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La sindrome dell’happy puppet – La Marionetta Felice

La sindrome dell’happy puppet è una creepypasta pubblicata inizialmente su Creepypasta Wikia dall’utente Error666 il 3 luglio 2012. È ispirata ad una rara malattia genetica realmente esistente, la Sindrome di Angelman, altrimenti detta AS e conosciuta un tempo come Sindrome della Marionetta Felice. Capirete presto il perché di questo grottesco nome.

Buona lettura.

 

Creepy puppet

 

 

La sindrome dell’happy puppet

Pensammo che sarebbe stato semplice. Prendere un paio di cromosomi, scinderli, metterli un po’ qua, un po’ là e, ehi, un perfetto essere umano. Non sono ancora sicuro di cosa sia andato storto. Un errore di calcolo? Di procedura? O forse qualcosa al di là del nostro controllo. Chi lo sa? Noi (alcuni dei miei colleghi psicologi ed io) eravamo affascinati dalle emozioni umane. Rabbia, disperazione, euforia. Era possibile fare in modo che una sola emozione fosse presente nella mente dell’uomo? Che si potesse limitare a uno solo stato di euforia, senza che la tristezza e la rabbia condizionassero i pensieri? In teoria sì.

Non vi descriverò in dettaglio le procedure del nostro esperimento, perché non vorrei che voi lo ripeteste, e perché temo che impazzirei al solo pensiero di ricordarmele una ad una. Le terribili azioni che abbiamo commesso, si intende. Eravamo ambiziosi, nel pieno della giovinezza, niente avrebbe potuto fermarci e nessuno ci avrebbe potuto dire che stavamo sbagliando. Tutto ciò che dirò è che abbiamo tenuto da parte alcune cellule staminali, per poi farle diventare feti e modificarli geneticamente. L’esperimento fu ribattezzato “Progetto Angelman” e l’obbiettivo era quello di creare un essere che provasse solo felicità. Ma qualcosa andò storto, terribilmente storto.

La prima metà delle cavie sottoposte al test morì inaspettatamente, senza sintomi o cause evidenti, mentre la seconda nacque orribilmente deforme. Solo tre sembravano essere sani. Perfetto, pensammo. Un umano con una mentalità diversa rispetto a qualsiasi altra, grazie alla presenza del solo stato euforico.

Erano perfettamente normali, fino ai diciotto mesi. A quel punto, infatti, apparirono i primi sintomi. Mancanza di equilibrio, problemi nel dormire e nel mangiare ed una bassa reattività. Eravamo nel panico, ma esternamente ci dimostrammo ugualmente calmi e procedemmo con il progetto.

Avremmo dovuta chiuderla lì. Avremmo dovuto prendere quelle dannate cavie e farle sopprimere, bruciarle e chiuderle nel laboratorio. Ma continuammo. E le cose non fecero che peggiorare. I movimenti dei soggetti diventarono man mano sempre più sporadici e non riuscivano ancora a pronunciare una sola parola. Malgrado ciò, potevano lo stesso ridere, e lo facevano spesso. Troppo spesso. Non era una risata felice, ma una silenziosa, quasi nervosa e praticamente continua. Non importava quanta sofferenza venisse inflitta ai soggetti, questi infatti a malapena ci osservavano e ridevano, come se ci stessero prendendo in giro, dimostrandoci che i tentativi di fargli provare dolore fossero del tutto inutili.

Ci aspettavamo che i soggetti riuscissero ad apprendere più velocemente rispetto alle persone normali, accadde invece il contrario. Il loro sviluppo mentale subì invece forti ritardi e non riuscivano a prestare attenzione a qualcosa per più di qualche minuto, prima di scoppiare in una risata. Ma continuammo, sperando che tutti questi sintomi si sarebbero attenuati man mano che i bambini crescevano. Demmo un nome all’insieme di questi sintomi: sindrome dell’happy puppet (o “della marionetta felice”), poiché, a causa dei loro movimenti apparentemente non controllati, i bambini sembravano quasi pupazzi sorretti da fili.

Dopo cinque anni spesi nella realizzazione del progetto, ci rendemmo conto che non c’era alcuna speranza. Non riuscivamo più a sopportare le incessanti risate di questi bambini; come se loro sapessero qualcosa che noi non sapevamo, come se solo loro avessero sentito una sorta di barzelletta. Guardare un bambino e vedere questo contorcersi e ridere in maniera così eccessiva era veramente inquietante. Due dei miei colleghi ci avevano già rinunciato, perché non riuscivano più a reggere tutto ciò. Non ebbi più notizie di loro, in seguito; è però probabile che siano ormai morti.

I bambini non parlarono mai nell’arco dei cinque anni. Ridevano soltanto, con la loro maledetta risata.

Andammo per dar loro la colazione e ci fissarono con i loro enormi occhi, contorcendosi, ridacchiando e non dicendo niente. Lasciammo il pasto di fronte a loro e uscimmo. Il cibo era cosparso di tossine che li avrebbero uccisi silenziosamente e in maniera indolore. Faceva male dover compiere quest’azione, ma andava fatta. Ad ogni modo, non fu così semplice.

Nel momento in cui uno dei miei amici posizionò davanti ad uno di essi il vassoio col cibo, le risate cessarono. Il ragazzo guardò me ed il mio collega, il suo sguardo divenne improvvisamente cupo, maledettamente serio, e la risata era ormai sparita.

