Tag: Dicotomia

Il dilemma del carrello – The trolley problem

In questo articolo voglio giocare un po’ con voi. 🙂

Prendetevi tutto il tempo che vi serve. Ragionate con calma, immedesimandovi nella situazione che vado a raccontarvi. E poi fate la vostra scelta. Avete a disposizione una sola possibilità.

Tutto chiaro? Bene, cominciamo.

 

Il dilemma del carrello

In una giornata qualunque, in una città qualunque, salite su un tram. Vi guardate intorno, ed il veicolo è completamente vuoto. Non c’è nessun autista, nessun passeggero. Solo voi. Il tram si avvia da solo, e subito prende velocità, rendendovi impossibile scendere senza spezzarvi l’osso del collo. Vi precipitate ai comandi, e su una leva trovate un biglietto, scritto dalla mano di un folle. La nota recita così:

Ci sono cinque persone innocenti sul binario che stai percorrendo. Tra pochi minuti il tram le dilanierà una per una. Ti offro una scelta: se tiri questa leva, il tram devierà il percorso su una nuova tratta. Ma attenzione, sul nuovo binario c’è un altro innocente pronto ad essere sventrato. Cosa hai intenzione di fare? Il tempo scorre inesorabile. Tic. Tac.

Se lasciate il tram sul binario, travolgerà cinque innocenti. Se tirate la leva, cambierà rotta investendone uno.

Fate la vostra scelta…

 

Un folle vi costringe a scegliere: se tirate una leva, il tram su cui viaggiate travolgerà un innocente, se non lo fate, cinque. Tirate la leva oppure no?

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Avete preso una decisione? Bene.

 

 

Questo dilemma è basato sull’esperimento mentale della filosofa Philippa Ruth Foot come critica dell’utilitarismo, che potremmo ridurre alla frase il bene più grande per il numero maggiore di persone. La scelta ovvia sarebbe tirare la leva; in fondo la morte di una persona – seppur tragica – è razionalmente da preferire a quella di cinque. Ma tirare la leva significa anche divenire complice in un atto immorale: siete appena diventati indirettamente – o parzialmente – responsabili della morte di un innocente. Certo si potrebbe obiettare che in una situazione del genere, al limite della coercizione, in cui non c’è possibilità di scegliere di non scegliere, non è possibile porre limiti morali.

E se avete scelto di sacrificare cinque persone per salvarne una? In questo caso avete dato per scontato che la vita di cinque persone, cinque estranei di cui non conoscete niente, sia meno importante della salvezza di una sola anima. E se la persona salvata fosse lo psicopatico che ha architettato tutto? E se fosse Adolf Hitler (una versione dell’esperimento propone questa alternativa)?

Se invece avete scelto di non fare nulla, mi spiace. Avete semplicemente ucciso le cinque persone sul binario, vittime del folle assassino e della vostra indifferenza.

Ve l’avevo detto che in questo articolo ero io a giocare con voi…

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La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 1

NoEnd House 3 – Origin of Ending – Part 1 (La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 1) è il terzo capitolo della saga No End House, scritta da Brian Russell. Questa volta il protagonista è di nuovo David, scampato miracolosamente – non sa neanche lui come – alle grinfie della Casa, costretto a partecipare di nuovo al grottesco gioco per salvare la sua fidanzata, Maggie, ancora intrappolata all’interno dell’edificio.

Trovate il primo capitolo in italiano qui, ed il secondo qui, tradotti in esclusiva dalla Bottega del Mistero. Ringrazio nuovamente Francesca (sì, eri tu anche la prima volta), per la sue email di incoraggiamento. Grazie, grazie, grazie. 🙏

Buona lettura!

 

 


La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 1

 

David si scontrò con la sua auto, intontito. Le ultime erano per lui lattiginose. Immagini grottesche deturpavano la sua mente, ricordandogli lentamente l’inferno da cui era appena scappato. Cercò nella tasca il cellulare e chiamò il 911. Non c’era modo di spiegare nulla di quello che aveva vissuto, ma per qualche ragione la sua prima reazione fu di telefonare – forse i poliziotti sarebbero arrivati sul posto e avrebbero confermato che si trattava di un semplice edificio, niente di più. Si rasserenò e si avviò verso casa, pronto a continuare la sua vita normale con-

Fu allora che ricordò. Il fango sotto i suoi piedi schizzò via mentre David si girava verso la casa. Maggie. Maggie era lì. Mentre correva, aprì il cellulare, alla ricerca dei messaggi che – ne era certo – le aveva inviato. Niente. C’era qualche messaggio, da Maggie, per Maggie, ma erano tutti vuoti. David imprecò sottovoce nel raggiungere la porta. Girò la maniglia, invano. Bussò, invano. Si aggrappò con entrambi i pugni alla porta, gridando il nome di Maggie. Nessuna risposta. Le sue mani erano rosse e gli bruciavano, e David cadde sulle ginocchia, trascinandosi i palmi sulla porta mentre si accasciava a terra. Dopo qualche istante, si sentì come una fitta agli occhi. L’aveva abbandonata. La ragazza che amava, e che era giunta fin lì per salvarlo. Doveva trovarla. Doveva esserci un altro modo per entrare. David si alzò sulle ginocchia con rinnovato vigore, ed appena si mosse il cellulare vibrò. Era un messaggio, e alla vista del mittente si sentì rincuorato.

Era Peter Terry. Magari avrebbe potuto dargli una mano.

“Hey Dave. Tutto a posto? Non ci sentiamo da una vita.”

“Peter – diavolo – dove sei”

“Nella Casa. Ero entrato a cercarti. Te l’avevo detto di non provarci.”

“Ormai è fatta ma peter ho bisogno di rientrare dentro – sai mica come posso fare”

“Giraci intorno – c’è una quercia vicino la casa con una botola alla base. Entra da lì, è una porta di servizio.”

“cosa perché cazzo un posto del genere ha bisogno di un’entrata di servizio”

“Vai all’albero, amico. Cerco solo di darti una mano.”

David non aveva il tempo di chiedere altro. Superò la veranda verso l’altro lato della casa, saltando la ringhiera e finendo ingloriosamente a terra. L’albero non sembrava molto distante, o forse lo era – era così grande che era difficile percepire la profondità. Ed era lì anche prima? D’accordo, aveva avuto altre cazzate a cui pensare, e chi diavolo aveva avuto il tempo di stare a guardare gli alberi, ma questo – era enorme. Corse sul lato e la vide – una piccola porta di legno incastonata nel terreno, come uno di quegli antichi accessi alle cantine che finivano nelle fondamenta delle case. David si guardò attorno e dietro di sé, senza sapere il perché di quel gesto. Aveva una brutta sensazione. Lasciò perdere e guadagnò la maniglia. I cardini arrugginiti bramirono per protesta, ma dopo aver tirato più forte, la porta venne via, a rivelare l’oscurità sotto di sé. Prestando la massima attenzione, David venne lentamente inghiottito verso il basso.

Cavolo se era buio. Ma presto David venne colpito da un odore che fece passare l’oscurità in secondo piano. Era come dei capelli bruciati coperti di merda e muffa. Sputò a terra – gli pareva quasi di assaggiare quell’odore. David afferrò il cellulare ed impostò la luminosità dello schermo al massimo. Non era granché, ma almeno era in grado di vedere le pareti che lo circondavano. Cercando in quella fioca luce, David notò qualcosa di strano. Non era stato in molte grotte sotterranee, ad essere onesti, ma immaginava che sulle pareti ci fosse della sporcizia, del fango, qualcosa del genere, insomma. Non capiva di cosa si trattasse, non era niente di artificiale, o che potesse sembrare della sporcizia. La curiosità ebbe il sopravvento, e si allungò col cellulare a scrutare uno dei muri laterali. Si avvicinò di molto, col cellulare quasi a toccare la parete. I suoi occhi si spalancarono. No. Non può- Con l’altra mano, David sfiorò il muro. Era un po’ molle, ma solido. Si ricordò dell’odore, e comprese. Era carne. Le pareti di quel tunnel erano coperte da carne bruciata. David allontanò il telefono di qualche pollice e seguì la luce. Notò che in alcune zone la pelle sembrava cucita insieme da un qualche tipo di fil di ferro, come quelli elettrici. Una sezione gli fece rivoltare lo stomaco. Un volto. Un volto umano, distorto ed allungato, con gli occhi e la bocca cuciti. Il naso era stato rimosso, ed il foro che ne era seguito era stato suturato alla meno peggio. Forse fu l’odore, o la vista di quegli orrori, ma David non ce la face a sopportare oltre. Barcollando, si girò dall’altro lato e vomitò copiosamente sul terreno.

