Tag: Destino

Mamma a 72 anni – Miracolo in India

Barcroft Media

 

C’è chi spera con tutto il cuore di diventare un giorno genitore, lottando con le difficoltà della vita di ogni giorno, l’età che avanza e a volte anche contro le malattie. La storia di oggi ci ricorda che non è mai troppo tardi per smettere di sognare: vi presento Daljinder Kaur, mamma per la prima volta a 72 anni suonati.

Mohinder Singh Gill e Daljinder Kaur sono una coppia indiana, sposata da 46 anni. Mohinder ha 79 anni, Daljinder 72. Sebbene vivano felici e rasserenati dal loro amore, un’ombra si stende da quasi mezzo secolo nel loro cuore: non hanno mai potuto godere della gioia di essere genitori. Eppure le hanno provate tutte, da consulenti della fertilità a cliniche specializzate, ma niente. Nessun cucciolo d’uomo a riempire la loro vita di schiamazzi e sorrisi. Finché un giorno Daljinder rimane incinta. A 72 anni.

Ci sono voluti due anni di trattamenti per la fertilità al National Fertility Centre nello stato di Haryana, costati alla coppia circa € 1.200, una cifra tutto sommato abbordabile, ma all’inizio di maggio 2016 ce l’hanno fatta.

Dio ha accolto le nostre preghiere. Ora la mia vita è finalmente completa. – Daljinder Kaur

Vi posso assicurare che il pupo, di nome Arman, è perfettamente sano; nato di 2 chili – sì, in effetti è un po’ pochino – non presenta alcuna malformazione né malattia, con buona pace del dottor Anurag Bishnoi, che ha supervisionato la gravidanza, che non era favorevole alla fecondazione assistita su una donna così anziana.

La gioia della nascita è però smorzata dalle critiche di numerosi specialisti, che ritengono la scelta portata avanti da Bishnoi eticamente scorretta.

Ciò che è successo è esecrabile. Grazie al progresso della scienza, possiamo mettere incinta una donna di 90 anni. Qual è il problema? Non si tratta di poterlo fare, è questione di etica. Abbiamo una responsabilità verso i nostri pazienti. Quest’uomo [il dottor Bishnoi] non ci rappresenta, ed andrebbe radiato. – Dottor Hrishikesh Pai, presidente della federazione dei ginecologi indiani

Cosa farà il piccolo Arman quando i suoi genitori – speriamo fra cent’anni – non ci saranno più? Come potranno guidarlo e prendersi cura di lui se soffrono già i patimenti della vecchiaia? E il dottor Bishnoi ha fatto gli interessi dei suoi assistiti o si è trattato di accanimento?

 

Mamma a 72 anni: è giusto o sbagliato ricorrere alla fecondazione assistita in età così avanzata?

Mostra i risultati

Loading ... Loading ...

 

Di più

Napoli misteriosa: storie di fantasmi

Napoli è affascinante, incastonata nell’omonimo golfo e terra dicotomica di gioia e dolore, vizi e virtù. Vedi Napoli e puoi muori, si dice, perché della città partenopea, al mondo, non esistono eguali. E la volontà di rimanerne legati è così forte che, a volte, anche chi muore non se ne vuole andare più. Ecco a voi alcune storie di fantasmi di Napoli.

 

 

Il fantasma della Basilica dell’Incoronata del Buon Consiglio

Quando il profumo dei fiori inebria l’aria, sul far della primavera, sui gradini della Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio e Regina della Cattolica Chiesa si siede a piangere, con la testa tra le mani, una ragazza dagli occhi nocciola ed i capelli scuri fasciata in un lungo abito bianco. Si dice che la giovane, poco prima di sposarsi, si sia ammalata improvvisamente di tisi, e non sia mai riuscita a coronare il suo sogno d’amore. Con le lacrime che gli rigano il volto, si mostra solo alle donne che ancora, come lei, non sono riuscite a trovare marito. Accanto alla basilica è presente l’ingresso alle Catacombe di San Gennaro, antiche aree cimiteriali sotterranee risalenti al II secolo.

 

L’impiccato

C’è un condominio nei pressi del Corso Garibaldi, al centro della città, in cui non si dormono sonni tranquilli. Quando la sera scende, e la luna è alta nel cielo, appare ad una finestra una figura penzoloni. È l’impiccato, un soldato spagnolo giustiziato dai rivoltosi partenopei, che si mostra ciondolante appeso al soffitto per ricordarci, forse, come lo spirito libero del popolo napoletano non possa essere piegato.

 

I suicidi di ponte Sanità

Durante le notti di pioggia, nei pressi del ponte Sanità, nella zona di Capodimonte, si alternano al rombo dei tuoni le urla strazianti degli uomini e delle donne che negli anni hanno detto addio alla vita, gettandosi proprio dal ponte.

