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La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 2

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NoEnd House 3 – Origin of Ending – Part 2 (La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 2) è il quarto ed ultimo capitolo della saga No End House, scritta da Brian Russell. David incontra una grottesca ragazzina, Natalie, che sembra conoscere il destino che si cela dietro le porte della Casa. Ma nulla è come sembra.

Trovate il primo capitolo in italiano qui, il secondo qui, e la prima parte del terzo capitolo qui, tradotti in esclusiva dalla Bottega del Mistero. L’autore Brian Russel ha dichiarato, in un post del 2013, che avrebbe continuato la serie scrivendo un nuovo capitolo molto più lungo dei precedenti ma, a tutt’oggi, non ha pubblicato aggiornamenti in merito. A due anni e mezzo di distanza credo che la storia non avrà un seguito. Gustatevi quindi l’ultimo capitolo della Casa Senza Uscita.

Buona lettura.

 

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La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 2

 

La giovane si alzò e scostò i capelli dal volto. Per qualche ragione, anche immaginando quanto fosse terrificante quella visione per David, c’era qualcosa di insolitamente… normale, in quella ragazza. Aveva lunghi capelli castani che le arrivavano a sfiorare le spalle ed era magra come un chiodo, con un mucchio di lentiggini che le incorniciavano il naso e le guance. I suoi vestiti non avevano nulla al di fuori del normale, si sarebbero potuti trovare in qualsiasi negozio – canotta nera e dei jeans infilati in degli stivali rosso scuro. Era più grande di quanto immaginasse in un primo momento. Doveva avere circa sedici anni – se mai quella cosa avesse avuto realmente un’età. Un brusio alle loro spalle li fece sussultare, riportando David alla realtà.

“Dobbiamo andare” disse la ragazza “adesso.” Gli afferrò la mano e lo trascinò via. Preso alla sprovvista, David la seguì e quasi lasciò cadere il cellulare. Cercò di tenerlo in alto, per quanto gli era possibile farlo, per illuminare il cammino.

“Non ce n’è bisogno” la ragazza alzò la mano libera “guarda.” Mormorò qualcosa tra un respiro affannoso ed un altro, qualcosa che non era certamente in inglese, ed una luce incandescente pulsò di fronte ai due, cominciando a seguire la giovane. Era come una torcia che seguisse i loro movimenti. Il brusio dietro di loro si fece più forte mentre si avvicinavano al primo bivio della galleria. Senza esitare, la giovane girò a destra. Dopo qualche istante, il brusio si dissolse, e i due ragazzi si trovarono di fronte ad una scala la cui fine si perdeva nell’oscurità.

“Saliamo di qui!” La ragazza guadagnò le scale per prima. Questo gesto riportò nuovamente alla realtà David, che si sentiva oltremodo confuso.

“Aspetta!” La giovane fermò la sua corsa a metà delle scale, e lanciò lo sguardo oltre le sue spalle.

“Guarda, capisco che tutto ciò possa sembrarti stran-”

“No, no, lo so che è strano. Ho visto ben altro finora. Ma tu chi diavolo sei?”

“Te lo spiego dopo, ok? Dobbiamo solo uscire di qui, no? Nessuno al mondo dovrebbe trovarsi intrappolato qui dentro e noi, beh, noi lo siamo. Detto questo…” La ragazza riprese la sua corsa. David era sul punto di ribattere, ma il brusio alle sue spalle riprese più forte. In quel momento la sopravvivenza era certamente più in alto della curiosità nella scala delle sue priorità, e David si arrampicò dietro la ragazza, lasciandosi alle spalle i cunicoli per quella che lui sperava fosse l’ultima volta.

La scala sbucava in una stanza vuota. Sembrava un enorme sgabuzzino. Diversi secchi e stracci erano accantonati lungo le pareti, e per essere una sezione della Casa, era decisamente modesta. La ragazza trasalì e allungò la sua mano verso David. I suoi sbalzi d’umore erano certamente qualcosa di cui restare colpiti, e David le afferrò la mano con riluttanza.

“Ti starai chiedendo chi sono e come faccio a conoscerti.” La giovane non aspettò la risposta di David. “Il mio nome è Natalie, è questa è più o meno casa mia.”

“Ma di che diavolo parli? Questa è casa tua? Questo cazzo di posto è casa tua?”

“Lo so, lo so, ma devi capire com’è successo. Vedi, non è stato sempre così, prim-”

“E poi che diavolo – che cos’era quella cosa che hai fatto? Quella luce volante?”

“Sì, lo so – è tutto legato alla storia. Capirai tutto se mi lasci spiegare.” Natalie prese fiato e fissò David. Lui restò in silenzio e tornò a prestarle ascolto, lasciandole intuire che aveva tutta la sua attenzione. “Questa è casa mia. So che adesso ti sembra l’anticamera dell’inferno, e hai ragione. È l’inferno. La mia famiglia era invischiata in affari decisamente non convenzionali. Ci siamo trasferiti qui una decina d’anni fa e tutto filava liscio. Un luogo particolarmente pittoresco ed isolato, sono d’accordo, sopratutto per me che ero abituata alle grandi città, ma era bello vivere qui. Il problema è che la mia famiglia, noi… sappiamo fare delle cose. Siamo streghe.” Natalie soffocò una risata. “Trucchi buoni per lo più ad impressionare la gente, come quella luce che hai visto di sotto nelle grotte. Ma alcuni di noi, come mio fratello, hanno cominciato ad osare di più. Hanno stretto alleanze con demoni e cose del genere. Io sono in grado di evocare un gatto, ad esempio, che è una cosa carina da vedere, mentre mio fratello si è spinto molto oltre. Abbiamo provato a dissuaderlo, ma il potere che poteva scatenare lo stava lentamente divorando, non era in grado di fermarsi. Peter non è mai stato uno pronto a sentirsi dire di aver sbagliato.”

“… Peter?” Un’idea balenò nella mente di David, ma era troppo assurda per poterla accettare. Peter era suo amico da anni… O almeno così credeva.

“Fu così che una notte, sette anni fa, mio fratello superò il confine. Richiamare demoni per diletto non era più abbastanza per lui, voleva di più. Gli chiedemmo cosa lo ossessionasse a tal punto, e lui ci domando perché avrebbe dovuto fermarsi. Che cosa accadde nelle notti a seguire… è un po’ difficile spiegarlo.” Anche se alla ragazza mancavano gli occhi, sostituiti da orrende feritoie nere, era palese che il ricordo appena rievocato la addolorasse. La Casa – l’inferno – era opera del fratello di Natalie, suo amico. A David però sembrava che quella ragazza fosse più che una semplice prigioniera della Casa come lui.

“D’accordo” David le pose una mano sulla spalla “andiamocene fuori di qui.”

David si guardò attorno. Il cuore gli sussultava impercettibilmente mentre scrutava la stanza. A parte la botola nel pavimento da cui erano entrati non vi era nessuna via d’uscita – solo mura di liscio cemento.

“Hai idea di dove siamo?” Chiese alla ragazza, sperando vivamente in una sua risposta affermativa.

“Ovviamente” replicò la giovane, con una punta di esitazione che non piacque a David “questa è cosa mia, dopotutto.” Detto ciò si avvicinò ad una delle pareti. La superficie del muro era un’unica lastra di cemento grigio – nessun passaggio, nessuna porta, niente di niente. Natalie frugò in una tasca e tirò fuori quello che sembrava un carbone, simile a quelli usati dai ritrattisti. Con quello disegnò una lunga linea continua di circa un metro. Tratto dopo tratto, David la fissava a bocca aperta ammirandone la maestria. Non aveva mai visto nulla di simile al di fuori dei film fantasy. Era una specie di yin e yang spezzato da un pentagramma avvolto dallo scarabocchio di un infante. Natalie si rimise il carbone in tasca e si ravviò i capelli con le dita. Dopo un momento di silenzio, alzò la mano destra contro il simbolo, sfiorandosi la tempia con due dita di quella libera. Di primo acchito, a David sembrò che la ragazza fosse concentrata nel parlare, ma si rese conto ben presto che in realtà aveva ripreso quel suo strano cantilenare. Il simbolo vibrò, e David restò a bocca aperta nel vederlo tingersi di un viola acceso. Natalie sorrise tra sé quando il muro si divise in due parti.

“Mi è sempre piaciuto un sacco farlo.”

 

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La Bottega del Mistero
Alza il velo della realtà per portare alla luce curiosità, misteri, eventi grotteschi o divertenti. Ma sempre comunque affascinanti.
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L’eclissi di luna del 28 settembre – Uno spettacolo da non perdere

Si tratterà di una concatenazione di eventi molto rara, che si ripeterà soltanto tra diciotto anni: la Superluna rossa del 28 settembre sarà uno spettacolo mozzafiato.

Il 28 settembre, dalle 2:12 ora italiana, sarà possibile assistere ad una singolare eclissi di Luna: all’apice dell’evento il nostro satellite diverrà completamente rosso, e sarà molto più grande del solito. Quel giorno infatti la Luna si troverà molto vicina al perigeo (la distanza minima con la Terra), mostrandosi più grande di circa il 14%. Il colore rossastro sarà invece frutto della deviazione dei raggi solari da parte dell’atmosfera terrestre: benché il nostro satellite si troverà tecnicamente in ombra, il colore rosso della luce riuscirà a raggiungerlo, donandogli questo particolare aspetto. Quello del 28 settembre si tratterà di un evento molto raro, che nell’ultimo secolo è avvenuto solo cinque volte, l’ultima delle quali nel 1984; la fase più spettacolare sarà tra 4:47 e le 5:22, quando gli effetti dell’eclissi saranno più evidenti.

Se il cielo non vi consentirà di godervi lo spettacolo, sul canale della NASA sarà possibile assistere in diretta all’evento. Per farvi un’idea di cosa accadrà, l’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) ha preparato un video dimostrativo creato col software Stellarium.

 

 

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PIG 05049 – La vita dopo la morte di un maiale

C’è un proverbio, di origine toscana, che sancisce che del maiale non si butta via nulla. Ma sarà proprio così? È possibile che di un porcellino alla sua morte niente vada perduto? Questa è la storia del maiale 05049, e della sua vita dopo la morte.

Christien Meindertsma è una designer olandese che nel 2005 decide di seguire il destino di un suino ben oltre la sua morte biologica, per scoprire quanto del suo corpo verrà riutilizzato e in che modo: nasce così il progetto PIG 05049. Per tre lunghi anni Meindertsma racoglie, cataloga e traccia ogni singolo brandello di 05049, un suino nato e cresciuto in un allevamento olandese che, come buona parte dei suoi consimili, termina la sua vita in un macello, affinché la sua carne venga trasformata in prosciutti, salsicce e salami. Ma è tutto il resto ad essere sorprendente. Legamenti, ossa, cartilagini, occhi, interiora, peli; ogni cosa vive una nuova vita: si va dai proiettili alle bibite, dalle vernici per interni ai freni per locomotive, dagli orsetti gommosi alle statuine di porcellana. Le singole parti diventano così molto più del soggetto originale, disperse per tutto il mondo in una filiera produttiva che non conosce il destino di alcuno degli elementi in gioco. Tutta la storia di 05049 viene raccolta in un libro, minimale nella scrittura e nelle immagini, impreziosito sulla costola da una replica dell’etichetta identificativa che il maiale aveva all’orecchio quando ancora era in vita. Siamo quindi legati necessariamente alla carne? E ha davvero senso dichiararsi vegani o vegetariani quando molte delle cose di ogni giorno sono, spesso inconsapevolmente, di origine animale?