Per attraversare il tunnel sembravano volesserci secoli. Ma era più probabile che anche solo pochi minuti a David sembrassero ore. Doveva entrare nella Casa per salvare Maggie. Il resto non aveva importanza. Peter era suo amico, ma se era entrato anche lui, Maggie era senz’altro la prima a dover essere salvata. Peter poteva anche rimanere a marcire per sempre lì dentro, se necessario. Anche se, effettivamente, era stato lui a rivelargli di quel passaggio. La diatriba mentale di David cessò nel momento in cui qualcosa lo toccò da dietro. Si voltò immediatamente, solo per trovarsi faccia a faccia col niente. Confuso, David strinse più forte il cellulare ed affrontò le tenebre. Niente. Niente, solo un muro e nient’altro. Un muro che fino a due minuti non c’era, madido di carne rancida.

David urlò e si abbatté sulla parete, e ci fece caso. La stanza si stava rimpicciolendo. Più camminava e più si restringeva. Questa nuova convinzione colpì David in pieno come un treno. Era nel condotto di servizio, ma anche nella Casa. L’aveva preso. Non poteva tornare indietro, la casa lo spingeva ad entrare, e fu felice di averlo capito.

Soltanto poco prima, David si sarebbe fatto sopraffare molto più di quanto stesse facendo in quel momento. Lì, in quel condotto per l’inferno, David a malapena trasalì. Aveva visto di cosa era capace quel posto, ed aveva affrontato alcune delle torture psicologiche più brutali che si potessero immaginare. Era pronto a tutto – o almeno quasi a tutto. Riprese a camminare, e sentì nuovamente la parete dietro di sé sfiorarlo. Il macinare, gorgogliare della carne che si torceva su sé stessa lo fece stare male di nuovo, spingendolo ad accelerare nel passo. Pochi istanti dopo, udì qualcosa che lo costrinse a fermarsi. Una voce. Una ragazza – ma non era Maggie.

“Perché sei tornato indietro? PERCHÉ SEI TORNATO INDIETRO?”

David era pietrificato. La voce sembrava sibilare dappertutto.

“PERCHÉ SEI TORNATO INDIETRO? PERCHÉ?” Le urla si facevano più vicine, e David si accasciò alla parete dietro di sé. Fu allora che udì i passi sordi di qualcuno che gli correva incontro. E la vide. La ragazzina, non più che tredicenne, gli correva incontro gridando sempre la stessa domanda. David era troppo stordito per reagire razionalmente. La ragazzina lo raggiunse, e cominciò a colpirgli il petto coi pugni, prima con violenza, poi sempre più debolmente – come una bambina viziata che batte i pugni a terra quando non ha ottenuto quello che vuole.

“Perché David… Perché sei tornato indietro…?” La ragazzina si accasciò sulle ginocchia, colpendolo un ultima volta sulla gamba. David era impietrito, con le mani che tremavano debolmente. La paura lentamente svanì. Era chiaro che non era pericolosa, e non sembrava neanche un fantasma o qualcosa del genere.

“Ehi” chiese, “va tutto bene. Chi sei?” La bambina a quelle parole balzò in piedi. Lentamente sollevò la testa a fissare David. Il cuore gli sussultò nel petto quando rivelò il suo volto. Non aveva occhi. Niente. L’oscurità. E quando parlò nuovamente, poté guardare dentro la sua bocca. Nessuna lingua, né denti, solo un vuoto.

“Tu, sei venuto a salvarci… vero?”

 

 

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PIG 05049 – La vita dopo la morte di un maiale

C’è un proverbio, di origine toscana, che sancisce che del maiale non si butta via nulla. Ma sarà proprio così? È possibile che di un porcellino alla sua morte niente vada perduto? Questa è la storia del maiale 05049, e della sua vita dopo la morte.

Christien Meindertsma è una designer olandese che nel 2005 decide di seguire il destino di un suino ben oltre la sua morte biologica, per scoprire quanto del suo corpo verrà riutilizzato e in che modo: nasce così il progetto PIG 05049. Per tre lunghi anni Meindertsma racoglie, cataloga e traccia ogni singolo brandello di 05049, un suino nato e cresciuto in un allevamento olandese che, come buona parte dei suoi consimili, termina la sua vita in un macello, affinché la sua carne venga trasformata in prosciutti, salsicce e salami. Ma è tutto il resto ad essere sorprendente. Legamenti, ossa, cartilagini, occhi, interiora, peli; ogni cosa vive una nuova vita: si va dai proiettili alle bibite, dalle vernici per interni ai freni per locomotive, dagli orsetti gommosi alle statuine di porcellana. Le singole parti diventano così molto più del soggetto originale, disperse per tutto il mondo in una filiera produttiva che non conosce il destino di alcuno degli elementi in gioco. Tutta la storia di 05049 viene raccolta in un libro, minimale nella scrittura e nelle immagini, impreziosito sulla costola da una replica dell’etichetta identificativa che il maiale aveva all’orecchio quando ancora era in vita. Siamo quindi legati necessariamente alla carne? E ha davvero senso dichiararsi vegani o vegetariani quando molte delle cose di ogni giorno sono, spesso inconsapevolmente, di origine animale?

 

 

Il maiale viene così spedito per il globo da continente a continente, terminando il suo quasi infinito viaggio nel piatto di un bambino sotto forma di bistecca, o tra le mani esperte di un pittore come pennello, oppure ancora tra le labbra di una donna, come composto di una sigaretta. Ma anche come valvola cardiaca ad impianto umano, che dona ad un cardiopatico la possibilità di vivere per molti anni ancora insieme alla sua famiglia.

Così che almeno il cuore di 05049 non smetterà di battere tanto presto.

 

 

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La Casa Senza Uscita: Parte II – Maggie – No End House

No End House II Maggie (La casa senza uscita: Parte II – Maggie) è il secondo capitolo della saga No End House, scritta da Brian Russell. Dopo le grottesche avventure del protagonista del primo racconto, David, questa volta è Maggie, la sua fidanzata, a doversi confrontare con la casa infestata che sembra aver fatto sparire nel nulla il ragazzo che ama. Riuscirà Maggie a salvare David, o diverrà anche lei un’ennesima vittima della Casa Senza Uscita?

Trovate il primo capitolo in italiano qui, tradotto in esclusiva dalla Bottega del Mistero. Un nostra personale menzione va a Francesca, che ci ha scritto una bellissima email di ringraziamento per il sito e per questo – non facile – lavoro di traduzione. 💖

Buona lettura!

 

 


La Casa Senza Uscita: Parte II – Maggie

 

Erano passate tre settimane dall’ultima volta che avevo sentito David. Dal nostro primo appuntamento, sei mesi fa, solo una volta non ci siamo parlati per tre giorni, per colpa di un violento litigio. Non abbiamo parlato di niente in particolare l’ultima volta, tranne forse che mi anticipò che dovesse dare un’occhiata ad una cosa di cui gli aveva parlato un’amico. Poi l’altra notte mi è arrivato uno strano messaggio. Era di David, ma non era stato mandato col suo numero. C’erano solo cinque parole:

“nessuna uscita non venire david”

Qualcosa non andava. Dopo aver letto il messaggio mi sentii male, come se avessi visto qualcosa che era meglio restasse celato. Decisi di contattare Peter, ma avevo già parlato con quel coglione prima. Era un fannullone, ma magari aveva qualche informazione su dove fosse finito David. Mi collegai su AIM con l’account di David, certa che sarebbe stato più facile parlare con Peter se non avesse saputo che ero io. Appena collegata, mi contattò.

“David?! Cazzo mi hai fatto morire pensavo fossi andato alla casa.”

“Di che stai parlando?”

“La Casa Senza Uscita, fratello, quel posto dove ti avevo suggerito di stare alla larga.” Senza Uscita. Questo tipo sapeva dov’era David.

“Ah già, non sono riuscito a trovarla. Magari ci riprovo domani. Mi spiegheresti meglio dov’è?”

“Non ci penso proprio, fratello, mi hai fatto cagare sotto pensavo che fossi lì non ci andare.”

“Peter, sono Maggie.”

“Cosa? Dov’è David?”

“Non lo so. Pensavo lo sapessi tu, ma mi sbagliavo.”

“Oh cazzo. Cazzocazzocazzocazzo.”

