Tag: Fobie

The Witch – Trama e teorie

Un po’ The Village, un po’ Picnic ad Hanging Rock, The Witch, opera prima di Robert Eggers, è prima di tutto un racconto. Una storia che mescola sapientemente folklore, religione (leggasi fanatismo), natura (quella che non ha pietà), ed una famiglia di esuli abbandonati a loro stessi.

La strega, quella che da il titolo al film, la vediamo praticamente subito. Poco dopo il prologo. E ci si aspetterebbe il classico film con la bellissima di turno che si tramuta nella solita vecchia malvagia ed incartapecorita, sconfitta solitamente da un prode avventuriero.

E invece no.

In questa storia niente va come deve andare. I personaggi cominciano a dire cose strane, gli animali si comportano in modo strano, gli eventi prendono una piega strana. Qui tutto è strano.

I gemellini giocano sempre con un nero caprone, Black Phillip, che a dir loro sembra parlargli. C’è un coniglio foriero di sventura che si palesa sempre nei momenti più infausti. C’è un corvo assetato di sangue e latte che non la smette di allungare la sua nera ombra sulla famiglia inerme. C’è un bosco dove sorge la casa di una strega ancella del demonio.

O forse no.

 

 

Trama

New England, 1630 circa. Un uomo del Lancashire di nome William è stato appena bandito da una comunità puritana ed è costretto ad abbandonare il villaggio insieme alla sua famiglia – la moglie Katherine, l’adolescente figlia Thomasin, il figlio minore Caleb ed i due gemellini MercyJonas –  a causa di dissensi di ordine religioso. I sei sventurati, sorretti dalla fede, riescono a costruire una fattoria e ad arare un campo di granturco; la vita sembra arridergli quando nasce il piccolo Samuel, la cui venuta è vista come un segno del Signore misericordioso.

Affidato alle cure di Katherine, un giorno la ragazzina porta Samuel al limitar del bosco e, in un attimo di distrazione, che dura letteralmente un battito di ciglia, il neonato svanisce nel nulla, forse rapito da una strega che dimora le fronde degli alberi.

 

 

 

The VVitch

The Witch è una storia, ed il sottotitolo originale del film, A New-England Folktale, tradotto orrendamente in italiano con Vuoi ascoltare una favola? – roba da appendere gli addetti al marketing per i pollici e lasciarli divorare dai corvi – ce lo ricorda ad ogni fotogramma. Una storia tratta da diari e cronache originali, che ci mostrano non quello che è, ma quello che sembra essere. La realtà non per quella che dovrebbe essere, ma per quella che appare.

La Storia, quella che ci insegnano a scuola, dice molto semplicemente che i coloni inglesi sono arrivati nel nuovo continente carichi di buoni propositi, hanno convertito gli indigeni locali ed hanno innalzato l’america alla luce del Signore. Stop. In realtà le cose sono andate diversamente. Male. E sin dal principio. Si tratta di estremisti religiosi (leggasi nuovamente fanatici) che attraversano migliaia di miglia d’oceano, migliaia di miglia di niente, per approdare in una terra aliena, in cui non sono benvoluti.

Il problema però non sono tanto le popolazioni locali – nel film all’inizio si vedono chiaramente tre indiani Wampanoag integrati con la comunità religiosa – né tanto meno la natura selvaggia.

Il vero nemico è la solitudine.

Quel senso di abbandono che attanaglia ogni villaggio, unico baluardo dell’essere umano per centinaia di chilometri. L’essere stranieri in terra straniera, con Dio come unica salvezza e senso di una vita votata all’austerità e alle privazioni. Poi qualcosa scatta, la fede viene meno, ed il sonno della ragione genera mostri.

La famiglia, tra accuse ed atti di stregoneria, si sbriciola dalle fondamenta. Il capofamiglia William è un colono fallito, un padre fallito, un marito fallito, un cacciatore fallito ed un agricoltore fallito. Non che non ci metta la buona volontà, semplicemente ogni cosa che fa si tramuta in cenere. Thomasin sta cominciando a sbocciare, con quella sensualità appena accennata, candida, tipica dell’adolescenza. I gemellini sono due esseri amorfi, infagottati in decine di panni per farli stare al caldo, e per un nonnulla ridono (ghignano). Troppo. Ridono sempre. Come un trapano che ti fora il cervello, come unghie sulla lavagna. Caleb viene colpito da una strana febbre – un maleficio, forse? – che lo fiacca lentamente nello spirito e nel corpo.

La scena del suo delirio sul letto di morte è quanto di più inquietante abbia mai visto in un film.

Davvero.

 

 

Teorie e considerazioni

Se non avete ancora visto il film evitate di leggere queste righe.

Le teorie su ciò che accade nel film sono sostanzialmente due. Nella prima, quella razionale, tutto viene spiegato con la muffa del mais, come suggerito in molti punti della pellicola. Si tratta di un potente allucinogeno, così che quella che abbiamo visto non è la storia com’è andata ma come l’hanno vissuta i protagonisti. Quello che vediamo non è mai successo, e nulla è mai stato reale: tutto fila liscio fino al “contagio”, dopodiché la follia prende il sopravvento, in un gorgo di violenza e macabra disperazione, in cui è più semplice dare la colpa delle disgrazie ad un essere soprannaturale che all’incapacità dell’animo umano di accettare la solitudine.

Nella seconda teoria quello che vediamo è ciò che è accaduto realmente. La strega esiste davvero, ha deviato le menti della povera famiglia finché il diavolo in persona non si è manifestato nella figura del nero caprone, culminata col piegarsi della giovane Thomasin al bacio dell’oscuro signore.

 

 

Quindi la strega non esiste. Forse.

Sapete perché non me ne frega niente se la strega esiste davvero? Perché loro credono che esista. Non importa se sia colpa della muffa o che sia la figlia del male la causa di tutte le disgrazie.

La questione è che ci credono loro.

Così mentre per noi spettatori, alla fin fine, che la strega sia reale o no conta poco, loro hanno vissuto un incubo. Un incubo reale. In cui gli animali sussurrano frasi di morte, le streghe uccidono gli infanti, ed una famiglia si dilania dall’interno.

E sì, quando Thomasin arriva ad ascrivere il proprio nome sul grimorio maledetto, vergandolo col sangue, e si addentra nel bosco accompagnata dal demonio Black Phillip, beh allora, alla fine, quando tutto sembra perduto, alla strega ci ho creduto anch’io.

