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Il mostro marino di Terranova

Fare il marinaio non è affatto una cosa facile. Il mare non perdona neppure la più piccola disattenzione: marinaio non si può diventare, bisogna nascerci. Avere un’affinità con le onde sin da piccoli, comprendere che dinanzi non si ha soltanto un’infinita tavola salata, ma un ecosistema che vive, che respira. E che può uccidere. Mostri silenti nascosti negli abissi più profondi, protagonisti di storie fantastiche raccontate nelle taverne dei porti. Quella di oggi narra l’incontro con una creatura ritenuta per secoli la più pericolosa degli oceani, il terrore dei sette mari: il calamaro gigante di Terranova.

Per generazioni orde di mostri marini hanno abitato la fantasia e la cultura dei marinai, ma a parte i frequenti avvistamenti, nessuno è mai stato in grado di portare a riva una singola prova di quanto visto in mare aperto. L’argomento è sempre stato denigrato dagli scienziati e dai biologi, che reputavano queste storie, per l’appunto, come storie frutto di qualche birra o qualche grog di troppo. Finché, nel 1837, al largo del Canada, si poté affermare con certezza che almeno uno di questi mostri esisteva realmente, ed era pericoloso. Maledettamente pericoloso.

È i 26 ottobre 1837, ed il timido sole canadese si affaccia etereo nell’aria gelida di St. John, il porto della punta sudest di Terranova. Tra la nebbia, in mezzo al mare, ci sono tre figure su una dory, una barca da pesca di sei metri: sono i due esperti marinai Daniel Squires e Theophilus Piccot ed il figlio dodicenne di Piccot, Tom, desideroso di imparare tutti i trucchi del mestiere del padre. Imbardati tra le pesanti giacche a vento, i tre remano placidamente, in direzione di una cala ricca di aringhe chiamata Conception Bay. Durante il viaggio, però, notano che c’è qualcosa di strano nell’acqua, come se di punto in bianco si fosse formato un’enorme ammasso di alghe. La dory si avvicina lentamente, sino a quasi carezzare quella strana cosa violacea. Se davvero si tratta di alghe, sono certamente le più strane che Daniel e Theophilus abbiano mai visto in vita loro. Spinti dalla curiosità, uno dei due colpisce la superficie liscia e viscida con il gancio di bordo.

E questa esplode.

 

 

Otto enormi tentacoli con un’infinità di grottesche ventose sferza l’aria attorno la barca, nel lugubre tentativo di spezzarla in due. Due braccia serpiformi, lunghe almeno due volte i tentacoli, fanno ribollire l’acqua in una danza macabra, mentre fauci nere già si aprono ad accogliere l’umano pasto.

La dory scivola velocemente verso il fondo. Mentre i due uomini tentano di svuotare la barca dall’acqua con ogni mezzo possibile, il piccolo Tom afferra saldamente un’accetta, e con sangue freddo dilania di netto il braccio ed il tentacolo che avviluppano il natante, spingendo il mostro alla fuga. Tra i flutti scuri i tre distinguono un enorme occhio, che li fissa con gelido odio, prima che questi scompaia per sempre negli abissi.

Daniel, Theophilus e Tom tornano in tutta fretta a riva, con gli arti amputati del mosto ancora incollati alla scialuppa. La parte recisa del tentacolo misura oltre 2,70 metri. L’enorme braccio, purtroppo, non potrà essere valutato: i cani affamati lo divoreranno.

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Il mistero del faro delle Isole Flannan – Eilan More

Una luce strappa la notte ogni trenta secondi, poi di nuovo il nulla. La storia di oggi narra di uno dei più misteriosi racconti del mare, al pari di quello della Mary Celeste, che ha come sfondo un’isola abbandonata a sé stessa e della scomparsa dei tre uomini che hanno il compito di gestirne il faro: questa è la storia del mistero del faro delle Isole Flannan.

I fari ai giorni nostri, ma sopratutto in quelli addietro, sono sempre stati ammantati da un alone di affascinante solitudine. Non dobbiamo pensare a quelli di oggi, completamente automatizzati, che sono sì belli da vedere ma si riducono, non molto poeticamente, a poco più che cemento e circuiti. Per entrare appieno nella nostra storia dobbiamo invece volgere la fantasia a quelli di una volta, che rappresentavano l’unica luce nel buio dei marinai per sfuggire alle gelide mani della morte liquida che scorreva sotto di loro. Lo sa bene Dylan Dog, nell’albo 251 Il guardiano del faro, e ne comprende appieno l’essenza Booker DeWitt in Bioshock Infinite, il faro è molto di più di quello che sembra: è qualcosa di vivo, di cui aver rispetto e, sopratutto, timore.