“Ma che? Diavolo Peter dimmi dov’è andato David.”

“Credo sia andato alla casa. È fuori città, tipo quattro miglia lungo Terrence Street. Alla strada senza segnaletica gira a destra. Cazzo, sorella, è andato.”

“Non credo proprio.”

“Che stai pensando di fare?”

“Vado a riprendermelo.”

Uscii di casa verso le otto di sera. Non c’era una sola auto lungo tutto il tragitto, finché non imboccai la strada senza segnaletica ed un cartello mi accolse così:

Senza Uscita – Da questa parte

Aperta 24 ore al giorno

Avevo il fiato corto da quando avevo lasciato il mio appartamento, e trovarmi di fronte a quella casa non mi agliutava di certo. Non c’erano altre auto parcheggiate, così immaginai che fosse chiusa. Una lampada gettava luce sull’area circostante, e dalle finestre si vedeva chiaramente che anche l’atrio all’interno fosse illuminato. Fermai la macchina ed affrontai la porta d’ingresso.

Nella reception non c’era niente di strano, ma come avevo immaginato oltre a me non c’era nessun altro. Tutte le luci erano accese, ma c’ero solo io lì dentro. Oltre alla porta da cui ero entrata, ce n’era un’altra soltanto. Affisso su quest’ultima c’era un biglietto:

“Per la Stanza 1 da questa parte. Ne seguono otto. Raggiungi la fine e vinci!”

Non fu quello a farmi quasi vomitare. Che per poco non mi fermò il cuore. C’era scritto altro, inciso a mano in rosso:

Non puoi salvarlo.

Rimasi pietrificata nella reception per un’ora. Immobile. Non sapevo che fare. Dovevo aprire quella porta? Chiamare la polizia? Quel cartello mi spingeva a pensare che la questione poteva essere molto più difficile da gestire di quanto potessi fare. La mia altezza rientra nella media delle ragazze, ma sono piuttosto esile. Non sarei mai riuscito a stendere lo psicopatico che aveva in ostaggio David. Decisi che chiamare gli sbirri fosse la cosa migliore da fare, così presi il cellulare dalla tasca. Nessun servizio. La casa probabilmente bloccava il segnale, ed in pratica si trovava nel bel mezzo del nulla. Percorsi la reception, certa che almeno fuori il cellulare prendesse. Afferrai la maniglia e tirai la porta. Bloccata. Tirai più forte. Niente. Era chiusa dentro. Picchiai forte urlando aiuto. Era inutile, lo sapevo, lì intorno non c’era nessun altro. Poi la mia tasca vibrò. Un messaggio. Ero contenta che fosse tornata la linea, finalmente ero salva. Magari era un messaggio di David che mi informava che stava bene. Era di un numero che non avevo in rubrica. Aprii il messaggio:

“E non puoi salvare neanche te stessa.”

Tremai. Volevo uscire. Ero chiusa dentro. Un cellulare che non prendeva, in una stanza senza uscita. I miei occhi guizzarono per la stanza, e si posarono sulla porta dall’altro lato. Un numero 1 dorato la sormontava, come le porte delle stanze d’hotel. Il pavimento sotto di me mi sembrava sempre più lontano man mano che vi avvicinavo alla porta. Quando mancavano pochi centimetri, appoggiai l’orecchio sul legno ed ascoltai. Una musica di Halloween risuonava in lontananza. Mi calmai. David è sempre stato un mago degli scherzi. Mi raccontava sempre di quelli che facevano lui ed i suoi amici ai nuovi giocatori della loro squadra di calcio. Un sorriso si allargò sul mio volto, ed aprii la porta senza timore alcuno.

Entrare nella stanza alleviò la mia tensione ancora di più. Era una semplice stanza da casa infestata dei luna park. In ogni angolo c’era uno spaventapasseri, ma niente di veramente pauroso. Erano del tipo che vedevi nelle scuole, con una grande faccia sorridente. Fantasmi di carta erano appesi al soffitto, ed un ventilatore sbuffava una brezza gelida che li faceva vorticare. Di fianco ad uno degli spaventapasseri c’era l’unica altra porta della stanza. Stampato sopra, come la prima porta, c’era un grande 2. Risi e mi lasciai alle spalle quella stupida stanza.

Come aprii la porta per la Stanza 2 non fui in grado di vedere al di là del mio naso. Era avvolta in un’enorme nebbia grigiastra che puzzava di plastica. Immaginai ci fosse qualche macchina per la nebbia da qualche parte, che era certamente in funzione da ore. Non c’erano finestre, e non riuscivo a respirare bene. Camminavo leggera quando trasalii. Mi ero scontrata con qualcosa che sembrava la versione robotica di Jason Voorhees. I suoi occhi rossi lampeggiavano ed il coltello nella mano andava su e giù con un movimento piuttosto meccanico. Avevo il cuore a mille, e se ci fosse stato qualcun altro con me mi sarei sentita incredibilmente imbarazzata. Mi coprii la bocca e superai RoboJason, mentre la nebbia si faceva più fitta. Cominciai a sentirmi male quando trovai la porta per la Stanza 3. Poggiai la mano sulla maniglia e la ritirai subito, dolorante. La maniglia era rovente. Accarezzai la porta e mi resi conto che anche quella era piuttosto calda. Non riuscivo a sentire niente dall’altra parte, così vi appoggiai l’orecchio contro certa di udire il fuoco crepitare, ma niente. Allora pensai che si trattasse semplicemente di una stanza riscaldata, come l’ultima parte del Mr. Toad’s Wild Ride di Disneyland. Con un lembo del mio vestito girai la maniglia più veloce che potei, e guadagnai l’accesso alla Stanza 3. Non c’era nessun incendio. Solo ombre, e faceva un freddo cane. La Stanza 3 non era come le altre stanze. Non era come nessuna altra stanza in assoluto.

Sapevo che c’era qualcosa di sbagliato. Cercai nella stanza ma non riuscivo a vedere neanche le mie mani che si affannavano sulla porta da cui era scomparsa la maniglia. Ero in trappola. Devo aver girato a vuoto per un po’, anche se in effetti non mi ero mossa da quando ero entrata. In quel momento si accese un luce dal soffitto. Un riflettore illuminava un piccolo tavolo, su cui si trovava una torcia. Anche se non riuscivo realmente a vedere dove stessi andando, la luce era abbastanza forte da aiutarmi ad orientarmi. Come afferrai la torcia mi accorsi di una piccola nota attaccata al manico:

A Maggie – Dall’Amministrazione

Letta la nota la luce sopra di me si spense, e fui di nuovo nel buio più totale. Giostrai un po’ con la torcia prima di riuscire ad accenderla. Poi, da ogni direzione, un brusio mi avviluppò. Il cuore sussultò, e puntai la torcia tutta intorno a me. Nella stanza non c’era niente, ma un attimo dopo vidi qualcosa che mi gelò il sangue nelle vene. Forse era il frutto della mia immaginazione, ma per una frazione di secondo mi sembrò di scorgere una figura nell’oscurità. Andai in panico. Mi allontanai dal tavolo, senza sapere quale direzione prendere. Il brusio si faceva sempre più intenso, e percepii distintamente la presenza di qualcosa che rifuggiva la luce. La mia mano tremava mentre cercavo di dirigere la torcia in ogni direzione. Era certamente lì, ma riusciva a rifuggire la luce ogni volta. Ed era più vicino. I miei occhi si rigarono di lacrime. Ero certa che avrei fatto cadere la torcia, per quanto tremavo, finché lo vidi. Un piccolo 4. Scritto a mano su un foglio di carta su una porta in un angolo. Corsi. Corsi più in fretta che potei con la torcia puntata di fronte a me. Lo sentivo dietro di me. Il brusio era sempre più forte e sentivo il suo fiato sul collo. Mancavano solo pochi passi, così accelerai la mia corsa. In una sola mossa afferrai la maniglia, la girai e mi richiusi la porta alle spalle. Ero nella Stanza 4.