 

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Gli abitatori del buio delle Grand Caverns (Mistero risolto)

Oren è un fotografo, ed il suo sogno è sviluppare nuovi strumenti che riescano a catturare un’immagine anche in assenza di luce. Per far ciò, spesso si ritrova nel nero più completo, da solo, a fotografare antiche grotte. Purtroppo per lui, una notte scoprirà che qualcosa lo scruta dal buio.

Oren Jeffries è un fotografo professionista statunitense che vive nel sudest della Virginia a cavallo tra il 18° ed il 19° secolo. La sua attività procede bene, e si alterna alla sua grande passione, la speleologia. Appena possibile Oren si avventura per qualche grotta sconosciuta e fotografa tutto quello che può, in quel mondo così alieno a poche centinaia di chilometri da casa. Rapito dalla bellezza delle caverne, un giorno ha un’idea interessante: sviluppare un’ottica, o comunque una tecnica, che gli permetta di catturare le immagini dei luoghi a lui così cari anche in assenza di luce.

È un progetto ambizioso, tanto più per le tecniche fotografiche del tempo, ma Oren è caparbio.

Comincia con cose molto semplici: scende in una grotta o un crepaccio abbastanza per restare al buio completo, posiziona la sua camera, spegne la lanterna che porta sempre con sé ed apre le lenti. Dopo qualche minuto osserva il risultato. Solitamente non si vede granché, ma i presupposti per creare qualcosa di eccezionale ci sono tutti. Oren lo sente, sta per fare la storia della fotografia.

Nel 1895 si trova in una sezione delle Grand Caverns, un dedalo di grotte per la maggior parte inesplorate, dove vuole catturare l’essenza della purezza incontaminata del luogo. Ed incontaminato lo è davvero, perché si trova in una zona non segnata e mai visitata. Da un certo punto di vista, Oren è un esploratore di nuovi mondi. Così sceglie il luogo perfetto, inquadra, sistema le lenti e spegne la luce.

Poi un rumore.

Un fruscio, niente di più. Forse un insetto, o un pipistrello. O forse… Ma no, dev’essere un pipistrello. Oren è un po’ agitato, ma non vuole rovinare l’immagine, così attende qualche secondo. Nessun rumore, forse solo la sua immaginazione. Poi i suoi occhi si abituano al buio.

E li vede. Lì, nell’oscurità più totale, tre umanoidi lo stanno fissando.

Oren li vede avvicinarsi sempre di più, e sempre più velocemente. Senza pensarci due volte molla tutta l’attrezzatura e scappa, finché non raggiunge di nuovo la luce del sole.

Tornerà alla grotta, scortato da tre uomini, solo alcuni giorni dopo. Sulla pellicola a lunga esposizione si era impressa una sola immagine.

Gli abitatori del buio.

 

 

Oren abbandonerà per sempre la sua passione per la speleologia, e non tornerà mai più nelle grotte. Laggiù ci sono segreti che è meglio restino sepolti.

Ma cosa sono in realtà gli strani essere fotografati da Oren?

Nulla, solo l’ennesimo fake.

 

Mistero risolto

La foto sopra gira spesso con un testo che racconta in maniera più semplice la storia che vi ho appena raccontato, accorpata nella Creepypasta Anomalie con altre immagini, come quella che descrive l’ultima fotografia di Charlie Noonan. Questa è l’immagine originale.

 

 

In effetti mostra abbastanza inequivocabilmente tre esseri che fissano l’obiettivo della macchina fotografica. Inquietante vero? Ma se schiariamo un po’ ecco che la bufala è servita.

 

 

Come potete vedere, il corpo del mostro più a destra è completamente staccato da terra all’altezza del torso. O si tratta di esseri che fluttuano nell’aria senza gambe oppure è falsa. Inoltre, essendo la foto stata scatta nel 1895 con una’esposizione lunga, c’è un’altra cosa da tenere in considerazione: per non avere sfocature, i tre simpatici ominidi dovrebbero essere rimasti impassibili ed immobili per ore. Decisamente, se sono davvero degli abitatori del buio, ci tengono particolarmente a venire bene nelle foto.

 

Un piccolo consiglio

Se volete vedere un bel film che tratta di storie simili, claustrofobiche e orrorifiche, vi consiglio The Descent – Discesa nelle tenebre del 2005 di Neil Marshall. Se non l’avete visto non avete scuse. Ne vale la pena.

 

 


Se anche voi avete trovato una foto misteriosa, un video incredibile o una storia impressionante fatecelo sapere contattandoci sul sito o sulle nostre pagine social!

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La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 1

NoEnd House 3 – Origin of Ending – Part 1 (La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 1) è il terzo capitolo della saga No End House, scritta da Brian Russell. Questa volta il protagonista è di nuovo David, scampato miracolosamente – non sa neanche lui come – alle grinfie della Casa, costretto a partecipare di nuovo al grottesco gioco per salvare la sua fidanzata, Maggie, ancora intrappolata all’interno dell’edificio.

Trovate il primo capitolo in italiano qui, ed il secondo qui, tradotti in esclusiva dalla Bottega del Mistero. Ringrazio nuovamente Francesca (sì, eri tu anche la prima volta), per la sue email di incoraggiamento. Grazie, grazie, grazie. 🙏

Buona lettura!

 

 


La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 1

 

David si scontrò con la sua auto, intontito. Le ultime erano per lui lattiginose. Immagini grottesche deturpavano la sua mente, ricordandogli lentamente l’inferno da cui era appena scappato. Cercò nella tasca il cellulare e chiamò il 911. Non c’era modo di spiegare nulla di quello che aveva vissuto, ma per qualche ragione la sua prima reazione fu di telefonare – forse i poliziotti sarebbero arrivati sul posto e avrebbero confermato che si trattava di un semplice edificio, niente di più. Si rasserenò e si avviò verso casa, pronto a continuare la sua vita normale con-

Fu allora che ricordò. Il fango sotto i suoi piedi schizzò via mentre David si girava verso la casa. Maggie. Maggie era lì. Mentre correva, aprì il cellulare, alla ricerca dei messaggi che – ne era certo – le aveva inviato. Niente. C’era qualche messaggio, da Maggie, per Maggie, ma erano tutti vuoti. David imprecò sottovoce nel raggiungere la porta. Girò la maniglia, invano. Bussò, invano. Si aggrappò con entrambi i pugni alla porta, gridando il nome di Maggie. Nessuna risposta. Le sue mani erano rosse e gli bruciavano, e David cadde sulle ginocchia, trascinandosi i palmi sulla porta mentre si accasciava a terra. Dopo qualche istante, si sentì come una fitta agli occhi. L’aveva abbandonata. La ragazza che amava, e che era giunta fin lì per salvarlo. Doveva trovarla. Doveva esserci un altro modo per entrare. David si alzò sulle ginocchia con rinnovato vigore, ed appena si mosse il cellulare vibrò. Era un messaggio, e alla vista del mittente si sentì rincuorato.