 

Dylan Dog 251 - Il guardiano del faro

 

Le Isole Flannan, conosciute anche come Seven Hunters (I Sette Cacciatori) o Na h-Eileanan Flannach in gaelico, sono un gruppo di sette isolotti al largo della costa scozzese, nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico. La loro storia inizia nel 1600, quando il Vescovo Flann decide dopo anni di predicazione di ritirarvisi in solitudine, con solo i gabbiani e le onde del mare a fargli compagnia, e si conclude una decina d’anni più tardi, quando l’uomo muore lasciando come unico segno del suo passaggio una modesta cappella. Negli anni che seguono nuove rotte commerciali navali spingono sempre più commercianti a tentare la sorte dell’oceano burrascoso delle Flannan, e molti marinai purtroppo trovano la morte tra i suoi scogli. Preoccupati del crescente numero di vittime del mare in tempesta, nel 1895 la Northern Lighthouse Board (Sovrintendenza Settentrionale dei Fari) decide di avviare la costruzione di un grande faro, poco distante dalla cappella di Flannan, sull’isolotto principale: Eilean Mor.

 

 

L’edificazione della struttura si rivela più complessa del previsto, e tra le enormi difficoltà dovute in larga parte alle condizioni meteorologiche, alla fine viene completata nel 1899. I faristi, scelti con meticolosa attenzione dalla Northern Lighthouses Board, devono essere di comprovata caratura morale, dai nervi saldi, in grado di adattarsi ad ogni situazione e che, ovviamente, sappiano sopportare a lungo la solitudine. Alla fine la scelta ricade su quattro uomini:

  • James Ducat, il capo guardiano, con un’esperienza ventennale come farista
  • Thomas Marshall, marinaio di lungo corso
  • Donald McArthur, farista occasionale, anche lui marinaio di grande esperienza
  • Joseph Moore, con un passato da guardiano di fari

La Northern Lighthouses Board impone una serie di regole molto ferree, data la natura delicata del lavoro, ma consente ai quattro guardiani di gestirsi con una certa autonomia: sull’isola, in ogni momento, devono necessariamente esserci almeno tre faristi, e gli uomini si accordano per turni di sei settimane a Eilean Mor e due di riposo sulla terraferma. Definiti gli accordi e rifornita la struttura, il 7 dicembre 1899 il faro delle Isole Flannan viene finalmente inaugurato, e la sua calda luce squarcia le tenebre dell’atollo scozzese.

Eravamo ormai soli, la nave era tornata in Scozia. Quella notte accendemmo la grande lampada per la prima volta.

Fu un’emozione indescrivibile! Qualcosa di invisibile sembrava legarci a quanti erano sul mare. Sapevamo bene cosa significhi per un marinaio vedere una luce amica, che indica la rotta sicura.

C’era qualcosa di strano nell’aria. Niente di terribile o spaventoso, per carità, solo uno strano silenzio in mezzo al fragore del mare, una pace che noi non riuscivamo a comprendere. – Joseph Moore racconta la sua prima notte al faro

La nave incaricata di rifornire la struttura è la Hesperus, che ogni 15 giorni circa sbarca all’unico approdo dell’isola portando con sé giornali, viveri, beni di prima necessità ed un turnista pronto a prendere il posto di uno dei faristi. Non sempre il mare è clemente, e così la nave è costretta a rimandare spesso il suo viaggio, ma gli uomini sull’isola sono stati temprati dall’acqua di centinaia di mari, e sopportano facilmente i lunghi giorni tutti uguali. Il tempo passa, e ci ritroviamo al 6 dicembre 1900, quando al faro giunge Ducat, pronto a prendere il posto di Moore. Questi si allontana sulla nave e saluta i suoi colleghi, che diventano un puntino nel blu, per poi scomparire nel nulla.

Non li rivedrà mai più.