Ero all’esterno. Non nella casa. Quello che mi attendeva oltre la porta della Stanza 4 era una grotta. Guardai in basso, e notai qualcosa di strano e disturbante. Il pavimento non era fatto di erba o rocce o terreno, ma di parquet. Era lo stesso pavimento di quella precedente. Era certamente la Stanza 4. Ad ogni modo ero ancora nella casa. C’erano delle torce ai lati della grotta, che si perdeva più avanti nella penombra. Il brusio se n’era andato, per fortuna. Non c’era alcun suono particolare intorno a me, ma percepivo distintamente una leggera brezza. La grotta sembrava infinita, e camminai per quelle che mi sembrarono ore, finché non scorsi una luce bluastra. Vi camminai incontro, con cautela ma abbastanza rassicurata. La luce era un’apertura, la fine del tunnel. Affrettai il passo, ho sempre odiato gli spazi angusti come grotte e tunnel. In pochi secondi guadagnai l’uscita, e prima che me ne accorgessi ero alla fine. Letteralmente. La fine. Alla fine della grotta, il pavimento cadeva a picco nel vuoto, senza possibilità di evitarlo. Mi guardai alle spalle, verso la grotta. Sapevo che non c’era modo di uscire di lì, era un strada senza uscita. Mi rigirai e fissai il vuoto in basso. Ciò che vidi mi provocò un crampo allo stomaco come mai prima d’allora. Un enorme oceano, solo acqua a perdita d’occhio. Il precipizio doveva essere profondo centinaia di metri, con una piccola formazione rocciosa alla base. Studiai le rocce, mi si torse lo stomaco, ed un brivido freddo mi gelò la schiena. Gli scogli formavano un numero. Il numero 5.

Mi allontanai dal dirupo. Odiavo le altezze. Mi scontrai con un muro che non avrebbe dovuto essere lì. Mi guardai attorno solo per sentirmi sopraffatta dal terrore di ciò che vedevo. La grotta era sparita nel nulla. Ero faccia a faccia con un muro di solida roccia, il lato della montagna. Sforzai di ricordarmi che ero ancora all’interno della Casa Senza Uscita. Non ero all’esterno. Ovviamente quella non era una vera montagna. Ma sembrava così reale. Quella casa era una vera spina nel fianco. Grazie al cielo ero fuori. Ma quello che mi aspettava era troppo anche per me. Sapevo benissimo cosa indicassero quelle rocce. Erano l’entrata alla Stanza 5. Non c’erano scale, o altri modi per scendere giù. Ero in trappola, ancora una volta. La casa voleva che saltassi nel vuoto. La casa voleva che saltassi nel vuoto. Mi abbandonai a terra in posizione fetale. Non potevo farlo. Non c’era storia, non sarei mai saltata verso degli scogli centinaia di metri sotto. La mia mente si frantumò in due. Sapevo di essere ancora all’interno della casa, ma quello che mi circondava mi urlava nelle orecchie l’esatto contrario. Rimasi distesa sul pavimento di legno per un po’, non saprei dire quanto tempo. Dopo quelle che sembrarono settimane infine mi rialzai. Lentamente mi abbarbicai sulla cima del precipizio e guardai giù. Il gigantesco 5 mi chiamava a saltare. Sapeva che ero terrorizzata e che non l’avrei mai fatto. Poi, il brusio tornò, leggero e distante. Sembrava avvicinarsi alle mie spalle, risuonando nel cuore della montagna. Non so cosa mi sia preso, ma dopo aver udito quel suono, qualcosa dentro di me scattò. Serrai forte le palpebre, e saltai.

Il vento sferzava forte mentre cadevo, ed una primordiale paura si impossesò di me. Stavo per morire. Mi sarei presto maciullata contro quelle rocce e sarei morta. Mi avrebbero smembrata e sarei morta. Non aprivo gli occhi, semplicemente cadevo. Anche con quel vento forte, il brusio era insopportabile. Volevo solo che la smettesse. Volevo solo che la smettesse volevo solo schiantarmi sulle rocce così avrebbe smess-

Smise. Non cadevo più, ma non colpii le rocce. Aprii gli occhi e mi guardai intorno. Ero su un pavimento di legno familiare, all’interno della casa. Il brusio era svanito, ed il silenzio regnava sovrano. Ce l’avevo fatta. Ero nella Stanza 5. Non capivo cosa fosse successo, ma ero nella Stanza 5. Il terrore era svanito, ero eccitata di essere viva. Dopo qualche momento necessario a rimettermi in sesto decisi di controllare la stanza. Le pareti erano identiche al pavimento, il soffitto identico alle pareti e non c’erano né porte né finestre. Ero in una scatola sigillata. Così realizzai. Non ero ancora in salvo. Avevo lasciato la Stanza 4 solo per entrare nella Stanza 5, senza modo di uscirne.

In quel momento mi chiedevo se David fosse stato in quella stanza. Se avesse saltato giù dalla scogliera e si fosse ritrovato lì. E se l’aveva fatto, allora doveva esserne uscito. Lui non c’era, ero sola. Lui era riuscito ad uscire, e l’avrei fatto anch’io. Il pensiero che David fosse uscito di lì mi rincuorò con un nuovo vigore. Sarei scappata, avrei trovato David e ce ne saremmo andati via insieme da quell’inferno. Controllai il perimetro alla ricerca di qualche indizio. Niente. Le pareti erano continue, giusto qualche graffio qua e là, figuriamoci se c’era un passaggio segreto. Bussai sui muri. Completamente pieni. La fiducia cominciava ad affievolirsi. Ero a corto di idee. Fu allora che parlò.

“Maggie. Non saresti dovuta venire, Maggie.”

Trasalii. Ero rivolta ad un muro, mentre le parole giunsero dal centro della stanza. La voce era quella di una ragazzina, o almeno così mi sembrava, e mi girai lentamente, i miei occhi alla ricerca dell’interlocutore. Avevo ragione, una bambina dai capelli biondi, non più di sette anni con grandi occhi blu ed un lungo vestito bianco. Mi sorrise e parlò di nuovo.

“Ma dato che oramai sei qui, facciamo un gioco.”

C’era qualcosa di orrendo in quella bambina. Non era come quelle ragazzine dei film dell’orrore Giapponesi. Non c’era niente di sbagliato nell’aspetto. Se l’avessi incontrata per strada le sarei semplicemente passata di fianco. Ma i suoi occhi mi atterrivano. Saltare da un dirupo era terrorizzante, ma mi sarei lanciata da venti dirupi alti il doppio piuttosto che fissarla un minuto di più negli occhi. Dopo un momento di atterrimento, infine parlai.

“Che gioco? Chi sei tu?” Mormorai.

“Se perdi, muori.”

“E se vinco?”

“Muore lui.”

Il mio cuore sussultò. Non credevo alle sue parole, ma sapevo che stava dicendo la verità.

“Chi sarà a morire?” Sorrise.

“Nessuno dei due.” Non so dove trovai il coraggio di rispondere così al quel demone, ma ero andata troppo avanti per lasciare che David morisse. E se fossi morta io, avrei fatto tutta questa strada per niente. No, nessuno doveva morire. Poi la vidi. La ragione per la quale quella ragazzina mi terrorizzava così tanto. Era più di una semplice bambina. Guardandola meglio, mi accorsi che era anche un uomo robusto, sospeso a mezz’aria, con la testa di capra. Orribile visione. Non riuscivo a guardare l’una senza scorgere anche l’altro. La bambina era di fronte a me, ma ero conscia della sua vera natura. Era la cosa peggiore che avessi mai visto.

“Peccato.” E svanì. Ero di nuovo sola. In una grande stanza vuota e silenziosa. Solo che stavolta c’era qualcosa di diverso. Un piccolo tavolo era apparso dal nulla, come se fosse stato lì tutto il tempo. C’era sopra qualcosa, ma non capivo cosa fosse da dove mi trovavo. Mi avvicinai al tavolo e fissai il piccolo oggetto. Era una piccola lama, come quella di alcuni taglierini. Mi allungai a prenderlo ed un urlo agghiacciante mi riempì la bocca. Quando la mia mano entrò nel mio campo visivo, mi accorsi di una cosa che non avevo notato fino a quel punto. Sembrava come se qualcosa fosse stato marchiato sulla mia pelle, un numero 6. Guardai di nuovo il rasoio e notai l’etichetta:

A Maggie – Dall’Amministrazione.

