Tag: Fantasmi

#CharlieCharlieChallenge – Sedute spiritiche social

Bastano un foglio di carte e due matite. Si divide il foglio in quattro quadranti più o meno uguali ed in ognuno si scrive una delle risposte possibili alla nostra domanda. Si posano le matite una sull’altra a croce e si chiede, imperiosi,

Charlie, Charlie! Ci sei?

A questo punto lo spirito vi darà la risposta che tanto bramate. Il tutto poi va ovviamente postato sui social (Vine, Twitter, o YouTube che si voglia).

Le origini del rito sembrano affondare nel profondo ed esotico Messico, in una versione chiamata Juego de la Lapicera (il gioco della penna), dove a dare la criptica risposta sarà un inquietante demone del folklore chiamato Charlie (e non Carlito come ci si aspetterebbe). Il Charlie Charlie Challenge, nonostante gli scettici siano molti, desta l’attenzione anche delle autorità ecclesiastiche, che mettono in guardia dai rischi del disturbare imprudentemente i morti. Esemplare è il caso di Padre Stephen Mccarthy, e della sua lettera aperta ai parrocchiani: non è mai una buona idea invitare un ghoul messicano a casa propria.

C’è un gioco pericoloso che si diffonde sui social che incoraggia apertamente i ragazzi impressionabili ad invocare i demoni. Voglio ricordare a tutti voi che non c’è niente di buono nel “giocare innocentemente coi demoni”. Vi prego NON partecipate e non incoraggiate altri a partecipare. Il problema dell’aprire sé stessi alle attività demoniache è che si apre una finestra di possibilità che non è affatto facile chiudere. – Padre Stephen Mccarthy, prete della Saints John Neumann and Maria Goretti Catholic High School di Philadelphia, USA

Sono in molti a credere, nonostante il Charlie Charlie Challenge sembri più che altro una moda passeggera creata da adolescenti svogliati, che il rito sia perfettamente in grado di metterci in contatto con gli spiriti dell’aldilà. Su internet gli utenti che giurano di aver visto Charlie sono a centinaia.

Ho sentito una presenza difficile da definire, ed una sensazione di bruciore alla mano, sulla schiena e alla caviglia. Ci sentivamo come avvolti dal male e qualcosa ci osservava. – Zodyy Lanae

 

L’ho allestito con alcuni miei amici a scuola, ma non ha funzionato, così ci ho riprovato a casa. Quella notte mi sono svegliata intorno alle 3:00 per andare in bagno. Ho guardato verso la camera dei miei genitori e ho visto un gigantesco ragno nero. Mi sono spaventata e ho chiuso la porta affinché non entrasse in camera mia. Mi sono girata ed era lì. Una figura nera era in piedi di fronte la mia porta. Non riuscivo a muovermi, ero come pietrificata. Ho provato ad urlare, ma nessun suono mi è uscito dalla gola. Dopo un po’ si è messo ed ha attraversato il mio letto. Sono corsa nella stanza di mia sorella ed ho cominciato a piangere a dirotto. Il resto della notte è stata come se qualcuno mi fissasse tutto il tempo, era una sensazione orribile. – Scarlett

 

La mia televisione si è accesa da sola e si vedevano solo le scariche statiche con uno strano fruscio, sembravano parole, non riuscivo a capire bene. Si è spenta all’improvviso con un sibilo e non sono riuscita a riaccenderla per più di mezz’ora. Strano. Ho provato ad accendere la PlayStation, ed ho sentito la voce di un ragazzino che mi diceva “perché non mi aiuti” e “salvali adesso”. C’erano altre voci di bambini che cantilenavano “aiutaci” tutti insieme. Era agghiacciante, e strano. – Arianna Lynn

Che sia solo un gioco per adolescenti annoiati, o un vero portale per un altro mondo, valutatelo voi. Molto attentamente.


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Poveglia – L’isola dei morti

Quando si parla di fantasmi o di luoghi maledetti si pensa sempre a qualche castello nascosto tra la nebbia inglese o a qualche manicomio circondato dagli alberi della Foresta Nera. In realtà, di luoghi spaventosi ce ne sono a migliaia anche in Italia, ed il più interessante di tutti è probabilmente l’isola di Poveglia, nella laguna veneziana. Quelle che seguono sono solo alcune delle storie che si narrano su questo agghiacciante isolotto.

 

 

Nel secolo 800 l’isola è già abitata da oltre 200 famiglie, legate ai servi del doge Orso I Partecipazio, che ha preso il posto del suo predecessore, Pietro Tardonico, vittima di un omicidio. L’isola cresce prospera nei secoli.

Nel ‘300 Poveglia è una delle perle della Repubblica Veneziana, culla di vita e splendore. Nel 1378 scoppia la Guerra di Chioggia tra le due potenze marinare Genova e Venezia, e la capitale della laguna, per assicurarsi una posizione strategica nel conflitto, nel 1379 evacua Poveglia e vi installa una postazione militare avanzata, il cui imponente ottagono si staglia fiero ancora oggi nel panorama lagunare. La guerra termina nel 1381, ed il campo militare viene smantellato. Fino alla metà del ‘700 l’isola resta disabitata. Poi scoppia la peste.

Poveglia diviene un lazzaretto, in cui persone infette – ma non solo – trovano una morte atroce abbandonate a loro stesse. Il governo di Venezia non ammette errori, e chiunque sembri anche solo manifestare i sintomi del morbo viene condotto qui a morire d’inedia. Quelli che arrivano già morti vengono bruciati e seppelliti dove capita. Ad oggi si contano oltre 150.000 cadaveri, spesso rinvenuti casualmente sotto serafici vigneti.

