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Le 40 regole per scrivere bene di Umberto Eco

Umberto Eco è un genio, non c’è che dire. Ci ha lasciato una bibliografia sterminata, frutto di decenni di lavoro che hanno partorito, tra gli altri, romanzi come Il nome della rosa (se non l’avete ancora letto non avete scuse, fatelo). Da esperto semiologo lascia anche diversi manuali per scrivere meglio, da Come si fa una tesi di laurea ad alcuni spezzoni di La bustina di Minerva, una rubrica curata su L’Espresso in cui si parla un po’ di tutto, dalla storia all’attualità, dai racconti ai testi tecnici. Tra questi, uno dei più curiosi e divertenti è Le 40 regole per scrivere bene, in cui Eco consiglia come affrontare una pagina bianca. Ovviamente a modo suo. 🙂

  1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
  2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
  3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
  4. Esprimiti siccome ti nutri.
  5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
  6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
  7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
  8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
  9. Non generalizzare mai.
  10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
  11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
  12. I paragoni sono come le frasi fatte.
  13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
  14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
  15. Sii sempre più o meno specifico.
  16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
  17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
  18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
  19. Metti, le virgole, al posto giusto.
  20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
  21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
  22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
  23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
  24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
  25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
  26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
  27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
  28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
  29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
  30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
  31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
  32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
  33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
  34. Non andare troppo sovente a capo.
    Almeno, non quando non serve.
  35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
  36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
  37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
  38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
  39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
  40. Una frase compiuta deve avere.
La Bottega del Mistero
Alza il velo della realtà per portare alla luce curiosità, misteri, eventi grotteschi o divertenti. Ma sempre comunque affascinanti.
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Si deve smantellare la serietà degli avversari con il riso, e il riso avversare con la serietà.

Umberto Eco.

Semiologo, filosofo, scrittore, saggista, 1932/2016.

La Bottega del Mistero
Alza il velo della realtà per portare alla luce curiosità, misteri, eventi grotteschi o divertenti. Ma sempre comunque affascinanti.
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Un addio a Severus Piton

Si è spento il 14 gennaio 2016 Alan Rickman. Anche se il nome non vi dirà niente, si tratta dell’attore che ha interpretato Severus Piton nella saga di Harry Potter.
Personalmente non sono riuscito a leggere i libri – ho cominciato il primo ma mi sembrava un po’ stupido – ma ho visto i film. Devo dire che il carisma di Piton salta subito all’occhio, molto più di quel pappamolle di Harry che per buona parte dei film non fa che frignare.
Questo solo per dirvi che, secondo me, Piton è sempre stato il vero e unico eroe della storia.
Cosa c’entra questo con la Bottega del Mistero? Probabilmente niente, ma molti di quelli che mi seguono si sentono un po’ come Piton: dove gli altri vedono risposte, voi cercate domande, e dove gli altri vedono solo domande, voi cercate le risposte.
Restate sempre così: degli antieroi. 😉

La Bottega del Mistero
Alza il velo della realtà per portare alla luce curiosità, misteri, eventi grotteschi o divertenti. Ma sempre comunque affascinanti.
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La sirenetta – E non vissero felici e contenti

C’era una volta…

Le fiabe iniziano tutte così, e già da questo semplice incipit la nostra fantasia volge a draghi arroccati sulla montagna più impenetrabile del regno ed a principi senza macchia e senza paura con occhi turchesi e boccoli biondi, senza dimenticare la bella e giovane principessa. La principessa c’è sempre, in ogni fiaba che si rispetti. E quindi ecco il cavaliere, il principe, l’elfo o l’orco (Shrek insegna) che arriva al galoppo su di un bianco destriero e la bella fanciulla di turno viene salvata da un destino crudele, solitamente la segregazione nella torre più alta del castello. Insomma, arriva l’eroe, ammazza il drago, salva il regno e vissero per sempre felici e contenti.

Oppure no?

 

After the battle

 

Il lieto fine nelle favole ci sembra un imperativo, ma questo solo perché abbiamo un immaginario molto americano e sopratutto molto Disneyano, in cui le storie narrate nei vari Cenerentola, La Sirenetta e Il Re Leone sono belle proprie perché finiscono nel migliore dei modi. Molte delle fiabe e dei racconti della nostra infanzia, in realtà, non terminano affatto con un fastoso matrimonio e l’arrivo di un nutrito numero di pargoli, bensì con la morte di uno dei protagonisti o con un evento tragico che spezza la magia del racconto, proiettando il nostro mondo in quello delle favole, dove tutto può essere bello e zuccheroso quanto si vuole, ma si muore come nella realtà.

Oggi inauguro la categoria Fiabe macabre, proprio per farvi conoscere come alcune storie non sono quelle edulcorate che credete di conoscere. Quando uno scrittore afferra una penna scrive sul foglio una storia, certo, ma lo fa prima di ogni altra cosa per liberarsi di quello che ha dentro, di ciò che lo rende felice, oppure lo angoscia.

Oggi tocca a La Sirenetta di Hans Christian Andersen, pubblicata nel 1836. La trama la conosciamo tutti, per via del film animato della Disney del 1989, ma l’opera originale se ne discosta in larga parte. Andersen, in realtà, affida all’inchiostro le sue sofferenze amorose, e l’angoscia di non poter avere al proprio fianco la donna che desidera più di ogni altra cosa. Quella della sirenetta si rivela così una storia crudelmente umana, più simile a quella già trattata in precedenza in un altro articolo qui sulla Bottega del Mistero, in cui la protagonista non riesce ad integrarsi in una realtà che non le appartiene, e quando viene a sapere delle nozze dell’amato principe con un’altra donna, preferisce lasciarsi morire trasformandosi in spuma di mare.

Buona lettura.

 

La morte della sirena

 

La Sirenetta

In mezzo al mare l’acqua è azzurra come i petali dei più bei fiordalisi e trasparente come il cristallo più puro; ma è molto profonda, così profonda che un’anfora non potrebbe raggiungere il fondo; bisognerebbe mettere molti campanili, uno sull’altro, per arrivare dal fondo fino alla superficie. Laggiù abitano le genti del mare. Non si deve credere che ci sia solo sabbia bianca, no! Crescono alberi stranissimi, e piante con gli steli e i petali così sottili che si muovono al minimo movimento dell’acqua, come fossero esseri viventi. Tutti i pesci, grandi e piccoli, nuotano tra i rami, proprio come fanno gli uccelli nell’aria. Nel punto più profondo si trova il castello del re del mare. Le mura sono di corallo e le alte finestre a arco sono fatte con ambra chiarissima, il tetto è formato da conchiglie che si aprono e si chiudono secondo il movimento dell’acqua; sono proprio belle, perché contengono perle meravigliose; una sola di quelle basterebbe alla corona di una regina.
Il re del mare era vedovo da molti anni, ma la sua vecchia madre governava la casa, una donna intelligente, molto orgogliosa della sua nobiltà; e per questo aveva dodici ostriche sulla coda, quando le altre persone nobili potevano averne solo sei. Comunque aveva grandi meriti, soprattutto perché voleva molto bene alle piccole principesse del mare, le sue nipotine. Erano sei graziose fanciulle, ma la più giovane era la più bella di tutte, dalla pelle chiara e delicata come un petalo di rosa, gli occhi azzurri come un lago profondo; ma come tutte le altre non aveva piedi, il corpo terminava con una coda di pesce.

Per tutto il giorno potevano giocare nel castello, nei grandi saloni, dove fiori viventi crescevano alle pareti. Le grandi finestre di ambra venivano aperte e i pesci potevano nuotare dentro, proprio come fanno le rondini quando apriamo le finestre, ma i pesci nuotavano vicino alle principessine, mangiavano dalle loro manine e si lasciavano accarezzare. Fuori dal castello vi era un grande giardino con alberi color rosso fuoco e blu scuro; i frutti brillavano come oro e i fiori come fiamme di fuoco, poiché steli e foglie si agitavano continuamente. La terra stessa era costituita da sabbia finissima, ma azzurra come lo zolfo ardente. E una strana luce azzurra avvolgeva tutto; si poteva quasi credere di trovarsi nell’aria e di vedere il cielo da ogni parte, invece di essere sul fondo del mare. Quando il mare era calmo si poteva vedere il sole: sembrava un fiore color porpora dal cui calice sgorgava tutta la luce.

Ogni principessa aveva una piccola aiuola nel giardino, in cui poteva piantare i fiori che voleva; una di loro diede alla sua aiuola la forma di una balena; un’altra preferì che assomigliasse a una sirenetta; la più giovane la fece rotonda come il sole e vi mise solo fiori rossi come lui. Era una bambina strana, molto tranquilla e pensierosa; le altre sorelle decorarono le aiuole con le cose più bizzarre che avevano trovato tra le navi affondate, lei invece, oltre ai fiori rossi che assomigliavano al sole, volle avere solo una bella statua di marmo, raffigurante un giovane scolpito in una pietra bianca e trasparente, che era arrivata fin lì dopo qualche naufragio. Vicino alla statua piantò un salice piangente di color rossiccio, che crebbe splendidamente ripiegando i suoi freschi rami sul giovane fino a raggiungere il suolo di sabbia azzurra, dove l’ombra diventava viola e si muoveva come i rami stessi: sembrava così che i rami e le radici si baciassero con dolcezza.

Non c’era per lei gioia più grande che sentir parlare del mondo degli uomini sopra di loro; la vecchia nonna dovette raccontare tutto quanto sapeva delle navi e delle città, degli uomini e degli animali; soprattutto la colpiva in modo particolare il fatto che i fiori sulla terra profumassero (naturalmente non profumavano in fondo al mare!) e che i boschi fossero verdi e che i pesci che si vedevano tra i rami potessero cantare così bene che era un piacere ascoltarli; erano gli uccellini, ma la vecchia nonna li chiamava pesci, per farsi capire da loro che non avevano mai visto un uccello. «Quando compirete quindici anni» disse la nonna «avrete il permesso di affacciarvi fuori dal mare, sedervi al chiaro di luna sulle rocce e osservare le grosse navi che navigano; vedrete anche i boschi e le città.» L’anno dopo la sorella più grande avrebbe compiuto quindici anni, ma le altre… già, avevano tutte un anno di differenza tra loro, e la più giovane doveva aspettare cinque anni prima di poter risalire il mare e vedere come viviamo noi uomini. Tra sorelle si promisero che si sarebbero raccontate le cose più significative che avrebbero visto durante il loro primo viaggio: la nonna non raccontava abbastanza, e c’era tanto che loro volevano sapere.

Nessuno però lo voleva quanto la più giovane, proprio lei che doveva aspettare più a lungo e che era così silenziosa e pensierosa. Per molte notti restava affacciata alla finestra a guardare verso l’alto, attraverso l’acqua scura, dove i pesci muovevano le pinne e la coda. Poteva vedere la luna e le stelle, in realtà brillavano debolmente, ma attraverso l’acqua sembravano molto più grandi che ai nostri occhi; se qualcosa le oscurava, come un’ombra nera, lei sapeva che forse una balena nuotava sopra di lei, o forse era una nave con tanti uomini. Questi non immaginavano certo che una graziosa sirenetta si potesse trovare sotto di loro tendendo verso la carena della nave le sue bianche braccia.