Era Peter Terry. Magari avrebbe potuto dargli una mano.

“Hey Dave. Tutto a posto? Non ci sentiamo da una vita.”

“Peter – diavolo – dove sei”

“Nella Casa. Ero entrato a cercarti. Te l’avevo detto di non provarci.”

“Ormai è fatta ma peter ho bisogno di rientrare dentro – sai mica come posso fare”

“Giraci intorno – c’è una quercia vicino la casa con una botola alla base. Entra da lì, è una porta di servizio.”

“cosa perché cazzo un posto del genere ha bisogno di un’entrata di servizio”

“Vai all’albero, amico. Cerco solo di darti una mano.”

David non aveva il tempo di chiedere altro. Superò la veranda verso l’altro lato della casa, saltando la ringhiera e finendo ingloriosamente a terra. L’albero non sembrava molto distante, o forse lo era – era così grande che era difficile percepire la profondità. Ed era lì anche prima? D’accordo, aveva avuto altre cazzate a cui pensare, e chi diavolo aveva avuto il tempo di stare a guardare gli alberi, ma questo – era enorme. Corse sul lato e la vide – una piccola porta di legno incastonata nel terreno, come uno di quegli antichi accessi alle cantine che finivano nelle fondamenta delle case. David si guardò attorno e dietro di sé, senza sapere il perché di quel gesto. Aveva una brutta sensazione. Lasciò perdere e guadagnò la maniglia. I cardini arrugginiti bramirono per protesta, ma dopo aver tirato più forte, la porta venne via, a rivelare l’oscurità sotto di sé. Prestando la massima attenzione, David venne lentamente inghiottito verso il basso.

Cavolo se era buio. Ma presto David venne colpito da un odore che fece passare l’oscurità in secondo piano. Era come dei capelli bruciati coperti di merda e muffa. Sputò a terra – gli pareva quasi di assaggiare quell’odore. David afferrò il cellulare ed impostò la luminosità dello schermo al massimo. Non era granché, ma almeno era in grado di vedere le pareti che lo circondavano. Cercando in quella fioca luce, David notò qualcosa di strano. Non era stato in molte grotte sotterranee, ad essere onesti, ma immaginava che sulle pareti ci fosse della sporcizia, del fango, qualcosa del genere, insomma. Non capiva di cosa si trattasse, non era niente di artificiale, o che potesse sembrare della sporcizia. La curiosità ebbe il sopravvento, e si allungò col cellulare a scrutare uno dei muri laterali. Si avvicinò di molto, col cellulare quasi a toccare la parete. I suoi occhi si spalancarono. No. Non può- Con l’altra mano, David sfiorò il muro. Era un po’ molle, ma solido. Si ricordò dell’odore, e comprese. Era carne. Le pareti di quel tunnel erano coperte da carne bruciata. David allontanò il telefono di qualche pollice e seguì la luce. Notò che in alcune zone la pelle sembrava cucita insieme da un qualche tipo di fil di ferro, come quelli elettrici. Una sezione gli fece rivoltare lo stomaco. Un volto. Un volto umano, distorto ed allungato, con gli occhi e la bocca cuciti. Il naso era stato rimosso, ed il foro che ne era seguito era stato suturato alla meno peggio. Forse fu l’odore, o la vista di quegli orrori, ma David non ce la face a sopportare oltre. Barcollando, si girò dall’altro lato e vomitò copiosamente sul terreno.

Per attraversare il tunnel sembravano volesserci secoli. Ma era più probabile che anche solo pochi minuti a David sembrassero ore. Doveva entrare nella Casa per salvare Maggie. Il resto non aveva importanza. Peter era suo amico, ma se era entrato anche lui, Maggie era senz’altro la prima a dover essere salvata. Peter poteva anche rimanere a marcire per sempre lì dentro, se necessario. Anche se, effettivamente, era stato lui a rivelargli di quel passaggio. La diatriba mentale di David cessò nel momento in cui qualcosa lo toccò da dietro. Si voltò immediatamente, solo per trovarsi faccia a faccia col niente. Confuso, David strinse più forte il cellulare ed affrontò le tenebre. Niente. Niente, solo un muro e nient’altro. Un muro che fino a due minuti non c’era, madido di carne rancida.

David urlò e si abbatté sulla parete, e ci fece caso. La stanza si stava rimpicciolendo. Più camminava e più si restringeva. Questa nuova convinzione colpì David in pieno come un treno. Era nel condotto di servizio, ma anche nella Casa. L’aveva preso. Non poteva tornare indietro, la casa lo spingeva ad entrare, e fu felice di averlo capito.

Soltanto poco prima, David si sarebbe fatto sopraffare molto più di quanto stesse facendo in quel momento. Lì, in quel condotto per l’inferno, David a malapena trasalì. Aveva visto di cosa era capace quel posto, ed aveva affrontato alcune delle torture psicologiche più brutali che si potessero immaginare. Era pronto a tutto – o almeno quasi a tutto. Riprese a camminare, e sentì nuovamente la parete dietro di sé sfiorarlo. Il macinare, gorgogliare della carne che si torceva su sé stessa lo fece stare male di nuovo, spingendolo ad accelerare nel passo. Pochi istanti dopo, udì qualcosa che lo costrinse a fermarsi. Una voce. Una ragazza – ma non era Maggie.

“Perché sei tornato indietro? PERCHÉ SEI TORNATO INDIETRO?”

David era pietrificato. La voce sembrava sibilare dappertutto.