Continuarono a fissarlo e ad avere spasmi, per un po’. Il mio amico era in stato di shock e non riusciva a muoversi. I miei colleghi ed io restammo con la penna in mano ed il blocco appunti nell’altra, pronti a prender nota. Improvvisamente, il mio amico cadde sulle ginocchia, afferrando la propria testa con le mani e urlando furiosamente. Sembrava soffrire terribilmente. I miei colleghi e io eravamo sorpresi da ciò che stava accadendo, ma non potevamo farci nulla, se non rimanere seduti e assistervi. Il mio amico collassò sul pavimento, imprecando. Dopo alcuni spasmi, i suoi muscoli si rilassarono.

Cercai di controllare i conati, cosa che alcuni miei colleghi non riuscirono a fare altrettanto efficacemente.

Qualcosa in tutto ciò non era normale. Una presenza maligna sembrava sovrastarci. Sigillammo immediatamente l’ingresso.

Il ragazzo si fermò, osservò la porta e rise. Cadde a terra, contraendosi e rotolando mentre rideva pazzamente.

Gli altri due fecero lo stesso. Dopo alcuni minuti, il raptus cessò e si alzarono in piedi, ancora in preda a convulsioni e ridacchiando.

Le luci si spensero improvvisamente, sentii vetri infrangersi ed urla. La parte più spaventosa di tutte erano gli inquietanti sussurri alternati alle silenziose risate. Quando le luci tornarono, le cavie erano sparite. Due dei miei colleghi erano stesi di fianco a me, in stato d’incoscienza, i loro corpi erano posti in strane posizioni, con un filo di sangue che scorreva dalle loro bocche socchiuse. A primo impatto sembravano essere morti. Non mostravano segni di vita ma, chinandomi, potei sentirli ridere, debolmente. Mi avvicinai per esaminare le condizioni del mio amico. Niente battito, non respirava, ma continuava ugualmente a ridere silenziosamente.

Malgrado i soggetti fossero scomparsi, tuttavia avevo la sensazione che qualcuno mi stesse guardando, qualcuno che era appena fuori dal mio campo visivo, ma che non sarei mai stato in grado di vedere.

Io e un altro collega chiudemmo tutto immediatamente.

Prima di andarcene definitivamente, distruggemmo le nostre ricerche e sigillammo il laboratorio. Ho perso i contatti con gli altri colleghi, suppongo che siano morti.

Continuo a sentirmi come osservato. Riesco ancora a sentire le risate, i sussurri nei miei sogni e talvolta anche quando sono sveglio. Quando ciò accade corro, fuggendo di casa. Non riesco a stare nello stesso posto per più di pochi giorni, a causa di queste presenze.

Si è diffuso. In altri bambini sono stati individuati sintomi simili. Non ho idea di come abbia fatto a diffondersi, non dovrebbe essere qualcosa di contagioso. Qualcuno da qualche parte scrisse qualcosa riguardo alla disfunzione del quindicesimo cromosoma e questo riuscì a conservare la serenità della gente e a tenerla all’oscuro, per ora. La malattia fu chiamata “sindrome di Angelman”. Finora i nuovi nati non hanno dimostrato d’essere pericolosi. Ma so che, da qualche parte, si aggirano ancora le cavie originali. So che stanno venendo da me. So che mi troveranno, e lo accetto. Questo è ciò che mi merito per aver cercato di andare contro natura. Lascio questa lettera come monito. Stanno venedo anche per te. Stanno venendo per tutti noi. Se mai dovessi sentire sussurrare, ridere appena, corri. Se mai ti sentissi come se qualcosa stesse al di fuori del tuo campo visivo, senza che tu però riesca a guardarlo effettivamente, corri.

In aggiunta, vorrei metterti in guardia anche d’altro.

Uno: non manomettete ciò che non ti appartiene.

Due: persino gli angeli possono essere demoni sotto copertura.

E tre: non venitemi a cercare. Consideratemi già morto.


Il precedente manoscritto è stato ritrovato in un laboratorio nascosto e abbandonato, situato in una vasta foresta dell’Alaska. Il laboratorio era costituito da una camera d’osservazione e da una stanza di contenimento. L’ultima era stata sigillata, e l’intero laboratorio presentava i segni lasciati da un incendio. Tracce di sangue sono state ritrovate all’apertura della stanza di contenimento e una finestra era ridotta in frantumi. Il preciso scopo di questo laboratorio rimane tuttora sconosciuto.

 

Marionette applaudono

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Khadija Khatoon – La ragazza senza volto

A Kolkata, India, c’è un agglomerato di case, poco più che baracche, ammassate l’una sull’altra. In una di queste vive la ventunenne Khadija Khatoon insieme ai genitori. Una ragazza come tante altre, se non fosse che Khadija non ha né occhi né naso. In pratica, non ha un volto.

 

Khadija Khatoon

 

Sin dai primi istanti di nascita i genitori di Khadija, il sessantenne Rashid Mulla e la cinquantenne Amina Bibi, si accorgono che qualcosa nella loro bambina non va. La piccina non apre mai gli occhi, e presenta delle strane pieghe della pelle sul volto. Nei due mesi successivi le cose non migliorano, anzi, e Rashid e Amina decidono di farla visitare da un medico. Dopo diversi esami, che hanno portato via sei mesi, la conclusione è una sola: la bambina è affetta da neurofibromatosi, una malattia genetica. La prognosi è infausta, e gli specialisti interpellati non danno speranze alla piccola, che secondo loro morirà inevitabilmente nel giro di qualche anno. Khadija, inoltre, non è operabile, perché qualsiasi tentativo di asportazione chirurgica la porterebbe a morte certa. Il consiglio è di vivere quei pochi anni che le restano a casa, tra l’affetto dei suoi genitori, piuttosto che in un freddo letto d’ospedale.