 

I gemellini di Portici

Si dice che in una casa di Portici vivessero due gemellini di sette anni. Un giorno, lasciati solo per un po’ di tempo dalla mamma, mentre giocano con i fiammiferi appiccano per sbaglio incendio alla loro casa, perendo tra le fiamme. I loro fantasmi si divertono ancora oggi a tirare pietre ai passanti e fare baccano durante la notte.

 

 

La fabbrica di bambole

San Giorgio a Cremano, all’ombra del Vesuvio. Tra le fabbriche abbandonate ve n’è una, oramai ridotta ad uno scheletro dei fasti del tempo che fu, che creava bambole.

Divorata da un terribile incendio, causato dall’imperizia degli operai, è diventata il sarcofago delle anime strappate dalle fiamme a questa vita. La produzione, però, non si è arrestata: tra i macchinari distrutti dal fuoco ed il tetto crollato, risuonano ancora le urla dei lavoratori e il clangore metallico degli attrezzi battuti con vigore da mani fantasma.

 

Il Rione Terra

Abbandonato da anni a causa del bradisismo flegreo che interessa la zona, il Rione Terra di Pozzuoli è divenuto in breve tempo un villaggio fantasma a poca distanza da Napoli. Tra le case in rovina ed abbandonate si aggirano misteriose entità, che con passi felpati e grida soffocate salutano gli avventurieri talmente stupidi o coraggiosi da addentrarsi tra i vicoli bui della cittadina, rischiarati di notte solo da eteree luci che non hanno nulla di naturale.

 

La donna di Piazza Bovio

C’è una figura disperata che corre veloce tra le strade che confluiscono a Piazza Bovio. Si tratta di una donna, corre a testa bassa, ansimando, madida di gelido sudore, come se fosse inseguita da qualcuno. Forse da un fantasma. In realtà lo spettro è lei, ed è possibile scorgerla nella sua triste e forsennata fuga prima che scompaia all’avvicinarsi della piazza. Nessuno è mai riuscito a scorgerle il volto; si dice che sia una dama morta più di 400 anni fa violentata dai Saraceni, e che ogni notte rivive, in ogni singolo passo, il ricordo della sua tragedia.

 

Maria D’Avalos

È 28 maggio 1586. La folla festante si è riunita di fronte la Chiesa di San Domenico Maggiore, dove si stanno celebrando le nozze del genio compositore e virtuoso Carlo Gesualdo e sua cugina Maria D’Avalos, donna dalla bellezza disarmante. Volti sereni, sorrisi sinceri. Solo in apparenza. In realtà si tratta di un mero matrimonio di convenienza; Carlo, dopo la nascita del loro figlio Emanuele, si disinteressa completamente della consorte, votato com’è anima e corpo alla musica. Interessato alla sua dama è invece il duca d’Andria e conte di Ruvo, Fabrizio Carafa, che se ne innamora, ricambiato, durante una festa. Fabrizio, è bene notarlo, è già sposato e padre di quattro bambini, mentre Maria è già al suo terzo matrimonio, nonostante abbia solo poco più di vent’anni (i suoi precedenti mariti sono morti). L’infedele rapporto viene consumato più e più volte, senza curarsi delle voce di palazzo, sempre più insistenti, a cui Carlo non sembra dare peso. Lo status di cornuto, però, non piace a nessuno, e Carlo dopo qualche mese abbandona le sue composizioni e decide di vederci chiaro. Informa tutti che partirà presto per una lunga battuta di caccia, che lo terrà impegnato per diversi giorni. Nella notte tra il 16 ed il 17 ottobre del 1590 piomba improvvisamente nella sua camera da letto, dove trova la giovane moglie con l’amante, in condizioni inequivocabili. Divorato dall’ira, afferra saldamente il pugnale che porta sul fianco e si avventa su di loro, trucidandoli.

Il giorno dopo, racconta la leggenda, Carlo dispone che il corpo della fedifraga venga abbandonato di fronte il palazzo, per essere pubblicamente denigrata; fu qui che, una volta dispersa la folla, un monaco domenicano, gobbo e dal volto mostruoso, approfitterà del corpo esanime della giovane.

Dal duplice omicidio in poi, ogni notte e per trecento anni, coloro i quali abitano nei pressi del palazzo hanno potuto udire distintamente le urla di Maria D’Avalos, finché nel 1889 l’ala che accoglie la stanza della donna crolla ed inghiotte tutto sotto un cumulo di macerie.

Ancora oggi c’è chi è pronto a giurare che nei pressi dell’Obelisco di San Domenico Maggiore si possano udire distintamente, a chi sa ascoltare, i singhiozzi distanti di una donna spaventata.

Di più

La misteriosa foresta di Cannock Chase

Terra di antichi popoli celti, teatro di brutali omicidi, tana di mostri metà uomo e metà bestia, dimora di fantasmi dagli occhi neri. Questo e molto altro è la misteriosa foresta di Cannock Chase. Ecco le sue storie.

