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Una torre di teschi umani getta nuova luce sulla civiltà azteca

REUTERS/Henry Romero

Una torre di teschi umani scoperta poche settimane fa nel cuore di Città del Messico pone nuovi interrogativi sui sacrifici umani perpetrati dalla civiltà azteca.

Il 30 giugno 2017 gli archeologi scoprono 650 teschi quasi intatti e migliaia di frammenti in un edificio di forma cilindrica nei pressi del sito di Templo Mayor, uno dei templi più importanti degli AztechiTenochtitlan, capitale prima del loro impero e oggi del Messico. La struttura, propriamente detta Huey Tzompantli, ha un diametro di 6 metri.

Quello che più stupisce rispetto ad altri tzompantli è che vi sono allocati teschi non solo maschili, ma anche di donne e bambini.

Ci aspettavamo solo uomini, giovani e forti come possono esserlo i guerrieri, e trovarci anche donne e bambini non è normale. Non sono il genere di persone che sarebbero andate in guerra. C’è qualcosa che ancora non sappiamo, e che abbiamo cominciato a scoprire qui per la prima volta. – Rodrigo Bolanos, antropologo

Gli tzompantli (mura di teschi), presenti anche nei Maya, venivano generalmente eretti con pali paralleli tra loro a cui venivano cuciti o più semplicemente legati teschi umani. Si trattava perlopiù di prigionieri di guerra, impilati come ammonimento per le popolazioni avverse. A volte gli uomini venivano spinti a giocare una partita del gioco della palla, facente parte di un ben più complesso rituale, alla fine della quale veniva decretata la loro inevitabile quanto pilotata sconfitta. E la loro decapitazione.

 

REUTERS/Henry Romero

 

La macabra struttura ha avuto l’infausto compito di tenere lontani i conquistadores spagnoli dalle ricchezze e dai fasti del popolo azteco. Immune al loro effetto fu il celebre condottiero Hernán Cortés Monroy Pizarro Altamirano, che prende d’assedio la città uscendone tristemente vittorioso nel 1521. Uno dei suoi sottoposti, Andres de Tapia, narra che la struttura era formata da decine di migliaia di teschi: siamo stati in grado solo di scalfire la superficie di quello che sembra davvero un ossario mastodontico.

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The Witch – Trama e teorie

Un po’ The Village, un po’ Picnic ad Hanging Rock, The Witch, opera prima di Robert Eggers, è prima di tutto un racconto. Una storia che mescola sapientemente folklore, religione (leggasi fanatismo), natura (quella che non ha pietà), ed una famiglia di esuli abbandonati a loro stessi.

La strega, quella che da il titolo al film, la vediamo praticamente subito. Poco dopo il prologo. E ci si aspetterebbe il classico film con la bellissima di turno che si tramuta nella solita vecchia malvagia ed incartapecorita, sconfitta solitamente da un prode avventuriero.

E invece no.

In questa storia niente va come deve andare. I personaggi cominciano a dire cose strane, gli animali si comportano in modo strano, gli eventi prendono una piega strana. Qui tutto è strano.

I gemellini giocano sempre con un nero caprone, Black Phillip, che a dir loro sembra parlargli. C’è un coniglio foriero di sventura che si palesa sempre nei momenti più infausti. C’è un corvo assetato di sangue e latte che non la smette di allungare la sua nera ombra sulla famiglia inerme. C’è un bosco dove sorge la casa di una strega ancella del demonio.

O forse no.

 

 

Trama

New England, 1630 circa. Un uomo del Lancashire di nome William è stato appena bandito da una comunità puritana ed è costretto ad abbandonare il villaggio insieme alla sua famiglia – la moglie Katherine, l’adolescente figlia Thomasin, il figlio minore Caleb ed i due gemellini MercyJonas –  a causa di dissensi di ordine religioso. I sei sventurati, sorretti dalla fede, riescono a costruire una fattoria e ad arare un campo di granturco; la vita sembra arridergli quando nasce il piccolo Samuel, la cui venuta è vista come un segno del Signore misericordioso.

Affidato alle cure di Katherine, un giorno la ragazzina porta Samuel al limitar del bosco e, in un attimo di distrazione, che dura letteralmente un battito di ciglia, il neonato svanisce nel nulla, forse rapito da una strega che dimora le fronde degli alberi.

 

 

 

The VVitch

The Witch è una storia, ed il sottotitolo originale del film, A New-England Folktale, tradotto orrendamente in italiano con Vuoi ascoltare una favola? – roba da appendere gli addetti al marketing per i pollici e lasciarli divorare dai corvi – ce lo ricorda ad ogni fotogramma. Una storia tratta da diari e cronache originali, che ci mostrano non quello che è, ma quello che sembra essere. La realtà non per quella che dovrebbe essere, ma per quella che appare.

La Storia, quella che ci insegnano a scuola, dice molto semplicemente che i coloni inglesi sono arrivati nel nuovo continente carichi di buoni propositi, hanno convertito gli indigeni locali ed hanno innalzato l’america alla luce del Signore. Stop. In realtà le cose sono andate diversamente. Male. E sin dal principio. Si tratta di estremisti religiosi (leggasi nuovamente fanatici) che attraversano migliaia di miglia d’oceano, migliaia di miglia di niente, per approdare in una terra aliena, in cui non sono benvoluti.

Il problema però non sono tanto le popolazioni locali – nel film all’inizio si vedono chiaramente tre indiani Wampanoag integrati con la comunità religiosa – né tanto meno la natura selvaggia.

Il vero nemico è la solitudine.

Quel senso di abbandono che attanaglia ogni villaggio, unico baluardo dell’essere umano per centinaia di chilometri. L’essere stranieri in terra straniera, con Dio come unica salvezza e senso di una vita votata all’austerità e alle privazioni. Poi qualcosa scatta, la fede viene meno, ed il sonno della ragione genera mostri.

La famiglia, tra accuse ed atti di stregoneria, si sbriciola dalle fondamenta. Il capofamiglia William è un colono fallito, un padre fallito, un marito fallito, un cacciatore fallito ed un agricoltore fallito. Non che non ci metta la buona volontà, semplicemente ogni cosa che fa si tramuta in cenere. Thomasin sta cominciando a sbocciare, con quella sensualità appena accennata, candida, tipica dell’adolescenza. I gemellini sono due esseri amorfi, infagottati in decine di panni per farli stare al caldo, e per un nonnulla ridono (ghignano). Troppo. Ridono sempre. Come un trapano che ti fora il cervello, come unghie sulla lavagna. Caleb viene colpito da una strana febbre – un maleficio, forse? – che lo fiacca lentamente nello spirito e nel corpo.

La scena del suo delirio sul letto di morte è quanto di più inquietante abbia mai visto in un film.

Davvero.

 

 

Teorie e considerazioni

Se non avete ancora visto il film evitate di leggere queste righe.

Le teorie su ciò che accade nel film sono sostanzialmente due. Nella prima, quella razionale, tutto viene spiegato con la muffa del mais, come suggerito in molti punti della pellicola. Si tratta di un potente allucinogeno, così che quella che abbiamo visto non è la storia com’è andata ma come l’hanno vissuta i protagonisti. Quello che vediamo non è mai successo, e nulla è mai stato reale: tutto fila liscio fino al “contagio”, dopodiché la follia prende il sopravvento, in un gorgo di violenza e macabra disperazione, in cui è più semplice dare la colpa delle disgrazie ad un essere soprannaturale che all’incapacità dell’animo umano di accettare la solitudine.

Nella seconda teoria quello che vediamo è ciò che è accaduto realmente. La strega esiste davvero, ha deviato le menti della povera famiglia finché il diavolo in persona non si è manifestato nella figura del nero caprone, culminata col piegarsi della giovane Thomasin al bacio dell’oscuro signore.

 

 

Quindi la strega non esiste. Forse.

Sapete perché non me ne frega niente se la strega esiste davvero? Perché loro credono che esista. Non importa se sia colpa della muffa o che sia la figlia del male la causa di tutte le disgrazie.

La questione è che ci credono loro.

Così mentre per noi spettatori, alla fin fine, che la strega sia reale o no conta poco, loro hanno vissuto un incubo. Un incubo reale. In cui gli animali sussurrano frasi di morte, le streghe uccidono gli infanti, ed una famiglia si dilania dall’interno.

E sì, quando Thomasin arriva ad ascrivere il proprio nome sul grimorio maledetto, vergandolo col sangue, e si addentra nel bosco accompagnata dal demonio Black Phillip, beh allora, alla fine, quando tutto sembra perduto, alla strega ci ho creduto anch’io.

 

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Coulrofobia

Sara ha una fobia, un po’ come tutti noi. C’è chi ha paura del buio, chi delle altezze, chi delle anatre. Sarah ha paura dei clown. Con quei grossi nasi rossi, il volto nascosto dal trucco tanto pesante quanto improbabile, e sopratutto quel sorriso, quel ghigno, perennemente stampato in faccia. Non sa ancora che una notte di marzo il suo ragazzo verrà rapito proprio da un grottesco clown.

Coulrophobia è una creepypasta pubblicata da Kiriakos Vilchez su The Madhouse. Buona lettura!

 

 

Coulrofobia

Fin dalla più tenera età, Sarah era terrorizzata dai clown, e come lei molte altre persone che, fortunatamente, riuscivano a nascondere questa loro paura. L’idea di qualcuno con un atteggiamento perennemente felice e strampalato, vestita con un buffo costume, era spesso fonte di disagio per molti, perciò Sarah non era di certo l’unica.