È nata con le palpebre inspessite e si notava subito che fosse diversa dagli altri miei bambini; non ci siamo preoccupati realmente finché non abbiamo capito che non riusciva ad aprire gli occhi. Quando l’abbiamo portata in ospedale è stata ricoverata per sei mesi e l’hanno sottoposta a tutti i test possibili, ma i dottori alla fine ci hanno detto che per lei non c’era nulla che potessero fare. A queste parole ci siamo rassegnati, e non l’abbiamo fatta più visitare. In seguito, quando Khadija è diventata più grande, ha rifiutato ogni aiuto. I medici ci hanno spiegato che qualsiasi operazione chirurgica avrebbe portato a morte certa, così abbiamo vissuto nel terrore [delle conseguenze delle nostre scelte]. Ora che Khadija è più grade, ha deciso volontariamente di non sottoporsi ad alcun intervento. – Amina Bibi, madre di Khadija Khatoon

 

Khadija Khatoon

 

Miracolosamente, Khadija supera l’adolescenza e arriva a raggiungere i 21 anni. Le pieghe del volto hanno completamente divorato la sua faccia, spostandole la bocca dalla sua posizione naturale verso sinistra ed in verticale. La sua voce è fioca, quasi impercettibile, ma nonostante tutto la ragazza si dichiara felice della sua vita.

I miei genitori sono i miei unici amici e li amo con tutto il cuore. Loro sono il mio mondo. […] Riempio le mie giornate seduta a pensare, parlando con mia madre delle cose di ogni giorno ed ogni tanto esco fuori a farmi un giro nel circondario. Adoro il the. Sono contenta della mia vita. – Khadija Khatoon

 

Khadija Khatoon

 

Il neurochirurgo dell’Ospedale Apollo di Kolkata, Anirban Deep Banerjee, prende a cuore la storia della ragazza e svela che tra le pieghe della sua pelle potrebbe annidarsi un tumore maligno, che deve essere asportato con ogni mezzo. Un’operazione chirurgica del genere potrebbe essere, con le attuali tecnologie, possibile, ma i costi sarebbero ingenti: la sua famiglia, in totale, guadagna circa un centinaio di euro al mese.

Per pagare la delicata operazione è stata avviata una petizione dall’ufficiale di stato Rupak Dutta destinata al governo indiano per chiedere un finanziamento a fondo perduto. È stato anche creato un progetto di raccolta fondi: sebbene non si sia raggiunto l’obiettivo prefissato dalla campagna, le £ 7.515 raccolte (circa € 10.000) sono più che sufficienti per garantire una speranza alla giovane.

 

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Un cadavere in un lago su Google Maps

Abbiamo già trattato di un presunto cadavere su Google Maps, scoprendo però che si trattava di un simpatico cagnolone amante dell’acqua. Stavolta, invece, è tutto vero.

Siamo a Byron Center, nel Michigan, USA. Il 9 novembre 2015, durante l’annuale preparazione delle luci di Natale cittadine, gli operai addetti alle decorazioni di un abete nei pressi dell’84a strada scorgono quella che sembra essere un’auto affondata in un laghetto nel bel mezzo della cittadina. A prima vista il veicolo sembra abbandonato da lungo tempo e così gli uomini chiamano lo sceriffo della Contea del Kent, Ron Gates, che ne organizza immediatamente il recupero.

L’auto, una Chevrolet Corsica del 1990, viene ripescata dal fondo del laghetto, ma la targa, ACM-9705, non riesce a collegarsi a nessun caso della zona. Si pensa inizialmente ad una macchina rubata, ma quello che si nasconde nell’abitacolo lascia tutti senza fiato. Letteralmente.

Al posto di guida c’è quello che resta – oramai poco più che uno scheletro – di un essere umano.

Si tratta di un sessantasettenne, Davie Lee Niles, scomparso a Dorr nel Michigan l’11 ottobre del 2006, ovvero 10 anni prima. Dopo essere uscito da un pub l’uomo avrebbe dovuto recarsi in visita da un amico, ma ha fatto perdere le sue tracce.

La cosa tanto straordinaria quanto macabra è che per tutto questo tempo la sua auto è stata in bella mostra su Google Maps, dove è visibile tuttora; si tratta della macchia gialla in alto a destra.

 

 

Nella scheda di richiesta d’aiuto per trovarlo, sotto la sua foto, viene riportato quello che probabilmente è il motivo dell’estremo gesto di Niles.

Malato di cancro. Potrebbe essere caduto in depressione a causa della sua condizione. – Dalla scheda di Davie Lee Niles su someoneismissing.com

Distrutto dalla notizia di essere malato di cancro, avrebbe deciso di farla finita gettandosi nelle acque del laghetto, dove il suo cadavere ha dimorato per oltre una decade.

Ora, dopo tanto tempo sott’acqua, il suo corpo può finalmente essere riconsegnato alla terra.

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La strega bambina di Albenga

C’è una strega ad Albenga, Italia. Gli abitanti della cittadina ligure ne sono terrorizzati, non osano chiamarla per nome, la evitano come la peste e fanno di tutto per non incrociare il suo sguardo. Solo che questa vecchia megera amante del demonio è alta poco meno di un metro e mezzo, e ha 13 anni.