La principessa più grande compì quindici anni e poté raggiungere la superficie del mare. Tornata a casa, aveva cento cose da raccontare, ma la cosa più bella, secondo lei, era stato stendersi al chiaro di luna su un banco di sabbia nel mare calmo e guardare verso la costa la grande città, piena di luci che brillavano come centinaia di stelle, sentire la musica e il rumore delle carrozze e degli uomini, guardare le moltissime torri e i campanili e ascoltare le campane che suonavano. Proprio perché non sarebbe mai potuta andare lassù, aveva soprattutto interesse per quei posti. Oh, con che attenzione la sorellina minore ascoltò! e quando poi a sera inoltrata andò alla finestra per guardare in alto, attraverso l’acqua scura, pensò alla grande città con tutto quel rumore, e le sembrò di sentire il suono della campana che arrivava fino a lei.

L’anno dopo la seconda sorella ebbe il permesso di risalire l’acqua e di nuotare dove voleva. Si affacciò proprio quando il sole stava tramontando, e trovò che quella vista fosse la cosa più bella. Tutto il cielo sembrava dorato, raccontò, e le nuvole sì, la loro bellezza non si poteva descrivere! rosse e viola avevano navigato sopra di lei, ma, molto più veloce delle nuvole era passato come un lungo velo bianco uno stormo di cigni selvatici, che si dirigeva verso il sole. Anche lei aveva cominciato a nuotare verso il sole, ma questo era scomparso e i riflessi rosati si erano spenti sulla superficie del mare e sulle nuvole.

L’anno successivo toccò alla terza sorella; era la più coraggiosa di tutte e risalì un largo fiume che sfociava nel mare. Vide belle colline verdi con vigneti, castelli e fattorie che spuntavano tra bellissimi boschi; sentì come cantavano gli uccelli, e il sole scaldava tanto che dovette spesso buttarsi in acqua per rinfrescare il viso infuocato. In una piccola insenatura incontrò un gruppo di bambini, che, nudi, correvano e si gettavano in acqua; volle giocare con loro, ma questi scapparono via spaventati; poi giunse un piccolo animale nero, era un cane ma lei non ne aveva mai visto uno prima, e questo cominciò a abbaiarle contro, così lei, spaventata, tornò nel mare aperto ma non poté più dimenticare quei meravigliosi boschi, quelle verdi colline, e quei graziosi bambini che sapevano nuotare, pur non avendo la coda di pesce.

La quarta sorella non fu così coraggiosa, restò in mezzo al mare aperto, e raccontò che proprio lì stava il piacere, poteva guardare per molte miglia in ogni direzione e il cielo sopra di lei le era sembrato una grossa campana di vetro. Aveva visto delle navi, ma da lontano, e le erano parse simili a gabbiani; gli allegri delfini avevano fatto le capriole e le grandi balene avevano soffiato l’acqua dalle narici, e era stato come vedere cento fontane attorno a sé.

Venne poi il turno della quinta sorella; il suo compleanno cadeva in inverno, e per questo vide cose che le altre non avevano visto. Il mare appariva verde e tutt’intorno galleggiavano grosse montagne di ghiaccio; sembravano perle, raccontò, ma erano molto più grandi dei campanili che gli uomini costruivano. Si mostravano nelle forme più svariate e brillavano come diamanti. Si era seduta su una delle più grosse e tutti i naviganti erano fuggiti spaventati dal luogo in cui lei si trovava, con il vento che le agitava i lunghi capelli; poi, verso sera, il cielo si era ricoperto di nuvole, c’erano stati lampi e tuoni, e il mare nero aveva sollevato in alto i grossi blocchi di ghiaccio illuminati da lampi infuocati. Su tutte le navi si ammainavano le vele, dominava la paura e l’angoscia, lei invece se ne stava tranquilla sulla sua montagna di ghiaccio galleggiante e guardava i fulmini azzurri colpire a zig-zag il mare illuminato.

La prima volta che le sorelle uscirono dall’acqua, restarono incantate per le cose nuove e magnifiche che avevano visto, ma ora che erano cresciute e avevano il permesso di salire quando volevano, erano diventate indifferenti, sentivano nostalgia di casa, e dopo un mese dissero che presso di loro c’erano in assoluto le cose più belle e che era molto meglio stare a casa.

Molte volte, di sera, le cinque sorelle, tenendosi sottobraccio, risalivano alla superficie; avevano belle voci, più belle di quelle umane, e quando c’era tempesta nuotavano fino alle navi che credevano potessero capovolgersi, e cantavano dolcemente di come era bello stare in fondo al mare e pregavano i marinai di non aver paura di arrivare laggiù; ma questi non erano in grado di capire le loro parole, credevano fosse la tempesta e non riuscivano comunque a vedere le bellezze del fondo del mare, perché quando la nave affondava, gli uomini affogavano e arrivavano al castello del re del mare già morti. Quando le sorelle, di sera, a braccetto, salivano sul mare, la sorellina più piccola restava tutta sola e le osservava; sembrava che volesse piangere, ma le sirene non hanno lacrime e per questo soffrono molto di più. «Ah, se solo avessi quindici anni» esclamava. «So bene che amerei quel mondo che è sopra di noi e gli uomini che vi abitano e vi costruiscono!»

Finalmente compì quindici anni. «Adesso sei grande anche tu!» disse la nonna, la vecchia regina vedova. «Vieni! Lascia che ti adorni, come le tue sorelle» e le mise una coroncina di gigli bianchi sui capelli, ma ogni petalo di fiore era formato da mezza perla; poi la vecchia fissò sulla coda della principessa otto grosse ostriche, per mostrare il suo alto casato. «Ma fa male!» disse la sirenetta. «Bisogna pur soffrire un po’ per essere belli!» rispose la vecchia. Oh! Come avrebbe voluto togliersi di dosso tutti quegli ornamenti e quella pesante corona! I fiori rossi della sua aiuola la avrebbero adornata molto meglio, ma non osò cambiare le cose. «Addio!» esclamò, e salì leggera come una bolla d’aria attraverso l’acqua.

Il sole era appena tramontato quando affacciò la testa dall’acqua, tutte le nuvole però ancora brillavano come rose e oro; nel cielo color lilla splendeva chiara e bellissima la stella della sera; l’aria era mite e fresca e il mare calmo. C’era una grande nave con tre alberi, ma una sola vela era tesa perché non c’era il minimo soffio di vento; tra le sartie e i pennoni stavano seduti i marinai. C’era musica e canti e man mano che scendeva la sera si accendevano centinaia di luci multicolori. Sembrava che ondeggiassero nell’aria le bandiere di tutte le nazioni. La sirenetta nuotò fino all’oblò di una cabina e ogni volta che l’acqua la sollevava, vedeva attraverso i vetri trasparenti molti uomini ben vestiti; il più bello di tutti era però il giovane principe, con grandi occhi neri: non aveva certo più di sedici anni e compiva gli anni proprio quel giorno. Per questo c’erano quei festeggiamenti! I marinai ballavano sul ponte e quando il giovane principe uscì, si levarono in aria più di cento razzi che illuminarono a giorno. La sirenetta si spaventò e si rituffò nell’acqua, ma poco dopo riaffacciò la testa e le sembrò che tutte le stelle del cielo cadessero su di lei. Non aveva mai visto fuochi di quel genere. Grandi soli giravano tutt’intorno, bellissimi pesci di fuoco nuotavano nell’aria azzurra, e tutto si rifletteva nel bel mare calmo. Anche sulla nave c’era tanta luce che si poteva vedere ogni corda, e naturalmente gli uomini. Com’era bello quel giovane principe! Dava la mano a tutti, ridendo e sorridendo, mentre la musica risuonava nella splendida notte.

Era ormai tardi, ma la sirenetta non seppe distogliere lo sguardo dalla nave e dal bel principe. Le luci variopinte vennero spente, i razzi non vennero più lanciati in aria, non si sentirono più colpi di cannone, ma dal profondo del mare si sentì un rombo, e lei intanto si faceva dondolare su e giù dall’acqua, per guardare nella cabina; ma la nave prese velocità, le vele si spiegarono una dopo l’altra, le onde si fecero più grosse, comparvero grosse nuvole e da lontano si scorsero dei lampi. Sarebbe venuta una terribile tempesta! Per questo i marinai ammainarono le vele. La grande nave filava a gran velocità sul mare agitato, l’acqua si alzò come grosse montagne nere che volevano rovesciarsi sull’albero maestro, la nave si immerse come un cigno tra le alte onde e si fece sollevare di nuovo dall’acqua in movimento. La sirenetta pensò che quella fosse una bella corsa, ma i marinai non erano della stessa opinione; la nave scricchiolava terribilmente, le assi robuste cedevano sotto quei forti colpi, l’acqua colpiva la carena, l’albero maestro si spezzò come fosse stato una canna; la nave si piegò su un fianco, e l’acqua subito la riempì. Allora la sirenetta capì che erano in pericolo, lei stessa doveva stare attenta alle assi e ai relitti della nave che galleggiavano sull’acqua. Per un attimo fu talmente buio che non riuscì a vedere nulla, quando poi lampeggiò divenne così chiaro che riconobbe tutti gli uomini della nave; ognuno se la cavava come poteva; lei cercò il principe e lo vide scomparire nel mare profondo, proprio quando la nave affondò. Al primo momento fu molto felice, perché lui ora sarebbe sceso da lei, ma poi ricordò che gli uomini non potevano vivere nell’acqua, e che anche lui sarebbe arrivato al castello di suo padre solo da morto. No, non doveva morire! Nuotò tra le assi e i relitti della nave, senza pensare che avrebbero potuto schiacciarla, si immerse nell’acqua e risalì tra le onde finché giunse dal giovane principe, che quasi non riusciva più a nuotare nel mare infuriato. Cominciava a indebolirsi nelle braccia e nelle gambe, gli occhi gli si chiusero; sarebbe certo morto se non fosse giunta la sirenetta. Lei gli tenne la testa sollevata fuori dall’acqua e con lui si lasciò trasportare dalla corrente dove capitava.

Al mattino il brutto tempo era passato; della nave non era rimasta traccia, il sole sorgeva rosso e risplendeva sull’acqua; fu come se le guance del principe riacquistassero colore, ma gli occhi rimasero chiusi. La sirena lo baciò sulla bella fronte alta e carezzò indietro i capelli bagnati; le sembrò che assomigliasse alla statua di marmo che aveva nel suo giardinetto, lo baciò di nuovo e desiderò con forza che continuasse a vivere.Poi vide davanti a sé la terra ferma, alte montagne azzurre sulla cui cima la bianca neve risplendeva come ci fossero stati candidi cigni; lungo la costa si stendevano bei boschi verdi e proprio lì davanti si trovava una chiesa o un convento, non sapeva bene, ma era un edificio. Aranci e limoni crescevano nel giardino e davanti all’ingresso si alzavano delle palme; il mare disegnava lì una piccola insenatura, calmissima ma molto profonda, fino alla scogliera dove c’era sabbia bianca e sottile. Lei nuotò là col suo bel principe, lo posò sulla sabbia e si preoccupò che la testa fosse sollevata e rivolta verso il caldo sole. Suonarono in quel momento le campane di quel grande edificio bianco, e molte ragazze comparvero nel giardino. Allora la sirenetta si ritirò nuotando, dietro alcune alte pietre che spuntavano dall’acqua, si mise della schiuma tra i capelli e sul petto affinché nessuno la vedesse e aspettò che qualcuno andasse dal povero principe.