Crescendo, raramente aveva avuto occasione di imbattersi in uno di quegli uomini o donne dal viso truccato e dai capelli sgargianti e stravaganti ma, quando succedeva, per lei era davvero un incubo. Talmente atroce, infatti, che era finita in terapia durante la maggior parte delle medie e del liceo per via degli incubi provocati dalla sua fobia. Tuttavia quest’ultima col passare degli anni e delle sedute di terapia stava cominciando a scomparire. Sarah non avrebbe più chiuso gli occhi vedendo un clown sorridente in televisione o trovando accidentalmente un’immagine di Pennywise (da IT, di Stephen King) su internet.

Sarah aveva imparato a dominare la paura, anziché esserne vittima. Il suo primo anno di college era stato perfetto grazie alla sua abilità, appena scoperta, di interrompere le grida dei suoi demoni interiori, frutto dei suoi brutti ricordi. Ad ogni modo, questa situazione di tranquillità non sarebbe durata a lungo, perché le grandi paure possono tornare e lo fanno nella maniera più sinistra possibile…

Era metà marzo e Sarah era impegnata, come al solito, a gestire il carico di lavoro di una tipica studentessa nel pieno del college. Più precisamente era un martedì e Sarah aveva appena concluso l’ultima lezione del giorno: un’importante conferenza di psicologia tenuta da un relatore, durata circa due ore.

Mentre la ragazza stava tornando al suo appartamento del campus un giovane uomo, evidentemente di fretta, si scontrò con lei, facendoli capitombolare. Lei era caduta di schiena e la borsa le si era sfilata dalla spalla. Irritata dalla stupidità dell’uomo, Sarah lentamente si alzò per chiedergli come diamine facesse ad essere così sbadato, ma rimase scioccata quando si rese conto che l’uomo era sparito. Guardandosi intorno, non trovò traccia di lui. Scuotendo la testa, si rimise in piedi e, mentre raccoglieva la sua borsa, notò un volantino a terra, a faccia in giù. “Deve averlo fatto cadere quello scimmione dopo avermi travolto” pensò. Lo prese da terra, lo girò ed ebbe un sussulto: il volantino pubblicizzava un evento speciale chiamato “La notte dei Clown!”. Posto nella parte inferiore, nel mezzo dell’inserzione, c’era l’immagine di un clown raccapricciante, con occhi color blu scuro e un grosso sorriso arancione dipinto sulla sua faccia, colorata di bianco. Al di sotto dell’immagine, c’era una breve descrizione dell’evento:

Siete pronti per il gran divertimento?! Per buffoni imbranati che farebbero sorridere anche quella tua nonna sempre ingrugnata?! Allora non perdete tempo, ragazze e ragazzi, perché la Notte dei Clown è in città!! Preparatevi per una serata di cibo, divertimento e giochi, condotta da noi strampalati clown, e assolutamente GRATUITA! Venite soli o con la famiglia, chiunque è benvenuto!!

Ancora al di sotto della descrizione, c’erano le indicazioni per raggiungere il luogo e l’orario d’inizio dell’evento. Confusa, Sarah rilesse le informazioni, accorgendosi che l’evento si sarebbe svolto al Luna Park MacArthur, ma lei sapeva che i Luna Park erano stati chiusi più di due mesi prima perché il paese voleva utilizzare il territorio per costruire zone commerciali e residenziali. Non ci sarebbe mai più stato alcun tipo di festival o carnevale. Scuotendo ancora la testa, continuò a leggere il volantino, che diceva che l’evento sarebbe iniziato alle 20:00 di quella sera e che sarebbe durato fino alla mattina successiva.

Sarah non riusciva a capire perché qualcuno potesse voler trascorrere un’intera serata con qualche clown squilibrato. Guardò ancora il clown sul volantino, con i suoi occhi che la fissavano a loro volta. Osservò attentamente il volantino, cercando di ricordare se, per caso, avesse mai sentito di un evento chiamato La notte dei Clown!, ma non le venne nulla in mente, le sembrava solo troppo strano. Fece no con la testa e gettò il volantino nella spazzatura. “No, grazie” pensò “Niente clown per me”.

Alle sette di sera circa, Sarah era sul divano del salotto e guardava la televisione, mentre cenava con del cibo cinese da asporto, consapevole che sarebbe rimasta da sola per un po’ visto che la sua coinquilina Dawn era fuori col suo fidanzato. Mentre era seduta, pensò che poteva fare uno squillo al suo fidanzato Jesse per chiedergli di venire a trovarla, se non aveva impegni, ma poi le venne in mente che non era nei paraggi perché avrebbe lavorato fino a mezzanotte. Realizzando definitivamente di non poter avere compagnia, tirò un sospiro e prese un boccone di chow-mein (piatto cinese a base di noodles), mentre girava i canali della TV.

Passò diversi programmi come Lavori sporchi e Criminal Minds, senza trovare nulla che le interessasse, finché non arrivò al film L’uomo d’acciaio su HBO. Mentre guardava il film, notò che le immagini della TV stavano iniziando a sfocarsi. Improvvisamente, lo schermo passò dal raffigurare la scena in Superman combatteva il generale Zod all’inquietante viso di un clown triste con un trucco scuro, che fece saltare Sarah dal divano. Il clown la fissava e le faceva cenno di avvicinarsi. Impaurita, Sarah cercò goffamente il telecomando e spense la TV.

Scosse la testa. Dannati clown. Non sapeva assolutamente come diavolo si fosse passati da Superman a uno stupido pagliaccio, ma non le interessava. Aveva visto abbastanza TV per quella sera. Guardò il suo cellulare e vide che erano le 20:00 e ebbe un sussulto quando il telefono suonò all’improvviso. Non riconobbe il numero del mittente e rispose.

“Pronto?” disse e, dopo qualche istante di silenzio, rispose una voce simile a quella di Pippo della Disney: “Ti stiamo aspettando, Sarah. Il divertimento sta per cominciare, e abbiamo bisogno di te!”.

Sarah tentò di capire chi, con quella stupida voce, potesse essere al telefono e rise: “Ok, chi parla? Jesse, smettila!” rispose, ridendo ancora di più e, dopo dei momenti di silenzio, la voce sogghignò: “No, no, no, no, no. Non Jesse” Sarah, sorridendo ancora, scosse la testa: “Ok, beh, chiunque tu sia, devo andare”. Prima ancora che Sarah potesse riattaccare, l’interlocutore iniziò a ridere istericamente e all’improvviso la TV si riaccese. C’era ancora lo stesso clown raccapricciante di prima che la fissava, stavolta era in piedi accanto a un uomo legato a una sedia. Il clown gli stava tenendo un coltello appoggiato alla gola. Quando Sarah lentamente si rese conto chi fosse la vittima, gridò col pianto in gola e si coprì la bocca con la mano.

“Aspetterei a riagganciare se fossi in te, Sarah, o il povero piccolo Jesse sarà costretto ad andarsene.” Sarah guardò il telefono, tremando per il terrore.

“Chi… chi sei? Che diavolo sta succedendo?!” Sarah aveva gli occhi incollati alla TV e riuscì a sentire l’uomo al telefono scoppiare in una risata gutturale.

“Sono solo un clown, Sarah. Non hai più paura dei clown, vero?” le lacrime iniziarono a scenderle lungo le guance mentre guardava l’espressione terrorizzata di Jesse. Trattenendo il pianto, rispose: “No… non ho paura… ma per favore, lasciatelo andare…” sentì ancora l’uomo ridere.

“Certo, ma devi prima venire qui, a La Notte dei Clown . Ti aspettiamo, Sarah, ti aspettiamo…”. L’uomo riattaccò e la TV si spense. Sarah rimase seduta lì, scioccata, col telefono ancora all’orecchio. Posò il telefono lentamente e pensò di chiamare la polizia. Mentre componeva “911”, si rese conto che non si trattava di un tizio qualsiasi che giocava a manomettere la sua TV o di qualche rapitore improvvisato. Era qualcosa di paranormale, fuori da qualsiasi logica. Capì cosa doveva fare per salvare il suo fidanzato: recarsi a La Notte dei Clown .

Sarah guidò più velocemente possibile per raggiungere il Luna Park MacArthur, fuori città. A mano a mano che si avvicinava alla zona, una fitta e densa nebbia avvolgeva la sua auto. Ancor prima di rendersene conto, arrivò al grosso cancello chiuso di ferro che si trovava all’entrata.

Rimase sconvolta vedendo il parco illuminato come un tendone da circo, con brillanti luci stroboscopiche di diversi colori, in contrasto con il buio della notte. C’erano giostre di ogni tipo e chioschi con diversi giochi, risonava nell’aria una forte musica carnevalesca, che si mischiava alle risate distinte dei bambini. Ciò che mancava, invece, erano le persone: sembrava che l’intero luogo fosse abitato da fantasmi. Lentamente, Sarah scese dall’auto e, quasi immediatamente, il cancello si iniziò ad aprire e lei si avvicinò con cautela, guardandosi ansiosamente intorno. All’improvviso, un gruppo di clown apparve davanti a lei, ridendo e incoraggiandola ad entrare. C’erano sia maschi sia femmine, con diversi costumi, cappelli e parrucche e mostravano i loro inquietanti sorrisi. Sarah si avvicinò, sudando per la paura.

“Ok… sono qui. Lui dov’è?” uno dei clown, che indossava un cappello a cilindro e impugnava un bastone dall’aspetto divertente, guardò gli altri e sghignazzò, poi guardò Sarah e le mise una mano su una spalla

“Ti porteremo dritta da lui, mia cara, e ci divertiremo moltissimo!”

Il clown poi le avvolse il collo con un braccio scherzosamente e gli altri esplosero in una risata. Con la paura di dire o fare qualsiasi cosa, Sarah consentì ai clown di accompagnarla da Jesse.

