Tag: Luoghi

Da che cosa deriva “ambaradan”?

Usato sopratutto in libri per bambini, il termine ambaradan indica una confusione assoluta, proprio come quella che regna sovrana nelle camerette dei più piccoli. Ma da che cosa deriva questo termine così strano?

L’etimologia è incerta, ma molto probabilmente è legato ad Amba Aradam, monte dell’Etiopia che nel 1936 fa da scenario all’omonima battaglia tra l’Esercito del Regno d’Italia e l’Esercito Etiope. Nel conflitto, gli italiani si alleano con tribù locali, che sono già però segretamente legate agli etiopi: il risultato è una delle battagie più confusionarie della storia, un tutti contro tutti che, non si sa come, vede alla fine la vittoria degli uomini del Bel Paese. Un teatro dell’assurdo con 20.000 morti, in larga parte a causa di gas tossici vietati dalla legge, oggi ricordato quasi solo per aver generato quella parola scherzosa, ambaradan, detta così alla leggera ai bambini per farli divertire.

Senza sapere che spesso dietro una parola ci sono più che un insieme di lettere. C’è una storia. Spesso una di quelle che nessuno vorrebbe ascoltare.

 

Domanda inviata da Anna Rita T.

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Hoia Baciu – La foresta infestata

C’è un luogo della Romania che non viene mai pronunciato ad alta voce. Un luogo dove si dice le persone svaniscano nel nulla, dove il tempo e lo spazio non hanno significato, dove gli alberi sussurrano parole di morte, dove il diavolo ha la propria dimora. Benvenuti a Hoia Baciu, la foresta infestata.

Hoia Baciu, (Pădurea Hoia o Hója-erdő), è una foresta poco ad ovest di Cluj-Napoca, nel cuore della Transilvania, in Romania. Si tratta di circa 3 chilometri quadrati di alberi, rocce e qualche animale selvatico. Una foresta come tante, forse resa più spettrale dall’essere nel bel mezzo dei possedimenti del fu vampiro Dracula (al secolo Vlad Tepes). Se non fosse che ad abitarla siano stati, nell’ordine, il diavolo, gli alieni ed infine i fantasmi.

Qualcosa che non va in Hoia Baciu si intuisce appena ci si mette piede: sebbene gli arbusti più antichi risalgano a 200 anni fa, si presentano esili e distorti, come se qualcosa ne avesse preservato la giovinezza nei secoli. Ma sono le storie a farla da padrona.

 

https://www.flickr.com/photos/bortescristian/8155409735/

 

Le sparizioni

Si narra che a metà dell ‘800 un pastore di pecore un giorno porta il suo gregge a brucare la tenera erba del bosco. La sera però non ritorna a casa, e gli abitanti del luogo si preoccupano: forse ha avuto un malore, o ha avuto un incidente e non riesce più a camminare, oppure ancora è stato attaccato da qualche misterioso animale selvaggio. Si organizza una battuta di recupero per giorni e giorni l’intera foresta viene ispezionata palmo a palmo, inutilmente. Svanito nel nulla insieme alle 200 pecore.

Una donna, sempre nello stesso periodo, entra nel bosco per una passeggiata. Anche lei sparisce nel nulla, salvo poi uscirne qualche giorno dopo, senza ricordare niente dell’accaduto. In tasca, come unico indizio, la giovane trova una moneta rumena del 15° secolo.

La leggenda più celebre è quella di una bambina, inghiottita dalla foresta. I genitori si disperano per giorni, ma non si danno per vinti. Poi le settimane passano. Ed i mesi. Finché, 5 anni dopo, la piccola ricompare. Con gli stessi vestiti indosso, non è cresciuta di un giorno: è identica a quando è scomparsa tra gli alberi. Tutti le fanno domande insistenti, chiedendole dov’è finita in tutto questo tempo, ma la bambina non capisce. D’altronde, secondo lei, è stata via solo un paio d’ore.

La teoria è che Hoia Baciu sia una sorta di wormhole, in grado di piegare il tempo e lo spazio, catapultando i malcapitati in un’epoca ogni volta diversa. Da cui non sempre è possibile fare ritorno.

 

 

Si potrebbe facilmente obiettare che queste storie sono, per l’appunto, solo storie, buone a spaventare i bambini affinché non si addentrino nella foresta di Hoia col reale rischio di perdersi per giorni e giorni. Inoltre siamo in Transilvania, dove il folklore non è solo cultura ma religione, nella regione più densa di misteri di una terra, la Romania, che fonda le proprie radici sulle leggende narrate da padre in figlio.

Poi, però, arrivano altri strani fenomeni, più recenti, e documentati.

 

Gli avvistamenti alieni

Il 18 agosto 1968 il biologo Alexandru Sift scatta delle immagini straordinarie, che immortalano un oggetto volante discoidale sospeso al centro della foresta. Purtroppo, alla morte dell’uomo nel 1993, quasi tutto il materiale scompare misteriosamente prima di essere pubblicato. Le poche foto salvatesi vengono date alle stampe due anni dopo dall’amico Adrian Pătruț, professore di chimica della Babeș-Bolyai University, nel libro Fenomenele de la Pădure Hoia-Baciu. Pătruț, però, tiene a precisare che tutti i fenomeni descritti dal defunto collega sono spiegabili grazie a solide basi scientifiche. Il dubbio resta.

 

Alexandru Sift - UFO a Hoia Baciu

 

Il 18 ottobre 1968 un geniere dell’esercito, Emil Barnea, si aggira nella foresta insieme alla fidanzata Zamfira Mattea ed un paio di amici, quando qualcosa attira la sua attenzione: nel cielo si palesa all’improvviso una luce innaturale, che prontamente (e fortunatamente) l’uomo cattura in fotografia. Secondo la sua ricostruzione, l’oggetto volante non identificato avanza lentamente, cambiando sovente direzione, aumentando di luminosità col passare dei secondi. All’improvviso, così com’è apparso, si dilegua accelerando vorticosamente verso l’orizzonte, dove scompare. Le sue foto vengono studiate a lungo dall’ufologo ed esperto di paranormale Ion Hobana, che non ha dubbi sulla loro autenticità e le ritiene degne di maggiore attenzione. In accordo ai suoi calcoli, l’UFO dev’essere largo non meno di 30 metri, a 600 metri d’altezza dal suolo. C’è da notare che, all’epoca del fatto, in Romania non sono disponibili libri sul fenomeno dei dischi volanti, pertanto è difficile pensare che Barnea abbia orchestrato tutta la vicenda.

 

 

Molte persone riferiscono di sentirsi male all’interno del bosco, ed alcune ne escono con misteriosi eritemi sulla pelle e, in alcuni casi, anche ustioni. Qualcuno ipotizza possa trattarsi dell’attività aliena che sulla zona proietta una forte dose di radiazioni – peraltro verificata – dovuta alla tecnologia UFO.

 

I fantasmi

In tempi più recenti si sta vivendo una vera e propria caccia al fantasma. A seguito delle numerose segnalazioni susseguitesi negli anni molti ghost hunter hanno passato la notte nella foresta. E molti di loro ne sono quasi usciti con le ossa rotte.

L’evento più significativo, in questo senso, è quello della trasmissione Destination Truth, del canale via cavo statunitense Syfy (conosciuto precedentemente come SCI FI). Nell’episodio Haunted Forest del 9 settembre 2009, la troupe televisiva guidata da Josh Gates investiga nella foresta di Hoia, accompagnata dal gruppo di un altro programma, Ghost Hunter, formato dagli esperti Jason HawesGrant Wilson. Al di là degli alti livelli di radiazioni e qualche immagine che può dire tutto o nulla, all’improvviso Gates lamenta un dolore al torace. Fa per alzarsi la maglia, solo per scoprire lunghi tagli lungo tutto il torace. All’esterno, l’abbigliamento è intatto. Realmente spaventato, Gates decide di interrompere le registrazioni, ed uscire il più velocemente possibile dal bosco.

 

Fantasma a Hoia Baciu

 

Il centro di tutto

La cosa più inspiegabile è il centro esatto della foresta. Non vi cresce nulla. Niente di niente. Gli animali lo evitano come la peste, e le radiazioni, già alte tra gli alberi, registrano un inspiegabile picco. Il terreno è stato ampiamente studiato, ma risulta del normalissimo terriccio. Tutt’intorno gli alberi sono arcuati alla base, come se una forza tremenda li avesse costretti a deviare la loro naturale crescita. È bene notare che un evento del tutto simile è presente in un’altra celebre foresta, quella di Nowe Czarnowo, in Polonia, dove gli arbusti sono tutti piegati verso nord. Probabilmente dovuto a una nevicata particolarmente impietosa nei primi anni del ‘900, in molti credono si tratti dei patimenti sofferti dalle anime scomparse nei secoli nei boschi. C’è anche chi suggerisce che sotto terra potrebbe esserci un misterioso e segreto bunker, risalente alla guerra fredda, che sperimenta sulla superficie gli effetti di qualche micidiale scoperta scientifica.

 

Nowe Czarnowo

 

Hoia Baciu è un crogiolo di attività paranormali e avvistamenti di diverse entità, come se fosse un ponte verso altri mondi. Pur volendo credere fermamente in UFO, alieni e poltergeist, personalmente, una manifestazione così eterogenea mi sembra alquanto bizzarra. Ma prese singolarmente, le singole storie sono decisamente affascinanti. Il mistero – o meglio, i misteri – di Hoia Baciu, per il momento, restano insoluti.

 

Grazie a Chiara GM per aver suggerito su Facebook la storia di oggi. 🙂


Cosa si cela dietro i misteri della foresta Hoia Baciu?

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Gli abitatori del buio delle Grand Caverns (Mistero risolto)

Oren è un fotografo, ed il suo sogno è sviluppare nuovi strumenti che riescano a catturare un’immagine anche in assenza di luce. Per far ciò, spesso si ritrova nel nero più completo, da solo, a fotografare antiche grotte. Purtroppo per lui, una notte scoprirà che qualcosa lo scruta dal buio.

Oren Jeffries è un fotografo professionista statunitense che vive nel sudest della Virginia a cavallo tra il 18° ed il 19° secolo. La sua attività procede bene, e si alterna alla sua grande passione, la speleologia. Appena possibile Oren si avventura per qualche grotta sconosciuta e fotografa tutto quello che può, in quel mondo così alieno a poche centinaia di chilometri da casa. Rapito dalla bellezza delle caverne, un giorno ha un’idea interessante: sviluppare un’ottica, o comunque una tecnica, che gli permetta di catturare le immagini dei luoghi a lui così cari anche in assenza di luce.

È un progetto ambizioso, tanto più per le tecniche fotografiche del tempo, ma Oren è caparbio.

