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Gli straordinari sassi di Hirotoshi Ito

Hirotoshi Ito

Un vecchio detto recita: “Non puoi cavare sangue da una pietra“. Ed in effetti come si potrebbe estrarre qualcosa di vivo, caldo, pulsante da un oggetto morto come un sasso? Eppure l’artista Hirotoshi Ito c’è andato molto vicino.

Questo bizzarro giapponese, classe 1982, ha un’abilità innata nella manipolazione della pietra. Negli anni ha sviluppato una tecnica molto particolare, che gli consente di trasformare un semplice sasso in un essere vivente, o in una borsa, oppure ancora in un mazzo di carte. Il suo obiettivo è ribaltare l’idea stessa di pesantezza ed immobilità che contraddistingue la pietra, rendendola soffice, eterea.

Utilizzo vari tipi di pietre e la maggior parte del mio lavoro consiste nel migliorare la forma originale di ciascuna di esse. Le raccolgo dal letto del fiume che si trova nel mio quartiere e, anche se la loro immagine è di durezza, cerco di esprimervi calore, morbidezza ed umorismo. – Hirotoshi Ito

Ito lavora nel suo studio della città di Matsumoto, nella provincia giapponese di Nagano. Quasi ogni giorno è intento con mano febbrile a scalfire la superficie di una pietra nell’intento di rivelarne un cuore pulsante che, di fatto, non esiste. E allora vi inserisce occhi, frutta secca, monete, per renderla più viva, più familiare. Come se un sasso che ci sorride con un ghigno malefico sia la cosa più naturale di questo mondo.

Eccovi una piccola carrellata dei suoi lavori.

 

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5 giochi Android che vi toglieranno il sonno

tFabiOlaD mi ha chiesto via email un consiglio su quale giochi, rigorosamente horror, scaricare sul cellulare. Da giocare di notte a luce spenta, eccovi 5 giochi Android che vi toglieranno il sonno consigliati dalla Bottega del Mistero.

 

The Abandoned School

Sviluppato da Jin Kyu Chung e pubblicato da Voolean, in The Abandoned School si vestono i panni di un ragazzo che entra in una scuola superiore giapponese abbandonata deciso a risolvere l’inquietante mistero che vi si cela dietro. The Abandoned School è tecnicamente il classico gioco punta e clicca. Quello che lo distingue dagli altri è la trama in puro stile J-Horror, che punta a terrorizzare non tanto con quello che c’è (urla improvvise, apparizioni spettrali), ma con quello che non c’è. Graficamente curato, con una colonna sonora azzeccata, innova il genere con alcune trovate interessanti, come quella di scuotere il cellulare per far cadere alcuni oggetti dalle pareti, come se ci fosse stato un terremoto.

 

 

Murder Room

Continuando il trend iniziato con Ellie – Help me out… please, il gruppo di sviluppo Ateam confeziona un altro titolo davvero interessante, Murder Room, in cui ci risveglieremo, come nei cliché di molti horror, in una stanza chiusa a chiave. Il problema è che non siamo soli: qualche metro più in là un inquietante tizio con il volto coperto da una maschera di maiale sta armeggiando con una motosega sul gracile corpo della piccola Melanie. Sarà nostro compito riuscire a salvare entrambi da una fine ingloriosa. Enigmi ben congeniati ed un gameplay semplice sono il punto di forza di questo gioco, pur nella sua breve longevità.

 

 

Five Nights at Freddy’s

Five Nights at Freddy’s ed i suoi seguiti rappresentano una pietra miliare del panorama horror indie. La serie, sviluppata da Scott Cawthon, racconta le notti di un guardiano della pizzeria di Freddy. In effetti c’è da chiedersi a che diavolo serve un guardiano notturno in una pizzeria, il cui proprietario tra l’altro deve avere nettamente un pessimo gusto. Tutto il locale è addobbato con dei grotteschi animatroni che hanno il fastidioso bug di volerci fare la pelle. Letteralmente. Sarà nostro compito riuscire a sopravvivere per cinque notti di seguito, chiudendo porte, scrutando attraverso l’occhio delle telecamere e gestendo le risorse energetiche al meglio.