La foresta di Cannock Chase è una lingua di terra verde baciata dal pallido sole inglese. Gli alberi crescono rigogliosi, e danno rifugio a una gran varietà di animali, e a dire di molti anche di fantasmi e mostri grotteschi. Di foreste infestate abbiamo già avuto modo di scrivere, con l’inquietante storia di Hoia Baciu, ma quello che si nasconde tra le fronde di Cannock Chase è inenarrabile, e si fonda sul grottesco omicidio di tre bambine, sul finire degli anni ’60.

 

 

Gli omicidi di Cannock Chase

Gli omicidi di Cannock Chase, detti anche omicidi A34, sono tre orrendi delitti perpetrati dalla mente malata di Raymond Leslie Morris, e che hanno per sfondo la foresta di Cannock Chase.

Il 1° dicembre 1964 la piccola Julya Taylor, 9 anni, viene caricata in auto a Bloxwich, Inghilterra, da un uomo che le dice di essere un amico della madre passato a prenderla. Verrà ritrovata il giorno dopo da un ciclista che passa casualmente nei pressi di Cannock Chase, con evidenti segni di violenza sessuale e strangolamento, agonizzante ma viva. È l’inizio della nostra grottesca storia.

Margaret Reynolds, 6 anni, scompare da scuola l’8 settembre del 1965, e Diana Joy Tift, 5 anni, si volatilizza nel nulla mentre si reca a casa della nonna, il 30 dicembre. Nonostante l’enorme dispiegamento di forze, con oltre 2.000 persone alla ricerca di Margaret, delle bambine non v’è traccia. Il 12 giugno 1966 vengono rinvenuti i loro cadaveri in una buca di Manstly Gully.

Il 19 agosto 1967 alla piccola Christine Darby, di 7 anni, viene offerto un passaggio in macchina da uno strano individuo nei pressi di casa sua a Caldmore. Il suo corpo viene scoperto casualmente in una brughiera poco distante la foresta tre giorni dopo, denudato, da un soldato.

Il 4 novembre 1968 viene arrestato a Walsall un uomo che ha appena tentato di abbordare una bambina di 10 anni, Margaret Aulton, che è riuscita miracolosamente a sfuggire al rapimento, anche grazie alla segnalazione di un diciottenne del luogo, che avverte la polizia in tempo. A bordo della Ford Corsair bianca e verde riconosciuta dalla piccola c’è un losco figuro, Raymond Leslie Morris, che gli inquirenti sospettano essere il misterioso e brutale omicida di Cannock Chase. Nonostante un alibi di ferro avanzato dalla moglie, i poliziotti gli trovano a casa una foto pedopornografica che ritrae la sua nipotina di 5 anni. Processato per gli omicidi di Margaret, Diana e Christine, viene dichiarato colpevole grazie alla coraggiosa testimonianza di Julya, che riconosce in Raymond l’uomo che l’ha stuprata e seviziata.

È lui. È stato lui a farmi questo. – Julya Taylor, in lacrime, accusa Raymond Leslie Morris al processo

Condannato all’ergastolo, Raymond muore a 84 anni in prigione, dopo aver scontato 45 anni, per cause – forse – naturali. L’11 marzo 2014 si conclude così la storia del killer A34, ed inizia quella dei fantasmi di Cannock Chase.

 

La ragazza dagli occhi neri

Nel mondo, sopratutto in Inghilterra, fioccano le leggende su ragazzine dagli occhi completamente neri, senza iride, che si dice bussino di notte alle porte dei poveri malcapitati, prima di svanire nel nulla. Dopo gli omicidi di Cannock Chase, nella foresta si susseguono gli avvistamenti di strane apparizioni, tra le quali quella di un’inquietante fantasma dagli occhi neri, di cui esisterebbero anche prove fotografiche.

Christine Hamlett è una medium inglese, che il 10 ottobre 2014 scatta una foto di quello che, a suo dire, è lo spettro di una ragazza morta di difterite sul finire dell’800.

 

 

Non sono in molti a credere alla veridicità dell’immagine, che potrebbe rappresentare tutto o niente, e dopo qualche mese di intensi dibattiti nel circolo scientifico la questione muore insoluta. Finché, il 18 aprile 2015, l’utente Furious Otter carica su YouTube un filmato ripreso con un drone che sembra immortalare la ragazza dagli occhi neri. Che si tratti di reperti autentici o semplici fake lascio a voi la decisione.