Comincia con cose molto semplici: scende in una grotta o un crepaccio abbastanza per restare al buio completo, posiziona la sua camera, spegne la lanterna che porta sempre con sé ed apre le lenti. Dopo qualche minuto osserva il risultato. Solitamente non si vede granché, ma i presupposti per creare qualcosa di eccezionale ci sono tutti. Oren lo sente, sta per fare la storia della fotografia.

Nel 1895 si trova in una sezione delle Grand Caverns, un dedalo di grotte per la maggior parte inesplorate, dove vuole catturare l’essenza della purezza incontaminata del luogo. Ed incontaminato lo è davvero, perché si trova in una zona non segnata e mai visitata. Da un certo punto di vista, Oren è un esploratore di nuovi mondi. Così sceglie il luogo perfetto, inquadra, sistema le lenti e spegne la luce.

Poi un rumore.

Un fruscio, niente di più. Forse un insetto, o un pipistrello. O forse… Ma no, dev’essere un pipistrello. Oren è un po’ agitato, ma non vuole rovinare l’immagine, così attende qualche secondo. Nessun rumore, forse solo la sua immaginazione. Poi i suoi occhi si abituano al buio.

E li vede. Lì, nell’oscurità più totale, tre umanoidi lo stanno fissando.

Oren li vede avvicinarsi sempre di più, e sempre più velocemente. Senza pensarci due volte molla tutta l’attrezzatura e scappa, finché non raggiunge di nuovo la luce del sole.

Tornerà alla grotta, scortato da tre uomini, solo alcuni giorni dopo. Sulla pellicola a lunga esposizione si era impressa una sola immagine.

Gli abitatori del buio.

 

Oren Jeffries

 

Oren abbandonerà per sempre la sua passione per la speleologia, e non tornerà mai più nelle grotte. Laggiù ci sono segreti che è meglio restino sepolti.

Ma cosa sono in realtà gli strani essere fotografati da Oren?

Nulla, solo l’ennesimo fake.

 

Mistero risolto

La foto sopra gira spesso con un testo che racconta in maniera più semplice la storia che vi ho appena raccontato, accorpata nella Creepypasta Anomalie con altre immagini, come quella che descrive l’ultima fotografia di Charlie Noonan. Questa è l’immagine originale.

 

Oren Jeffries

 

In effetti mostra abbastanza inequivocabilmente tre esseri che fissano l’obiettivo della macchina fotografica. Inquietante vero? Ma se schiariamo un po’ ecco che la bufala è servita.

 

Oren Jeffries

 

Come potete vedere, il corpo del mostro più a destra è completamente staccato da terra all’altezza del torso. O si tratta di esseri che fluttuano nell’aria senza gambe oppure è falsa. Inoltre, essendo la foto stata scatta nel 1895 con una’esposizione lunga, c’è un’altra cosa da tenere in considerazione: per non avere sfocature, i tre simpatici ominidi dovrebbero essere rimasti impassibili ed immobili per ore. Decisamente, se sono davvero degli abitatori del buio, ci tengono particolarmente a venire bene nelle foto.

 

Un piccolo consiglio

Se volete vedere un bel film che tratta di storie simili, claustrofobiche e orrorifiche, vi consiglio The Descent – Discesa nelle tenebre del 2005 di Neil Marshall. Se non l’avete visto non avete scuse. Ne vale la pena.

 

The Descent

 


Se anche voi avete trovato una foto misteriosa, un video incredibile o una storia impressionante fatecelo sapere contattandoci sul sito o sulle nostre pagine social!

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5 storie vere di mostri sotto il letto

https://www.flickr.com/photos/stevon/3655272036

Il mostro nascosto sotto il letto esiste. Punto. Ogni bambino lo sa, e anche qualche adulto ogni tanto butta un occhio sotto il materasso. Quelle che seguono sono cinque storie, rigorosamente vere, di chi ha scoperto che gli incubi, a volte, possono anche non essere relegati al regno della fantasia.

 

La storia di Kyle

È il 3 luglio 2014. C’è una bella ragazza di sedici anni di Chester, in Inghilterra, che si è appena messa a letto. Cerca di prendere sonno, ma viene destata dallo squillo del cellulare: è arrivato un messaggio, decisamente inquietante.

TI STO GUARDANDO

La ragazza conosce quel numero, è quello di uno stalker. È già qualche settimana che la molesta con sms, dove ha dichiarato apertamente che si ucciderà presto davanti casa sua. La giovane fugge dalla madre, che sta riposando, ed insieme restano a letto per un po’, finché non arriva un nuovo messaggio, molto peggiore del precedente.

SONO A CASA TUA

Né la ragazza né la madre credono a questo secondo sms; non hanno sentito entrare nessuno e tutte le porte e le finestre sono ben serrate. Finalmente, nonostante l’agitazione, prendono sonno e la notte scorre tranquilla.

Il mattino seguente la giovane torna in camera sua, e subito sente che qualcosa non torna. Ha la pressante sensazione di essere osservata. Guarda nell’armadio, tra gli abiti appesi, ed infine sotto il letto.

Dove trova il mostro.

Lo stalker è lì, che la fissa con occhi vitrei. La giovane urla, ma il maniaco è veloce, le strappa di mano il cellulare e si scaraventa fuori dalla finestra. Pochi minuti dopo verrà arrestato dalla polizia: si tratta di un diciottenne del luogo, Kyle Ravenscroft, che verrà condannato a 80 ore di servizi sociali per stalking e torture psicologiche.

 

La storia di Guy

Il quarantenne giocatore di cricket Guy James Whittall è appena tornato a casa all’Humani Ranch nello Zimbabwe, quando viene richiamato nella stanza da letto dalle urla della signora delle pulizie. Si precipita in camera, e trova la donna in stato di shock, che indica sotto il letto. Guy non si fa prendere dal panico, ed alza il lembo del lenzuolo.

Sotto ci troverà un alligatore di una tonnellata e mezzo.

Il mastodontico rettile di due metri e mezzo aveva passato la notte a riposare sul pavimento sotto il letto, proprio mentre Guy dormiva ignaro di tutto pochi centimetri più sopra. Il coccodrillo, fortunatamente, verrà catturato e rimesso in libertà.

 

La storia di Jeffrey

Jeffrey Bush la sera del 28 febbraio 2013 sta beatamente dormendo nel letto di casa sua a Seffner, Florida, Stati Uniti. Viene destato all’improvviso da un boato assordante, e non fa in tempo ad aprire gli occhi che viene letteralmente divorato da una voragine creatasi proprio sotto il suo letto. L’uomo prova a gridare a squarciagola, disperso nel buio trenta metri più sotto, ed il primo a soccorrerlo è il fratello, Jeremy, purtroppo invano. In pochi minuti giunge anche lo sceriffo della zona, ma il terreno impraticabile rende difficoltosa la discesa. Pochi istanti dopo, la casa collassa su sé stessa, creando una voragine di decine di metri. Jeremy viene salvato per un soffio dall’ufficiale di polizia. Jeff, invece, scompare letteralmente nell’abisso, e di lui non si saprà più nulla.

 

La storia di James e Rhonda

James e Rhonda Sargent affittano una camera in un hotel economico, il Budget Inn, a Memphis, Tennessee, Stati Uniti, e gli viene assegnata la camera 222. Da subito si rendono conto che c’è qualcosa che non va: un odore pungente riempie l’aria. Certo non si aspettavano che la camera fosse la più pulita del mondo, d’altronde hanno scelto un albergo di serie b proprio per risparmiare, ma quell’olezzo acre è davvero troppo. Dopo due giorni chiedono ed attengono di cambiare stanza, ma il proprietario vuole vederci chiaro. Rovistando a fondo scopre il cadavere di una donna nascosto tra il materasso e le doghe. Si tratta di Sony Millbrook, scomparsa da sei settimane. La camera era stata affittata da Sony, che poi era svanita nel nulla, ed in seguito è stata occupata altre cinque volte. Non si sa come la donna sia potuta finire lì sotto: attualmente il fidanzato, LaKeith Moody, è il maggiore sospettato. Il cadavere sotto al letto in un hotel è spesso tema di leggende metropolitane. In questo caso, purtroppo, è tutto vero.

 

La storia di Bridget e Brian

BridgetBrian O’Neill di Seattle, nel luglio 2014, aprono la porta di casa e la trovano forzata. Impauriti, controllano in giro, ma all’appello sembra che non manchi nulla. I vestiti però sono gettati alla rinfusa, la posta è stata aperta e sulle porte delle stanze è stato spruzzato del profumo. Ad un più attento esame, la coppia trova nascosta una borsetta da donna, contenente una carta d’identità che non appartiene a loro. Da un armadio, inoltre, sono state rimosse tutte le scarpe di Bridget.

Ovviamente i due chiamano la polizia, che procede ai rilievi del caso: setaccia la casa da cima a fondo, cerca eventuali impronte digitali ma niente, tutto immacolato; chiunque sia stato deve essere un professionista che cercava qualcosa che, evidentemente, non ha trovato. Bridget lavora per la Pokemon Company International come graphic designer, e forse il ladro era entrato per rubare qualche bozzetto grafico.

Di nuovo soli, Bridget e Brian fanno per andare a letto, quando restano agghiacciati nell’udire un lamento, come di animale morente, provenire dalla stanza.

Era una sorta di lamento di qualcosa che era vivo, sembrava un procione o un opossum che stava morendo. Solo un animale in fin di vita poteva emettere un lamento del genere. – Brian O’Neill

La polizia torna, e trova sotto il letto una donna emaciata con un coltello e una siringa ipodermica (come quelle per l’insulina). Si tratta di una ventisettenne del luogo, sotto effetto di anfetamine, che aveva progettato di uccidere la coppia da sotto il letto, tagliando con il coltello il materasso. Fortunatamente, il piano non ha funzionato.

E voi, ci credete o no al mostro sotto il letto? 😉

 

Grazie a Giuseppe F.

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Un cadavere in un lago su Google Maps

Abbiamo già trattato di un presunto cadavere su Google Maps, scoprendo però che si trattava di un simpatico cagnolone amante dell’acqua. Stavolta, invece, è tutto vero.

Siamo a Byron Center, nel Michigan, USA. Il 9 novembre 2015, durante l’annuale preparazione delle luci di Natale cittadine, gli operai addetti alle decorazioni di un abete nei pressi dell’84a strada scorgono quella che sembra essere un’auto affondata in un laghetto nel bel mezzo della cittadina. A prima vista il veicolo sembra abbandonato da lungo tempo e così gli uomini chiamano lo sceriffo della Contea del Kent, Ron Gates, che ne organizza immediatamente il recupero.