 

 

Dead Space

Tra i vari giochi Android presentati in questo articolo questo è probabilmente il più promettente. Spinoff della serie per PC e console di Visceral GamesDead Space rappresenta una gradevole sorpresa nel panorama horror per dispositivi mobili, sopratutto perché non si limita a sfruttare l’eco generato – meritatamente – dal marchio di Electronics Arts, bensì si rivela un prodotto solido e confezionato ad arte. Nella storia, che si snoda tra il primo ed il secondo titolo di Dead Space, impersoneremo l’ingegnere Vandal alle prese con inquietanti apparizioni tra le miniere del pianeta Titan. Gameplay fedele all’originale, una longevità di più di 4 ore e qualche trucchetto ben inserito nel contesto fanno di Dead Space un ottimo titolo, sicuramente da provare. Qui, però, c’è la nota dolente: il gioco non è più presente sul Google Play Store, ma cercando su internet è facilmente recuperabile ed installabile sul vostro dispositivo Android.

 

 

Dark Fear

Dark Fear della Arif Games è un titolo vecchio stile, connubio tra i giochi di ruolo e le avventure punta e clicca, similmente con quanto accadeva con pezzi storici come Elvira: Mistress of the Dark e rappresenta, a mio parere, uno dei migliori giochi Android horror.  Il nostro eroe si risveglia in una capanna nel bel mezzo del nulla, senza ricordo alcuno. Scopriremo ben presto che il mondo che ci circonda è popolato da oscure presenze, animali feroci e streghe malvagie. Sarà nostro compito riportare la pace e, sopratutto, a casa la pelle. Il gameplay è ben bilanciato tra azione e strategia, la trama è interessante, con qualche colpo di scena ed animazione ben azzeccata. Dark Fear è davvero un gran bel gioco horror, che regala anche qualche piccolo salto dalla sedia.

 

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3 film horror trash made in Japan da vedere prima di morire [STREAMING]

Le storie di fantasmi, che in Occidente fanno spesso da contorno a case diroccate, castelli in rovina e vendette del serial killer di turno, rappresentano per il Paese del Sol Levante un pilastro portante della cultura nazionale. La figura stessa dello spettro è ben diversa dalla nostra, trasposta al cinema in un genere sviluppatosi negli ultimi decenni, il J-Horror, fatta di rumori appena percettibili, giochi di luce, sussurri e, sopratutto, storie da raccontare. I film dell’orrore giapponesi fanno esattamente questo, raccontano storie, eviscerando più la psiche dei personaggi coinvolti che le apparizioni paranormali in sé per sé. Gioielli come RingThe GrudgeJu-onDark Water (vi dice niente la storia di Elisa Lam?) rappresentano l’apice di un genere di nicchia condiviso col grande pubblico solo da pochi anni. Ma se da un lato abbiamo film iconici del genere, dall’altro ci sono zombie generati da un gabinetto maledettoparassiti sessualimorti viventi assetati di sesso. Ecco a voi 3 film horror trash made in Japan da vedere prima di morire in streaming in italiano!

 

Zombie Ass: Toilet of the Dead

Comiciamo la nostra lista con Zombie Ass: Toilet of the Dead (ゾンビアス, Zonbiasu), film horror del 2011 diretto da Noboru Iguchi, in cui troverete zombie, scoregge e tanta, tanta cacca. 💩

Trama

Devastata dal suicidio della sorella vittima di bullismo, la giovane karateka Megumi è in viaggio con i suoi quattro scalmanati amici, la secchiona Aya, il di lei fidanzato tossico Také, la modella Maki ed il nerd Naoi, per una scampagnata nel bosco. Fissata con l’aspetto fisico e alla ricerca della dieta definitiva, Maki ingoia un verme parassita scoperto per caso all’interno di un pesce, convinta così che il nuovo ospite l’aiuterà a perdere peso. L’idea è palesemente stupida, ma da un film che ha per sfondo zombie e latrine che vi aspettate? 😂 Le cose comunque cominciano a precipitare quando il verme le provoca profonde fitte allo stomaco: Maki fugge in un bagno improvvisato, dove scopre che il parassita in poche ore ha già deposto centinaia di uova, che la ragazza espelle in un vulcanico attacco di diarrea. Le uova però risvegliano un gruppo di famelici zombie coperti di feci pronti a fare banchetto della sprovveduta comitiva. Riusciranno l’intervento provvidenziale del Dr. Tanaka e le abilità di Megumi a salvare i ragazzi da una fine impietosa?

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Dead Sushi

Dead Sushi (デッド寿司, Deddo sushi) è un altro film horror giapponese diretto da Noboru Iguchi nel 2012, in cui i nostri eroi dovranno vedersela contro un’orda di sushi assassini.

