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Hoia Baciu – La foresta infestata

C’è un luogo della Romania che non viene mai pronunciato ad alta voce. Un luogo dove si dice le persone svaniscano nel nulla, dove il tempo e lo spazio non hanno significato, dove gli alberi sussurrano parole di morte, dove il diavolo ha la propria dimora. Benvenuti a Hoia Baciu, la foresta infestata.

Hoia Baciu, (Pădurea Hoia o Hója-erdő), è una foresta poco ad ovest di Cluj-Napoca, nel cuore della Transilvania, in Romania. Si tratta di circa 3 chilometri quadrati di alberi, rocce e qualche animale selvatico. Una foresta come tante, forse resa più spettrale dall’essere nel bel mezzo dei possedimenti del fu vampiro Dracula (al secolo Vlad Tepes). Se non fosse che ad abitarla siano stati, nell’ordine, il diavolo, gli alieni ed infine i fantasmi.

Qualcosa che non va in Hoia Baciu si intuisce appena ci si mette piede: sebbene gli arbusti più antichi risalgano a 200 anni fa, si presentano esili e distorti, come se qualcosa ne avesse preservato la giovinezza nei secoli. Ma sono le storie a farla da padrona.

 

 

Le sparizioni

Si narra che a metà dell ‘800 un pastore di pecore un giorno porta il suo gregge a brucare la tenera erba del bosco. La sera però non ritorna a casa, e gli abitanti del luogo si preoccupano: forse ha avuto un malore, o ha avuto un incidente e non riesce più a camminare, oppure ancora è stato attaccato da qualche misterioso animale selvaggio. Si organizza una battuta di recupero per giorni e giorni l’intera foresta viene ispezionata palmo a palmo, inutilmente. Svanito nel nulla insieme alle 200 pecore.

Una donna, sempre nello stesso periodo, entra nel bosco per una passeggiata. Anche lei sparisce nel nulla, salvo poi uscirne qualche giorno dopo, senza ricordare niente dell’accaduto. In tasca, come unico indizio, la giovane trova una moneta rumena del 15° secolo.

La leggenda più celebre è quella di una bambina, inghiottita dalla foresta. I genitori si disperano per giorni, ma non si danno per vinti. Poi le settimane passano. Ed i mesi. Finché, 5 anni dopo, la piccola ricompare. Con gli stessi vestiti indosso, non è cresciuta di un giorno: è identica a quando è scomparsa tra gli alberi. Tutti le fanno domande insistenti, chiedendole dov’è finita in tutto questo tempo, ma la bambina non capisce. D’altronde, secondo lei, è stata via solo un paio d’ore.

La teoria è che Hoia Baciu sia una sorta di wormhole, in grado di piegare il tempo e lo spazio, catapultando i malcapitati in un’epoca ogni volta diversa. Da cui non sempre è possibile fare ritorno.

 

 

Si potrebbe facilmente obiettare che queste storie sono, per l’appunto, solo storie, buone a spaventare i bambini affinché non si addentrino nella foresta di Hoia col reale rischio di perdersi per giorni e giorni. Inoltre siamo in Transilvania, dove il folklore non è solo cultura ma religione, nella regione più densa di misteri di una terra, la Romania, che fonda le proprie radici sulle leggende narrate da padre in figlio.

Poi, però, arrivano altri strani fenomeni, più recenti, e documentati.

 

Gli avvistamenti alieni

Il 18 agosto 1968 il biologo Alexandru Sift scatta delle immagini straordinarie, che immortalano un oggetto volante discoidale sospeso al centro della foresta. Purtroppo, alla morte dell’uomo nel 1993, quasi tutto il materiale scompare misteriosamente prima di essere pubblicato. Le poche foto salvatesi vengono date alle stampe due anni dopo dall’amico Adrian Pătruț, professore di chimica della Babeș-Bolyai University, nel libro Fenomenele de la Pădure Hoia-Baciu. Pătruț, però, tiene a precisare che tutti i fenomeni descritti dal defunto collega sono spiegabili grazie a solide basi scientifiche. Il dubbio resta.

 

 

Il 18 ottobre 1968 un geniere dell’esercito, Emil Barnea, si aggira nella foresta insieme alla fidanzata Zamfira Mattea ed un paio di amici, quando qualcosa attira la sua attenzione: nel cielo si palesa all’improvviso una luce innaturale, che prontamente (e fortunatamente) l’uomo cattura in fotografia. Secondo la sua ricostruzione, l’oggetto volante non identificato avanza lentamente, cambiando sovente direzione, aumentando di luminosità col passare dei secondi. All’improvviso, così com’è apparso, si dilegua accelerando vorticosamente verso l’orizzonte, dove scompare. Le sue foto vengono studiate a lungo dall’ufologo ed esperto di paranormale Ion Hobana, che non ha dubbi sulla loro autenticità e le ritiene degne di maggiore attenzione. In accordo ai suoi calcoli, l’UFO dev’essere largo non meno di 30 metri, a 600 metri d’altezza dal suolo. C’è da notare che, all’epoca del fatto, in Romania non sono disponibili libri sul fenomeno dei dischi volanti, pertanto è difficile pensare che Barnea abbia orchestrato tutta la vicenda.

 

 

Molte persone riferiscono di sentirsi male all’interno del bosco, ed alcune ne escono con misteriosi eritemi sulla pelle e, in alcuni casi, anche ustioni. Qualcuno ipotizza possa trattarsi dell’attività aliena che sulla zona proietta una forte dose di radiazioni – peraltro verificata – dovuta alla tecnologia UFO.

 

I fantasmi

In tempi più recenti si sta vivendo una vera e propria caccia al fantasma. A seguito delle numerose segnalazioni susseguitesi negli anni molti ghost hunter hanno passato la notte nella foresta. E molti di loro ne sono quasi usciti con le ossa rotte.

L’evento più significativo, in questo senso, è quello della trasmissione Destination Truth, del canale via cavo statunitense Syfy (conosciuto precedentemente come SCI FI). Nell’episodio Haunted Forest del 9 settembre 2009, la troupe televisiva guidata da Josh Gates investiga nella foresta di Hoia, accompagnata dal gruppo di un altro programma, Ghost Hunter, formato dagli esperti Jason HawesGrant Wilson. Al di là degli alti livelli di radiazioni e qualche immagine che può dire tutto o nulla, all’improvviso Gates lamenta un dolore al torace. Fa per alzarsi la maglia, solo per scoprire lunghi tagli lungo tutto il torace. All’esterno, l’abbigliamento è intatto. Realmente spaventato, Gates decide di interrompere le registrazioni, ed uscire il più velocemente possibile dal bosco.