 

Cappella Isole Flaggan

 

La scoperta

La SS Archtor è un vascello a vapore inglese, guidato dall’esperto comandante Thomas John Holman, che transita in prossimità delle Isole Flannan il 15 dicembre 1900. La visibilità non è ottimale, ma più che del buio della notte, Holman è preoccupato per qualcosa che non c’é. La luce del faro. La sentinella dell’Archtor resta immobile a fissare il nulla, in attesa di due piccoli bagliori, ma attende invano; il faro è spento. Holman, giunto sulla terraferma due giorni dopo, comunica alla guardia costiera che la struttura di Ellian Mor non è in funzione, ma purtroppo per lui le autorità hanno altro a cui pensare: l’Archtor si è appena arenata sulla Carphie Rock, vicino Anstruther, Scozia, ed Holman deve rispondere dell’incidente davanti al giudice – per la cronaca, il capitano verrà ritenuto responsabile dell’accaduto per incuria, ma data la sua condotta precedente verrà soltanto ammonito verbalmente. La Northern Lighthouses Board non viene a conoscenza della segnalazione – o non vuole intervenire –  e la sorte del faro viene accantonata fino al prossimo viaggio della Hesperus, programmato per il 21 dicembre. Un vento forte ed una burrasca impietosa costringono la nave a rimandare di molto il viaggio d’approvvigionamento, che avviene finalmente solo il 26 dicembre, il giorno di Santo Stefano.

La Hesperus si avvicina al porticciolo, e sin da subito uno strano, brutto presentimento affiora lungo la schiena di Moore: solitamente i faristi sono molto impazienti di rivedere un loro compagno tornare, e facce nuove con cui scambiare almeno quattro chiacchiere prima di tornare alla monotonia del faro, ma quel giorno sulla banchina non c’è nessuno. Solo il vento che sibila tra gli scogli.

 

Eilian Mor - Attracchi

 

Il capitano Jim Harvie allora suona la sirena della nave, sperando in una risposta; forse i faristi non si sono accorti del vascello, e sono occupati nella manutenzione della struttura. Gli uomini dell’equipaggio restano con le orecchie aperte, corde di violino tese fino alla rottura, ma dall’isola non c’è risposta. Senza nessuno a raccogliere la cima dall’isola, l’attracco diviene particolarmente difficoltoso, ma in qualche modo alla fine la Hesperus riesce a gettare l’ancora.

Moore corre incontro al faro, che lo fissa silente come l’imponente simulacro di un dio oramai morto, e grida a squarciagola il nome dei suoi compagni.

Silenzio.

Apre in fretta il portone, scappa da una stanza all’altra, ma dei suoi amici non c’è traccia. Tutto è così familiare, al suo posto, immobile, e questo non fa altro che accrescere l’orrore. Solo una sedia è capovolta, come se chi ci fosse seduto sopra si fosse alzato all’improvviso e sia corso via. Negli armadietti mancano due impermeabili, mentre il terzo è ancora al suo posto (in base al protocollo i faristi devono sempre indossare gli impermeabili quando escono dalla struttura). Moore non sa cosa fare, si affaccia dalla balaustra della lampada per scrutare l’isola, ma non c’è anima viva. Raccoglie così il diario, che i quattro avevano deciso di compilare per registrare il loro lavoro e ritagliarsi un piccolo angolo di normalità in quell’ambiente così alieno, asettico, e non riesce a capacitarsi di quanto legge.

12 dicembre

Vento di tempesta da Nord-NordOvest. Mare in tempesta. Non ho mai visto nulla di simile. Onde altissime lambiscono il faro. Tutto in ordine. James Ducat è nervoso.

Ore 21:00. La tempesta infuria ancora, vento incessante. Siamo bloccati qui dentro. Nave di passaggio suona la sirena. Si potevano scorgere le luci delle cabine. Ducat tranquillo, McArthur piange.

13 dicembre

La tempesta è continuata per tutta la notte. Vento da Ovest a Nord. Ducat è tranquillo. McArthur sta pregando.

Ore 12:00. Mezzogiorno, una giornata grigia. Io, Ducat e McArthur abbiamo pregato.

15 dicembre

Il temporale è cessato. Il mare è calmo. Dio veglia su tutto.

Moore e McCormack, l’altro uomo sbarcato con lui sull’isola a cercare i faristi, tornano alla nave dal capitano Harvie ed affranti non possono che constatare che i tre guardiani sono scomparsi nel nulla. Harvie ordina che Moore prenda due membri dell’equipaggio con sé per attivare il faro, mentre lui tornerà sulla terraferma ad informare le autorità.