 

 

Trama

La ragazza prodigio nelle arti marziali Keiko, figlia di un leggendario chef di sushi, fugge di casa quando il suo regime di kung-fu diviene insostenibile. Vagabondando per il Giappone, trova asilo e lavoro in una locanda termale che si trova nel bel mezzo del nulla. Qui viene ridicolizzata sia dal folle personale dello stabilimento che dagli ospiti, dirigenti di un’importante industria farmaceutica in vacanza. Nonostante le angherie subite Keiko persevera nelle sue mansioni, finché un ex ricercatore della ditta farmaceutica non libera un devastante virus nel cibo che trasforma il sushi in mostri assetati di sangue.

 

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Sexual Parasite: Killer Pussy

Sexual Parasite: Killer Pussy (寄生蟲 キラープッシー, Kiseichū: kirā pusshī) è un film del 2004 diretto da Takao Nakano, in cui avremo a che fare, come da titolo, con un mostro parassita che si è comodamente insidiato tra le “grazie” di una donna. Il che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che in Giappone della sessualità hanno ancora un’idea un po’ confusa.

 

 

Trama

Durante un viaggio di studio in Amazzonia, una scienziata viene attaccata da un pesce che ospita uno strano parassita, che si insinua nella vagina della donna. Un anno dopo, in Giappone, un gruppo di ragazzi, due femmine e tre maschi, si ritrova per caso in uno sperduto casale nel bosco, e scongela il corpo della scienziata, dando il via ad un mortale contagio che si trasmette per via sessuale. In mezzo alle gambe delle ragazze si generano così orribili mostri dentati, alla ricerca di bei maschioni da evirare.

 

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Sono solo film stupidi, ignoranti e coattissimi? Forse. Ma la grandezza di certe opere sta proprio nel pressapochismo della trama, dei personaggi, e tutto ciò che c’è di contorno.

Non siete d’accordo? Allora ringraziate che non vi ho parlato della vagina lanciafiamme di Big Tits Zombie

 

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Franken Fran

C’è un castello in stile gotico abbarbicato tra le montagne giapponesi. Qui vive Fran, il più grande chirurgo di tutti i tempi. Avete perso un braccio? Fran ve lo riattacca. Volete cambiare sesso? Fran può aiutarvi. Volete trasformarvi in un bruco lungo oltre due metri? Allora Fran fa al caso vostro.

 

 

Franken Fran (フランケン・ふらん) è un manga horror di Katsuhisa Kigitsu. Sviluppato tra il 2006 ed il 2012, e raccolto in 8 tankōbon, Franken Fran è una sorta di antologia di storie, legate da un filo comune. Il protagonista è Fran Madaraki, opera del professor Naomitsu Madaraki, chirurgo di fama mondiale che ha fatto della manipolazione delle carni la sua ragione di vita. Fran assomiglia ad una ragazzina, se non fosse per le enormi cicatrici che le ricoprono il corpo, a mo’ del caro vecchio Frankenstein, e per i due vistosi bulloni alle tempie, che ne tradiscono l’origine non del tutto naturale. La fanciulla ha preso il posto del dottor Madaraki, in giro per il mondo già da qualche anno, e si prodiga amabilmente ad aiutare chiunque possa permettersene la parcella. Alla sua porta bussano personaggi di ogni genere, da chi in fin di vita viene trasferito nel corpo di un immenso e viscido bruco, a chi ha sviluppato un neonato nella scatola cranica.

 

 

Il problema è che Fran conosce poco o niente del mondo al di fuori del maniero. Circondata dai suoi mostri, aberrazioni create artificialmente in laboratorio – basti pensare che il suo miglior amico è un gatto con la testa di un ragazzo staccabile e reimpiantatile a piacimento – la ragazza cresce con l’ingenuità tipica di chi non si è fatto le ossa in mezzo alla strada: molte delle sue operazioni si concludono con un successo sotto il profilo medico scientifico, ma con un completo fallimento dal lato umano. Così rancore, invidia, odio e amore diventano concetti eterei, spesso lasciati in secondo piano di fronte alla risoluzione di un problema.

Kigitsu crea un mondo grottesco e lucido, dove non vi è mai una netta distinzione tra il bene ed il male, lasciando questa riflessione al lettore. In definitiva, Franken Fran è un manga non per tutti, sia per le immagini cruente di manipolazione organica, sia perché spesso alla base degli esperimenti della ragazza ci sono solide – anche se un po’ forzate – basi scientifiche, che potrebbero essere di difficile comprensione. Ma fidatevi, ne vale la pena.