Non passò molto tempo e una fanciulla si avvicinò, si spaventò molto, ma solo per un attimo, poi andò a chiamare altra gente, e la sirena vide che il principe tornò in vita e sorrise a quanti lo circondavano, ma non sorrise a lei, anche perché non sapeva che era stata lei a salvarlo. Si sentì molto triste e quando lo ebbero portato dentro quel grande edificio, si reimmerse dispiaciuta nell’acqua e tornò al castello del padre. Se era sempre stata calma e pensierosa, ora lo fu molto di più. Le sorelle le chiesero che cosa avesse visto la prima volta che era stata lassù, ma lei non raccontò nulla.

Per molte volte al mattino e alla sera, risalì fino al punto in cui aveva lasciato il principe. Vide che i frutti del giardino erano maturi e venivano colti, vide che la neve si scioglieva dalle alte montagne; ma non vide mai il principe e così se ne tornava a casa ogni volta sempre più triste. La sua unica consolazione era quella di andare nel suo giardinetto e di abbracciare la bella statua di marmo che assomigliava al principe; non curava più i suoi fiori, che crescevano in modo selvaggio anche sui viali e intrecciavano i loro steli e le foglie con i rami degli alberi, così che c’era molto buio.

Alla fine non resse più, raccontò tutto a una sorella, e così anche le altre ne furono subito al corrente, ma poi nessun altro fu informato, eccetto poche altre amiche che pure non lo dissero a nessuno se non alle loro amiche più intime. Una di loro sapeva chi fosse quel principe, anche lei aveva visto la festa sulla nave e sapeva da dove veniva e dov’era il suo regno. «Vieni, sorellina!» dissero le altre principesse e, tenendosi sotto braccio, risalirono il mare fino al punto in cui si trovava il castello del principe. Questo era fatto di una lucente pietra gialla, aveva grandi scalmate di marmo, una delle quali scendeva fino al mare. Splendide cupole dorate si innalzavano dal tetto, e tra le colonne che circondavano l’intero edificio si trovavano statue di marmo, che sembravano vive. Attraverso i vetri trasparenti delle alte finestre si poteva guardare in saloni meravigliosi, con preziose tende di seta e tappeti, con grandi quadri alle pareti che erano proprio divertenti da guardare. In mezzo al salone si trovava una fontana con lo zampillo che arrivava fino alla cupola di vetro del soffitto, attraverso la quale il sole faceva luccicare l’acqua e le belle piante che vi crescevano dentro.

Ora lei sapeva dove abitava il principe e vi tornò per molte sere, nuotava molto vicino alla terra, come nessun altro aveva osato fare, risaliva addirittura lo stretto canale fino alla magnifica terrazza di marmo che gettava una grande ombra sull’acqua. Qui si metteva a guardare il giovane principe, che credeva di trovarsi tutto solo al chiaro di luna. Lo vide molte volte navigare in una splendida barca, con la musica e le bandiere al vento, allora si affacciava tra le verdi canne e il vento le sollevava il lungo velo argenteo, e se qualcuno la vedeva poteva pensare che fosse un cigno a ali spiegate. Per molte notti sentì i pescatori, che stavano in mare con le lanterne, parlare molto bene del principe, e fu felice di avergli salvato la vita quella volta che era quasi morto e si era abbandonato alle onde; pensò anche al capo che aveva riposato sul suo petto, e con quanta dolcezza lo aveva baciato, ma lui non ne sapeva niente e non poteva neppure sognarla. Gli uomini le piacevano ogni giorno di più, e sempre più spesso desiderava salire e stare con loro: pensava che il loro mondo fosse molto più grande del suo: loro potevano navigare sul mare con le navi, arrampicarsi sulle alte montagne fin sopra le nuvole, e i campi che possedevano si estendevano con boschi e prati molto lontano, così lontano che non riusciva a vederli. C’erano tante cose che le sarebbe piaciuto sapere, ma le sorelle non sapevano rispondere a tutto, allora le chiese alla nonna che conosceva bene quel mondo di sopra che chiamava giustamente “il paese sopra il mare”. «Se gli uomini non affogano» chiese la sirenetta «possono vivere per sempre? Non muoiono come facciamo noi, nel mare?» «Certo» rispose la vecchia. «Anche loro devono morire e la lunghezza della loro vita è più breve della nostra. Noi possiamo arrivare fino a trecento anni, quando però non viviamo più diventiamo schiuma dell’acqua, non abbiamo una tomba tra i nostri cari; non abbiamo un’anima immortale e non vivremo mai più: siamo come le verdi canne che, una volta tagliate, non rinverdiscono! Gli uomini invece hanno un’anima che continua a vivere, vive anche dopo che il corpo è diventato terra; sale attraverso l’aria fino alle stelle lucenti! Come noi saliamo per il mare e vediamo la terra degli uomini, così loro salgono fino a luoghi bellissimi e sconosciuti, che noi non potremo mai vedere!» «Perché non abbiamo un’anima immortale?» chiese la sirenetta tutta triste «io darei cento degli anni che devo ancora vivere per essere un solo giorno come gli uomini e poi abitare nel mondo celeste!» «Non devi neanche pensare queste cose!» esclamò la vecchia. «Noi siamo molto più felici e stiamo certo meglio degli uomini.» «Allora io devo morire e diventare schiuma del mare e non sentire più la musica delle onde, o vedere i bei fiori e il sole rosso! Non posso fare proprio nulla per ottenere un’anima immortale?» «No» rispose la vecchia. «Solo se un uomo ti amasse più di suo padre e di sua madre, e tu fossi l’unico suo pensiero e il solo oggetto del suo amore, e se un prete mettesse la sua mano nella tua con un giuramento di fedeltà eterna; solo allora la sua anima entrerebbe nel tuo corpo e tu riceveresti parte della felicità degli uomini. Egli ti darebbe un’anima, conservando sempre la propria. Ma questo non potrà mai accadere. La cosa che qui è così bella, la coda di pesce, è considerata orribile sulla terra. Non capiscono niente; per loro bisogna avere due strani sostegni che chiamano gambe, per essere belle!» La sirenetta sospirò guardando la sua coda di pesce. «Stiamo allegre!» disse la vecchia. «Saltiamo e balliamo per i trecento anni che possiamo vivere; non è certo poco tempo! Poi ci riposeremo più volentieri nella tomba. Stasera c’è il ballo a corte.»

Quello era uno spettacolo meraviglioso che non si vede mai sulla terra! Le pareti e il soffitto dell’ampia sala da ballo erano costituite da un vetro grosso e trasparente. Migliaia di conchiglie enormi, rosa e verdi come l’erba, erano allineate da ogni lato, con un fuoco azzurro fiammeggiante che illuminava tutta la sala e si rifletteva oltre le pareti, così che il mare di fuori fosse tutto illuminato. Si potevano vedere innumerevoli pesci, grandi e piccoli, che nuotavano contro la parete di vetro; su alcuni brillavano squame rosse scarlatte, su altri, d’oro e d’argento. In mezzo alla sala scorreva un largo fiume dove danzavano i delfini e le sirene, che cantavano così soavemente. Gli uomini sulla terra non hanno certo voci così belle. La sirenetta cantò meglio di tutte, e tutti le batterono le mani, per un istante si sentì felice, perché sapeva di avere la voce più bella sia sul mare che sulla terra! Ma subito tornò a pensare al mondo che c’era sopra di loro; non riusciva a dimenticare quel bel principe e il suo dolore per il fatto di non possedere, come lui, un’anima immortale. Uscì in silenzio dal castello del padre e andò a sedersi nel suo giardinetto, mentre dall’interno risuonavano canti pieni d’allegria. Allora sentì attraverso l’acqua il suono dei corni e pensò: “Sta certamente navigando qua sopra, colui che io amo più di mio padre e di mia madre, che riempie ogni mio pensiero e nella cui mano io voglio riporre la felicità della mia vita. Voglio fare qualunque cosa per conquistare lui e un’anima immortale! Mentre le mie sorelle ballano nel castello di mio padre, io andrò dalla strega del mare, ho sempre avuto tanta paura di lei, ma forse mi potrà consigliare e aiutare!”.