Pensavamo potesse esserti utile

Letta la nota, mi abbandonai in un pianto incontrollato. Piansi come non avevo mai fatto in vita mia. Mai avevo pianto così, e mai probabilmente l’avrei fatto più. Mi accasciai a terra con la testa sul solido legno. Piansi per ore, rannicchiata a terra. Poi smisi, e la depressione prese il sopravvento. Non capivo perché piangessi. Non era per David, non era per la mia situazione. Non c’erano porte nella stanza, ero in trappola. Ma non era per quello. Ero in uno stato di depressione indescrivibile. Una depressione senza alcun altro sentimento. Mi sentivo inerme, ma riuscii a farmi forza per conquistare il tavolo. I miei occhi fissavano il rasoio, così lo afferrai. Stavo per uccidermi. Non ce la facevo più. Oramai era fatta. David era probabilmente morto. Io ero intrappolata lì. Era finita. Appoggiai il rasoio sul polso, lungo il numero 6. Il pianto tornò, ed io ero lì, con i lacrimoni ed un rasoio premuto sulle vene. David era morto, presto lo sarei stata anch’io. Niente aveva più importanza e, con un taglio deciso, mi recisi il polso.

Come affondai il rasoio nelle vene, non fui più nella Stanza 5. Non ero morta, di questo ne ero certa. La depressione svanì, ma non per questo ero felice. Continuavo a piangere a dirotto. La stanza in cui mi ritrovai era come la precedente e, di nuovo, non aveva porte. Non c’erano lampade, ma riuscivo comunque a vedere tutto nitidamente. La stanza era completamente vuota, ma prima di riuscire a formulare un’idea sulla prossima mossa da compiere, tutto cadde nell’oscurità, ed il brusio tornò. Mi tappai le orecchie in risposta, il rumore era più forte che mai. Ma fu solo per un istante, perché la luce tornò, solo che stavolta qualcosa era stato aggiunto alla stanza. Ed urlai. Al centro della stanza, legato ad una sedia, giaceva a torso nudo David. Era stato torturato, profonde ferite lo coprivano lungo il petto e le braccia.

“DAVID!” Corsi più veloce che potei. Era vivo, vedevo il suo petto sollevarsi ed abbassarsi, ma non parlava. Poi lo notai, inciso nel suo petto. Caddi sulla ginocchia e lo vidi. Dinanzi ai miei occhi, un numero 7.

Udii David che provava a parlare, così mi avvicinai a lui.

“David! David, riesci a sentirmi?!”

“Maggie… Che… Che ci fai qui?” La sua voce era flebile, ma almeno riusciva a parlare, e tanto mi bastava.

“David, sono venuta a salvarti. Come faccio a liberarti?” C’era un grosso lucchetto fissato ad una catena che lo teneva prigioniero. Cercai dappertutto una chiave, ma trovai solo un piccolo coltello in un angolo. Il metallo era troppo solido per scalfirlo col coltello, così lo scartai. Dovevo tornare da David, era ridotto in fin di vita. Poi mi vibrò la tasca. Afferrai il cellulare. Come immaginavo, un messaggio. Lo aprii:

“Quello non sono io.”

Non sapevo cosa pensare. David era lì, di fronte a me, ma il messaggio era dello stesso numero che mi aveva contattato prima. Come il primo messaggio di David che parlava della Casa Senza Uscita.

“Maggie…” La sua voce era chiara nelle mie orecchie e nella mia testa. Sembrava provenire da ogni parte. “Maggie… Devi andartene.”

“Cosa stai dicendo? Come?” Ero faccia a faccia con David, o qualsiasi altra cosa foss incatenata lì.

“Quel coltello…” Scosse leggermente la testa in direzione dell’angolo. “Prendilo.” Corsi ad afferrarlo e tornai indietro in un secondo. Non avevo idea di cosa volesse dire, ma ero pronta a fare qualsiasi cosa pur di salvar-

“Pugnalami al petto.”

“…Che cosa?” Ero incredula. David era lì, che mi fissava dritta negli occhi.

“Devi pugnalarmi nel petto dove c’è il numero 7. È l’unico modo per salvarci entrambi.”

“No…” Indietreggiai. “Quello che dici non ha senso.”

“Maggie!” Stava urlando, con gli occhi allucinati. I lati della sua bocca si piegarono in un ghigno. “Maggie, pugnalarmi è l’unica cosa sensata da fare!” Fissai il coltello nella mia mano, la mia testa pulsava come se fossi stata colpita da una mazza. Non sapevo che fare. Chiusi gli occhi e strinsi il coltello.

“MAGGIE!” Urlai, ed affondai il coltello nel petto di David. Non capii cosa mi fosse successo, ma ero certa che fosse la cosa giusta da fare. Aprii gli occhi e vidi il suo volto. Orribile. Lacrime rigavano il suo petto mentre mi guardava negli occhi.

“Perché… Mi hai fatto… Questo?”

Non poteva avermi mentito. Sapevo che non era David. Non poteva esserlo, altrimenti non sarei stata capace di colpirlo. I suoi occhi si girarono all’indietro, mentre la vita lo abbandonava. Il numero 7 sul torace era svanito, il sangue si raccoglieva in una pozza ai miei piedi. Il liquido rosso si dipanò in ogni direzione, fino a riempire la stanza, mentre io cominciavo ad affogare. Cercai di muovermi ma invano. Era come delle sabbie mobili. Il sangue mi arrivava alle ginocchia. Più cercavo di risalire più venivo spinta giù. Raggiunse il mio petto. Graffiai le pareti intorno a me. Il corpo senza vita di David era ancora lì, la sua faccia a fissarmi, sorridente. Il sangue arrivò al collo. Ero terrorizzata. Venni completamente sommersa, e mi abbandonai alle tenebre.

Mi risvegliai fuori dalla casa. Sentivo la fredda terra sotto di me. Rotolai su me stessa e fissai la notte stellata. La Casa Senza Uscita torreggiava poco oltre, la mia auto poco distante. Non sapevo se piangere o ridere. Ero fuori. Ero fuori ero fuori ero fuori. Mi rialzai e mi ripulii dalla polvere i pantaloni. Tremai fino all’auto, ma qualcosa mi diceva che non era ancora finita. Non c’era modo di fuggire. La casa non mi avrebbe lasciata andare così. Qualcosa non tornava. Lo sapevo. Ero certa di non aver ucciso David nella Stanza 6. Presi il cellulare. Nessun nuovo messaggio. Ma c’era campo. Mandai un messaggio a David.

“Dove sei?” Scrissi. Neanche un secondo dopo ricevetti risposta. Aprii il messaggio.

“stanza 10 tu stanza 7 scappa.” Ed il brusio tornò.

Trasalii. Non sapevo dove andare, ma sapevo di non essere all’esterno. Ero ancora nella casa. Il brusio era tutto intorno a me. Smuoveva gli alberi e l’aria stessa. Dovevo trovare il numero 8. Dovevo trovare la stanza successiva. Era la mia unica possibilità. Dovevo trovare la Stanza 8. Nelle prime stanze era ovvio, ma man mano che procedevo era sempre più difficile guadagnare la stanza successiva. Dovevo trovare il numero 8 dovevo trovare il numero 8 dovevo trov-

Messaggio:

“casa tua”

Che cavolo significava? Casa mia? Posai il cellulare in tasca, il brusio era sempre più forte. Compresi. Casa mia. Casa mia. Casa mia. Impossibile. Impossibile.

4896 Forest Lane.

Interno 8.

Mi fiondai in auto, tanto da lasciare la portiera aperta. Possibile che la Stanza 8 fosse il mio appartamento? Dovevo credere a quel messaggio? Era di David. Ne ero certa. Non c’era motivo per dubitarne. Non ci misi niente ad arrivare a casa mia, e francamente non ricordavo neanche di aver guidato. Era come essersi addormentati un minuto ed essersi ritrovati in mezzo alla strada. Non chiusi l’auto e scappai al cancello. Cercai affannosamente le chiavi, aprii il cancello e corsi verso il primo corridoio a sinistra. Gli appartamenti erano grandi, ma casa mia era una delle prime sulla sinistra. Correvo più veloce che potevo, e superai il 4 ed il 5. La testa mi girava. Superai il 6. Più mi avvicinavo, più forte era il brusio. Superato il 7, il brusio svanì. Mi fermai dinanzi casa mia nel più completo silenzio. Ero semplicemente lì, di fronte il mio appartamento. Il piccolo 8 dorato si trovava all’altezza dei miei occhi. Afferrai la maniglia e girai la chiave lentamente, ma la porta si aprì di colpo risucchiandomi all’interno, prima di richiudersi alle mie spalle.