Passando per le varie giostre e i vari chioschi vedeva sempre più clown accordarsi a quelli che già la circondavano. Si accorse anche che i loro visi diventavano sempre più disturbanti, le loro forme mostruose, a mano a mano che si addentravano in quel contorto carnevale. C’erano anche clown di altezza inumana sporgersi verso di lei. Ma non era tutto: uno di loro era curvo, dall’aspetto animalesco, con una lingua simile a quella di una lucertola, che entrava e usciva tra delle labbra cremisi, e sibilava in sua direzione. Un altro ancora indossava una maschera fatta completamente di carne umana, che gocciolava di sangue, i cui occhi rossi sembravano brillare come due sinistre sfere di luce.

Finalmente il gruppo di clown che la scortava si fermò di fronte a una grossa tenda a pois.

Il pagliaccio con il cilindro prese Sarah di forza per le spalle in modo da guardarla negli occhi

Sarah tremava come una foglia mentre fissava i suoi occhi maligni, che trasudavano follia.

“Dove… dov’è lui?”

Il clown indicò con la testa la tenda.

“Proprio lì, mia cara. Entra e potremo cominciare”.

La lasciò andare e Sarah entrò lentamente nella tenda.

Fu accolta da luci splendenti e grandi applausi e, quasi accecata dalla forte luce, portò la mano sulla fronte a mo’ di visiera. Dopo aver sbattuto più volte gli occhi, vide che era circondata da clown seduti sugli spalti, come in uno spettacolo, che la guardavano ridacchiando. Di fronte a lei trovò Jesse, ancora legato sulla sedia, in compagnia di quello spaventoso clown triste che gli teneva il coltello pericolosamente vicino alla gola. Sarah emise un grido di rabbia e corse verso il fidanzato. Era a pochi passi quando il clown aumentò la pressione del coltello sulla gola del ragazzo. Sarah lo guardò e capì che era svenuto, poi si girò verso il sinistro clown che lo teneva in ostaggio, con gli occhi accecati dall’ira.

“Lascialo andare!” urlò.

Il buffone la guardò minaccioso, prima lei, poi Jesse, scosse la testa tristemente e, senza preavviso, gli tagliò completamente la gola. Il sangue schizzò ovunque mentre il ragazzo si contorceva sulla sedia. Sarah, impulsivamente, corse verso l’aguzzino e gli tirò un pugno in faccia, facendolo cadere all’indietro e scivolare il coltello di mano. Il clown guardava Sarah mentre teneva Jesse tra le braccia, con le lacrime che le sgorgavano dagli occhi e, quando tentò di rialzarsi, la ragazza raccolse il coltello da terra e si lanciò su di lui.

Alla stregua di un animale infuriato e distrutto dal dolore, pugnalò più e più volte al torace il clown triste, che gridò invano. Sarah continuava a trafiggerlo più forte che poteva, ridendo istericamente mentre lo guardava soffocare nel suo stesso sangue con gli occhi girati all’indietro. Non smise neanche quando vide che aveva chiuso gli occhi e esalato l’ultimo respiro: continuava a colpirlo senza pietà. Dopo qualche minuto, finalmente si fermò e si alzò in piedi, ricoperta di sangue, e guardò la folla, che restava in silenzio e immobile. Piangendo, gettò il coltello per terra.

“Siete contenti ora?! Vedete cosa mi avete fatto?!” gridò. Il pubblico di clown continuava a guardarla senza fiatare.

Finalmente, il clown col cilindro e il bastone entrò nella tenda e sgranò gli occhi quando vide il clown triste in una pozza di sangue.

“Signore e signori, ce l’ha fatta! La nostra Sarah ha finalmente sconfitto la sua paura!” gli spettatori esplosero in risate e applausi, saltando su e giù sui posti a sedere. Le tiravano fiori e stelle filanti, lanciavano coriandoli in aria.

Il clown si avvicinò a Sarah, allargando sempre più il suo sorriso, mentre lei lo fissava con odio estremo nei suoi occhi.

“Lasciatemi solo andar via! Vi prego!” urlò con le lacrime agli occhi.

Il clown scosse la testa mentre aizzava la folla: “Andare via? Perché mai, mia cara? Non potrai mai andare via”.

Sarah lo guardò, scuotendo confusa la testa: “Ma perché? Cosa vi ho fatto?!”.

Il clown rise, avvolgendole il collo con il braccio ancora una volta, indicando la folla.

“Nulla, Sarah, non hai fatto nulla a nessuno di noi. Non si tratta di vendetta, no, no. È qualcosa di ancora migliore: un test!”

Sarah, con le lacrime agli occhi, lo guardò e rispose: “Un test…?”.

Lui annuì con eccitazione: “Sì, un test! E sei passata a pieni voti! Dovevamo verificare se fossi pronta a unirti a noi!”.

Sarah sentì un brivido percorrerle la schiena, facendole sentire le gambe come due spaghetti: “U-Unirmi a voi?” il clown annuì ancora una volta e rise: “Sì, unirti a noi! Noi cerchiamo coloro che hanno paura di noi e li aiutiamo a capire che non devono temerci! E, alla fine, quando finalmente hanno capito, diventano parte della nostra grande, folle famiglia! Per sempre!”.

Sarah, inorridita, cercò di fuggire, ma il clown la teneva saldamente.

“Per favore, lasciatemi andare!” lo supplicò “ho perso il mio fidanzato! Non è abbastanza per voi?!”

L’interlocutore fece no con la testa: “Era solo una parte del nostro test, lui non ha importanza: quel che importa è che tu sia passata, ora sei una di noi! Ecco, da’ un’occhiata!”

Il clown tirò fuori un grosso specchio rosso da una tasca dei suoi pantaloni a strisce e lo porse a Sarah. Lei lo girò e, vedendo la sua immagine riflessa, strepitò a pieni polmoni: la pelle del suo viso era di un bianco cadaverico, con rombi neri attorno agli occhi, entrambe le guance dipinte con cerchi neri e le labbra circondate da un grosso, innaturale sorriso del colore dell’ebano.

Tentò di cancellare la pittura, graffiando e tirando la pelle del suo viso per liberarsi di quel macabro trucco. Si rese poi conto che non si trattava assolutamente di pittura… ma della sua stessa pelle. Tremando, si accorse dal riflesso che anche i suoi occhi avevano cambiato colore, da castano a un misto tra verde e rosso. Sentiva anche qualcosa di strano in bocca, così la aprì e urlò ancora una volta quando si rese conto che i suoi denti erano ora dei lunghi canini, che sporgevano da delle labbra scure.

Tremando ancora di più, stava quasi per collassare tra le braccia del clown, che ridacchiò e la sostenne. Si rivolse poi a lui.

“Cosa… cosa mi avete fatto?” chiese flebilmente.

Lui la guardò con sguardo contrito, e aizzò ancora la folla: “Nulla, cara Sarah. Ti abbiamo solo accolto nella famiglia!”.

Il pubblico di clown rise fragorosamente ancora una volta e la ragazza osservò attentamente ogni spettatore.

Studiò per lungo tempo ogni singolo viso, compreso quello del clown che la teneva. Erano dementi, squilibrati… ma felici, pensò. Felici. Il suono delle loro risate divenne presto, per qualche strano motivo, rassicurante, come una melodia rilassante da ascoltare prima di dormire. Lentamente, sul volto di Sarah spuntò un sorriso, poi un ghigno che si trasformò in una risata isterica.

Da quel momento non si sentì altro che le risate dei clown, che si propagavano fuori dalla tenda, nell’aria di quella fredda, tenebrosa notte.

 

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5 giochi mobile per Android che vi toglieranno il sonno

tFabiOlaD mi ha chiesto via email un consiglio su quale giochi, rigorosamente horror, scaricare sul cellulare. Da giocare di notte a luce spenta, eccovi 5 giochi mobile per Android che vi toglieranno il sonno consigliati dalla Bottega del Mistero.

 

The Abandoned School

Sviluppato da Jin Kyu Chung e pubblicato da Voolean, in The Abandoned School si vestono i panni di un ragazzo che entra in una scuola superiore giapponese abbandonata deciso a risolvere l’inquietante mistero che vi si cela dietro. The Abandoned School è tecnicamente il classico gioco punta e clicca. Quello che lo distingue dagli altri è la trama in puro stile J-Horror, che punta a terrorizzare non tanto con quello che c’è (urla improvvise, apparizioni spettrali), ma con quello che non c’è. Graficamente curato, con una colonna sonora azzeccata, innova il genere con alcune trovate interessanti, come quella di scuotere il cellulare per far cadere alcuni oggetti dalle pareti, come se ci fosse stato un terremoto.

 

 

Murder Room

Continuando il trend iniziato con Ellie – Help me out… please, il gruppo di sviluppo Ateam confeziona un altro titolo davvero interessante, Murder Room, in cui ci risveglieremo, come nei cliché di molti horror, in una stanza chiusa a chiave. Il problema è che non siamo soli: qualche metro più in là un inquietante tizio con il volto coperto da una maschera di maiale sta armeggiando con una motosega sul gracile corpo della piccola Melanie. Sarà nostro compito riuscire a salvare entrambi da una fine ingloriosa. Enigmi ben congeniati ed un gameplay semplice sono il punto di forza di questo gioco, pur nella sua breve longevità.

 

 

Five Nights at Freddy’s

Five Nights at Freddy’s ed i suoi seguiti rappresentano una pietra miliare del panorama horror indie. La serie, sviluppata da Scott Cawthon, racconta le notti di un guardiano della pizzeria di Freddy. In effetti c’è da chiedersi a che diavolo serve un guardiano notturno in una pizzeria, il cui proprietario tra l’altro deve avere nettamente un pessimo gusto. Tutto il locale è addobbato con dei grotteschi animatroni che hanno il fastidioso bug di volerci fare la pelle. Letteralmente. Sarà nostro compito riuscire a sopravvivere per cinque notti di seguito, chiudendo porte, scrutando attraverso l’occhio delle telecamere e gestendo le risorse energetiche al meglio.