La sirenetta uscì dal suo giardino e si avviò verso il torrente ribollente, dietro il quale abitava la strega. Non aveva mai percorso quella strada; non vi crescevano né fiori né erba, solo un fondo di sabbia grigia si stendeva verso il torrente, dove l’acqua, che sembrava spinta dalle ruote del mulino, girava come un vortice e inghiottiva tutto quel che poteva afferrare. Lei dovette passare in mezzo a quei vortici tremendi per arrivare nel territorio della strega, e qui c’era da attraversare una vasta pianura bollente, che la strega chiamava la sua torbiera. Oltre la torbiera si trovava la sua casa, in mezzo a un bosco orribile. Tutti gli alberi e i cespugli erano polipi, per metà bestie e per metà piante: sembravano centinaia di teste di serpente che crescevano dal terreno, tutti i rami erano lunghe braccia vischiose, con le dita simili a vermi ripugnanti, che si muovevano in ogni loro parte, dalle radici fino alla punta più estrema. Si avvolgevano intorno a tutto quel che potevano afferrare e non lo lasciavano mai più. La sirenetta si fermò spaventatissima; il cuore le batteva forte per la paura, stava per tornare indietro, ma pensò al principe e all’anima degli uomini, così le tornò il coraggio. Legò per bene i lunghi capelli svolazzanti, affinché i polipi non riuscissero a afferrarli; mise le mani sul petto e partì passando come un pesce guizzante nell’acqua, tra gli orribili polipi, che allungavano i vischiosi tentacoli verso di lei. Vide ciò che ognuno di essi aveva afferrato, centinaia di tentacoli trattenevano le prede come tenaglie di ferro: uomini che erano morti in mare e caduti sul fondo si affacciavano come bianchi scheletri tra i tentacoli; remi di imbarcazioni e casse erano tenuti stretti, scheletri di animali e persino una sirenetta che avevano catturato e soffocato. Questa vista fu per lei la più spaventosa! Poi giunse in un’ampia radura di fango nel bosco, dove grossi serpenti di mare si rivoltavano mostrando i loro orribili denti gialli. Nel mezzo si trovava una casa fatta con le bianche ossa di uomini calati sul fondo; lì stava la strega del mare e lasciava che un rospo mangiasse dalla sua mano, come gli uomini fanno con i canarini quando gli danno lo zucchero. Quegli orribili grossi serpenti di mare erano chiamati «pulcini» dalla strega che lasciava le strisciassero sui grossi seni cadenti. «So bene che cosa vuoi!» disse la strega del mare «sei proprio ammattita! comunque il tuo desiderio verrà soddisfatto, perché ti porterà sventura, mia bella principessa! Vuoi liberarti della tua coda di pesce e ottenere in cambio due sostegni per camminare come gli uomini, così che il giovane principe si innamori di te e tu possa ottenere un’anima immortale!» La strega rideva così sguaiatamente che il rospo e i serpenti caddero a terra e lì continuarono a rotolarsi. «Arrivi appena in tempo!» riprese. «Domani, una volta sorto il sole non potrei più aiutarti e dovresti aspettare un anno intero. Ti preparerò una bevanda, ma con questa devi nuotare fino alla terra, salire sulla spiaggia e berla prima che sorga il sole. Allora la tua coda si dividerà e si trasformerà in ciò che gli uomini chiamano gambe. Soffrirai come se una spada affilata ti trapassasse. Tutti quelli che ti vedranno, diranno che sei la più bella creatura umana mai vista! Conserverai la tua aggraziata andatura, nessuna ballerina sarà migliore di te, ma a ogni passo che farai, sarà come se camminassi su un coltello appuntito, e il tuo sangue scorrerà. Se vuoi soffrire tutto questo, ti aiuterò!» «Sì» esclamò la principessa con voce tremante, pensando al principe, e all’anima immortale. «Ma ricordati» aggiunse la strega «una volta che ti sarai trasformata in donna, non potrai mai più ritornare a essere una sirena! Non potrai più discendere nel mare dalle tue sorelle e al castello di tuo padre; e se non conquisterai l’amore del principe, cosicché lui dimentichi per te suo padre e sua madre, dipenda da te per ogni suo pensiero e chieda al prete di congiungere le vostre mani rendendovi marito e moglie, non avrai mai un’anima immortale! e se lui sposerà un’altra, il primo mattino dopo il matrimonio il tuo cuore si spezzerà e tu diventerai schiuma dell’acqua!» «Lo voglio ugualmente!» disse la sirenetta, che era pallida come una morta. «Però mi devi ricompensare!» aggiunse la strega «e non è poco quello che pretendo. Tu possiedi la voce più bella tra tutti gli abitanti del mare, e credi con quella di poterlo sedurre; ma la voce la devi dare a me. Io voglio ciò che tu di meglio possiedi per la mia preziosa bevanda! Devo versarci del sangue, affinché il filtro sia tagliente come una spada a due lame!» «Se mi prendi la voce» chiese la sirenetta «che cosa mi resta?» «La tua splendida persona, la tua armoniosa andatura e i tuoi occhi espressivi, con questo riuscirai certo a conquistare il cuore di un uomo. Allora! hai perso il coraggio? Tira fuori la lingua così te la taglio; è il pagamento per quella potente bevanda!» «Va bene!» esclamò la sirenetta, e la strega mise sul fuoco la pentola per far bollire la bevanda magica. «La pulizia è un’ottima cosa!» disse mentre strofinava la pentola con alcune serpi legate insieme, poi si tagliò il petto e fece gocciolare il suo sangue nero, e il vapore assunse forme molto strane che facevano proprio paura. «Eccola qui!» disse la strega e tagliò la lingua alla sirenetta, che ora era muta e non poteva più né cantare né parlare. «Se i polipi volessero afferrarti, mentre passi di nuovo attraverso il mio bosco» spiegò la strega «getta una goccia di questa bevanda su di loro e le loro braccia e dita si romperanno in mille pezzi.» Ma la sirenetta non ebbe bisogno di farlo; i polipi si allontanarono spaventati da lei non appena videro quella bevanda lucente che teneva in mano come fosse una stella luminosa. Così passò in fretta per il bosco, per la palude e per il torrente che ribolliva.

Vide il castello di suo padre, le luci erano spente nella grande sala da ballo; certamente tutti dormivano, e lei comunque non avrebbe osato cercarli: ora era muta e doveva andarsene per sempre. Le sembrò che il cuore si spezzasse per il dolore. Andò in silenzio nel giardino e prese un fiore da ogni giardinetto delle sorelle; gettò con le dita mille baci verso il castello e salì per il mare blu. Il sole non era ancora sorto quando vide il castello del principe e salì per la bellissima scalinata di marmo. La luna splendeva meravigliosa. La sirenetta bevve allora il filtro infuocato, e subito fu come se una spada a due lame le trafiggesse il corpo delicato; svenne e rimase distesa come morta. Quando il sole spuntò all’orizzonte, si svegliò e sentì un dolore lancinante, ma proprio davanti a lei stava il giovane principe, bellissimo, che la fissava con i magnifici occhi neri, così lei abbassò i suoi e vide che la sua coda di pesce era sparita e ora possedeva le più belle gambe bianche che mai nessuna fanciulla aveva avuto. Ma era tutta nuda e così si avvolse nei suoi capelli. Il principe le chiese chi fosse e come fosse arrivata fin lì, lei lo guardò dolcemente e tanto tristemente coi suoi occhi azzurri: non poteva parlare. Lui la prese per mano e la portò al palazzo. A ogni passo le sembrava, come la strega le aveva detto, di camminare su punte taglienti e su coltelli affilati, ma sopportò tutto volentieri, e tenendo il principe per mano salì le scale leggera come una bolla d’aria e sia lui che gli altri ammirarono la sua armoniosa andatura. Ricevette costosi abiti di seta e di mussola, era la più bella del castello, ma era muta, non poteva né cantare né parlare. Graziose damigelle vestite d’oro e di seta avanzarono e cantarono davanti al principe e ai suoi genitori, una di loro cantò meglio delle altre e il principe batté le mani e le sorrise. In quel momento la sirenetta si rattristò; sapeva che avrebbe saputo cantare molto meglio, e pensò: «Dovrebbe proprio sapere che io, per stare vicino a lui, ho ceduto per sempre la mia voce!» Poi le damigelle danzarono balli meravigliosi su una musica dolcissima; allora anche la sirenetta tese le braccia bianche, si alzò sulla punta dei piedi e volteggiò, ballò come mai nessuno aveva fatto; a ogni movimento la sua bellezza era sempre più visibile e i suoi occhi parlavano al cuore meglio dei canti delle damigelle. Tutti rimasero incantati, soprattutto il principe, che la chiamò la sua trovatella, e lei continuò a danzare, anche se ogni volta che i piedi toccavano terra, era come toccassero coltelli affilati. Il principe le disse che sarebbe dovuta rimanere per sempre con lui e le diede il permesso di dormire fuori dalla sua stanza su un cuscino di velluto. Fece preparare per lei un costume da amazzone, affinché potesse accompagnarlo a cavallo. Cavalcarono in mezzo ai boschi profumati, dove i verdi rami sfioravano loro le spalle e gli uccellini cantavano tra le foglie fresche. La sirenetta si arrampicò col principe sulle alte montagne, e nonostante i suoi piedi sanguinassero a tal punto che anche gli altri se ne accorsero, lei ne rideva e lo seguì fino a dove poterono vedere le nuvole spostarsi sotto il loro, come fossero state stormi di uccelli che si dirigevano verso paesi stranieri.

Quando al castello di notte gli altri dormivano, lei andava alla scalinata di marmo e si rinfrescava i piedi doloranti immergendoli nell’acqua fresca del mare, e intanto pensava a coloro che stavano nelle profondità marine.

Una notte giunsero le sue sorelle a braccetto, cantarono tristemente, nuotando sulle onde, lei le salutò con la mano e loro la riconobbero e raccontarono quanto li avesse resi tristi. Da quella volta tutte le notti le facevano visita, e una notte vide, lontano, la vecchia nonna, che da molti anni non era più salita in superficie, e il re del mare, con la corona in testa; tesero le braccia verso di lei, ma non osarono avvicinarsi alla terra come le sue sorelle. Ogni giorno il principe le voleva più bene, la amava come si può amare una cara fanciulla, ma non pensava certo di renderla regina; eppure lei doveva diventare sua moglie, altrimenti non avrebbe mai ottenuto un’anima immortale, e al mattino successivo al matrimonio del principe con un’altra sarebbe diventata schiuma. “Non vuoi più bene a me che a tutti gli altri?” sembrava chiedessero gli occhi della sirenetta, quando il principe la prendeva tra le braccia e le baciava la bella fronte. «Sì, tu sei la più cara di tutte!» diceva il principe «perché hai un cuore che è migliore di tutti gli altri, poi mi sei molto devota, e assomigli tanto a una fanciulla che vidi una volta, ma che sicuramente non troverò mai più. Ero su una nave che affondò, le onde mi trascinarono a riva vicino a un tempio dove servivano molte fanciulle; la più giovane mi trovò sulla spiaggia e mi salvò la vita, la vidi solo due volte; è l’unica persona che potrei amare in questo mondo, e tu le assomigli, e hai quasi sostituito la sua immagine nel mio animo. Lei appartiene al tempio e per questo la mia buona sorte ti ha mandato da me; non ci separeremo mai.» “Oh, lui non sa che sono stata io a salvargli la vita!” pensò la sirenetta. “Io l’ho sorretto in mare fino al bosco dove si trova il tempio, io mi sono nascosta tra la schiuma per vedere se arrivava gente. E ho visto quella bella fanciulla che lui ama più di me!” e intanto sospirava profondamente, poiché non poteva piangere. “Ma quella ragazza appartiene al tempio, ha detto il principe, e non verrà mai nel mondo, non si incontreranno mai più, e io sono vicino a lui, lo vedo ogni giorno, avrò cura di lui, lo amerò e gli sacrificherò la mia vita!”

Un giorno si venne a sapere che il principe si doveva sposare con la bella principessa del reame confinante, e per questo stava allestendo una splendida nave. Il principe sarebbe andato a visitare il regno vicino, così si diceva, ma in realtà era per vedere la figlia del re; e avrebbe portato con sé un ricco seguito. Ma la sirenetta scuoteva la testa e rideva; conosceva il pensiero del principe molto meglio degli altri. «Sono costretto a partire» le aveva detto «devo incontrare quella bella principessa; i miei genitori lo vogliono, ma non mi costringeranno a portarla a casa come mia sposa. Non lo voglio! Non posso amarla, non assomiglia alla bella fanciulla del tempio, come le somigli tu. Se mai dovessi scegliere una sposa, allora prenderei te, mia trovatella muta con gli occhi parlanti!» E le baciò la bocca rossa, le carezzò i lunghi capelli e posò il capo sul suo cuore, che sognò una felicità umana e un’anima immortale. «Non hai paura del mare, vero, mia fanciulla muta?» le chiese il principe quando furono sulla meravigliosa nave che doveva portarli nel regno vicino, e le raccontò della tempesta e del mare calmo, degli strani pesci e di quello che i palombari avevano visto sul fondo, e lei sorrideva ai suoi racconti, lei che conosceva meglio di chiunque altro il fondo del mare.

Nella chiara notte di luna, mentre tutti gli altri dormivano fuorché il timoniere, si appoggiò al parapetto della nave e guardò verso l’acqua trasparente; le sembrò di vedere il castello di suo padre e la vecchia nonna con la corona d’argento in testa che osservava, attraverso le correnti del mare, il movimento della nave. Poi giunsero alla superficie le sue sorelle, che la fissarono tristemente tendendo le mani bianche verso di lei; lei le salutò, sorrise, e avrebbe voluto dire che tutto andava bene, ma il mozzo si avvicinò e le sorelle si immersero nell’acqua, così lui credette che quel biancore che aveva visto fosse la schiuma del mare.