 

 

Il centro di tutto

La cosa più inspiegabile è il centro esatto della foresta. Non vi cresce nulla. Niente di niente. Gli animali lo evitano come la peste, e le radiazioni, già alte tra gli alberi, registrano un inspiegabile picco. Il terreno è stato ampiamente studiato, ma risulta del normalissimo terriccio. Tutt’intorno gli alberi sono arcuati alla base, come se una forza tremenda li avesse costretti a deviare la loro naturale crescita. È bene notare che un evento del tutto simile è presente in un’altra celebre foresta, quella di Nowe Czarnowo, in Polonia, dove gli arbusti sono tutti piegati verso nord. Probabilmente dovuto a una nevicata particolarmente impietosa nei primi anni del ‘900, in molti credono si tratti dei patimenti sofferti dalle anime scomparse nei secoli nei boschi. C’è anche chi suggerisce che sotto terra potrebbe esserci un misterioso e segreto bunker, risalente alla guerra fredda, che sperimenta sulla superficie gli effetti di qualche micidiale scoperta scientifica.

 

 

Hoia Baciu è un crogiolo di attività paranormali e avvistamenti di diverse entità, come se fosse un ponte verso altri mondi. Pur volendo credere fermamente in UFO, alieni e poltergeist, personalmente, una manifestazione così eterogenea mi sembra alquanto bizzarra. Ma prese singolarmente, le singole storie sono decisamente affascinanti. Il mistero – o meglio, i misteri – di Hoia Baciu, per il momento, restano insoluti.

 

Grazie a Chiara GM per aver suggerito su Facebook la storia di oggi. 🙂


Cosa si cela dietro i misteri della foresta Hoia Baciu?

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Un cadavere in un lago su Google Maps

Abbiamo già trattato di un presunto cadavere su Google Maps, scoprendo però che si trattava di un simpatico cagnolone amante dell’acqua. Stavolta, invece, è tutto vero.

Siamo a Byron Center, nel Michigan, USA. Il 9 novembre 2015, durante l’annuale preparazione delle luci di Natale cittadine, gli operai addetti alle decorazioni di un abete nei pressi dell’84a strada scorgono quella che sembra essere un’auto affondata in un laghetto nel bel mezzo della cittadina. A prima vista il veicolo sembra abbandonato da lungo tempo e così gli uomini chiamano lo sceriffo della Contea del Kent, Ron Gates, che ne organizza immediatamente il recupero.

L’auto, una Chevrolet Corsica del 1990, viene ripescata dal fondo del laghetto, ma la targa, ACM-9705, non riesce a collegarsi a nessun caso della zona. Si pensa inizialmente ad una macchina rubata, ma quello che si nasconde nell’abitacolo lascia tutti senza fiato. Letteralmente.

Al posto di guida c’è quello che resta – oramai poco più che uno scheletro – di un essere umano.

Si tratta di un sessantasettenne, Davie Lee Niles, scomparso a Dorr nel Michigan l’11 ottobre del 2006, ovvero 10 anni prima. Dopo essere uscito da un pub l’uomo avrebbe dovuto recarsi in visita da un amico, ma ha fatto perdere le sue tracce.

La cosa tanto straordinaria quanto macabra è che per tutto questo tempo la sua auto è stata in bella mostra su Google Maps, dove è visibile tuttora; si tratta della macchia gialla in alto a destra.

 

 

Nella scheda di richiesta d’aiuto per trovarlo, sotto la sua foto, viene riportato quello che probabilmente è il motivo dell’estremo gesto di Niles.

Malato di cancro. Potrebbe essere caduto in depressione a causa della sua condizione. – Dalla scheda di Davie Lee Niles su someoneismissing.com

Distrutto dalla notizia di essere malato di cancro, avrebbe deciso di farla finita gettandosi nelle acque del laghetto, dove il suo cadavere ha dimorato per oltre una decade.

Ora, dopo tanto tempo sott’acqua, il suo corpo può finalmente essere riconsegnato alla terra.

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Giochiamo con la bomba atomica!

Cosa succederebbe se una bomba atomica venisse sganciata su Milano, o Tokio, o New York? O sul tetto di casa vostra? È quello che si è chiesto Alex Wellerstein, professore di Storia della Scienza presso lo Stevens Institute of Technology di Hoboken, New Jersey, negli Stati Uniti. E per rispondere a questa semplice – quanto inquietante – domanda ha sviluppato un’applicazione web che simula la detonazione di un ordigno atomico su una città a nostra scelta, Nukemap.

 

 

Potete scegliere la vostra città preferita, la bomba che più vi piace, e godervi l’esplosione. Qui trovate la simulazione della deflagrazione di una B-61 statunitense se colpisse il centro di Roma. Il mio consiglio è di provare Nukemap, e sbizzarrirvi con i tanti (reali) ordigni atomici a disposizione, lanciando bombe a caso, magari sul tetto di vostra suocera.

Ricordando però sempre che quelle macchie colorate che fissiamo divertiti sulla mappa non fanno parte di un videogioco, ma di un simulatore. Che ci ammonisce su quello che potrebbe succedere a tutti noi in un futuro lontano. Forse neanche tanto.

E se volessimo nuclearizzare la Luna? Ne parliamo qui!

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Dismaland – Il parco degli orrori

Scordatevi Disneyland, quello di oggi è il più grottesco parco divertimenti del mondo: lasciate a casa i bambini, questo è Dismaland!

Il Dismaland Bemusement Park (dismal in inglese significa tetro) è l’ultima opera dell’artista urbano Bansky, e si trova a Weston-super-Mare, in Inghilterra. Diciotto strambe e grottesche attrazioni progettate col preciso scopo di spiazzare gli ospiti, aperto dal 22 agosto al 27 settembre. Nel parco si trova di tutto, da Cenerentola morta a barche di migranti, da blindati antisommossa al celebre castello delle principesse diroccato.

 

 

Tutto nel parco è deprimente: persino gli addetti al pubblico – reclutati con un falso annuncio che prometteva un ingaggio in un film – hanno per contratto l’obbligo di mostrarsi depressi e sconfortati. Bansky non è l’unico artista impegnato nel progetto, oltre alle sue attrazioni si susseguiranno numerosi eventi, spettacoli e concerti, tra i quali quelli delle Pussy Riots e dei Massive Attack.

 

 

I biglietti sono disponibili sul sito ufficiale, e costano 3 sterline (poco più di € 4), ma i bambini sotto i 5 anni entrano gratis. Se avete il coraggio di portarli.

 

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Il mistero del massacro di Hinterkaifeck

Hinterkaifeck è una piccola fattoria incastonata tra le città tedesche di Ingolstadt e Schrobenhausen, nei pressi di Gröbern, in cui vive la famiglia Gruber. Questa è la storia di come, in una fredda giornata di marzo, verranno trovati tutti uccisi con un piccone: il mistero del massacro di Hinterkaifeck.

 

 

Nel piccolo villaggio d Kaifeck la vita scorre tranquilla, dettata da susseguirsi dei giorni dedicati all’agricoltura e all’allevamento di bestiame, che assicurano alla brava gente della cittadina una vita dignitosa e salutare. Tra le tante fattorie ce n’è una costruita un po’ in disparte, a poca distanza da un’enorme foresta che si estende a perdita d’occhio tutt’intorno alla proprietà. Qui vi abita la famiglia Gruber, così composta:

  • Andreas, 63 anni, il capofamiglia;
  • Cäzilia, 72 anni, sua moglie;
  • Viktoria Gabriel, 35 anni, la loro figlia vedova (il marito Karl è morto in guerra nel 1914);
  • Cäzilia, 7 anni, prima figlia di Viktoria;
  • Josef, 2 anni, secondogenito di Viktoria.