 

 

Dead Space

Spinoff della serie per PC e console di Visceral GamesDead Space rappresenta una gradevole sorpresa nel panorama horror per dispositivi mobili, sopratutto perché non si limita a sfruttare l’eco generato – meritatamente – dal marchio di Electronics Arts, bensì si rivela un prodotto solido e confezionato ad arte. Nella storia, che si snoda tra il primo ed il secondo titolo di Dead Space, impersoneremo l’ingegnere Vandal alle prese con inquietanti apparizioni tra le miniere del pianeta Titan. Gameplay fedele all’originale, una longevità di più di 4 ore e qualche trucchetto ben inserito nel contesto fanno di Dead Space un ottimo titolo, sicuramente da provare. Proprio in questo senso, però, c’è la nota dolente: il gioco non è più presente sul Google Play Store, ma cercando su internet è facilmente recuperabile ed installabile sul vostro dispositivo Android.

 

 

Dark Fear

Dark Fear della Arif Games è un titolo vecchio stile, connubio tra i giochi di ruolo e le avventure punta e clicca, similmente con quanto accadeva con pezzi storici come Elvira: Mistress of the Dark. Il nostro eroe si risveglia in una capanna nel bel mezzo del nulla, senza ricordo alcuno. Scopriremo ben presto che il mondo che ci circonda è popolato da oscure presenze, animali feroci e streghe malvagie. Sarà nostro compito riportare la pace e, sopratutto, a casa la pelle. Gameplay ben bilanciato tra azione e strategia, trama interessante, qualche colpo di scena ed animazione ben azzeccata, Dark Fear è davvero un gran bel gioco horror, che regala anche qualche piccolo salto dalla sedia.

 

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La migliore arma politica è il terrore.

Bundesarchiv, Bild 183-R99621

La migliore arma politica è il terrore. Tutto ciò che nasce dalla crudeltà si impone al rispetto. Non vogliamo essere amati, ciò non ha alcuna importanza purché si sia rispettati e temuti. Anche se siamo odiati non ci importa, pur di essere temuti.

Discorso di Himmler agli ufficiali delle SS, Char’kov, 19 aprile 1943.

Heinrich Luitpold Himmler, 1900 – 1945. Militare, Reichsführer delle SS, comandante della polizia e delle forze di sicurezza del Terzo Reich, ministro dell’Interno del Reich, criminale di guerra.

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Napoli misteriosa: storie di fantasmi

Napoli è affascinante, incastonata nell’omonimo golfo e terra dicotomica di gioia e dolore, vizi e virtù. Vedi Napoli e puoi muori, si dice, perché della città partenopea, al mondo, non esistono eguali. E la volontà di rimanerne legati è così forte che, a volte, anche chi muore non se ne vuole andare più. Ecco a voi alcune storie di fantasmi di Napoli.

 

 

Il fantasma della Basilica dell’Incoronata del Buon Consiglio

Quando il profumo dei fiori inebria l’aria, sul far della primavera, sui gradini della Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio e Regina della Cattolica Chiesa si siede a piangere, con la testa tra le mani, una ragazza dagli occhi nocciola ed i capelli scuri fasciata in un lungo abito bianco. Si dice che la giovane, poco prima di sposarsi, si sia ammalata improvvisamente di tisi, e non sia mai riuscita a coronare il suo sogno d’amore. Con le lacrime che gli rigano il volto, si mostra solo alle donne che ancora, come lei, non sono riuscite a trovare marito. Accanto alla basilica è presente l’ingresso alle Catacombe di San Gennaro, antiche aree cimiteriali sotterranee risalenti al II secolo.

 

L’impiccato

C’è un condominio nei pressi del Corso Garibaldi, al centro della città, in cui non si dormono sonni tranquilli. Quando la sera scende, e la luna è alta nel cielo, appare ad una finestra una figura penzoloni. È l’impiccato, un soldato spagnolo giustiziato dai rivoltosi partenopei, che si mostra ciondolante appeso al soffitto per ricordarci, forse, come lo spirito libero del popolo napoletano non possa essere piegato.

 

I suicidi di ponte Sanità

Durante le notti di pioggia, nei pressi del ponte Sanità, nella zona di Capodimonte, si alternano al rombo dei tuoni le urla strazianti degli uomini e delle donne che negli anni hanno detto addio alla vita, gettandosi proprio dal ponte.

 

I gemellini di Portici

Si dice che in una casa di Portici vivessero due gemellini di sette anni. Un giorno, lasciati solo per un po’ di tempo dalla mamma, mentre giocano con i fiammiferi appiccano per sbaglio incendio alla loro casa, perendo tra le fiamme. I loro fantasmi si divertono ancora oggi a tirare pietre ai passanti e fare baccano durante la notte.

 

 

La fabbrica di bambole

San Giorgio a Cremano, all’ombra del Vesuvio. Tra le fabbriche abbandonate ve n’è una, oramai ridotta ad uno scheletro dei fasti del tempo che fu, che creava bambole.

Divorata da un terribile incendio, causato dall’imperizia degli operai, è diventata il sarcofago delle anime strappate dalle fiamme a questa vita. La produzione, però, non si è arrestata: tra i macchinari distrutti dal fuoco ed il tetto crollato, risuonano ancora le urla dei lavoratori e il clangore metallico degli attrezzi battuti con vigore da mani fantasma.

 

Il Rione Terra

Abbandonato da anni a causa del bradisismo flegreo che interessa la zona, il Rione Terra di Pozzuoli è divenuto in breve tempo un villaggio fantasma a poca distanza da Napoli. Tra le case in rovina ed abbandonate si aggirano misteriose entità, che con passi felpati e grida soffocate salutano gli avventurieri talmente stupidi o coraggiosi da addentrarsi tra i vicoli bui della cittadina, rischiarati di notte solo da eteree luci che non hanno nulla di naturale.

 

La donna di Piazza Bovio

C’è una figura disperata che corre veloce tra le strade che confluiscono a Piazza Bovio. Si tratta di una donna, corre a testa bassa, ansimando, madida di gelido sudore, come se fosse inseguita da qualcuno. Forse da un fantasma. In realtà lo spettro è lei, ed è possibile scorgerla nella sua triste e forsennata fuga prima che scompaia all’avvicinarsi della piazza. Nessuno è mai riuscito a scorgerle il volto; si dice che sia una dama morta più di 400 anni fa violentata dai Saraceni, e che ogni notte rivive, in ogni singolo passo, il ricordo della sua tragedia.

 

Maria D’Avalos

È 28 maggio 1586. La folla festante si è riunita di fronte la Chiesa di San Domenico Maggiore, dove si stanno celebrando le nozze del genio compositore e virtuoso Carlo Gesualdo e sua cugina Maria D’Avalos, donna dalla bellezza disarmante. Volti sereni, sorrisi sinceri. Solo in apparenza. In realtà si tratta di un mero matrimonio di convenienza; Carlo, dopo la nascita del loro figlio Emanuele, si disinteressa completamente della consorte, votato com’è anima e corpo alla musica. Interessato alla sua dama è invece il duca d’Andria e conte di Ruvo, Fabrizio Carafa, che se ne innamora, ricambiato, durante una festa. Fabrizio, è bene notarlo, è già sposato e padre di quattro bambini, mentre Maria è già al suo terzo matrimonio, nonostante abbia solo poco più di vent’anni (i suoi precedenti mariti sono morti). L’infedele rapporto viene consumato più e più volte, senza curarsi delle voce di palazzo, sempre più insistenti, a cui Carlo non sembra dare peso. Lo status di cornuto, però, non piace a nessuno, e Carlo dopo qualche mese abbandona le sue composizioni e decide di vederci chiaro. Informa tutti che partirà presto per una lunga battuta di caccia, che lo terrà impegnato per diversi giorni. Nella notte tra il 16 ed il 17 ottobre del 1590 piomba improvvisamente nella sua camera da letto, dove trova la giovane moglie con l’amante, in condizioni inequivocabili. Divorato dall’ira, afferra saldamente il pugnale che porta sul fianco e si avventa su di loro, trucidandoli.

Il giorno dopo, racconta la leggenda, Carlo dispone che il corpo della fedifraga venga abbandonato di fronte il palazzo, per essere pubblicamente denigrata; fu qui che, una volta dispersa la folla, un monaco domenicano, gobbo e dal volto mostruoso, approfitterà del corpo esanime della giovane.

Dal duplice omicidio in poi, ogni notte e per trecento anni, coloro i quali abitano nei pressi del palazzo hanno potuto udire distintamente le urla di Maria D’Avalos, finché nel 1889 l’ala che accoglie la stanza della donna crolla ed inghiotte tutto sotto un cumulo di macerie.

Ancora oggi c’è chi è pronto a giurare che nei pressi dell’Obelisco di San Domenico Maggiore si possano udire distintamente, a chi sa ascoltare, i singhiozzi distanti di una donna spaventata.

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3 film horror trash made in Japan da vedere prima di morire [STREAMING]

Le storie di fantasmi, che in Occidente fanno spesso da contorno a case diroccate, castelli in rovina e vendette del serial killer di turno, rappresentano per il Paese del Sol Levante un pilastro portante della cultura nazionale. La figura stessa dello spettro è ben diversa dalla nostra, trasposta al cinema in un genere sviluppatosi negli ultimi decenni, il J-Horror, fatta di rumori appena percettibili, giochi di luce, sussurri e, sopratutto, storie da raccontare. I film dell’orrore giapponesi fanno esattamente questo, raccontano storie, eviscerando più la psiche dei personaggi coinvolti che le apparizioni paranormali in sé per sé. Gioielli come RingThe GrudgeJu-onDark Water (vi dice niente la storia di Elisa Lam?) rappresentano l’apice di un genere di nicchia condiviso col grande pubblico solo da pochi anni.