Il mattino dopo la nave entrò nel porto della bella città del re vicino. Tutte le campane suonarono e dalle alte torri suonarono le trombe, mentre i soldati, tra lo sventolare delle bandiere, presentavano le baionette lucenti. Ogni giorno ci fu una festa. Balli e ricevimenti si susseguirono, ma la principessa non c’era ancora, abitava molto lontano, in un tempio, dissero, per imparare tutte le virtù necessarie a una regina. Finalmente un giorno arrivò. La piccola sirena era ansiosa di vedere la sua bellezza e dovette riconoscere di non aver mai visto una figura così graziosa. La pelle era molto delicata e trasparente, e sotto le lunghe ciglia scure due occhi azzurri e fiduciosi sorridevano. «Sei tu!» esclamò il principe «tu che mi hai salvato quando giacevo come morto sulla costa!» e strinse tra le braccia la fidanzata, che era arrossita. «Oh, sono troppo felice!» disse alla sirenetta. «La cosa più bella, che non avevo mai osato sperare, è avvenuta! Rallegrati con me, tu che mi vuoi così bene tra tutti!» E la sirenetta gli baciò la mano, ma sentì che il suo cuore si spezzava. Il mattino dopo le nozze sarebbe morta, trasformata in schiuma del mare. Tutte le campane suonarono, gli araldi cavalcarono per le strade a annunciare il fidanzamento. Su tutti gli altari si bruciarono oli profumati in preziose lampade d’argento. I preti fecero oscillare gli incensieri mentre gli sposi si strinsero le mani e ricevettero la benedizione del vescovo.

La sirenetta, vestita di seta e d’oro, reggeva lo strascico, ma le sue orecchie non sentivano quella musica gioiosa, i suoi occhi non vedevano quella sacra cerimonia: pensava alla sua morte e a tutto quel che avrebbe perso in questo mondo. La sera stessa gli sposi salirono a bordo della nave, i cannoni spararono, e le bandiere sventolarono; in mezzo alla nave era stata montata una tenda reale fatta d’oro e di porpora, con cuscini sofficissimi, su cui la coppia di sposi avrebbe dovuto dormire in quella quieta e fredda notte. Le vele sventolavano al vento, e la nave scivolava leggera, senza scossoni, sul mare trasparente.

Quando venne buio si accesero le lampade variopinte e i marinai ballarono allegramente sul ponte. La sirenetta ripensò alla prima volta in cui si era affacciata sulla terra e aveva visto lo stesso splendore e la stessa gioia, si inserì nelle danze, volteggiò come fa la rondine quando viene inseguita, e tutti le mostrarono la loro ammirazione: non aveva mai ballato così bene. Sentiva i piedini come tagliati da coltelli affilati, ma non vi badò, le faceva più male il cuore. Sapeva che quella era l’ultima sera in cui vedeva colui per il quale aveva lasciato la sua gente e la sua casa, per il quale aveva rinunciato alla sua bella voce, per il quale aveva sofferto ogni giorno tormenti senza fine, che lui neppure poteva immaginare. Quella era l’ultima notte in cui avrebbe respirato la sua stessa aria; guardò verso il profondo mare e verso il cielo stellato: una notte eterna senza pensieri né sogni la aspettava, poiché non aveva un’anima, né poteva ottenerla. L’allegria e la gioia sulla nave durarono a lungo anche dopo mezzanotte; anche lei rise e danzò ma aveva pensieri di morte nel cuore. Il principe baciò la sua bella sposa e lei gli accarezzò i capelli neri, poi a braccetto andarono a riposarsi nella splendida tenda. Calò il silenzio sulla nave, solo il timoniere era sveglio al timone; la sirenetta pose le bianche braccia sul parapetto e guardò verso est, per vedere il rosso dell’alba: il primo raggio di sole la avrebbe uccisa. Allora vide le sue sorelle spuntare fuori dal mare, erano pallide come lei, i loro lunghi e bei capelli non si agitavano più nel vento, erano stati tagliati. «Li abbiamo dati alla strega, perché ti venisse a aiutare affinché tu non muoia questa notte. Allora ci ha dato un coltello; eccolo! vedi com’è affilato? Prima che sorga il sole devi infilzarlo nel cuore del principe; quando il suo caldo sangue bagnerà i tuoi piedi, questi riformeranno una coda di pesce e tu ridiventerai una sirena e potrai gettarti in acqua con noi e vivere i tuoi trecento anni prima di morire e diventare schiuma salata. Fai presto! O tu o lui dovete morire prima che sorga il sole! La nonna soffre tanto e ha perso tutti i capelli bianchi, e i nostri sono caduti sotto le forbici della strega. Uccidi il principe e torna indietro! Presto! non vedi quella striscia rossa nel cielo? Tra pochi minuti sorgerà il sole e allora morrai!» Sospirarono profondamente e si reimmersero tra le onde.

La sirenetta sollevò il tappeto di porpora della tenda e vide la bella sposina dormire col capo sul petto del principe, si chinò verso di lui e gli baciò la bella fronte, guardò verso il cielo dove la luce dell’alba si faceva sempre più intensa, guardò il coltello affilato e poi fissò di nuovo gli occhi del principe, che in sogno pronunciò il nome della sua sposa; solo lei era nei suoi pensieri, e il coltello tremò nella mano della sirena. Allora lo gettò lontano tra le onde, che brillarono rosse dove era caduto: sembrava che gocce di sangue zampillassero dall’acqua. Ancora una volta guardò con lo sguardo spento verso il principe; poi si gettò in mare e sentì che il suo corpo si scioglieva in schiuma. Il sole sorse alto sul mare, i raggi battevano caldi sulla gelida schiuma e la sirenetta non sentì la morte, vedeva il bel sole e su di lei volavano centinaia di bellissime creature trasparenti; attraverso le loro immagini poteva vedere la bianca vela della nave e le rosse nuvole del cielo, la loro voce era una melodia così spirituale che nessun orecchio umano poteva sentirla; così come nessun occhio umano poteva vederle. Volavano nell’aria senza ali, grazie alla loro stessa leggerezza. La sirenetta vide che aveva un corpo come il loro, e che si sollevava sempre più dalla schiuma. «Dove sto andando?» chiese la sirenetta, e la sua voce risuonò come quella delle altre creature, così spirituale che nessuna musica terrena poteva riprodurla. «Dalle figlie dell’aria!» le risposero. «Le sirene non hanno un’anima immortale e non possono ottenerla se non conquistando l’amore di un uomo! La loro esistenza immortale dipende da una forza estranea. Anche le figlie dell’aria non hanno un’anima immortale, ma possono conquistarne una da sole, tramite le buone azioni. Noi andiamo verso i paesi caldi; dove l’aria calda e pestilenziale uccide gli uomini, noi portiamo il fresco. Spandiamo il profumo dei fiori nell’aria e portiamo ristoro e guarigione. Se per trecento anni interi continuiamo a fare tutto il bene che possiamo, otteniamo un’anima immortale e possiamo partecipare all’eterna felicità degli uomini. Tu, povera sirenetta, lo hai desiderato con tutto il cuore; anche tu, come noi, hai sofferto e sopportato, e sei arrivata al mondo delle creature dell’aria: ora puoi compiere delle buone azioni e conquistarti un’anima immortale fra trecento anni!»

La sirenetta sollevò le braccia trasparenti verso il sole del Signore e per la prima volta sentì le lacrime agli occhi. Sulla nave era ripresa la vita e il rumore; vide che il principe e la sua bella sposa la cercavano, e guardarono tristemente verso la schiuma del mare, quasi sapessero che si era gettata tra le onde. Invisibile baciò la sposa sulla fronte, sorrise al principe e salì con le altre figlie dell’aria su una nuvola rosa che navigava nel cielo. «Fra trecento anni entreremo nel regno di Dio!» «Anche prima potremo arrivarci» sussurrò una di loro. «Senza farci vedere entriamo nelle case degli uomini, dove c’è qualche bambino; ogni volta che troviamo un bambino buono che rende felici i suoi genitori e merita il loro amore, il Signore ci abbrevia il periodo di prova. Il bambino non sa quando entriamo in casa, ma noi gli sorridiamo per la gioia, e così ci viene tolto un anno dei trecento che ci toccano; se invece troviamo un bambino cattivo e capriccioso, allora dobbiamo piangere di dolore e ogni lacrima aumenta di un giorno il nostro tempo di prova!»

 

Spuma di mare

La Bottega del Mistero
Alza il velo della realtà per portare alla luce curiosità, misteri, eventi grotteschi o divertenti. Ma sempre comunque affascinanti.
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Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti.

Kurt Vonnegut Jr.

Scrittore e saggista statunitense, 1922/2007.

La Bottega del Mistero
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La zampa di scimmia

The Monkey’s Paw è un racconto breve horror scritto da William Wymark Jacobs e pubblicato in Inghilterra nel settembre del 1902. Sebbene autore principalmente di storie umoristiche, Jacobs riesce a creare una storia inquietante e grottesca che ruota attorno ad un singolare amuleto in grado di esaudire tre desideri. Il concetto di base è quello delle conseguenze inattese; si tratta di risultati imprevisti, a prima vista completamente slegati dall’azione che li ha generati. Si dividono in tre tipi:

  • positivi, quando si ottiene un beneficio tanto grandioso quanto inaspettato, altrimenti detto serendipità (ne parlerò prossimamente);
  • negativi, quando le nostre azioni portano sì al risultato sperato, ma che in seguito ad eventi a cascata genera effetti altamente controproducenti;
  • perversi, quando il risultato finale è l’esatto opposto di quello voluto.

Quanto sareste disposti a perdere per vedere esauditi i vostri desideri?

Buona lettura.

 

La zampa di scimmia

 

La zampa di scimmia

 

Capitolo 1

Fuori, la notte era fredda e umida, ma nel salottino di Lakesman Ville le persiane erano chiuse e il fuoco ardeva allegro nel camino. Padre e figlio stavano giocando a scacchi e il primo, il quale aveva a proposito del gioco idee che comportavano innovazioni radicali, metteva spesso il suo re in situazioni così inutilmente pericolose da suscitare persino i commenti della vecchia signora dai capelli bianchi che se ne stava seduta tranquillamente accanto al camino a lavorare a maglia.

  • Senti il vento – disse White che, dopo essersi accorto troppo tardi di aver commesso un errore fatale, cercava di escogitare il sistema migliore perché il figlio non lo notasse.
  • Lo sto ascoltando – rispose il figlio, ma continuava a osservare con la massima attenzione la scacchiera, e allungò una mano – Scacco.

  • Credo proprio che non verrà questa sera – brontolò il padre, una mano appoggiata sul bordo del tavolo.

  • Scacco – ripeté il figlio.