I Gruber hanno ereditato la fattoria Hinterkaifeck da Cäzilia, che nel 1877 aveva sposato Josef Asam Von Hinterkaifeck, che morirà nel 1855. Andreas, quindi, è il secondo marito di Cäzilia (il cui cognome da nubile è Sanhüter). I Gruber sono persone semplici, ma in paese sono in molti a chiedersi perché la loro fattoria sia stata costruita così in disparte, e le malelingue ricamano volentieri storie inquietanti sul loro conto: si dice ad esempio che Andreas sia un uomo violento, che picchia spesso l’anziana moglie e che abusa sessualmente della figlia Viktoria; Josef, sono in molti a crederlo, sarebbe figlio di un incesto. C’è poi qualcosa che non va nella fattoria stessa. Si sentono voci soffocate provenire dalla soffitta, apparizioni misteriose si avvicendano per casa, ed il rumore della neve pestata dai passi di qualcuno quando fuori, in realtà, non c’è nessuno. La cameriera Kreszenz Rieger è distrutta dal terrore, è maledettamente sicura di aver visto un fantasma in soffitta. Così sul finire del 1921 fa le valigie in fretta e furia, ringrazia Andreas per come l’ha tratta in questi anni – evidentemente, almeno con lei, si è sempre comportato egregiamente – e se ne va per sempre. Nonostante lo spiacevole evento, l’inverno scorre tranquillo.

Fino al marzo del 1922.

Un giorno di marzo del 1922 il pastore Hass della vicina missione, trova nel confessionale della chiesa una busta contenente 700 marchi d’oro, donati da Viktoria Gabriel. Hass ovviamente è felice per il gesto, ma qualcuno si chiede cosa abbia spinto la donna a questa opera caritatevole. Forse, si dirà poi, ha qualcosa in comune con quanto accadrà poche settimane dopo.

 

 

La notte tra il 29 ed il 30 marzo nevica molto, e la mattina seguente Andreas fa un giro della proprietà per assicurarsi che non ci siano stati danni provocati dalla neve. Sembra tutto a posto, quando qualcosa attira la sua attenzione: delle impronte. Impronte fresche, nitide, provengono dalla foresta e si aggirano intorno alla fattoria. Andreas è un uomo pratico, così segue le orme per capire da dove provengono; si addentra nel bosco, supera decine di alberi e poi più nulla.

Le tracce svaniscono così, all’improvviso.

Qualcosa non quadra, e l’uomo decide di tornare indietro e vedere se è stato rubato qualcosa: scopre che la serratura del garage è stata forzata. Attraverso questa struttura si ha accesso alle dimore, ma non alla stalla o al granaio. Altre tracce di un ingresso notturno si trovano nei pressi della stanza del generatore anche se, in effetti, non è stato rubato nulla. Andreas chiede ad un suo amico agricoltore, Kaspar Stegmair, se durante la notte ha notato qualcosa di strano, ma questi nega.

 

 

La notte tra il  30 ed il 31 marzo Andreas non riesce a prendere sonno, è troppo turbato da quello che ha visto. Non riesce a spiegarsi le impronte e si chiede perché, se qualcuno è entrato davvero in casa loro, non abbia provato a rubare qualcosa. Mentre è a letto sente dei passi in soffitta, e sveglia la moglie preoccupato. Cäzilia non ha sentito niente, ed imputa il tutto ad una semplice suggestione del marito dettata dagli accadimenti della mattina. Andreas non è convinto, ed imbraccia il suo fucile alla ricerca dell’estraneo che turba la serenità della sua casa. Perquisisce la fattoria in lungo e in largo, resta sveglio tutta la notte, ma alla fine deve arrendersi all’evidenza: a parte i Gruber, nel raggio di qualche centinaio di metri, non c’è nessun altro.

La mattina del 31 Andreas fa un nuovo sopralluogo, e rimane impietrito dinanzi ad un giornale semisepolto dalla neve. Nessuno ha chiesto di ricevere un quotidiano, così l’uomo interroga a tal proposito il postino del paese, Josef Mayer, chiedendogli il perché di quella consegna. Josef, però, non ha mai consegnato alcun giornale alla fattoria Hinterkaifeck.

C’è qualcosa che non torna. Qualcosa di inquietante.

Andreas è convinto che insieme alla sua famiglia ci sia qualcuno che vive segretamente nella fattoria. Forse in soffitta, forse nel bosco. Ma c’è, da qualche parte deve esserci. Andreas ne è sicuro. E ne sarà ancora più sicuro quando poche ore dopo scoprirà che qualcuno ha rubato le chiavi del suo scrittoio, che non verranno mai più ritrovate.

Nel pomeriggio si presenta alla porta di casa la nuova cameriera, Maria Baumgartner, 44 anni, pronta a smorzare l’aria carica di tensione che si respira nella proprietà.

 

 

Il 1° aprile la maestra di Cäzilia nota l’assenza della piccola – come già scritto, Andreas Gruber viene immaginato in paese come un uomo molto violento – ma non da’ troppo peso alla cosa. La sera, il falegname Michael Plöckl passa lungo la strada nei pressi di Hinterkaifeck, e qualcuno dalla fattoria gli punta la luce di una torcia elettrica, accecandolo per qualche secondo. Michael resta incuriosito dall’accaduto, e da’ un’occhiata fugace alla proprietà: sembra tutto in ordine, ed il fumo sbuffa sonnacchioso dal camino ad incorniciare, probabilmente, una bucolica serata in famiglia. L’uomo pensa che probabilmente è stato illuminato dalla torcia di Andreas, che in un primo momento non aveva capito chi fosse. Michael, così come era arrivato, si allontana per la sua strada.

La domenica del 2 aprile le donne Gruber non si presentano come di consueto in chiesa, e la cosa non passa inosservata.

Il 3 aprile il postino Josef consegna regolarmente la posta alla fattoria, ma alcuni particolari lo mettono in allerta.

Ho lasciato la posta, come faccio sempre, sul davanzale della cucina. Ho notato che il passeggino non era in cucina, dove lo vedevo di solito, e la porta era socchiusa. – Josef Mayer

Il 4 aprile, alle 9 del mattino, il meccanico Albert Hofner giunge a Hinterkaifeck per riparare la guarnizione della testata del trattore dei Gruber, ma non trova nessuno ad accoglierlo. Il cancello principale è chiuso, così gira intorno alla fattoria, sperando che quello sul retro sia aperto. Chiuso anche quello. La dimora sembra vuota, e questo è strano, perché almeno la signora Cäzilia dovrebbe essere lì, così guarda attraverso le finestre. Tutto è immobile, finché il cane, Spitz, non abbaia dall’interno della casa e le mucche non muggiscono dalla stalla. Albert aspetta un’oretta sotto un melo, a pochi metri dalla casa, e tenta un paio di volte di farsi udire da qualcuno, fischiando.