 

 

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Another

Da 15 anni la classe 3-3 della Yomiyama Nord è maledetta. Ogni anno tra i banchi si avvicendano gli studenti, con il loro carico di ansie e paure adolescenziali. Ma più di tutto, a gettare terrore nei cuori, è che uno di loro, in realtà, è morto. Solo che nessuno sa chi sia. Benvenuti in Another.

Another è una light novel horror giapponese ideata da Yukito Ayatsuji nel 2009, ed in seguito sviluppata come manga e anime. La storia narra della classe 3-3 della Yomiyama Nord, e della maledizione che incombe sui suoi alunni. La storia è realmente angosciante. Ogni personaggio sembra avere qualcosa da nascondere, ed il giro di vite immaginato da Ayatsuji si sviluppa in una serie di misteri e rivelazioni per nulla scontate, in cui fino all’ultimo non saremo in grado di capire chi è il responsabile della malasorte che colpisce gli studenti della 3-3. Se state cercando un ottimo manga o anime horror Another è certamente quello che fa per voi.

 

 

Trama

Nel 1972 Misaki, studentessa popolare sia tra i compagni che tra gli insegnanti della scuola media di Yomiyama, muore improvvisamente a causa di un incidente. Distrutti dal dolore, gli amici non ne accettano la dipartita, e decidono all’unisono, inconsciamente, di concludere l’anno scolastico come se nulla fosse mai accaduto. I professori assecondano la grottesca situazione, per permettere agli studenti di elaborare il lutto con calma ma, forse, anche perché neanche loro si capacitano della morte di una ragazza così solare e piena di vita. Così il banco di Misaki resta al suo posto, il suo nome non viene annullato sui registri, e tutti vivono in questa sorta di limbo ovattato. Alla cerimonia dei diplomi la situazione non è cambiata, ma ognuno, in cuor suo, è sollevato che finalmente l’anno scolastico sia finito. Viene riservato un posto anche a Misaki, le viene virtualmente dato l’attestato e finalmente, traendo un sospiro di sollievo, con un sorriso un po’ forzato, la classe 3-3 del ’72 conclude la sua storia con una bella foto di gruppo.

In cui compare anche Misaki.

Anni dopo, nella primavera del 1988, il quindicenne Kōichi Sakakibara, trasferitosi dai nonni a Yomiyama, viene assegnato alla classe 3-3, ma a causa di un pneumotorace non può cominciare le lezioni in tempo, saltando un paio di settimane. In ospedale incontra una misteriosa ragazza orba dall’occhio sinistro, Mei Misaki, che scoprirà più tardi essere una sua compagna di classe. Dimesso e presentatosi ai suoi nuovi amici, scopre che Misaki viene completamente ignorata da tutti, insegnanti compresi, come se non esistesse, o peggio. In realtà si tratta di una contromisura adottata dai compagni per evitare la morte: ogni anno, parenti ed amici degli studenti della 3-3 muoiono in circostanze misteriose. Per sfuggire alla maledizione hanno pensato di escludere completamente qualcuno dalla vita di classe, e la scelta è ricaduta su Mei, già non particolarmente amata. In questo modo, secondo Izumi Akazawa, scelta per elaborare piani per annullare il destino infausto che pende su di loro come una spada di Damocle, il numero di studenti resterà costante, e non ci sarà bisogno che muoia nessuno. Kōichi però non vuole stare al gioco, e non crede alla maledizione – non essendo della città non conosce quanto è vera la storia – e trova in Mei un’amica con cui confidarsi, e riportandola così idealmente in vita, richiamando ancora una volta la morte tra i banchi.

Riuscirà Kōichi a spezzare la maledizione, o sarà l’ennesima vittima della follia della classe 3-3?

 

 

Grazie a Damiano per avermi segnalato Another. Era un po’ che volevo scrivere di questa fantastica opera, e con la sua email ne ho trovato l’occasione. 😉

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Animal Crossing – Una storia triste

La storia di oggi è una striscia disegnata per il web apparsa inizialmente su This is Game, basata su un racconto originale di un utente di Imagine Games NetworkLoLieL. Narra l’esperienza di un ragazzo e del suo rapporto con la madre malata che, grazie al videogame Animal Crossing (どうぶつの森), ritrova una ragione di vita. Con un sorprendente finale.