“PERCHÉ SEI TORNATO INDIETRO? PERCHÉ?” Le urla si facevano più vicine, e David si accasciò alla parete dietro di sé. Fu allora che udì i passi sordi di qualcuno che gli correva incontro. E la vide. La ragazzina, non più che tredicenne, gli correva incontro gridando sempre la stessa domanda. David era troppo stordito per reagire razionalmente. La ragazzina lo raggiunse, e cominciò a colpirgli il petto coi pugni, prima con violenza, poi sempre più debolmente – come una bambina viziata che batte i pugni a terra quando non ha ottenuto quello che vuole.

“Perché David… Perché sei tornato indietro…?” La ragazzina si accasciò sulle ginocchia, colpendolo un ultima volta sulla gamba. David era impietrito, con le mani che tremavano debolmente. La paura lentamente svanì. Era chiaro che non era pericolosa, e non sembrava neanche un fantasma o qualcosa del genere.

“Ehi” chiese, “va tutto bene. Chi sei?” La bambina a quelle parole balzò in piedi. Lentamente sollevò la testa a fissare David. Il cuore gli sussultò nel petto quando rivelò il suo volto. Non aveva occhi. Niente. L’oscurità. E quando parlò nuovamente, poté guardare dentro la sua bocca. Nessuna lingua, né denti, solo un vuoto.

“Tu, sei venuto a salvarci… vero?”

 

 

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Processi bestiali

La metamorfosi di un essere umano in un animale è qualcosa che da sempre affascina e terrorizza. Osservare il proprio corpo trasformarsi in uno nuovo, arrendersi alle ossa che scricchiolano per ricomporsi in qualcosa che non ci appartiene, ascoltare le proprie urla di dolore vibrare fino a divenire un grido di sofferenza ferale. Ma poi avere il potere di un lupo, o di un leone, le capacità di caccia di un leopardo, o i sensi acutissimi di una tigre. Forse oggi guardiamo a queste storie e pensiamo che, per l’appunto, sono solo storie. Ma in un altro tempo (e ancora oggi in un altro luogo) queste rappresentano qualcosa di più. Ed oggi ve ne racconto una parte, che non ha niente a che fare con lupi mannari, uomini lontra o wendingo: i processi alle bestie criminali.

 

 

Se vi scrivessi di processi a poveri porcellini indifesi, certamente storcereste il naso, pensando chi vi stia prendendo in giro. Eppure nel medioevo è usanza affermata che al banco degli imputati, di fronte alla forca e ad una folla ansimante, vi sia un maiale. Non si tratta di processi farsa, ma vere e proprie cause giudiziarie. Almeno 34 maiali, nell’Europa medioevale, vengono legalmente mandati a morte con l’accusa di infanticidio, la cui pena viene regolarmente eseguita da boia professionisti, che nulla hanno da ridire di fronte alla muta vittima. Nel 1386, ad esempio, un tribunale francese manda a morte una scrofa, accusata di aver mutilato ed ucciso un bambino.

Sebbene possa sembrare grottesco un provvedimento del genere, bisogna pensare che la legge, così come le storie, sono figlie del loro tempo: in un’epoca dominata dalla paura e dall’inquisizione, è più semplice condannare un porcello per omicidio anziché dei genitori per incuria del proprio bambino, seguendo il precetto del capro espiatorio.

La funzione simbolica del processo e della esecuzione pubblica della pena, tra canti e balli popolari, comune ai processi per stregoneria, nei quali anche gli animali vengono accusati in quanto incarnazione oppure strumenti di Satana, testimonia di un ulteriore profilo di cui tenere conto, ovvero dell’incidenza del controllo dei tribunali ecclesiastici sulle questioni giudiziarie ordinarie. Anche perché, quando il verdetto non conseguiva l’esito agognato, e la condanna dello sciame di cavallette non impediva la distruzione del raccolto (forse a causa del fatto che le stesse non comprendevano il latino), il clero organizzava processioni per chiedere perdono a Dio (e si ammonivano i fedeli a pagare le decime). – Désirée Fondaroli, Le nuove frontiere della colpa d’autore: l’orso “problematico”

Le accuse, in realtà, sono quasi sempre fondate: si tratta per lo più di animali che, per natura o opportunità, hanno danneggiato gravemente qualcuno o qualcosa. Non solo maiali, ma anche locuste, topi, ratti, cani, lupi e persino mosche finiscono sotto il giogo della pubblica piazza: in Europa, tra l’824 ed il 1845, i processi bestiali sono 114. Un caso eclatante, che abbiamo già trattato, è quello del Gallo di Basilea, in cui un gallo che deponeva uova – il fenomeno è raro ma possibile – viene arso sul rogo per paura che dia vita ad una coccatrice, un mostro simile al basilisco.

 

 

Tra le vigne di Troyes, in Francia, nel 1516 viene processato un gruppo di insetti responsabile di aver rovinato il raccolto. Il giudice ascolta i due avvocati, quello della difesa – assegnato d’ufficio – e quello dell’accusa assoldato dai viticoltori, e sorprendentemente decide di dare una possibilità alle piccole creature: se entro una settimana se ne andranno, cadranno le accuse, altrimenti verranno scomunicate. Non sappiamo come si sia conclusa questa storia allo scadere del settimo giorno, poiché gli incartamenti giudiziari sono stati persi nel tempo. Sappiamo però come termina un analogo processo: delle termiti vengono accusate di aver scavato gallerie sotto un monastero, ed anche in questo caso la condanna dopo una settimana sarebbe stata la scomunica. Non si sa se per la paura di ritrovarsi all’inferno, ma pochi giorni dopo tutte le termiti lasciano il monastero, in ordinate file indiane.