Stufo di aspettare si avvia verso l’edificio a nord della proprietà, e lì si appresta a riparare il motore. Il lavoro lo impegna per circa quattro ore, ed anche durante questo tempo ha provato a farsi sentire cantando e fischiando. Alla fine accende anche il motore al massimo, ma nessuno sembra accorgersi di niente. Messo a posto il trattore, si avvia di nuovo verso la casa, per comunicare il buon esito della riparazione. Si rende conto però che ora la porta del fienile è completamente spalancata e che il cane, che prima era chiaramente in casa, è ora legato all’esterno; ha una vistosa ferita ad un occhio, e sembra molto più aggressivo del solito. L’uomo si allontana così dalla fattoria nel primo pomeriggio. Lungo la strada incontra Victoria e Maria, le figlie di Lorenz Schlittenbauer – il padre di Josef, avuto da una relazione con Viktoria – e le informa che il motore è stato riparato, ma nella fattoria non sembra esserci anima viva. Lorenz viene a conoscenza del fatto e, preoccupato, manda sulla strada di Hinterkaifeck i due figli, JohannJosef Dick (compagno di scuola di Cäzilia), per incontrare chiunque torni al podere. Non torna nessuno. Lorenz si convince che qualcosa di terribile sia accaduto ai Gruber, ed insieme ai figli e ai vicini Michael Pöll e Jakob Sigl decide di investigare alla fattoria. Mentre i ragazzi restano in cortile, i tre uomini entrano attraverso l’ex sala generatori all’interno della stalla.

Qui trovano quattro cadaveri.

 

 

I corpi sono gettati alla rinfusa uno sopra l’altro, in mezzo alla paglia. Poco distante, il cane abbaia ferocemente. Sporco di sangue, giace a terra un piccone.

Lorenz riesce ad entrare in casa, aprendo la porta chiusa a chiave a Michael e Jakob. Nella stanza della servitù giace il corpo senza vita della cameriera, e nella camera da letto quello del piccolo Josef. Michael e Jakob si allontanano per avvertire la polizia portandosi i figli di Lorenz, che resta in attesa in casa. Da solo, circondato dal puzzo dei cadaveri in decomposizione.

Alle 18:00 il sindaco Greger, con un poliziotto di Hovenwart, giunge sul luogo della strage. Alle 21:30, dopo i primi sopralluoghi effettuati dalla polizia locale, arrivano sei ufficiali inviati da Monaco ad indagare sul caso. Tutte le vittime sono state uccise con un piccone, di proprietà dei Gruber.

Si tratta di una delle mattanze più brutali della storia.

 

 

Dopo gli interrogatori e l’autopsia, sabato 8 marzo i sei corpi vengono finalmente sepolti a Waidhofen.

Dopo che la corte ha approvato l’autopsia sui sei corpi, si sono svolti sabato i funerali. Numerosa ed addolorata era la folla accorsa, che ha voluto tributare alle vittime il suo ultimo saluto. Dai paesi vicini e non 3.000 persone sono giunte. Si è trattato di uno spettacolo disarmante, con le sei bare accompagnate dai ragazzi della scuola. Il Reverendo P. Haas, dopo la benedizione delle salme all’ingresso sud del cimitero, ha visto seppellire i corpi in una fossa comune, i quattro adulti a destra e i due bambini a sinistra. Haas ha citato il racconto biblico di Caino e Abele, definendo l’omicidio un atto terribile agli occhi di nostro Signore, e chiedendosi come un uomo con anche solo una scintilla di fede in Dio nel cuore possa perpetrare un così orribile delitto, reso ancora più grottesco dall’omicidio di bambini innocenti. – Articolo del settimanale Schrobenhausener, 11 marzo 1922

La fattoria Hinterkaifeck viene demolita, per ordine del tribunale, nel 1923. Al suo posto si trova poco distante una lapide a commemorare l’accaduto.

 

 

Ma cos’è successo realmente a Hinterkaifeck?

Il 30 marzo le vittime vengono attirate nella stalla in qualche modo, ed uccise una dopo l’altra. La prima è la signora Cäzilia, seguita da Andreas, Viktoria e dalla piccola Cäzilia. I loro corpi vengono trovati accatastati l’uno sopra l’altro. In una mano della bambina vengono ritrovate ciocche dei suoi stessi capelli, come se se li fosse strappati da sola. Dopo le prime quattro vittime, l’omicida si è spostato in casa, uccidendo la cameriera Maria ed infine Josef. Drammaticamente, l’assassino è rimasto nella fattoria per almeno altri due giorni, dormendo beatamente nel letto della coppia e mangiando i pasti seduto a tavola; ha anche acceso il camino per riscaldarsi – il fumo visto da Michael Plöckl era del fuoco acceso dal killer – ed ha regolarmente sfamato e munto le mucche.

Ma non c’è fine all’orrore.

Quando il meccanico Albert Hofner giunge a Hinterkaifeck per riparare il motore, trova il cane prima chiuso in casa, poi legato fuori. Questo significa che l’omicida è in casa per tutto il tempo in cui Albert lavora nella proprietà, e che lega il cane fuori poco prima che questi ritorni a controllare la struttura. Quando infine vengono ritrovati i corpi, il cane è legato nella stalla, segno che l’assassino è ancora in giro per la proprietà fino a poche ore dalla macabra scoperta. Per tutto questo tempo è rimasto lì, in casa, come se nulla fosse successo.

Ma chi può essere stato?

La polizia di Monaco ha alcune teorie su chi sia il killer, ed interroga i sospettati.

Il più importante è Lorenz Schlittenbauer, che per anni ha intrecciato una relazione con Viktoria Gabriel, avendo da lei anche un figlio. Non si è trattata però di una semplice scappatella: Lorenz voleva sposare Viktoria, ma Andreas si è sempre opposto ferocemente all’unione. Potrebbe quindi trattarsi di un delitto dettato dall’odio di Lorenz per Andreas, ma gli investigatori, nonostante questi si contraddica in molti punti durante gli interrogatori, non trovano prove a suo carico.

Un altro sospettato è Karl Gabriel, marito di Viktoria, ritenuto ucciso durante la Prima Guerra Mondiale. Il suo corpo sui campi di battaglia non è mai stato trovato, e potrebbe così essere tornato a Hinterkaifeck. Saputo del piccolo Josef – che non può essere assolutamente figlio suo – potrebbe in impeto di follia aver sterminato la famiglia perché sentitosi tradito dalla donna che ama. Non ci sono prove, però, che Karl sia sopravvissuto alla Grande Guerra.

Possibile assassino è Josef Bartl. Josef è un uomo malato di mente che nel 1919 rapina la famiglia AdlerEbenhausen, un paese non molto distante da Gröbern. Poco tempo dopo fugge da un ospedale psichiatrico distante circa 70 chilometri dalla fattoria. È possibile che abbia tentato una nuova rapina ai Gruber, sfociata nel sangue; secondo il Pubblico Ministero, solo un uomo pazzo come Bartl può aver pensato di vivere nella casa delle sue vittime tranquillamente. Josef sembra il candidato perfetto, ma gli indizi a suo carico sono scarsi, e l’indagine non arriva lontano.