  • Ecco il guaio di vivere fuori mano, – blaterò White, con improvvisa e imprevista violenza – e, fra tutti i peggiori, i più infami posti fuori mano dove vivere questo è il peggiore. Il sentiero è un pantano e la strada è un torrente. Non so che cosa ne pensino gli altri. Probabilmente, dato che ci sono due case soltanto su questa strada, sono convinti che la cosa non conti più di tanto.

  • Non preoccuparti, caro, – intervenne la moglie, conciliante – forse la prossima volta vincerai.

White alzò la testa di scatto, appena in tempo per cogliere un’occhiata di intesa fra madre e figlio. Le parole gli morirono sulle labbra, ed egli nascose nella barbetta grigia un sorriso colpevole.

  • Eccolo! – esclamò Herbert White, mentre il cancello sbatteva forte e un pesante scalpiccio si avvicinava alla porta.

II vecchio si alzò, desideroso di fare una buona accoglienza all’ospite, si affrettò verso la porta, e lo sentirono lamentarsi con il nuovo arrivato. Anche il nuovo arrivato si lamentava, ed allora la signora White fece:

  • Ssst, ssst! – e tossì adagio mentre il marito entrava nella stanza, seguito da un uomo alto e massiccio, dagli occhi piccoli e tondi e dal viso rubicondo.
  • Sergente maggiore Morris – disse il nuovo venuto, presentandosi.

  • II sergente maggiore strinse la mano ai presenti, accettò la poltrona che gli veniva offerta accanto al fuoco e assunse un’aria soddisfatta mentre il padrone di casa andava a prendere whisky e bicchieri e metteva sulla fiamma un piccolo bricco di rame. Al terzo bicchiere i suoi occhi si fecero più lucidi ed egli cominciò a parlare; il piccolo circolo familiare guardava con interesse questo visitatore che arrivava da lontano mentre squadrava le larghe spalle nella poltrona e narrava di scene strane e di imprese epiche, di guerre e di pestilenze e di popolazioni curiose.

    • Ventun anni di questa vita – disse White, rivolgendosi alla moglie e al figlio – Quando è partito era un ragazzino tutto pelle e ossa che lavorava nell’arsenale. E guardatelo un po’ adesso.
  • Sembra che non se la sia passata molto male – osservò cortesemente la signora White.

  • Anche a me piacerebbe andare in India, – disse White – non fosse altro che per vedere come è fatto il mondo.

  • State molto meglio qui dove siete – fece il sergente maggiore, scuotendo la testa. E la scosse ancora dopo aver appoggiato al tavolo, con un sospiro, il bicchiere vuoto.

  • Mi piacerebbe vedere quei vecchi templi, e i fachiri, e i giocolieri – insistette il vecchio – Che cosa avevate incominciato a raccontarmi l’altro giorno a proposito di una zampa di scimmia o simili, Morris?

  • Niente, – si affrettò a rispondere il soldato – O almeno, niente che valga la pena di ascoltare.

  • Una zampa di scimmia? – chiese la signora White, incuriosita.

  • Bene, è solo un esempio di quella che si potrebbe chiamare magia, forse – disse il sergente maggiore, con aria disinvolta.

  • I tre ascoltatori si chinarono in avanti, più interessati che mai. Il visitatore si portò distrattamente alle labbra il bicchiere vuoto, poi tornò ad appoggiarlo sul tavolo. Il padrone di casa si affrettò a riempirglielo.

    • A guardarla, – disse il sergente maggiore, frugandosi in tasca – è una zampetta come tutte le altre, essiccata come una mummia.

    Aveva preso di tasca qualcosa, e lo mostrò. La signora White si fece indietro con una smorfia, ma suo figlio invece lo prese e lo esaminò con curiosità.

    • E che cos’ha di particolare? – chiese White che, dopo averla presa a sua volta dalle mani del figlio e dopo averla osservata, la mise sul tavolo.
  • Ha un incantesimo che le è stato gettato da un vecchio fachiro, – spiegò il sergente – un santone. Voleva mostrare che il destino domina la vita della gente e che coloro i quali vogliono interferire con il destino lo fanno a proprio rischio e pericolo. Ha messo su questa zampa un incantesimo in modo che tre uomini diversi potessero esigere da essa l’adempimento di tre desideri.

  • Parlava con una serietà così profonda che i suoi ascoltatori si resero conto come le loro risate apparivano un poco fuori luogo.

    • Bene, perché non avete espresso i vostri tre desideri, signore? – domandò Herbert, molto a proposito.

    Il soldato lo guardò come, in genere, la mezza età guarda la giovinezza presuntuosa – Li ho espressi – disse, adagio, mentre il suo viso segnato si sbiancava.

    • E questi vostri tre desideri sono stati realmente esauditi? – volle sapere la signora White.
  • Sì – rispose il sergente maggiore, e il bicchiere gli picchiò contro i denti robusti.

  • E qualcun altro ha visto soddisfatti i suoi tre desideri? – insistette la vecchia signora.

  • Il primo li ha visti esaudire, sì – fu la risposta – Non so quali fossero i primi due, ma il terzo era morto. È così che sono venuto in possesso della zampa.

  • Il suo tono era così grave che un profondo silenzio cadde sul gruppetto.

    • Se voi avete già visto soddisfatti i vostri tre desideri, è inutile che la teniate allora – disse alla fine il vecchio – Per che cosa la conservate ancora?

    Il soldato scosse la testa.

    • Una fantasia mia, immagino. Una volta mi ero messo in testa di venderla, ma credo che non farò mai una cosa del genere. Ha già provocato guai a sufficienza, questa zampa. E poi nessuno la comprerebbe. Alcuni pensano che si tratti di una favola, e chi ci crede vuole prima metterla alla prova e poi pagarmi.
  • Se poteste esprimere altri tre desideri, – chiese il vecchio, guardandolo fissamente, – lo fareste?

  • Non lo so – fece l’altro. – Non lo so.

  • Prese la zampa, la fece dondolare fra il pollice e l’indice, poi, con un movimento brusco, la buttò nel fuoco. Con un grido soffocato, White si chinò e la recuperò dalle fiamme.

    • Meglio lasciarla bruciare – proclamò il soldato con tono solenne.
  • Se non la volete più, Morris, – disse il vecchio – datela a me.

  • No, – replicò l’amico, ostinato – L’ho buttata nel fuoco. Se la tenete, non date a me la colpa di quello che può succedere. Se siete un uomo di buon senso, fareste meglio a rimetterla fra le fiamme.

  • L’altro scosse la testa ed esaminò con attenzione l’oggetto di cui era appena entrato in possesso.

    • Come si fa? – domandò.
  • Tenetela nella destra ed esprimete il desiderio ad alta voce – spiegò il sergente maggiore – Ma ci tengo a mettervi in guardia contro le conseguenze del vostro atto.

  • Sembrano le Mille e una notte – commentò la signora White, mentre si alzava e cominciava a preparare la cena – Non vi pare che, per ciò che mi riguarda, potrei esprimere il desiderio di avere quattro mani?

  • Suo marito prese il talismano di tasca e poi tutti e tre scoppiarono in una risata, ma il sergente maggiore, il viso atteggiato ad un’espressione di profondo allarme, lo afferrò per un braccio.

    • Se proprio volete esprimere i vostri desideri, – disse, cupo – chiedete almeno qualcosa di sensato.

    White tornò a mettere in tasca la zampa, poi, sistemate le sedie, fece cenno all’amico di prendere posto a tavola. Durante la cena il talismano fu quasi completamente dimenticato, e più tardi i tre ascoltarono con profonda attenzione una seconda puntata delle avventure del soldato in India.

    • Se la storia della zampa di scimmia non è più degna di fede di quelle che ci ha raccontato, – disse Herbert quando la porta si fu chiusa alle spalle del loro ospite, appena in tempo perché arrivasse a prendere l’ultimo treno, – credo proprio che non riusciremo a ricavarne molto.
  • Gli hai dato qualcosa in pagamento, papà? – chiese la signora White, guardando attentamente il marito.

  • Oh, una sciocchezza – egli rispose, arrossendo un poco – Non voleva accettare niente, ma l’ho costretto. Ed ha ancora insistito perché la gettassi via.

  • Già – fece Herbert, con ben simulato orrore – Oh, saremo ricchi e famosi e felici. Esprimi il desiderio di diventare imperatore, papà, tanto per cominciare; in questo modo non sarai più agli ordini di tua moglie.

  • Poi cominciò a correre attorno al tavolo, inseguito dalla furibonda signora White armata di un copridivano. White prese la zampa di tasca e la osservò, dubbioso.

    • Non so quale desiderio esprimere, questo è il punto – disse lentamente – Mi sembra di avere tutto quello che voglio.
  • Se solo potessi far rimettere in ordine la casa, saresti più felice, non è vero? – fece Herbert, appoggiandogli una mano su una spalla – Bene, chiedi duecento sterline allora; saranno più che sufficienti.

  • Il padre, sorridendo un poco vergognoso della propria credulità, levò alto il talismano mentre il figlio, con un’aria solenne guastata però da un allegro ammiccamento alla madre si mise a sedere al piano e faceva echeggiare tutta una serie di lugubri accordi.

    • Desidero duecento sterline – disse il vecchio, scandendo le parole.

    Il suono del pianoforte coronò la frase, ma fu subito interrotto da un grido di terrore del vecchio. La moglie e il figlio si precipitarono verso di lui.

    • Si è mosso! – egli esclamò, con una occhiata di disgusto all’oggetto che giaceva sul pavimento – Mentre esprimevo il desiderio, mi si è contorto in mano come un serpente.
  • Bene, non vedo il danaro, – disse il figlio, raccogliendo la zampa e mettendola sul tavolo – e scommetto che non lo vedrò mai.

  • Deve essere stata la tua immaginazione, papà – mormorò la moglie, guardandolo con espressione ansiosa.

  • Egli scosse la testa, adagio.

    • Non importa, comunque; non è successo niente di male, ma è una cosa che mi ha dato lo stesso un brutto colpo.

    Tornarono a mettersi a sedere accanto al fuoco mentre i due uomini terminavano di fumare la pipa. Fuori, il vento era più forte che mai, e il vecchio sussultò, nervoso, al rumore di una porta che sbatteva al piano di sopra. I tre rimasero immersi in un silenzio insolito e deprimente che durò fino a quando la vecchia coppia si alzò per andarsi a coricare.

    • Probabilmente troverai i soldi avvolti in un grosso pacco in mezzo al tuo letto, disse Herbert, dopo aver augurato la buona notte – e in cima all’armadio ci sarà accasciato qualcosa di orribile che ti spierà mentre metti in tasca quel danaro mal guadagnato.

     

    Capitolo 2

    Il mattino seguente, alla luce del sole invernale che pioveva sul tavolo della prima colazione, Herbert rise dei propri timori. Nella stanza c’era un’aria di sana allegria che era mancata completamente la sera precedente, e la sudicia e raggrinzita zampetta giaceva abbandonata sulla credenza con una noncuranza che lasciava intendere una ben scarsa fiducia nelle sue virtù.