L’auto, una Chevrolet Corsica del 1990, viene ripescata dal fondo del laghetto, ma la targa, ACM-9705, non riesce a collegarsi a nessun caso della zona. Si pensa inizialmente ad una macchina rubata, ma quello che si nasconde nell’abitacolo lascia tutti senza fiato. Letteralmente.

Al posto di guida c’è quello che resta – oramai poco più che uno scheletro – di un essere umano.

Si tratta di un sessantasettenne, Davie Lee Niles, scomparso a Dorr nel Michigan l’11 ottobre del 2006, ovvero 10 anni prima. Dopo essere uscito da un pub l’uomo avrebbe dovuto recarsi in visita da un amico, ma ha fatto perdere le sue tracce.

La cosa tanto straordinaria quanto macabra è che per tutto questo tempo la sua auto è stata in bella mostra su Google Maps, dove è visibile tuttora; si tratta della macchia gialla in alto a destra.

 

 

Nella scheda di richiesta d’aiuto per trovarlo, sotto la sua foto, viene riportato quello che probabilmente è il motivo dell’estremo gesto di Niles.

Malato di cancro. Potrebbe essere caduto in depressione a causa della sua condizione. – Dalla scheda di Davie Lee Niles su someoneismissing.com

Distrutto dalla notizia di essere malato di cancro, avrebbe deciso di farla finita gettandosi nelle acque del laghetto, dove il suo cadavere ha dimorato per oltre una decade.

Ora, dopo tanto tempo sott’acqua, il suo corpo può finalmente essere riconsegnato alla terra.

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La strega bambina di Albenga

C’è una strega ad Albenga, Italia. Gli abitanti della cittadina ligure ne sono terrorizzati, non osano chiamarla per nome, la evitano come la peste e fanno di tutto per non incrociare il suo sguardo. Solo che questa vecchia megera amante del demonio è alta poco meno di un metro e mezzo, e ha 13 anni.

A settembre 2015 un gruppo di ricercatori del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, in collaborazione con la Aix Marseille Université, diretti dal professore Philippe Pergola, Stefano Roascio e Elena Dellù, sta lavorando alacremente nel sito archeologico di San Calocero ad Albenga, in provincia di Savona. Gli archeologi hanno un gran daffare, dato il numero di corpi rinvenuti, ma restano letteralmente a bocca aperta quando, dalla fredda terra, portano alla luce del sole dopo centinaia d’anni il corpicino minuto di una bambina. Quello che però li sconcerta non è tanto ritrovare il corpo di una ragazzina nel bel mezzo del nulla – nel XV secolo, in cui la bambina è vissuta, la vita media è di 35/40, con una mortalità infantile molto alta – quanto il modo in cui è stata sepolta.

A faccia in giù.

Chi veniva inumato in questo modo, era perché si voleva impedire che vedesse la luce della Resurrezione. Era un trattamento che si riservava agli assassini e ai ladri. Oppure era un gesto di superstizione, per far sì che non si potessero rialzare e tornare in vita. Il tardoantico, essendo un periodo di transizione e cambiamento, ha riportato alla luce paure e, appunto, superstizioni. Alcuni sono stati ritrovati sepolti non solo a faccia in giù, ma anche inchiodati a terra: perfino il cranio veniva trapassato e fissato al terreno. – Stefano Roascio

Lo scheletro appartiene ad una ragazzina di circa 13 anni, alta 1,48 metri che per qualche ragione è stata sepolta col volto sigillato verso la fredda terra. È un’azione meschina, che idealmente preclude al defunto la possibilità di ricongiungersi con Dio e, quindi, condannarlo alla morte eterna. Si usa sopratutto – ancora oggi – quando si sospetta che il morto possa ritornare dalla tomba a mietere vittime, come nel caso di vampiri e streghe, che in questo modo non sarebbero in grado di ritrovare la strada di casa. È un modo come un altro per esorcizzare la paura atavica del revenant, il ritornante, l’essere demoniaco che sfugge persino alla morte per cercare vendetta sui suoi compaesani, presente in numerose culture sparse per il globo.

È un ritrovamento davvero singolare. Quello che ci lascia a bocca aperta è anche il fatto che questa persona fosse stata sepolta attaccata alla chiesa, luogo che non si riserva certo a chi si vorrebbe punire. – Elena Dellù

Poco distante da questo primo corpo gli esperti ne scoprono un altro: appartenente ad una donna sulla trentina, mostra chiari segni di bruciatura sul bacino e sul torace, come se fosse stata arsa sul rogo.

Proprio come una strega.

Dopo l’inumazione, il cadavere della donna è stato coperto da massi pesanti, come a volerla sigillare in un simulacro di pietra per sempre. Ma c’è di più: la bambina e la ragazza sono probabilmente parenti. In entrambe sono presenti difetti nella saldatura delle ossa frontali, conseguenza del metopismo, una malattia genetica. Sullo scheletro della bambina sono stati inoltre trovati piccoli fori che indicherebbero che la piccola soffriva di anemia e che abbia contratto lo scorbuto, malattie che possono facilmente portare a svenimenti, attacchi epilettici e sanguinamenti improvvisi, tutti attribuibili dagli abitanti del medioevo come chiari segnali di stregoneria o vampirismo.

Questa [anemia] poteva essere stata causata sia da una malnutrizione durante i primi anni di vita sia da una derivazione genetica. La forte anemia riscontrata potrebbe averle procurato svenimenti o crisi epilettiche che, male interpretate, avrebbero potuto assumere l’aspetto di vere e proprie sindromi di possessione demoniaca. Potrebbe essere una delle spiegazioni di questa inumazione con il corpo rivolto verso il terreno: generalmente vanno considerate come un gesto di autodifesa che la comunità dei viventi attua per impedire il ritorno in vita di una persona vista come negativa. Tale sorte veniva riservata ai suicidi e agli assassini, ma anche agli assassinati nel timore che tornassero a vendicarsi, così come alle streghe, nell’intento di evitare che lo spirito potesse fuoriuscire dal sepolcro per partecipare ai sabba. Non è da escludere, comunque, che possa trattarsi anche di un gesto di umiltà e di sottomissione che effettivamente è registrato per alcune sepolture privilegiate di ambito carolingio quale, per esempio, quella di Pipino il Breve, padre di Carlo Magno. – Stefano Roascio ed Elena Dellù

Forse la  storia che narrano gli scheletri è molto più inquietante di quanto si immagini. Proviamo a ricostruirla insieme. Nel XV secolo, ad Albenga, vive una donna con la sua bambina tredicenne. La donna è accusata di stregoneria, e tutti nel paese la temono. Si dice che conosca il segreto per preparare unguenti miracolosi, ma anche che possa gettare il malocchio e la peste. Nessuno osa contraddirla, d’altronde è una strega potente, e sopratutto non si trovano le prove per incolparla. Finché, un giorno, sua figlia comincia a sputare sangue e a dimenarsi come un’invasata, ed ecco la prova che la brava gente cercava: la donna ha giaciuto col demonio e dalla loro unione è nata questa bimba maledetta dal cielo. Così, senza pensarci troppo, il villaggio decide di dormire sogni più tranquilli gettandola in pasto alle fiamme. La donna muore tra atroci sofferenze e che sia strega o no meglio andare sul sicuro, gettandola in una fossa a faccia in giù per evitare che torni a vendicarsi, sepolta da centinaia di sassi che la relegheranno per sempre all’inferno da cui è venuta, a pochi passi dalle spoglie di San Calocero, che dalla chiesa veglierà affinché la ritornante resti dov’è per sempre. Stessa sorte per la figlia bastarda frutto del diavolo, a cui viene per sempre tolta la possibilità di vivere una vita normale. Fine.

Questa è la storia per come l’ho immaginata io, con una donna innocente additata come strega, una bambina malata scambiata per un’indemoniata ed un paese medioevale che vive di credenze, superstizioni e paure.

O magari è tutto vero, e la piccola streghetta e la madre malvagia sono davvero tornate alla vita dalle loro tombe nella fredda terra. Forse a cercare vendetta, o il riposo eterno a lungo bramato.

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La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 2

https://www.flickr.com/photos/dbnunley/8600960717

NoEnd House 3 – Origin of Ending – Part 2 (La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 2) è il quarto ed ultimo capitolo della saga No End House, scritta da Brian Russell. David incontra una grottesca ragazzina, Natalie, che sembra conoscere il destino che si cela dietro le porte della Casa. Ma nulla è come sembra.

Trovate il primo capitolo in italiano qui, il secondo qui, e la prima parte del terzo capitolo qui, tradotti in esclusiva dalla Bottega del Mistero. L’autore Brian Russel ha dichiarato, in un post del 2013, che avrebbe continuato la serie scrivendo un nuovo capitolo molto più lungo dei precedenti ma, a tutt’oggi, non ha pubblicato aggiornamenti in merito. A due anni e mezzo di distanza credo che la storia non avrà un seguito. Gustatevi quindi l’ultimo capitolo della Casa Senza Uscita.

Buona lettura.

 

https://www.flickr.com/photos/qilin/210954235

 


 

La Casa Senza Uscita: Parte III – L’origine della fine, capitolo 2

 

La giovane si alzò e scostò i capelli dal volto. Per qualche ragione, anche immaginando quanto fosse terrificante quella visione per David, c’era qualcosa di insolitamente… normale, in quella ragazza. Aveva lunghi capelli castani che le arrivavano a sfiorare le spalle ed era magra come un chiodo, con un mucchio di lentiggini che le incorniciavano il naso e le guance. I suoi vestiti non avevano nulla al di fuori del normale, si sarebbero potuti trovare in qualsiasi negozio – canotta nera e dei jeans infilati in degli stivali rosso scuro. Era più grande di quanto immaginasse in un primo momento. Doveva avere circa sedici anni – se mai quella cosa avesse avuto realmente un’età. Un brusio alle loro spalle li fece sussultare, riportando David alla realtà.

“Dobbiamo andare” disse la ragazza “adesso.” Gli afferrò la mano e lo trascinò via. Preso alla sprovvista, David la seguì e quasi lasciò cadere il cellulare. Cercò di tenerlo in alto, per quanto gli era possibile farlo, per illuminare il cammino.

“Non ce n’è bisogno” la ragazza alzò la mano libera “guarda.” Mormorò qualcosa tra un respiro affannoso ed un altro, qualcosa che non era certamente in inglese, ed una luce incandescente pulsò di fronte ai due, cominciando a seguire la giovane. Era come una torcia che seguisse i loro movimenti. Il brusio dietro di loro si fece più forte mentre si avvicinavano al primo bivio della galleria. Senza esitare, la giovane girò a destra. Dopo qualche istante, il brusio si dissolse, e i due ragazzi si trovarono di fronte ad una scala la cui fine si perdeva nell’oscurità.

