Tag: India

Mamma a 72 anni – Miracolo in India

Barcroft Media

 

C’è chi spera con tutto il cuore di diventare un giorno genitore, lottando con le difficoltà della vita di ogni giorno, l’età che avanza e a volte anche contro le malattie. La storia di oggi ci ricorda che non è mai troppo tardi per smettere di sognare: vi presento Daljinder Kaur, mamma per la prima volta a 72 anni suonati.

Mohinder Singh Gill e Daljinder Kaur sono una coppia indiana, sposata da 46 anni. Mohinder ha 79 anni, Daljinder 72. Sebbene vivano felici e rasserenati dal loro amore, un’ombra si stende da quasi mezzo secolo nel loro cuore: non hanno mai potuto godere della gioia di essere genitori. Eppure le hanno provate tutte, da consulenti della fertilità a cliniche specializzate, ma niente. Nessun cucciolo d’uomo a riempire la loro vita di schiamazzi e sorrisi. Finché un giorno Daljinder rimane incinta. A 72 anni.

Ci sono voluti due anni di trattamenti per la fertilità al National Fertility Centre nello stato di Haryana, costati alla coppia circa € 1.200, una cifra tutto sommato abbordabile, ma all’inizio di maggio 2016 ce l’hanno fatta.

Dio ha accolto le nostre preghiere. Ora la mia vita è finalmente completa. – Daljinder Kaur

Vi posso assicurare che il pupo, di nome Arman, è perfettamente sano; nato di 2 chili – sì, in effetti è un po’ pochino – non presenta alcuna malformazione né malattia, con buona pace del dottor Anurag Bishnoi, che ha supervisionato la gravidanza, che non era favorevole alla fecondazione assistita su una donna così anziana.

La gioia della nascita è però smorzata dalle critiche di numerosi specialisti, che ritengono la scelta portata avanti da Bishnoi eticamente scorretta.

Ciò che è successo è esecrabile. Grazie al progresso della scienza, possiamo mettere incinta una donna di 90 anni. Qual è il problema? Non si tratta di poterlo fare, è questione di etica. Abbiamo una responsabilità verso i nostri pazienti. Quest’uomo [il dottor Bishnoi] non ci rappresenta, ed andrebbe radiato. – Dottor Hrishikesh Pai, presidente della federazione dei ginecologi indiani

Cosa farà il piccolo Arman quando i suoi genitori – speriamo fra cent’anni – non ci saranno più? Come potranno guidarlo e prendersi cura di lui se soffrono già i patimenti della vecchiaia? E il dottor Bishnoi ha fatto gli interessi dei suoi assistiti o si è trattato di accanimento?

 

Mamma a 72 anni: è giusto o sbagliato ricorrere alla fecondazione assistita in età così avanzata?

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La tigre fantasma

Elliott O’Donnell è un autore inglese a cavallo tra l’800 ed il ‘900 che, a suo stesso dire, ha spesso avuto a che fare con i fantasmi. A cinque anni assiste all’apparizione di uno spirito dell’oltretomba e diversi anni dopo un’altra entità, molto più aggressiva, tenta di strangolarlo, fortunatamente invano. Nella sua notevole carriera – 50 libri e numerose pubblicazioni minori su importanti riviste specializzate, come Weird Tales – O’Donnell scrive non solo storie di fantasmi partorite dalla sua fervida fantasia, ma anche di cronache accadute a persone che lui stesso segue nella ricerca della verità sulle entità paranormali.

Ho investigato, a volte da solo, a volte con altre figure e la stampa, diversi casi di apparizioni di fantasmi. Credo negli spiriti, ma non mi definisco uno spiritista. – Elliott O’Donnell

Una delle sue cronache più sconcertanti è quella che vede protagonista una misteriosa quanto letale tigre fantasma.

La tigre unisce velocità e possanza, grazia e agilità. Temuta e rispettata nei Paesi del Sudest asiatico, non stupisce che sia divenuta nel tempo icona della forza non solo del fisico, ma anche dello spirito. Numerosi racconti la descrivono a volte come alleata, a volte come nemica divoratrice di uomini. In alcune culture viene spesso rappresentata come uno spirito volto a difendere le anime dei defunti, come la tigre Bengala ad Assam, India. O’Donnell racconta di un fatto accaduto ad un suo conoscente, tale Colonnello De Silva e del suo violento incontro con l’enorme felino: un giorno il militare, di stanza in India, assiste impotente all’uccisione di un anziano lebbroso da parte di un’enorme tigre. Il vecchio, poco prima di esalare l’ultimo soffocato respiro, maledice con un filo di voce De Silva e tutta la sua famiglia, per non aver provato a salvarlo.