 

 

Probabilmente il processo bestiale più inquietante è quello avvenuto nel 1730 circa, e ricordato come il Grande Massacro dei Gatti. Siamo in Francia, a Parigi, nei pressi di una tipografia. Il giovane operaio Nicolas Contat si lamenta con i suoi colleghi dei turni massacranti a cui li sottopone il loro datore di lavoro: il cibo fa schifo, il caldo è insopportabile e ad ogni ora del giorno e della notte si avvicendano i miagolii dei gatti del vicinato, innamorati di La Grise (La Grigia), la gatta della moglie del padrone. La stessa donna, più volte, gli fa notare bellamente che La Grise riceve un trattamento molto migliore del loro. Gli uomini covano vendetta, ed una notte decidono di agire: simulano il verso dei gatti e ne fanno accorrere il più possibile nei pressi della tipografia. I loro incessanti miagolii destano i padroni, che ordinano a Nicolas ed i suoi di scacciare i felini. Armati di tutto punto, i dipendenti riescono a catturare tutti i gatti, tranne uno. Anzi, sopratutto uno: La Grise. La Grise viene colpita sulla spina dorsale da una spranga di ferro, e viene brutalmente finita colpo dopo colpo. Nella tipografia viene allestito un processo, con tanto di avvocati, confessori e boia. I gatti vengono ritenuti colpevoli ed appesi alla forca, non prima di aver ricevuto l’estrema unzione. Solo a questo punto i padroni si accorgono della macabra scena: la donna quasi sviene, alla vista di un gatto grigio impiccato ad una trave, che teme possa essere La Grise. Ma i suoi uomini la rassicurano, non avrebbero mai fatto una cosa tanto crudele alla sua gatta adorata: si sono limitati a fracassarle le ossa, rivelano, e a gettarla in un tombino. E così, almeno dal loro punto di vista, giustizia è stata fatta.

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La tortura bianca

Di metodi di tortura, ripresi dall’antichità, ne abbiamo già parlato. Quella di oggi, invece, è una sottile tortura psicologica, che può durare anche anni, portando la vittima sull’orlo della pazzia: la tortura bianca.

La tortura bianca (شكنجه سفيد) è una sevizia tipica dell’Iran, applicata sopratutto a prigionieri politici. Si tratta di esporre il prigioniero ad una deprivazione sensoriale a larga scala, partendo da quella visiva: tutto ciò con cui si è in contatto è bianco. Ci si ritrova rinchiusi in una camera quadrata insonorizzata dipinta di bianco, senza finestre, con porte a scomparsa e luci in diversi punti per evitare di gettare ombre. Tutto è tristemente, asetticamente bianco. Le guardie sono invisibili, nascoste all’esterno della cella, ed utilizzano calzari imbottiti per non fare rumore. Lì fuori potrebbe anche esplodere un ordigno nucleare, e nessuno nella stanza se ne accorgerebbe. Col passare dei giorni si perde l’uso degli altri sensi: ogni cosa nella cella è liscia, desensibilizzando il tatto; si viene nutriti solo con riso in bianco, insapore, perdendo così il gusto e l’olfatto; come già scritto non si sente alcun rumore, affievolendo l’udito.

 

 

L’alienazione arriva dopo poche settimane, portando allucinazioni e follia: qualsiasi cosa pur di sfuggire quell’enorme, infinito candore.

Uno degli esempi più noti di vittima della tortura bianca è quello di Seyyed Ebrahim Nabavi, uno dei più importanti ed autorevoli giornalisti iraniani, seviziato nel Carcare di Evin (Iran) come prigioniero politico, e liberato nel 2004.

Da quando ho lasciato Evin non riesco più a dormire senza assumere sonniferi. È orribile. La solitudine non ti abbandona mai, anche una volta che vieni liberato. Tutte quelle porte che ti si chiudono dentro… Ecco perché la chiamano la tortura bianca. Ottengono quello che vogliono senza colpirti fisicamente. Conoscono abbastanza di te per manipolarti con quello che ti dicono: possono farti credere che il presidente è stato deposto, che hanno rapito tua moglie, che qualcuno di cui ti fidavi ha rivelato loro delle menzogne su di te. Comincia a rompersi qualcosa dentro. E quando ciò avviene, ti hanno in pugno. E allora confessi tutto. – Seyyed Ebrahim Nabavi in un’intervista del 2004 a Human Rights Watch

Altro caso famoso è quello di Amir Fakhravar, uno studente rapito a soli 17 anni dalla Guardia Rivoluzionaria Iraniana, che ha trovato il coraggio di raccontare la sua storia.

Non riuscivamo a scorgere alcun colore, tutto nella cella era bianco, il pavimento, i nostri vestiti e persino la luce accesa 24 ore al giorno era bianca. Ci nutrivano solo con riso in bianco. Non vedevamo alcun colore e non sentivamo alcuna voce. Fui imprigionato per otto mesi, finché non riuscii più a ricordare neanche i volti di mio padre e mia madre. – Amir Fakhravar

Si potrebbe pensare che la tortura bianca sia appannaggio di paesi mediorientali, che molti considerano arretrati decenni rispetto agli occidentali. In realtà casi del genere avvengono anche da noi, come ad esempio nella cattolicissima Irlanda del Nord, o nella “colonna della libertà”, gli Stati Uniti.

Un esempio simile alla tortura bianca fa da sfondo al numero 212 del maggio 2004 di Dylan Dog, Necropolis.

 

 

Se volete cercare di comprendere minimamente come ci si sente nella cella bianca, fate questo piccolo esperimento: tappatevi le orecchie con delle cuffie insonorizzate, sedetevi a terra ad un metro da una parete bianca e fissatela più che potete. Provate a parlare, se vi va, tanto non riuscireste a sentirvi. Fissate solo la parete. Finché non sprofonderete anche voi nell’abisso bianco che vi circonda.

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Puella Magi Madoka Magica

Cosa siamo disposti a perdere per veder realizzato il nostro più grande desiderio? La libertà, le amicizie, l’amore o anche la nostra stessa vita, valgono il prezzo di un miracolo?
Puella Magi Madoka Magica (魔法少女まどか☆マギカ) è un anime del 2011 prodotto da Shaft e Aniplex, magistralmente scritto dal Magica Quartet (pseudonimo di Akiyuki Shinbō, Gen Urobuchi, Ume Aoki e lo studio Shaft) e diretto da Akiyuki Shinbō. Mahō shōjo Madoka Magika racconta la storia di cinque ragazze che, per vedere realizzati i loro più grandi desideri, accettano di stipulare un contratto con una strana creatura di nome Kyubey, che le spingerà a divenire delle maghe guerriere in lotta contro le grottesche streghe che infestano segretamente il nostro mondo. Le streghe vivono solo per portare disperazione e morte tra gli umani: è compito delle maghe fermarle, con qualsiasi mezzo, finchè la pace non prevarrà.
Detta così la storia sembra essere il classico cliché anime che tante (troppe) volte abbiamo visto passare in televisione. Il tipico gruppetto di ragazzine con poteri magici che combatte il male, trasformazioni in cui le avventi fanciulle svolazzano seminude in un caleidoscopio di colori, personaggi stereotipati e nemici sempre più forti ma mai abbastanza per sconfiggere la giustizia (state pensando a Sailor Moon, dite la verità).
Scordatevi tutto quello che ho appena scritto: Puella Magi Madoka Magica è un capolavoro, sotto tutti i punti di vista.