 

Poveglia

 

Nel 1922 viene costruita una struttura pubblica che, secondo le fonti ufficiali, accoglie gli anziani. In realtà si tratta a tutti gli effetti di un manicomio che, attivo fino al 1946, ospita centinaia di persone malate di mente, trattandole alla stregua di cavie da laboratorio. Sulle pareti marcite si può ancora leggere inciso reparto psichiatria. Molti degli ospiti giurano di scorgere figure velate percorrere i corridoi della struttura, e di udire urla agghiaccianti provenire dalle stanze interne. Ovviamente, essendo considerate pazze, non vengono minimamente prese in considerazione, anzi i loro appelli forniscono al sadico direttore del centro il pretesto per usarle nei suoi esperimenti pseudoscientifici, che vanno dalla lobotomia alla tortura sadica. La sua folle condotta termina con la sua testa spappolata sul piazzale antistante la torre campanaria dell’edificio, da cui si dice sia stato spinto giù dalle anime degli uomini e delle donne che ha torturato negli anni. Negli archivi della struttura questa viene sempre indicata come casa di riposo per anziani, come se la sua vera natura di manicomio debba essere mantenuta segreta. Forse Venezia ha approvato la sperimentazione della tecnica della lobotomia, che solo da pochi anni (1890) è stata praticata con successo.

 

Poveglia

 

In tempi più recenti, una coppia acquista uno degli edifici dell’isola, certa di aver fatto un ottimo affare. Che conosca o meno la sinistra reputazione dell’isola non ci è dato saperlo; ad ogni modo i due fuggiranno via poche settimane dopo, quando la loro figlioletta viene sfregiata da un oggetto pronto a colpirla in volto. La bambina è sopravvissuta, con una cicatrice da 16 punti sul viso.

 

 

Ad oggi l’isola di Poveglia non è ufficialmente visitabile – anche se allungando una lauta ricompensa a qualche traghettatore privato potreste attraccare sull’isolotto – ed è completamente abbandonata a sé stessa. Da qualche anno si cerca di venderla a privati, ma non è facile liberarsi di un’isola maledetta. Ed ancor meno delle anime tormentate che vi ci abitano.

 

Poveglia

 

 

Negli ultimi anni è nata l’associazione PovegliaPerTutti, che si batte per acquistare l’isola attraverso contributi volontari. L’intento, senz’altro encomiabile, è di restituire l’isola al pubblico, evitando che finisca nelle mani di qualche affarista senza scrupoli. Tutti i dettagli delle loro iniziative le trovate sul sito.

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La sposa di Lammermoor

Baldoon Castle è un castello scozzese che ha visto la sua fama decadere lentamente nel tempo. Oggi l’edera è la padrona incontrastata delle mura della fortezza, e dai pilastri del cancello d’ingresso alla torre più alta risuona l’eco assordante del disfacimento. Situato a circa 130 chilometri a sud di Glasgow, Baldoon Castle non è sempre stato così; un tempo, precisamente alla metà del 17° secolo, vi si tenevano sfarzose feste e gargantueschi banchetti. Fino ad un nefasto giorno di agosto. La storia di oggi ha ispirato il romanzo storico La sposa di Lammermoor di Walter Scott del 1819. Proprio come una favola, inizia con un sontuoso matrimonio. E termina nel sangue.

Janet è la bella figlia del facoltoso giurista e statista sir James Dalrymple, uomo di grande intelletto sposato con una moglie tanto altezzosa quanto austera. Janet è legata, sin da giovanissima, al nobile decaduto lord Archibald Rutherford. I due si amano genuinamente, e progettano il loro futuro insieme. Archibald si spinge anche a chiederla in sposa, e la ragazza accetta, entusiasta. La signora Dalrymple, però, non è altrettanto contenta del lieto evento. Spinge il marito, brillante in pubblico ma completamente asservito alla sposa in privato, a far rompere a Janet il fidanzamento, organizzando un nuovo matrimonio con David Dunbar, erede della prestigiosa famiglia Baldoon e, ironicamente, nipote di Archibald.

Rassegnata ad una vita accanto ad un uomo che non ama, Janet sposa David il 24 agosto 1669. Matrimonio in pompa magna, pranzo luculliano ed infine gli sposi si accomiatano per la prima notte di nozze. Che sarà anche l’ultima.

Urla disumane giungono dalle stanze interne del castello, e gli invitati ancora intenti a gozzovigliare si accalcano alla porta della coppia. Qui trovano David che sta affogando letteralmente in un mare di sangue e la giovane moglie, con indosso ancora l’abito nuziale vergato di rosso, rannicchiata in un angolo che stringe con tutte le sue forze il coltello intriso del sangue di lui. La fanciulla è in grado di riferire solo frasi sconnesse, come se stesse recitando una preghiera in una lingua sconosciuta. Le uniche parole che gli astanti sono in grado di afferrare sono

Prendi la tua cara sposa…

David sopravviverà, nonostante le gravi ferite, mentre Janet morirà meno di un mese dopo. David non sarà mai in grado di spiegare cosa successe quella notte, e non sarà mai sicuro che sia stata la sposa ad accoltellarlo.

 

Baldoon Castle

 

La verità su Janet non è mai stata scoperta, ma nei dintorni di Baldoon Castle le teorie sussurrate sono tre.

  • La prima, e quella che sembra anche la più ovvia, è che Janet tenti di uccidere David approfittando della prima notte di nozze, e che impazzisca pensando alla vita senza amore che l’attende.
  • La seconda suggerisce che Archibald, il fidanzato ripudiato, penetri di soppiatto nella stanza da letto dell’amata, ed accoltelli David per mantenere intatta la purezza della fanciulla che ama.
  • La terza, infine, chiama in causa il demonio: Janet non ama David, e non vuole sposarlo. Approfittando del suo dolore, il diavolo le si presenta, e si offre di risolvere la questione per lei – a modo suo, ovvio. Janet accetta, e così il figlio dell’inferno accoltella David, dissolvendosi nella notte. Janet istintivamente, resasi conto di ciò che sta succedendo dinanzi ai suoi occhi, afferra il coltello per cacciare via il demonio. La visione di morte porterà infine la ragazza alla pazzia.