Un terribile incidente è avvenuto alle Flannan. I tre guardiani del faro, Ducat, Marshall ed il farista occasionale sono scomparsi dall’isola. Al nostro arrivo questa mattina non è stato trovato alcun segno di vita sull’atollo. Abbiamo sparato un razzetto ma, non essendoci alcuna risposta, ho inviato Moore, che è giunto alla struttura senza trovarvi i faristi. Gli orologi fermi ed altri indizi suggeriscono che l’incidente sia accaduto circa una settimana fa. Quei pover’uomini devono essersi schiantati sulla scogliera o sono affogati tentando di assicurare una gru o qualcosa del genere. La notte stava scendendo, e non potevamo permetterci di attendere oltre il destino dei tre guardiani. Ho lasciato Moore, MacDonald, Buoymaster ed altri due marinai sull’isola per provvedere al faro finché non organizzerete nuovi approvvigionamenti. Non tornerò ad Oban fino a vostro ordine. Ho lasciato questa disposizione a Muirhead nell’eventualità non siate in casa. Rimarrò nell’ufficio del telegrafo stanotte, fino all’ora di chiusura, se vorrete contattarmi.

Il capitano della Hesperus. – Telegramma del capitano Harvie alla Northern Lighthouse Board, 26 dicembre 1900

Mentre Harvie contatta la Northern Lighthouses Board in Scozia, Moore e gli altri quattro uomini con lui tentano di ricostruire l’accaduto. Il diario dimostra che fino all’ora di pranzo del 15 dicembre tutto era più o meno tornato alla normalità dopo la violenta tempesta dei giorni precedenti, pertanto qualsiasi cosa sia accaduta deve essere avvenuta probabilmente quel pomeriggio stesso.

 

Eilean Mor

 

L’inchiesta

Il 29 dicembre sbarca sull’isola il sovrintendente Robert Muirhead, che si occupa ufficialmente del caso. La zona Est dell’isola è intatta, mentre quella Ovest mostra i segni violenti del passaggio di una terribile tempesta. Una cassa è andata completamente distrutta, ed il suo contenuto è sparso in giro; alcuni tratti delle rotaie che portano al faro sono stati scardinati dal cemento, ed un masso di oltre una tonnellata vi si è schiantato in mezzo mentre un argano ha una cima strappata che penzola aggrovigliata 10 metri più sotto. È impossibile che i faristi non si siano accorti di tutti questi danni, e dato che il diario si ferma al mattino del 15 dicembre, è probabile che siano stati provocati intorno all’ora di pranzo dello stesso giorno.

Muirhead, dopo aver interrogato Moore ed ispezionato da cima a fondo l’isola, arriva a compilare il rapporto, che almeno legalmente mette la parola fine alla storia.

Dalle prove da me raccolte sono soddisfatto nel dichiarare che i tre uomini erano al lavoro nell’immediato dopo pranzo di sabato 15 dicembre, quando sono scesi per assicurare una cassa sostenuta da cime per l’ormeggio, cime da sbarco, eccetera, fissata ad una fenditura della roccia a 34 metri sul livello del mare, e che un’onda immensa ha colpito lo scoglio, li ha inghiottiti e con una forza devastante li ha spazzati via. – Conclusioni di Muirhead sul caso delle Isole Flannan

Nonostante la spiegazione di Muirhead, le famiglie dei faristi non accettano la morte dei propri cari: Ducat lascia una moglie e quattro bambini, e McArthur una moglie e due bambini, che non hanno nessuna intenzione di crederli affogati nel bel mezzo dell’oceano, a centinaia di chilometri da casa.

 

Eilean Mor

 

Teorie alternative

Le teorie sulla sorte dei tre guardiani del faro sono molteplici, ma nessuna è realmente riuscita a spiegarne la fine; inoltre vi sono diverse storie che alimentano dettagli completamente errati, come ad esempio la famosa ballata del 1912 Flannan Isle.

Così, come ci siamo lanciati alla porta,

abbiamo visto solo una tavola imbandita

per la cena, con carne, formaggio e pane;

ma tutto è integro; e nessuno c’è,

come se, appena sedutisi a mangiare,

o anche ad assaggiare,

l’allarme era scattato, ed in fretta si sono alzati

ed hanno lasciato il pane e la carne,

ed a capotavola una sedia

rovesciata sul pavimento. – Estratto dalla ballata Flannan Isle di Wilfrid Wilson Gibson

Moore, infatti, è esplicito su questo punto.

Gli utensili da cucina erano tutti in ordine e lucidati, segno che quando sono spariti doveva essere già passata l’ora di pranzo. – Joseph Moore

Le teorie, come dicevamo, sono molte, ma le più plausibili sono le seguenti.