 


Grafica curata fin nei minimi particolari che sembra uscita dalla mente malata di un artista maledetto, una storia che si vive sulla propria pelle, personaggi che si evolvono con il racconto, e che si dimostrano reali sia nelle azioni che nel pensiero: Puella Magi si dimostra una pietra miliare dell’animazione made in Japan, e lo fa in solo dodici episodi.
Le prime due puntate scorrono via senza pensieri, e ci sembra di essere – quanto ci sbagliamo! – di fronte alla solita storia zuccherosa fatta di magia e tanta bontà. Ma è solo un pretesto per prenderci alla sprovvista: dalla terza in poi, sprofondiamo in una spirale di emozioni al cardiopalma, affrontando temi come la sofferenza ed il senso del sacrificio, annegando nell’oceano di colori sgargianti e penombre scure, accompagnati dal senso di morte opprimente che trasuda ad ogni scontro. Puella Magi Madoka Magica, in questo senso, è un vero pugno nello stomaco, che ci lascia senza parole.

Se ci ripenso, in quel momento io non avevo ancora ben capito il significato di un miracolo, e il prezzo da pagare. – Sayaka

Come ci lascerà senza parole il racconto, poetico e grottesco allo stesso tempo, lasciandoci a fissare lo schermo attoniti di fronte ai continui ed inaspettati colpi di scena, che comprendono anche fantastiche rivisitazioni dei paradossi temporali che ricorderanno, nelle parti finali, complessità paragonabili solo al celeberrimo videogame Bioshock Infinite. Per comprendere appieno il tutto sono stati sviluppati tre film: i primi due rappresentano in pratica il copia-incolla degli episodi della serie regolare, mentre il terzo, Puella Magi Madoka Magica – Parte 3 – La storia della ribellione, conclude nel migliore dei modi una delle trame più belle ed affascinanti di sempre.

 

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#CharlieCharlieChallenge – Sedute spiritiche social

Bastano un foglio di carte e due matite. Si divide il foglio in quattro quadranti più o meno uguali ed in ognuno si scrive una delle risposte possibili alla nostra domanda. Si posano le matite una sull’altra a croce e si chiede, imperiosi,

Charlie, Charlie! Ci sei?

A questo punto lo spirito vi darà la risposta che tanto bramate. Il tutto poi va ovviamente postato sui social (Vine, Twitter, o YouTube che si voglia).

Le origini del rito sembrano affondare nel profondo ed esotico Messico, in una versione chiamata Juego de la Lapicera (il gioco della penna), dove a dare la criptica risposta sarà un inquietante demone del folklore chiamato Charlie (e non Carlito come ci si aspetterebbe). Il Charlie Charlie Challenge, nonostante gli scettici siano molti, desta l’attenzione anche delle autorità ecclesiastiche, che mettono in guardia dai rischi del disturbare imprudentemente i morti. Esemplare è il caso di Padre Stephen Mccarthy, e della sua lettera aperta ai parrocchiani: non è mai una buona idea invitare un ghoul messicano a casa propria.

C’è un gioco pericoloso che si diffonde sui social che incoraggia apertamente i ragazzi impressionabili ad invocare i demoni. Voglio ricordare a tutti voi che non c’è niente di buono nel “giocare innocentemente coi demoni”. Vi prego NON partecipate e non incoraggiate altri a partecipare. Il problema dell’aprire sé stessi alle attività demoniache è che si apre una finestra di possibilità che non è affatto facile chiudere. – Padre Stephen Mccarthy, prete della Saints John Neumann and Maria Goretti Catholic High School di Philadelphia, USA

Sono in molti a credere, nonostante il Charlie Charlie Challenge sembri più che altro una moda passeggera creata da adolescenti svogliati, che il rito sia perfettamente in grado di metterci in contatto con gli spiriti dell’aldilà. Su internet gli utenti che giurano di aver visto Charlie sono a centinaia.

Ho sentito una presenza difficile da definire, ed una sensazione di bruciore alla mano, sulla schiena e alla caviglia. Ci sentivamo come avvolti dal male e qualcosa ci osservava. – Zodyy Lanae

 

L’ho allestito con alcuni miei amici a scuola, ma non ha funzionato, così ci ho riprovato a casa. Quella notte mi sono svegliata intorno alle 3:00 per andare in bagno. Ho guardato verso la camera dei miei genitori e ho visto un gigantesco ragno nero. Mi sono spaventata e ho chiuso la porta affinché non entrasse in camera mia. Mi sono girata ed era lì. Una figura nera era in piedi di fronte la mia porta. Non riuscivo a muovermi, ero come pietrificata. Ho provato ad urlare, ma nessun suono mi è uscito dalla gola. Dopo un po’ si è messo ed ha attraversato il mio letto. Sono corsa nella stanza di mia sorella ed ho cominciato a piangere a dirotto. Il resto della notte è stata come se qualcuno mi fissasse tutto il tempo, era una sensazione orribile. – Scarlett

 

La mia televisione si è accesa da sola e si vedevano solo le scariche statiche con uno strano fruscio, sembravano parole, non riuscivo a capire bene. Si è spenta all’improvviso con un sibilo e non sono riuscita a riaccenderla per più di mezz’ora. Strano. Ho provato ad accendere la PlayStation, ed ho sentito la voce di un ragazzino che mi diceva “perché non mi aiuti” e “salvali adesso”. C’erano altre voci di bambini che cantilenavano “aiutaci” tutti insieme. Era agghiacciante, e strano. – Arianna Lynn

Che sia solo un gioco per adolescenti annoiati, o un vero portale per un altro mondo, valutatelo voi. Molto attentamente.


Parteciperai ad una seduta di Charlie Charlie Challenge?

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D&R: Perché le donne vanno sempre in bagno in due?

La nostra rubrica Domande & Risposte raccoglie sempre un gran numero di consensi, sia che si tratti di domande che potrebbero essere tranquillamente poste da un ubriacone (se una mucca non scorreggiasse per un anno, riuscirebbe ad andare nello spazio con un mega peto) o di contro da uno scienziato (quanto pesa la Terra).