 

 

Il maiale viene così spedito per il globo da continente a continente, terminando il suo quasi infinito viaggio nel piatto di un bambino sotto forma di bistecca, o tra le mani esperte di un pittore come pennello, oppure ancora tra le labbra di una donna, come composto di una sigaretta. Ma anche come valvola cardiaca ad impianto umano, che dona ad un cardiopatico la possibilità di vivere per molti anni ancora insieme alla sua famiglia.

Così che almeno il cuore di 05049 non smetterà di battere tanto presto.

 

 

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L’alieno di Nuevo Laredo

All’inizio di luglio 2015 un uomo di Nuevo Laredo, in Messico, è turbato da alcuni strani rumori che provengono dall’esterno di casa sua. Fattosi coraggio, impugna il cellulare, pronto a immortalare i ladri che certamente stanno tentando di rubargli il raccolto. Quello che immortalerà su video sarà più di un semplice ladruncolo: si ritroverà faccia a faccia con un alieno.

Messico, Stato di Tamaulipas, Nuevo Laredo. Prima metà di luglio, 2015. Alla periferia di Nuevo Laredo, in pieno giorno, il proprietario di un ranch, dopo aver udito strani rumori provenire dall’esterno della sua casa, ha deciso di investigare. Usando la telecamera del suo cellulare, ha raccolto delle immagini di quello che sembra un alieno. La figura umanoide, apparentemente nuda dalla pelle di un rosa molto pallido, si muove sul tetto della sua residenza. È molto agile, esile, ha gambe e braccia molto lunghe ed una testa particolarmente piccola. Appena si è reso conto di essere osservato balza via lontano ed il fattore, che non è riconoscibile nel video, lo perde di vista. Il video, in spagnolo, è stato postato su YouTube da un’emittente locale, El Mañana. Studi preliminari hanno evidenziato che il filmato non presenta tagli, effetti speciali o transizioni, confermando l’autenticità dello stesso. – Brazil Weird News

Questo il video originale pubblicato dalla televisione El Mañana.

 

 

Il video sembra realmente autentico, anche se qualche dubbio sorge: perché l’alieno se ne sta completamente nudo sul tetto di una casa? E com’è possibile che non si renda conto di essere osservato se non dopo diversi secondi? Inoltre resta completamente immobile per diverso tempo.

Sebbene la maggior parte delle persone abbia creduto alla storia, si tratta in realtà di un falso.

Il filmato è opera dell’artista Jose Joaquim Perez, responsabile del canale YouTube JJPD Producciones, specializzato in computer grafica ed animazione 3d. A quanto sembra El Mañana ha fatto passare una creazione di Perez come una notizia vera, millantando anche di aver effettuato diverse prove per verificare che il video non fosse contraffatto.

Ecco, difatti, il video della creazione della creatura.

 

 

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La Casa Senza Uscita: Parte II – Maggie – No End House

No End House II Maggie (La casa senza uscita: Parte II – Maggie) è il secondo capitolo della saga No End House, scritta da Brian Russell. Dopo le grottesche avventure del protagonista del primo racconto, David, questa volta è Maggie, la sua fidanzata, a doversi confrontare con la casa infestata che sembra aver fatto sparire nel nulla il ragazzo che ama. Riuscirà Maggie a salvare David, o diverrà anche lei un’ennesima vittima della Casa Senza Uscita?

Trovate il primo capitolo in italiano qui, tradotto in esclusiva dalla Bottega del Mistero. Un nostra personale menzione va a Francesca, che ci ha scritto una bellissima email di ringraziamento per il sito e per questo – non facile – lavoro di traduzione. 💖

Buona lettura!

 

Ragazza che piange

 


La Casa Senza Uscita: Parte II – Maggie

 

Erano passate tre settimane dall’ultima volta che avevo sentito David. Dal nostro primo appuntamento, sei mesi fa, solo una volta non ci siamo parlati per tre giorni, per colpa di un violento litigio. Non abbiamo parlato di niente in particolare l’ultima volta, tranne forse che mi anticipò che dovesse dare un’occhiata ad una cosa di cui gli aveva parlato un’amico. Poi l’altra notte mi è arrivato uno strano messaggio. Era di David, ma non era stato mandato col suo numero. C’erano solo cinque parole:

“nessuna uscita non venire david”

Qualcosa non andava. Dopo aver letto il messaggio mi sentii male, come se avessi visto qualcosa che era meglio restasse celato. Decisi di contattare Peter, ma avevo già parlato con quel coglione prima. Era un fannullone, ma magari aveva qualche informazione su dove fosse finito David. Mi collegai su AIM con l’account di David, certa che sarebbe stato più facile parlare con Peter se non avesse saputo che ero io. Appena collegata, mi contattò.

“David?! Cazzo mi hai fatto morire pensavo fossi andato alla casa.”

“Di che stai parlando?”

“La Casa Senza Uscita, fratello, quel posto dove ti avevo suggerito di stare alla larga.” Senza Uscita. Questo tipo sapeva dov’era David.

“Ah già, non sono riuscito a trovarla. Magari ci riprovo domani. Mi spiegheresti meglio dov’è?”

“Non ci penso proprio, fratello, mi hai fatto cagare sotto pensavo che fossi lì non ci andare.”

“Peter, sono Maggie.”

“Cosa? Dov’è David?”

“Non lo so. Pensavo lo sapessi tu, ma mi sbagliavo.”

“Oh cazzo. Cazzocazzocazzocazzo.”

“Ma che? Diavolo Peter dimmi dov’è andato David.”

“Credo sia andato alla casa. È fuori città, tipo quattro miglia lungo Terrence Street. Alla strada senza segnaletica gira a destra. Cazzo, sorella, è andato.”

“Non credo proprio.”

“Che stai pensando di fare?”

“Vado a riprendermelo.”

Uscii di casa verso le otto di sera. Non c’era una sola auto lungo tutto il tragitto, finché non imboccai la strada senza segnaletica ed un cartello mi accolse così:

Senza Uscita – Da questa parte

Aperta 24 ore al giorno

Avevo il fiato corto da quando avevo lasciato il mio appartamento, e trovarmi di fronte a quella casa non mi agliutava di certo. Non c’erano altre auto parcheggiate, così immaginai che fosse chiusa. Una lampada gettava luce sull’area circostante, e dalle finestre si vedeva chiaramente che anche l’atrio all’interno fosse illuminato. Fermai la macchina ed affrontai la porta d’ingresso.

Nella reception non c’era niente di strano, ma come avevo immaginato oltre a me non c’era nessun altro. Tutte le luci erano accese, ma c’ero solo io lì dentro. Oltre alla porta da cui ero entrata, ce n’era un’altra soltanto. Affisso su quest’ultima c’era un biglietto:

“Per la Stanza 1 da questa parte. Ne seguono otto. Raggiungi la fine e vinci!”

Non fu quello a farmi quasi vomitare. Che per poco non mi fermò il cuore. C’era scritto altro, inciso a mano in rosso:

Non puoi salvarlo.

Rimasi pietrificata nella reception per un’ora. Immobile. Non sapevo che fare. Dovevo aprire quella porta? Chiamare la polizia? Quel cartello mi spingeva a pensare che la questione poteva essere molto più difficile da gestire di quanto potessi fare. La mia altezza rientra nella media delle ragazze, ma sono piuttosto esile. Non sarei mai riuscito a stendere lo psicopatico che aveva in ostaggio David. Decisi che chiamare gli sbirri fosse la cosa migliore da fare, così presi il cellulare dalla tasca. Nessun servizio. La casa probabilmente bloccava il segnale, ed in pratica si trovava nel bel mezzo del nulla. Percorsi la reception, certa che almeno fuori il cellulare prendesse. Afferrai la maniglia e tirai la porta. Bloccata. Tirai più forte. Niente. Era chiusa dentro. Picchiai forte urlando aiuto. Era inutile, lo sapevo, lì intorno non c’era nessun altro. Poi la mia tasca vibrò. Un messaggio. Ero contenta che fosse tornata la linea, finalmente ero salva. Magari era un messaggio di David che mi informava che stava bene. Era di un numero che non avevo in rubrica. Aprii il messaggio:

“E non puoi salvare neanche te stessa.”

Tremai. Volevo uscire. Ero chiusa dentro. Un cellulare che non prendeva, in una stanza senza uscita. I miei occhi guizzarono per la stanza, e si posarono sulla porta dall’altro lato. Un numero 1 dorato la sormontava, come le porte delle stanze d’hotel. Il pavimento sotto di me mi sembrava sempre più lontano man mano che vi avvicinavo alla porta. Quando mancavano pochi centimetri, appoggiai l’orecchio sul legno ed ascoltai. Una musica di Halloween risuonava in lontananza. Mi calmai. David è sempre stato un mago degli scherzi. Mi raccontava sempre di quelli che facevano lui ed i suoi amici ai nuovi giocatori della loro squadra di calcio. Un sorriso si allargò sul mio volto, ed aprii la porta senza timore alcuno.

Entrare nella stanza alleviò la mia tensione ancora di più. Era una semplice stanza da casa infestata dei luna park. In ogni angolo c’era uno spaventapasseri, ma niente di veramente pauroso. Erano del tipo che vedevi nelle scuole, con una grande faccia sorridente. Fantasmi di carta erano appesi al soffitto, ed un ventilatore sbuffava una brezza gelida che li faceva vorticare. Di fianco ad uno degli spaventapasseri c’era l’unica altra porta della stanza. Stampato sopra, come la prima porta, c’era un grande 2. Risi e mi lasciai alle spalle quella stupida stanza.