Io, personalmente, vorrei aggiungerne una quarta. Nel momento cruciale, Janet si rende conto in fondo di amare David, e ordina al demonio – che ha già colpito David – di andare via, minacciandolo con un coltello. Il servo degli inferi, indomito, getta il seme della pazzia nel cuore della ragazza, per punirla di tanta insolenza.

Qualunque sia la verità, le mura di Baldoon Castle sono divenute dimora del fantasma di Janet, che spesso viene vista camminare silente per i corridoi della fortezza, tirandosi dietro il vestito da sposa macchiato di sangue. Che stia espiando la colpa di un omicidio, o sia alla ricerca del suo perduto amore, non ci è dato saperlo.

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La Chiesa di San Giorgio di Luková – I fantasmi del passato

Luková è una città della Repubblica Ceca, nella regione di Pilsen. L’edificio più celebre è la chiesa di San Giorgio, edificata nel 1352, che nei secoli ha costruito intorno a sé l’infamia di chiesa maledetta.

Nel 1796 un enorme incendio distrugge la maggior parte della struttura, lasciando in piedi solo parte del presbitero e della sacrestia a sorreggere le ossa morenti della chiesa. Quattro anni dopo, e per i successivi 58, si avvicendano enormi lavori di restauro, che la trasformano completamente in un nuovo inquietante stile gotico. Esattamente un secolo dopo, nel 1958, viene dichiarata monumento culturale nazionale, finché nella ridente cittadina di Luková qualcosa accade.

 

 

Durante un servizio funebre, nel 1968, il tetto della chiesa crolla completamente; per fortuna a quello non seguirono altri funerali. Interpretato come segno di cattivo auspicio, la gente di Luková abbandona la chiesa a sé stessa, lasciandola in balia dei rampicanti e delle intemperie. Qualche decennio dopo, l’artista locale Jakub Hadrava vede quella struttura oramai in rovina ed ha un’idea tanto folle quanto inquietante: nel 2012 crea numerose statue di gesso, grottescamente illuminate, e le colloca come fedeli silenti tra i banchi della chiesa.

 

 

Spero di mostrare al mondo che questo posto ha avuto un passato importante da recuperare, ma soprattutto che il destino ha una grande influenza sulla nostra vita. – Jakub Hadrava

Le statue, a detta dell’autore, rappresentano i fantasmi dei tedeschi di Luková che venivano durante la Seconda Guerra Mondiale a pregare nella chiesa, affinché il conflitto terminasse. Le opere d’arte attraggono ogni anno numerosi turisti, e l’intera struttura è da poco di nuovo in ristrutturazione, grazie sopratutto ai suoi muti, inquietanti, fedeli.

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I proiettili fantasma di Big Bear City

È il 10 novembre 1962, quando il ricercatore psichico Raymond Bayless sfoglia interessato il Los Angeles Times. Tra i tanti articoli di cronaca, uno più di tutti suscita la sua curiosità: il trafiletto racconta dell’odissea della famiglia Lowe, barricata per oltre quattro mesi in una casa di Big Bear City (California, USA), prima di fuggire via in preda al panico, vittima di una vera e propria pioggia di sassi e pietre. Lanciate da un poltergeist.

 

 

Il termine poltergeist deriva dal tedesco e significa spirito rumoroso. Esso si manifesterebbe sostanzialmente con il movimento improvviso e violento di oggetti di varia natura: quadri che cadono, mobili che si spostano, elettrodomestici che si accendono e si spengono. Gli episodi di poltergeist, secondo i sostenitori di tale teoria, tendono inoltre ad essere accompagnati da altre manifestazioni soprannaturali come l’autocombustione, la levitazione di persone, comparsa di pozze d’acqua e di scritte sui muri fino alla produzione di voci. I primi resoconti sui poltergeist risalgono all’antica Roma, e se ne fa menzione in documenti del Medioevo in Germania, Galles e Cina. Solitamente i poltergeist sembrano nutrire un odio smisurato verso un singolo soggetto di una famiglia, e non sono infrequenti casi di manifestazioni di questo tipo in cui la vittima viene quasi uccisa.

Una delle manifestazioni tipiche dei poltergeist, oltre a quelle già citate, è il lancio di pietre, con casi documentati che risalgono a ben prima del Medioevo. Nell’858, ad esempio, la cittadina di Bingen sul Reno (Germania) diventa teatro di un diluvio di sassi lanciati da chissà dove; nel 1903 un olandese risiedente a Sumatra (Indonesia) viene svegliato nel bel mezzo della notte da una pioggia di sassi che sfonda il soffitto della sua camera da letto; nel 1592 massi pesanti oltre 10 chili cadono copiosi su una fattoria dell’Oxfordshire (Inghilterra); nel 1849 numerosi domestici di una casa di Saint-Quentin (Francia) restano terrorizzati di fronte ai vetri delle finestre bucati da invisibili proiettili (il fenomeno, in questo caso, scompare tempo dopo, a seguito del licenziamento di uno dei domestici).

Le pietre che colpiscono la famiglia Lowe, incredibilmente, sembrano leggere come piume: tutti i membri, anche se a prima vista colpiti duramente, non presentano in nessun caso lesioni gravi. Il che è impossibile, perché si tratta degli stessi sassi che sfondano le finestre della casa e frantumano i mobili. Inoltre molti cadono con angolazioni improbabili, come se si trattasse realmente di pioggia, e sono caldi al tatto.

[Quelle accorse alla famiglia Lowe] sono caratteristiche tipiche dei fenomeni di poltergeist. – Raymond Bayless

Le teorie passano di bocca in bocca, al punto da scomodare piogge di meteoriti e venti impetuosi, tutto pur di non accettare l’idea che qualcuno – o qualcosa – si sia impossessato della casa dei Lowe. Lo sceriffo di San Bernardino, che segue il caso, lo archivierà come insoluto, con grande disappunto di Bayless.