A settembre 2015 un gruppo di ricercatori del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, in collaborazione con la Aix Marseille Université, diretti dal professore Philippe Pergola, Stefano Roascio e Elena Dellù, sta lavorando alacremente nel sito archeologico di San Calocero ad Albenga, in provincia di Savona. Gli archeologi hanno un gran daffare, dato il numero di corpi rinvenuti, ma restano letteralmente a bocca aperta quando, dalla fredda terra, portano alla luce del sole dopo centinaia d’anni il corpicino minuto di una bambina. Quello che però li sconcerta non è tanto ritrovare il corpo di una ragazzina nel bel mezzo del nulla – nel XV secolo, in cui la bambina è vissuta, la vita media è di 35/40, con una mortalità infantile molto alta – quanto il modo in cui è stata sepolta.

A faccia in giù.

Chi veniva inumato in questo modo, era perché si voleva impedire che vedesse la luce della Resurrezione. Era un trattamento che si riservava agli assassini e ai ladri. Oppure era un gesto di superstizione, per far sì che non si potessero rialzare e tornare in vita. Il tardoantico, essendo un periodo di transizione e cambiamento, ha riportato alla luce paure e, appunto, superstizioni. Alcuni sono stati ritrovati sepolti non solo a faccia in giù, ma anche inchiodati a terra: perfino il cranio veniva trapassato e fissato al terreno. – Stefano Roascio

Lo scheletro appartiene ad una ragazzina di circa 13 anni, alta 1,48 metri che per qualche ragione è stata sepolta col volto sigillato verso la fredda terra. È un’azione meschina, che idealmente preclude al defunto la possibilità di ricongiungersi con Dio e, quindi, condannarlo alla morte eterna. Si usa sopratutto – ancora oggi – quando si sospetta che il morto possa ritornare dalla tomba a mietere vittime, come nel caso di vampiri e streghe, che in questo modo non sarebbero in grado di ritrovare la strada di casa. È un modo come un altro per esorcizzare la paura atavica del revenant, il ritornante, l’essere demoniaco che sfugge persino alla morte per cercare vendetta sui suoi compaesani, presente in numerose culture sparse per il globo.

È un ritrovamento davvero singolare. Quello che ci lascia a bocca aperta è anche il fatto che questa persona fosse stata sepolta attaccata alla chiesa, luogo che non si riserva certo a chi si vorrebbe punire. – Elena Dellù

Poco distante da questo primo corpo gli esperti ne scoprono un altro: appartenente ad una donna sulla trentina, mostra chiari segni di bruciatura sul bacino e sul torace, come se fosse stata arsa sul rogo.

Proprio come una strega.

Dopo l’inumazione, il cadavere della donna è stato coperto da massi pesanti, come a volerla sigillare in un simulacro di pietra per sempre. Ma c’è di più: la bambina e la ragazza sono probabilmente parenti. In entrambe sono presenti difetti nella saldatura delle ossa frontali, conseguenza del metopismo, una malattia genetica. Sullo scheletro della bambina sono stati inoltre trovati piccoli fori che indicherebbero che la piccola soffriva di anemia e che abbia contratto lo scorbuto, malattie che possono facilmente portare a svenimenti, attacchi epilettici e sanguinamenti improvvisi, tutti attribuibili dagli abitanti del medioevo come chiari segnali di stregoneria o vampirismo.

Questa [anemia] poteva essere stata causata sia da una malnutrizione durante i primi anni di vita sia da una derivazione genetica. La forte anemia riscontrata potrebbe averle procurato svenimenti o crisi epilettiche che, male interpretate, avrebbero potuto assumere l’aspetto di vere e proprie sindromi di possessione demoniaca. Potrebbe essere una delle spiegazioni di questa inumazione con il corpo rivolto verso il terreno: generalmente vanno considerate come un gesto di autodifesa che la comunità dei viventi attua per impedire il ritorno in vita di una persona vista come negativa. Tale sorte veniva riservata ai suicidi e agli assassini, ma anche agli assassinati nel timore che tornassero a vendicarsi, così come alle streghe, nell’intento di evitare che lo spirito potesse fuoriuscire dal sepolcro per partecipare ai sabba. Non è da escludere, comunque, che possa trattarsi anche di un gesto di umiltà e di sottomissione che effettivamente è registrato per alcune sepolture privilegiate di ambito carolingio quale, per esempio, quella di Pipino il Breve, padre di Carlo Magno. – Stefano Roascio ed Elena Dellù

Forse la  storia che narrano gli scheletri è molto più inquietante di quanto si immagini. Proviamo a ricostruirla insieme. Nel XV secolo, ad Albenga, vive una donna con la sua bambina tredicenne. La donna è accusata di stregoneria, e tutti nel paese la temono. Si dice che conosca il segreto per preparare unguenti miracolosi, ma anche che possa gettare il malocchio e la peste. Nessuno osa contraddirla, d’altronde è una strega potente, e sopratutto non si trovano le prove per incolparla. Finché, un giorno, sua figlia comincia a sputare sangue e a dimenarsi come un’invasata, ed ecco la prova che la brava gente cercava: la donna ha giaciuto col demonio e dalla loro unione è nata questa bimba maledetta dal cielo. Così, senza pensarci troppo, il villaggio decide di dormire sogni più tranquilli gettandola in pasto alle fiamme. La donna muore tra atroci sofferenze e che sia strega o no meglio andare sul sicuro, gettandola in una fossa a faccia in giù per evitare che torni a vendicarsi, sepolta da centinaia di sassi che la relegheranno per sempre all’inferno da cui è venuta, a pochi passi dalle spoglie di San Calocero, che dalla chiesa veglierà affinché la ritornante resti dov’è per sempre. Stessa sorte per la figlia bastarda frutto del diavolo, a cui viene per sempre tolta la possibilità di vivere una vita normale. Fine.