Come aprii la porta per la Stanza 2 non fui in grado di vedere al di là del mio naso. Era avvolta in un’enorme nebbia grigiastra che puzzava di plastica. Immaginai ci fosse qualche macchina per la nebbia da qualche parte, che era certamente in funzione da ore. Non c’erano finestre, e non riuscivo a respirare bene. Camminavo leggera quando trasalii. Mi ero scontrata con qualcosa che sembrava la versione robotica di Jason Voorhees. I suoi occhi rossi lampeggiavano ed il coltello nella mano andava su e giù con un movimento piuttosto meccanico. Avevo il cuore a mille, e se ci fosse stato qualcun altro con me mi sarei sentita incredibilmente imbarazzata. Mi coprii la bocca e superai RoboJason, mentre la nebbia si faceva più fitta. Cominciai a sentirmi male quando trovai la porta per la Stanza 3. Poggiai la mano sulla maniglia e la ritirai subito, dolorante. La maniglia era rovente. Accarezzai la porta e mi resi conto che anche quella era piuttosto calda. Non riuscivo a sentire niente dall’altra parte, così vi appoggiai l’orecchio contro certa di udire il fuoco crepitare, ma niente. Allora pensai che si trattasse semplicemente di una stanza riscaldata, come l’ultima parte del Mr. Toad’s Wild Ride di Disneyland. Con un lembo del mio vestito girai la maniglia più veloce che potei, e guadagnai l’accesso alla Stanza 3. Non c’era nessun incendio. Solo ombre, e faceva un freddo cane. La Stanza 3 non era come le altre stanze. Non era come nessuna altra stanza in assoluto.

Sapevo che c’era qualcosa di sbagliato. Cercai nella stanza ma non riuscivo a vedere neanche le mie mani che si affannavano sulla porta da cui era scomparsa la maniglia. Ero in trappola. Devo aver girato a vuoto per un po’, anche se in effetti non mi ero mossa da quando ero entrata. In quel momento si accese un luce dal soffitto. Un riflettore illuminava un piccolo tavolo, su cui si trovava una torcia. Anche se non riuscivo realmente a vedere dove stessi andando, la luce era abbastanza forte da aiutarmi ad orientarmi. Come afferrai la torcia mi accorsi di una piccola nota attaccata al manico:

A Maggie – Dall’Amministrazione

Letta la nota la luce sopra di me si spense, e fui di nuovo nel buio più totale. Giostrai un po’ con la torcia prima di riuscire ad accenderla. Poi, da ogni direzione, un brusio mi avviluppò. Il cuore sussultò, e puntai la torcia tutta intorno a me. Nella stanza non c’era niente, ma un attimo dopo vidi qualcosa che mi gelò il sangue nelle vene. Forse era il frutto della mia immaginazione, ma per una frazione di secondo mi sembrò di scorgere una figura nell’oscurità. Andai in panico. Mi allontanai dal tavolo, senza sapere quale direzione prendere. Il brusio si faceva sempre più intenso, e percepii distintamente la presenza di qualcosa che rifuggiva la luce. La mia mano tremava mentre cercavo di dirigere la torcia in ogni direzione. Era certamente lì, ma riusciva a rifuggire la luce ogni volta. Ed era più vicino. I miei occhi si rigarono di lacrime. Ero certa che avrei fatto cadere la torcia, per quanto tremavo, finché lo vidi. Un piccolo 4. Scritto a mano su un foglio di carta su una porta in un angolo. Corsi. Corsi più in fretta che potei con la torcia puntata di fronte a me. Lo sentivo dietro di me. Il brusio era sempre più forte e sentivo il suo fiato sul collo. Mancavano solo pochi passi, così accelerai la mia corsa. In una sola mossa afferrai la maniglia, la girai e mi richiusi la porta alle spalle. Ero nella Stanza 4.

Ero all’esterno. Non nella casa. Quello che mi attendeva oltre la porta della Stanza 4 era una grotta. Guardai in basso, e notai qualcosa di strano e disturbante. Il pavimento non era fatto di erba o rocce o terreno, ma di parquet. Era lo stesso pavimento di quella precedente. Era certamente la Stanza 4. Ad ogni modo ero ancora nella casa. C’erano delle torce ai lati della grotta, che si perdeva più avanti nella penombra. Il brusio se n’era andato, per fortuna. Non c’era alcun suono particolare intorno a me, ma percepivo distintamente una leggera brezza. La grotta sembrava infinita, e camminai per quelle che mi sembrarono ore, finché non scorsi una luce bluastra. Vi camminai incontro, con cautela ma abbastanza rassicurata. La luce era un’apertura, la fine del tunnel. Affrettai il passo, ho sempre odiato gli spazi angusti come grotte e tunnel. In pochi secondi guadagnai l’uscita, e prima che me ne accorgessi ero alla fine. Letteralmente. La fine. Alla fine della grotta, il pavimento cadeva a picco nel vuoto, senza possibilità di evitarlo. Mi guardai alle spalle, verso la grotta. Sapevo che non c’era modo di uscire di lì, era un strada senza uscita. Mi rigirai e fissai il vuoto in basso. Ciò che vidi mi provocò un crampo allo stomaco come mai prima d’allora. Un enorme oceano, solo acqua a perdita d’occhio. Il precipizio doveva essere profondo centinaia di metri, con una piccola formazione rocciosa alla base. Studiai le rocce, mi si torse lo stomaco, ed un brivido freddo mi gelò la schiena. Gli scogli formavano un numero. Il numero 5.

Mi allontanai dal dirupo. Odiavo le altezze. Mi scontrai con un muro che non avrebbe dovuto essere lì. Mi guardai attorno solo per sentirmi sopraffatta dal terrore di ciò che vedevo. La grotta era sparita nel nulla. Ero faccia a faccia con un muro di solida roccia, il lato della montagna. Sforzai di ricordarmi che ero ancora all’interno della Casa Senza Uscita. Non ero all’esterno. Ovviamente quella non era una vera montagna. Ma sembrava così reale. Quella casa era una vera spina nel fianco. Grazie al cielo ero fuori. Ma quello che mi aspettava era troppo anche per me. Sapevo benissimo cosa indicassero quelle rocce. Erano l’entrata alla Stanza 5. Non c’erano scale, o altri modi per scendere giù. Ero in trappola, ancora una volta. La casa voleva che saltassi nel vuoto. La casa voleva che saltassi nel vuoto. Mi abbandonai a terra in posizione fetale. Non potevo farlo. Non c’era storia, non sarei mai saltata verso degli scogli centinaia di metri sotto. La mia mente si frantumò in due. Sapevo di essere ancora all’interno della casa, ma quello che mi circondava mi urlava nelle orecchie l’esatto contrario. Rimasi distesa sul pavimento di legno per un po’, non saprei dire quanto tempo. Dopo quelle che sembrarono settimane infine mi rialzai. Lentamente mi abbarbicai sulla cima del precipizio e guardai giù. Il gigantesco 5 mi chiamava a saltare. Sapeva che ero terrorizzata e che non l’avrei mai fatto. Poi, il brusio tornò, leggero e distante. Sembrava avvicinarsi alle mie spalle, risuonando nel cuore della montagna. Non so cosa mi sia preso, ma dopo aver udito quel suono, qualcosa dentro di me scattò. Serrai forte le palpebre, e saltai.

Il vento sferzava forte mentre cadevo, ed una primordiale paura si impossesò di me. Stavo per morire. Mi sarei presto maciullata contro quelle rocce e sarei morta. Mi avrebbero smembrata e sarei morta. Non aprivo gli occhi, semplicemente cadevo. Anche con quel vento forte, il brusio era insopportabile. Volevo solo che la smettesse. Volevo solo che la smettesse volevo solo schiantarmi sulle rocce così avrebbe smess-

Smise. Non cadevo più, ma non colpii le rocce. Aprii gli occhi e mi guardai intorno. Ero su un pavimento di legno familiare, all’interno della casa. Il brusio era svanito, ed il silenzio regnava sovrano. Ce l’avevo fatta. Ero nella Stanza 5. Non capivo cosa fosse successo, ma ero nella Stanza 5. Il terrore era svanito, ero eccitata di essere viva. Dopo qualche momento necessario a rimettermi in sesto decisi di controllare la stanza. Le pareti erano identiche al pavimento, il soffitto identico alle pareti e non c’erano né porte né finestre. Ero in una scatola sigillata. Così realizzai. Non ero ancora in salvo. Avevo lasciato la Stanza 4 solo per entrare nella Stanza 5, senza modo di uscirne.

In quel momento mi chiedevo se David fosse stato in quella stanza. Se avesse saltato giù dalla scogliera e si fosse ritrovato lì. E se l’aveva fatto, allora doveva esserne uscito. Lui non c’era, ero sola. Lui era riuscito ad uscire, e l’avrei fatto anch’io. Il pensiero che David fosse uscito di lì mi rincuorò con un nuovo vigore. Sarei scappata, avrei trovato David e ce ne saremmo andati via insieme da quell’inferno. Controllai il perimetro alla ricerca di qualche indizio. Niente. Le pareti erano continue, giusto qualche graffio qua e là, figuriamoci se c’era un passaggio segreto. Bussai sui muri. Completamente pieni. La fiducia cominciava ad affievolirsi. Ero a corto di idee. Fu allora che parlò.

“Maggie. Non saresti dovuta venire, Maggie.”

Trasalii. Ero rivolta ad un muro, mentre le parole giunsero dal centro della stanza. La voce era quella di una ragazzina, o almeno così mi sembrava, e mi girai lentamente, i miei occhi alla ricerca dell’interlocutore. Avevo ragione, una bambina dai capelli biondi, non più di sette anni con grandi occhi blu ed un lungo vestito bianco. Mi sorrise e parlò di nuovo.

“Ma dato che oramai sei qui, facciamo un gioco.”

C’era qualcosa di orrendo in quella bambina. Non era come quelle ragazzine dei film dell’orrore Giapponesi. Non c’era niente di sbagliato nell’aspetto. Se l’avessi incontrata per strada le sarei semplicemente passata di fianco. Ma i suoi occhi mi atterrivano. Saltare da un dirupo era terrorizzante, ma mi sarei lanciata da venti dirupi alti il doppio piuttosto che fissarla un minuto di più negli occhi. Dopo un momento di atterrimento, infine parlai.

“Che gioco? Chi sei tu?” Mormorai.

“Se perdi, muori.”

“E se vinco?”

“Muore lui.”

Il mio cuore sussultò. Non credevo alle sue parole, ma sapevo che stava dicendo la verità.

“Chi sarà a morire?” Sorrise.

“Nessuno dei due.” Non so dove trovai il coraggio di rispondere così al quel demone, ma ero andata troppo avanti per lasciare che David morisse. E se fossi morta io, avrei fatto tutta questa strada per niente. No, nessuno doveva morire. Poi la vidi. La ragione per la quale quella ragazzina mi terrorizzava così tanto. Era più di una semplice bambina. Guardandola meglio, mi accorsi che era anche un uomo robusto, sospeso a mezz’aria, con la testa di capra. Orribile visione. Non riuscivo a guardare l’una senza scorgere anche l’altro. La bambina era di fronte a me, ma ero conscia della sua vera natura. Era la cosa peggiore che avessi mai visto.