“Saliamo di qui!” La ragazza guadagnò le scale per prima. Questo gesto riportò nuovamente alla realtà David, che si sentiva oltremodo confuso.

“Aspetta!” La giovane fermò la sua corsa a metà delle scale, e lanciò lo sguardo oltre le sue spalle.

“Guarda, capisco che tutto ciò possa sembrarti stran-”

“No, no, lo so che è strano. Ho visto ben altro finora. Ma tu chi diavolo sei?”

“Te lo spiego dopo, ok? Dobbiamo solo uscire di qui, no? Nessuno al mondo dovrebbe trovarsi intrappolato qui dentro e noi, beh, noi lo siamo. Detto questo…” La ragazza riprese la sua corsa. David era sul punto di ribattere, ma il brusio alle sue spalle riprese più forte. In quel momento la sopravvivenza era certamente più in alto della curiosità nella scala delle sue priorità, e David si arrampicò dietro la ragazza, lasciandosi alle spalle i cunicoli per quella che lui sperava fosse l’ultima volta.

La scala sbucava in una stanza vuota. Sembrava un enorme sgabuzzino. Diversi secchi e stracci erano accantonati lungo le pareti, e per essere una sezione della Casa, era decisamente modesta. La ragazza trasalì e allungò la sua mano verso David. I suoi sbalzi d’umore erano certamente qualcosa di cui restare colpiti, e David le afferrò la mano con riluttanza.

“Ti starai chiedendo chi sono e come faccio a conoscerti.” La giovane non aspettò la risposta di David. “Il mio nome è Natalie, è questa è più o meno casa mia.”

“Ma di che diavolo parli? Questa è casa tua? Questo cazzo di posto è casa tua?”

“Lo so, lo so, ma devi capire com’è successo. Vedi, non è stato sempre così, prim-”

“E poi che diavolo – che cos’era quella cosa che hai fatto? Quella luce volante?”

“Sì, lo so – è tutto legato alla storia. Capirai tutto se mi lasci spiegare.” Natalie prese fiato e fissò David. Lui restò in silenzio e tornò a prestarle ascolto, lasciandole intuire che aveva tutta la sua attenzione. “Questa è casa mia. So che adesso ti sembra l’anticamera dell’inferno, e hai ragione. È l’inferno. La mia famiglia era invischiata in affari decisamente non convenzionali. Ci siamo trasferiti qui una decina d’anni fa e tutto filava liscio. Un luogo particolarmente pittoresco ed isolato, sono d’accordo, sopratutto per me che ero abituata alle grandi città, ma era bello vivere qui. Il problema è che la mia famiglia, noi… sappiamo fare delle cose. Siamo streghe.” Natalie soffocò una risata. “Trucchi buoni per lo più ad impressionare la gente, come quella luce che hai visto di sotto nelle grotte. Ma alcuni di noi, come mio fratello, hanno cominciato ad osare di più. Hanno stretto alleanze con demoni e cose del genere. Io sono in grado di evocare un gatto, ad esempio, che è una cosa carina da vedere, mentre mio fratello si è spinto molto oltre. Abbiamo provato a dissuaderlo, ma il potere che poteva scatenare lo stava lentamente divorando, non era in grado di fermarsi. Peter non è mai stato uno pronto a sentirsi dire di aver sbagliato.”

“… Peter?” Un’idea balenò nella mente di David, ma era troppo assurda per poterla accettare. Peter era suo amico da anni… O almeno così credeva.

“Fu così che una notte, sette anni fa, mio fratello superò il confine. Richiamare demoni per diletto non era più abbastanza per lui, voleva di più. Gli chiedemmo cosa lo ossessionasse a tal punto, e lui ci domando perché avrebbe dovuto fermarsi. Che cosa accadde nelle notti a seguire… è un po’ difficile spiegarlo.” Anche se alla ragazza mancavano gli occhi, sostituiti da orrende feritoie nere, era palese che il ricordo appena rievocato la addolorasse. La Casa – l’inferno – era opera del fratello di Natalie, suo amico. A David però sembrava che quella ragazza fosse più che una semplice prigioniera della Casa come lui.

“D’accordo” David le pose una mano sulla spalla “andiamocene fuori di qui.”

David si guardò attorno. Il cuore gli sussultava impercettibilmente mentre scrutava la stanza. A parte la botola nel pavimento da cui erano entrati non vi era nessuna via d’uscita – solo mura di liscio cemento.

“Hai idea di dove siamo?” Chiese alla ragazza, sperando vivamente in una sua risposta affermativa.

“Ovviamente” replicò la giovane, con una punta di esitazione che non piacque a David “questa è cosa mia, dopotutto.” Detto ciò si avvicinò ad una delle pareti. La superficie del muro era un’unica lastra di cemento grigio – nessun passaggio, nessuna porta, niente di niente. Natalie frugò in una tasca e tirò fuori quello che sembrava un carbone, simile a quelli usati dai ritrattisti. Con quello disegnò una lunga linea continua di circa un metro. Tratto dopo tratto, David la fissava a bocca aperta ammirandone la maestria. Non aveva mai visto nulla di simile al di fuori dei film fantasy. Era una specie di yin e yang spezzato da un pentagramma avvolto dallo scarabocchio di un infante. Natalie si rimise il carbone in tasca e si ravviò i capelli con le dita. Dopo un momento di silenzio, alzò la mano destra contro il simbolo, sfiorandosi la tempia con due dita di quella libera. Di primo acchito, a David sembrò che la ragazza fosse concentrata nel parlare, ma si rese conto ben presto che in realtà aveva ripreso quel suo strano cantilenare. Il simbolo vibrò, e David restò a bocca aperta nel vederlo tingersi di un viola acceso. Natalie sorrise tra sé quando il muro si divise in due parti.

“Mi è sempre piaciuto un sacco farlo.”

 

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La paziente

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La storia di oggi è un semplice aneddoto, presentato nel 1981 da A. P. Ruskin durante un corso per infermieri. Non vi anticipo nulla, vi chiedo solo di riflettere, immaginare, comprendere, quello che andrete a leggere.

Sono stato invitato a tenere una conferenza in un corso per infermieri. Ho iniziato la mia lezione con la presentazione di questo caso clinico.

La paziente è una donna che dimostra i suoi anni: non parla né capisce, mormora incoerentemente per ore; è disorientata nel tempo e nello spazio. Talvolta, però, sembra riconoscere il proprio nome. Ho lavorato con lei durante gli ultimi sei mesi, ma ad oggi continua a non riconoscermi. Non ha alcun interesse per il proprio aspetto; ha bisogno di essere nutrita, lavata e vestita; non ha denti e pertanto il cibo le deve essere ridotto in poltiglia. È incontinente e deve essere cambiata di frequente; il suo vestito è generalmente sporco perché perde saliva. Non cammina e dorme in maniera inusuale; si sveglia spesso nel cuore della notte, disturbando gli altri con le sue urla. Talvolta si dimostra affabile e felice, ma è sovente agitata senza una causa apparente, così urla più forte finché qualcuno non va a consolarla.

Dopo la presentazione del caso chiesi alle infermiere quale fosse la loro reazione di fronte all’incombenza di prendersi carico di una paziente come quella appena descritta. Usarono termini come frustratedepressedisperateirritate per esprimere i loro sentimenti di fronte ad una situazione del genere.

Quando dissi che a me piaceva prendermi cura di lei e che anche le infermiere avrebbero provato la stessa sensazione, la platea mi fissò basita. Fu allora che feci girare tra loro una foto.

Mia figlia di sei mesi.

 

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Il testo di Ruskin è un po’ più lungo, ed il seguito lo trovate più in basso. Si tratta di una riflessione sul concetto di vita, rispetto, pregiudizio ed empatia. Non mi abbandonerò a facili moralismi, siete liberi di credere e dare la vostra personale interpretazione delle parole dell’autore.

Chiesi allora perché fosse così difficile prendersi cura di una donna di 90 anni piuttosto che di una di 6 mesi che presentava le stesse identiche caratteristiche. Si era d’accordo che fosse più semplice prendersi cura fisicamente di un infante di 7 chili piuttosto che di un anziano di 40.

Ma la risposta sembrava più profonda.

Il bambino rappresenta una nuova vita, una speranza, una potenzialità praticamente infinita. L’anziano demente, di contro, è al termine della vita, con scarse possibilità di crescita.

Dobbiamo cambiare mentalità.

Il paziente anziano è altrettanto degno di cure e di amore tanto quanto un neonato. Quelli che terminano la loro vita nella condizione di dipendenza meritano le stesse attenzioni riservate a quelli che si affacciano alla vita con l’aiuto degli altri.

Un abbraccio a tutti, infermieri, medici, allievi, specializzandi, OSS, addetti alla pulizia e alla mensa, volontari e familiari, che ogni giorno lottano per rendere un ospedale, una clinica, un ospizio, un luogo che forse non si può chiamare casa, ma che è in grado di donare calore e speranza a tante persone che soffrono. 🙂

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Who put Bella in the Wych Elm? – Il cadavere nell’albero

Ci sono quattro ragazzi che si divertono ad arrampicarsi su un albero. Lo fanno perché sono degli ornitologi dilettanti, e credono che sul grande olmo che hanno adocchiato ci sia un bel nido di uccelli. Uno di loro sale in cima, si appende ai rami, ma il legno cede, dato che la pianta in realtà è morta da già da un pezzo, ed il ragazzo sprofonda nel tronco secco. Dove trova un teschio umano. Questa è la storia di Bella, e del suo misterioso omicidio.

 

Olmo

 

È il 18 aprile 1943, e quattro ragazzi inglesi di Stourbridge, che rispondono ai nomi di Robert Hart, Thomas Willetts, Bob FarmerFred Payne, si sono dati appuntamento sulla Wychbury Hill, una collinetta a pochi chilometri dalla cittadina, per andare a caccia di nidi di uccelli. Trovano tra gli altri un olmo che non sembra messo tanto bene; come molti degli alberi lì intorno è oramai morto da tempo, ma sembra dare rifugio ad una famiglia di uccelli. Farmer, il più agile ed esile dei quattro, comincia la scalata dell’olmo, ma cade e si ritrova all’interno del tronco, dove scopre un teschio umano.