Un anno dopo, continua O’Donnell, comincia insistentemente a correre voce che una divoratrice di uomini infesti la regione. Inutili le battute di caccia organizzate dalla polizia locale e dai cittadini: il grosso felino striato miete una vittima dopo l’altra, inesorabilmente. Alcuni fortunati però riescono a sottrarsi alla sua furia e a cavarsela con non più di qualche graffio. Questi ultimi, tutti, inspiegabilmente, contraggono la lebbra e muoiono nel giro di qualche settimana. De Silva è terrorizzato, e teme in cuor suo che la tigre sia il frutto della sua debolezza, pronta a dilaniare le persone che ama. Il colonnello un giorno riesce a spararle, ma purtroppo manca il bersaglio. Poco dopo, ancora madido di sudore per aver sprecato l’occasione di uccidere la fiera, segue le enormi impronte della bestia, e scopre con orrore che si sta dirigendo con passo veloce verso il parco dove passeggia beatamente suo figlio in compagnia della tata. Fa appena in tempo a sparare al mostro quando questo si trova a mezz’aria, pronto a ghermire le prede. Colpita in pieno, la tigre svanisce letteralmente nel nulla senza toccare terra.

La bambinaia muore sul colpo terrorizzata dal ferale spettro. Il piccolo, per fortuna, è ancora vivo, ma De Silva ha poco da gioire. Il pargolo è stato ferito da uno degli artigli dell’animale; muore in pochi giorni, dopo aver misteriosamente contratto la lebbra.

La tigre fantasma non si rifarà mai più viva.

 

Tigre

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Khadija Khatoon – La ragazza senza volto

A Kolkata, India, c’è un agglomerato di case, poco più che baracche, ammassate l’una sull’altra. In una di queste vive la ventunenne Khadija Khatoon insieme ai genitori. Una ragazza come tante altre, se non fosse che Khadija non ha né occhi né naso. In pratica, non ha un volto.

 

Khadija Khatoon

 

Sin dai primi istanti di nascita i genitori di Khadija, il sessantenne Rashid Mulla e la cinquantenne Amina Bibi, si accorgono che qualcosa nella loro bambina non va. La piccina non apre mai gli occhi, e presenta delle strane pieghe della pelle sul volto. Nei due mesi successivi le cose non migliorano, anzi, e Rashid e Amina decidono di farla visitare da un medico. Dopo diversi esami, che hanno portato via sei mesi, la conclusione è una sola: la bambina è affetta da neurofibromatosi, una malattia genetica. La prognosi è infausta, e gli specialisti interpellati non danno speranze alla piccola, che secondo loro morirà inevitabilmente nel giro di qualche anno. Khadija, inoltre, non è operabile, perché qualsiasi tentativo di asportazione chirurgica la porterebbe a morte certa. Il consiglio è di vivere quei pochi anni che le restano a casa, tra l’affetto dei suoi genitori, piuttosto che in un freddo letto d’ospedale.

È nata con le palpebre inspessite e si notava subito che fosse diversa dagli altri miei bambini; non ci siamo preoccupati realmente finché non abbiamo capito che non riusciva ad aprire gli occhi. Quando l’abbiamo portata in ospedale è stata ricoverata per sei mesi e l’hanno sottoposta a tutti i test possibili, ma i dottori alla fine ci hanno detto che per lei non c’era nulla che potessero fare. A queste parole ci siamo rassegnati, e non l’abbiamo fatta più visitare. In seguito, quando Khadija è diventata più grande, ha rifiutato ogni aiuto. I medici ci hanno spiegato che qualsiasi operazione chirurgica avrebbe portato a morte certa, così abbiamo vissuto nel terrore [delle conseguenze delle nostre scelte]. Ora che Khadija è più grade, ha deciso volontariamente di non sottoporsi ad alcun intervento. – Amina Bibi, madre di Khadija Khatoon

 

Khadija Khatoon

 

Miracolosamente, Khadija supera l’adolescenza e arriva a raggiungere i 21 anni. Le pieghe del volto hanno completamente divorato la sua faccia, spostandole la bocca dalla sua posizione naturale verso sinistra ed in verticale. La sua voce è fioca, quasi impercettibile, ma nonostante tutto la ragazza si dichiara felice della sua vita.

I miei genitori sono i miei unici amici e li amo con tutto il cuore. Loro sono il mio mondo. […] Riempio le mie giornate seduta a pensare, parlando con mia madre delle cose di ogni giorno ed ogni tanto esco fuori a farmi un giro nel circondario. Adoro il the. Sono contenta della mia vita. – Khadija Khatoon

 

Khadija Khatoon

 

Il neurochirurgo dell’Ospedale Apollo di Kolkata, Anirban Deep Banerjee, prende a cuore la storia della ragazza e svela che tra le pieghe della sua pelle potrebbe annidarsi un tumore maligno, che deve essere asportato con ogni mezzo. Un’operazione chirurgica del genere potrebbe essere, con le attuali tecnologie, possibile, ma i costi sarebbero ingenti: la sua famiglia, in totale, guadagna circa un centinaio di euro al mese.