Forse si è trattato di una rapina organizzata da qualcun altro. La fattoria è in una posizione strategica, abbandonata a sé stessa e incorniciata da una strada non molto trafficata: il luogo perfetto per un furto. Dopo il ritrovamento dei corpi, in casa non sono state trovate che poche banconote, forse la maggior parte è stata sottratta dal malvivente; Andreas trova una serratura scassinata prima del massacro, quindi probabilmente qualcuno ha provato – o è riuscito – ad introdursi nell’abitazione; lo stesso Andreas sente di notte dei passi che si muovono in soffitta, e forse sono gli stessi che aveva sentito anche la vecchia cameriera Kreszenz, segno che probabilmente qualcuno dimora nascosto da qualche parte in casa. I Gruber non sono gente ricca, ma hanno monete, titoli di guerra, materiali da costruzione e per l’agricoltura: perché il ladro non si è impossessato di questi oggetti di valore? Eppure il tempo a disposizione c’era.

Vengono incriminati dell’omicidio due cestai, Paul e Ludwing Blunder, visti girare intorno alla fattoria nei giorni successivi alla strage. Il giorno della scoperta dei corpi viene perpetrata una rapina nella zona di Pobenhausen, poco distante dalla fattoria, e Ludwing viene accusato del fatto. I due fratelli potrebbero aver ucciso i Gruber ed essere scappati a Pobenhausen, dove hanno immediatamente ricominciato a rubare. Non ci sono però prove a loro carico per gli omicidi.

Altro sospettato è il soldato Fritz Negendank, della Legione Straniera. Durante gli interrogatori, si scopre che Fritz conosce molto bene Hinterkaifeck, e sembra non dire tutta la verità. La mancanza di un movente, e la scoperta di un solido alibi per i giorni del massacro, sembrano però scagionarlo da ogni accusa.

Affascinante ipotesi è quella che vede Hinterkaifeck come un arsenale militare segreto. Alcune voci insistenti a Gröbern suggeriscono agli ispettori che nella fattoria siano stoccati i pezzi ancora imballati di due caccia tedeschi Fokker D.III. Si dice anche che vi siano armi perfettamente funzionanti, e che numerosi viandanti sono pronti a giurare di aver sentito rumori di aerei provenire dalla struttura. È possibile che Andreas abbia rubato dei piani di guerra al Reich e che questi abbia inviato un tenente e due sergenti a recuperarli, anche con l’uso della violenza: una divisa da tenente è stata effettivamente ritrovata in casa. Non ci si spiega però perché i tre assassini abbiano passato più di due giorni nella fattoria, se il loro obiettivo era solo recuperare i documenti e scappare.

Ultima teoria è quella che vede protagonista un poltergeist particolarmente violento, che stermina la famiglia Gruber a colpi di piccone. Siete liberi di crederci, ma gli atteggiamenti troppo umani dell’assassino – accendere il fuoco, mangiare, mungere le mucche – scartano facilmente questa ipotesi fantasiosa.

 

 

Hinterkaifeck è uno dei più grandi misteri della storia, reso ancora più grottesco dal modo in cui si è evoluto. Di certo si sa solo che ci sono sei cadaveri, sei innocenti, gettati in una fossa comune e dimenticati da tutti.

Questa è la realtà.

 

Chi c'è dietro il mistero del massacro di Hinterkaifeck?

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La capsula del tempo – Il nostro lascito al futuro

È possibile lasciare ai nostri figli, ai nostri nipoti, ai nostri pronipoti, qualcosa che ci appartiene, qualcosa che spieghi anche a chi non ci potrà conoscere chi siamo realmente, non solo il frutto di una fotografia sbiadita o di un ricordo sfocato? E se volessimo che il nostro ricordo, le nostre idee, le nostre parole, sopravvivessero centinaia, migliaia, milioni di anni nel futuro? Sarebbe possibile in qualche modo sopravvivere alla nostra stessa vita? Un modo c’è: la capsula del tempo.

La capsula del tempo è un contenitore creato per un unico scopo: contenere al suo interno il nostro lascito per le popolazioni future. Si tratta solitamente di scatole di diversa grandezza, da un piccolo barattolo a intere stanze sigillate, in cui vengono deposti oggetti quotidiani (foto, giocattoli, un diario) oppure creati specificatamente per permettere all’umanità futura di comprendere quella di oggi (un libro sulla storia moderna, articoli di giornale) oppure ancora per chi verrà dopo di noi (un compendio sull’anatomia umana, ad esempio, per un’ipotetica razza aliena che giungerà sulla Terra dopo la nostra estinzione).

Nel cinema la capsula è stata usata spesso; anche un tesoro dei pirati può essere considerato una capsula del tempo, se costruito con quello scopo: una mappa per ritrovare il baule nascosto in un’isola deserta, in cui in mezzo ai dobloni d’oro c’è l’ultima lettera di un prode capitano al ragazzo che vuole seguirne le orme e le imprese. Esistono centinaia di capsule in giro per il mondo, ma la maggior parte è stata sviluppata per essere aperta nel giro di pochi decenni, come il lascito di un oramai defunto nonno per i propri nipoti, con foto della sua gioventù racchiuse in una semplice scatola di legno abbandonata in soffitta.

 

 

All’inizio del 1900 un gruppo di studentesse del Mount Holyoke College di South Hadley (USA) sigilla una scatola destinata alle loro future colleghe – il Mount Holyoke College è una scuola aperta solo alle ragazze – dell’anno 2000. Cent’anni dopo la scatola viene aperta, ed all’interno si trovano un berretto universitario, programmi teatrali, qualche spicciolo, un libretto d’esami ed un messaggio da parte delle creatrici, che dimostrano una spiccata attitudine al soprannaturale.

Se la scienza vi ha insegnato quello che molti credono sarà uno degli elementi più diffusi delle vostre conoscenze, ovvero il potere di comunicare con il mondo invisibile dal quale staremo osservando il vostro destino, vi preghiamo di rispondere a questo messaggio. – Messaggio della capsula del tempo del Mount Holyoke College

A volte sono non singole persone, ma organizzazioni internazionali che creano capsule da destinare ai posteri, ovviamente molto più sofisticate di quelle fatte in casa.

La Yahoo! Time Capule, chiusa l’8 novembre 2006, raccoglie 170.857 contributi degli utenti di Yahoo! a cui viene chiesto di descrivere la vita nel 2006. Si tratta attualmente del più grande ed importante lascito digitale della storia, destinato ad essere aperto il 2 marzo 2020 (quindi 14 anni dopo) in occasione del venticinquennale del popolare motore di ricerca. Si trova a Washington (USA) affidata alla Smithsonian Folkways Recordings, etichetta discografica storica di blues, folk e jug della Smithsonian Institution.