Stanza 8. Mi rialzai da terra e mi guardai intorno. Era identica a casa mia. Senza le esperienze regresse sarei stata convinta di essere a casa mia, vittima di un brutto sogno. Il mio pensiero andò a David, ad immaginarmi la sua Stanza 8, e di come la casa gliela avesse mostrata. Gironzolai studiando la stanza. Tutto era esattamente come l’avevo lasciato, persino il cibo cinese che avevo lasciato a metà sul lavello. Buttai l’occhio sul computer nella stanza dei miei genitori. Il monitor era ancora acceso, ed AIM in primo piano. Mi ci sedetti di fronte, controllando la mia conversazione con Peter. Era tutta lì, parola per parola. La casa ne era a conoscenza, ma non riuscivo ad immaginare come. Ad essere onesti, facevo del mio meglio per non pensarci, era meglio evitarlo. Provai ad uscire da AIM ma senza successo. Il computer si era bloccato. Provai a spegnerlo. Niente. Provai con Ctrl+Alt+Canc. Niente. Spinsi il pulsante del monitor per spegnerlo. Niente. Poi un pop up. Era una chat video. Controllai i partecipanti, ed erano in due. Maggie, e Amministrazione. La chat era in tempo reale, ma tutto ciò che vedevo era un muro grigio. Fu allora che comparì il primo messaggio da Amministrazione.

“Spero che sia tutto come l’hai lasciato :)”

“Chi sei?” Chiesi.

“Goditi lo show :)” E la camera si girò. Inquadrava un ragazzo legato ad un tavolo chirurgico. Era completamente nudo e singhiozzava tra sé. Il video non era chiaro, ma mi sembrava di conoscere l’uomo. Alto, corti capelli castani, carnagione chiara.

“Ecco cosa accade a chi cerca di barare :)”

Allora capii chi era. Legato a quel tavolo c’era Peter Terry. E non era solo.

Non posso descrivere quello a cui assistetti. Le urla, quelle di Peter, erano qualcosa di disumano. Non potevo smettere di guardare. Volevo farlo, ma la stanza non me lo permetteva. Peter lanciò un nuovo urlo lancinante che non venne dalle casse, ma dalla stanza. Il cuore mi si fermò nel petto mentre guardavo attraverso il corridoio. Balzai via dalla sedia, mentre il le urla aumentavano mentre mi avvicinavo alla sorgente. Giunta alla mia camera da letto le urla si tramutarono in brusio. Quel brusio. Mi aveva dato la caccia per tutto il tempo. Aprii lentamente la porta, e vidi le stesse immagini proiettate sul mio computer. Il tavolo chirurgico, e Peter Terry disteso su di esso. Non c’era nessun altro nella stanza. Erano svaniti tutti, ma un freddo gelido si fece strada sulla mia spina dorsale. L’Amministrazione era lì vicino, ad una sola stanza di distanza. Mi avvicinai al tavolo, ma l’odore era insopportabile, e frenai a stento un conato di vomito. Sapevo di avercela quasi fatta. Dovevo farcela. Scrutai la stanza. Da qualche porta doveva esserci l’uscita. Doveva essere lì. Ed infatti c’era. Fu più facile di quanto mi aspettassi. Superai la stanza e, dove doveva esserci la porta del bagno, c’era una semplice porta di legno, come le altre della casa. C’era qualcosa appeso alla porta, qualcosa di lungo, e sanguinolento. Erano le interiora di Peter Terry, e formavano un 9 sulla porta.

Stavo male per Peter, ma dovevo uscire da quell’inferno. Superai il tavolo, afferrai un bisturi ed abbandonai il cadavere a sé stesso. L’ultima porta era lì, e la stavo attraversando. Quella notte giungeva finalmente al termine, e sarei uscita di lì con David, pronta a sfidare qualsiasi cosa lo tenesse prigioniero. La porta si aprì facilmente, e rimasi sulla soglia a fissare quello che mi aspettava. Era una stanza vuota, simile alle sale d’attesa dei medici. C’erano delle sedie in fila lungo le pareti e raccoglitori di vecchie riviste in un angolo. Oltre la stanza, dall’altro lato da cui mi trovavo io, c’era una porta. Il cuore mi si fermò, quando lessi la targa sulla porta. Non era un numero. Era una singola parola.

AMMINISTRAZIONE

Strinsi il bisturi nella mano.

“D’accordo, mettiamo fine a questa stronzata una volta per tutte.”

Erano dall’altro lato della porta. Lo sapevo. E David era con loro. Il brusio era più forte di quanto non fosse mai stato. Potevo sentirlo dentro di me. Veniva da dentro me. Diveniva sempre più forte, e appena misi piede nella stanza il suono la riempì. Girai la maniglia ed aprii la porta. La stanza non era come me l’aspettavo. Era la reception. La stessa reception da cui tutto questo inferno era cominciato. Solo che questa volta c’era qualcuno dietro la scrivania. Il cuore mi balzò letteralmente fuori dal petto quando vidi chi era. Peter Terry.

“Ciao Maggie.”

“Peter?” No, impossibile. “Ma che? Come?”

“Chi ti aspettavi? Un fantasma? Il diavolo? Un’inquietante bambina bionda?” Rise. Io no.

“Che cavolo succede qui?”

“Maggie. Suvvia. Riflettici un momento. Chi ha detto a David di questo posto?”

“Tu… Non…”

“Chi ha detto a David dov’era?”

“Cazzo Peter eravate amici!”

“Mi spiace Maggie, ma si tratta di affari.”

“Dov’è? DOVE SI TROVA?!”

“È qui insieme a noi nella Casa Senza Uscita, Maggie. E non andrà da nessuna parte. Esattamente come te.” Persi la ragione. Saltai oltre la scrivania e gettai Peter a terra. Lo afferrai per i capelli e gli spaccai la testa sul pavimento, col bisturi nella mia altra mano immobile sul suo collo. Volevo ucciderlo. Aveva ucciso David. Non avrebbe fatto lo stesso con me.

“È inutile, Maggie. Ci sarà sempre qualcuno pronto a gestire la Casa Senza Uscita.”

“No.” Affondai il bisturi nella sua gola e gli sbattei di nuovo la testa sul pavimento. “Non sarà più così.” Alla sua morte la stanza cadde nel buio. Sentivo ancora il bisturi in mano, ma nell’altra non percepivo più i suoi capelli. Non so per quanto tempo restai lì nel buio, ma mi sembrarono anni. Mi aggrappai infine alla scrivania, bilanciandomi con la mano sulla superficie di marmo. Fu allora che la luce tornò. Vidi le finestre oltre la stanza, fuori era ancora buio. Guardai oltre e lo vidi. David era lì fuori, illeso. Corsi verso la porta. Ero felicissima. Ma la porta non si aprì. Provai con maggiore foga, invano. Guardai fuori dalla finestra David che camminava lungo la strada polverosa. Appoggiai sconsolata la testa alla porta, e la vidi. Il mio stomaco urlò. Al mio petto c’era una targhetta, con una sola parola:

AMMINISTRAZIONE

 

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La tortura bianca

Di metodi di tortura, ripresi dall’antichità, ne abbiamo già parlato. Quella di oggi, invece, è una sottile tortura psicologica, che può durare anche anni, portando la vittima sull’orlo della pazzia: la tortura bianca.

La tortura bianca (شكنجه سفيد) è una sevizia tipica dell’Iran, applicata sopratutto a prigionieri politici. Si tratta di esporre il prigioniero ad una deprivazione sensoriale a larga scala, partendo da quella visiva: tutto ciò con cui si è in contatto è bianco. Ci si ritrova rinchiusi in una camera quadrata insonorizzata dipinta di bianco, senza finestre, con porte a scomparsa e luci in diversi punti per evitare di gettare ombre. Tutto è tristemente, asetticamente bianco. Le guardie sono invisibili, nascoste all’esterno della cella, ed utilizzano calzari imbottiti per non fare rumore. Lì fuori potrebbe anche esplodere un ordigno nucleare, e nessuno nella stanza se ne accorgerebbe. Col passare dei giorni si perde l’uso degli altri sensi: ogni cosa nella cella è liscia, desensibilizzando il tatto; si viene nutriti solo con riso in bianco, insapore, perdendo così il gusto e l’olfatto; come già scritto non si sente alcun rumore, affievolendo l’udito.

 

 

L’alienazione arriva dopo poche settimane, portando allucinazioni e follia: qualsiasi cosa pur di sfuggire quell’enorme, infinito candore.

Uno degli esempi più noti di vittima della tortura bianca è quello di Seyyed Ebrahim Nabavi, uno dei più importanti ed autorevoli giornalisti iraniani, seviziato nel Carcare di Evin (Iran) come prigioniero politico, e liberato nel 2004.

