa setta del sesso.

 

 

Per chi percorre le autostrade piemontesi e lombarde è una costante. Dovunque, su pontili, case, muri, capeggia una strana e per certi versi inquietante scritta: Emoscambio. Poche lettere di vernice bianca a caratteri cubitali. In effetti, a mente fredda, non si tratta di niente di particolare. Nello stesso periodo, sempre in autostrada, circolano scritte curiose, come Dio c’è, ancora oggi visibile su qualche cartellone. L’idea di un writer un po’ mattacchione, che imbratta qualche muro per divertimento.

Se non fosse per quel numero di telefono.

Ogni tanto, di fianco a Emoscambio, compare anche un numero di telefono di Milano. A chi è tanto sciocco o coraggioso da chiamare, risponde una voce registrata, che ci illumina su un’avveniristica teoria salutistica e che, con una donazione di 10.000 lire (meno di € 5) avremmo avuto accesso al sapere custodito dall’Istituto Internazionale di Fisiologia, promotore del messaggio. Starete pensando che si tratta della solita scusa per spillare soldi, ma non è proprio così. Perché dietro quella voce registrata c’è molto più di quanto immaginate.

INVENTORE CERCA per sperimentare suo proprio studio assolutamente fondato e basato su principii fisici e razionali di chiara scuola Galileiana e Copernicana. Scopo della sperimentazione è prevenire e guarire ogni malattia umana: AIDS, tumori, malattie cardiovascolari, decadimento senile, impotenza maschile e femminile, etc. etc.
NON E’ POSSIBILE guarire solo il CANCRO o l’AIDS, o si guariscono tutte le malattie o niente. – Tratto dal sito di Emoscambio

L’indirizzo dell’istituto, che viene presentato come una casella postale dell’aeroporto di Linate, è in realtà di un’abitazione privata, dove vive Vito Cosmaj, scienziato, ricercatore e capo della setta di Emoscambio. Cosmaj crede che la liberazione da tutti i mali, fisici e mentali, derivi da una particolare posizione sessuale, quella a pecorina, definito dall’Istituto Internazionale di Fisiologia Tecnologia dell’Amplesso Fisiologico, in cui l’uomo prende la donna da dietro. Tutte le altre sono un abominio contro natura – sopratutto quella del missionario – e causa di tutto ciò che flagella l’umanità. Per chi volesse, il 27 di ogni mese, è indetto un dibattito con annessa funzione fisiologica.

 

 

I volantini di Cosmaj, come potete vedere nelle immagini, rasentano la follia. Ma l’apice si ha con la cintura di castità Virgo-Virginis S.p.A., artigianale e fatta a mano per difendere le grazie delle donne che, qualora non venga usata, può essere appesa alle pareti di casa quale ornamento artistico medioevale e di pregio. Il costo della suddetta è di solo 105.000 lire, circa € 55, poca roba pensando che si tratta della perfetta riproduzione di quella originale esposta al “Museo degli Schiavoni” a Venezia.

Cosmaj è così certo del suo metodo infallibile che nel sito dell’istituto se la prende un po’ con tutto e tutti, dalla medicina tradizionale ai politici. Ha istituito anche una laurea in TAF, previo superamento delle prove pratiche ed orali.

PER OTTENERE la suddetta laurea [TAF] è necessario superare un esame con prova pratica ed orale in seno all’Istituto Internazionale di Fisiologia. L’ADDOTTORATO in questione è riservato ai soli MASCHI celibi, ammogliati, separati, divorziati, vedovi, ecc. ecc. di nazionalità italiana con età non inferiore agli anni 21, mentre tale laurea è interdetta alle femmine per ovvi motivi. – Tratto dal sito di Emoscambio

Per chi poi volesse documentarsi a fondo sulle idee del fondatore di Emoscambio, è disponibile anche Il Vangelo secondo Vito Cosmai, ghiotta raccolta di 300 verità sulla vita e quant’altro, all’irrisorio costo di 10.000 lire (€ 5). Oltre al sesso, però, il fondatore della setta ha anche altre idee discutibili. Una su tutte lo scambio di sangue tra persone. Ovviamente una cosa del genere è particolarmente pericolosa, in quanto il rischio di venire a contatto con sangue infetto è molto alto. Se Cosmaj ha accolto molti adepti, è probabile che la cosa finirà male. Un’interrogazione parlamentare del 13 novembre 1973, presentata dal deputato Mario Gargano rivela che la setta promuove lo scambio reciproco e simultaneo di sangue tra uomo e donna non consanguinei aventi lo stesso gruppo ed RH con interreazione negativa.

Il mistero sulla congrega si infittisce, e a nulla servono le indagini e le perquisizioni. Non si sa né quanti adepti abbia raccolto né se qualcuno di questi abbia contratto qualche malattia a trasmissione sessuale o ematica. Emoscambio resta un mistero per decenni, fino alla morte del suo fondatore, avvenuta all’incirca nel 1995. La setta, per quanto si sa, si è dissolta, anche se è difficile dirlo. Online fioccano i cloni del sito originale (chiuso nel 2003 ma aggiornato fino al 1998) ed ogni tanto qualcuno ci prova invitando gli utenti a contattarlo per continuare le teorie avveniristiche di Cosmaj. Emoscambio e l’Istituto Internazionale di Fisiologia restano, alla fine, solo una strana, pericolosa, storia.

 

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