I quattro, pietrificati, non sanno che pesci pigliare. Osservano il cranio, così reale, così tangibile. Decidono di non rivelare niente a nessuno. Il patto di silenzio dura poco, perché Willets, il più giovane, spinto dalla paura racconta tutto al padre, che ovviamente avverte subito la polizia. Gli investigatori di Warwickshire esaminano con cura la zona, e trovano il teschio descritto dal ragazzo nel tronco e frammenti di stoffa e ossa delle dita nascoste nelle vicinanze. Il professore di patologia James Webster ha l’ingrato compito di redigere un profilo fisico della vittima. Con quel poco che ha, conclude che si tratta di una donna sotto la quarantina, abbandonata nell’albero circa un anno e mezzo prima, pochi minuti dopo la morte. La causa della dipartita è l’asfissia: nella bocca vengono ritrovati lembi di taffettà usata, probabilmente, per imbavagliarla. La polizia non ha molti elementi su cui basarsi: l’unica speranza è che qualcuno possa riconoscere la vittima dal calco dei denti, e così vengono interrogati prima tutti i dentisti della regione, infine i dati vengono comparati a livello nazionale. Nessun riscontro.

Qualche tempo dopo il ritrovamento, sei mesi circa, appaiono degli enigmatici graffiti in molti luoghi nei pressi di Warwickshire; cartelli stradali, edifici, colonne, vengono vergati con una frase, sempre la stessa, che forse vuole suggerire molto più di quanto si immagina: Chi ha nascosto Bella nell’olmo? (originale: Who put Bella down the wych elm?).

 

Cranio di Bella

 

Qualcosa non torna. Forse il misterioso graffitaro – ma potrebbero anche essere più d’uno – vuole suggerire alle autorità di cercare una donna di nome Bella. Le indagini si muovono in questa direzione ma nessuna donna, né ufficialmente né nell’underground della regione, corrisponde alla descrizione.

Nel 1944 viene ritrovato il corpo senza vita di una prostituta di Birmingham. Nel rapporto dell’omicidio viene sottolineato che circa tre anni prima un’altra prostituta, Bella, era scomparsa misteriosamente nel nulla. Nonostante la segnalazione, gli inquirenti non sono in grado di stabilire se si tratti della stessa donna dell’albero.

La vittima, che ora viene comunque soprannominata Bella, sembra uscita dal nulla. Nessuno ne ha segnalato la scomparsa, e nessuno riesce a fornire indizi utili alla polizia. Il caso si impantana e, come molti altri di persone scomparse o omicidi irrisolti, diventa un cold case, cioè non viene più seguito attivamente.

Passano due anni.

Del caso si interessa la professoressa di antropologia Margaret Murray, che ipotizza che Bella sia stata uccisa durante un antico e grottesco cerimoniale, a metà tra il sacro e profano. Le dita della vittima, sparpagliate tutte intorno all’albero, potrebbero condurre al manufatto magico mano della gloria.

 

Mano della gloria

 

La mano della gloria è un portafortuna che consta nella mano di un impiccato disseccata e conservata in salamoia, che fa in realtà parte di un oggetto molto più complesso: si prende il grasso di un malfattore condannato alla forca, e lo si scioglie a mo’ di candela; quest’ultima viene infilata nella mano della gloria come un candeliere, che acquisterebbe così il potere di paralizzare chiunque si ritrovi rischiarato dalla sua eterea luce. Molte donne incinte del XVII secolo sono state uccise in Europa per fabbricare questo manufatto – il grasso del condannato si poteva sostituire col dito di un bambino mai nato – aspramente conteso tra i ladri più spietati.

Si deve mozzare dal corpo di un criminale morto al cappio; metterla sotto sale con l’urina di un uomo, una donna, un cane, un cavallo ed una giumenta; affumicarla con erbe e fieno per un mese; lasciarla appesa ad una quercia per tre notti di seguito, fissarla ad un bivio, quindi alla porta di una chiesa per una notte, vegliata dal suo creatore dal portico – e se l’orrore non vi ha fatto rifuggire dal portico… la mano è completa, ed è tutta vostra. – Manoscritto che accompagna la mano della gloria del Whitby Museum di North Yorkshire, Inghilterra

Poco tempo dopo le dichiarazioni di Murray viene trovato in un vicino villaggio di Lower Quinton il corpo senza vita di un uomo, tale Charles Walton, inchiodato a terra da un forcone. La stampa, neanche a dirlo, va a nozze con la notizia, suggerendo che la regione sia divenuta teatro di oscuri rituali magici. La popolazione locale resta atterrita dalle idee dei giornali, e l’eco giunge fino a Scotland Yard, che decide così  di interessarsi alla vicenda, purtroppo senza risultati.

Le svolte più significative si hanno nel 1953.

La prima vede protagonista Una Mossop, che rivela alla polizia che suo cugino Jack Mossop le ha confessato di aver ucciso la donna insieme ad un olandese, van Ralt, conosciuto per caso al Lyttelton Arms, un pub di Hagley. Secondo Una Mossop, assieme a van Ralt, al locale, c’è una donna, anche lei olandese. Dopo una serata a base di birra, van Ralt chiede aiuto a Jack perché la sua amica, ubriaca, è svenuta in auto: l’olandese vuole farle uno scherzo, e la nasconde nell’olmo, affinché la mattina successiva si renda conto della notte brava. Forse la ragazza è già morta a causa dell’alcool, o forse è van Ralt ad ucciderla – non si sa se volontariamente o meno – tappandole la bocca col taffettà, fatto sta che Una Mossop è convinta che il cugino sia il colpevole. Purtroppo, nel frattempo Jack Mossop è stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico perché tormentato dalla visione di una donna che lo fissa da un albero, e muore diverso tempo prima che il teschio nell’olmo venga ritrovato.

La seconda vede protagonista un’altra donna, che dice di chiamarsi Anna, che contatta il giornale locale Express and Star Wolverhampton dichiarando di conoscere l’identità dell’assassino di Bella. Anna viene interrogata dalle autorità, e spinge gli ispettori verso una nuova pista, quella dello spionaggio. La donna afferma che Bella sia stata uccisa perché trovatasi al centro di un intrigo che coinvolgeva una spia tedesca, un ufficiale inglese, un olandese ed un’artista da music hall. La teoria di Anna si regge in piedi, in quanto per lungo tempo le fattorie inglesi della regione sono state obiettivi primari dell’intelligence nazista. L’omicidio di Bella sarebbe quindi un grottesco tentativo di una spia nazista di ricreare una mano della gloria per guidare i tedeschi negli attacchi aerei a Birmingham della Seconda Guerra Mondiale.

Per circa trenta anni non si viene a capo di nulla, finché nel nel 1968 lo scrittore Donald McCormick non pubblica Murder by Witchcraft, in cui racconta la sua teoria sulla morte di Bella. McCormick afferma che la donna sia stata una spia nazista, Clarabella, il cui nome in codice sarebbe stato, senza molta fantasia, Clara. Clara si sarebbe paracadutata sulle West Midlands nel 1941 e, impossibilitata a stabilire un contatto radio, sarebbe scomparsa nel nulla. La storia di McCormick è affascinante ma si tratta, per l’appunto, solo di una bella storia.

Che forse però ha un fondo di verità.

In base agli archivi della sezione MI5, i servizi segreti inglesi, nel 1941 viene paracadutato sul Cambridgeshire un agente della Gestapo, di nazionalità ceca, che risponde al nome di Josef Jakobs. Nel suo file si scopre la foto di una donna, una cantante di cabaret tedesca, Clara Bauerle. Jakobs afferma durante l’interrogatorio – è stato arrestato nel gennaio 1941 – che Bauerle sia la sua amante nonché reclutatrice dell’esercito nazista, paracadutatasi poco dopo di lui e dispersa in azione. Il settore MI5 scopre che Bauerle è nata a Stoccarda, in Germania, nel 1906, e che all’epoca dei fatti avrebbe avuto 35 anni.

Tutto sembra tornare: Bella potrebbe essere Bauerle, ha circa 35 anni, è una cantante di cabaret (Anna sostenne che fosse un’artista da music hall), ha conoscenze nell’esercito tedesco ed è una spia. Forse Jakobs, se interrogato dalla polizia di Stourbridge, saprebbe fare luce sul mistero del teschio nell’olmo, ma purtroppo per lui viene zittito da un plotone di esecuzione il 15 agosto 1941, ultimo condannato a morte della Torre di Londra.

Il mistero del cadavere nell’olmo, dopo oltre settant’anni, non ha ancora una soluzione.

 

Graffiti

 


Chi ha nascosto Bella nell'olmo?

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La Casa Senza Uscita: Parte II – Maggie – No End House

No End House II Maggie (La casa senza uscita: Parte II – Maggie) è il secondo capitolo della saga No End House, scritta da Brian Russell. Dopo le grottesche avventure del protagonista del primo racconto, David, questa volta è Maggie, la sua fidanzata, a doversi confrontare con la casa infestata che sembra aver fatto sparire nel nulla il ragazzo che ama. Riuscirà Maggie a salvare David, o diverrà anche lei un’ennesima vittima della Casa Senza Uscita?

Trovate il primo capitolo in italiano qui, tradotto in esclusiva dalla Bottega del Mistero. Un nostra personale menzione va a Francesca, che ci ha scritto una bellissima email di ringraziamento per il sito e per questo – non facile – lavoro di traduzione. 💖

Buona lettura!

 

Ragazza che piange

 


La Casa Senza Uscita: Parte II – Maggie

 

Erano passate tre settimane dall’ultima volta che avevo sentito David. Dal nostro primo appuntamento, sei mesi fa, solo una volta non ci siamo parlati per tre giorni, per colpa di un violento litigio. Non abbiamo parlato di niente in particolare l’ultima volta, tranne forse che mi anticipò che dovesse dare un’occhiata ad una cosa di cui gli aveva parlato un’amico. Poi l’altra notte mi è arrivato uno strano messaggio. Era di David, ma non era stato mandato col suo numero. C’erano solo cinque parole:

“nessuna uscita non venire david”

Qualcosa non andava. Dopo aver letto il messaggio mi sentii male, come se avessi visto qualcosa che era meglio restasse celato. Decisi di contattare Peter, ma avevo già parlato con quel coglione prima. Era un fannullone, ma magari aveva qualche informazione su dove fosse finito David. Mi collegai su AIM con l’account di David, certa che sarebbe stato più facile parlare con Peter se non avesse saputo che ero io. Appena collegata, mi contattò.

“David?! Cazzo mi hai fatto morire pensavo fossi andato alla casa.”

“Di che stai parlando?”

“La Casa Senza Uscita, fratello, quel posto dove ti avevo suggerito di stare alla larga.” Senza Uscita. Questo tipo sapeva dov’era David.

“Ah già, non sono riuscito a trovarla. Magari ci riprovo domani. Mi spiegheresti meglio dov’è?”

“Non ci penso proprio, fratello, mi hai fatto cagare sotto pensavo che fossi lì non ci andare.”

“Peter, sono Maggie.”

“Cosa? Dov’è David?”