Questa è la storia per come l’ho immaginata io, con una donna innocente additata come strega, una bambina malata scambiata per un’indemoniata ed un paese medioevale che vive di credenze, superstizioni e paure.

O magari è tutto vero, e la piccola streghetta e la madre malvagia sono davvero tornate alla vita dalle loro tombe nella fredda terra. Forse a cercare vendetta, o il riposo eterno a lungo bramato.

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La paziente

https://www.flickr.com/photos/ryawesome/5235487838

 

 

La storia di oggi è un semplice aneddoto, presentato nel 1981 da A. P. Ruskin durante un corso per infermieri. Non vi anticipo nulla, vi chiedo solo di riflettere, immaginare, comprendere, quello che andrete a leggere.

Sono stato invitato a tenere una conferenza in un corso per infermieri. Ho iniziato la mia lezione con la presentazione di questo caso clinico.

La paziente è una donna che dimostra i suoi anni: non parla né capisce, mormora incoerentemente per ore; è disorientata nel tempo e nello spazio. Talvolta, però, sembra riconoscere il proprio nome. Ho lavorato con lei durante gli ultimi sei mesi, ma ad oggi continua a non riconoscermi. Non ha alcun interesse per il proprio aspetto; ha bisogno di essere nutrita, lavata e vestita; non ha denti e pertanto il cibo le deve essere ridotto in poltiglia. È incontinente e deve essere cambiata di frequente; il suo vestito è generalmente sporco perché perde saliva. Non cammina e dorme in maniera inusuale; si sveglia spesso nel cuore della notte, disturbando gli altri con le sue urla. Talvolta si dimostra affabile e felice, ma è sovente agitata senza una causa apparente, così urla più forte finché qualcuno non va a consolarla.

Dopo la presentazione del caso chiesi alle infermiere quale fosse la loro reazione di fronte all’incombenza di prendersi carico di una paziente come quella appena descritta. Usarono termini come frustratedepressedisperateirritate per esprimere i loro sentimenti di fronte ad una situazione del genere.

Quando dissi che a me piaceva prendermi cura di lei e che anche le infermiere avrebbero provato la stessa sensazione, la platea mi fissò basita. Fu allora che feci girare tra loro una foto.

Mia figlia di sei mesi.

 

https://www.flickr.com/photos/jameschew/97819564

 

Il testo di Ruskin è un po’ più lungo, ed il seguito lo trovate più in basso. Si tratta di una riflessione sul concetto di vita, rispetto, pregiudizio ed empatia. Non mi abbandonerò a facili moralismi, siete liberi di credere e dare la vostra personale interpretazione delle parole dell’autore.

Chiesi allora perché fosse così difficile prendersi cura di una donna di 90 anni piuttosto che di una di 6 mesi che presentava le stesse identiche caratteristiche. Si era d’accordo che fosse più semplice prendersi cura fisicamente di un infante di 7 chili piuttosto che di un anziano di 40.

Ma la risposta sembrava più profonda.

Il bambino rappresenta una nuova vita, una speranza, una potenzialità praticamente infinita. L’anziano demente, di contro, è al termine della vita, con scarse possibilità di crescita.

Dobbiamo cambiare mentalità.

Il paziente anziano è altrettanto degno di cure e di amore tanto quanto un neonato. Quelli che terminano la loro vita nella condizione di dipendenza meritano le stesse attenzioni riservate a quelli che si affacciano alla vita con l’aiuto degli altri.

Un abbraccio a tutti, infermieri, medici, allievi, specializzandi, OSS, addetti alla pulizia e alla mensa, volontari e familiari, che ogni giorno lottano per rendere un ospedale, una clinica, un ospizio, un luogo che forse non si può chiamare casa, ma che è in grado di donare calore e speranza a tante persone che soffrono. 🙂

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Animal Crossing – Una storia triste

La storia di oggi è una striscia disegnata per il web apparsa inizialmente su This is Game, basata su un racconto originale di un utente di Imagine Games NetworkLoLieL. Narra l’esperienza di un ragazzo e del suo rapporto con la madre malata che, grazie al videogame Animal Crossing (どうぶつの森), ritrova una ragione di vita. Con un sorprendente finale.

 

Animal Crossing - Main menu

 

Che si tratti di una storia inventata o il frutto dell’esperienza diretta dell’autore, non ci è dato saperlo. Buona lettura.

 

 

Ho tradotto per voi l’intera storia, in origine in giapponese. Vi consiglio vivamente di leggerla accompagnata dai disegni ma, se volete, la trovate riprodotta anche qui sotto.

Circa un paio di anni fa, comprai il gioco Animal Crossing.

All’inizio era divertente, io e mio fratello ci giocammo per un mesetto, poi ci stufammo.

Ho sempre tentato di convertire i miei genitori ai videogame, e pensai che Animal Crossing fosse un ottimo punto di partenza.

Lasciai che mia madre creasse una casa nel gioco, ed in breve tempo ne rimase affascinata.