 

 

L’uomo maiale

Non sono solo i fantasmi a togliere il sonno ai cittadini di Cannock Chase. Tra le spaventose creature della notte del bosco sembra esserci infatti anche un grottesco ibrido tra uomo e maiale, avvistato più volte fino al 1993. Poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il governo del Regno Unito avalla un esperimento congiunto tra inglesi e statunitensi per consentire lo sviluppo di una nuova arma. Dopo un lungo studio, gli scienziati decidono che il futuro della guerra si combatterà non più sul campo, ma in vitro, attraverso l’ingegneria genetica, e decidono di fondere DNA umano con quello suino. Rapiscono quindi nei pressi della foresta di Cannock Chase una donna, la ipnotizzano e le impiantano geni modificati di maiale affinché resti incinta. Dopo 10 mesi di gestazione, i dottori sono costernati; la donna ha partorito un bambino con la testa di porco. Delusi dal risultato, che non collima esattamente con le loro idee iniziali, decidono di non abbattere il piccolo, ma di crescerlo ramingo nella foresta, al fine di studiarne l’adattabilità e la possibilità di utilizzarlo in futuro come progenitore di una nuova stirpe di soldati. Da allora, quasi ogni notte nei pressi del bosco è possibile udire strazianti lamenti intervallati a profondi grugniti, che hanno fatto nascere numerosi gruppi di studiosi, il cui maggiore esponente è certamente il ricercatore del paranormale Lee Brickley.

Egregio Signor Brickley,

Sono stato testimone qualche tempo fa di un fatto che certamente merita la sua attenzione. Nell’ottobre del 1993, nei pressi di Castle Ring, io e mia moglie abbiamo udito degli strani versi provenire dalla profondità della foresta. Certi che fosse una coppia del luogo intenta a divertirsi, ci siamo allontanati dal rumore in direzione dell’auto. Appena giunti al parcheggio mi sono voltato, ed ho visto con i miei occhi la creatura più strana che potessi mai immaginare. Alta circa 2 metri, dal collo in giù somigliava ad un uomo, ed indossava anche dei vestiti, ma la sua testa era troppo grande per essere umana e si prolungava in un grosso naso da maiale. Quando anche mia moglie l’ha vista, la paura ha preso il sopravvento, così siamo fuggiti via verso la nostra auto e ci siamo chiusi dentro. È stato allora che quella cosa ha cominciato a grugnire, come un porco che venisse scannato. Questo fatto ci ha turbato molto…

Ha mai visto qualcosa del genere prima?

Cordiali saluti,

John & Anne – Email inviata a Lee Brickley che testimonia l’incontro con l’uomo maiale

Pig-man è solo l’ultima delle tante storie che ruotano intorno alla foresta di Cannock Chase. Voi cosa ne pensate? Il bosco è solo il teatro di una – purtroppo reale – tragedia o si tratta di un luogo al di là della nostra comprensione, crogiolo di fenomeni paranormali?

Di più

Tre storie di fantasmi

Oggi voglio raccontarvi tre brevi storie di fantasmi, tratte dalla ricerca pubblicata sul Journal of the American Society for Psychical Research nel 1944 dallo studioso del paranormale Edmond Gibson, e degli spettri senza pace che ne sono protagonisti.

 

Il fantasma del capitano Towns

Londra, Regno Unito, maggio 1873. Si respira un’aria carica di mestizia in casa del capitano Towns, deceduto da poco più di sei settimane dall’altro capo del mondo, a Sidney, in Australia, lontano dai suoi affetti e dalle persone a lui care. La sua famiglia non è particolarmente ricca, ma può fare affidamento su un discreto gruzzolo che le permette di avere una bella dimora spaziosa e qualche membro della servitù.

La figlia di mezz’età del marinaio sta facendo fare il giro delle stanze ad un’ospite appena giunta, quando entrambe restano pietrificate nello scorgere nella superficie lucida di un armadio l’inconfondibile sagoma del defunto capitano.

Era un’immagine a mezzo busto: la testa, le spalle e le braccia appena accennate; assomigliava in tutto e per tutto ad un comunissimo ritratto da medaglione, però a grandezza naturale. Il volto appariva pallido ed esangue… e indossava una giacca grigia di flanella che era solito usare in casa. Stupite ed un po’ allarmate, le donne pensarono lì per lì che nella stanza fosse stato appeso un ritratto del capitano, ma in realtà sulla parete di fronte non v’era quadro alcuno. – Dichiarazione del marito della figlia di Towns

Immediatamente si precipita nella stanza un’altra figlia del capitano che, credendo di essere vittima di un’allucinazione, chiama in aiuto una cameriera, ma anche quest’ultima non può che ammettere che sull’anta di quell’armadio è nitida la figura dell’uomo di mare. E lo stesso non possono che affermare altri tre domestici, ed infine la vedova dell’uomo.

Non appena vide l’apparizione, le andò incontro con le braccia tese, come per toccarla, ma quando passò le mani sul pannello dell’armadio la figura gradualmente svanì, e non riapparve mai più. – Dichiarazione del marito della figlia di Towns

Il fantasma di Towns non lascia, a differenza di molte altre apparizioni nei più disparati tempi e luoghi, alcun messaggio alla propria famiglia. Forse a muovere la figura spettrale è stato il desiderio di poter vedere per l’ultima volta le persone a lei care, a cui non aveva potuto dire addio.

 

Il patto della morte

Il patto della morte è un particolare tipo di promessa: ogni persona contraente, giunto il trapasso, tenterà in tutti i modi di mettersi in contatto con gli altri, così da dimostrare che esiste una vita dopo la morte.