Da dove vengono codesti proiettili che per il peso e la distanza da cui vengono lanciati non sono certo di mano mortale? – Rapporto della gendarmeria francese su un evento di pietre volanti contro la casa di un carbonaio parigino, 1846

 

Poltergeist

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Il mistero del faro delle Isole Flannan – Eilan More

Una luce strappa la notte ogni trenta secondi, poi di nuovo il nulla. La storia di oggi narra di uno dei più misteriosi racconti del mare, al pari di quello della Mary Celeste, che ha come sfondo un’isola abbandonata a sé stessa e della scomparsa dei tre uomini che hanno il compito di gestirne il faro: questa è la storia del mistero del faro delle Isole Flannan.

I fari ai giorni nostri, ma sopratutto in quelli addietro, sono sempre stati ammantati da un alone di affascinante solitudine. Non dobbiamo pensare a quelli di oggi, completamente automatizzati, che sono sì belli da vedere ma si riducono, non molto poeticamente, a poco più che cemento e circuiti. Per entrare appieno nella nostra storia dobbiamo invece volgere la fantasia a quelli di una volta, che rappresentavano l’unica luce nel buio dei marinai per sfuggire alle gelide mani della morte liquida che scorreva sotto di loro. Lo sa bene Dylan Dog, nell’albo 251 Il guardiano del faro, e ne comprende appieno l’essenza Booker DeWitt in Bioshock Infinite, il faro è molto di più di quello che sembra: è qualcosa di vivo, di cui aver rispetto e, sopratutto, timore.

 

Dylan Dog 251 - Il guardiano del faro

 

Le Isole Flannan, conosciute anche come Seven Hunters (I Sette Cacciatori) o Na h-Eileanan Flannach in gaelico, sono un gruppo di sette isolotti al largo della costa scozzese, nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico. La loro storia inizia nel 1600, quando il Vescovo Flann decide dopo anni di predicazione di ritirarvisi in solitudine, con solo i gabbiani e le onde del mare a fargli compagnia, e si conclude una decina d’anni più tardi, quando l’uomo muore lasciando come unico segno del suo passaggio una modesta cappella. Negli anni che seguono nuove rotte commerciali navali spingono sempre più commercianti a tentare la sorte dell’oceano burrascoso delle Flannan, e molti marinai purtroppo trovano la morte tra i suoi scogli. Preoccupati del crescente numero di vittime del mare in tempesta, nel 1895 la Northern Lighthouse Board (Sovrintendenza Settentrionale dei Fari) decide di avviare la costruzione di un grande faro, poco distante dalla cappella di Flannan, sull’isolotto principale: Eilean Mor.

 

 

L’edificazione della struttura si rivela più complessa del previsto, e tra le enormi difficoltà dovute in larga parte alle condizioni meteorologiche, alla fine viene completata nel 1899. I faristi, scelti con meticolosa attenzione dalla Northern Lighthouses Board, devono essere di comprovata caratura morale, dai nervi saldi, in grado di adattarsi ad ogni situazione e che, ovviamente, sappiano sopportare a lungo la solitudine. Alla fine la scelta ricade su quattro uomini:

  • James Ducat, il capo guardiano, con un’esperienza ventennale come farista
  • Thomas Marshall, marinaio di lungo corso
  • Donald McArthur, farista occasionale, anche lui marinaio di grande esperienza
  • Joseph Moore, con un passato da guardiano di fari

La Northern Lighthouses Board impone una serie di regole molto ferree, data la natura delicata del lavoro, ma consente ai quattro guardiani di gestirsi con una certa autonomia: sull’isola, in ogni momento, devono necessariamente esserci almeno tre faristi, e gli uomini si accordano per turni di sei settimane a Eilean Mor e due di riposo sulla terraferma. Definiti gli accordi e rifornita la struttura, il 7 dicembre 1899 il faro delle Isole Flannan viene finalmente inaugurato, e la sua calda luce squarcia le tenebre dell’atollo scozzese.

Eravamo ormai soli, la nave era tornata in Scozia. Quella notte accendemmo la grande lampada per la prima volta.

Fu un’emozione indescrivibile! Qualcosa di invisibile sembrava legarci a quanti erano sul mare. Sapevamo bene cosa significhi per un marinaio vedere una luce amica, che indica la rotta sicura.

C’era qualcosa di strano nell’aria. Niente di terribile o spaventoso, per carità, solo uno strano silenzio in mezzo al fragore del mare, una pace che noi non riuscivamo a comprendere. – Joseph Moore racconta la sua prima notte al faro

La nave incaricata di rifornire la struttura è la Hesperus, che ogni 15 giorni circa sbarca all’unico approdo dell’isola portando con sé giornali, viveri, beni di prima necessità ed un turnista pronto a prendere il posto di uno dei faristi. Non sempre il mare è clemente, e così la nave è costretta a rimandare spesso il suo viaggio, ma gli uomini sull’isola sono stati temprati dall’acqua di centinaia di mari, e sopportano facilmente i lunghi giorni tutti uguali. Il tempo passa, e ci ritroviamo al 6 dicembre 1900, quando al faro giunge Ducat, pronto a prendere il posto di Moore. Questi si allontana sulla nave e saluta i suoi colleghi, che diventano un puntino nel blu, per poi scomparire nel nulla.

Non li rivedrà mai più.