 

 

Che si tratti di una storia inventata o il frutto dell’esperienza diretta dell’autore, non ci è dato saperlo. Buona lettura.

 

 

Ho tradotto per voi l’intera storia, in origine in giapponese. Vi consiglio vivamente di leggerla accompagnata dai disegni ma, se volete, la trovate riprodotta anche qui sotto.

Circa un paio di anni fa, comprai il gioco Animal Crossing.

All’inizio era divertente, io e mio fratello ci giocammo per un mesetto, poi ci stufammo.

Ho sempre tentato di convertire i miei genitori ai videogame, e pensai che Animal Crossing fosse un ottimo punto di partenza.

Lasciai che mia madre creasse una casa nel gioco, ed in breve tempo ne rimase affascinata.

Da bambina si ammalò di poliomelite ed in seguito di sclerosi multipla.

Passava le giornata a casa, tranne le due o tre volte che usciva per andare a fare la spesa o in chiesa.

I giorni sulla sedia a rotelle non passavano mai, così Animal Crossing divenne per lei un ottimo modo per sfuggire alla monotonia.

Passava così tanto tempo a giocare che alla fine divenne quasi un’ossessione.

Ogni tanto la prendevamo anche in giro per questo suo nuovo hobby.

Riuscì a riscattare la casa nel gioco,

Collezionò tutti i fossili, e tanto altro…

Ogni volta che la vedevo giocare mi chiedevo quando si sarebbe stancata, ma alla fine continuò anche dopo che io e mio fratello ci stufammo.

Le sue condizioni peggiorarono, ed alla fine fu costretta a smettere di giocare.

L’anno scorso morì.

Mi dimenticai completamente di Animale Crossing, non ci giocai per oltre un anno e mezzo.

Ad ogni modo, stamane decisi di far visita al villaggio per scoprire come fosse cambiato.

Le erbacce erano ovunque.

I personaggi mi hanno chiesto dove eravamo finiti.

Poi ho aperto la cassetta delle lettere.

Era piena di regali – tutti da parte di mia mamma.

Tutte le lettere erano molto simili.

Pensavo a te. Spero che questo regalo ti piaccia.

Con amore, mamma

Anche dopo che smisi di giocare, lei continuò a mandarmi regali.

Allora capii perché si impegnava così tanto, anche una volta finito il gioco principale.

Probabilmente ha passato la maggior parte del tempo ad inviarmi regali.

Sembrerà stupido, ma questo gesto mi colpì molto, e ho deciso di condividerlo con voi. Mostrate ai vostri genitori quanto li volete bene, prima che sia troppo tardi.

 

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Kuchisake-onna – La donna dalla bocca squarciata

Siete da soli in una stradina di periferia di Tokio, in Giappone, a notte fonda. I lampioni illuminano malamente le facciate delle case, alle cui finestre le persiane si abbattono violentemente come ghigliottine. D’un tratto vi si avvicina una bella donna, dai lunghi capelli corvini vergati di riflessi bluastri. Indossa una mascherina, cosa comune in una megalopoli come la capitale nipponica, dove molti abitanti combattono così lo smog. Vi afferra un braccio, e con voce languida vi chiede se la trovate bella. Qualsiasi sia la vostra risposta non ha importanza: da sotto la mascherina si rivela una lunga fila di enormi denti aguzzi. Poi più nulla. Questa è la storia di Kuchisake-onna, la donna dalla bocca sventrata.

 

 

Kuchisake-onna (口裂け-女) è una figura del folklore del Sol Levante, divenuta in seguito una leggenda urbana molto famosa. Si tratta di una ragazza molto avvenente, con un’inquietante particolarità: la sua bocca è attraversata da un orecchio all’altro da un enorme sfregio, che lascia in bella mostra i suoi denti ferali. Kuchisake-onna sceglie le proprie vittime tra le viuzze di Tokio, ponendo a tutte una semplice domanda.

Mi trovi bella?