“Peccato.” E svanì. Ero di nuovo sola. In una grande stanza vuota e silenziosa. Solo che stavolta c’era qualcosa di diverso. Un piccolo tavolo era apparso dal nulla, come se fosse stato lì tutto il tempo. C’era sopra qualcosa, ma non capivo cosa fosse da dove mi trovavo. Mi avvicinai al tavolo e fissai il piccolo oggetto. Era una piccola lama, come quella di alcuni taglierini. Mi allungai a prenderlo ed un urlo agghiacciante mi riempì la bocca. Quando la mia mano entrò nel mio campo visivo, mi accorsi di una cosa che non avevo notato fino a quel punto. Sembrava come se qualcosa fosse stato marchiato sulla mia pelle, un numero 6. Guardai di nuovo il rasoio e notai l’etichetta:

A Maggie – Dall’Amministrazione.

Pensavamo potesse esserti utile

Letta la nota, mi abbandonai in un pianto incontrollato. Piansi come non avevo mai fatto in vita mia. Mai avevo pianto così, e mai probabilmente l’avrei fatto più. Mi accasciai a terra con la testa sul solido legno. Piansi per ore, rannicchiata a terra. Poi smisi, e la depressione prese il sopravvento. Non capivo perché piangessi. Non era per David, non era per la mia situazione. Non c’erano porte nella stanza, ero in trappola. Ma non era per quello. Ero in uno stato di depressione indescrivibile. Una depressione senza alcun altro sentimento. Mi sentivo inerme, ma riuscii a farmi forza per conquistare il tavolo. I miei occhi fissavano il rasoio, così lo afferrai. Stavo per uccidermi. Non ce la facevo più. Oramai era fatta. David era probabilmente morto. Io ero intrappolata lì. Era finita. Appoggiai il rasoio sul polso, lungo il numero 6. Il pianto tornò, ed io ero lì, con i lacrimoni ed un rasoio premuto sulle vene. David era morto, presto lo sarei stata anch’io. Niente aveva più importanza e, con un taglio deciso, mi recisi il polso.

Come affondai il rasoio nelle vene, non fui più nella Stanza 5. Non ero morta, di questo ne ero certa. La depressione svanì, ma non per questo ero felice. Continuavo a piangere a dirotto. La stanza in cui mi ritrovai era come la precedente e, di nuovo, non aveva porte. Non c’erano lampade, ma riuscivo comunque a vedere tutto nitidamente. La stanza era completamente vuota, ma prima di riuscire a formulare un’idea sulla prossima mossa da compiere, tutto cadde nell’oscurità, ed il brusio tornò. Mi tappai le orecchie in risposta, il rumore era più forte che mai. Ma fu solo per un istante, perché la luce tornò, solo che stavolta qualcosa era stato aggiunto alla stanza. Ed urlai. Al centro della stanza, legato ad una sedia, giaceva a torso nudo David. Era stato torturato, profonde ferite lo coprivano lungo il petto e le braccia.

“DAVID!” Corsi più veloce che potei. Era vivo, vedevo il suo petto sollevarsi ed abbassarsi, ma non parlava. Poi lo notai, inciso nel suo petto. Caddi sulla ginocchia e lo vidi. Dinanzi ai miei occhi, un numero 7.

Udii David che provava a parlare, così mi avvicinai a lui.

“David! David, riesci a sentirmi?!”

“Maggie… Che… Che ci fai qui?” La sua voce era flebile, ma almeno riusciva a parlare, e tanto mi bastava.

“David, sono venuta a salvarti. Come faccio a liberarti?” C’era un grosso lucchetto fissato ad una catena che lo teneva prigioniero. Cercai dappertutto una chiave, ma trovai solo un piccolo coltello in un angolo. Il metallo era troppo solido per scalfirlo col coltello, così lo scartai. Dovevo tornare da David, era ridotto in fin di vita. Poi mi vibrò la tasca. Afferrai il cellulare. Come immaginavo, un messaggio. Lo aprii:

“Quello non sono io.”

Non sapevo cosa pensare. David era lì, di fronte a me, ma il messaggio era dello stesso numero che mi aveva contattato prima. Come il primo messaggio di David che parlava della Casa Senza Uscita.

“Maggie…” La sua voce era chiara nelle mie orecchie e nella mia testa. Sembrava provenire da ogni parte. “Maggie… Devi andartene.”

“Cosa stai dicendo? Come?” Ero faccia a faccia con David, o qualsiasi altra cosa foss incatenata lì.

“Quel coltello…” Scosse leggermente la testa in direzione dell’angolo. “Prendilo.” Corsi ad afferrarlo e tornai indietro in un secondo. Non avevo idea di cosa volesse dire, ma ero pronta a fare qualsiasi cosa pur di salvar-

“Pugnalami al petto.”

“…Che cosa?” Ero incredula. David era lì, che mi fissava dritta negli occhi.

“Devi pugnalarmi nel petto dove c’è il numero 7. È l’unico modo per salvarci entrambi.”

“No…” Indietreggiai. “Quello che dici non ha senso.”

“Maggie!” Stava urlando, con gli occhi allucinati. I lati della sua bocca si piegarono in un ghigno. “Maggie, pugnalarmi è l’unica cosa sensata da fare!” Fissai il coltello nella mia mano, la mia testa pulsava come se fossi stata colpita da una mazza. Non sapevo che fare. Chiusi gli occhi e strinsi il coltello.

“MAGGIE!” Urlai, ed affondai il coltello nel petto di David. Non capii cosa mi fosse successo, ma ero certa che fosse la cosa giusta da fare. Aprii gli occhi e vidi il suo volto. Orribile. Lacrime rigavano il suo petto mentre mi guardava negli occhi.

“Perché… Mi hai fatto… Questo?”

Non poteva avermi mentito. Sapevo che non era David. Non poteva esserlo, altrimenti non sarei stata capace di colpirlo. I suoi occhi si girarono all’indietro, mentre la vita lo abbandonava. Il numero 7 sul torace era svanito, il sangue si raccoglieva in una pozza ai miei piedi. Il liquido rosso si dipanò in ogni direzione, fino a riempire la stanza, mentre io cominciavo ad affogare. Cercai di muovermi ma invano. Era come delle sabbie mobili. Il sangue mi arrivava alle ginocchia. Più cercavo di risalire più venivo spinta giù. Raggiunse il mio petto. Graffiai le pareti intorno a me. Il corpo senza vita di David era ancora lì, la sua faccia a fissarmi, sorridente. Il sangue arrivò al collo. Ero terrorizzata. Venni completamente sommersa, e mi abbandonai alle tenebre.

Mi risvegliai fuori dalla casa. Sentivo la fredda terra sotto di me. Rotolai su me stessa e fissai la notte stellata. La Casa Senza Uscita torreggiava poco oltre, la mia auto poco distante. Non sapevo se piangere o ridere. Ero fuori. Ero fuori ero fuori ero fuori. Mi rialzai e mi ripulii dalla polvere i pantaloni. Tremai fino all’auto, ma qualcosa mi diceva che non era ancora finita. Non c’era modo di fuggire. La casa non mi avrebbe lasciata andare così. Qualcosa non tornava. Lo sapevo. Ero certa di non aver ucciso David nella Stanza 6. Presi il cellulare. Nessun nuovo messaggio. Ma c’era campo. Mandai un messaggio a David.

“Dove sei?” Scrissi. Neanche un secondo dopo ricevetti risposta. Aprii il messaggio.

“stanza 10 tu stanza 7 scappa.” Ed il brusio tornò.

Trasalii. Non sapevo dove andare, ma sapevo di non essere all’esterno. Ero ancora nella casa. Il brusio era tutto intorno a me. Smuoveva gli alberi e l’aria stessa. Dovevo trovare il numero 8. Dovevo trovare la stanza successiva. Era la mia unica possibilità. Dovevo trovare la Stanza 8. Nelle prime stanze era ovvio, ma man mano che procedevo era sempre più difficile guadagnare la stanza successiva. Dovevo trovare il numero 8 dovevo trovare il numero 8 dovevo trov-

Messaggio:

“casa tua”

Che cavolo significava? Casa mia? Posai il cellulare in tasca, il brusio era sempre più forte. Compresi. Casa mia. Casa mia. Casa mia. Impossibile. Impossibile.

4896 Forest Lane.

Interno 8.

Mi fiondai in auto, tanto da lasciare la portiera aperta. Possibile che la Stanza 8 fosse il mio appartamento? Dovevo credere a quel messaggio? Era di David. Ne ero certa. Non c’era motivo per dubitarne. Non ci misi niente ad arrivare a casa mia, e francamente non ricordavo neanche di aver guidato. Era come essersi addormentati un minuto ed essersi ritrovati in mezzo alla strada. Non chiusi l’auto e scappai al cancello. Cercai affannosamente le chiavi, aprii il cancello e corsi verso il primo corridoio a sinistra. Gli appartamenti erano grandi, ma casa mia era una delle prime sulla sinistra. Correvo più veloce che potevo, e superai il 4 ed il 5. La testa mi girava. Superai il 6. Più mi avvicinavo, più forte era il brusio. Superato il 7, il brusio svanì. Mi fermai dinanzi casa mia nel più completo silenzio. Ero semplicemente lì, di fronte il mio appartamento. Il piccolo 8 dorato si trovava all’altezza dei miei occhi. Afferrai la maniglia e girai la chiave lentamente, ma la porta si aprì di colpo risucchiandomi all’interno, prima di richiudersi alle mie spalle.

Stanza 8. Mi rialzai da terra e mi guardai intorno. Era identica a casa mia. Senza le esperienze regresse sarei stata convinta di essere a casa mia, vittima di un brutto sogno. Il mio pensiero andò a David, ad immaginarmi la sua Stanza 8, e di come la casa gliela avesse mostrata. Gironzolai studiando la stanza. Tutto era esattamente come l’avevo lasciato, persino il cibo cinese che avevo lasciato a metà sul lavello. Buttai l’occhio sul computer nella stanza dei miei genitori. Il monitor era ancora acceso, ed AIM in primo piano. Mi ci sedetti di fronte, controllando la mia conversazione con Peter. Era tutta lì, parola per parola. La casa ne era a conoscenza, ma non riuscivo ad immaginare come. Ad essere onesti, facevo del mio meglio per non pensarci, era meglio evitarlo. Provai ad uscire da AIM ma senza successo. Il computer si era bloccato. Provai a spegnerlo. Niente. Provai con Ctrl+Alt+Canc. Niente. Spinsi il pulsante del monitor per spegnerlo. Niente. Poi un pop up. Era una chat video. Controllai i partecipanti, ed erano in due. Maggie, e Amministrazione. La chat era in tempo reale, ma tutto ciò che vedevo era un muro grigio. Fu allora che comparì il primo messaggio da Amministrazione.

“Spero che sia tutto come l’hai lasciato :)”

“Chi sei?” Chiesi.

“Goditi lo show :)” E la camera si girò. Inquadrava un ragazzo legato ad un tavolo chirurgico. Era completamente nudo e singhiozzava tra sé. Il video non era chiaro, ma mi sembrava di conoscere l’uomo. Alto, corti capelli castani, carnagione chiara.

“Ecco cosa accade a chi cerca di barare :)”

Allora capii chi era. Legato a quel tavolo c’era Peter Terry. E non era solo.