 

Cappella Isole Flaggan

 

La scoperta

La SS Archtor è un vascello a vapore inglese, guidato dall’esperto comandante Thomas John Holman, che transita in prossimità delle Isole Flannan il 15 dicembre 1900. La visibilità non è ottimale, ma più che del buio della notte, Holman è preoccupato per qualcosa che non c’é. La luce del faro. La sentinella dell’Archtor resta immobile a fissare il nulla, in attesa di due piccoli bagliori, ma attende invano; il faro è spento. Holman, giunto sulla terraferma due giorni dopo, comunica alla guardia costiera che la struttura di Ellian Mor non è in funzione, ma purtroppo per lui le autorità hanno altro a cui pensare: l’Archtor si è appena arenata sulla Carphie Rock, vicino Anstruther, Scozia, ed Holman deve rispondere dell’incidente davanti al giudice – per la cronaca, il capitano verrà ritenuto responsabile dell’accaduto per incuria, ma data la sua condotta precedente verrà soltanto ammonito verbalmente. La Northern Lighthouses Board non viene a conoscenza della segnalazione – o non vuole intervenire –  e la sorte del faro viene accantonata fino al prossimo viaggio della Hesperus, programmato per il 21 dicembre. Un vento forte ed una burrasca impietosa costringono la nave a rimandare di molto il viaggio d’approvvigionamento, che avviene finalmente solo il 26 dicembre, il giorno di Santo Stefano.

La Hesperus si avvicina al porticciolo, e sin da subito uno strano, brutto presentimento affiora lungo la schiena di Moore: solitamente i faristi sono molto impazienti di rivedere un loro compagno tornare, e facce nuove con cui scambiare almeno quattro chiacchiere prima di tornare alla monotonia del faro, ma quel giorno sulla banchina non c’è nessuno. Solo il vento che sibila tra gli scogli.

 

Eilian Mor - Attracchi

 

Il capitano Jim Harvie allora suona la sirena della nave, sperando in una risposta; forse i faristi non si sono accorti del vascello, e sono occupati nella manutenzione della struttura. Gli uomini dell’equipaggio restano con le orecchie aperte, corde di violino tese fino alla rottura, ma dall’isola non c’è risposta. Senza nessuno a raccogliere la cima dall’isola, l’attracco diviene particolarmente difficoltoso, ma in qualche modo alla fine la Hesperus riesce a gettare l’ancora.

Moore corre incontro al faro, che lo fissa silente come l’imponente simulacro di un dio oramai morto, e grida a squarciagola il nome dei suoi compagni.

Silenzio.

Apre in fretta il portone, scappa da una stanza all’altra, ma dei suoi amici non c’è traccia. Tutto è così familiare, al suo posto, immobile, e questo non fa altro che accrescere l’orrore. Solo una sedia è capovolta, come se chi ci fosse seduto sopra si fosse alzato all’improvviso e sia corso via. Negli armadietti mancano due impermeabili, mentre il terzo è ancora al suo posto (in base al protocollo i faristi devono sempre indossare gli impermeabili quando escono dalla struttura). Moore non sa cosa fare, si affaccia dalla balaustra della lampada per scrutare l’isola, ma non c’è anima viva. Raccoglie così il diario, che i quattro avevano deciso di compilare per registrare il loro lavoro e ritagliarsi un piccolo angolo di normalità in quell’ambiente così alieno, asettico, e non riesce a capacitarsi di quanto legge.

12 dicembre

Vento di tempesta da Nord-NordOvest. Mare in tempesta. Non ho mai visto nulla di simile. Onde altissime lambiscono il faro. Tutto in ordine. James Ducat è nervoso.

Ore 21:00. La tempesta infuria ancora, vento incessante. Siamo bloccati qui dentro. Nave di passaggio suona la sirena. Si potevano scorgere le luci delle cabine. Ducat tranquillo, McArthur piange.

13 dicembre

La tempesta è continuata per tutta la notte. Vento da Ovest a Nord. Ducat è tranquillo. McArthur sta pregando.

Ore 12:00. Mezzogiorno, una giornata grigia. Io, Ducat e McArthur abbiamo pregato.

15 dicembre

Il temporale è cessato. Il mare è calmo. Dio veglia su tutto.

Moore e McCormack, l’altro uomo sbarcato con lui sull’isola a cercare i faristi, tornano alla nave dal capitano Harvie ed affranti non possono che constatare che i tre guardiani sono scomparsi nel nulla. Harvie ordina che Moore prenda due membri dell’equipaggio con sé per attivare il faro, mentre lui tornerà sulla terraferma ad informare le autorità.

Un terribile incidente è avvenuto alle Flannan. I tre guardiani del faro, Ducat, Marshall ed il farista occasionale sono scomparsi dall’isola. Al nostro arrivo questa mattina non è stato trovato alcun segno di vita sull’atollo. Abbiamo sparato un razzetto ma, non essendoci alcuna risposta, ho inviato Moore, che è giunto alla struttura senza trovarvi i faristi. Gli orologi fermi ed altri indizi suggeriscono che l’incidente sia accaduto circa una settimana fa. Quei pover’uomini devono essersi schiantati sulla scogliera o sono affogati tentando di assicurare una gru o qualcosa del genere. La notte stava scendendo, e non potevamo permetterci di attendere oltre il destino dei tre guardiani. Ho lasciato Moore, MacDonald, Buoymaster ed altri due marinai sull’isola per provvedere al faro finché non organizzerete nuovi approvvigionamenti. Non tornerò ad Oban fino a vostro ordine. Ho lasciato questa disposizione a Muirhead nell’eventualità non siate in casa. Rimarrò nell’ufficio del telegrafo stanotte, fino all’ora di chiusura, se vorrete contattarmi.

Il capitano della Hesperus. – Telegramma del capitano Harvie alla Northern Lighthouse Board, 26 dicembre 1900

Mentre Harvie contatta la Northern Lighthouses Board in Scozia, Moore e gli altri quattro uomini con lui tentano di ricostruire l’accaduto. Il diario dimostra che fino all’ora di pranzo del 15 dicembre tutto era più o meno tornato alla normalità dopo la violenta tempesta dei giorni precedenti, pertanto qualsiasi cosa sia accaduta deve essere avvenuta probabilmente quel pomeriggio stesso.