Da bambina si ammalò di poliomelite ed in seguito di sclerosi multipla.

Passava le giornata a casa, tranne le due o tre volte che usciva per andare a fare la spesa o in chiesa.

I giorni sulla sedia a rotelle non passavano mai, così Animal Crossing divenne per lei un ottimo modo per sfuggire alla monotonia.

Passava così tanto tempo a giocare che alla fine divenne quasi un’ossessione.

Ogni tanto la prendevamo anche in giro per questo suo nuovo hobby.

Riuscì a riscattare la casa nel gioco,

Collezionò tutti i fossili, e tanto altro…

Ogni volta che la vedevo giocare mi chiedevo quando si sarebbe stancata, ma alla fine continuò anche dopo che io e mio fratello ci stufammo.

Le sue condizioni peggiorarono, ed alla fine fu costretta a smettere di giocare.

L’anno scorso morì.

Mi dimenticai completamente di Animale Crossing, non ci giocai per oltre un anno e mezzo.

Ad ogni modo, stamane decisi di far visita al villaggio per scoprire come fosse cambiato.

Le erbacce erano ovunque.

I personaggi mi hanno chiesto dove eravamo finiti.

Poi ho aperto la cassetta delle lettere.

Era piena di regali – tutti da parte di mia mamma.

Tutte le lettere erano molto simili.

Pensavo a te. Spero che questo regalo ti piaccia.

Con amore, mamma

Anche dopo che smisi di giocare, lei continuò a mandarmi regali.

Allora capii perché si impegnava così tanto, anche una volta finito il gioco principale.

Probabilmente ha passato la maggior parte del tempo ad inviarmi regali.

Sembrerà stupido, ma questo gesto mi colpì molto, e ho deciso di condividerlo con voi. Mostrate ai vostri genitori quanto li volete bene, prima che sia troppo tardi.

 

Animal Crossing

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Poveglia – L’isola dei morti

Quando si parla di fantasmi o di luoghi maledetti si pensa sempre a qualche castello nascosto tra la nebbia inglese o a qualche manicomio circondato dagli alberi della Foresta Nera. In realtà, di luoghi spaventosi ce ne sono a migliaia anche in Italia, ed il più interessante di tutti è probabilmente l’isola di Poveglia, nella laguna veneziana. Quelle che seguono sono solo alcune delle storie che si narrano su questo agghiacciante isolotto.

 

 

Nel secolo 800 l’isola è già abitata da oltre 200 famiglie, legate ai servi del doge Orso I Partecipazio, che ha preso il posto del suo predecessore, Pietro Tardonico, vittima di un omicidio. L’isola cresce prospera nei secoli.

Nel ‘300 Poveglia è una delle perle della Repubblica Veneziana, culla di vita e splendore. Nel 1378 scoppia la Guerra di Chioggia tra le due potenze marinare Genova e Venezia, e la capitale della laguna, per assicurarsi una posizione strategica nel conflitto, nel 1379 evacua Poveglia e vi installa una postazione militare avanzata, il cui imponente ottagono si staglia fiero ancora oggi nel panorama lagunare. La guerra termina nel 1381, ed il campo militare viene smantellato. Fino alla metà del ‘700 l’isola resta disabitata. Poi scoppia la peste.

Poveglia diviene un lazzaretto, in cui persone infette – ma non solo – trovano una morte atroce abbandonate a loro stesse. Il governo di Venezia non ammette errori, e chiunque sembri anche solo manifestare i sintomi del morbo viene condotto qui a morire d’inedia. Quelli che arrivano già morti vengono bruciati e seppelliti dove capita. Ad oggi si contano oltre 150.000 cadaveri, spesso rinvenuti casualmente sotto serafici vigneti.

 

Poveglia

 

Nel 1922 viene costruita una struttura pubblica che, secondo le fonti ufficiali, accoglie gli anziani. In realtà si tratta a tutti gli effetti di un manicomio che, attivo fino al 1946, ospita centinaia di persone malate di mente, trattandole alla stregua di cavie da laboratorio. Sulle pareti marcite si può ancora leggere inciso reparto psichiatria. Molti degli ospiti giurano di scorgere figure velate percorrere i corridoi della struttura, e di udire urla agghiaccianti provenire dalle stanze interne. Ovviamente, essendo considerate pazze, non vengono minimamente prese in considerazione, anzi i loro appelli forniscono al sadico direttore del centro il pretesto per usarle nei suoi esperimenti pseudoscientifici, che vanno dalla lobotomia alla tortura sadica. La sua folle condotta termina con la sua testa spappolata sul piazzale antistante la torre campanaria dell’edificio, da cui si dice sia stato spinto giù dalle anime degli uomini e delle donne che ha torturato negli anni. Negli archivi della struttura questa viene sempre indicata come casa di riposo per anziani, come se la sua vera natura di manicomio debba essere mantenuta segreta. Forse Venezia ha approvato la sperimentazione della tecnica della lobotomia, che solo da pochi anni (1890) è stata praticata con successo.

 

Poveglia

 

In tempi più recenti, una coppia acquista uno degli edifici dell’isola, certa di aver fatto un ottimo affare. Che conosca o meno la sinistra reputazione dell’isola non ci è dato saperlo; ad ogni modo i due fuggiranno via poche settimane dopo, quando la loro figlioletta viene sfregiata da un oggetto pronto a colpirla in volto. La bambina è sopravvissuta, con una cicatrice da 16 punti sul viso.