Quella di oggi è la classica domanda che assilla sopratutto l’universo maschile, e trova due spiegazioni, collegate da un antico e recondito destino comune: un bisogno di sicurezza, sia psicologico che fisico.

Nella preistoria l’uomo passava la maggior parte del giorno a cacciare, mentre la donna si occupava, diciamo così, della “casa”. Come potete immaginare, se da una parte c’erano dolci e teneri cerbiatti da cacciare, dall’altra tigri dai denti a sciabola e mammut rischiavano di essere un serio problema: spesso, infatti, molti carnivori ed altri animali pericolosi si avvicinavano alle grotte abitate dagli esseri umani, e le donne lasciate sole diventavano così la portata principale. Nel tempo, le donne hanno cominciato ad allontanarsi dalle grotte in gruppo per espletare i propri bisogni fisiologici, permettendo così ad una di orinare in santa pace, mentre le altre controllavano la zona alla ricerca di possibili pericoli. Questo bisogno ancestrale di protezione è poi giunto fino a noi, modificandosi con la società di oggi.

 

 

Spesso le toilette dei negozi, come bar e ristoranti, sono in condizioni igieniche scarse, ed in alcuni casi sono uniche per entrambi i sessi. Ora, se vi intendete un minimo di fisiologia, capirete che per un uomo è molto più semplice orinare, poiché viene meno il contatto con i servizi igienici, mentre per una donna questo è più complicato. L’amica che aspetta fuori dal bagno può aiutare l’altra passandole dei fazzoletti quando manca la carta igienica, controllare la porta (che non sempre si chiude a chiave) evitando di infastidirla e risparmiarle la sensazione di disagio che colpisce molte persone sentendo voci estranee fuori dalla toilette mentre ci si trova in una condizione di estrema vulnerabilità.

 

Domanda inviata da Antonio G.


Hai anche tu una domanda a cui non sai dare risposta? Inviacela e potresti vederla pubblicata sul sito!

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Le terribili leggende metropolitane che si tramandano i bambini

I bambini, come abbiamo più volte avuto modo di leggere, possono essere più inquietanti degli adulti: dietro il candore di un viso roseo dalle guanciotte cicciotte si nasconde un perfido mostro. Bisogna capirli, poverini, è una semplice reazione a ciò che li circonda: i teneri pargoletti guardano il mondo con occhi ingenui, ma non per questo gli fa meno paura. Anzi.

Agata Matteucci è una fumettista bolognese che ha avviato un curioso progetto, Le terribili leggende metropolitane che si tramandano i bambini, che narra con ironia ed intelligenza dei luoghi comuni, degli aneddoti e delle dicerie che genitori un po’ troppo confusi tramandano come legge divina scesa in terra ai lori figli. E così viviamo nel terrore di farci un bagno al mare dopo un bel panino col prosciutto, o di ingoiare una gomma da masticare con l’ansia di passare a miglior vita.

 

 

I disegni di Matteucci raccontano la storia di tutti noi, che forse non abbiamo più paura del buio, ma che visceralmente continuiamo ogni notte a tenere sempre i piedi sotto le coperte, così che nessun mostro possa farci del male.

I bimbi hanno un universo parallelo contrapposto a quello degli adulti, molto elaborato e fatto di fantasie, di regole e di realtà più o meno distorte. Molte delle verità indiscusse che apprendiamo da bambini – imparate di solito da un compagno di scuola a cui l’ha detto “suo cugino” – si sedimentano nella nostra memoria provocando a volte dei veri e propri traumi, dei segreti tabù che ci trasciniamo fino all’età adulta, alimentando le nostre insicurezze e nevrosi personali. – Agata Matteucci

Potete seguire l’evolversi del progetto su Tumblr e Facebook.

 

Grazie ad Agata M. (l’autrice delle vignette 😀 ) per la segnalazione.

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Candle Cove

Candle Cove è il nome di una creepypasta che narra di un omonimo show televisivo per bambini, andato in onda su un canale statunitense negli anni ’70.

Pubblicato per la prima volta il 15 marzo 2009 dal cartoonista Kris Straub, il 5 giugno 2009 la storia sbarca su Creepypasta.com, ricevendo una valutazione di 9,2/10 e centinaia di commenti, ed in seguito su 4chan e Reddit. Il racconto sembra tratto da uno show televisivo realmente andato in onda a Ironton, Ohio, USA, dal titolo Pirate Place, ispirato al libro del 1767 The Nickerbocker’s Tale di autore anonimo, probabilmente Collin Caulkry. La storia è narrata come una lunga chat a cui partecipano numerosi utenti che cercano di ricostruire, attraverso i ricordi dell’infanzia, le avventure della piccola Janice e della sua banda di amici immaginari che popolano Candle Cove. Con lo scorrere dei messaggi, la verità dietro il macabro show viene infine alla luce, rivelando quello che si nasconde dietro i ghignanti e grotteschi sorrisi dei protagonisti.

Buona lettura.

 

 

Candle Cove

NetNostalgia Forum – Televisioni (locali)

Skyshale033
Subject: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
Ragazzi, qualcuno si ricorda questo show per bambini? Si chiamava Candle Cove e quando andava in onda avevo all’incirca 6 o 7 anni. Non ho trovato alcuna notizia in giro, così sono giunto alla conclusione che doveva essere andato in onda su un canale locale intorno al 1971 o al 1972. Al tempo vivevo ad Ironton. Non mi ricordo su quale canale veniva trasmesso, però ricordo che andava in onda in un orario inconsueto, tipo le 16:00.

 

mike_painter65
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
mi sembra familiare…..sono cresciuto fuori ashland, e nel ’72 avevo 9 anni. candle cove…ma per caso parlava di pirati? mi ricordo il pupazzo di un pirata all’entrata di una caverna che parlava con una bambina

 

Skyshale033
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
SÌ! Bene, allora non sono pazzo! Mi ricordo di Percy il Pirata. Ne ero in qualche modo terrorizzato. Sembrava essere fatto di pezzi presi da altri pupazzi, una roba a basso budget. La testa era quella di una vecchia bambola di porcellana, che non c’entrava niente col resto del corpo. Non mi ricordo su che canale lo trasmettevano! Comunque non penso che andasse in onda su WTSF.