Non posso descrivere quello a cui assistetti. Le urla, quelle di Peter, erano qualcosa di disumano. Non potevo smettere di guardare. Volevo farlo, ma la stanza non me lo permetteva. Peter lanciò un nuovo urlo lancinante che non venne dalle casse, ma dalla stanza. Il cuore mi si fermò nel petto mentre guardavo attraverso il corridoio. Balzai via dalla sedia, mentre il le urla aumentavano mentre mi avvicinavo alla sorgente. Giunta alla mia camera da letto le urla si tramutarono in brusio. Quel brusio. Mi aveva dato la caccia per tutto il tempo. Aprii lentamente la porta, e vidi le stesse immagini proiettate sul mio computer. Il tavolo chirurgico, e Peter Terry disteso su di esso. Non c’era nessun altro nella stanza. Erano svaniti tutti, ma un freddo gelido si fece strada sulla mia spina dorsale. L’Amministrazione era lì vicino, ad una sola stanza di distanza. Mi avvicinai al tavolo, ma l’odore era insopportabile, e frenai a stento un conato di vomito. Sapevo di avercela quasi fatta. Dovevo farcela. Scrutai la stanza. Da qualche porta doveva esserci l’uscita. Doveva essere lì. Ed infatti c’era. Fu più facile di quanto mi aspettassi. Superai la stanza e, dove doveva esserci la porta del bagno, c’era una semplice porta di legno, come le altre della casa. C’era qualcosa appeso alla porta, qualcosa di lungo, e sanguinolento. Erano le interiora di Peter Terry, e formavano un 9 sulla porta.

Stavo male per Peter, ma dovevo uscire da quell’inferno. Superai il tavolo, afferrai un bisturi ed abbandonai il cadavere a sé stesso. L’ultima porta era lì, e la stavo attraversando. Quella notte giungeva finalmente al termine, e sarei uscita di lì con David, pronta a sfidare qualsiasi cosa lo tenesse prigioniero. La porta si aprì facilmente, e rimasi sulla soglia a fissare quello che mi aspettava. Era una stanza vuota, simile alle sale d’attesa dei medici. C’erano delle sedie in fila lungo le pareti e raccoglitori di vecchie riviste in un angolo. Oltre la stanza, dall’altro lato da cui mi trovavo io, c’era una porta. Il cuore mi si fermò, quando lessi la targa sulla porta. Non era un numero. Era una singola parola.

AMMINISTRAZIONE

Strinsi il bisturi nella mano.

“D’accordo, mettiamo fine a questa stronzata una volta per tutte.”

Erano dall’altro lato della porta. Lo sapevo. E David era con loro. Il brusio era più forte di quanto non fosse mai stato. Potevo sentirlo dentro di me. Veniva da dentro me. Diveniva sempre più forte, e appena misi piede nella stanza il suono la riempì. Girai la maniglia ed aprii la porta. La stanza non era come me l’aspettavo. Era la reception. La stessa reception da cui tutto questo inferno era cominciato. Solo che questa volta c’era qualcuno dietro la scrivania. Il cuore mi balzò letteralmente fuori dal petto quando vidi chi era. Peter Terry.

“Ciao Maggie.”

“Peter?” No, impossibile. “Ma che? Come?”

“Chi ti aspettavi? Un fantasma? Il diavolo? Un’inquietante bambina bionda?” Rise. Io no.

“Che cavolo succede qui?”

“Maggie. Suvvia. Riflettici un momento. Chi ha detto a David di questo posto?”

“Tu… Non…”

“Chi ha detto a David dov’era?”

“Cazzo Peter eravate amici!”

“Mi spiace Maggie, ma si tratta di affari.”

“Dov’è? DOVE SI TROVA?!”

“È qui insieme a noi nella Casa Senza Uscita, Maggie. E non andrà da nessuna parte. Esattamente come te.” Persi la ragione. Saltai oltre la scrivania e gettai Peter a terra. Lo afferrai per i capelli e gli spaccai la testa sul pavimento, col bisturi nella mia altra mano immobile sul suo collo. Volevo ucciderlo. Aveva ucciso David. Non avrebbe fatto lo stesso con me.

“È inutile, Maggie. Ci sarà sempre qualcuno pronto a gestire la Casa Senza Uscita.”

“No.” Affondai il bisturi nella sua gola e gli sbattei di nuovo la testa sul pavimento. “Non sarà più così.” Alla sua morte la stanza cadde nel buio. Sentivo ancora il bisturi in mano, ma nell’altra non percepivo più i suoi capelli. Non so per quanto tempo restai lì nel buio, ma mi sembrarono anni. Mi aggrappai infine alla scrivania, bilanciandomi con la mano sulla superficie di marmo. Fu allora che la luce tornò. Vidi le finestre oltre la stanza, fuori era ancora buio. Guardai oltre e lo vidi. David era lì fuori, illeso. Corsi verso la porta. Ero felicissima. Ma la porta non si aprì. Provai con maggiore foga, invano. Guardai fuori dalla finestra David che camminava lungo la strada polverosa. Appoggiai sconsolata la testa alla porta, e la vidi. Il mio stomaco urlò. Al mio petto c’era una targhetta, con una sola parola:

AMMINISTRAZIONE

 

Serratura arrugginita

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Animal Crossing – Una storia triste

La storia di oggi è una striscia disegnata per il web apparsa inizialmente su This is Game, basata su un racconto originale di un utente di Imagine Games NetworkLoLieL. Narra l’esperienza di un ragazzo e del suo rapporto con la madre malata che, grazie al videogame Animal Crossing (どうぶつの森), ritrova una ragione di vita. Con un sorprendente finale.

 

Animal Crossing - Main menu

 

Che si tratti di una storia inventata o il frutto dell’esperienza diretta dell’autore, non ci è dato saperlo. Buona lettura.

 

 

Ho tradotto per voi l’intera storia, in origine in giapponese. Vi consiglio vivamente di leggerla accompagnata dai disegni ma, se volete, la trovate riprodotta anche qui sotto.

Circa un paio di anni fa, comprai il gioco Animal Crossing.

All’inizio era divertente, io e mio fratello ci giocammo per un mesetto, poi ci stufammo.

Ho sempre tentato di convertire i miei genitori ai videogame, e pensai che Animal Crossing fosse un ottimo punto di partenza.

Lasciai che mia madre creasse una casa nel gioco, ed in breve tempo ne rimase affascinata.

Da bambina si ammalò di poliomelite ed in seguito di sclerosi multipla.

Passava le giornata a casa, tranne le due o tre volte che usciva per andare a fare la spesa o in chiesa.

I giorni sulla sedia a rotelle non passavano mai, così Animal Crossing divenne per lei un ottimo modo per sfuggire alla monotonia.

Passava così tanto tempo a giocare che alla fine divenne quasi un’ossessione.

Ogni tanto la prendevamo anche in giro per questo suo nuovo hobby.

Riuscì a riscattare la casa nel gioco,

Collezionò tutti i fossili, e tanto altro…

Ogni volta che la vedevo giocare mi chiedevo quando si sarebbe stancata, ma alla fine continuò anche dopo che io e mio fratello ci stufammo.

Le sue condizioni peggiorarono, ed alla fine fu costretta a smettere di giocare.

L’anno scorso morì.

Mi dimenticai completamente di Animale Crossing, non ci giocai per oltre un anno e mezzo.

Ad ogni modo, stamane decisi di far visita al villaggio per scoprire come fosse cambiato.

Le erbacce erano ovunque.

I personaggi mi hanno chiesto dove eravamo finiti.

Poi ho aperto la cassetta delle lettere.

Era piena di regali – tutti da parte di mia mamma.

Tutte le lettere erano molto simili.

Pensavo a te. Spero che questo regalo ti piaccia.

Con amore, mamma

Anche dopo che smisi di giocare, lei continuò a mandarmi regali.

Allora capii perché si impegnava così tanto, anche una volta finito il gioco principale.

Probabilmente ha passato la maggior parte del tempo ad inviarmi regali.

Sembrerà stupido, ma questo gesto mi colpì molto, e ho deciso di condividerlo con voi. Mostrate ai vostri genitori quanto li volete bene, prima che sia troppo tardi.

 

Animal Crossing

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I Minion e le torture naziste

I Minion sono dei simpatici personaggi gialli nati dalle geniali menti della Illumination Entertainment, coprotagonisti imbranati della serie Cattivissimo Me e da quest’anno al cinema in un divertentissimo spinoff. Qualcuno però afferma che la loro genesi non sia solo farina del sacco degli autori della Illumination, ma che le loro origini siano molto, molto più inquietanti. E se i Minion fossero in realtà ispirati a bambini vittime di esperimenti nazisti?

 

Palombari inglesi nel 1908

 

Ad avanzare questa strana quanto macabra ipotesi è Luciano Gonzales, che in suo post di Facebook lascia un inquietante messaggio ai suoi amici, poi condiviso decine di migliaia di volte sul web.

Lo sapevate? “Minions” (dal tedesco “minion” => “schiavo”) era il nome con cui erano chiamati i bambini ebrei adottati dagli scienziati nazisti per i loro esperimenti che passavano gran parte della loro vita nella sofferenza, e dato che non parlavano tedesco le loro parole erano per i tedeschi dei suoni divertenti. – Luciano Gonzales

La foto non lascia adito a dubbi: bambini ebrei vestiti come una sorta di palombari, in fila indiana su una barca in mezzo al mare, probabilmente asserviti agli scienziati nazisti pronti a gettarli tra i flutti per la causa del regime. Più a sinistra quello che sembra il capitano della nave, certamente un gerarca, che sorride beffardo. Certo, la somiglianza c’è, e la storia, per quanto orrenda, potrebbe anche stare in piedi.

Ma per fortuna è tutto falso.

Cominciamo dai fatti più evidenti: il termine minion deriva dall’inglese, non dal tedesco, e più che schiavo significa tirapiedi, servitore; quelli nella foto non sono bambini, si capisce anche dal fatto che siano troppo alti per essere dei fanciulli; il capitano a sinistra non è tedesco, indossa infatti un’uniforme della marina inglese. E non siamo neanche durante la seconda guerra mondiale.

La foto è del 1908 ed appartiene al Royal Navy Submarine Museum, e rappresenta semplicemente una pattuglia di palombari inglesi in tenuta da salvataggio sul ponte esterno di un sottomarino. Negli anni a cavallo del 1900 le tenute da palombaro sono tutte molto simili, con il tipico casco con visiera rotonda, come testimoniano numerose immagini dell’epoca.

 

Palombari tedeschi di inizio '900

 

Lo stesso Luciano Gonzales si è scusato modificando il post originale e spiegando che nessun utente gli ha mai chiesto le fonti della sua asserzione, e che in realtà l’idea non è stata sua ma che girasse già da tempo sul web con l’uscita di Cattivissimo Me. Che le sue scuse siano in buona fede lo lascio decidere a voi.