Una, avanzata nel 1955, fa notare come Eilean Mor sia sede di un’intensa attività geologica. Nello specifico, un’immensa grotta sotterranea raccoglie l’acqua dell’alta marea ma, durante le forti tempeste, esplode in un’enorme fiotto liquido verso la superficie. Vedendo dal faro in lontananza alcune onde pronte ad abbattersi sull’isola, McArthur sarebbe corso via – ecco il perché della sedia ribaltata e del terzo impermeabile ancora al suo posto –  ad avvertire i colleghi che si trovavano all’esterno. La mareggiata avrebbe colto tutti all’improvviso, scaraventandoli via. Questa teoria però non spiega perché, una volta giunto sull’isola, Moore abbia trovato le porte ed il cancello chiusi, poiché se McArthur aveva davvero così urgenza di scappare fuori dal faro senza l’impermeabile di protezione, è illogico pensare che abbia avuto l’accortezza di chiudersi le porte alle spalle.

Alcuni credono che uno dei tre uomini abbia ucciso gli altri in un impeto di follia, e ne abbia gettato i corpi in mare. Distrutto dal rimorso, si sarebbe poi lasciato cadere tra i flutti. Questa teoria è interessante, e spiega molti punti oscuri, ma i tre guardiani del faro erano uomini di alta moralità e nervi d’acciaio, e nessuno di loro aveva lamentato crisi psichiche prima.

Qualcuno specula che i tre siano stati rapiti dagli alieni ma, come altre storie che abbiamo raccontato qui sulla Bottega del Mistero, questa ipotesi lascia un po’ il tempo che trova.

Altra teoria è quella che ha come protagonista un fantomatico mostro degli abissi, plausibilmente un enorme serpente di mare, giunto sull’isola per banchettare con i poveri faristi. Anche qui, se volete crederci siete liberi di farlo.

L’ultima teoria è quella più affascinante, e narra di uno spirito locale, il Fantasma dei Sette Cacciatori, che recluta le proprie vittime tra le isole del Nord della Scozia. Il 15 dicembre avrebbe fatto visita a Eilan Mor per rapire i tre uomini tra le sue fila.

Il mistero, dopo oltre cento anni, resta immutato.


Che fine hanno fatti i tre guardiani del faro delle Isole Flannan?

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Busby stoop chair – La sedia di Thomas Busby

C’è in un angolo di una taverna una semplice seggiola di quercia, in stile classico, attorniata da persone che bevono e si divertono. Ci sono molti avventori che restano in piedi, ma nessuno di loro vuole sedersi su quella sedia. Il perché è semplice, in paese lo sanno tutti, quella sedia è maledetta, e chiunque vi si sieda sopra è destinato a morire nel giro di poche ore: questa è la storia della sedia di Thomas Busby.

Siamo nel North Yorkshire, Regno Unito, nel 1702. In un pub sulla Carlton Road di Thirsk c’è un uomo che beve lentamente una pinta di birra nella penombra. Il suo nome è Thomas Busby, ed è conosciuto nel giro della malavita locale come falsario ed inguaribile ubriacone. E, da qualche ora, anche come assassino.

Poco tempo prima, infatti, Busby torna a casa e, senza un’apparente ragione, uccide senza pietà il patrigno, Daniel Auty. Gli fracassa il cranio con un martello, ed il delitto è così chiaro che la polizia ci mette poco ad arrestarlo, ed ancor meno a processarlo. La condanna è l’impiccagione, finché la morte non sopraggiungerà. Busby è certamente un assassino, che ha provato il gusto di uccidere un innocente, ma più di ogni altra cosa gli piace bere: quando gli viene chiesto l’ultimo desiderio del condannato a morte, risponde serafico che prima di passare a miglior vita gli piacerebbe farsi una birra nel suo pub preferito, ed andarsene così col gusto amarognolo della bevanda in bocca. Il giudice resta un po’ basito, ma in fondo ognuno ha le sue priorità nella vita, e così decide di appoggiare la richiesta di Busby, che ritroviamo così seduto sulla sua sedia preferita a scolarsi un’ultima pinta.

Il bicchiere vuoto, Busby è controllato a vista dalle guardie, che si aspettano che quell’uomo mezzo ubriaco da un momento all’altro tenti la fuga. Invece Busby si alza dalla sua sedia preferita, si guarda attorno, e lancia una maledizione.

Possa la morte improvvisa venire a coloro che osano sedersi sulla mia sedia. – Thomas Busby

L’assassino viene finalmente impiccato e lasciato dondolare sulla forca diversi giorni, a monito delle sue deprecabili gesta, proprio davanti la locanda, che viene ribattezzata Busby Stoop Inn, per l’abitudine degli ospiti più curiosi e coraggiosi di affacciarsi dalle finestre per “ammirare” il panorama della timida brughiera inglese sullo sfondo ed il cadavere di Busby pochi metri più sotto.