Da quando ho lasciato Evin non riesco più a dormire senza assumere sonniferi. È orribile. La solitudine non ti abbandona mai, anche una volta che vieni liberato. Tutte quelle porte che ti si chiudono dentro… Ecco perché la chiamano la tortura bianca. Ottengono quello che vogliono senza colpirti fisicamente. Conoscono abbastanza di te per manipolarti con quello che ti dicono: possono farti credere che il presidente è stato deposto, che hanno rapito tua moglie, che qualcuno di cui ti fidavi ha rivelato loro delle menzogne su di te. Comincia a rompersi qualcosa dentro. E quando ciò avviene, ti hanno in pugno. E allora confessi tutto. – Seyyed Ebrahim Nabavi in un’intervista del 2004 a Human Rights Watch

Altro caso famoso è quello di Amir Fakhravar, uno studente rapito a soli 17 anni dalla Guardia Rivoluzionaria Iraniana, che ha trovato il coraggio di raccontare la sua storia.

Non riuscivamo a scorgere alcun colore, tutto nella cella era bianco, il pavimento, i nostri vestiti e persino la luce accesa 24 ore al giorno era bianca. Ci nutrivano solo con riso in bianco. Non vedevamo alcun colore e non sentivamo alcuna voce. Fui imprigionato per otto mesi, finché non riuscii più a ricordare neanche i volti di mio padre e mia madre. – Amir Fakhravar

Si potrebbe pensare che la tortura bianca sia appannaggio di paesi mediorientali, che molti considerano arretrati decenni rispetto agli occidentali. In realtà casi del genere avvengono anche da noi, come ad esempio nella cattolicissima Irlanda del Nord, o nella “colonna della libertà”, gli Stati Uniti.

Un esempio simile alla tortura bianca fa da sfondo al numero 212 del maggio 2004 di Dylan Dog, Necropolis.

 

 

Se volete cercare di comprendere minimamente come ci si sente nella cella bianca, fate questo piccolo esperimento: tappatevi le orecchie con delle cuffie insonorizzate, sedetevi a terra ad un metro da una parete bianca e fissatela più che potete. Provate a parlare, se vi va, tanto non riuscireste a sentirvi. Fissate solo la parete. Finché non sprofonderete anche voi nell’abisso bianco che vi circonda.

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Se potessi scegliere uno solo di questi superpoteri, quale sceglieresti?

Di supereroi invincibili ne abbiamo visti a migliaia, con poteri che vanno oltre ogni immaginazione. Ma se poteste scegliere un superpotere, che vi rendesse unici nel vostro genere, quale scegliereste?

Eccovi una lista di 24 abilità sovrannaturali, che vanno dalla piromanzia all’invisibilità: fateci sapere la vostra scelta!

 

 

Supervelocità

Permette di raggiungere la velocità Mach 10, ma il corpo soffre della pressione generata.

 

Figlio di Babilonia

Permette di comprendere qualsiasi linguaggio di natura organica, ma non di natura elettronica.

 

Metabolismo accelerato

Le ferite si rimarginano in pochi secondi, ma questo processo consuma energia.

 

Agilità innata

L’agilità innata permette di reagire con frazioni di millesimi di secondo a qualsiasi evento, ma non dona la stessa flessibilità mentale.

 

Forza sovrumana

Consente di sviluppare la muscolatura in maniera impensabile, dando la forza per sradicare un albero dal suolo con una mano, ma rende comunque vulnerabili a diversi tipi di attacchi.

 

Fortuna sfacciata

Tutto ciò che ci accade intorno ha un’alta probabilità di ricadere a nostro vantaggio, ma potrebbe arrecare danno agli altri.

 

Carisma

La capacità innata di convincere le persone a fare ciò che si vuole, nel bene e nel male, ma manipolare le folle potrebbe ritorcersi contro.

 

Ematofagia

Nutrirsi di sangue umano consente di rigenerare la salute perduta, e di non invecchiare mai. Ad ogni pasto la fame si sazia sempre più difficilmente, costringendo ben presto ad uccidere le prede.

 

Necromanzia

La capacità innata di risvegliare i morti dal loro sonno eterno. Concede l’immortalità, ma il processo della resurrezione può lasciare ferite psicologiche nei risvegliati.

 

Invisibilità

Passare completamente inosservati allo sguardo. Si può però essere identificati con altre tecniche.

 

Invulnerabilità

Per quanti colpi si abbiano preso, si resterà sempre in piedi. La stanchezza, comunque, prima o poi si farà sentire.

 

Piromanzia

Plasmare il fuoco secondo la propria volontà. C’è bisogno che nelle vicinanze vi siano gli elementi base per alimentare una fiamma.

 

Cronomanzia

La capacità di piegare il tempo, viaggiando nel passato e nel futuro. Concede l’immortalità, ma condanna ad un’esistenza in cui tutte le persone care prima o poi moriranno.

 

Visione a raggi X

Permette di vedere oltre qualsiasi cosa, ma un abuso può portare anche alla cecità.

 

Onniscenza

La conoscenza del tutto, non permette di sapere come sviluppare altri poteri sovrannaturali.

 

Idromanzia

Essere i padroni incontrastati dell’acqua, e modificarla a proprio piacimento. C’è bisogno di acqua allo stato liquido nelle immediate vicinanze.

 

Telepatia

Leggere nella mente delle persone, ma non essere in grado di manipolarle.

 

Telecinesi

La capacità di spostare gli oggetti col pensiero, ma oggetti pesanti non possono essere manipolati.

 

Precognizione

Essere a conoscenza di un evento che accadrà a breve. La visione del futuro è limitata a 10 anni.

 

Teletrasporto

Teletrasportarsi in un batter di ciglia funziona sia a brevi che lunghe distanze. È necessario essere già stati nel luogo scelto come destinazione.

 

Volo

Volare, senza limiti di spazio o altezza. Ovviamente il proprio corpo rimane soggetto alle leggi fisiche e andrà incontro a stress ogni volta che si volerà.

 

Tecnofilia

La capacità di interpretare qualsiasi linguaggio macchina, ma nessun linguaggio organico.

 

Criomanzia

La capacità di congelare qualsiasi cosa col tocco delle mani, ma non quando la temperatura dell’oggetto supera i 100°C.

 

Soldi infiniti

Nessun problema pecuniario, mai più. Gestire un patrimonio così grande può divenire un problema insormontabile.

 

 


 

Se potessi scegliere uno solo di questi superpoteri, quale sceglieresti?

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D&R: Perché in India le mucche sono sacre?

Se pensiamo all’India, è impossibile non immaginare strade stracolme di gente in bicicletta o su autobus scassati che aggirano agilmente la moltitudine di mucche che gironzolano beate nel caos metropolitano.

In India, giusto per dare un’idea, ci sono oltre trenta milioni di mucche; sono considerate sacre, e a nessun Indiano degno di questo nome verrebbe mai in mente, anche se afflitto dalla fame più atroce, di ucciderne una per cibarsi. In Hindi questo simpatico ruminante è chiamato Gaumata (La Madre Vacca o La Mamma che nutre) che idealmente nutre il mondo col proprio latte.

 

 

Le origini di questa venerazione si ritrovano nel Mahābhārata (महाभारतLa Grande Storia di Bhārata), testo sacro tra i più importanti della religione induista.

Un re di nome Vena era così malvagio che i saggi dovettero ucciderlo. Siccome era senza eredi, i saggi gli strizzarono il polso destro e nacque Prithu. Anni dopo ci fu una grande carestia e il re Prithu armato di arco e frecce costrinse la terra a nutrire il suo popolo. La terra prese le sembianze della vacca e lo implorò di risparmiarla, in cambio del latte con cui poteva sfamare tutto il suo popolo. E da allora la vacca si munge, ma non si uccide.

Tra i vari esempi di mucche sacre c’è sicuramente la madre di tutte le vacche, Kamadhenu (कामधेनु). Secondo l’induismo, quando gli dei ed i demoni frullarono l’oceano di latte alla ricerca del nettare dell’immortalità, Kamadhenu saltò fuori dalle bianche onde donando all’umanità cinque sacri prodotti: latte, yogurt, ghee (un burro indiano), urina (che viene venduta in India sotto il nome di Gau Jal) e letame, tutti in grado di purificare l’anima e alleviare le ferite del corpo. Il loro insieme è definito Panchagavya, una sorta di panacea contro ogni male.