Per pagare la delicata operazione è stata avviata una petizione dall’ufficiale di stato Rupak Dutta destinata al governo indiano per chiedere un finanziamento a fondo perduto. È stato anche creato un progetto di raccolta fondi: sebbene non si sia raggiunto l’obiettivo prefissato dalla campagna, le £ 7.515 raccolte (circa € 10.000) sono più che sufficienti per garantire una speranza alla giovane.

 

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La manticora – Il mostro dal volto umano

Le leggende persiane sono tante quanto la sabbia del deserto, e sono ammantate dei più oscuri misteri.

Siete in una taverna di Esfahān, dove un cacciatore arringa la folla mostrando un’enorme cicatrice che gli taglia il petto da parte a parte. Vi avvicinate per ascoltare meglio, e notate lo sguardo d’odio e di terrore del cacciatore, quando pronuncia una parola: Martyaxwar. Questa è la storia della manticora, il mostro dal volto umano.

 

Manticora

 

La manticora è una creatura che affonda le proprie origini nella leggenda delle antiche città persiane. Si dice che abbia il corpo di un possente leone e una coda da scorpione. Quello che più incute timore è la grottesca testa dell’animale, in tutto e per tutto simile ad un volto umano. Spesso la manticora attrae ignari viaggiatori seminascosta tra la boscaglia, emettendo curiosi versi che ricordano il suono prodotto da una trombetta. La vittima si avvicina incautamente, salvo poi rimanere impietrita di fronte all’enorme bocca spalancata del mostro, che rivela al suo interno tre file di centinaia di denti aguzzi che si avventano sul malcapitato come una letale tagliola, recidendogli la testa di netto all’altezza del collo ancora pulsante di vita.

 

Manticora

 

Il primo documento a descrivere la bestia è Indikà di Ctesia di Cnido (400 a.C.), ripreso poi in Periegesi della Grecia di Pausania il Periegeta, vissuto nel 2° secolo d.C. Il testo originale è andato perduto, ma è giunto fino a noi grazie alle citazioni di numerosi altri autori.

Ctesia parla anche del manticora, una bestia che si trova presso gli Indiani e che ha il volto simile a quello degli uomini. Questa bestia è grande quanto un leone e ha il colore della pelle di un rosso simile a quello del cinabro; ha i denti disposti su tre file, le orecchie di un uomo e gli occhi glauchi simili a quelli di un uomo. La sua coda assomiglia a quella di uno scorpione di terra, misura più di un cubito ed è munita di un pungiglione. Nella coda, lateralmente, sono disposti, qua e là, altri pungiglioni, oltre a quello che, come nella coda dello scorpione, si trova sulla punta. È con questo pungiglione che il manticora colpisce chi gli si avvicina e chiunque venga da esso ferito trova una morte sicura. Se invece qualcuno lotta con il manticora a distanza, esso, sollevando la coda, si mette a saettare i suoi dardi, come da un arco, contro l’avversario che gli sta di fronte, oppure, voltandosi, cerca di colpirlo da dietro tendendo la sua coda in linea retta. Il manticora riesce a scagliare i suoi dardi fino a cento piedi di distanza e qualsiasi essere vivente venga da essi colpito (ad eccezione dell’elefante) trova una morte certa. I suoi pungiglioni misurano un piede e sono spessi quanto un giunco sottilissimo. Il termine “martichoras” significa in greco “antropofago”, proprio per il fatto che questa bestia si nutre per lo più di uomini, oltre che di altri animali. Riesce a combattere anche con le unghie (oltre che con i pungiglioni). I suoi pungiglioni – così dice Ctesia – dopo che sono stati lanciati crescono di nuovo (molti infatti è possibile trovarne in India). In India ci sono molti esemplari di manticora: gli uomini li cacciano a dorso di elefante scagliando da lì le loro frecce. – Fozio di Costantinopoli

In alcune versioni tratte dai bestiari medievali, la manticora avrebbe un paio di grandi ali nere da pipistrello (esattamente come il Diavolo del Jersey) che le consentirebbe di volare nel cielo per attaccare gli uomini dall’alto. Sebbene, come già detto in precedenza, venga dettagliatamente descritta in molti testi sulla biologia o la storia persiana, dell’esistenza della manticora non esiste alcuna prova, e trasporta le sue storie, per l’appunto, nel regno della fantasia.

 

Manticora

 

Ad ogni modo, se udite nel vento qualcosa che sembra una musica di una macabra trombetta, fuggite via. Senza voltarvi indietro. Sopratutto se tra le foglie notate degli occhi umani, troppo umani, che vi fissano.

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