 

Eilean Mor

 

L’inchiesta

Il 29 dicembre sbarca sull’isola il sovrintendente Robert Muirhead, che si occupa ufficialmente del caso. La zona Est dell’isola è intatta, mentre quella Ovest mostra i segni violenti del passaggio di una terribile tempesta. Una cassa è andata completamente distrutta, ed il suo contenuto è sparso in giro; alcuni tratti delle rotaie che portano al faro sono stati scardinati dal cemento, ed un masso di oltre una tonnellata vi si è schiantato in mezzo mentre un argano ha una cima strappata che penzola aggrovigliata 10 metri più sotto. È impossibile che i faristi non si siano accorti di tutti questi danni, e dato che il diario si ferma al mattino del 15 dicembre, è probabile che siano stati provocati intorno all’ora di pranzo dello stesso giorno.

Muirhead, dopo aver interrogato Moore ed ispezionato da cima a fondo l’isola, arriva a compilare il rapporto, che almeno legalmente mette la parola fine alla storia.

Dalle prove da me raccolte sono soddisfatto nel dichiarare che i tre uomini erano al lavoro nell’immediato dopo pranzo di sabato 15 dicembre, quando sono scesi per assicurare una cassa sostenuta da cime per l’ormeggio, cime da sbarco, eccetera, fissata ad una fenditura della roccia a 34 metri sul livello del mare, e che un’onda immensa ha colpito lo scoglio, li ha inghiottiti e con una forza devastante li ha spazzati via. – Conclusioni di Muirhead sul caso delle Isole Flannan

Nonostante la spiegazione di Muirhead, le famiglie dei faristi non accettano la morte dei propri cari: Ducat lascia una moglie e quattro bambini, e McArthur una moglie e due bambini, che non hanno nessuna intenzione di crederli affogati nel bel mezzo dell’oceano, a centinaia di chilometri da casa.

 

Eilean Mor

 

Teorie alternative

Le teorie sulla sorte dei tre guardiani del faro sono molteplici, ma nessuna è realmente riuscita a spiegarne la fine; inoltre vi sono diverse storie che alimentano dettagli completamente errati, come ad esempio la famosa ballata del 1912 Flannan Isle.

Così, come ci siamo lanciati alla porta,

abbiamo visto solo una tavola imbandita

per la cena, con carne, formaggio e pane;

ma tutto è integro; e nessuno c’è,

come se, appena sedutisi a mangiare,

o anche ad assaggiare,

l’allarme era scattato, ed in fretta si sono alzati

ed hanno lasciato il pane e la carne,

ed a capotavola una sedia

rovesciata sul pavimento. – Estratto dalla ballata Flannan Isle di Wilfrid Wilson Gibson

Moore, infatti, è esplicito su questo punto.

Gli utensili da cucina erano tutti in ordine e lucidati, segno che quando sono spariti doveva essere già passata l’ora di pranzo. – Joseph Moore

Le teorie, come dicevamo, sono molte, ma le più plausibili sono le seguenti.

Una, avanzata nel 1955, fa notare come Eilean Mor sia sede di un’intensa attività geologica. Nello specifico, un’immensa grotta sotterranea raccoglie l’acqua dell’alta marea ma, durante le forti tempeste, esplode in un’enorme fiotto liquido verso la superficie. Vedendo dal faro in lontananza alcune onde pronte ad abbattersi sull’isola, McArthur sarebbe corso via – ecco il perché della sedia ribaltata e del terzo impermeabile ancora al suo posto –  ad avvertire i colleghi che si trovavano all’esterno. La mareggiata avrebbe colto tutti all’improvviso, scaraventandoli via. Questa teoria però non spiega perché, una volta giunto sull’isola, Moore abbia trovato le porte ed il cancello chiusi, poiché se McArthur aveva davvero così urgenza di scappare fuori dal faro senza l’impermeabile di protezione, è illogico pensare che abbia avuto l’accortezza di chiudersi le porte alle spalle.

Alcuni credono che uno dei tre uomini abbia ucciso gli altri in un impeto di follia, e ne abbia gettato i corpi in mare. Distrutto dal rimorso, si sarebbe poi lasciato cadere tra i flutti. Questa teoria è interessante, e spiega molti punti oscuri, ma i tre guardiani del faro erano uomini di alta moralità e nervi d’acciaio, e nessuno di loro aveva lamentato crisi psichiche prima.

Qualcuno specula che i tre siano stati rapiti dagli alieni ma, come altre storie che abbiamo raccontato qui sulla Bottega del Mistero, questa ipotesi lascia un po’ il tempo che trova.

Altra teoria è quella che ha come protagonista un fantomatico mostro degli abissi, plausibilmente un enorme serpente di mare, giunto sull’isola per banchettare con i poveri faristi. Anche qui, se volete crederci siete liberi di farlo.

L’ultima teoria è quella più affascinante, e narra di uno spirito locale, il Fantasma dei Sette Cacciatori, che recluta le proprie vittime tra le isole del Nord della Scozia. Il 15 dicembre avrebbe fatto visita a Eilan Mor per rapire i tre uomini tra le sue fila.

Il mistero, dopo oltre cento anni, resta immutato.


Che fine hanno fatti i tre guardiani del faro delle Isole Flannan?

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The Hello Kitty Murder – L’omicidio di Hello Kitty

1999, Hong Kong. Alla stazione di polizia di Tsim Sha Tsui si presenta una bambina di 14 anni, che grida agli agenti di seguirla nel suo appartamento, perché il fantasma di una donna la sta perseguitando da tempo. I poliziotti pensano ad uno scherzo, si fanno quattro risate per quella ragazzina così fantasiosa, ma la piccola è insistente, forse troppo per trattarsi solo di un gioco. Decidono così di seguirla nel modesto appartamento in cui vive, e qualcuno di loro ancora ride a denti stretti di quella fanciulla così ingenua. Poi in un pupazzo viene ritrovato un cranio umano, e nessuno ride più. Questi sono gli eventi che ruotano intorno all’Hello Kitty Murder, l’omicidio di Hello Kitty.