 

Jaren_2005
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
Mi spiace riaprire questa vecchia discussione ma mi ricordo perfettamente dello show di cui parli, Skyshale. Mi sembra che Candle Cove sia andato in onda giusto per un paio di mesi nel ’71, non nel ’72. Avevo 12 anni e l’ho visto qualche volta con mio fratello. Veniva trasmesso sul 58, qualunque canale fosse. Mia madre mi lasciava cambiare canale subito dopo il telegiornale. Vediamo quello che mi riesco a ricordare.

La storia era ambientata a Candle Cove, e parlava di una bambina che immaginava di essere amica con dei pirati. La nave pirata si chiamava Cepporidente, e Percy il Pirata non era poi un gran corsaro perché si spaventava per un nonnulla. Ricordo che c’era sempre la tipica musica pirata. Non mi ricordo il nome della bambina. Era Janice o Jade o qualcosa del genere. Mi pare che fosse Janice.

 

Skyshale033
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
Sei grande Jaren!!! Mi sono ricordato tutto quando hai menzionato la Cepporidente ed il canale 58. Mi ricordo che la polena della nave era una grossa faccia di legno sorridente, con la mascella sotto il pelo dell’acqua. Sembrava quasi ingoiare il mare e aveva quella terribile voce sibilante alla Ed Wynn anche quando rideva. Ricordo sopratutto quant’era fastidioso quando cambiava dal modello di legno e plastica, alla versione pupazzo con la testa che parlava.

 

mike_painter65
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
ha ha lo ricordo anch’io adesso. 😉 skyshale ti ricordi questa parte: “devi..entrare…LÌ DENTRO.”

 

Skyshale033
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
Cavolo mike, mi hai fatto rabbrividire leggendo il tuo post. Lo ricordo benissimo. Era la frase che la nave diceva sempre a Percy quando c’era un posto pauroso in cui entrare, tipo una grotta oppure una stanza buia dove di solito si trovava il tesoro. E la ripresa si avvicinava alla faccia di Cepporidente tra una parola e l’altra. DEVI… ENTRARE… LÌ DENTRO. Con entrambi gli occhi di traverso, la schiuma alla bocca e il filo da pesca che la faceva aprire e chiudere. Cavolo. Era proprio fatto male e scadente.

Ragazzi, vi ricordate il cattivo? La sua faccia era fatta solo da dei baffi sopra una fila di denti lunghi e stretti.

 

kevin_hart
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
ve lo giuro, davvero ho sempre pensato che il cattivo fosse Percy il Pirata. avevo all’incirca 5 anni quando mandavano in onda questa trasmissione. benzina per gli incubi.

 

Jaren_2005
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
No, il pupazzo coi baffi non era mica il cattivo. Era Horace l’Orribile, il braccio destro del vero cattivo. Aveva anche un monocolo, in cima ai baffi. Ho sempre pensato che voleva significare che aveva un occhio solo.

Ad ogni modo, il cattivo era un’altra marionetta. Lo Strappa-Pelle. Non riesco a credere che ci lasciassero guardare una cosa simile, a quei tempi.

 

kevin_hart
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
cazzo, lo strappa pelle. che cavolo di programma guardavamo, da bambini? proprio non riuscivo a guardare lo schermo, quando saltava fuori lo strappa pelle. scendeva giù all’improvviso dal nulla legato ai suoi fili, uno sporco scheletro che indossava un cappello ed una tunica marroni. ed i suoi occhi vitrei erano troppo grossi rispetto al teschio. porca puttana.

 

Skyshale033
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
Sbaglio o tunica e cappello sembravano cuciti a caso? Cosa doveva essere quella, pelle di bambino??

 

mike_painter65
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
mi sa proprio di sì. mi ricordo che la sua bocca non è che si apriva e chiudeva, la sua mascella slittava solo a destra e a manca. mi ricordo che la bambina che chiedeva “come mai la tua bocca si muove in quel modo” e lo strappa-pelle non guardava la ragazzina ma la telecamera e diceva “PER MACINARTI LA PELLE”

 

Skyshale033
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
Mi sento sollevato a sapere che altre persone si ricordano di questa terribile trasmissione!

Ho un ricordo bruttissimo di quand’ero piccolo, un incubo in cui sentivo terminare la sigla iniziale del programma, che dopo una dissolvenza in nero riprendeva, e tutti i personaggi erano lì, ma la ripresa tagliava direttamente su ognuna delle loro facce e loro non facevano altro che urlare, i pupazzi si muovevano come colti da epilessia e continuavano ad urlare ed urlare. C’era anche la bambina, che piangeva e si lamentava come se avesse assistito alla scena per ore. Mi sono svegliato più volte a causa di quell’incubo. Ricordo che spesso bagnavo il letto.

 

kevin_hart
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
non penso che fosse un sogno. me lo ricordo. ricordo bene che quello era un episodio.

 

Skyshale033
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
No no no, non è possibile. Non c’erano una storia o roba del genere, intendo che se ne stavano là a piangere ed urlare per tutto lo show.

 

kevin_hart
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
forse la memoria mi gioca brutti scherzi dopo aver letto il tuo post, ma giuro che mi ricordo d’aver visto tutto ciò che hai descritto. urlavano e basta.

 

Jaren_2005
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
Cavolo. Sì. La bambina, Janice, ricordo di averla vista tremare. E lo Strappa-Pelle urlava digrignando i denti, la sua mascella strideva così velocemente che pensavo si sarebbe rotta da un momento all’altro. Ho spento subito il televisore ed è stata l’ultima volta che l’ho guardato. Sono corsa a dire tutto a mio fratello e non abbiamo avuto il coraggio di riaccendere la tv.

 

mike_painter65
Subject: Re: Show su tv locale per bambini Candle Cove?
oggi sono andato a trovare mia madre in ospedale. le ho chiesto di quando ero piccolo nei lontani anni ’70, quando avevo 8 o 9 anni e se si ricordava di uno show per bambini, candle cove. mi ha detto che era sorpresa che mi ricordassi ancora quel programma così le ho chiesto il perché, così mi ha risposto “perché ho sempre pensato fosse strano quando mi dicevi ‘mamma vado a guardare candle cove’ e subito accendevi il televisore su un canale che trasmetteva solo scariche statiche e restavi a fissarle per 30 minuti. avevi una grossa immaginazione col tuo piccolo spettacolo sui pirati.”

 

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