Il Time Castle (Castello del Tempo) è una particolare versione di capsula del tempo, creata il 17 luglio 1995 dalla The Walt Disney Company in occasione del 40° anniversario di Disneyland. Il Time Castle include 62 oggetti, inclusi diversi gadget presenti nel parco di divertimenti nel 1995 e varie foto aeree dello stesso. La capsula si trova di fronte il castello della Bella Addormentata – ne è fisicamente una versione in miniatura – e verrà riaperta il 17 luglio 2035, in occasione degli 80 anni del parco.

 

 

Capsule del tempo disperse

 

Nel 1793 George Washington, primo Presidente degli Stati Uniti d’America, posa una capsula del tempo nella prima pietra del Campidoglio di Washington (USA). Purtroppo la scatola è andata persa negli anni, e non se ne conoscono né l’ubicazione né il contenuto.

Nel 19° secolo una fondazione seppellisce sotto la torre di Blackpool (Inghilterra) una capsula del tempo, senza specificare quando dovrà essere aperta. Nonostante i numerosi tentativi – tra cui spicca quello organizzato da diversi medium – il lascito non è ancora stato trovato.

Nel 1930 vengono sepolte nel sottosuolo di Corona (USA) 17 capsule. Nel 1986 il comune della cittadina tenta di riesumarle, ma non ne trova neanche una. Probabilmente sono disperse per sempre.

Nel 1939 un gruppo di ingegneri del Massachusetts Institute of Technology di Cambridge (USA) seppellisce una capsula del tempo sotto un ciclotrone (una macchina usata per accelerare fasci di particelle elettricamente cariche). Progettata per essere aperta 50 anni dopo, in realtà nessuno ne conosce la reale ubicazione. E sopratutto nessuno sa come recuperarla da sotto le 18 tonnellate del ciclotrone.

Nel 1970, in occasione della Fiera Mondiale di Osaka (Giappone), il comitato organizzativo crea una singolare capsula a due strati: per onorare il Progresso e l’Armonia dell’Umanità, la parte superiore della bizzarra struttura viene aperta nel 2000, mentre quella inferiore dovrà essere aperta nel 6970. All’interno di ogni contenitore ci sono 2098 oggetti raccolti specificatamente per raccontare la cultura del 1970.

 

 

Nel 1976, per festeggiare il bicentenario delle carovane dei pionieri negli Stati Uniti, viene creata una capsula del tempo con 22.000.000 di firme di cittadini statunitensi. Si tratta di un lavoro enorme, frutto del viaggio di 50 carri che dalla costa Ovest fino a Washington raccolgono le firme di chi vuole contribuire all’iniziativa. La sera prima della cerimonia, a cui dovrebbe presenziare il presidente Gerarld Ford, la capsula viene rubata. Non si saprà mai chi sia stato l’artefice del furto.

Nel 1988, nell’Old City Cemetery (Cimitero della Città Vecchia) di Sacramento (USA) viene seppellita una capsula del tempo dalla OCCC (la commissione del cimitero della città vecchia). Una lapide recita, sibillina:

Qui giace la storia

Seppellita il 6 agosto 1988

Destinata ad essere

Dissepolta ed aperta

O.C.C.C.

Il 6 agosto 2088 – Lapide del tempo dell’Old City Cemetery di Sacramento

Nessuno sa cosa ci sia sepolto sotto quella lapide nera: si dovrà aspettare il 2088.

 

 

Nella fredda Norvegia si trova il Svalbard Global Seed Vault, un’enorme struttura progettata per accogliere tutti i geni degli organismi vegetali della Terra. Il vault accoglie oltre 2 miliardi di semi, preservati ad una temperatura costante di -18°C e sorvegliati giorno e notte da guardie armate. I semi possono sopravvivere in queste condizioni per oltre 20.000 anni.

 

La cripta della civiltà

 

La Oglethorpe University di Brookhaven (USA) raccoglie, nell’ambizioso progetto International Time Capsule Society, la sfida di catalogare tutte le capsule del tempo che si trovano in giro per il mondo (e non solo). All’interno di una camera a tenuta stagna sono stoccati un numero impressionante di oggetti, tra i quali libri come la Bibbia o l’Iliade, una copia originale di Via col Vento, registrazioni di Adolf Hitler e Benito Mussolini,  tracce audio estratte da Braccio di Ferro, strumenti scientifici del 1930, birre, radio, macchine da scrivere, pupazzi di Paperino, giornali della Seconda Guerra Mondiale e un bicchiere di Martini con tanto di olive. Non ci sono, come specificato nel messaggio della placca che si trova sulla porta d’ingresso della struttura, né gioielli né materiali preziosi. Il vault viene chiuso il 25 maggio 1940, e verrà riaperto nell’8113.

 

 

Come si costruisce una capsula del tempo?

 

Se state pensando di crearne una capsula del tempo, questi sono i consigli della ITCS.

  1. Scegliete una data in cui dovrà essere riaperta. Una capsula di 50 anni o meno può essere ricordata nella nostra stessa generazione. Maggiore la durata, maggiore il rischio che si affronta. Capsule di un centinaio d’anni sono molto popolari.
  2. Scegliete un supervisore. Farsi aiutare nella creazione della capsula aiuta ad alleggerire il lavoro, ma deve essere sempre e solo una persona a gestire tutto il processo.
  3. Scegliete il contenitore. Una cassetta di sicurezza è una buon punto di partenza. Finché l’interno è fresco, asciutto e buio quello che c’è dentro può preservarsi meglio (una delle capsule più antiche è quella dell’Esposizione del Centenario del 1876). Per progetti più ambiziosi – cento anni o più – esistono ditte specializzate.
  4. Trovate un luogo sicuro all’interno di una struttura. Non è consigliato seppellire le capsule – a migliaia si sono perse in questo modo. La cosa più importante è segnare il luogo con una placca che descriva la missione della capsula del tempo.
  5. Assicurate gli oggetti per lo stoccaggio a lungo termine. Molti degli oggetti che inserirete nella capsula potrebbero avere grande importanza in futuro. Scegliete tra diversi oggetti, dai più insignificanti a quelli più importanti. Molti di questi solitamente vengono donati. Il supervisore dovrebbe redigere un inventario di tutti gli oggetti presenti nella capsula.
  6. Organizzate una cerimonia in cui dare ufficialmente un nome alla capsula. Invitate la stampa e fotografate ampiamente tutto il progetto, compreso quello che c’è dentro il contenitore.
  7. Non dimenticatevi della vostra capsula del tempo! Restereste sbalorditi da quanto spesso accada, anche a distanza di poco tempo. Rinverdite la memoria con cerimonie d’anniversario e riunioni. Potreste anche aprire al pubblico la cerimonia di apertura prevista. Siate creativi.
  8. Informate la ITCS quando avete completato il vostro progetto. La ITCS aggiungerà la capsula del tempo al suo database nello sforzo di registrare tutte le capsule del tempo note.

Esistono anche capsule del tempo progettate per essere lanciate nello spazio, e sopravvivere milioni di anni nel freddo siderale. Ne parliamo nel prossimo artico: La capsula del tempo – Il nostro messaggio in viaggio nello spazio.