 

Omicidio di Hello Kitty

 

I poliziotti si trovano al terzo piano di una palazzina di Tsim Sha Tsu, nel distretto commerciale Granville Road, al numero 31 , e fissano scioccati la piccola Hino (nome di fantasia, quello reale non è mai stato rivelato). Hino continua a giurare che l’appartamento è dimora del fantasma di una donna morta pochi giorni prima, una donna che Hino ha aiutato a rapire e torturare con sadico entusiasmo.

Ma riavvolgiamo il nastro.

Fan Man-yee (樊敏儀) nasce nel 1976 in Cina, e quando è ancora bambina i genitori l’abbandonano. Fan cresce nei sobborghi di Hong Kong, e a 16 anni capisce che se non vuole soccombere alla malavita locale, tanto vale farne parte: organizza piccoli furti ed arriva a vendersi in strada perché, intanto, è diventata tossicodipendente. A 21 anni porta la sua attività di meretrice in un bordello di Tsim Sha Tsu, dove la maggior parte della sua clientela è formata da malavitosi della peggior specie. Nel 1997 incontra il trentaquattrenne Chan Man-lok (陳文樂), che diviene ben presto uno dei suoi più fedeli clienti. Chan non è molto diverso dai soliti avventori del bordello, ma quando è sotto effetto di metanfetamine diventa molto violento, e sfoga i suoi istinti su Fan. Dopo un anno di abusi da parte di Chan, Fan smette di vederlo, e come buonuscita gli ruba il portafoglio con HK$ 4.000 in contanti. Chan riesce a farseli ridare indietro, e vuole HK$ 10.000 come risarcimento per il furto subito. Fan non ha tutti questi soldi, e così il 17 marzo del 1999 viene rapita da Chan e da due complici, il ventisettenne Leung Shing-cho (梁勝祖) ed il ventunenne Leung Wai-lun (梁偉倫).

 

Fan Man-yee

 

Fan viene segregata in casa della ragazza di Chan, Hino, con l’intenzione di farla prostituire finché non avrà accumulato i HK$ 10.000 richiesti. Fan, però, viene continuamente vessata dai tre uomini, che arrivano a picchiarla selvaggiamente più volte, portandola quasi alla morte. Nessuno vuole andare a letto con Fan, che esibisce a testa bassa un volto tumefatto dalle percosse, e la ragazza non riesce in alcun modo a sanare il debito. Chan si ritrova così tra le mani una prostituta che non riesce a vendere neanche a prezzi stracciati, ed allora pensa che se non può ricavarci niente dagli altri, magari può usarla per divertirsi da solo.

Fan diviene così l’oggetto delle torture dei tre uomini, che iniziano a pestarla per il solo gusto di farlo, dapprima a mani nude, e ben presto con soprammobili e barre di metallo recuperate in giro. Inizia così un macabro gioco: ad ogni violentissimo colpo, Fan è costretta a sorridere ed urlare quanto è felice di essere picchiata; se non lo fa, Chan ed i suoi amici la percuotono ancor più ferocemente. Le giornate dei cinque coinquilini si dividono tra i pestaggi, i videogiochi e la metanfetamina. Quando i videogiochi stufano o la droga finisce, il divertimento continua infierendo sul corpo martoriato di Fan. La ragazza è confinata in cucina per la maggior parte del tempo, e Chan, Leung Shing, Leung Wai ed Hino sperimentano ogni attrezzo disponibile nella stanza, dalle padelle ai coltelli passando anche per il cibo congelato o in scatola. Arrivano anche ad escogitare un grottesco pensiero: avvolgere Fan in un sacco di plastica ed aprirle ferite su tutto il corpo con degli attrezzi roventi, aggiungendo diversi alimenti sulle varie lesioni per scoprire quale di questi provochi più dolore.

I quattro aguzzini si sentono come degli scienziati del dolore, e provano ogni volta nuove pratiche per infliggere pene sempre più lancinanti alla povera Fan. Un giorno gli viene in mente che se potessero tenere sospesa da terra la ragazza, potrebbero torturarla in più modi contemporaneamente. Così Fan si ritrova legata a dei fili elettrici ad un gancio nel soffitto, dove viene seviziata con le tecniche più disparate. Quando i suoi aguzzini sono esausti, la lasciano appesa.

Finalmente, dopo due mesi di torture, Fan muore durante la notte, da sola, nel bagno.

 

Omicidio di Hello Kitty

 

Con un cadavere le sevizie non hanno lo stesso gusto, così i quattro decidono di dedicarsi di nuovo ai videogame. Il giorno dopo Chan deve decidere come disfarsi del corpo. Il modo più semplice è farlo a pezzi nella vasca da bagno. Le varie parti vengono bollite per discioglierne i tessuti, ed il cranio lucido viene cucito all’interno di una bambola Hello Kitty sirena. Sebbene quasi tutto il corpo venga gettato via, alcuni parti vengono lasciate imprudentemente in giro per casa, permettendo così agli investigatori di scoprire il macabro omicidio.

Mai in Hong Kong negli ultimi anni una corte ha assistito a tanta crudeltà, depravazione, insensibilità, brutalità, violenza e ferocia. – Il giudice Peter Nguyen al processo per l’omicidio di Hello Kitty

Al processo i tre uomini vengono condannati a vent’anni senza possibilità di uscire sulla parola, con l’accusa di omicidio colposo e rapimento. La pena di vent’anni, in effetti, sembra un’offesa, ma la giuria sentenzia che non hanno ucciso la ragazza intenzionalmente, e che la morte sia sopraggiunta solo a causa delle percosse subite: in pratica, nessuno di loro voleva ucciderla, ma soltanto infliggerle più dolore possibile. Hino, invece, per aver testimoniato contro i tre aguzzini, viene considerata collaboratrice di giustizia e, pertanto, non perseguibile a norma di legge.