Uno dei casi più importanti di questo genere è quello accorso in Inghilterra nel 1940. Un giovane si sveglia di soprassalto una domenica mattina, turbato nel sonno da una strana sensazione. Di fronte a lui, ai piedi del letto, lo fissa una strana figura eterea: senza dubbio uno spettro, ma il ragazzo non ne ha paura, anzi, il volto dell’apparizione è serafico ed amichevole.

Ad un tratto l’uomo venne dritto verso di me. Se fosse stata una creatura in carne ed ossa avrebbe dovuto, per farlo, scavalcare la sponda del letto. Si accostò invece a me come se il letto non esistesse, e senza rivolgermi alcuna parola mi passò di fianco, sulla destra, attraversò letteralmente la parete e svanì nel nulla. – Dichiarazione del giovane

Il ragazzo è ancora confuso da ciò che ha appena visto, quando una seconda apparizione si palesa.

Un nuova figura si materializza dinnanzi al letto, ma questa volta è un viso conosciuto: si tratta del suo migliore amico, morto sei settimane prima, e con cui molti anni addietro ha stretto un patto di morte. Dopo aver sorriso, il fantasma si dissolve nel nulla, avendo oramai mantenuto fede alla parola data. L’unica cosa che ancora non è chiara di tutta la vicenda è la prima manifestazione. Forse si tratta di uno spirito guida per il giovane defunto.

 

La promessa infranta

Siamo nel giugno del 1851, al capezzale del morente John Harford. Poco prima di esalare l’ultimo respiro, l’uomo chiama a sé l’amico di una vita, C. Happerfield, strappandogli la promessa solenne di prendersi cura della moglie.

Fedele alla parola data, Happerfield sistema a proprie spese la signora Harford in un piccolo cottage, e si fa carico delle sue necessità. Passano mesi sereni, quando uno dei nipoti della donna chiede di poterla accogliere in casa propria. Happerfield ovviamente ne è contento, chi più di un parente stretto può prendersi cura di lei, e così organizza il trasloco, felice di aver adempiuto ai suoi compiti. Passa così qualche settimana.

In una notte insonne, dettata da alcune questioni di lavoro, Happerfield avverte una strana presenza nella stanza da letto. Di fronte a lui l’amico Harford, col volto deviato da un’espressione innaturalmente preoccupata. Il fantasma, con voce agitata ma chiara, apostrofa così l’uomo:

Amico Happerfield, vengo da te perché non hai prestato fede alla parola data di prenderti cura di mia moglie. So con certezza che in questo momento è attanagliata dalle preoccupazioni e vive una condizione di bisogno.

Happerfield è un uomo pragmatico, e per nulla spaventato dal fantasma dell’amico, si dichiara sinceramente stupito di una simile affermazione da parte sua: dopotutto, per quanto ne sa, la donna è stata affidata alle cure amorevoli del nipote. Ad ogni modo, lo giura, indagherà sull’accaduto. Lo spettro, compiaciuto, si dilegua nell’ombra.

Il mattino successivo Happerfield, non potendo verificare di persona le accuse dell’amico defunto, scrive una lettera al nipote che ha preso con sé la signora Harford, per chiedere se dalla loro ultima visita sia accaduto qualcosa che ne possa turbare la serenità. Il giovane risponde prontamente, ammettendo di aver perso da poco il posto di insegnante e di trovarsi in difficoltà economiche. Happerfield gli invia così del denaro, e la donna passa di nuovo sotto la sua protezione, consentendo inoltre al ragazzo di rimettersi in sesto. Secondo ogni previsione, senza l’intervento provvidenziale di Happerfield, la donna avrebbe certamente fatto una fine miserevole. La signora Harford vivrà così la sua vita serena ed in salute, aiutata da Happerfield, fino alla fine dei suoi giorni. Lo spettro, dal canto suo, non si paleserà mai più.

Di più

La tigre fantasma

Elliott O’Donnell è un autore inglese a cavallo tra l’800 ed il ‘900 che, a suo stesso dire, ha spesso avuto a che fare con i fantasmi. A cinque anni assiste all’apparizione di uno spirito dell’oltretomba e diversi anni dopo un’altra entità, molto più aggressiva, tenta di strangolarlo, fortunatamente invano. Nella sua notevole carriera – 50 libri e numerose pubblicazioni minori su importanti riviste specializzate, come Weird Tales – O’Donnell scrive non solo storie di fantasmi partorite dalla sua fervida fantasia, ma anche di cronache accadute a persone che lui stesso segue nella ricerca della verità sulle entità paranormali.

Ho investigato, a volte da solo, a volte con altre figure e la stampa, diversi casi di apparizioni di fantasmi. Credo negli spiriti, ma non mi definisco uno spiritista. – Elliott O’Donnell

Una delle sue cronache più sconcertanti è quella che vede protagonista una misteriosa quanto letale tigre fantasma.