 

 

Dal giorno dell’esecuzione, la voce che la sedia è maledetta gira per tutta la cittadina e nessuno, ha torto o a ragione, ha più il coraggio di sedercisi sopra, fino alla seconda guerra mondiale. Molti avventori del pub notano, con il passare dei giorni, che il numero degli aviatori della Royal Air Force, l’aviazione inglese, morti nelle vicinanze di Thirsk è insolitamente alto. Confrontando le proprie esperienze, si rendono conto che molti dei morti della RAF poco prima di mettersi ai comandi dei loro velivoli si sono seduti sulla sedia maledetta. Nel 1967, due di loro si avvicendano sulla sedia ritenendola solo una sciocca superstizione popolare: verranno estratti privi di vita poche ore dopo, quando il loro camion si schianta contro un albero. Alla locanda arriva anche un muratore, che nel 1970 decide di sfidare la maledizione: anche lui in poche ore viene ritrovato sfracellato a terra, caduto da un’impalcatura su cui stava lavorando. La scia di sangue continua per anni, finché il proprietario del locale ne ha abbastanza e scaraventa la sedia in cantina. Anche qui, purtroppo, un fattorino che si era seduto solo pochi minuti dopo aver fatto una consegna muore lo stesso pomeriggio in un incidente stradale. Nel 1978, esasperato, il proprietario decide di donare la chiesa al Thirsk Museum, dove si trova ancora oggi.

A mezz’aria, inchiodata al muro.

 

La sedia di Busby

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Un cadavere su Google Maps

Google Maps ha reso il mondo un po’ più piccolo e, nel bene o nel male, più a misura d’uomo. Dal nostro cellulare possiamo così ammirare luoghi curiosi come l’isola dei gatti o il luogo più remoto del pianeta, oppure di assistere ad un omicidio.

 

Cadavere Google Maps

 

Se si digitano su Google Maps le coordinate 52.376552, 5.198303 ci si ritrova nei Paesi Bassi, nel Koningin Beatrixpark di Almere, dove su un piccolo pontile in legno c’è una lunga scia color rubino: quello a cui stiamo assistendo attoniti è senza ombra di dubbio il tentativo di un assassino di sbarazzarsi di un corpo, gettandolo nel fiume del parco.

Ma chi è quest’uomo? Un assassino seriale, che al pari di Dexter dell’omonima serie televisiva affida alle acque i cadaveri di altri serial killer, oppure un marito geloso che trasporta le spoglie della moglie? E noi che fissiamo impietriti la scena, siamo in qualche modo complici o testimoni dell’orrendo delitto?

Certo, siamo in pieno giorno, in un parco pubblico, a pochi metri da una strada trafficata, ma non tutti gli assassini (per fortuna) sono dei geni del male. Potrebbe essere il frutto di un attimo di follia finito tragicamente.

E poi tutto quel sangue, così reale, così tangibile.

 

 

La verità, per fortuna, è un’altra: è solo un cane che si sta asciugando al pallido sole olandese.

Come rivela la rivista Sun, quello nella foto è semplicemente un Golden Retriever, Rama, che dopo una bella nuotata è tornato scodinzolando dalla sua padrona, Jacquelina Koenen.

Appena ho visto l’immagine ho subito capito che si trattava del mio cane. Lui adora l’acqua. È saltato giù dal molo, ha nuotato attorno al ponte e poi è tornato a correre sulla riva. È divertente immaginare che tutti abbiano pensato si trattasse di un omicidio, ma è grandioso che ora sia diventato famoso. – Jacquelina Koenen itnervistata dal Sun

La polizia locale ha confermato la versione.

Google Maps non è nuova ad episodi inquietanti, come quando le sue fotocamere immortalano un mostro in Francia. Lì fuori c’è molto più di quanto possiamo immaginare.

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Bloop – Il mistero degli abissi

La criptozoologia è una disciplina, ad oggi considerata pseudoscienza, che si occupa della ricerca e dello studio di specie animali la cui esistenza non è ancora stata provata scientificamente, ma della quale esistono indizi e prove circostanziali. Se siete convinti che i racconti e gli indizi raccolti sul Bigfoot, il Diavolo del Jersey o la Bestia del Gévaudan siano sufficienti a dimostrarne l’esistenza, forse avete ragion. Per la maggior parte degli studiosi poco più che una scienza da salotto, buona solo per dare adito a chiacchiere e folklore locale, la criptozoologia in realtà ha portato alla scoperta di animali come il calamaro gigante e quello colossale, ritenuti fino a pochi secoli fa solo il frutto della fantasia di marinai ubriaconi. Tra i vari indizi raccolti dalla criptozoologia, ve ne sono molti provenienti dalle profondità degli abissi, come nel caso del suono Bloop.