Se si risponde di sì, la creatura mostra la sua vera natura, rivelando la lunga fila di denti e chiedendo nuovamente “Mi trovi bella anche adesso?“. A questo punto qualsiasi risposta è una condanna: se si dice di sì, la creatura dilanierà il malcapitato con un paio di forbici; se la risposta è negativa, scatenerà la sua ira, ed il finale sarà lo stesso. In alcune storie sembra sia possibile salvarsi da un destino avverso. Se si viene inseguiti da Kuchisake-onna le si possono lanciare contro delle caramelle: il mostro, a quanto sembra, è sempre affamato e non disdegna affatto la frutta fresca ed i dolciumi, anche a costo di rinunciare alla sua vittima; in altre versioni la risposta da dare a Kuchisake-onna deve essere la più vaga possibile, magari cercando di sviare il discorso, ed approfittare del momento di confusione di lei per darsela a gambe; altri invece giurano che se le si risponde “Scusa ma ho un impegno irrinunciabile, vado di fretta” sarà la creatura a scusarsi per averci importunato (in Giappone la cortesia verso il prossimo fa parte della cultura stessa del Paese).

La genesi delleggenda di Kuchisake-onna si perde nel periodo Heian (794/1185) e si svolge a Tokio: qui vive una ragazza bellissima, moglie di un valoroso samurai. Questi è follemente innamorato della sua consorte, e fa di tutto per renderla felice, anche assecondando i suoi – tanti – vizi. Si dice che questa donna sia tanto bella quanto fedifraga, ed infatti un giorno il samurai, di ritorno da una delle sue tante battaglie, scopre la sua infedeltà. In un impeto d’ira afferra la sua katana e le dilania il viso da parte a parte, sfigurandola all’altezza della bocca. Beffardo le urla “Chi dirà che sei bella adesso?” prima di sparire per sempre.

 

 

Altro racconto proviene dall’epoca Sengoku, ambientata nel 1500 circa nel centro di Tokio (all’epoca chiamata ancora Edo). In una notte di pioggia impietosa, un servitore di un signore del luogo nota seminascosta nell’ombra una figura di donna, completamente zuppa d’acqua. Mosso a compassione, le offre di dividere con lei il suo ombrello e di riaccompagnarla a casa, ma quando la ragazza si gira rivela un enorme squarcio da un orecchio ad un altro. La storia, in questo caso, si interrompe qui.

Nell’estate del 1979 una vera e propria isteria di massa colpisce il Giappone: voci incontrollate affermano che in diverse città del Paese vaghi una grottesca donna che ferma bambini e ragazzi nascosta da una mascherina bianca. Molti genitori ritengono la storia vera, e si verifica anche qualche problema di ordine sociale, a causa della reticenza dei fanciulli terrorizzati dalle strane ed inquietanti storie legate a Kuchisake-onna. Si dice che la polizia abbia ritrovato anche alcuni corpi di bambini orrendamente martoriati, e che sia quasi arrivata a scoprire il mostro: la donna muore poco prima di essere arrestata, forse investita da un automobile. Ad ogni modo, le voci su Kuchisake-onna lentamente si affievoliscono, e l’autunno porta via, oltre alle ultime brezze calde dell’estate, anche il terrore dai cuori dei ragazzini di tutto il Giappone.

Nel gennaio 1947 viene ritrovato in un’aiuola di Los Angeles il corpo senza vita di Elizabeth Ann Short, meglio nota come la Dalia Nera. Orrendamente mutilata, e letteralmente fatta a pezzi, il suo volto presenta una lunga ferita che si estende da un orecchio all’altro. Sebbene ricordi la leggenda di Kuchisake-onna, probabilmente si tratta solo di una coincidenza. Ad oggi rappresenta uno dei più grandi misteri irrisolti della storia del crimine. Ne riparleremo a breve.

La profonda ferita che taglia la bocca nel sorriso grottesco tipico di Kuchisake-onna ha un nome: Glasgow Smile, lo stesso sfoggiato da Joker, il supervillain antogonista di Batman nell’omonima serie DC Comics.

Ad oggi la storia di Kuchisake-onna sopravvive solo come leggenda metropolitana, a cui si ispirano molti videogiochi, manga e film. Tra le tante citazioni, le più importanti sono nella serie di Franken Fran (フランケン・ふらん) di Katsuhisa Kigitsu, Constantine di Alan MooreCarved: The Slit-Mouthed Woman (口裂け女) di Kōji Shiraishi ed il personaggio di Mileena, della serie Mortal Kombat di Midway Games, apparso nel 1993 nel secondo capitolo della saga e divenuto negli anni uno dei più apprezzati dai videogiocatori.

 

 

Vere o inventate che siano, le leggende spesso nascondono sempre un fondo di verità. Se vi trovate in Giappone non girate da soli nei vicoli della capitale. Potreste trovarvi una bella ragazza dai lunghi capelli neri, due occhi che abbagliano, ed una bocca che uccide.