La tigre unisce velocità e possanza, grazia e agilità. Temuta e rispettata nei Paesi del Sudest asiatico, non stupisce che sia divenuta nel tempo icona della forza non solo del fisico, ma anche dello spirito. Numerosi racconti la descrivono a volte come alleata, a volte come nemica divoratrice di uomini. In alcune culture viene spesso rappresentata come uno spirito volto a difendere le anime dei defunti, come la tigre Bengala ad Assam, India. O’Donnell racconta di un fatto accaduto ad un suo conoscente, tale Colonnello De Silva e del suo violento incontro con l’enorme felino: un giorno il militare, di stanza in India, assiste impotente all’uccisione di un anziano lebbroso da parte di un’enorme tigre. Il vecchio, poco prima di esalare l’ultimo soffocato respiro, maledice con un filo di voce De Silva e tutta la sua famiglia, per non aver provato a salvarlo.

Un anno dopo, continua O’Donnell, comincia insistentemente a correre voce che una divoratrice di uomini infesti la regione. Inutili le battute di caccia organizzate dalla polizia locale e dai cittadini: il grosso felino striato miete una vittima dopo l’altra, inesorabilmente. Alcuni fortunati però riescono a sottrarsi alla sua furia e a cavarsela con non più di qualche graffio. Questi ultimi, tutti, inspiegabilmente, contraggono la lebbra e muoiono nel giro di qualche settimana. De Silva è terrorizzato, e teme in cuor suo che la tigre sia il frutto della sua debolezza, pronta a dilaniare le persone che ama. Il colonnello un giorno riesce a spararle, ma purtroppo manca il bersaglio. Poco dopo, ancora madido di sudore per aver sprecato l’occasione di uccidere la fiera, segue le enormi impronte della bestia, e scopre con orrore che si sta dirigendo con passo veloce verso il parco dove passeggia beatamente suo figlio in compagnia della tata. Fa appena in tempo a sparare al mostro quando questo si trova a mezz’aria, pronto a ghermire le prede. Colpita in pieno, la tigre svanisce letteralmente nel nulla senza toccare terra.

La bambinaia muore sul colpo terrorizzata dal ferale spettro. Il piccolo, per fortuna, è ancora vivo, ma De Silva ha poco da gioire. Il pargolo è stato ferito da uno degli artigli dell’animale; muore in pochi giorni, dopo aver misteriosamente contratto la lebbra.

La tigre fantasma non si rifarà mai più viva.

 

Di più

The Battery [STREAMING]

Ben and Mickey sono due amici, giocatori di baseball, costretti a sopravvivere in un’apocalisse zombie che li ha tagliati fuori dal resto dell’umanità. Ma che cosa significa essere umano, quando tutto intorno c’è solo la morte? Ieri sera abbiamo salutato l’end season final della sesta stagione di The Walking Dead e, per voi che avete ancora fame di morti viventi, ho il film perfetto: The Battery.

 

 

The Battery è uno di quei film che sono un pugno nello stomaco. Narra la storia di BenMickey, giocatori di baseball alle prese con cadaveri ambulanti e avversità del mondo esterno. Nell’ultimo decennio i lungometraggi dedicati agli zombie si sono rivelati quasi sempre dei fiaschi totali, figli della logica commerciale del cavalcare l’onda della moda del momento. The Battery, invece, è diverso. Di cadaveri che non vogliono rimanere tali ce ne sono, certo, ma sono pochi, dannatamente pochi per quasi tutto il film. I protagonisti, a differenza di altre opere, non sono loro. Non è un film di zombie, è un film con degli zombie. Sembra solo una sottile variazione semantica, ma non è così: i morti viventi non sono al centro di tutto, e non rappresentano il gancio da traino della vicenda; sono un modo per raccontare altro, i rapporti umani e le conseguenze delle proprie scelte.

 

 

 

Diretto da Jeremy Gardner, giovane regista statunitense al suo primo lungometraggio, e interpretato da quest’ultimo e Adam Cronheim, The Battery è stato girato con un budget di 6.000 dollari, in soli 15 giorni. Il film si divide in pratica in due capitoli: il primo è un road movie, che alterna momenti drammatici a scene scanzonate delineando, apparentemente, quella che sarà la storia; il secondo, claustrofobico, narra invece l’evoluzione psicologica dei personaggi, l’interazione tra gli stessi e le conseguenze delle scelte fatte dai due. Ben e Mickey si adattano al nuovo decadente mondo che li circonda o al contrario lo rifiutano, tirando sempre più la corda al cappio che li tiene legati; non sarebbero in grado di sopravvivere da soli, ma non riescono ad accettarsi appieno. E così mentre uno fracassa la testa di uno zombie senza pensare al domani, l’altro si rifugia nella musica – da segnalare Anthem for the already defeated dei Rock Plaza Central –  lasciando che le note lo cullino verso eterei riflessi di un mondo ormai lontano; mentre uno si lascia andare all’alcool, l’altro resta morbosamente affascinato dai seni floridi di una giovane morta vivente.