Questo è un tipico esempio della legge di Godwin, che ironizza sul fatto che in una qualunque discussione su internet ci sarà sempre qualcuno che, prima o poi, metterà in mezzo il nazismo. La legge recita così:

Mano a mano che una discussione su Usenet si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler si avvicina ad 1 – Mike Godwin, legale della Wikimedia Foundation

In pratica, di qualsiasi cosa si parli, ci sarà certamente un idiota pronto a collegare l’argomento con Hitler ed il nazismo. O se vogliamo attingere dalla nostra cultura popolare, possiamo citare un classico proverbio italiano: la mamma dei fessi è sempre incinta.

 

Minions

 


Credete che i Minion siano ispirati ad eventi accaduti durante il nazismo?

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Giochiamo con la bomba atomica!

Cosa succederebbe se una bomba atomica venisse sganciata su Milano, o Tokio, o New York? O sul tetto di casa vostra? È quello che si è chiesto Alex Wellerstein, professore di Storia della Scienza presso lo Stevens Institute of Technology di Hoboken, New Jersey, negli Stati Uniti. E per rispondere a questa semplice – quanto inquietante – domanda ha sviluppato un’applicazione web che simula la detonazione di un ordigno atomico su una città a nostra scelta, Nukemap.

 

Nukemap - Bomba atomica su Roma

 

Potete scegliere la vostra città preferita, la bomba che più vi piace, e godervi l’esplosione. Qui trovate la simulazione della deflagrazione di una B-61 statunitense se colpisse il centro di Roma. Il mio consiglio è di provare Nukemap, e sbizzarrirvi con i tanti (reali) ordigni atomici a disposizione, lanciando bombe a caso, magari sul tetto di vostra suocera.

Ricordando però sempre che quelle macchie colorate che fissiamo divertiti sulla mappa non fanno parte di un videogioco, ma di un simulatore. Che ci ammonisce su quello che potrebbe succedere a tutti noi in un futuro lontano. Forse neanche tanto.

E se volessimo nuclearizzare la Luna? Ne parliamo qui!

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Forum!

In tempo per le vacanze di Ferragosto, siamo lieti di annunciarvi l’apertura del nuovo forum della Bottega del Mistero!

Potrete condividere le vostre esperienze, le vostre idee, i vostri racconti, insomma tutto quello che vi passa per la testa. La registrazione è ovviamente gratuita, e potete accedere dal menù che si trova in alto ed in basso in ogni pagina, sotto la voce Forum. Gli argomenti spaziano dagli extraterrestri ai fantasmi, dalle creepypasta alle serie televisive. Siamo ancora in una fase germinale, quindi ci scuserete se qualcosa non fosse di vostro gradimento: nel caso fatecelo sapere e vedremo di accontentarvi.

 

Time to read La Bottega del Mistero

 

Un’altra novità è quella, certamente curiosa, che vi informa sul tempo necessario alla lettura di un articolo. Si trova sotto il titolo di ogni post e vi suggerisce quanto tempo ci mettereste (più o meno) a leggerlo: in questo modo saprete sempre quanto tempo avete a disposizione per soddisfare la vostra fame di mistero.

Che dire, vi aspettiamo numerosi nel forum, e non dimenticate di leggere il regolamento!

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La Casa Senza Uscita: Parte I – No End House

No End House (La Casa Senza Uscita) è un racconto scritto da Brian Russell, ancora in fase di sviluppo (attualmente sono usciti quattro capitoli). La storia narra di una misteriosa casa al centro di una semplice scommessa: chi riuscirà ad attraversare tutte e nove le stanze che compongono l’edificio vincerà $ 500. E se non si riesce nell’impresa? Sarebbe meglio non scoprirlo.

Quello di oggi è il primo capitolo che, per quanto ne so, è inedito in italiano. Siete quindi i primi a leggerlo nella nostra bella lingua, grazie al duro lavoro della Bottega del Mistero. Se la storia vi piace, fatecelo sapere, e vedremo di tradurre anche gli altri capitoli. La seconda parte, sottotitolata Maggie, la trovate qui.

Buona lettura!

 

No End House

 


La Casa Senza Uscita – Parte I

 

Lasciatemi dire, prima d’ogni altra cosa, che Peter Terry era un eroinomane.

Eravamo amici al college e lo siamo stati anche dopo il mio diploma. Notate che ho detto “mio”. Lui ha lasciato dopo due anni. Da quando mi trasferii dal dormitorio in un piccolo appartamento, non sono riuscito più a vedere spesso Peter. Avremmo chattato online (AIM era il re incontrastato prima della venuta di Facebook). C’è stato un periodo in cui fu offline per cinque settimane di seguito. Non mi sono preoccupato più di tanto. È sempre stato un drogato scansafatiche, perciò pensai si fosse semplicemente stufato di chattare. Finché un giorno non tornò online. Prima che potessi avviare una conversazione, mi inviò un messaggio.

“David, amico, dobbiamo parlare.”

Fu allora che mi parlò della Casa Senza Uscita. Il nome derivava dal fatto che nessuno fosse mai stato in grado di raggiungere l’uscita. Le regole erano semplici, e piuttosto banali: arriva alla stanza finale della casa e vinci $ 500. C’erano nove camere in tutto. La struttura si trovava fuori città, a qualche miglio da dove vivevo io. Sembrava che Peter avesse provato nell’impresa e non ci fosse riuscito. Ma alla fine era un eroinomane e drogato di chissà-quali-altre-merdate, così immaginai che al primo fantasma di carta fosse scappato via. Mi mise in guardia. C’era qualcosa di innaturale in quella casa.

Non gli credetti. Gli dissi che ci avrei dato un’occhiata la notte successiva, e non mi importava di quanto mi supplicasse di ripensarci, quei $ 500 erano troppo belli per essere veri. Ci dovevo andare. Mi preparai per la notte seguente.

Quando arrivai, notai immediatamente che qualcosa non andava nella struttura. Avete mai letto o visto qualcosa che non sia pauroso, ma che in qualche maniera vi genera un brivido lungo la spina dorsale? Camminai verso la casa, ed il senso di inquietudine accrebbe quando ne spalancai la porta principale.

Il mio cuore rallentò e mi scappò un singhiozzo soffocato appena entrai. La stanza era una normale reception di un hotel addobbata per Halloween. Una nota era stata lasciata dove avrebbe dovuto esserci l’addetto al check-in. Lessi

“Per la Stanza 1 da questa parte. Ne seguono otto. Raggiungi la fine e vinci!”

Ridacchiai e mi incamminai verso la prima porta.

La prima area era ridicola. Le decorazioni di Halloween sembravano comprate ad una svendita di un supermercato, completate da stupidi fantasmi e zombie animatronici che gorgogliavano al passaggio. Alla fine c’era l’uscita; era l’unica porta presente nella stanza di fronte a quella da cui ero entrato. Mi ripulii dalle finte ragnatele ed affrontai la seconda ala.

Appena entrato nella Stanza 2 venni assalito dalla nebbia. Questa stanza era di certo tecnologicamente più avanzata della precedente. Non c’era solo la macchina per la nebbia, ma un pipistrello era attaccato al soffitto e volava in circolo. Inquietante. Sembrava ci fosse un CD comprato a 99 centesimi su Halloween che girava incessante. Non vidi nessuno stereo, ma immaginai che ci fosse un qualche sistema di radiodiffusione. Superai qualche topo giocattolo che girava per la stanza e coi polmoni affumicati giunsi all’area successiva.

Afferrai la maniglia ed il cuore mi salì in gola. Non volevo aprire la porta. Un senso di terrore mi colpì tanto da non riuscire più a riflettere. Dopo qualche terribile istante, mi risvegliai da quel senso di oppressione, ed aprii la porta.

La Stanza 3 fu dove le cose cominciarono a farsi serie.

Sulle prime, sembrava una stanza come tutte le altre. C’era una sedia al centro del pavimento di parquet. Una lampada in un angolo gettava una flebile luce, allungando qualche ombra lungo le pareti ed il pavimento. Ecco il problema. Ombre. Al plurale.

A parte la sedia, c’era dell’altro. Superai lentamente la porta, terrorizzato. Fu allora che capii che qualcosa non andava. Non riuscivo a capire cosa, così tentai istintivamente di riaprire la porta da cui ero appena entrato. Era bloccata dall’altro lato.

Non capivo. Qualcuno aveva chiuso la porta? Impossibile. L’avrei sentito. Che fosse un qualche sistema automatizzato? Forse. Ma ero troppo spaventato per rifletterci razionalmente. Mi girai verso la stanza e le ombre erano svanite. L’unica ombra era quella proiettata dalla sedia. Mi incamminai lentamente. Ho avuto delle allucinazioni da bambino, così immaginai che fossero state solo un parto della mia fantasia. Cominciai a sentirmi rincuorato quando giunsi a metà della stanza. Poi guardai dove stavo camminando, ed allora la vidi.

O meglio, non la vidi. La mia ombra non c’era. Non avevo il tempo di urlare. Corsi più in fretta che potei all’altra porta e mi ci gettai a capofitto, incurante della prossima area.

La Stanza 4 era se possibile ancora più disturbante. Appena chiusi la porta, tutte le luci della stanza vennero come risucchiate in quella precedente. Mi ritrovai lì, circondato dall’oscurità, impossibilitato a fare anche solo un passo. Non avevo paura del buio, né ne avevo mai avuta, ma ero terrorizzato. Non vedevo niente. Mi portai la mano di fronte al viso, senza sapere perché. Il buio era onnipresente. Non sentivo niente. Un silenzio irreale. Quando ti trovi in una stanza insonorizzata, puoi comunque sentire il tuo respiro. Puoi sentirti vivo.

Lì no.

Rimasi immobile per qualche secondo, finché riusci a sentire il mio cuore che batteva veloce. Non riuscivo a scorgere nessuna porta. Non ero neanche sicuro ce ne fosse una. Il silenzio venne rotto da un brusio quasi impercettibile.

Era dietro di me. Mi girai di scatto, ma come potete immaginare non vedevo al di là del mio naso. Era lì, ad ogni modo. Per quanto fosse buio, ero certo che ci fosse qualcosa in quella stanza con me. Il brusio si fece più forte, più vicino. Sembrava accerchiarmi, ma sapevo che il rumore giungeva da qualcosa di fronte a me, a pochi passi di distanza. Feci un passo indietro; non avevo mai provato un terrore così puro. Non riuscirei a descriverlo. Non avevo paura di morire; ero terrorizzato dalle alternative. L’orrore di ciò che c’era lì con me oramai aveva preso il sopravvento. Poi la luce tornò per un secondo e lo vidi.

Niente. Non c’era assolutamente niente. Poi la stanza tornò nel buio ed il brusio divenne una risata stridula. Urlai; non avrei sopportato quel dannato rumore per un altro minuto. Mi voltai e corsi a perdifiato, lontano dal rumore, ed afferrai la maniglia della porta. Mi gettai nella nuova stanza.