Ma se da un lato abbiamo film iconici del genere, dall’altro ci sono zombie generati da un gabinetto maledettoparassiti sessualimorti viventi assetati di sesso. Ecco a voi 3 film horror trash made in Japan da vedere prima di morire.

 

Zombie Ass: Toilet of the Dead

Comiciamo la nostra lista con Zombie Ass: Toilet of the Dead (ゾンビアス, Zonbiasu), film horror del 2011 diretto da Noboru Iguchi, in cui troverete zombie, scoregge e tanta, tanta cacca. 💩

Trama

Devastata dal suicidio della sorella vittima di bullismo, la giovane karateka Megumi è in viaggio con i suoi quattro scalmanati amici, la secchiona Aya, il di lei fidanzato tossico Také, la modella Maki ed il nerd Naoi, per una scampagnata nel bosco. Fissata con l’aspetto fisico e alla ricerca della dieta definitiva, Maki ingoia un verme parassita scoperto per caso all’interno di un pesce, convinta così che il nuovo ospite l’aiuterà a perdere peso. L’idea è palesemente stupida, ma da un film che ha per sfondo zombie e latrine che vi aspettate? 😂 Le cose comunque cominciano a precipitare quando il verme le provoca profonde fitte allo stomaco: Maki fugge in un bagno improvvisato, dove scopre che il parassita in poche ore ha già deposto centinaia di uova, che la ragazza espelle in un vulcanico attacco di diarrea. Le uova però risvegliano un gruppo di famelici zombie coperti di feci pronti a fare banchetto della sprovveduta comitiva. Riusciranno l’intervento provvidenziale del Dr. Tanaka e le abilità di Megumi a salvare i ragazzi da una fine impietosa?

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Dead Sushi

Dead Sushi (デッド寿司, Deddo sushi) è un altro film horror giapponese diretto da Noboru Iguchi nel 2012, in cui i nostri eroi dovranno vedersela contro un’orda di sushi assassini.

 

 

Trama

La ragazza prodigio nelle arti marziali Keiko, figlia di un leggendario chef di sushi, fugge di casa quando il suo regime di kung-fu diviene insostenibile. Vagabondando per il Giappone, trova asilo e lavoro in una locanda termale che si trova nel bel mezzo del nulla. Qui viene ridicolizzata sia dal folle personale dello stabilimento che dagli ospiti, dirigenti di un’importante industria farmaceutica in vacanza. Nonostante le angherie subite Keiko persevera nelle sue mansioni, finché un ex ricercatore della ditta farmaceutica non libera un devastante virus nel cibo in grado di trasformare il sushi in mostri assetati di sangue.

 

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Sexual Parasite: Killer Pussy

Sexual Parasite: Killer Pussy (寄生蟲 キラープッシー, Kiseichū: kirā pusshī) è un film del 2004 diretto da Takao Nakano, in cui avremo a che fare, come da titolo, con un mostro parassita che si è comodamente insidiato tra le “grazie” di una donna. Il che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che in Giappone della sessualità hanno ancora un’idea un po’ confusa.

 

 

Trama

Durante un viaggio di studio in Amazzonia, una scienziata viene attaccata da un pesce che ospita uno strano parassita, che si insinua nella vagina della donna. Un anno dopo, in Giappone, un gruppo di ragazzi, due femmine e tre maschi, si ritrova per caso in uno sperduto casale nel bosco, e scongela il corpo della scienziata, dando il via ad un mortale contagio che si trasmette per via sessuale. In mezzo alle gambe delle ragazze si generano così orribili mostri dentati, alla ricerca di bei maschioni da evirare.

 

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Sono solo film stupidi, ignoranti e coattissimi? Forse. Ma la grandezza di certe opere sta proprio nel pressapochismo della trama, dei personaggi, e tutto ciò che c’è di contorno.

Non siete d’accordo? Allora ringraziate che non vi ho parlato della vagina lanciafiamme di Big Tits Zombie

 

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La misteriosa foresta di Cannock Chase

Terra di antichi popoli celti, teatro di brutali omicidi, tana di mostri metà uomo e metà bestia, dimora di fantasmi dagli occhi neri. Questo e molto altro è la misteriosa foresta di Cannock Chase. Ecco le sue storie.

La foresta di Cannock Chase è una lingua di terra verde baciata dal pallido sole inglese. Gli alberi crescono rigogliosi, e danno rifugio a una gran varietà di animali, e a dire di molti anche di fantasmi e mostri grotteschi. Di foreste infestate abbiamo già avuto modo di scrivere, con l’inquietante storia di Hoia Baciu, ma quello che si nasconde tra le fronde di Cannock Chase è inenarrabile, e si fonda sul grottesco omicidio di tre bambine, sul finire degli anni ’60.

 

 

Gli omicidi di Cannock Chase

Gli omicidi di Cannock Chase, detti anche omicidi A34, sono tre orrendi delitti perpetrati dalla mente malata di Raymond Leslie Morris, e che hanno per sfondo la foresta di Cannock Chase.

Il 1° dicembre 1964 la piccola Julya Taylor, 9 anni, viene caricata in auto a Bloxwich, Inghilterra, da un uomo che le dice di essere un amico della madre passato a prenderla. Verrà ritrovata il giorno dopo da un ciclista che passa casualmente nei pressi di Cannock Chase, con evidenti segni di violenza sessuale e strangolamento, agonizzante ma viva. È l’inizio della nostra grottesca storia.

Margaret Reynolds, 6 anni, scompare da scuola l’8 settembre del 1965, e Diana Joy Tift, 5 anni, si volatilizza nel nulla mentre si reca a casa della nonna, il 30 dicembre. Nonostante l’enorme dispiegamento di forze, con oltre 2.000 persone alla ricerca di Margaret, delle bambine non v’è traccia. Il 12 giugno 1966 vengono rinvenuti i loro cadaveri in una buca di Manstly Gully.

Il 19 agosto 1967 alla piccola Christine Darby, di 7 anni, viene offerto un passaggio in macchina da uno strano individuo nei pressi di casa sua a Caldmore. Il suo corpo viene scoperto casualmente in una brughiera poco distante la foresta tre giorni dopo, denudato, da un soldato.

Il 4 novembre 1968 viene arrestato a Walsall un uomo che ha appena tentato di abbordare una bambina di 10 anni, Margaret Aulton, che è riuscita miracolosamente a sfuggire al rapimento, anche grazie alla segnalazione di un diciottenne del luogo, che avverte la polizia in tempo. A bordo della Ford Corsair bianca e verde riconosciuta dalla piccola c’è un losco figuro, Raymond Leslie Morris, che gli inquirenti sospettano essere il misterioso e brutale omicida di Cannock Chase. Nonostante un alibi di ferro avanzato dalla moglie, i poliziotti gli trovano a casa una foto pedopornografica che ritrae la sua nipotina di 5 anni. Processato per gli omicidi di Margaret, Diana e Christine, viene dichiarato colpevole grazie alla coraggiosa testimonianza di Julya, che riconosce in Raymond l’uomo che l’ha stuprata e seviziata.

È lui. È stato lui a farmi questo. – Julya Taylor, in lacrime, accusa Raymond Leslie Morris al processo

Condannato all’ergastolo, Raymond muore a 84 anni in prigione, dopo aver scontato 45 anni, per cause – forse – naturali. L’11 marzo 2014 si conclude così la storia del killer A34, ed inizia quella dei fantasmi di Cannock Chase.

 

La ragazza dagli occhi neri

Nel mondo, sopratutto in Inghilterra, fioccano le leggende su ragazzine dagli occhi completamente neri, senza iride, che si dice bussino di notte alle porte dei poveri malcapitati, prima di svanire nel nulla. Dopo gli omicidi di Cannock Chase, nella foresta si susseguono gli avvistamenti di strane apparizioni, tra le quali quella di un’inquietante fantasma dagli occhi neri, di cui esisterebbero anche prove fotografiche.

Christine Hamlett è una medium inglese, che il 10 ottobre 2014 scatta una foto di quello che, a suo dire, è lo spettro di una ragazza morta di difterite sul finire dell’800.

 

 

Non sono in molti a credere alla veridicità dell’immagine, che potrebbe rappresentare tutto o niente, e dopo qualche mese di intensi dibattiti nel circolo scientifico la questione muore insoluta. Finché, il 18 aprile 2015, l’utente Furious Otter carica su YouTube un filmato ripreso con un drone che sembra immortalare la ragazza dagli occhi neri. Che si tratti di reperti autentici o semplici fake lascio a voi la decisione.

 

 

L’uomo maiale

Non sono solo i fantasmi a togliere il sonno ai cittadini di Cannock Chase. Tra le spaventose creature della notte del bosco sembra esserci infatti anche un grottesco ibrido tra uomo e maiale, avvistato più volte fino al 1993. Poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il governo del Regno Unito avalla un esperimento congiunto tra inglesi e statunitensi per consentire lo sviluppo di una nuova arma. Dopo un lungo studio, gli scienziati decidono che il futuro della guerra si combatterà non più sul campo, ma in vitro, attraverso l’ingegneria genetica, e decidono di fondere DNA umano con quello suino. Rapiscono quindi nei pressi della foresta di Cannock Chase una donna, la ipnotizzano e le impiantano geni modificati di maiale affinché resti incinta. Dopo 10 mesi di gestazione, i dottori sono costernati; la donna ha partorito un bambino con la testa di porco. Delusi dal risultato, che non collima esattamente con le loro idee iniziali, decidono di non abbattere il piccolo, ma di crescerlo ramingo nella foresta, al fine di studiarne l’adattabilità e la possibilità di utilizzarlo in futuro come progenitore di una nuova stirpe di soldati. Da allora, quasi ogni notte nei pressi del bosco è possibile udire strazianti lamenti intervallati a profondi grugniti, che hanno fatto nascere numerosi gruppi di studiosi, il cui maggiore esponente è certamente il ricercatore del paranormale Lee Brickley.