“Non lo so. Pensavo lo sapessi tu, ma mi sbagliavo.”

“Oh cazzo. Cazzocazzocazzocazzo.”

“Ma che? Diavolo Peter dimmi dov’è andato David.”

“Credo sia andato alla casa. È fuori città, tipo quattro miglia lungo Terrence Street. Alla strada senza segnaletica gira a destra. Cazzo, sorella, è andato.”

“Non credo proprio.”

“Che stai pensando di fare?”

“Vado a riprendermelo.”

Uscii di casa verso le otto di sera. Non c’era una sola auto lungo tutto il tragitto, finché non imboccai la strada senza segnaletica ed un cartello mi accolse così:

Senza Uscita – Da questa parte

Aperta 24 ore al giorno

Avevo il fiato corto da quando avevo lasciato il mio appartamento, e trovarmi di fronte a quella casa non mi agliutava di certo. Non c’erano altre auto parcheggiate, così immaginai che fosse chiusa. Una lampada gettava luce sull’area circostante, e dalle finestre si vedeva chiaramente che anche l’atrio all’interno fosse illuminato. Fermai la macchina ed affrontai la porta d’ingresso.

Nella reception non c’era niente di strano, ma come avevo immaginato oltre a me non c’era nessun altro. Tutte le luci erano accese, ma c’ero solo io lì dentro. Oltre alla porta da cui ero entrata, ce n’era un’altra soltanto. Affisso su quest’ultima c’era un biglietto:

“Per la Stanza 1 da questa parte. Ne seguono otto. Raggiungi la fine e vinci!”

Non fu quello a farmi quasi vomitare. Che per poco non mi fermò il cuore. C’era scritto altro, inciso a mano in rosso:

Non puoi salvarlo.

Rimasi pietrificata nella reception per un’ora. Immobile. Non sapevo che fare. Dovevo aprire quella porta? Chiamare la polizia? Quel cartello mi spingeva a pensare che la questione poteva essere molto più difficile da gestire di quanto potessi fare. La mia altezza rientra nella media delle ragazze, ma sono piuttosto esile. Non sarei mai riuscito a stendere lo psicopatico che aveva in ostaggio David. Decisi che chiamare gli sbirri fosse la cosa migliore da fare, così presi il cellulare dalla tasca. Nessun servizio. La casa probabilmente bloccava il segnale, ed in pratica si trovava nel bel mezzo del nulla. Percorsi la reception, certa che almeno fuori il cellulare prendesse. Afferrai la maniglia e tirai la porta. Bloccata. Tirai più forte. Niente. Era chiusa dentro. Picchiai forte urlando aiuto. Era inutile, lo sapevo, lì intorno non c’era nessun altro. Poi la mia tasca vibrò. Un messaggio. Ero contenta che fosse tornata la linea, finalmente ero salva. Magari era un messaggio di David che mi informava che stava bene. Era di un numero che non avevo in rubrica. Aprii il messaggio:

“E non puoi salvare neanche te stessa.”

Tremai. Volevo uscire. Ero chiusa dentro. Un cellulare che non prendeva, in una stanza senza uscita. I miei occhi guizzarono per la stanza, e si posarono sulla porta dall’altro lato. Un numero 1 dorato la sormontava, come le porte delle stanze d’hotel. Il pavimento sotto di me mi sembrava sempre più lontano man mano che vi avvicinavo alla porta. Quando mancavano pochi centimetri, appoggiai l’orecchio sul legno ed ascoltai. Una musica di Halloween risuonava in lontananza. Mi calmai. David è sempre stato un mago degli scherzi. Mi raccontava sempre di quelli che facevano lui ed i suoi amici ai nuovi giocatori della loro squadra di calcio. Un sorriso si allargò sul mio volto, ed aprii la porta senza timore alcuno.

Entrare nella stanza alleviò la mia tensione ancora di più. Era una semplice stanza da casa infestata dei luna park. In ogni angolo c’era uno spaventapasseri, ma niente di veramente pauroso. Erano del tipo che vedevi nelle scuole, con una grande faccia sorridente. Fantasmi di carta erano appesi al soffitto, ed un ventilatore sbuffava una brezza gelida che li faceva vorticare. Di fianco ad uno degli spaventapasseri c’era l’unica altra porta della stanza. Stampato sopra, come la prima porta, c’era un grande 2. Risi e mi lasciai alle spalle quella stupida stanza.

Come aprii la porta per la Stanza 2 non fui in grado di vedere al di là del mio naso. Era avvolta in un’enorme nebbia grigiastra che puzzava di plastica. Immaginai ci fosse qualche macchina per la nebbia da qualche parte, che era certamente in funzione da ore. Non c’erano finestre, e non riuscivo a respirare bene. Camminavo leggera quando trasalii. Mi ero scontrata con qualcosa che sembrava la versione robotica di Jason Voorhees. I suoi occhi rossi lampeggiavano ed il coltello nella mano andava su e giù con un movimento piuttosto meccanico. Avevo il cuore a mille, e se ci fosse stato qualcun altro con me mi sarei sentita incredibilmente imbarazzata. Mi coprii la bocca e superai RoboJason, mentre la nebbia si faceva più fitta. Cominciai a sentirmi male quando trovai la porta per la Stanza 3. Poggiai la mano sulla maniglia e la ritirai subito, dolorante. La maniglia era rovente. Accarezzai la porta e mi resi conto che anche quella era piuttosto calda. Non riuscivo a sentire niente dall’altra parte, così vi appoggiai l’orecchio contro certa di udire il fuoco crepitare, ma niente. Allora pensai che si trattasse semplicemente di una stanza riscaldata, come l’ultima parte del Mr. Toad’s Wild Ride di Disneyland. Con un lembo del mio vestito girai la maniglia più veloce che potei, e guadagnai l’accesso alla Stanza 3. Non c’era nessun incendio. Solo ombre, e faceva un freddo cane. La Stanza 3 non era come le altre stanze. Non era come nessuna altra stanza in assoluto.

Sapevo che c’era qualcosa di sbagliato. Cercai nella stanza ma non riuscivo a vedere neanche le mie mani che si affannavano sulla porta da cui era scomparsa la maniglia. Ero in trappola. Devo aver girato a vuoto per un po’, anche se in effetti non mi ero mossa da quando ero entrata. In quel momento si accese un luce dal soffitto. Un riflettore illuminava un piccolo tavolo, su cui si trovava una torcia. Anche se non riuscivo realmente a vedere dove stessi andando, la luce era abbastanza forte da aiutarmi ad orientarmi. Come afferrai la torcia mi accorsi di una piccola nota attaccata al manico:

A Maggie – Dall’Amministrazione

Letta la nota la luce sopra di me si spense, e fui di nuovo nel buio più totale. Giostrai un po’ con la torcia prima di riuscire ad accenderla. Poi, da ogni direzione, un brusio mi avviluppò. Il cuore sussultò, e puntai la torcia tutta intorno a me. Nella stanza non c’era niente, ma un attimo dopo vidi qualcosa che mi gelò il sangue nelle vene. Forse era il frutto della mia immaginazione, ma per una frazione di secondo mi sembrò di scorgere una figura nell’oscurità. Andai in panico. Mi allontanai dal tavolo, senza sapere quale direzione prendere. Il brusio si faceva sempre più intenso, e percepii distintamente la presenza di qualcosa che rifuggiva la luce. La mia mano tremava mentre cercavo di dirigere la torcia in ogni direzione. Era certamente lì, ma riusciva a rifuggire la luce ogni volta. Ed era più vicino. I miei occhi si rigarono di lacrime. Ero certa che avrei fatto cadere la torcia, per quanto tremavo, finché lo vidi. Un piccolo 4. Scritto a mano su un foglio di carta su una porta in un angolo. Corsi. Corsi più in fretta che potei con la torcia puntata di fronte a me. Lo sentivo dietro di me. Il brusio era sempre più forte e sentivo il suo fiato sul collo. Mancavano solo pochi passi, così accelerai la mia corsa. In una sola mossa afferrai la maniglia, la girai e mi richiusi la porta alle spalle. Ero nella Stanza 4.

Ero all’esterno. Non nella casa. Quello che mi attendeva oltre la porta della Stanza 4 era una grotta. Guardai in basso, e notai qualcosa di strano e disturbante. Il pavimento non era fatto di erba o rocce o terreno, ma di parquet. Era lo stesso pavimento di quella precedente. Era certamente la Stanza 4. Ad ogni modo ero ancora nella casa. C’erano delle torce ai lati della grotta, che si perdeva più avanti nella penombra. Il brusio se n’era andato, per fortuna. Non c’era alcun suono particolare intorno a me, ma percepivo distintamente una leggera brezza. La grotta sembrava infinita, e camminai per quelle che mi sembrarono ore, finché non scorsi una luce bluastra. Vi camminai incontro, con cautela ma abbastanza rassicurata. La luce era un’apertura, la fine del tunnel. Affrettai il passo, ho sempre odiato gli spazi angusti come grotte e tunnel. In pochi secondi guadagnai l’uscita, e prima che me ne accorgessi ero alla fine. Letteralmente. La fine. Alla fine della grotta, il pavimento cadeva a picco nel vuoto, senza possibilità di evitarlo. Mi guardai alle spalle, verso la grotta. Sapevo che non c’era modo di uscire di lì, era un strada senza uscita. Mi rigirai e fissai il vuoto in basso. Ciò che vidi mi provocò un crampo allo stomaco come mai prima d’allora. Un enorme oceano, solo acqua a perdita d’occhio. Il precipizio doveva essere profondo centinaia di metri, con una piccola formazione rocciosa alla base. Studiai le rocce, mi si torse lo stomaco, ed un brivido freddo mi gelò la schiena. Gli scogli formavano un numero. Il numero 5.

Mi allontanai dal dirupo. Odiavo le altezze. Mi scontrai con un muro che non avrebbe dovuto essere lì. Mi guardai attorno solo per sentirmi sopraffatta dal terrore di ciò che vedevo. La grotta era sparita nel nulla. Ero faccia a faccia con un muro di solida roccia, il lato della montagna. Sforzai di ricordarmi che ero ancora all’interno della Casa Senza Uscita. Non ero all’esterno. Ovviamente quella non era una vera montagna. Ma sembrava così reale. Quella casa era una vera spina nel fianco. Grazie al cielo ero fuori. Ma quello che mi aspettava era troppo anche per me. Sapevo benissimo cosa indicassero quelle rocce. Erano l’entrata alla Stanza 5. Non c’erano scale, o altri modi per scendere giù. Ero in trappola, ancora una volta. La casa voleva che saltassi nel vuoto. La casa voleva che saltassi nel vuoto. Mi abbandonai a terra in posizione fetale. Non potevo farlo. Non c’era storia, non sarei mai saltata verso degli scogli centinaia di metri sotto. La mia mente si frantumò in due. Sapevo di essere ancora all’interno della casa, ma quello che mi circondava mi urlava nelle orecchie l’esatto contrario. Rimasi distesa sul pavimento di legno per un po’, non saprei dire quanto tempo. Dopo quelle che sembrarono settimane infine mi rialzai. Lentamente mi abbarbicai sulla cima del precipizio e guardai giù. Il gigantesco 5 mi chiamava a saltare. Sapeva che ero terrorizzata e che non l’avrei mai fatto. Poi, il brusio tornò, leggero e distante. Sembrava avvicinarsi alle mie spalle, risuonando nel cuore della montagna. Non so cosa mi sia preso, ma dopo aver udito quel suono, qualcosa dentro di me scattò. Serrai forte le palpebre, e saltai.