Si era rotta e giocare con lei non era così divertente dopo tutto, ma abbiamo continuato lo stesso a torturarla. Non c’era altro che potessimo fare con lei. L’ho fatto per divertimento. Solo per vedere cosa si prova a fare del male a qualcuno. – Hino

La vicenda ha ispirato due film, Ren tou dou fu tang (There is a secret in my soup) di Yeung Chi Gin del 2001 e Pang see: Song jun tin leung (Human Pork Chop) di Benny Chan Chi Shun dello stesso anno.

 

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Busby stoop chair – La sedia di Thomas Busby

C’è in un angolo di una taverna una semplice seggiola di quercia, in stile classico, attorniata da persone che bevono e si divertono. Ci sono molti avventori che restano in piedi, ma nessuno di loro vuole sedersi su quella sedia. Il perché è semplice, in paese lo sanno tutti, quella sedia è maledetta, e chiunque vi si sieda sopra è destinato a morire nel giro di poche ore: questa è la storia della sedia di Thomas Busby.

Siamo nel North Yorkshire, Regno Unito, nel 1702. In un pub sulla Carlton Road di Thirsk c’è un uomo che beve lentamente una pinta di birra nella penombra. Il suo nome è Thomas Busby, ed è conosciuto nel giro della malavita locale come falsario ed inguaribile ubriacone. E, da qualche ora, anche come assassino.

Poco tempo prima, infatti, Busby torna a casa e, senza un’apparente ragione, uccide senza pietà il patrigno, Daniel Auty. Gli fracassa il cranio con un martello, ed il delitto è così chiaro che la polizia ci mette poco ad arrestarlo, ed ancor meno a processarlo. La condanna è l’impiccagione, finché la morte non sopraggiungerà. Busby è certamente un assassino, che ha provato il gusto di uccidere un innocente, ma più di ogni altra cosa gli piace bere: quando gli viene chiesto l’ultimo desiderio del condannato a morte, risponde serafico che prima di passare a miglior vita gli piacerebbe farsi una birra nel suo pub preferito, ed andarsene così col gusto amarognolo della bevanda in bocca. Il giudice resta un po’ basito, ma in fondo ognuno ha le sue priorità nella vita, e così decide di appoggiare la richiesta di Busby, che ritroviamo così seduto sulla sua sedia preferita a scolarsi un’ultima pinta.

Il bicchiere vuoto, Busby è controllato a vista dalle guardie, che si aspettano che quell’uomo mezzo ubriaco da un momento all’altro tenti la fuga. Invece Busby si alza dalla sua sedia preferita, si guarda attorno, e lancia una maledizione.

Possa la morte improvvisa venire a coloro che osano sedersi sulla mia sedia. – Thomas Busby

L’assassino viene finalmente impiccato e lasciato dondolare sulla forca diversi giorni, a monito delle sue deprecabili gesta, proprio davanti la locanda, che viene ribattezzata Busby Stoop Inn, per l’abitudine degli ospiti più curiosi e coraggiosi di affacciarsi dalle finestre per “ammirare” il panorama della timida brughiera inglese sullo sfondo ed il cadavere di Busby pochi metri più sotto.

 

 

Dal giorno dell’esecuzione, la voce che la sedia è maledetta gira per tutta la cittadina e nessuno, ha torto o a ragione, ha più il coraggio di sedercisi sopra, fino alla seconda guerra mondiale. Molti avventori del pub notano, con il passare dei giorni, che il numero degli aviatori della Royal Air Force, l’aviazione inglese, morti nelle vicinanze di Thirsk è insolitamente alto. Confrontando le proprie esperienze, si rendono conto che molti dei morti della RAF poco prima di mettersi ai comandi dei loro velivoli si sono seduti sulla sedia maledetta. Nel 1967, due di loro si avvicendano sulla sedia ritenendola solo una sciocca superstizione popolare: verranno estratti privi di vita poche ore dopo, quando il loro camion si schianta contro un albero. Alla locanda arriva anche un muratore, che nel 1970 decide di sfidare la maledizione: anche lui in poche ore viene ritrovato sfracellato a terra, caduto da un’impalcatura su cui stava lavorando. La scia di sangue continua per anni, finché il proprietario del locale ne ha abbastanza e scaraventa la sedia in cantina. Anche qui, purtroppo, un fattorino che si era seduto solo pochi minuti dopo aver fatto una consegna muore lo stesso pomeriggio in un incidente stradale. Nel 1978, esasperato, il proprietario decide di donare la chiesa al Thirsk Museum, dove si trova ancora oggi.

A mezz’aria, inchiodata al muro.

 

La sedia di Busby

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Bloody Cuts

Bloody Cuts è un’antologia di cortometraggi horror creati dagli inglesi Ben Franklin e Anthony Melton, disponibili gratuitamente per la visione online. Dopo una campagna fallimentare su Indiegogo, che ha raccolto solo $ 2.650 dei 20.000 richiesti, i due hanno girato otto dei tredici film inizialmente progettati. Nonostante il bassissimo budget a disposizione, le loro opere sono piccole perle nel panorama delle webseries, spaziando dalle filastrocche gotiche di Suckablood ai ritmi sincopati di Don’t Move.

Nella playlist che segue sono compresi tutti gli otto episodi finora pubblicati. Buona visione.

 

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Deep Dark Fears

Deep Dark Fears è una serie di vignette creata da Fran Krause ispirata alle nostre paure più intime. Nei suoi disegni troviamo la rappresentazione dei nostri terrori ancestrali, a volte infantili, che segretamente ci accompagnano nelle nostre vite, da sinistre entità nascoste nel buio che ci fissano dormire a morti tanto accidentali quanto grottesche. La webcomic completa la trovate su Tumblr.

 

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