Prima di descrivere la Stanza 5, dovete sapere qualcosa. Non sono un drogato. Non ho mai fatto uso di droga o qualsivoglia sostanza stupefacente e le allucinazioni di cui parlavo prima si manifestavano solo quando ero stanco morto o mi ero appena svegliato. Entri nella Casa Senza Uscita con mente sveglia e chiara.

Entrando nella nuova area caddi, così mi ritrovai a fissare il soffitto. Quello che vidi non mi spaventò; semplicemente rimasi sorpreso. Degli alberi torreggiavano sulla mia testa. Il soffitto di questa stanza era più alto degli altri, il che mi fece supporre di essere al centro della casa. Mi rialzai da terra, mi detti una ripulita e diedi un’occhiata in giro. Era certamente la stanza più grande vista finora. Non riuscivo a scorgere la porta da cui ero entrato; rami e foglie la celavano alla mia vista.

A questo punto immaginavo che la stanza sarebbe stata spaventosa, ma in realtà sembrava un paradiso se confrontata con quella da cui ero appena uscito. Ero inoltre certo che quello che avevo incontrato nella Stanza 4 fosse rimasto lì dentro. Mi sbagliavo di grosso.

Come mi addentrai nella camera, comincia ad udire quello che normalmente uno si aspetterebbe di ascoltare in una foresta; insetti e qualche occasionale battito d’ali sembravano i miei unici compagni lì dentro. Fu la cosa che mi annoiò di più. Sentivo gli insetti e gli altri animali, ma non li vedevo. Mi stupivo di quanto quella casa potesse essere grande. Dall’esterno sembrava un’abitazione come tante altre. Dentro era decisamente più grande, ma c’era addirittura una foresta. I rami coprivano la parte alta della stanza, così che non riuscivo a vedere il soffitto, ma per quanto alto fosse ero certo che dovesse essere lì da qualche parte. Non riuscivo a scorgere neanche le pareti, comunque. L’unica cosa che vedevo chiaramente era il pavimento in parquet, identico a tutte le altre stanze.

Continuai a camminare, certo che prima o poi gli alberi avrebbero svelato la porta per uscire. Dopo un po’ che camminavo, una zanzara si posò sul mio braccio. La colpii e continuai a vagare nella stanza. Un secondo dopo, una decina di zanzare si erano aggrappate a me in differenti punti della pelle. Le sentivo sulle braccia e sulle gambe e persino sul volto. Tentai di scacciarle, inutilmente. Guardai in basso ed emisi un grido soffocato – forse qualcosa in più, a dire la verità. Non c’era nessun insetto. Nessuna zanzara che mi camminava addosso, ma riuscivo comunque a sentirle sulla pelle. Mi gettai a terra e cominciai a rotolare per scacciarle via. Ero disperato. Ho sempre odiato gli insetti, specialmente quelli che non puoi vedere o toccare. Quegli insetti invece potevano toccarmi, ed erano dappertutto.

Scappai. Non avevo idea di dove stessi andando; avevo perso la porta d’entrata e quella per uscire non c’era da nessuna parte. Così semplicemente scappavo, la mia pelle inorridita dalla presenza di quegli insetti incorporei. Dopo quelle che mi sembrarono ore, raggiunsi la porta. Mi aggrappai all’albero più vicino, cercando di ricompormi. Cercai di correre, ma non ci riuscii; il mio corpo era esausto per aver combattuto quello che c’era sopra di me. Ero a pochi metri dalla porta, così mi aggrappai ad ogni albero in mezzo per reggermi in piedi.

Ero a pochi passi quando lo udii. Il bisbiglio di prima. Veniva da dietro la porta ed era vicino. Riuscivo quasi a sentirlo dentro di me, come quando ti trovi troppo vicino al palco durante un concerto. La sensazione di avere ancora gli insetti addosso scemava con l’aumentare del bisbiglio. Così come mi aggrappai alla maniglia, gli insetti svanirono, ma non riuscivo a trovare la forza per girarla. Sapevo che se fossi tornato indietro, le zanzare mi avrebbero assalito di nuovo, e non c’era modo per tornare alla Stanza 4. Ero lì, impalato, la mia testa poggiata sulla porta marcata con un 6 e la mia mano appesa alla maniglia. Il bisbiglio era così forte da non riuscire a sentire nemmeno i miei pensieri. Non c’era altra cosa da fare se non avanzare. La Stanza 6 mi aspettava, e fu un inferno.

Mi richiusi la porta alle spalle, i miei occhi si serrarono e le mie orecchie ronzarono. Il bisbiglio era tutto intorno a me. Appena la porta si chiuse, il bisbiglio svanì. Riaprii gli occhi e la porta dalla quale ero entrato era svanita nel nulla. Lì dov’era c’era solo un muro. Mi guardai intorno shockato. L’area era identica alla Stanza 3 – la stessa sedia e la lampada – ma il numero di ombre era finalmente quello giusto. L’unica differenza è che non c’era alcuna porta da cui poter uscire. Come ho detto prima, non ho mai vissuto episodi di instabilità mentale, ma in quel momento caddi in quella che sono certo fosse pazzia. Non urlai. Non emisi un suono.

Accarezzai il muro. Era solido, ma ero certo che la porta fosse lì da qualche parte. Ne ero certo. Graffiai dove doveva esserci la maniglia. Mi aggrappai al muro con entrambe le mai, le unghie conficcate nel legno. Caddi placidamente sulle ginocchia, l’unico rumore nella stanza era il mio graffiare. La porta era lì, sapevo che era lì. Sapevo che se avessi superato questo muro-

“Va tutto bene?”

Saltai in piedi. Fissai il muro dietro di me e sembrava che fosse quello a parlarmi; ancora oggi mi pento di essermi voltato.

C’era una bambina. Indossava una veste bianca leggera, che le cadeva soave lungo i fianchi. Aveva lunghi capelli biondi fino a metà schiena, pelle bianca e occhi blu. Fu la cosa più raccapricciante che avevo mai visto, ed ero certo che nulla nella mia vita sarebbe stato più inquietante della sua apparizione. Guardandola meglio, mi accorsi di altro. Dove si trovava c’era quello che sembrava il corpo di un uomo. più largo del normale e coperto di peli. Era nudo dalla testa ai piedi, ma il suo volto non era umano e alla base delle gambe vi erano degli zoccoli. Non era il diavolo, ma gli assomigliava parecchio. Quella cosa aveva la testa di capra ed il muso di un lupo.

Era orribile ed era in sinergia con la ragazzina di fronte a me. Erano la stessa cosa. Non saprei spiegarlo, ma li vedevo allo stesso tempo. Erano una cosa sola, ma sembravano due cose a sé stanti. Mentre guardavo la bambina vedevo quella cosa, e mentre guardavo quella cosa vedevo la bambina. Non riuscivo a parlare. A malapena a tenere gli occhi aperti. La mia mente si rifiutava di accettare quello che avevo di fronte. Non ero mai stato così terrorizzato in vita mia e non pensavo lo sarei mai stato più dopo la Stanza 4, ma mi sbagliavo, la Stanza 6 era molto peggio. Ero semplicemente lì, immobile. Non c’era uscita. Ero intrappolato con quella cosa. Finché parlò di nuovo.

“David, avresti dovuto ascoltarmi.”

Quando parlò, la voce era quella della bambina, ma quella cosa mi parlò allo stesso modo telepaticamente, in un modo che non saprei descrivere. Non c’era alcun altro suono. La voce nella mia testa ripeteva la stessa frase ancora ed ancora, finché non fui d’accordo con lei. Non sapevo che fare. Stavo impazzendo, ed ancora non riuscivo a distogliere gli occhi da quella figura. Caddi a terra. Credetti di morire, ma la stanza non me lo permise. Volevo solo farla finita. Squittente di fronte ai miei occhi c’era uno dei topi giocattolo della seconda stanza.

La casa giocava con me. Ma per qualche ragione, vedere quel ratto meccanico mi riportò alla lucidità da qualsiasi posto fosse finito il mio senno, così guardai meglio la stanza. Doveva fuggire. Ero intenzionato a scappare il più lontano possibile e non menzionare mai più quella casa. Ero certo che quella stanza fosse l’inferno e non avevo alcuna intenzione di divenirne un ospite fisso. All’inizio, riuscii a malapena a scrutare l’ambiente. Fissavo le pareti in cerca di un’apertura. La stanza non era molto grande, così non ci misi troppo a squadrarla in lungo e in largo. Quella cosa continuava a vessarmi, la sua voce sempre più pressante. Mi sollevai con la mano su quattro zampe, e mi girai a fissare la parete dietro di me.

Così vidi qualcosa che non riuscivo ad accettare come vero. Quella cosa era dietro di me, a sussurrarmi nella testa che non sarei mai dovuto entrare in quella struttura. Sentivo il suo fiato sul collo, ma mi rifiutai di voltarmi. Un grande rettangolo balenò nel legno, con un piccolo bozzo al centro. Proprio dinnanzi ai miei occhi si ergeva un grande 7, che non pensavo più di scorgere. Capii: la Stanza 7 era proprio oltre il muro dove si trovava la Stanza 5 un secondo fa.

Non sapevo come ci ero riuscito – forse il mio stato mentale – ma avevo ricreato la porta. Lo sapevo. Nella pazzia, avevo graffiato nel muro ciò che bramavo di più: una via d’uscita. La Stanza 7 era vicina. Sapevo che quella cosa era proprio dietro di me, ma per qualche ragione non mi toccava. Chiusi gli occhi e poggiai entrambe le mani sul grande 7 di fronte a me. Spinsi. Spinsi più forte che potei. Il demone mi urlava nelle orecchie. Mi diceva che non sarei mai uscito di lì. Mi disse che quella era la fine, ma che non sarei morto; avrei dovuto vivere lì con lui nella Stanza 6. Non ne avevo alcuna intenzione. Spinsi ed urlai. Alla fine sapevo che avrei potuto anche spingere via l’intero muro.

Chiusi gli occhi ed urlai, ed il demone svanì. Tutto fu silenzio. Mi girai lentamente e vidi che la stanza era esattamente come quando ero entrato: solo una sedia e una lampada. Non riuscivo a crederci, ma non avevo tempo per fermarmi a riflettere. Mi rigirai verso la Stanza 7 e sbandai. C’era una porta. Non quella che avevo creato io, ma una vera porta con un grande 7 sopra. Tremavo. Ci misi un po’ a riprendermi. Rimasi lì per un po’ a fissare la porta. Non potevo restare nella Stanza 6. Ma se quella era la sesta, non osavo immaginare cosa ci fosse nella settima. Rimasi lì per un’ora buona, solo a fissare il 7. Alla fine, con un profondo sospiro, girai la maniglia ed aprii la porta.