Il vento sferzava forte mentre cadevo, ed una primordiale paura si impossesò di me. Stavo per morire. Mi sarei presto maciullata contro quelle rocce e sarei morta. Mi avrebbero smembrata e sarei morta. Non aprivo gli occhi, semplicemente cadevo. Anche con quel vento forte, il brusio era insopportabile. Volevo solo che la smettesse. Volevo solo che la smettesse volevo solo schiantarmi sulle rocce così avrebbe smess-

Smise. Non cadevo più, ma non colpii le rocce. Aprii gli occhi e mi guardai intorno. Ero su un pavimento di legno familiare, all’interno della casa. Il brusio era svanito, ed il silenzio regnava sovrano. Ce l’avevo fatta. Ero nella Stanza 5. Non capivo cosa fosse successo, ma ero nella Stanza 5. Il terrore era svanito, ero eccitata di essere viva. Dopo qualche momento necessario a rimettermi in sesto decisi di controllare la stanza. Le pareti erano identiche al pavimento, il soffitto identico alle pareti e non c’erano né porte né finestre. Ero in una scatola sigillata. Così realizzai. Non ero ancora in salvo. Avevo lasciato la Stanza 4 solo per entrare nella Stanza 5, senza modo di uscirne.

In quel momento mi chiedevo se David fosse stato in quella stanza. Se avesse saltato giù dalla scogliera e si fosse ritrovato lì. E se l’aveva fatto, allora doveva esserne uscito. Lui non c’era, ero sola. Lui era riuscito ad uscire, e l’avrei fatto anch’io. Il pensiero che David fosse uscito di lì mi rincuorò con un nuovo vigore. Sarei scappata, avrei trovato David e ce ne saremmo andati via insieme da quell’inferno. Controllai il perimetro alla ricerca di qualche indizio. Niente. Le pareti erano continue, giusto qualche graffio qua e là, figuriamoci se c’era un passaggio segreto. Bussai sui muri. Completamente pieni. La fiducia cominciava ad affievolirsi. Ero a corto di idee. Fu allora che parlò.

“Maggie. Non saresti dovuta venire, Maggie.”

Trasalii. Ero rivolta ad un muro, mentre le parole giunsero dal centro della stanza. La voce era quella di una ragazzina, o almeno così mi sembrava, e mi girai lentamente, i miei occhi alla ricerca dell’interlocutore. Avevo ragione, una bambina dai capelli biondi, non più di sette anni con grandi occhi blu ed un lungo vestito bianco. Mi sorrise e parlò di nuovo.

“Ma dato che oramai sei qui, facciamo un gioco.”

C’era qualcosa di orrendo in quella bambina. Non era come quelle ragazzine dei film dell’orrore Giapponesi. Non c’era niente di sbagliato nell’aspetto. Se l’avessi incontrata per strada le sarei semplicemente passata di fianco. Ma i suoi occhi mi atterrivano. Saltare da un dirupo era terrorizzante, ma mi sarei lanciata da venti dirupi alti il doppio piuttosto che fissarla un minuto di più negli occhi. Dopo un momento di atterrimento, infine parlai.

“Che gioco? Chi sei tu?” Mormorai.

“Se perdi, muori.”

“E se vinco?”

“Muore lui.”

Il mio cuore sussultò. Non credevo alle sue parole, ma sapevo che stava dicendo la verità.

“Chi sarà a morire?” Sorrise.

“Nessuno dei due.” Non so dove trovai il coraggio di rispondere così al quel demone, ma ero andata troppo avanti per lasciare che David morisse. E se fossi morta io, avrei fatto tutta questa strada per niente. No, nessuno doveva morire. Poi la vidi. La ragione per la quale quella ragazzina mi terrorizzava così tanto. Era più di una semplice bambina. Guardandola meglio, mi accorsi che era anche un uomo robusto, sospeso a mezz’aria, con la testa di capra. Orribile visione. Non riuscivo a guardare l’una senza scorgere anche l’altro. La bambina era di fronte a me, ma ero conscia della sua vera natura. Era la cosa peggiore che avessi mai visto.

“Peccato.” E svanì. Ero di nuovo sola. In una grande stanza vuota e silenziosa. Solo che stavolta c’era qualcosa di diverso. Un piccolo tavolo era apparso dal nulla, come se fosse stato lì tutto il tempo. C’era sopra qualcosa, ma non capivo cosa fosse da dove mi trovavo. Mi avvicinai al tavolo e fissai il piccolo oggetto. Era una piccola lama, come quella di alcuni taglierini. Mi allungai a prenderlo ed un urlo agghiacciante mi riempì la bocca. Quando la mia mano entrò nel mio campo visivo, mi accorsi di una cosa che non avevo notato fino a quel punto. Sembrava come se qualcosa fosse stato marchiato sulla mia pelle, un numero 6. Guardai di nuovo il rasoio e notai l’etichetta:

A Maggie – Dall’Amministrazione.

Pensavamo potesse esserti utile

Letta la nota, mi abbandonai in un pianto incontrollato. Piansi come non avevo mai fatto in vita mia. Mai avevo pianto così, e mai probabilmente l’avrei fatto più. Mi accasciai a terra con la testa sul solido legno. Piansi per ore, rannicchiata a terra. Poi smisi, e la depressione prese il sopravvento. Non capivo perché piangessi. Non era per David, non era per la mia situazione. Non c’erano porte nella stanza, ero in trappola. Ma non era per quello. Ero in uno stato di depressione indescrivibile. Una depressione senza alcun altro sentimento. Mi sentivo inerme, ma riuscii a farmi forza per conquistare il tavolo. I miei occhi fissavano il rasoio, così lo afferrai. Stavo per uccidermi. Non ce la facevo più. Oramai era fatta. David era probabilmente morto. Io ero intrappolata lì. Era finita. Appoggiai il rasoio sul polso, lungo il numero 6. Il pianto tornò, ed io ero lì, con i lacrimoni ed un rasoio premuto sulle vene. David era morto, presto lo sarei stata anch’io. Niente aveva più importanza e, con un taglio deciso, mi recisi il polso.

Come affondai il rasoio nelle vene, non fui più nella Stanza 5. Non ero morta, di questo ne ero certa. La depressione svanì, ma non per questo ero felice. Continuavo a piangere a dirotto. La stanza in cui mi ritrovai era come la precedente e, di nuovo, non aveva porte. Non c’erano lampade, ma riuscivo comunque a vedere tutto nitidamente. La stanza era completamente vuota, ma prima di riuscire a formulare un’idea sulla prossima mossa da compiere, tutto cadde nell’oscurità, ed il brusio tornò. Mi tappai le orecchie in risposta, il rumore era più forte che mai. Ma fu solo per un istante, perché la luce tornò, solo che stavolta qualcosa era stato aggiunto alla stanza. Ed urlai. Al centro della stanza, legato ad una sedia, giaceva a torso nudo David. Era stato torturato, profonde ferite lo coprivano lungo il petto e le braccia.

“DAVID!” Corsi più veloce che potei. Era vivo, vedevo il suo petto sollevarsi ed abbassarsi, ma non parlava. Poi lo notai, inciso nel suo petto. Caddi sulla ginocchia e lo vidi. Dinanzi ai miei occhi, un numero 7.

Udii David che provava a parlare, così mi avvicinai a lui.

“David! David, riesci a sentirmi?!”

“Maggie… Che… Che ci fai qui?” La sua voce era flebile, ma almeno riusciva a parlare, e tanto mi bastava.

“David, sono venuta a salvarti. Come faccio a liberarti?” C’era un grosso lucchetto fissato ad una catena che lo teneva prigioniero. Cercai dappertutto una chiave, ma trovai solo un piccolo coltello in un angolo. Il metallo era troppo solido per scalfirlo col coltello, così lo scartai. Dovevo tornare da David, era ridotto in fin di vita. Poi mi vibrò la tasca. Afferrai il cellulare. Come immaginavo, un messaggio. Lo aprii:

“Quello non sono io.”

Non sapevo cosa pensare. David era lì, di fronte a me, ma il messaggio era dello stesso numero che mi aveva contattato prima. Come il primo messaggio di David che parlava della Casa Senza Uscita.

“Maggie…” La sua voce era chiara nelle mie orecchie e nella mia testa. Sembrava provenire da ogni parte. “Maggie… Devi andartene.”

“Cosa stai dicendo? Come?” Ero faccia a faccia con David, o qualsiasi altra cosa foss incatenata lì.

“Quel coltello…” Scosse leggermente la testa in direzione dell’angolo. “Prendilo.” Corsi ad afferrarlo e tornai indietro in un secondo. Non avevo idea di cosa volesse dire, ma ero pronta a fare qualsiasi cosa pur di salvar-

“Pugnalami al petto.”

“…Che cosa?” Ero incredula. David era lì, che mi fissava dritta negli occhi.

“Devi pugnalarmi nel petto dove c’è il numero 7. È l’unico modo per salvarci entrambi.”

“No…” Indietreggiai. “Quello che dici non ha senso.”

“Maggie!” Stava urlando, con gli occhi allucinati. I lati della sua bocca si piegarono in un ghigno. “Maggie, pugnalarmi è l’unica cosa sensata da fare!” Fissai il coltello nella mia mano, la mia testa pulsava come se fossi stata colpita da una mazza. Non sapevo che fare. Chiusi gli occhi e strinsi il coltello.

“MAGGIE!” Urlai, ed affondai il coltello nel petto di David. Non capii cosa mi fosse successo, ma ero certa che fosse la cosa giusta da fare. Aprii gli occhi e vidi il suo volto. Orribile. Lacrime rigavano il suo petto mentre mi guardava negli occhi.

“Perché… Mi hai fatto… Questo?”