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Sul mio biglietto da visita, sono il presidente di una società. Nella mia testa, sono uno sviluppatore di videogiochi. Nel mio cuore, sono un giocatore.

Satoru Iwata.

Sviluppatore di videogiochi e presidente della Nintendo Company Ltd, 1959/2015.

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Puella Magi Madoka Magica

Cosa siamo disposti a perdere per veder realizzato il nostro più grande desiderio? La libertà, le amicizie, l’amore o anche la nostra stessa vita, valgono il prezzo di un miracolo?
Puella Magi Madoka Magica (魔法少女まどか☆マギカ) è un anime del 2011 prodotto da Shaft e Aniplex, magistralmente scritto dal Magica Quartet (pseudonimo di Akiyuki Shinbō, Gen Urobuchi, Ume Aoki e lo studio Shaft) e diretto da Akiyuki Shinbō. Mahō shōjo Madoka Magika racconta la storia di cinque ragazze che, per vedere realizzati i loro più grandi desideri, accettano di stipulare un contratto con una strana creatura di nome Kyubey, che le spingerà a divenire delle maghe guerriere in lotta contro le grottesche streghe che infestano segretamente il nostro mondo. Le streghe vivono solo per portare disperazione e morte tra gli umani: è compito delle maghe fermarle, con qualsiasi mezzo, finchè la pace non prevarrà.
Detta così la storia sembra essere il classico cliché anime che tante (troppe) volte abbiamo visto passare in televisione. Il tipico gruppetto di ragazzine con poteri magici che combatte il male, trasformazioni in cui le avventi fanciulle svolazzano seminude in un caleidoscopio di colori, personaggi stereotipati e nemici sempre più forti ma mai abbastanza per sconfiggere la giustizia (state pensando a Sailor Moon, dite la verità).
Scordatevi tutto quello che ho appena scritto: Puella Magi Madoka Magica è un capolavoro, sotto tutti i punti di vista.

 


Grafica curata fin nei minimi particolari che sembra uscita dalla mente malata di un artista maledetto, una storia che si vive sulla propria pelle, personaggi che si evolvono con il racconto, e che si dimostrano reali sia nelle azioni che nel pensiero: Puella Magi si dimostra una pietra miliare dell’animazione made in Japan, e lo fa in solo dodici episodi.
Le prime due puntate scorrono via senza pensieri, e ci sembra di essere – quanto ci sbagliamo! – di fronte alla solita storia zuccherosa fatta di magia e tanta bontà. Ma è solo un pretesto per prenderci alla sprovvista: dalla terza in poi, sprofondiamo in una spirale di emozioni al cardiopalma, affrontando temi come la sofferenza ed il senso del sacrificio, annegando nell’oceano di colori sgargianti e penombre scure, accompagnati dal senso di morte opprimente che trasuda ad ogni scontro. Puella Magi Madoka Magica, in questo senso, è un vero pugno nello stomaco, che ci lascia senza parole.

Se ci ripenso, in quel momento io non avevo ancora ben capito il significato di un miracolo, e il prezzo da pagare. – Sayaka

Come ci lascerà senza parole il racconto, poetico e grottesco allo stesso tempo, lasciandoci a fissare lo schermo attoniti di fronte ai continui ed inaspettati colpi di scena, che comprendono anche fantastiche rivisitazioni dei paradossi temporali che ricorderanno, nelle parti finali, complessità paragonabili solo al celeberrimo videogame Bioshock Infinite. Per comprendere appieno il tutto sono stati sviluppati tre film: i primi due rappresentano in pratica il copia-incolla degli episodi della serie regolare, mentre il terzo, Puella Magi Madoka Magica – Parte 3 – La storia della ribellione, conclude nel migliore dei modi una delle trame più belle ed affascinanti di sempre.

 

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Sfide: La misteriosa fine di Madoka-chan

Quella che segue è la storia di Madoka-chan, una ragazza scomparsa nel 1997 in un paesino tra le montagne del Giappone. Non sono riuscito a scoprire se il racconto è frutto della fantasia o è un fatto di cronaca, ma sono più propenso a pensare alla prima ipotesi. Ad ogni modo, oggi voglio lanciarvi una piccola sfida: siete in grado di scoprire cosa è successo alla piccola Madoka? Buona lettura, e se credete di avere la risposta giusta, scrivetela nei commenti. 😉


In un assolato pomeriggio, Madoka-chan e sua madre erano uscite di case per fare una passeggiata nel parco. Avevano da poco imboccato il viale, che la mamma di Madoka-chan intravide una sua amica, con la figlioletta al seguito. Le due donne si misero a chiacchierare mentre le due bambine scapparono via a giocare.