 

 

Bloop è il nome dato ad un suono di frequenza ultrabassa registrato dal NOAA (l’agenzia federale statunitense che si interessa della meteorologia) nell’estate del 1997 al largo del Sudamerica. Bloop viene captato numerose volte dall’idrofono autonomo dell’Oceano Pacifico Equatoriale, parte del progetto SOSUS, un sistema complesso di sensori creato per scovare i sottomarini sovietici durante la guerra fredda.

 

Salì rapidamente in frequenza nell’arco di circa un minuto e fu sufficientemente forte da poter essere captato da molteplici sensori, fino ad un raggio di 5.000 km. – Descrizione di Bloop del NOAA

 

Il dottore Christofer Fox del NOAA dichiara che non può essere di origine umana, come una bomba o un sottomarino, ma piuttosto il verso di una creatura degli abissi: in base alla frequenza, dovrebbe trattarsi di un animale enormemente più grande della balenottera azzurra, all’incirca un centinaio di metri.

 

 

L’origine di Bloop è ancora oggi al centro di numerose dispute, che teorizzano possa trattarsi, oltre del già citato animale sconosciuto, di un vulcano sottomarino o della semplice frattura dei ghiacci antartici.

Quel che è certo è che se siamo riusciti a librarci nel cielo, a raggiungere la Luna e oltre, quello che si trova negli abissi del nostro pianeta è ancora avvolto dal mistero.

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La donna di Isdal

Quella di oggi è una delle più misteriose e controverse storie tra gli omicidi irrisolti, che ha macchiato di rosso sangue la candida neve della Norvegia: questa è la storia di Isdalskvinnen, la donna di Isdal.

 

 

È il 29 novembre 1970, un freddo pomeriggio in Norvegia, nella valle di Bergen. Sul versante settentrionale del Monte Ulriken un professore universitario e le sue piccole bambine si divertono in una scampagnata lungo i pendii della Valle Isdalen. Alle 13:15 scoprono i resti parzialmente carbonizzati di una donna nuda abbandonata poco distante da un sentiero seminascosto che si perde tra la boscaglia. Accanto a lei, una dozzina di pillole di sonnifero, un pranzo a sacco, una bottiglia di liquore vuota e due bottigliette di plastica che emanano un forte odore di benzina. Poco più in là, le ceneri di un passaporto. Il cadavere presenta segni di lividi sul collo, e le impronte digitali sono state cancellate.

La polizia di Bergen, ovviamente, si muove immediatamente per capire cosa possa essere successo. Riesce a risalire in poco tempo a due valige abbandonate alla stazione ferroviaria, ricollegabili alla donna, ma la speranza di trovare qualche indizio sulla sua identità si infrange subito: a tutti i vestiti mancano le etichette e non vi è alcuna traccia di impronte digitali. All’interno del bagaglio gli inquirenti trovano una ricetta per una lozione, ma sia il nome del medico che la data di emissione sono stati rimossi. In mezzo agli indumenti ci sono 500 Marchi Tedeschi e, unico indizio, un’impronta parziale su degli occhiali rotti, purtroppo insufficiente per un confronto. Gli agenti sviluppano un identikit inviato all’INTERPOL, e si scopre che oltre un centinaio di testimoni in tutto il mondo hanno incrociato la donna, che però nascondeva il volto sotto parrucche sempre diverse. Ad un’analisi più approfondita, nel doppiofondo delle valigie vengono rinvenuti stralci di un diario scritto in codice, che si rivela un’agenda dei luoghi e delle date dei viaggi fatti negli anni. I vestiti vengono fatti ispezionare da un sarto esperto; questi conclude che la donna mostrasse un atteggiamento provocante – in contrasto con il basso profilo che sembra volesse mantenere nei suoi lunghi viaggi – e che probabilmente la maggior parte di questi siano stati acquistati dal mercato italiano.