 

 

The Battery non è stato tradotto ufficialmente in italiano, così ve lo propongo in streaming sottotitolato in italiano qui in basso. Buona visione. 😉

 

Di più

Il mistero della mummia e della nave fantasma

Sono le 4 del mattino del 25 febbraio 2016, il sole non è ancora spuntato al largo delle coste di Barobo. Troppo presto per la maggior parte dei 40.000 abitanti della municipalità delle Filippine, tardi per i pescatori che hanno già preso il mare da qualche ora. All’improvviso, in distanza, il ventitreenne Christopher Rivas y Escarten fissa con occhi impauriti una piccola chiazza bianca nell’immensità del blu: una nave fantasma, che trasporta un solo occupante. Una mummia.

 

 

Di ritorno dalla battuta di pesca, Rivas si accorge che a un centinaio di chilometri dalla costa c’è uno yatch, che sembra abbandonato a sé stesso. Le vele strappate, ha tutta l’aria di essere sopravvissuto a decine di tempeste. Rivas abborda il natante, e urla a gran voce all’equipaggio. Una, due, tre volte. Senza risposta. Infine, la macabra scoperta: seduto su una panca, accasciato di fianco alla radio di bordo, c’è il corpo marmoreo di Manfred Fritz Bajorat. Esperto uomo di mare, celebre per numerose traversate in solitaria, Bajorat scompare nel nulla nel 2010, a bordo della sua nave Sajo, dove viene ritrovato ben sei anni dopo. Nessuno è in grado di dire da quanto tempo l’uomo sia morto, ma la polizia locale pensa che il decesso sia avvenuto improvvisamente poco meno di un anno prima del ritrovamento: per il capodanno del 2015 invia personalmente gli auguri ad un amico.

Secondo la ricostruzione delle autorità, Bajorat dev’essere rimasto vittima di un infarto e, in un ultimo atto di disperazione, tenta di chiedere aiuto con la radio di bordo. Invano. La Sajo, senza più un capitano, custodisce come bara di legno e acciaio le spoglie mortali dell’uomo. Il mare è la sua vita, ora lo è anche nella morte.

Il mistero non è la mummificazione di Bajorat – è un processo bizzarro e macabro, ma naturalmente spiegabile; la vera storia dell’uomo, quella più importante, è un’altra, difficile da leggere, agrodolce.

 

 

Un messaggio per la moglie, scomparsa di cancro nel 2010, che l’uomo custodisce a bordo. Una lettera semplice, scritta dopo la morte della donna che per anni è stata la sua compagna. Poche parole, destinate a superare la sottile linea che separa questa vita dall’altra.

Siamo stati insieme per trent’anni sullo stesso cammino. Poi la forza dei demoni ha prevalso sulla volontà di vivere. Sei andata. Che la tua anima possa trovare pace. Il tuo Manfred

Una lettera che finalmente, dopo 6 anni, Bajorat potrà consegnare di persona alla donna che ama. E questo, nonostante tutto, è il finale che preferisco.

Di più

Another

Da 15 anni la classe 3-3 della Yomiyama Nord è maledetta. Ogni anno tra i banchi si avvicendano gli studenti, con il loro carico di ansie e paure adolescenziali. Ma più di tutto, a gettare terrore nei cuori, è che uno di loro, in realtà, è morto. Solo che nessuno sa chi sia. Benvenuti in Another.

Another è una light novel horror giapponese ideata da Yukito Ayatsuji nel 2009, ed in seguito sviluppata come manga e anime. La storia narra della classe 3-3 della Yomiyama Nord, e della maledizione che incombe sui suoi alunni. La storia è realmente angosciante. Ogni personaggio sembra avere qualcosa da nascondere, ed il giro di vite immaginato da Ayatsuji si sviluppa in una serie di misteri e rivelazioni per nulla scontate, in cui fino all’ultimo non saremo in grado di capire chi è il responsabile della malasorte che colpisce gli studenti della 3-3. Se state cercando un ottimo manga o anime horror Another è certamente quello che fa per voi.

 

 

Trama

Nel 1972 Misaki, studentessa popolare sia tra i compagni che tra gli insegnanti della scuola media di Yomiyama, muore improvvisamente a causa di un incidente. Distrutti dal dolore, gli amici non ne accettano la dipartita, e decidono all’unisono, inconsciamente, di concludere l’anno scolastico come se nulla fosse mai accaduto. I professori assecondano la grottesca situazione, per permettere agli studenti di elaborare il lutto con calma ma, forse, anche perché neanche loro si capacitano della morte di una ragazza così solare e piena di vita. Così il banco di Misaki resta al suo posto, il suo nome non viene annullato sui registri, e tutti vivono in questa sorta di limbo ovattato. Alla cerimonia dei diplomi la situazione non è cambiata, ma ognuno, in cuor suo, è sollevato che finalmente l’anno scolastico sia finito. Viene riservato un posto anche a Misaki, le viene virtualmente dato l’attestato e finalmente, traendo un sospiro di sollievo, con un sorriso un po’ forzato, la classe 3-3 del ’72 conclude la sua storia con una bella foto di gruppo.