Egregio Signor Brickley,

Sono stato testimone qualche tempo fa di un fatto che certamente merita la sua attenzione. Nell’ottobre del 1993, nei pressi di Castle Ring, io e mia moglie abbiamo udito degli strani versi provenire dalla profondità della foresta. Certi che fosse una coppia del luogo intenta a divertirsi, ci siamo allontanati dal rumore in direzione dell’auto. Appena giunti al parcheggio mi sono voltato, ed ho visto con i miei occhi la creatura più strana che potessi mai immaginare. Alta circa 2 metri, dal collo in giù somigliava ad un uomo, ed indossava anche dei vestiti, ma la sua testa era troppo grande per essere umana e si prolungava in un grosso naso da maiale. Quando anche mia moglie l’ha vista, la paura ha preso il sopravvento, così siamo fuggiti via verso la nostra auto e ci siamo chiusi dentro. È stato allora che quella cosa ha cominciato a grugnire, come un porco che venisse scannato. Questo fatto ci ha turbato molto…

Ha mai visto qualcosa del genere prima?

Cordiali saluti,

John & Anne – Email inviata a Lee Brickley che testimonia l’incontro con l’uomo maiale

Pig-man è solo l’ultima delle tante storie che ruotano intorno alla foresta di Cannock Chase. Voi cosa ne pensate? Il bosco è solo il teatro di una – purtroppo reale – tragedia o si tratta di un luogo al di là della nostra comprensione, crogiolo di fenomeni paranormali?

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Abbandonato da Disney – Parte 2

Ecco a voi il secondo capitolo della saga Abandoned by Disney (Abbandonato da Disney), iniziata qualche mese fa sulla Bottega del Mistero. Percorriamo insieme i grotteschi corridoi del parco di divertimenti di Treasure Island!

 

 

Abbandonato da Disney – Parte 2

Probabilmente qualcuno di voi avrà sentito che la Disney Corporation è responsabile di almeno una vera e propria città fantasma “in vita”.

Disney costruì il parco divertimenti di “Treasure Island” nella Baia di Baker alle Bahamas. All’inizio non era certo una città fantasma! Le navi da crociera della Disney dovevano fermarsi al villaggio e lasciare i turisti lì per rilassarsi in quel lusso.

Questa cosa è REALTÀ. Cercatela.

Disney spese $ 30.000.000 per costruire quel posto… Sì, trenta milioni di dollari.

Poi l’abbandonarono a se stessa.

Disney diede la colpa alle acque poco profonde (troppo basse per manovrare in modo sicuro le loro navi) e in aggiunta la colpa fu gettata anche sul dipendenti: affermando che, dal momento che erano delle Bahamas, erano troppo pigri per lavorare su turni regolari.

E qui finisce la parte ufficiale della storia. Non è stato a causa della sabbia, né ovviamente perché “gli stranieri sono pigri”. Si tratta di banali scuse.

Dubito sinceramente che fossero il vero motivo per l’abbandono dei lavori. Perché no, dite?

A causa del Palazzo di Mowgli.

Vicino alla città costiera di Emerald Isle in Nord Carolina, Disney avviò la costruzione del “Palazzo di Mowgli” alla fine degli anni ’90. L’idea era di costruire un parco divertimenti in tema giungla con, l’avrete certamente capito, un PALAZZO al centro di tutto.

Se non avete di chi sia Mowgli, allora potreste ricordare meglio la storia de “Il libro della giungla”. Se non l’avete letto o visto da qualche altra parte, potreste ricordare il film d’animazione della Disney di qualche decennio fa.

Mowgli è un bambino abbandonato nel bel mezzo della giungla, che in sostanza viene cresciuto da alcuni animali e allo stesso tempo minacciato da altri.

Il palazzo di Mowgli si rivelò un progetto controverso sin dall’inizio. La Disney comprò parecchi terreni a peso d’oro, e vi fu pure uno scandalo riguardo alcuni degli acquisti. Il governo locale intimò l’esproprio delle case della gente, poi li sfrattò e vendette le proprietà alla Disney. Accadde persino che una casa, che era stata appena costruita, venne immediatamente demolita, praticamente senza spiegazione alcuna.

Si credette che la terra sequestrata dal governo fosse destinata a qualche fantomatico progetto autostradale. Sapendo bene che cosa stava succedendo, la gente cominciò a chiamarla “Autostrada di Topolino”.

Poi ci fu la prima bozza. Un gruppo di mezzecalzette della Disney tenne una riunione in città. Lo scopo era di far credere a tutti che il progetto avrebbe portato giovamento all’intera popolazione. Quando mostrarono la concept art, ovvero questo gigantesco Palazzo Indiano… circondata dalla GIUNGLA… in cui figuravano uomini e donne con vesti ed equipaggiamento tribali… beh, tutti si incazzarono un bel po’.

Stiamo parlando di un grande Palazzo Indiano, di Giungla e Vesti Tribali, non solo nel centro di una zona relativamente benestante, ma anche un po’ “xenofoba” del sud degli Stati Uniti. Decisamente un brutto azzardo, per l’epoca.

Una persona della folla cercò di saltare sul palco, ma fu subito fermata dalla sicurezza dopo essere riuscito a fracassarsi sul ginocchio uno dei pannelli con la presentazione.

Disney prese quella comunità ed in pratica fece la stessa cosa, spezzandola in due. Le case furono rase al suolo, la terra fu ripulita e nessuno poteva dire o fare niente di niente. Le televisioni locali e i giornali gettavano fango sul parco, all’inizio, ma delle malsane connessioni tra le società pubblicitarie della Disney e le imprese locali fecero la loro parte e l’opinione cambiò in un batter d’occhio.

Ma torniamo a noi, a Treasure Island, e alle Bahamas. Disney sperperò milioni per il parco divertimenti, e poi lo abbandonò. La stessa cosa accadde con il Palazzo di Mowgli.

L’opera era compiuta. I visitatori non mancavano. Le comunità circostanti erano inondate dal traffico e dalle seccature comunemente associate con l’afflusso di turisti persi e arrabbiati.

Poi più nulla.

Disney chiuse tutto e nessuno sapeva cosa diavolo fosse successo. Ma erano tutto sommato contenti. La sconfitta della Disney era una sorpresa decisamente divertente per una grossa fetta di popolazione che si era apposta al progetto sin dall’inizio.

Onestamente una volta sentito della chiusura del parco non ci pensai più. Io vivo a circa quattro ore da Emerald Isle, per cui tutto ciò che ho sentito in proposito furono solo voci e non ho avuto alcuna esperienza diretta.

Poi lessi un articolo di qualcuno che aveva esplorato il parco divertimenti di Treasure Island, pubblicando un intero blog riguardo tutte le varie cose assurde che aveva trovato lì. Roba semplicemente… abbandonata lì. Oggetti fracassati, deturpati, probabilmente rovinati dagli ex dipendenti irati per aver perso il lavoro.

Cavolo, gli abitanti del posto probabilmente avranno fatto la loro parte nel distruggere quel luogo. La rabbia verso Treasure Island era certamente paragonabile a quello espressa per il Palazzo di Mowgli.

Inoltre giravano voci che dicevano che la Disney avesse liberato il “contenuto” dei loro acquari nelle acque locali, quando hanno chiuso… inclusi gli squali.

Chi non avrebbe voluto dare un’occhiata a quei tesori?

Comunque, quello che voglio dire è che questo blog su Treasure Island mi ha fatto riflettere. Anche se erano passati molti anni dalla sua chiusura, ho pensato che sarebbe stato forte fare un po’ di ‘”Esplorazione Urbana” al Palazzo di Mowgli. Scattare qualche foto, scrivere della mia esperienza, e probabilmente vedere se c’era qualcosa che potevo portare a casa come souvenir.

Non vi dirò che mi sono gettato a capofitto nell’impresa, dato che alla fine ci ho messo un anno tra la scoperta dell’articolo su Treasure Island e l’approdo ad Emerald Isle.

Nel corso di quell’anno, ho fatto un sacco di ricerche sul parco… o, per meglio dire, ci ho provato.

Naturalmente, nessun sito ufficiale o altra risorsa della Disney fa menzione del luogo. Oblio completo.

Ancor più strano, però, era che nessuno prima di me aveva apparentemente pensato di fare un blog riguardo il luogo o anche di pubblicare una foto. Televisioni e giornali locali non menzionavano il parco, ovviamente soffocati dal giogo della Disney. Non avrebbero mai sbandierato ai quattro venti una cosa del genere, no?

Recentemente però ho scoperto che le aziende possono chiedere a Google, per esempio, di rimuovere dei link dai risultati di ricerca… anche senza motivo. Ripensandoci, non è che nessuno abbia mai parlato del villaggio; piuttosto, le loro parole si sono perse nel marasma di internet.

Così alla fine sono riuscito a trovare il posto con grande difficoltà. Tutto quello che avevo era una mappa vecchia come il cucco che avevo ricevuto per posta negli anni ’90. Era un articolo promozionale inviato alle persone che erano state da poco a Disney World e suppongo che, dato che ci ero stato alla fine anni ’80, si trattasse di una mappa piuttosto “aggiornata”.

In realtà non avevo intenzione di usarla. Era finita insieme ai libri e ai fumetti della mia infanzia. Me ne ricordai solo dopo alcuni mesi dall’inizio delle mie ricerche, e anche allora ci ho messo un altro paio di settimane per trovare lo scatolone dove i miei genitori avevano stipato la roba vecchia.