    • Credo che tutti i vecchi soldati siano eguali – disse la signora White – Bella idea la nostra di starcene ad ascoltare tutte quelle sciocchezze. Come è possibile che i desideri siano esauditi al giorno d’oggi? E, ammesso che fosse possibile, che male ti farebbero duecento sterline, papà?
  • Può darsi che gli cadano sulla testa dal cielo – commentò il frivolo Herbert.

  • Morris ha detto che tutto accadeva nel più naturale dei modi, – replicò il padre – tanto che tu, volendo, avresti potuto attribuire la cosa a una coincidenza pura e semplice.

  • Bene, non capitare sul danaro prima del mio ritorno – disse Herbert, alzandosi da tavola. – Temo che ti trasformerebbe in un uomo meschino e avaro, e in tal caso noi saremmo costretti a sconfessarti.

  • La madre rise, lo seguì fino alla porta, lo guardò mentre si avviava giù per la strada e, quando tornò alla tavola, si prese allegramente gioco della credulità del marito. Il che non le impedì di precipitarsi alla porta quando il postino bussò, e non le impedì di accennare, sia pure brevemente, alle abitudini alcoliche di un sergente maggiore in ritiro quando risultò che la posta le aveva recapitato soltanto un conto del sarto.

    • Credo che, quando tornerà a casa, Herbert pescherà fuori qualcun’altra delle sue osservazioni ironiche – osservò, mentre sedevano a pranzo.
  • Temo di sì, – convenne White, versandosi un poco di birra – ma con tutto ciò, quella cosa mi si è mossa in mano, sarei pronto a giurarlo.

  • Ti è sembrato così, certo – disse la vecchia, conciliante.

  • Ti dico che è così – replicò lui – Non ci pensavo nemmeno; ho avuto semplicemente… Che c’è?

  • La moglie non gli rispose. Era intenta a seguire con gli occhi i misteriosi movimenti di un uomo che, fuori, stava guardando con aria indecisa la casa, quasi cercasse di decidersi ad entrare. Il pensiero fisso alle duecento sterline, ella notò che lo sconosciuto era ben vestito e portava in testa un cappello a cilindro di seta, nuovo di zecca. Tre volte l’uomo indugiò con la mano sulla maniglia, poi proseguì. La quarta volta, con subitanea decisione, spinse e si avviò su per il sentiero. Nello stesso istante la signora White si portava in fretta le mani dietro la schiena, slacciava in fretta le fettucce del grembiule e nascondeva questo utile articolo di uso domestico sotto il cuscino della sedia. Ella fece accomodare nella stanza lo sconosciuto, che appariva a disagio. L’uomo guardava furtivamente la signora White, ed ascoltò con espressione preoccupata la vecchia signora mentre si scusava per il disordine della stanza e per la giacca del marito, un indumento che di solito veniva riservato per i lavori in giardino. Poi ella attese, nei limiti della pazienza del suo sesso, che l’altro entrasse in argomento, ma sulle prime lo sconosciuto si tenne stranamente silenzioso.

    • Mi… mi hanno chiesto di passare da voi – disse alla fine, e si chinò per togliere un filo dal risvolto dei calzoni – Vengo da parte della Maw & Meggins.

    La vecchia sussultò.

    • Qualcosa di grave? – chiese ansante – È successo qualcosa a Herbert? Che cosa? Che cosa?

    Intervenne il marito.

    • Via, via, mamma – disse in fretta – Siediti e non arrivare a conclusioni avventate. Sono sicuro che non venite a portarci cattive notizie, signore – e guardò l’altro con espressione ansiosa.
  • Sono dolente… – cominciò il visitatore.

  • È ferito? – domandò la madre.

  • Il visitatore annuì con un cenno.

    • Ferito gravemente, – disse, adagio – ma non soffre più.
  • Oh, sia ringraziato Iddio – esclamò la vecchia, giungendo le mani – Sia ringraziato Iddio! Sia ringra…

  • Si interruppe bruscamente mentre il sinistro significato di quella frase cominciava a farsi chiaro per lei, e sul viso che l’uomo teneva rivolto verso terra lesse la peggiore conferma dei propri timori. Trattenne il fiato allora e, voltandosi verso il marito che non era riuscito ancora a capire gli appoggiò una mano tremante su una spalla. Seguì un lungo silenzio.

    • È finito fra gli ingranaggi di una macchina – disse alla fine il visitatore, a voce bassa.
  • Finito fra gli ingranaggi di una macchina, – ripeté White, con tono atono – sì.

  • Si mise a sedere, gli occhi che non vedevano fissi fuori dalla finestra, e prese fra le sue la mano della moglie, e la strinse forte, come aveva fatto nei giorni ormai lontani in cui l’aveva corteggiata, circa quarant’anni prima.

    • Era il solo che ci fosse rimasto – disse poi, girando la testa verso il visitatore. – È dura.

    L’altro tossì e, alzandosi, si diresse lentamente verso la finestra.

    • La ditta desiderava che vi presentassi le mie più sincere condoglianze per la vostra grave perdita – disse, senza voltarsi – Capirete, spero, che io sono un semplice funzionario e che obbedisco soltanto a ordini ricevuti.

    Nessuna risposta; la vecchia aveva il viso cereo, gli occhi sbarrati e fissi, e quasi non respirava; il viso del marito aveva l’espressione che aveva dovuto avere quello del suo amico sergente impegnato nella prima azione di guerra.

    • Sono venuto qui per dire che la Maw & Meggins respinge ogni e qualsiasi responsabilità – continuò l’altro. – Non vanno debitori di nulla nei vostri confronti ma, in considerazione dei servizi di vostro figlio, desiderano offrirvi quale compenso una certa somma.

    White lasciò andare la mano della moglie e, alzandosi in piedi, guardò con una espressione inorridita il suo visitatore. Le sue labbra aride formularono la parola: – Quanto?

    • Duecento sterline – fu la risposta.

    Senza neppure udire il grido della moglie, il vecchio abbozzò un debole sorriso, allungò le mani in avanti, come un cieco, e si afflosciò, svenuto, sul pavimento.

     

    Capitolo 3

    I due vecchi seppellirono il loro morto nel grande cimitero nuovo, a due miglia circa di distanza, e fecero ritorno a una casa immersa nelle ombre e nel silenzio. Tutto si era svolto così in fretta che da principio quasi non riuscivano a rendersene conto, e rimasero in uno stato di attesa, come se dovesse succedere qualcosa d’altro, qualcosa che valesse ad alleggerire quel carico, troppo pesante per i loro stanchi cuori. Ma i giorni passavano, e l’attesa cedette alla rassegnazione, quella rassegnazione senza speranza dei vecchi che viene spesso scambiata per apatia. Qualche volta quasi nemmeno si parlavano, perché non avevano nulla da dirsi, e le loro giornate erano lunghe e tediose.

    Fu circa una settimana dopo che il vecchio, svegliandosi all’improvviso nel cuore della notte, allungò una mano e si accorse di essere solo. La stanza era immersa nelle tenebre, e dalla finestra giungeva il suono di un pianto sommesso. Si sollevò sul letto e tese l’orecchio.

    • Torna qui – disse, teneramente – Prenderai freddo.
  • Fa ancora più freddo per mio figlio – rispose la vecchia, scoppiando di nuovo in lacrime.

  • L’eco dei singhiozzi svanì alle sue orecchie. Il letto era tiepido, ed egli aveva gli occhi pesanti dal sonno. Finì per appisolarsi, poi si addormentò, fino a quando un grido alto, selvaggio della moglie non lo fece risvegliare con un sussulto.

    • La zampa di scimmia! – ella urlava, frenetica – La zampa di scimmia!

    Si drizzò, allarmato. – Dove? Dov’è? Che c’è?

    Ella avanzò con passo incerto verso di lui, attraverso la stanza.

    • La voglio – mormorò – Non l’hai distrutta, vero?
  • È in salotto, sulla mensola – rispose, meravigliato – Perché?

  • Ella urlò e rise a un tempo, poi, chinandosi su di lui, lo baciò su una guancia.

    • Ci ho pensato solo adesso – gli disse, istericamente – Perché non ci ho pensato prima? Perché non ci hai pensato tu?
  • Pensato a che cosa? – chiese.

  • Gli altri due desideri – rispose, in fretta – Ne abbiamo espresso solo uno.

  • E non è stato forse abbastanza?

  • No, – esclamò ella, trionfante – ne esprimeremo un altro ancora. Va’ a prenderla subito ed esprimi il desiderio che il nostro ragazzo torni in vita.

  • L’uomo si mise a sedere sul letto e scostò le lenzuola dalle membra tremanti.

    • Mio Dio, sei pazza! – gridò, sbalordito.

    -Va’ a prenderla, – fece lei, ansante – va’ a prenderla.

    • Torna a letto – mormorò, con voce incerta – Non sai quello che stai dicendo.
  • Il primo desiderio è stato esaudito – replicò la vecchia, febbrilmente – Perché non dovrebbe esserlo anche il secondo?

  • Una coincidenza – balbettò White.

  • Va’ a prenderla ed esprimi il desiderio – urlò la vecchia, e lo trascinò verso la porta.

  • Egli scese nelle tenebre, raggiunse a tentoni il salotto e trovò la mensola. Il talismano era al suo posto, ed egli si senti invadere dall’orribile paura che il desiderio ancora inespresso potesse portargli lì il figlio mutilato senza lasciargli il tempo di uscire dalla stanza, e trattenne il respiro allora, mentre si accorgeva di non sapere più da che parte fosse la porta. La fronte madida di gelido sudore, fece il giro del tavolo, poi continuò, guidandosi sul muro, fino a quando non si trovò nel piccolo corridoio, quella strana e misteriosa cosa stretta in una mano.

    Persino il viso pallido di sua moglie appariva cambiato quando entrò nella stanza. Era bianco e ansioso, e ai suoi timori parve che avesse una espressione insolita. In quel momento ebbe paura di lei.

    • Il desiderio! – ella gridò, con voce energica.
  • È una cosa folle e malvagia – balbettò.

  • Il desiderio! – ripeté la moglie.

  • Sollevò la mano.

    • Voglio che mio figlio torni in vita.

    Il talismano cadde per terra, ed egli lo guardò, rabbrividendo. Poi si abbandonò, tremante, su una sedia mentre la vecchia, gli occhi accesi, andava alla finestra ed apriva le persiane.

    Rimase seduto lì fino a quando il freddo non gli penetrò nelle ossa, e ogni tanto dava una rapida occhiata alla figura della vecchia che guardava fuori. Il mozzicone, che era arrivato sotto il bordo dei portacenere di ceramica, allungava ombre pulsanti sul soffitto e sulle pareti, poi, dopo un ultimo guizzo più forte, si spense. Sollevato oltre ogni dire all’idea che il talismano si fosse rivelato inefficace, il vecchio si trascinò di nuovo fino al letto, ed un paio di minuti dopo la moglie lo raggiunse e si distese stancamente al suo fianco.

    Nessuno parlava, ma se ne stavano tutti e due in silenzio ad ascoltare il ticchettio del pendolo. La scala scricchiolò e un topo corse precipitosamente e rumorosamente nel muro. Il buio era opprimente, e, dopo essere rimasto immobile per qualche tempo per raccogliere tutto il suo coraggio, il marito prese la scatola dei fiammiferi, ne accese uno e scese al pianterreno per andare a cercare una candela.