In cui compare anche Misaki.

Anni dopo, nella primavera del 1988, il quindicenne Kōichi Sakakibara, trasferitosi dai nonni a Yomiyama, viene assegnato alla classe 3-3, ma a causa di un pneumotorace non può cominciare le lezioni in tempo, saltando un paio di settimane. In ospedale incontra una misteriosa ragazza orba dall’occhio sinistro, Mei Misaki, che scoprirà più tardi essere una sua compagna di classe. Dimesso e presentatosi ai suoi nuovi amici, scopre che Misaki viene completamente ignorata da tutti, insegnanti compresi, come se non esistesse, o peggio. In realtà si tratta di una contromisura adottata dai compagni per evitare la morte: ogni anno, parenti ed amici degli studenti della 3-3 muoiono in circostanze misteriose. Per sfuggire alla maledizione hanno pensato di escludere completamente qualcuno dalla vita di classe, e la scelta è ricaduta su Mei, già non particolarmente amata. In questo modo, secondo Izumi Akazawa, scelta per elaborare piani per annullare il destino infausto che pende su di loro come una spada di Damocle, il numero di studenti resterà costante, e non ci sarà bisogno che muoia nessuno. Kōichi però non vuole stare al gioco, e non crede alla maledizione – non essendo della città non conosce quanto è vera la storia – e trova in Mei un’amica con cui confidarsi, e riportandola così idealmente in vita, richiamando ancora una volta la morte tra i banchi.

Riuscirà Kōichi a spezzare la maledizione, o sarà l’ennesima vittima della follia della classe 3-3?

 

 

Grazie a Damiano per avermi segnalato Another. Era un po’ che volevo scrivere di questa fantastica opera, e con la sua email ne ho trovato l’occasione. 😉

Di più

“Sei tale e quale a tua madre” – Quando le figlie sono identiche alle mamme

“Sei tale e quale a tua madre”, quanto volte ve l’hanno detto, se siete ragazze, o quante volte l’avete pensato della vostra compagna? Non tutti gli uomini, poi, amano la propria suocera, e sapere che un giorno la propria mogliettina adorata possa somigliarle è un vero e proprio incubo. Uno studio condotto dal Daily Mail si pone una semplice domanda: quanto si somigliano davvero mamma e figlia? Davvero tanto.

Il Daily Mail ha chiesto a 5 donne e alle loro figlie di posare di fronte alla macchina fotografica, per poi confrontare le immagini al computer e verificare quanto e se una ragazza, col passare degli anni, assomiglierà alla madre. Ecco gli scatti.

 

Sara Pearson, 62 anni, e sua figlia Clemmie, 30. Entrambe di Londra, gestiscono un’agenzia di pubbliche relazioni.

 

Rhonda Mackintosh, 45 anni, e Darcey, 15. La prima è un ingegnere capo, la seconda una studentessa. Vivono a Glasgow.

 

Frances Dunscombe, 83 anni, e Tineka Fox, 57. La prima è una modella, la figlia è casalinga. Vivono nel Surrey.

 

Esther Savage, 73 anni, e Wendy Brake, 43. Casalinga e pediatra, vivono sull’Isle of Sheppey.

 

Josie O’Rourke, 48 anni, e Jodie Clark, 24. La prima è vicedirettrice di un editore, la seconda è un’organizzatrice di eventi. Vivono rispettivamente a Hasting e Stratford.

Forse le foto non rendono giustizia. Provate a vedere il meshup creato unendo i volti di madre e figlia, e forse vi ricrederete.

 

 

Certo cinque coppie di donne sono un po’ pochine per uno studio serio, ma la prossima volta che conoscete una ragazza, prima di chiederle di sposarvi, fidatevi di un consiglio.

Guardate prima com’è la madre. 🙂

Di più

Cargo [STREAMING]

Qual è la cosa più preziosa di tutte quando sei un uomo, un padre, in una terra invasa dai morti viventi? Quanto sei disposto a perdere per salvare la vita di tuo figlio? Benvenuti in Cargo.

Cargo è un cortometraggio del 2013 finalista del Tropfest, festival dedicato alle produzioni indipendenti che non superano i 20 minuti di video. Diretto da Ben HowlingYolanda Ramke, e scritto da quest’ultima, Cargo narra la storia di un padre e di suo figlio appena nato, negli Stati Uniti spazzati via dall’apocalisse zombie. Dopo la drammatica perdita della moglie, l’uomo è costretto a viaggiare di città in città, alla disperata ricerca di un rifugio sicuro dove stabilirsi e, sopratutto, di un futuro per il suo bambino. Scoprirà presto che l’amore può andare ben oltre la morte.

Buona visione.

 

Di più