Non poteva avermi mentito. Sapevo che non era David. Non poteva esserlo, altrimenti non sarei stata capace di colpirlo. I suoi occhi si girarono all’indietro, mentre la vita lo abbandonava. Il numero 7 sul torace era svanito, il sangue si raccoglieva in una pozza ai miei piedi. Il liquido rosso si dipanò in ogni direzione, fino a riempire la stanza, mentre io cominciavo ad affogare. Cercai di muovermi ma invano. Era come delle sabbie mobili. Il sangue mi arrivava alle ginocchia. Più cercavo di risalire più venivo spinta giù. Raggiunse il mio petto. Graffiai le pareti intorno a me. Il corpo senza vita di David era ancora lì, la sua faccia a fissarmi, sorridente. Il sangue arrivò al collo. Ero terrorizzata. Venni completamente sommersa, e mi abbandonai alle tenebre.

Mi risvegliai fuori dalla casa. Sentivo la fredda terra sotto di me. Rotolai su me stessa e fissai la notte stellata. La Casa Senza Uscita torreggiava poco oltre, la mia auto poco distante. Non sapevo se piangere o ridere. Ero fuori. Ero fuori ero fuori ero fuori. Mi rialzai e mi ripulii dalla polvere i pantaloni. Tremai fino all’auto, ma qualcosa mi diceva che non era ancora finita. Non c’era modo di fuggire. La casa non mi avrebbe lasciata andare così. Qualcosa non tornava. Lo sapevo. Ero certa di non aver ucciso David nella Stanza 6. Presi il cellulare. Nessun nuovo messaggio. Ma c’era campo. Mandai un messaggio a David.

“Dove sei?” Scrissi. Neanche un secondo dopo ricevetti risposta. Aprii il messaggio.

“stanza 10 tu stanza 7 scappa.” Ed il brusio tornò.

Trasalii. Non sapevo dove andare, ma sapevo di non essere all’esterno. Ero ancora nella casa. Il brusio era tutto intorno a me. Smuoveva gli alberi e l’aria stessa. Dovevo trovare il numero 8. Dovevo trovare la stanza successiva. Era la mia unica possibilità. Dovevo trovare la Stanza 8. Nelle prime stanze era ovvio, ma man mano che procedevo era sempre più difficile guadagnare la stanza successiva. Dovevo trovare il numero 8 dovevo trovare il numero 8 dovevo trov-

Messaggio:

“casa tua”

Che cavolo significava? Casa mia? Posai il cellulare in tasca, il brusio era sempre più forte. Compresi. Casa mia. Casa mia. Casa mia. Impossibile. Impossibile.

4896 Forest Lane.

Interno 8.

Mi fiondai in auto, tanto da lasciare la portiera aperta. Possibile che la Stanza 8 fosse il mio appartamento? Dovevo credere a quel messaggio? Era di David. Ne ero certa. Non c’era motivo per dubitarne. Non ci misi niente ad arrivare a casa mia, e francamente non ricordavo neanche di aver guidato. Era come essersi addormentati un minuto ed essersi ritrovati in mezzo alla strada. Non chiusi l’auto e scappai al cancello. Cercai affannosamente le chiavi, aprii il cancello e corsi verso il primo corridoio a sinistra. Gli appartamenti erano grandi, ma casa mia era una delle prime sulla sinistra. Correvo più veloce che potevo, e superai il 4 ed il 5. La testa mi girava. Superai il 6. Più mi avvicinavo, più forte era il brusio. Superato il 7, il brusio svanì. Mi fermai dinanzi casa mia nel più completo silenzio. Ero semplicemente lì, di fronte il mio appartamento. Il piccolo 8 dorato si trovava all’altezza dei miei occhi. Afferrai la maniglia e girai la chiave lentamente, ma la porta si aprì di colpo risucchiandomi all’interno, prima di richiudersi alle mie spalle.

Stanza 8. Mi rialzai da terra e mi guardai intorno. Era identica a casa mia. Senza le esperienze regresse sarei stata convinta di essere a casa mia, vittima di un brutto sogno. Il mio pensiero andò a David, ad immaginarmi la sua Stanza 8, e di come la casa gliela avesse mostrata. Gironzolai studiando la stanza. Tutto era esattamente come l’avevo lasciato, persino il cibo cinese che avevo lasciato a metà sul lavello. Buttai l’occhio sul computer nella stanza dei miei genitori. Il monitor era ancora acceso, ed AIM in primo piano. Mi ci sedetti di fronte, controllando la mia conversazione con Peter. Era tutta lì, parola per parola. La casa ne era a conoscenza, ma non riuscivo ad immaginare come. Ad essere onesti, facevo del mio meglio per non pensarci, era meglio evitarlo. Provai ad uscire da AIM ma senza successo. Il computer si era bloccato. Provai a spegnerlo. Niente. Provai con Ctrl+Alt+Canc. Niente. Spinsi il pulsante del monitor per spegnerlo. Niente. Poi un pop up. Era una chat video. Controllai i partecipanti, ed erano in due. Maggie, e Amministrazione. La chat era in tempo reale, ma tutto ciò che vedevo era un muro grigio. Fu allora che comparì il primo messaggio da Amministrazione.

“Spero che sia tutto come l’hai lasciato :)”

“Chi sei?” Chiesi.

“Goditi lo show :)” E la camera si girò. Inquadrava un ragazzo legato ad un tavolo chirurgico. Era completamente nudo e singhiozzava tra sé. Il video non era chiaro, ma mi sembrava di conoscere l’uomo. Alto, corti capelli castani, carnagione chiara.

“Ecco cosa accade a chi cerca di barare :)”

Allora capii chi era. Legato a quel tavolo c’era Peter Terry. E non era solo.

Non posso descrivere quello a cui assistetti. Le urla, quelle di Peter, erano qualcosa di disumano. Non potevo smettere di guardare. Volevo farlo, ma la stanza non me lo permetteva. Peter lanciò un nuovo urlo lancinante che non venne dalle casse, ma dalla stanza. Il cuore mi si fermò nel petto mentre guardavo attraverso il corridoio. Balzai via dalla sedia, mentre il le urla aumentavano mentre mi avvicinavo alla sorgente. Giunta alla mia camera da letto le urla si tramutarono in brusio. Quel brusio. Mi aveva dato la caccia per tutto il tempo. Aprii lentamente la porta, e vidi le stesse immagini proiettate sul mio computer. Il tavolo chirurgico, e Peter Terry disteso su di esso. Non c’era nessun altro nella stanza. Erano svaniti tutti, ma un freddo gelido si fece strada sulla mia spina dorsale. L’Amministrazione era lì vicino, ad una sola stanza di distanza. Mi avvicinai al tavolo, ma l’odore era insopportabile, e frenai a stento un conato di vomito. Sapevo di avercela quasi fatta. Dovevo farcela. Scrutai la stanza. Da qualche porta doveva esserci l’uscita. Doveva essere lì. Ed infatti c’era. Fu più facile di quanto mi aspettassi. Superai la stanza e, dove doveva esserci la porta del bagno, c’era una semplice porta di legno, come le altre della casa. C’era qualcosa appeso alla porta, qualcosa di lungo, e sanguinolento. Erano le interiora di Peter Terry, e formavano un 9 sulla porta.

Stavo male per Peter, ma dovevo uscire da quell’inferno. Superai il tavolo, afferrai un bisturi ed abbandonai il cadavere a sé stesso. L’ultima porta era lì, e la stavo attraversando. Quella notte giungeva finalmente al termine, e sarei uscita di lì con David, pronta a sfidare qualsiasi cosa lo tenesse prigioniero. La porta si aprì facilmente, e rimasi sulla soglia a fissare quello che mi aspettava. Era una stanza vuota, simile alle sale d’attesa dei medici. C’erano delle sedie in fila lungo le pareti e raccoglitori di vecchie riviste in un angolo. Oltre la stanza, dall’altro lato da cui mi trovavo io, c’era una porta. Il cuore mi si fermò, quando lessi la targa sulla porta. Non era un numero. Era una singola parola.

AMMINISTRAZIONE

Strinsi il bisturi nella mano.

“D’accordo, mettiamo fine a questa stronzata una volta per tutte.”

Erano dall’altro lato della porta. Lo sapevo. E David era con loro. Il brusio era più forte di quanto non fosse mai stato. Potevo sentirlo dentro di me. Veniva da dentro me. Diveniva sempre più forte, e appena misi piede nella stanza il suono la riempì. Girai la maniglia ed aprii la porta. La stanza non era come me l’aspettavo. Era la reception. La stessa reception da cui tutto questo inferno era cominciato. Solo che questa volta c’era qualcuno dietro la scrivania. Il cuore mi balzò letteralmente fuori dal petto quando vidi chi era. Peter Terry.

“Ciao Maggie.”

“Peter?” No, impossibile. “Ma che? Come?”

“Chi ti aspettavi? Un fantasma? Il diavolo? Un’inquietante bambina bionda?” Rise. Io no.

“Che cavolo succede qui?”

“Maggie. Suvvia. Riflettici un momento. Chi ha detto a David di questo posto?”

“Tu… Non…”

“Chi ha detto a David dov’era?”

“Cazzo Peter eravate amici!”

“Mi spiace Maggie, ma si tratta di affari.”

“Dov’è? DOVE SI TROVA?!”

“È qui insieme a noi nella Casa Senza Uscita, Maggie. E non andrà da nessuna parte. Esattamente come te.” Persi la ragione. Saltai oltre la scrivania e gettai Peter a terra. Lo afferrai per i capelli e gli spaccai la testa sul pavimento, col bisturi nella mia altra mano immobile sul suo collo. Volevo ucciderlo. Aveva ucciso David. Non avrebbe fatto lo stesso con me.

“È inutile, Maggie. Ci sarà sempre qualcuno pronto a gestire la Casa Senza Uscita.”

“No.” Affondai il bisturi nella sua gola e gli sbattei di nuovo la testa sul pavimento. “Non sarà più così.” Alla sua morte la stanza cadde nel buio. Sentivo ancora il bisturi in mano, ma nell’altra non percepivo più i suoi capelli. Non so per quanto tempo restai lì nel buio, ma mi sembrarono anni. Mi aggrappai infine alla scrivania, bilanciandomi con la mano sulla superficie di marmo. Fu allora che la luce tornò. Vidi le finestre oltre la stanza, fuori era ancora buio. Guardai oltre e lo vidi. David era lì fuori, illeso. Corsi verso la porta. Ero felicissima. Ma la porta non si aprì. Provai con maggiore foga, invano. Guardai fuori dalla finestra David che camminava lungo la strada polverosa. Appoggiai sconsolata la testa alla porta, e la vidi. Il mio stomaco urlò. Al mio petto c’era una targhetta, con una sola parola:

AMMINISTRAZIONE

 

Serratura arrugginita

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