Ma alla fine CE L’HO FATTA. Gli abitanti del posto non mi furono di alcun aiuto, perché da un lato la maggior parte si era trasferita sulla costa… dall’altro, i vecchi residenti, alla domanda “Dove posso trovare il palazzo di M-” mi interrompevano sghignazzandomi in faccia e facendomi brutti gesti .

La strada che percorsi in auto mi portò attraverso un percorso insolitamente lungo e reclamato da lungo tempo dalla natura. Piante tropicali che erano cresciute in maniera massima si mescolavano con la flora locale che in realtà APPARTENEVA a quel luogo e aveva cercato di reclamare la propria terra natia.

Ero eccitatissimo quando raggiunsi i cancelli di accesso del parco divertimenti. Enormi porte monolitiche di legno, i cui supporti ai lati sembravano essere stati tagliati da sequoie giganti. Il cancello stesso era stato scavato in più punti dai picchi e corroso alla base dagli insetti che vi avevano trovato rifugio.

Appeso al cancello c’era un pezzo di metallo, un rottame raccolto a caso, con scarabocchiate sopra poche parole in nero. “ABBANDONATO DA DISNEY”. Certamente opera di qualche vecchio abitante del luogo o ex dipendente con l’intento di mostrare una flebile protesta.

I cancelli erano abbastanza aperti per poterle attraversare a piedi, ma non in auto, quindi recuperai la fotocamera e la mappa, sul cui retro era disegnata la mappa del parco, e mi incamminai.

I pavimenti erano invasi dalla vegetazione quanto la strada d’ingresso. Una palma si ergeva incolta e abbandonata, tra mucchi delle sue stesse noci di cocco alla base. I banani si elevavano allo stesso modo in mezzo alla poltiglia dei loro frutti, marci e divorati dagli insetti. C’era questa sorta di dicotomia tra ordine e caos, che frapponeva piante floreali perenni accuratamente disposte a fastidiose erbacce alte e maleodoranti funghi anneriti.

Tutto ciò che rimaneva di eventuali strutture esterne era legno spaccato e marcio, e vari pezzi carbonizzati di chissà cosa. Quello che probabilmente era stato uno stand informativo o un bar all’aperto era ora semplicemente un cumulo di detriti assortiti, deturpato dal vandalismo passato e vittima del tempo.

La cosa più interessante della zona era una statua di Baloo, il simpatico orso del Libro della Giungla, che si ergeva in una sorta di cortile davanti all’edificio principale. Era congelato nel gesto di mostrare un’espressione gioviale, ovviamente con lo sguardo fisso nell’infinito, adornato da un ebete sorriso a denti stretti, mentre tutta la sua “pelliccia” era coperta di guano e dei rampicanti ne ricoprivano la piattaforma.

Mi sono avvicinato all’edificio principale – il PALAZZO – solo per trovare la parte esterna dell’edificio coperta di graffiti , dove la vernice originale non era scrostata o scheggiata. Le porte principali non erano aperte, ma letteralmente scardinate e probabilmente portate via.

Sopra di esse, o meglio sull’arcata che sovrastava il vuoto che le sostituiva, qualcuno aveva dipinto di nuovo “ABBANDONATO DA DISNEY”.

Vorrei poter raccontare tutte le cose impressionanti che ho visto all’interno del Palazzo. Statue dimenticate, registratori di cassa abbandonati, una vera e propria società segreta di barboni senzatetto… ma no.

L’interno dell’edificio era così desolato, spoglio, da farmi pensare che la gente avesse rubato anche le decorazioni di stucco dalle pareti. Tutto quello che era troppo grande da rubare… registratori di cassa, scrivanie, giganteschi alberi di cartapesta… erano ammassati lì in mezzo generando una mostruosa eco, che amplificava ogni mio passo, come il lento rat-a-tat di un mitragliatrice.

Seguendo la mappa del piano ho esplorato tutti i posti che potevano sembrare in qualche modo interessanti.

La cucina era esattamente come uno se la può immaginare… un’area adibita alla preparazione di cibo industriale con tutti gli elettrodomestici e tanto spazio, senza badare a spese. Ogni superficie di vetro era fracassata, ogni porta rimossa, ogni superficie metallica ammaccata. L’intero posto puzzava di piscio stantio.

L’enorme freezer, neanche lontanamente freddo, presentava file e file di scaffali vuoti. Dei ganci erano infissi nel soffitto, probabilmente per appendere pezzi di carne, ed entrando a dare un’occhiata, giurerei di averli visti oscillare.

Ogni gancio oscillava in una direzione casuale, ma i loro movimenti erano così lenti ed impercettibili che era quasi impossibile vederli. Ho pensato che il loro danzare fosse dovuto ai miei passi, così ne ho afferrato uno e l’ho lasciato andare facendo attenzione a non muoverlo, ma nel giro di pochi secondi ha ricominciato a oscillare di nuovo.

I bagni erano più o meno nello stesso stato. Proprio come il parco di “Treasure Island”, qualcuno aveva metodicamente distrutto ogni gabinetto con noci di cocco e altri attrezzi. C’era circa un centimetro di acqua putrida, stagnante e puzzolente sul pavimento, quindi non sono rimasto lì a lungo.

Quello che era davvero strano è che l’acqua in tutti i bagni e i lavandini (e nei bidet nel bagno delle donne, perché sì, sono entrato anche lì) perdeva acqua, filtrava o semplicemente scorreva. Ero certo che avessero chiuso le tubature molto, MOLTO tempo prima.

Il resort era stato progettato con un’infinità di stanze, ma ovviamente non ho avuto il tempo di guardarle tutte. Le poche che ho esplorato erano devastate quasi allo stesso modo, e non mi aspettavo di trovarci niente di eccezionale. Ad un certo punto, però, ho avuto l’impressione che da qualche parte ci fosse una radio o una televisione accesa, perché mi era parso di sentire in lontananza una flebile conversazione.

Era poco più di un sussurro, probabilmente il mio respiro che riecheggiava nel silenzio, o l’eco dell’acqua che gocciolava, che mi tirava un brutto scherzo, ma potrei giurare di aver sentito questa conversazione…

1: “Non ci credevo.”
2: [Risposta incomprensibile]
1: “Non lo sapevo… Non lo sapevo…”
2: “Tuo padre ti aveva messo in guardia.”
1: [Risposta incomprensibile, o singhiozzi]

Lo so, lo so, è ridicolo. Sto solo scrivendo quello che credo di aver sentito, perché sono certo che ci fosse un apparecchio acceso da qualche parte – oppure peggio, un gruppo di barboni pronti ad aprire un buco nello stomaco con un coltello.

Tornato alle porte di accesso al Palazzo, ero ormai certo di aver perso tempo, non avendo trovato niente di davvero interessante da raccontare.

Mentre guardavo fuori dalla porta, notai qualcosa di interessante nel cortile a cui evidentemente non avevo fatto caso prima. Qualcosa che mi avrebbe dato almeno QUALCOSA di cui vantarmi per tutti i problemi che mi ero creato, almeno una foto.

C’era una statua davvero realistica di un pitone, lunga più di due metri e mezzo, che “prendeva il sole” acciambellata su un piedistallo proprio al centro della zona. Era quasi il tramonto, e la luce abbracciava il tutto in una fotografia PERFETTA.

Mi avvicinai al pitone e scattai una foto. Poi mi alzai in punta di piedi e ne scattai un’altra. Mi avvicinai ancor di più, per catturare i dettagli del muso.

Fu allora che lentamente, con tutta calma, il pitone sollevò la testa, mi fissò negli occhi, si voltò, e scivolò dal piedistallo, attraverso l’erba, fino a sparire tra gli alberi.

In tutti i suoi due metri e mezzo di lunghezza. La testa era già tra le sterpaglie, mentre la coda era ancora avvolta sul piedistallo.

Quelli della Disney avevano liberato i loro animali esotici nel parco. Proprio lì, sulla mia mappa, c’era il “Rettilario”. Che stupido. Avevo letto degli squali a “Treasure Island”, e avrei dovuto SAPERE che avevano fatto la stessa identica cosa.

Ero sbalordito, semplicemente stupefatto. Dovetti restare a bocca aperta per un bel po’, finché non la chiusi di scatto; battei le palpebre quasi a volermi risvegliare da uno strano sogno ed indietreggiai.

Anche se oramai il serpente era lontano, volevo evitare di correre rischi e percorsi la strada per tornare all’edificio.

Ci vollero un paio di respiri profondi e di schiaffi sulla faccia per tornare in me dopo quello che era successo.

Cercai un posto per sedermi, avevo le gambe molli e tremule. Ma naturalmente, NON C’ERA alcun posto dove sedermi, a meno di non riposare su un tappeto di schegge di vetro e foglie marce o affidarmi ad un tavolo di ben dubbia solidità.

Avevo intravisto delle scale vicino nell’atrio del palazzo e decisi di andarmi a sedermi lì, finché non mi fossi sentito meglio.

La scala era abbastanza lontano dall’entrata da essere relativamente pulita, a parte la polvere. Tolsi un pezzo di metallo dal muro, con ancora una volta dipinta sopra la frase “ABBANDONATO DA DISNEY” a cui mi ero ormai abituato. Misi il rottame sulle scale e mi ci sedetti sopra per sporcarmi un po’ di meno.

La scala portava verso il basso, sotto il livello stradale. Usando il flash della mia fotocamera come torcia improvvisata, potei vedere che la scalinata terminava con una porta di rete metallica chiusa da un lucchetto. Vi si poteva leggere un cartello… un cartello VERO… con le parole “SOLO MASCOTTE! GRAZIE!”.