E voi, avete mai creato una capsula del tempo? Dove la seppellirete e quando la farete aprire? Cosa ci metterete dentro? Scrivetecelo nei commenti!


Creerai una capsula del tempo?

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Il fantasma dell’autostrada di Santa Fe

I fantasmi, lo sappiamo tutti, adorano infestare le case. O ancor meglio, qualche castello decadente della brughiera inglese. La storia di oggi, invece, prende spunto da un fatto di cronaca di qualche giorno fa, e si svolge nell’assolata Argentina, nei pressi di Peaje.

 

 

I casellanti del tratto autostradale tra Santa Fe e Rosario (Argentina) si sono rivolti al proprio sindacato per evitare di essere assegnati al turno di notte. Il motivo di tanta reticenza è un fantasma che quasi ogni notte attraversa l’autostrada, seminando il panico tra gli automobilisti.

Abbiamo ricevuto numerose richieste di dipendenti che si rifiutano di essere assegnati al turno di notte, sono terrorizzati da quello che potrebbero vedere o sentire. – Gabriel Berardo, vice segretario del sindacato SUTRACOVI di Santa Fe

Al chilometro 17 dell’autostrada Rosario- Santa Fe, sul ponte che si affaccia sul vicino cimitero di San Lorenzo, in molti sono pronti a giurare di aver scorto una donna che vaga lungo il marciapiede. L’apparizione si palesa di notte, e spesso il fantasma attraversa il tratto da un capo all’altro, accompagnato da strani rumori, come di catene trascinate, e le porte delle cabine dei caselli si chiudono da sole.

 

 

A sostegno di queste apparizioni ci sono molte testimonianze, ma anche altrettante contro.

Stavo arrivando da Rosario e mentre imboccavo l’accesso di San Lorenzo ho visto una persona che agitava le braccia e saltellava, come se stesse chiedendo aiuto. Era in piedi sul marciapiede ed indicava un punto che emanava una luce fortissima. Pensavo fosse qualcosa che aveva preso fuoco. Ho rallentato e mi sono fermato pochi metri dopo, per capire cosa fosse successo e dare una mano. Appena sono sceso dall’auto, tutto era svanito nel nulla, sia la luce che quella persona. – Testimonianza raccolta dal sito web Infobae

Una volta ero in macchina, era mattina presto e faceva particolarmente freddo. Ero al chilometro 11 o giù di lì, all’altezza del ponte Fray Luis Beltrán, quando all’improvviso ho visto nello specchietto retrovisore una persona che mi rincorreva. Era impossibile, stavo andando a più di 100 all’ora. Una luce mi abbagliò e mi superò, perdendosi nella notte. – Testimonianza raccolta dal sito web Rosario 3

Sebbene su molti siti, argentini e non, il fantasma viene dato come un fatto certo, è lo stesso Gabriel Berardo che, nonostante ammetta le numerose segnalazioni da parte degli automobilisti, smentisce qualsiasi denuncia ufficiale da parte dei lavoratori. Fa inoltre notare che anche nelle dichiarazioni su internet, praticamente alla fonte, c’è qualcosa che non torna.

La presunta foto pubblicata non corrisponde [a quanto scritto sul web] perché è stata scattata al chilometro 13, e non al 16. – Gabriel Berardo, vice segretario del sindacato SUTRACOVI di Santa Fe al sito web La Capital

Sta a voi decidere a chi e cosa credere anche se, secondo noi, si tratta di una bufala bella e buona.

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Sensabaugh Tunnel

Nel mondo esistono molti luoghi che spaventano gli incauti viaggiatori, e tra questi merita certamente una menzione il tunnel di Sensabaugh. Omicidi, riti satanici ed apparizioni spettrali sono solo alcuni degli eventi descritti da centinaia di internauti che hanno osato avvicinarvisi. Sensabaugh Tunnel è un luogo fuori dal mondo, in cui le automobili si spengono di colpo, e risuona agghiacciante l’urlo di una donna intrappolata nel buio per l’eternità.

 

 

A ridosso della Big Elm Road di Kingsport, USA, Sensabaugh Tunnel si staglia poco distante da una grande costruzione chiamata Rotherwood Mansion. Costruito intorno al 1920, ad oggi è solo lo spettro della solida costruzione che fu: le mura interne sono imbrattate da una moltitudine di graffiti, ed il cemento è crepato in molti punti. Il tunnel non appartiene ad un’arteria cittadina importante, così solo gli abitanti del luogo lo attraversano. Anche perché, diversi anni fa, nel suo freddo abbraccio ha avuto luogo un omicidio.

Girano molte storie sulla vera natura del delitto. Ed in ognuna c’è un bambino. La più famosa è quella che segue.

Un senzatetto, sfiancato dalla fame e dalla fatica, chiede asilo bussando alla porta della famiglia Sensabaugh, che abita nella zona del tunnel. I Sensabaugh sono persone dal cuore gentile, ed accolgono in casa il poveretto, offrendogli cibo ed un letto caldo dove passare la notte. L’uomo, però, non si accontenta, e nottetempo cerca di rubare dei preziosi gioielli che appartengono alla proprietaria. Il signor Edward Sensabaugh, svegliatosi di soprassalto, afferra la sua pistola e la punta contro il malvivente, che lesto afferra dalla culla il bambino appena nato della coppia. Col cuore in gola, Edward non può far altro che lasciar scappar via il ladro, che usa il figlio come scudo umano. Il senzatetto, al sicuro nel tunnel, abbandona il bambino nel torrente che scorre lungo la struttura, condannandolo a morte certa, e si dilegua nella nebbia.

Altre versioni della storia narrano che i Sensabaugh vivono beati vicino al tunnel, finché un giorno Edward, in un raptus di follia, stermina la famiglia e ne getta i corpi nel torrente. Un’ultima versione racconta di una ragazza incinta rapita ed uccisa nel tunnel.

Si dice che il bambino morto infesti il tunnel, e che spaventi ancora oggi le coppiette che cercano un posto sicuro in cui appartarsi. In molti giurano di aver intravisto il signor Sensabaugh avvicinarsi con passi pesanti nello specchietto retrovisore delle proprie auto. Nessuno si è fermato ad aspettarlo.

Negli anni si sono avvicendati molti avventurieri pronti a sfidare i fantasmi del Sensabaugh Tunnel. Tra questi, gli esperti della Southern States Paranormal Research Society hanno concluso che l’attività paranormale è pressoché nulla. In aggiunta a ciò, hanno avanzato una curiosa ipotesi riguardo i suoni agghiaccianti provenienti dalla struttura: negli anni ’40 Edward Sensabaugh è il legittimo proprietario del tunnel, che viene puntualmente imbrattato dagli adolescenti del circondario. Ora, stando a quanto spiega la SSPRS, Edward è un ottimo imitatore di animali, e si nasconde alla fine del tunnel intonando litanie ferali per far fuggire i fastidiosi ospiti dalla sua proprietà. Negli anni le storie di animali spaventosi si sarebbero succedute, portando la gente a credere più al fantasma di un bambino morto che ad un semplice padrone di casa in vena di scherzi.