 

 

Ad oggi l’isola di Poveglia non è ufficialmente visitabile – anche se allungando una lauta ricompensa a qualche traghettatore privato potreste attraccare sull’isolotto – ed è completamente abbandonata a sé stessa. Da qualche anno si cerca di venderla a privati, ma non è facile liberarsi di un’isola maledetta. Ed ancor meno delle anime tormentate che vi ci abitano.

 

Poveglia

 

 

Negli ultimi anni è nata l’associazione PovegliaPerTutti, che si batte per acquistare l’isola attraverso contributi volontari. L’intento, senz’altro encomiabile, è di restituire l’isola al pubblico, evitando che finisca nelle mani di qualche affarista senza scrupoli. Tutti i dettagli delle loro iniziative le trovate sul sito.

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Caroline Christine Walter – Il mistero della tomba

Il mistero di oggi racconta una storia triste, ma che infonde certamente tenerezza. Narra di una bella ragazza, della sua dolorosa morte, e di un misterioso gesto d’amore che si ripete da anni. Questa è la storia di Caroline Christine Walter, e dei fiori depositati sulla sua tomba da quasi due secoli.

Nel 1850 nasce in Germania, sorvegliata dagli occhietti trepidanti della sua sorella maggiore Selma, la piccola Caroline Christine. Purtroppo, poco tempo dopo, i suoi genitori muoiono, e le sorelle vengono affidate alle cure amorevoli della nonna, che abita a Freiburg. Caroline cresce sana e forte, e la sua bellezza diviene oggetto di dispute tra i ragazzini, mentre i suoi lunghi capelli, raccolti in grandi boccoli, spezzano il cuore ad una moltitudine di ammiratori. Quando ha 16 anni, la sorella Selma si sposa e Caroline va a vivere a casa sua. La felicità sembra non abbandonarla mai: ora ha una nuova famiglia che si prende cura di lei ed è stata baciata di una bellezza semplice ed ingenua, quale sa essere solo quella adolescenziale.

Purtroppo, come in una fiaba macabra, poco dopo il suo diciassettesimo compleanno, si ammala di tubercolosi, morendo nel giro di poche settimane, sul cominciar dell’estate.

La sorella Selma è devastata. Dopo i genitori ha perso un’altra delle persone che ama di più al mondo, e non riesce ad accettarlo. Se non può riportare indietro dalla morte la sua amata Caroline, farà in modo che il suo ricordo non svanisca mai, così come mai sfiorirà la sua bellezza. Selma contatta un abile scultore, che riesce ad immortalare per sempre la dolcezza della ragazza, creando un’impressionante statua tombale identica a Caroline sia nelle misure che nelle fattezze.

 

Caroline Christine Walter

 

La salma viene inumata nel 1867 nel cimitero di Alter Friedhof, un luogo di pace e tranquillità, incorniciato da alberi accarezzati dal vento tiepido. Caroline viene così scolpita con la testa su una spalla, a letto, addormentata con ancora il libro che stava leggendo tra le mani.

Poche settimane dopo la triste dipartita, Selma comincia a notare che qualcuno lascia un fiore sulla tomba della sorella. Selma cerca informazioni, vorrebbe scoprire chi è l’autore di questo gesto, alla ricerca di qualcuno che stia soffrendo quanto lei per la perdita di Caroline, ma invano. Né il custode del cimitero, né gli abitanti di Freiburg sanno chi possa essere il misterioso devoto.

Passano così gli anni.

E i decenni.

E i secoli.

Dopo quasi 200 anni, ogni giorno, un fiore fresco viene posato sul volto di Caroline.

 

 

La leggenda narra che la figura misteriosa sia un professore di Caroline, follemente innamorato di lei. Negli anni avrebbe portato nel cuore il dolore per la perdita della ragazza esternandolo così; alla sua morte avrebbe lasciato precise istruzioni ai suoi figli, che hanno fatto altrettanto con i propri. Così il gesto d’amore di un uomo sopravvive anche alla morte, fino ad oggi.

Adombrati da silenti alberi, sulla tomba di Caroline si affaccia oramai solo un flebile raggio di sole.

Sufficiente a rischiarare il suo sorriso, nascosto tra il profumo dei fiori freschi.


Chi deposita ogni giorno da due secoli fiori freschi sulla tomba di Caroline Christine Walter?

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Un alieno, una scimmia o un umano?

Ormai da qualche anno è divenuta abitudine comune quella di riciclare ciclicamente vecchi tormentoni del web, assillando come una novella catena di Sant’Antonio le nuove generazioni di internauti. Tra le varie bufale che girano sul web c’è quella che riguarda questo video.

 

 

Dato che qui alla Bottega del Mistero proviamo a svelare i misteri che si nascondono nei meandri oscuri del nostro pianeta, ci teniamo anche a smentire le varie bufale che girano su internet. Andiamo con ordine.

La prima creatura del filmato è un vitello nato deforme, realmente ritrovato in un villaggio Tailandese.

 

Misteriosa creatura Tailandese

 

La seconda è un porcellino nato con evidenti deformità, morto poco dopo essere stato fotografato.

 

Maiale nato deforme

 

La terza è realmente un agnellino nato con sette zampe nel 2010 nella cittadina di Jiaoliuhe, Taonan, nella provincia Jilin in Cina. Esistono anche casi di agnelli nati con otto zampe.