Passarono pochi minuti, e la madre di Madoka-chan si guardò intorno senza intravedere la figlia. Presa dal panico, corse verso l’altra bambina.

Dov’è Madoka-chan? – chiese la madre con voce tremante.

Stava giocando con la sabbia insieme a me – rispose la piccola – finché non mi ha detto che voleva giocare sullo scivolo, ma a me non piace e così sono rimasta a giocare nella sabbia e lei è andata via.

Le due donne setacciarono tutto il parco, chiamando a squarciagola il nome della piccola Madoka-chan, ma inutilmente. La bambina sembrava svanita nel nulla. La madre, con la voce rotta dal pianto, chiamò la polizia e denunciò la scomparsa della figlioletta. Poco dopo chiamò il marito, per comunicargli la terribile notizia.

La polizia cercò nell’area intorno al parco, ma della piccola Madoka-chan non trovò alcuna traccia. I suoi genitori restarono a lungo nel luogo della scomparsa, ma invano, finché non giunse la notte. Col cuore grondante dolore, tornarono a casa, dove il pianto li accompagnò fino a che crollarono dal sonno.

La polizia aveva assicurato che avrebbe trovato la bambina, ma dopo un mese non ci furono progressi nell’indagine. Sei mesi dopo, Madoka-chan era ancora introvabile, ed i suoi genitori avevano quasi perso la speranza. Quando passò un anno, la polizia visitò la casa della coppia asserendo che, con tutta probabilità, Madoka-chan era ormai morta.

Mi dispiace – disse il capo della polizia – ma abbiamo fatto del nostro meglio. Tutto ciò che era in nostro potere è stato fatto, ed è ora di guardare in faccia la realtà. Non la troveremo mai. Le indagini si concludono così, ed il caso resterà irrisolto.

I genitori non accettarono le parole della polizia. Giurarono che avrebbero dedicato la vita alla ricerca della loro adorata Madoka-chan.

Per non lasciare nulla di intentato, si decisero a contattare un medium, nella speranza di scoprire un nuovo punto di vista sul caso. Si rivolsero così ad una donna famosa per le sue abilità psichiche, che si diceva avesse aiutato la polizia a scovare diversi criminali e a ritrovare persone scomparse.

Quando la medium arrivò, qualche giorno dopo, chiese di essere accompagnata nell’ultimo luogo n cui la bambina era stata vista. La madre ed il padre l’accompagnarono al parco e la fissarono mentre era seduta in mezzo all’erba, con gli occhi chiusi come se si trovasse in uno stato di trance.

Dopo un po’ la medium si alzò lentamente, e chiese alla coppia di riaccompagnarla nella loro casa. Lì girò per le stanze, toccando i vestiti della piccola, le sue scarpette e persino i suoi balocchi. La donna si avvicinò le dita alle tempie e cominciò a sfregarle forte, come se stesse riflettendo. Chiuse gli occhi e trasse un profondo respiro. Infine, con voce singhiozzante, sussurrò: Madoka-chan è viva.

I genitori della bambina si abbracciarono, colmi di gioia. La madre chiese con voce tremante: Madoka-chan… dov’è ora?

Un ampio sorriso incorniciò il volto della medium, che rispose così: il suo cuore batte forte ed i suoi polmoni respirano.

I genitori si reggevano l’un l’altra.

Lo sapevo! Lo sapevo! – urlò la madre trionfante – ma dove si trova di preciso?

Gli occhi di Madoka-chan si estendono su una grande casa adornata con mobili lussuosi – continuò la medium – ed il suo stomaco è colmo solo dei cibi più raffinati.

La madre ebbe il tempo solo di implorare: e allora dov’è Madoka-chan? Dove si trova! Diccelo!

La medium esitò. Una lacrima scese lungo le sue guance.

Lei è dovunque, in tutto il mondo.

I genitori restarono immobili, come statue di cera. Poi, d’improvviso, si accasciarono a terra, quando compresero cosa nascondessero realmente le parole della medium. Il dolore e l’angoscia, infine, presero possesso dei loro cuori, ed un interminabile pianto echeggiò per la stanza che un tempo era di Madoka-chan.


Cos’è successo realmente a Madoka-chan?

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