 

 

La costituzione dell’India protegge i bovini, vietandone la macellazione e la vendita delle carni, ciò però non è valido in tutto lo stato, dove si va dalle multe alla carcerazione o al non estendere questa protezione a bufali e tori. Molte delle mucche in giro per il Paese orientale non godono di buona salute: l’essere lasciate in pace significa anche essere abbandonate a sé stesse, così molti ruminanti sono costretti a mangiare spazzatura o i manifesti attaccati ai muri cittadini. Fortunatamente esistono molti ricoveri per mucche, che possono ospitare, come nel caso di Mataji Gaushala, oltre 20.000 bovini.

 

Domanda inviata da Anna Rita T.


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Puella Magi Madoka Magica

Cosa siamo disposti a perdere per veder realizzato il nostro più grande desiderio? La libertà, le amicizie, l’amore o anche la nostra stessa vita, valgono il prezzo di un miracolo?
Puella Magi Madoka Magica (魔法少女まどか☆マギカ) è un anime del 2011 prodotto da Shaft e Aniplex, magistralmente scritto dal Magica Quartet (pseudonimo di Akiyuki Shinbō, Gen Urobuchi, Ume Aoki e lo studio Shaft) e diretto da Akiyuki Shinbō. Mahō shōjo Madoka Magika racconta la storia di cinque ragazze che, per vedere realizzati i loro più grandi desideri, accettano di stipulare un contratto con una strana creatura di nome Kyubey, che le spingerà a divenire delle maghe guerriere in lotta contro le grottesche streghe che infestano segretamente il nostro mondo. Le streghe vivono solo per portare disperazione e morte tra gli umani: è compito delle maghe fermarle, con qualsiasi mezzo, finchè la pace non prevarrà.
Detta così la storia sembra essere il classico cliché anime che tante (troppe) volte abbiamo visto passare in televisione. Il tipico gruppetto di ragazzine con poteri magici che combatte il male, trasformazioni in cui le avventi fanciulle svolazzano seminude in un caleidoscopio di colori, personaggi stereotipati e nemici sempre più forti ma mai abbastanza per sconfiggere la giustizia (state pensando a Sailor Moon, dite la verità).
Scordatevi tutto quello che ho appena scritto: Puella Magi Madoka Magica è un capolavoro, sotto tutti i punti di vista.

 


Grafica curata fin nei minimi particolari che sembra uscita dalla mente malata di un artista maledetto, una storia che si vive sulla propria pelle, personaggi che si evolvono con il racconto, e che si dimostrano reali sia nelle azioni che nel pensiero: Puella Magi si dimostra una pietra miliare dell’animazione made in Japan, e lo fa in solo dodici episodi.
Le prime due puntate scorrono via senza pensieri, e ci sembra di essere – quanto ci sbagliamo! – di fronte alla solita storia zuccherosa fatta di magia e tanta bontà. Ma è solo un pretesto per prenderci alla sprovvista: dalla terza in poi, sprofondiamo in una spirale di emozioni al cardiopalma, affrontando temi come la sofferenza ed il senso del sacrificio, annegando nell’oceano di colori sgargianti e penombre scure, accompagnati dal senso di morte opprimente che trasuda ad ogni scontro. Puella Magi Madoka Magica, in questo senso, è un vero pugno nello stomaco, che ci lascia senza parole.

Se ci ripenso, in quel momento io non avevo ancora ben capito il significato di un miracolo, e il prezzo da pagare. – Sayaka

Come ci lascerà senza parole il racconto, poetico e grottesco allo stesso tempo, lasciandoci a fissare lo schermo attoniti di fronte ai continui ed inaspettati colpi di scena, che comprendono anche fantastiche rivisitazioni dei paradossi temporali che ricorderanno, nelle parti finali, complessità paragonabili solo al celeberrimo videogame Bioshock Infinite. Per comprendere appieno il tutto sono stati sviluppati tre film: i primi due rappresentano in pratica il copia-incolla degli episodi della serie regolare, mentre il terzo, Puella Magi Madoka Magica – Parte 3 – La storia della ribellione, conclude nel migliore dei modi una delle trame più belle ed affascinanti di sempre.

 

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Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te.

Friedrich Wilhelm Nietzsche.

Filosofo, poeta, compositore e filologo, 1844/1900.

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La sposa di Lammermoor

Baldoon Castle è un castello scozzese che ha visto la sua fama decadere lentamente nel tempo. Oggi l’edera è la padrona incontrastata delle mura della fortezza, e dai pilastri del cancello d’ingresso alla torre più alta risuona l’eco assordante del disfacimento. Situato a circa 130 chilometri a sud di Glasgow, Baldoon Castle non è sempre stato così; un tempo, precisamente alla metà del 17° secolo, vi si tenevano sfarzose feste e gargantueschi banchetti. Fino ad un nefasto giorno di agosto. La storia di oggi ha ispirato il romanzo storico La sposa di Lammermoor di Walter Scott del 1819. Proprio come una favola, inizia con un sontuoso matrimonio. E termina nel sangue.

Janet è la bella figlia del facoltoso giurista e statista sir James Dalrymple, uomo di grande intelletto sposato con una moglie tanto altezzosa quanto austera. Janet è legata, sin da giovanissima, al nobile decaduto lord Archibald Rutherford. I due si amano genuinamente, e progettano il loro futuro insieme. Archibald si spinge anche a chiederla in sposa, e la ragazza accetta, entusiasta. La signora Dalrymple, però, non è altrettanto contenta del lieto evento. Spinge il marito, brillante in pubblico ma completamente asservito alla sposa in privato, a far rompere a Janet il fidanzamento, organizzando un nuovo matrimonio con David Dunbar, erede della prestigiosa famiglia Baldoon e, ironicamente, nipote di Archibald.

Rassegnata ad una vita accanto ad un uomo che non ama, Janet sposa David il 24 agosto 1669. Matrimonio in pompa magna, pranzo luculliano ed infine gli sposi si accomiatano per la prima notte di nozze. Che sarà anche l’ultima.

Urla disumane giungono dalle stanze interne del castello, e gli invitati ancora intenti a gozzovigliare si accalcano alla porta della coppia. Qui trovano David che sta affogando letteralmente in un mare di sangue e la giovane moglie, con indosso ancora l’abito nuziale vergato di rosso, rannicchiata in un angolo che stringe con tutte le sue forze il coltello intriso del sangue di lui. La fanciulla è in grado di riferire solo frasi sconnesse, come se stesse recitando una preghiera in una lingua sconosciuta. Le uniche parole che gli astanti sono in grado di afferrare sono

Prendi la tua cara sposa…

David sopravviverà, nonostante le gravi ferite, mentre Janet morirà meno di un mese dopo. David non sarà mai in grado di spiegare cosa successe quella notte, e non sarà mai sicuro che sia stata la sposa ad accoltellarlo.

 

 

La verità su Janet non è mai stata scoperta, ma nei dintorni di Baldoon Castle le teorie sussurrate sono tre.

  • La prima, e quella che sembra anche la più ovvia, è che Janet tenti di uccidere David approfittando della prima notte di nozze, e che impazzisca pensando alla vita senza amore che l’attende.
  • La seconda suggerisce che Archibald, il fidanzato ripudiato, penetri di soppiatto nella stanza da letto dell’amata, ed accoltelli David per mantenere intatta la purezza della fanciulla che ama.
  • La terza, infine, chiama in causa il demonio: Janet non ama David, e non vuole sposarlo. Approfittando del suo dolore, il diavolo le si presenta, e si offre di risolvere la questione per lei – a modo suo, ovvio. Janet accetta, e così il figlio dell’inferno accoltella David, dissolvendosi nella notte. Janet istintivamente, resasi conto di ciò che sta succedendo dinanzi ai suoi occhi, afferra il coltello per cacciare via il demonio. La visione di morte porterà infine la ragazza alla pazzia.

Io, personalmente, vorrei aggiungerne una quarta. Nel momento cruciale, Janet si rende conto in fondo di amare David, e ordina al demonio – che ha già colpito David – di andare via, minacciandolo con un coltello. Il servo degli inferi, indomito, getta il seme della pazzia nel cuore della ragazza, per punirla di tanta insolenza.

Qualunque sia la verità, le mura di Baldoon Castle sono divenute dimora del fantasma di Janet, che spesso viene vista camminare silente per i corridoi della fortezza, tirandosi dietro il vestito da sposa macchiato di sangue. Che stia espiando la colpa di un omicidio, o sia alla ricerca del suo perduto amore, non ci è dato saperlo.

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