 

Agnellino con sette zampe

 

La quarta creatura è il celebre Mostro di Montauk, di cui abbiamo già scritto ampiamente e rivelato che con tutta probabilità si tratta di un procione.

 

Mostro di Montauk

 

La quinta è probabilmente un fotomontaggio, dato che pochissimi pesci presentano una dentizione, e nessuno delle zanne così sviluppate. Al momento non sono riuscito a trovare altri indizi in proposito ma, se volete, possono continuare la mia ricerca.

 

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La sesta e la settima sono due opere dell’artista Patricia Piccinini, celebre per le sue sculture iperrealistiche. Vi lascio ad una galleria con alcune delle sue creazioni.

 

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Il palo del barbiere

Esistono insegne che sono diventate, negli anni, icone stesse delle attività commerciali che rappresentano. Se nominassi ad esempio un palo bianco a strisce rosse pensereste probabilmente ad una piccola bottega da barbiere, e subito dopo ad un uomo con grandi baffoni a manubrio intento ad armeggiare con sapiente maestria tra forbici e rasoi a serramanico, che il suo garzone tiene affilati con diligenza su una coramella, una lunga striscia di cuoio marrone. Ma la vera storia della nascita del palo del barbiere è molto più antica, ed è così strana e per certi versi inquietante che merita certamente di essere narrata qui sulla Bottega del Mistero.

Quello del barbiere è un lavoro nato con l’uomo, frutto della naturale necessità di dare, come si diceva una volta, contezza di sé. Nell’epoca romana, ad esempio, è la figura del tonsor a farsi carico della responsabilità di rendere presentabili gli onesti cittadini della capitale, procedendo al taglio dei capelli e delle barbe incolte, e si divide in due tipi: uno privato, per i più benestanti, ed uno pubblico, che spesso lavora per strada ma che ha prezzi certamente più accessibili. Nel II secolo ricorrere al barbiere diviene un vezzo aristocratico, tanto che i più facoltosi vi si recano anche più volte al giorno, trasformandone il salone in un piccolo centro di cultura, incrocio di poeti e mecenati, ma più che altro di nobili annoiati pronti a giustificare così il loro dolce far niente. E così, da semplici barbieri, i tonsores si ritrovano custodi dei pettegolezzi della bella società del tempo, ed ovviamente i loro servigi divengono sempre più richiesti. Molti, che comprendono le possibilità offerte dal diventare ruffiani di lusso, arrivano a coprire anche cariche politiche importanti.

Se mi è capitato di avere acconciati i capelli a scaletta da un barbiere, tu te la ridi. – Quinto Orazio Flacco

I tonsores romani, ad ogni modo, non hanno grande abilità nell’uso delle forbici, che ovviamente non sono né pratiche né precise come quelle di oggi. Un taglio classico consiste in una semplice spuntata ai capelli, non necessariamente uniforme, come fa notare Orazio dopo una seduta dal parrucchiere.

Nel Medioevo la figura del barbiere si evolve, grazie al Concilio Lateranense I, che nel 1123 impone ai sacerdoti ed ai diaconi di abbandonare tutte le discipline che possano allontanare dalla virtù ecclesiastica, costringendoli così a smettere di praticare, tra le altre, le arti mediche. Così il barbiere si ritrova a sopperire questa mancanza, inserendosi di buon grado come nuovo medico e chirurgo. Peccato che svolga le attività mediche nel salone, che certamente non brilla per condizioni igieniche, con solo un’infarinatura dell’anatomia e della medicina necessaria a svolgere anche la più semplice medicazione: dall’estrazione di denti all’amputazione di un arto, dal taglio delle basette alla fasciatura di una frattura, ogni mansione si inombra però di fronte al capolavoro dell’arte dei tonsor.

Il salasso.

 

Sweeney Todd

 

Eseguita sin dai tempi antichi, nel Medioevo l’emodiluizione (come sarebbe più tecnico chiamarla) è una pratica oramai abbandonata, che si basa su errate quanto pericolose convinzioni che hanno poco, o nulla, di scientifico. Il principio alla base del salasso è che il sangue all’interno del corpo umano possa condizionarne la salute; eliminandone una certa quantità, si può così ristabilire un equilibrio che porta ad un innato benessere fisico e psichico. Il salasso viene praticato con le sanguisughe, che succhiano via il sangue, e spesso i barbieri per pubblicizzarsi lo raccolgono dagli invertebrati e lo riversano in simpatiche bocce rosso vivido in bella mostra nelle vetrine. Nel 1307 viene emanata a Londra una legge che vieta tale macabra esposizione: la gilda dei barbieri risponde con quello che oggi è il loro simbolo, il palo bianco e rosso.

 

Barber shop

 

Il palo bianco rappresenta quello a cui viene legato il paziente durante il salasso, e le strisce rosse, all’inizio, non sono un semplice vezzo di colore, bensì le reali bende madide di sangue lasciate ad asciugare al pallido sole inglese.

Col tempo, il palo del barbiere, come simbolo dell’attività, è rimasto sino ai nostri giorni, e spesso è possibile vederlo anche nella variante a strisce rosse e blu, in onore della bandiera statunitense. Altre spiegazioni tendono ad associare il sangue arterioso con il rosso, quello venoso con il blu e le fasciature con il bianco. Comunque sia, con l’avvento di una medicina sempre più avanzata, i barbieri perdono nei secoli la loro funzione di dottori e chirurghi, tornando a fare quello hanno sempre fatto: barba e capelli. Con buona pace delle sanguisughe.

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