Questo mi risollevò un po’ il morale, per due motivi: primo, nella zona riservata alle mascotte ci doveva essere stato sicuramente qualcosa di interessante, in passato; secondo, il lucchetto era ancora intatto. Nessuno era sceso laggiù. Né i vandali, né i saccheggiatori, nessuno.

Questo era l’unico posto che potevo effettivamente “esplorare” e in cui forse potevo trovare qualcosa di interessante da fotografare o portarmi a casa. Ero arrivato al Palazzo con l’idea che se alla fine mi fossi portato qualche ricordino a casa non sarebbe certo stato un problema perché – beh – era roba “abbandonata”.

Non ci volle molto per rompere il lucchetto. O per meglio dire, non ci volle molto per rompere la piastra di metallo sul muro alla quale il lucchetto era stato agganciato. Il tempo e la ruggine avevano fatto la maggior parte del lavoro sporco, e fui in grado di piegare la piastra metallica abbastanza da tirare via le viti dalla parete – una cosa a cui nessun altro evidentemente aveva pensato, o non aveva comunque ancora fatto.

L’area riservata alla mascotte era un cambiamento sorprendente e molto ben accetto rispetto al resto dell’edificio appena esplorato. Prima di tutto, ogni seconda o terza lampada del soffitto era accesa, anche se la sua luce tremava e si affievoliva a caso. Inoltre, nulla era stato rubato o rotto in alcun modo, anche se il tempo e l’abbandono si facevano sicuramente sentire.

I tavoli avevano blocchi per appunti e penne, c’erano orologi… anche un marcatempo sulla parete, completo di cartellini timbrati. Le sedie erano sparse in giro e c’era anche una piccola sala pausa, con un vecchio televisore ancora acceso su un canale statico, cibo marcio e bevande scadute da chissà quando.

Era come trovarsi in uno di quei film post-apocalittici dove tutto è lasciato alla rinfusa durante un’evacuazione.

Mentre camminavo per i corridoi sotterranei, simili ad un labirinto, il luogo si faceva sempre più interessante. Procedendo oltre, vidi che le scrivanie e i tavoli erano stati rovesciati, le carte erano sparse e quasi fuse con il pavimento umido, e un grande tappeto di muffa stava ricoprendo lentamente l’originale color cremisi del pavimento, ormai marcio.

Ogni cosa era viscida e marcia. Tutto ciò che era di legno si disintegrava al tatto divenendo poltiglia, e gli articoli di vestiario appesi a dei ganci in una delle camere si sfaldavano in fili umidi nel tentare di tirarli giù dal gancio.

Una cosa che mi turbava era che la luce era sempre più rada ed inaffidabile mentre mi addentravo nell’umida e soffocante profondità del luogo.

Alla fine raggiunsi una porta a strisce nere e gialle con su scritto “ATTREZZATURE PERSONAGGI 1”.

La porta sembrava fissata. Era probabilmente l’area dove si tenevano i costumi, e non mi sarei fatto scappare l’occasione di scattare una fotografia di quel contorto pasticcio puzzolente. Per quanto mi sforzassi, da qualunque angolo o e qualsiasi cosa facessi, la porta non si smosse di un millimetro.

Almeno finché rinunciai all’impresa e feci per allontanarmi. Fu allora che si udì un leggero schiocco sordo, e la porta si aprì lentamente.

All’interno, la stanza era completamente buia. Nero come la notte. Usai il flash della fotocamera per cercare un interruttore della luce nel muro vicino la porta, ma niente da fare.

Intento nella mia ricerca, persi parte della mia eccitazione iniziale, alquanto infastidito da un forte ronzio elettrico. File e file di lampade in alto si illuminarono all’improvviso, tremolando, spegnendosi e riaccendendosi, come le altre che avevo da poco passato.

Ci volle un secondo affinché i miei occhi si abituassero alla luce, e sembrava che per stesse aumentando tanto da far saltare di lì a poco tutti i neon… ma appena pensai che esse avessero raggiunto quella fase critica, le lampade si affievolirono un po’e si stabilizzarono definitivamente.

La camera era esattamente come avevo immaginato. Vari costumi dei personaggi Disney appesi alle pareti, montati e completi, simili a strani cadaveri da fumetto, impiccati a cappi invisibili.

C’era un intero scaffale di perizomi e vestiti di “nativi” attaccati ai ganci sul retro.

Quello che trovai strano, e che volevo fotografare subito, era un costume di Topolino al centro della stanza. A differenza degli altri, giaceva sulla schiena al centro del pavimento, come la vittima di un omicidio. La pelliccia sul costume era marcia e ammuffita.

Quel che era ancora più strano però, era il colore del costume. Una sorta di negativo fotografico del vero Topolino. Nero dove avrebbe dovuto essere bianco e bianco dove avrebbe dovuto essere nero, con i pantaloni normalmente rossi di colore azzurro.

Guardarlo era scoraggiante, al punto che fino alla fine non ebbi il coraggio di fotografarlo.

Scattai foto dei costumi appesi alle pareti da diverse angolazioni: dall’alto, dal basso, di lato, al fine di mostrare un’intera fila di volti putridi ed immobili, tra i quali alcuni con gli occhi di plastica mancanti.

Poi decisi di allestire una scena per uno scatto. La testa di uno dei costumi marci dei personaggi, poggiata sullo sporco pavimento viscido.

Afferrai allora la testa di Paperino e delicatamente la tolsi dal muro, in modo che non mi si sfaldasse tra le mani.

Mentre guardavo negli occhi quella testa ammuffita, il rumore di qualcosa che si fracassava mi fece sobbalzare.

Guardai giù, ai miei piedi, e tra le mie scarpe c’era un teschio. Era caduto dalla testa della mascotte e si era frantumato in mille pezzi ai miei piedi; solo il volto vuoto e la mascella erano rimasti intatti, rivolti verso l’alto a fissarmi.

Lasciai cadere la testa di Paperino immediatamente, ovviamente, e mi avvicinai alla porta. Mentre ero in piedi sulla soglia, fissai nuovamente il cranio sul pavimento.

Bisognava scattargli una foto, capite? DOVEVO farlo, per una serie di ragioni che possono sembrare stupide, ma solo se non ci si ferma a riflettere.

Avrei avuto bisogno di una prova di quello che era successo, soprattutto se la Disney avesse in qualche modo fatto sparire tutto. Non avevo alcun dubbio in proposito, Disney aveva una RESPONSABILITÀ in tutto questo.

Fu a quel punto che Topolino, quel negativo fotografico, quel Non-Topolino al centro del pavimento, si alzò in piedi.

Dapprima sulle ginocchia, poi ritto, il costume di Topolino… o chi c’era dentro, stava lì al centro della stanza, la sua maschera si rivolse direttamente a me appena mormorai “No…” ancora e ancora e ancora…

Con mani tremanti, il cuore che batteva all’impazzata, e le gambe che ancora una volta si erano trasformate in gelatina, riuscii a sollevare la fotocamera e a puntarla verso la creatura di fronte a me, che semplicemente mi osservava in silenzio.

Lo schermo della fotocamera digitale visualizzava solo pixel morti dove avrebbe dovuto esserci quella cosa. Era una perfetta silhouette del costume di Topolino. Mentre la fotocamera si muoveva fra le mie mani tremule, i pixel morti incominciarono a diffondersi, seguendo la sagoma di Topolino nel suo movimento.

Poi la macchina fotografica si spense. Lo schermo divenne completamente nero e… si fracassò.

Alzai di nuovo gli occhi verso il costume di Topolino.

“Hey”, disse con voce flebile, perversa, ma identica a quella di Topolino, “Vuoi vedere come si stacca la mia testa?”

Cominciò a tirarsi la testa, mettendo le dita goffe rivestite dai guanti intorno al collo, afferrando con movimenti frenetici, come un uomo ferito che cercasse di tirarsi fuori dalle fauci di un predatore…

E mentre si affondava le sue dita nel collo… così tanto sangue…

Così tanto, denso sangue giallo…

Mi voltai sentendo lo strappo nauseante di stoffa e carne… volevo solo mettere più spazio possibile tra me e quella cosa. Sopra la porta della stanza vidi l’ultimo messaggio, inciso nel metallo con le ossa, o con le unghie…

“ABBANDONATO DA DIO”

Non ho mai recuperato le immagini dalla fotocamera. Non ho più scritto del mio viaggio su un blog. Dopo essere uscito da quel luogo, fuggendo per conservare la mia sanità mentale, se non la mia stessa vita, capii perché la Disney voleva che nessuno sapesse di quel posto.

Il motivo non era che non volevano che qualcuno come me entrasse.

Non volevano che qualcosa come quella uscisse.

 

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Connor – Il figlio di Satana

A quanto pare il figlio del diavolo partorito da Rosemary nel film Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York di Roman Polanski ha trovato casa, si chiama Connor ed è un bel bambino con gli occhi che brillano al buio che urla come un dannato. Forse perché lo è.

 

 

I genitori di Connor, ChuckKate Booth, giurano che il video è assolutamente reale, ed è stato catturato dalle telecamere installate dalla nonna del piccolo per controllarlo mentre dorme. Peccato che il bambino di riposare non ne abbia alcuna voglia, ed anzi si prodighi in numeri funambolici che lo vedono in equilibrio sulle barre della culla per oltre venti secondi, raggelando il sangue con urla a dir poco ferali.

Chuck e Kate precisano, inoltre, di essere quasi – sottolineo quasi – certi che il figlio non sia posseduto dal diavolo, che gli occhi luminosi siano frutto della videocamera notturna, e che secondo loro non è poi così inusuale che un bambino di pochi mesi sia in grado di restare in piedi per così tanto tempo.

Mah. 😐

Se Connor non è il figlio di Satana, ha certamente un futuro assicurato al circo.

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