    Ai piedi delle scale, il fiammifero si spense, ed egli si fermò per accenderne un altro; proprio in quel momento, un colpo, così leggero e furtivo da essere appena percepibile, venne bussato alla porta.

    I fiammiferi gli caddero di mano. Rimase immobile, senza respiro, fino a quando il colpo si ripeté. Allora si voltò e risalì di corsa nella sua stanza e si chiuse la porta alle spalle. Un terzo colpo echeggiò nella casa.

    • Che cos’è? – esclamò la vecchia, sollevandosi.
  • Un topo, – le rispose, con voce incerta – un topo. – Mi è passato davanti sulle scale.

  • La moglie si mise a sedere sul letto, l’orecchio teso. Un colpo energico rimbombò per tutta la casa.

    • È Herbert! – ella gridò – È Herbert!

    Si precipitò alla porta, ma il marito le si parò dinanzi e, prendendola per un braccio, la tenne saldamente.

    • Che cosa intendi fare? – le bisbigliò, roco.

    -È il mio ragazzo… è Herbert! – urlò ella, dibattendosi meccanicamente.

    • Avevo dimenticato che c’erano due miglia da percorrere. Perché mi trattieni? Lasciami andare! Devo aprirgli la porta!
  • Per l’amor di Dio, non lasciarlo entrare! – esclamò il vecchio, tremante.

  • Hai paura di tuo figlio! – strillò la vecchia, lottando per liberarsi – Lasciami andare. Vengo, Herbert, vengo!

  • Un altro colpo, un altro ancora. Con una mossa improvvisa la vecchia si divincolò e si precipitò fuori dalla stanza.

    Il marito la seguì sul pianerottolo e la chiamò con voce straziante mentre correva giù per le scale. Udì il tintinnio della catena che veniva tolta, il rumore del catenaccio che scivolava adagio dalla sua piastra. Poi, ecco la voce della vecchia, forzata e ansante.

    • Il catenaccio in alto – gridò, a voce altissima – Scendi. Non ci arrivo.

    Ma il marito era con le mani e con le ginocchia sul pavimento e cercava disperatamente la zampa. Se solo fosse riuscito a trovarla prima che quello che c’era fuori entrasse…

    Un tambureggiare di colpi echeggiò per la casa, ed egli udì il rumore di una sedia che veniva trascinata, che la moglie appoggiava alla porta, nel corridoio. Udì il cigolio del catenaccio che veniva spinto indietro, adagio, e nello stesso istante trovò la zampa di scimmia, e mormorò freneticamente, ansando, il suo ultimo desiderio.

    I colpi cessarono bruscamente, anche se la loro eco indugiava ancora nella casa. Udì lo scricchiolio della sedia che veniva spinta indietro, il rumore della porta che si apriva.

    Una ventata gelida si infilò su per le scale, ed un lungo ed alto gemito di delusione e di scoraggiamento della moglie gli diede il coraggio di correrle accanto e poi di spingersi fino al cancello. Il lampione che sorgeva proprio lì di fronte illuminava una strada silenziosa e deserta.

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    Buffalo buffalo Buffalo buffalo buffalo buffalo Buffalo buffalo

    La frase Buffalo buffalo Buffalo buffalo buffalo buffalo Buffalo buffalo è un ottimo esempio di come sia possibile, giocando con gli omonimi e gli omofoni, realizzare una frase complessa e grammaticalmente corretta, anche senza segni di punteggiatura. La proposizione è stata inventata dal professor William J. Rapaport dell’Università di Buffalo, USA, nel 1972.

    Piccolo chiarimento: omonimo indica una parola che può avere più significati, mentre omofono rappresenta parole che si pronunciano allo stesso modo ma hanno significato diverso.

    In questo caso buffalo, in lingua inglese, ha tre significati diversi:

    1. Buffalo, ovvero la città dello stato di New York
    2. buffalo, il bisonte americano
    3. To buffalo, inteso quindi come verbo, significa sconcertare, intimidire

    La frase originale si traduce più o meno così: i bisonti di Buffalo, che intimidiscono bisonti di Buffalo, sconcertano (altri) bisonti di Buffalo.

    In effetti si potrebbe costruire una frase con solo la parola buffalo scritta anche un’infinità di volte. Questa avrebbe comunque una corretta valenza sia logica che grammaticale.

    In italiano creare una preposizione simile è abbastanza complicato, poiché le regole della grammatica inglese sono molto più semplici. Un esempio potrebbe essere: Bandito, bandito bandito, in cui un ladro viene cacciato dalla frazione Bandito di Bra, in provincia di Cuneo. Un altro caso, anche se non segue la regola dell’utilizzo di una singola parola ripetuta, è: Prese dove Mise mise mise mise misero misero mise misero Prese prese tre.

    Si tratta di un episodio della vita scolastica di Nicola Prese e Giovanni Mise. In una traduzione di un brano dal greco, Nicola, a differenza di Giovanni, tradusse erroneamente al plurale il passato del verbo mettere. Per questo e altri errori riportò un pessimo voto. La frase deve essere letta così: Prese, dove Mise mise mise, mise misero. Misero! Mise misero. Prese prese tre. – Tratto da Il grande libro degli enigmi: antologia di problemi insoliti, trappole logiche e rompicapo di ogni tempo e latitudine, di Tano Parmeggiani e Carlo Eugenio Santelia

    In inglese, concedendo uno strappo alla regola come quello precedente, abbiamo James while John had had had had had had had had had had had a better effect on the teacher, traducibile pressapoco così: James, mentre John aveva usato ebbe, aveva usato aveva avuto; aveva avuto aveva avuto una migliore impressione sull’insegnante.

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    Horror flash fiction – Il terrore in due frasi

    Le flash fiction sono storie estremamente brevi, solitamente meno di 300 parole, che però riescono a dare al lettore tutto ciò di cui un racconto necessita, ovvero un solido inizio, un climax che tenga col fiato sospeso ed ovviamente un finale inaspettato. Le flash fiction di genere horror hanno cominciato a comparire su internet da qualche anno, anche se il capostipite è certamente il prologo di Knock, opera di Fredric Brown, pubblicata per la prima volta nel dicembre 1948 nella rivista Wonder Stories. Il racconto inizia proprio spiegando il concetto di flash fiction – c’è una dolce, piccola storia dell’orrore che è lunga soltanto due frasi – per poi anticipare la microstoria e proseguire con il racconto.

    L’ultimo uomo sulla Terra sedeva da solo in una stanza. Qualcuno bussò alla porta.

    Ho raccolto qui sotto altre piccole storie dell’orrore, a dimostrazione che non sono le parole ad incutere timore, ma la nostra immaginazione.

    Mi svegliai di soprassalto udendo qualcosa che picchiettava alla finestra. Mi affacciai per controllare, e solo allora mi accorsi che venivano dallo specchio in camera mia.

    L’ultima cosa che vidi fu la sveglia che segnava le 12:07, prima che quella cosa mi afferrasse con i lunghi e marci artigli e mi aprisse il ventre in due, soffocando le mie grida con l’altra mano. Sussultai, certo che si fosse trattato di un brutto sogno: controllai l’orario, e la sveglia segnava le 12:06. Fu allora che vidi l’anta dell’armadio aprirsi con un crepitio.

    Vivendo con cani e gatti, sentivo spesso le loro unghie sulla porta per cercare di entrare nella mia stanza mentre dormivo. Ora che vivo da solo, il rumore è ancora più inquietante.

    Si rigirò nel letto chiedendomi perché diavolo respirassi così profondamente. Non ero stato io.

    Mia moglie mi svegliò l’altra notte preoccupata: secondo lei qualcuno era entrato in casa. Fu uccisa da un intruso due anni fa.

    Il monitor per bambini gracchiò, destandomi, ma sentii subito una voce rassicurante cullare il nostro bambino. Mi rigirai nel letto, ed il mio braccio strusciò contro mia moglie, che dormiva al mio fianco.

    Ho sempre creduto che il mio gatto avesse qualche problema: restava ore a guardarmi, fissandomi negli occhi. Un giorno mi resi conto che non guardava me, ma alle mie spalle.

    La risata di un neonato è davvero simpatica. Ma non alle 2 di notte. Quando sei solo in casa.

    Stavo per dare il bacio della buonanotte alla mia piccolina, quando mi guarda spaventata e mi dice: “Papà, c’è un mostro sotto il mio letto”. La rassicuro che non c’è alcun mostro, ma giusto per farla contenta mi affaccio a guardare sotto il letto. Lì sotto, nella penombra, una voce mi bisbiglia: “Papà, c’è qualcuno nel mio letto”.

    “Non riesco a dormire.” Mi sussurrò queste parole, abbracciandomi a letto. Mi risvegliai completamente madido di sudore, con i vestiti con cui era stata seppellita sulle lenzuola.

    Oggi ho trovato sul mio cellulare una mia foto mentre dormo. Vivo da solo.

    Una bambina sentì sua madre chiamarla al piano di sotto, in fondo alle scale. Appena messo piede sul primo gradino, la mamma la spinse con sé in una stanza: “L’ho sentita anch’io”.

    Volevo provare anch’io a scrivere una microstoria dell’orrore, ed eccovela qua.

    Oggi mi sono dovuto alzare due volte per chiudere la porta della mia camera. Non mi ero mai mosso dalla cucina.

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    I tre setacci

    Prima di raccontarvi della storia dei tre setacci, urge un chiarimento. Su internet il testo viene spesso attribuito all’antico Socrate, ma nella realtà il discorso è tratto dal libro di Dan Millman La via del guerriero di pace, il cui protagonista è omonimo del sommo filosofo. Il testo dei tre setacci narra di come possano essere pericolosi i pettegolezzi e le parole non giustamente pesate.

    I tre setacci

    “Ascolta, ti devo raccontare qualcosa d’importante sul tuo amico.”

    “Aspetta un attimo – lo interruppe Socrate – hai fatto passare ciò che mi vuoi raccontare attraverso i tre setacci?”

    “Tre setacci?”, chiese l’altro meravigliato.

    “Sì, mio caro. Prima di raccontare qualcosa agli altri, è bene prendersi il tempo di filtrare ciò che si crede di conoscere per i tre setacci: verità, bontà ed utilità. Il primo setaccio è quello della verità: sei convinto che tutto ciò che vorresti riferirmi sia vero?”

    “In effetti no, l’ho solo sentito raccontare da altri.”

    “Allora non sai se sia verità oppure menzogna. È almeno qualcosa di buono?”

    L’uomo rispose esitante: “Devo confessarti di no, piuttosto il contrario…”

    “Quindi le tue parole arrecherebbero danno al mio amico, anche se potrebbero essere menzogne. Ti sei chiesto a che serva raccontarmi queste cose sul mio amico? Serve a qualcosa?”

    “No davvero, Socrate.”

    “Allora – concluse il saggio – Se ciò che mi vuoi raccontare non è vero, né buono, né utile, perché volevi raccontarmelo?”

    Grazie a Giuseppe F. per la segnalazione.


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