A sostegno della falsità del mito del Sensabaugh Tunnel ci sono anche numerose testimonianze di persone che abitano nei suoi pressi, e che vi transitano praticamente ogni giorno.

Vivo a Kingsport, Tennessee, a cinque minuti dal Tunnel. Non è mai successo niente. Io ed i miei amici ci siamo passati forse un migliaio di volte e non è mai accaduto niente di insolito. Mi sarebbe piaciuto, ma sfortunatamente non è successo. – orthotricycle

Ma se è tutto falso, come spiegare la moltitudine di autisti terrorizzati che scappano via dal tunnel in preda al panico? Autosuggestione, probabilmente.

Probabilmente.

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Poveglia – L’isola dei morti

Quando si parla di fantasmi o di luoghi maledetti si pensa sempre a qualche castello nascosto tra la nebbia inglese o a qualche manicomio circondato dagli alberi della Foresta Nera. In realtà, di luoghi spaventosi ce ne sono a migliaia anche in Italia, ed il più interessante di tutti è probabilmente l’isola di Poveglia, nella laguna veneziana. Quelle che seguono sono solo alcune delle storie che si narrano su questo agghiacciante isolotto.

 

 

Nel secolo 800 l’isola è già abitata da oltre 200 famiglie, legate ai servi del doge Orso I Partecipazio, che ha preso il posto del suo predecessore, Pietro Tardonico, vittima di un omicidio. L’isola cresce prospera nei secoli.

Nel ‘300 Poveglia è una delle perle della Repubblica Veneziana, culla di vita e splendore. Nel 1378 scoppia la Guerra di Chioggia tra le due potenze marinare Genova e Venezia, e la capitale della laguna, per assicurarsi una posizione strategica nel conflitto, nel 1379 evacua Poveglia e vi installa una postazione militare avanzata, il cui imponente ottagono si staglia fiero ancora oggi nel panorama lagunare. La guerra termina nel 1381, ed il campo militare viene smantellato. Fino alla metà del ‘700 l’isola resta disabitata. Poi scoppia la peste.

Poveglia diviene un lazzaretto, in cui persone infette – ma non solo – trovano una morte atroce abbandonate a loro stesse. Il governo di Venezia non ammette errori, e chiunque sembri anche solo manifestare i sintomi del morbo viene condotto qui a morire d’inedia. Quelli che arrivano già morti vengono bruciati e seppelliti dove capita. Ad oggi si contano oltre 150.000 cadaveri, spesso rinvenuti casualmente sotto serafici vigneti.

 

 

Nel 1922 viene costruita una struttura pubblica che, secondo le fonti ufficiali, accoglie gli anziani. In realtà si tratta a tutti gli effetti di un manicomio che, attivo fino al 1946, ospita centinaia di persone malate di mente, trattandole alla stregua di cavie da laboratorio. Sulle pareti marcite si può ancora leggere inciso reparto psichiatria. Molti degli ospiti giurano di scorgere figure velate percorrere i corridoi della struttura, e di udire urla agghiaccianti provenire dalle stanze interne. Ovviamente, essendo considerate pazze, non vengono minimamente prese in considerazione, anzi i loro appelli forniscono al sadico direttore del centro il pretesto per usarle nei suoi esperimenti pseudoscientifici, che vanno dalla lobotomia alla tortura sadica. La sua folle condotta termina con la sua testa spappolata sul piazzale antistante la torre campanaria dell’edificio, da cui si dice sia stato spinto giù dalle anime degli uomini e delle donne che ha torturato negli anni. Negli archivi della struttura questa viene sempre indicata come casa di riposo per anziani, come se la sua vera natura di manicomio debba essere mantenuta segreta. Forse Venezia ha approvato la sperimentazione della tecnica della lobotomia, che solo da pochi anni (1890) è stata praticata con successo.

 

 

In tempi più recenti, una coppia acquista uno degli edifici dell’isola, certa di aver fatto un ottimo affare. Che conosca o meno la sinistra reputazione dell’isola non ci è dato saperlo; ad ogni modo i due fuggiranno via poche settimane dopo, quando la loro figlioletta viene sfregiata da un oggetto pronto a colpirla in volto. La bambina è sopravvissuta, con una cicatrice da 16 punti sul viso.

 

 

Ad oggi l’isola di Poveglia non è ufficialmente visitabile – anche se allungando una lauta ricompensa a qualche traghettatore privato potreste attraccare sull’isolotto – ed è completamente abbandonata a sé stessa. Da qualche anno si cerca di venderla a privati, ma non è facile liberarsi di un’isola maledetta. Ed ancor meno delle anime tormentate che vi ci abitano.

 

 

 

Negli ultimi anni è nata l’associazione PovegliaPerTutti, che si batte per acquistare l’isola attraverso contributi volontari. L’intento, senz’altro encomiabile, è di restituire l’isola al pubblico, evitando che finisca nelle mani di qualche affarista senza scrupoli. Tutti i dettagli delle loro iniziative le trovate sul sito.

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La Chiesa di San Giorgio di Luková – I fantasmi del passato

Luková è una città della Repubblica Ceca, nella regione di Pilsen. L’edificio più celebre è la chiesa di San Giorgio, edificata nel 1352, che nei secoli ha costruito intorno a sé l’infamia di chiesa maledetta.

Nel 1796 un enorme incendio distrugge la maggior parte della struttura, lasciando in piedi solo parte del presbitero e della sacrestia a sorreggere le ossa morenti della chiesa. Quattro anni dopo, e per i successivi 58, si avvicendano enormi lavori di restauro, che la trasformano completamente in un nuovo inquietante stile gotico. Esattamente un secolo dopo, nel 1958, viene dichiarata monumento culturale nazionale, finché nella ridente cittadina di Luková qualcosa accade.

 

 

Durante un servizio funebre, nel 1968, il tetto della chiesa crolla completamente; per fortuna a quello non seguirono altri funerali. Interpretato come segno di cattivo auspicio, la gente di Luková abbandona la chiesa a sé stessa, lasciandola in balia dei rampicanti e delle intemperie. Qualche decennio dopo, l’artista locale Jakub Hadrava vede quella struttura oramai in rovina ed ha un’idea tanto folle quanto inquietante: nel 2012 crea numerose statue di gesso, grottescamente illuminate, e le colloca come fedeli silenti tra i banchi della chiesa.

 

 

Spero di mostrare al mondo che questo posto ha avuto un passato importante da recuperare, ma soprattutto che il destino ha una grande influenza sulla nostra vita. – Jakub Hadrava

Le statue, a detta dell’autore, rappresentano i fantasmi dei tedeschi di Luková che venivano durante la Seconda Guerra Mondiale a pregare nella chiesa, affinché il conflitto terminasse. Le opere d’arte attraggono ogni anno numerosi turisti, e l’intera struttura è da poco di nuovo in ristrutturazione, grazie sopratutto ai suoi muti, inquietanti, fedeli.

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