Attraversai la porta devastato. Questa si richiuse alle mie spalle e compresi dove mi trovassi. Ero all’esterno. Non come nella Stanza 5, ero davvero all’esterno della casa. I miei occhi si arrossarono. Volevo piangere. Caddi in ginocchio, provai a rialzarmi, ma non ci riuscii. Ero finalmente scappato da quell’inferno. Non mi importava più nulla del premio. Mi girai e scoprii che la porta alle mie spalle era quella d’ingresso. Mi incamminai all’auto e guidai verso casa, certo che una doccia mi avrebbe ritemprato.

Giunto a casa, cominciai a sentirmi a disagio. La gioia di aver abbandonato la Casa Senza Uscita si spense in me, mentre una brutta sensazione si cementificava nello stomaco. Doveva trattarsi di qualche residuo lasciato dalla casa, pensai, ed aprii la porta. Ero in camera mia. Sul mio letto c’era il gatto, Baskerville. Era la prima cosa viva che vedevo quella notte, così mi avvicinai per accarezzarlo. Mi sbuffò contro e si difese con le unghie. Rimasi interdetto, non aveva mai fatto così. Poi pensai “Bah, è solo un vecchio gatto scemo.” Mi tuffai nella doccia e fui pronto per quella che, ne ero certo, si presagiva come una nottata insonne.

Dopo la doccia, andai in cucina a prepararmi qualcosa da mettere sotto i denti. Discesi le scale e mi ritrovai in salotto; quello che vidi si impresse ferocemente nelle mia testa. I miei genitori erano a terra, nudi, coperti di sangue. Erano così mutilati da essere quasi irriconoscibili. I loro arti erano stati rimossi e poggiati di fianco ai loro corpi, mentre le loro teste svettavano recise sopra i loro toraci a fissarmi. Sorridevano, come se fossero felici di vedermi. Vomitai e piansi. Non capivo cosa fosse successo; non vivevano con me a quel tempo. Ebbi un mancamento. Poi eccola: una porta che non avevo mai visto prima. Una porta con un grande 8 dipinto a sangue.

Ero ancora in quella casa. Non ero in salotto ma nella Stanza 7. Quelli non erano i miei genitori; non era possibile, ma erano identici a loro. La porta col numero 8 era oltre i cadaveri martoriati. Dovevo andare, ma non ci riuscivo. I loro volti sorridenti si erano impressi nella mia mente; non mi reggevo in piedi al solo pensiero. Vomitai di nuovo e svenni. Poi il bisbiglio ritornò. Tuonava più forte che mai, così che anche le mura della stanza tremavano. Il bisbiglio mi spinse ad andare.

Camminavo lentamente, avvicinandomi sempre più alla porta e ai cadaveri. Restavo fermo un attimo, poi camminavo, e più mi avvicinavo ai corpi senza vita più ero spinto al suicidio. Le mura tremavano così forte che sembrava stessero per crollare, ma le facce continuavano a sorridermi. Poi, mi accorsi che i lori occhi mi seguivano. Ero in mezzo ai due cadaveri, a pochi passi dalla porta. Gli arti amputati mi vennero dietro, mentre i volti mi fissavano. Un nuovo orrore preso possesso di me, così corsi via. Non volevo ascoltarli. Non volevo che le loro voci fossero quelle dei miei genitori. Aprirono le labbra mentre le mani erano a pochi piedi da me. Disperato, corsi attraverso la porta, e la sbattei dietro di me. Stanza 8.

Ero pronto. Dopo quello che avevo visto, non c’era niente che quella fottuta casa avrebbe potuto fare per abbattermi. Non c’era niente che non avessi già letto nelle fiamme dell’inferno. Purtroppo, sottostimavo il potere della Casa Senza Uscita. Nella Stanza 8 c’erano cose indicibili, molto più disturbanti e molto più terrificanti.

Ho ancora dubbi su quello che realmente vidi nella Stanza 8. Di nuovo, l’area era una copia esatta della Stanza 3 e della Stanza 6, ma seduto sulla sedia solitamente vuota c’era un uomo. Dopo qualche secondo di smarrimento, accettai consciamente che di fronte a me c’era un uomo. Era identico a me, io, David Williams. Mi accostai. Volevo esserne sicuro. Lui mi fissò, con grandi occhi rigati di lacrime.

“Ti prego… Ti prego, non farlo. Ti prego, non farmi del male.”

“Cosa?” Chiesi. “Chi sei? Non voglio farti del male.”

“Sì che vuoi…” Sospirava. “Mi stai per fare del male, ed io non voglio che accada.” Non stava fermo con le gambe. Era patetico, senza contare che a prima vista era identico a me.

“Ascolta, chi sei?” Ero a solo qualche passo dal mio doppelgänger . Era l’esperienza più strana della mia vita, stare lì a parlare con me stesso. Non ero pauroso, ma lo sarebbe stato presto. “Perché st-”

“Stai per farmi del male stai per farmi del male se vuoi andartene via allora stai per farmi del male.”

“Che stai dicendo? Datti una calmata. Guarda ch-” Ed allora lo vidi. Il David che sedeva di fronte a me indossava i miei stessi abiti, ad eccezione di una grande toppa sulla maglietta vergata dal numero 9.

“Non farmi del male non farmi del male ti prego non farmi del male…”

I miei occhi non riuscivano a staccarsi dal numero sul suo petto. Sapevo esattamente cosa fosse. Le prime porte sono state semplici da aprire, ma dopo un po’ si sono fatte più ambigue da trovare. La 8 era marcata col sangue dei cadaveri dei miei genitori. Ma la 9 – questa era una persona, una persona vivente. Peggio ancora, era una persona identica a me.

“David?” Chiamai.

“Sì… Stai per farmi del male stai per farmi del male…” Continuava a singhiozzare e dimenarsi.

Rispondeva se lo chiamavo David. Era me. Ma quel 9. Lo lasciai in pace qualche minuto a struggersi sulla sua sedia. La stanza non aveva porte, come la Stanza 6, e quella da cui ero entrato era svanita nel nulla. Per qualche ragione, ero certo che grattare via le pareti non avrebbe fatto apparire una porta. Studiai con attenzione i muri ed il pavimento attorno la sedia, e ci ficcai la testa sotto per vedere se c’era qualcosa di utile. Sfortunatamente c’era. Sotto la sedia, un coltello. Attaccato c’era un biglietto che recitava “Per David – Dall’amministrazione.”

Leggere quelle parole mi mise in subbuglio lo stomaco. L’ultima cosa che volevo fare era raccogliere quel coltello da sotto la sedia. L’altro David continuava a singhiozzare incontrollabilmente. La mia mente cadde in un vortice di domande inevase. Chi aveva nascosto il coltello, e come faceva a sapere il mio nome? Senza parlare che oltre ad essere sdraiato sul freddo pavimento, ero anche seduto sulla sedia di legno, chiedendo di non essere ferito da me stesso. Era troppo per me. La casa e l’amministrazione avevano giocato con me tutto il tempo. Il mio pensiero andò a Peter ed al suo ruolo in questa messinscena. Se lui avesse trovato un altro Peter Terry su quella sedia… Scacciai il pensiero dalla testa; non mi importava. Afferrai il coltello da sotto la sedia ed immediatamente l’altro David si zittì.

“David” mi disse con una voce identica alla mia “cosa pensi di fare?”

Mi alzai da terra brandendo il coltello in una mano.

“Sto per uscire di qui.”

David era ancora seduto, stranamente calmo. Mi fissava con un ghigno sottile. Non so dirvi se mi sorridesse o stesse per strangolarmi. Si alzò, lentamente, e mi affrontò. Era sconcertante. Il suo fisico era identico al mio. Sentii la plastica del coltello nella mano e la strinsi più forte. Non sapevo esattamente cosa avrei fatto, ma sapevo che andava fatto.

“Adesso” la sua voce era più profonda della mia “sto per farti del male. Ti farò del male e ti lascerò qui.” Non risposi. Lo affrontai e basta. Lo atterrai, e mentre lo fissavo a terra, ero pronto a colpirlo. Lui mi guardò terrorizzato. Sembrava come riflettersi in uno specchio. Fu allora che il bisbiglio tornò, leggero e distante, ma riuscivo a sentirlo nitidamente. Il bisbiglio si fece più pressante e qualcosa dentro di me scattò. Affondai il coltello nella toppa sul suo petto e la squarciai. Il buio coprì l’intera stanza, ed io mi sentii cadere.

L’oscurità intorno a me era qualcosa che non avevo mai sperimentato prima. La Stanza 4 era buia, certo, ma non era nulla di particolare. Non ero neanche certo di cadere realmente. Mi sentivo etereo, coperto dall’oscurità. Poi un’improvvisa tristezza mi assalì. Mi senti perso, depresso, al limite del suicidio. La vista dei miei genitori mi balzò alla mente. Sapevo che non erano reali, ma li avevo visti e la mente a volte fatica a distinguere ciò che è reale dall’illusione. La tristezza aumentava. Rimasi nella Stanza 9 per quelli che mi sembrarono giorni. La stanza finale. Ed era esattamente quello che era: la fine. La Casa Senza Uscita aveva un’uscita ed io l’avevo raggiunta. In quel momento mi risvegliai dal torpore. Sapevo che sarei potuto rimanere in quello stato per sempre, con solo le ombre a farmi compagnia. Non c’era neanche più il bisbiglio a mantenermi sano di mente.

Persi il contatto con la realtà. Non sentivo neanche la mia stessa presenza. La vista era inutile. Cercai un qualche sapore in bocca ma niente. Mi sentivo completamente perso. Sapevo dov’ero. L’inferno. La Stanza 9 era l’inferno. Poi alla fine accadde. Una luce. Una di quelle luci stereotipate alla fine del tunnel. Mi rialzai da terra e mi rimisi in piedi. Dopo qualche istante riacquistai i sensi, e mi incamminai lentamente verso la luce.

Più mi avvicinavo alla luce, più mutava forma. Era una fessura lungo una porta senza numero. Superai la porta e mi ritrovai dove tutto aveva avuto inizio: la reception della Casa Senza Uscita. Era esattamente come l’avevo lasciata: vuota, con le stupide decorazioni di Halloween appese dappertutto. Dopo tutto quello che avevo passato quella notte, ero particolarmente diffidente. Dopo qualche minuto, cercai in giro qualsiasi cosa di strano. Sul bancone c’era una busta col mio nome scritto a mano sopra. Divorato dalla curiosità, ma cauto,trovai il coraggio di aprire la busta. Dentro c’era una lettera, anch’essa scritta a mano.

Caro Williams,

Congratulazioni! Hai completato la Casa Senza Uscita! Accetta questo premio in onore di questa grande conquista.

Vostra per sempre,

l’Amministrazione.

Alla lettera erano allegati cinque biglietti da 100 dollari.

Non riuscivo a smettere di ridere. Risi per quelle che mi sembrarono ore. Risi quando andai alla macchina e risi mentre guidavo. Risi quando parcheggiai. Risi quando aprii la porta di casa mia e risi quando vidi quel 10 inciso nel legno.

 

No End House

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