Si scopre che la donna ha viaggiato per l’Europa usando almeno nove identità diverse, Jenevive Lancia, Claudia Tjelt, Vera Schlosseneck, Claudia Nielsen, Alexia Zarna-Merchez, Vera Jarle, Finella Lorck e Elizabeth Leen Hoywfer, tutte ovviamente false. Durante la perizia dentale, si risale ad un intervento odontoiatrico di un dentista da qualche parte in Sudamerica. Sembra che la donna sapesse parlare diverse lingue, tra cui il francese, il tedesco e l’inglese, ed ha soggiornato anche a Bergen, in diversi hotel, dove si è registrata come una collezionista di oggetti antichi, mostrando la singolare abitudine di cambiare frequentemente stanza: il motivo sembra la richiesta inalienabile di una camera senza un balcone.

L’autopsia rivela che nello stomaco del soggetto ci sono oltre 50 pillole di sonnifero, che portano a redigere, sotto la dicitura “causa della morte”, l’inquietante frase:

Suicidio, trauma da corpo contundente.

Non ci crede nessuno.

Gli investigatori riescono a rintracciare un fotografo italiano che si è intrattenuto con lei a Loen, all’Hotel Alexandra, e che si rivela essere stato accusato tempo addietro di essere collegato ad un caso di stupro. L’uomo dichiara che la donna misteriosa gli ha rivelato di provenire da una piccola cittadina a Nord di Johannesburg, in Sud Africa, e che sarebbe stata sei mesi in Norvegia per apprezzarne appieno le bellezze naturali ed i paesaggi mozzafiato. All’Hotel Marin ha affittato la stanza 407: i testimoni la descrivono come una donna di circa 140 centimetri, sui 35 anni, occhi piccoli e un atteggiamento guardingo; ha passato la maggior parte del tempo chiusa in camera, e l’ultima volta che la vedono sta parlando con un uomo nella hall dell’albergo, prima di scomparire in taxi e far perdere le proprie tracce.

Tornerò presto. –  La donna di Isdal all’uscita dell’Hotel Marin

Il 24 novembre, cinque giorni prima del ritrovamento, un ventiseienne del luogo e la sua comitiva di amici si ritrovano a passeggiare tra i sentieri del Monte Ulriken, quando si imbatte in una donna dai tratti stranieri col volto distorto dalla paura. La signora indossa un elegante vestito, che certamente stona col paesaggio bucolico che la circonda, e sta correndo a perdifiato tra gli alberi. Sembra che stia per dire qualcosa, ma le sue labbra si serrano quando due uomini vestiti di nero le appaiono alle spalle. Non dando peso all’accaduto – e personalmente mi chiedo come ha fatto quantomeno a non insospettirsi di fronte ad una scena simile – il ragazzo lascia perdere e continua la scampagnata con gli amici. Sarà uno dei primi a riconoscere il cadavere dagli schizzi messi a disposizione dalla polizia, ma una volta rivelato l’episodio, l’agente che raccoglie la sua deposizione gli sussurra:

Dimenticati di lei, è stata liquidata. Il caso non verrà mai risolto.

 

Cimitero di Møllendal

 

Tutto lascia intendere che il soggetto fosse in realtà una spia, probabilmente al servizio dell’Italia, della Francia o della Germania. Qualunque sia la verità il suo corpo riposa nel cimitero di Møllendal.

Dopo oltre 40 anni, il mistero della donna di Isdal non ha ancora trovato una risposta, e forse non la troverà mai.

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I bambini fantasma della San Antonio Railroad

A sud di San Antonio, Texas, c’è una piccola missione dedicata a San Giovanni da Capestrano, incastonata tra il San Juan Ditch e il Sixmile Creek, al centro del National Park Services. Non molto distante si trova una piccola intersezione tra la strada e le rotaie, un insignificante incrocio senza passaggio a livello, che è stato testimone di una delle più grandi tragedie degli Stati Uniti. Questa è la leggenda dei bambini fantasma della San Antonio Railroad.

Siamo a cavallo della seconda guerra mondiale, su un piccolo autobus giallo da una decina di posti che porta a casa i piccoli studenti della zona dopo una giornata di lezione. La scuola, diciamoci la verità, non piace a nessuno, sopratutto se si è ancora dei bambini: sempre in silenzio, o quasi, ad ascoltare la maestra di turno che rifila il solito noioso dettato. Certo non è sempre così, e la scuola spesso riesce a fare breccia nei cuori degli studenti forgiando, come si suol dire, gli uomini e le donne di domani, ma è innegabile che il ritorno a casa, con la torta di mele calda a raffreddarsi sul davanzale, è certamente uno dei momenti più felici della giornata di un bambino.

Tra la fetta di dolce fumante e la scuola c’è ovviamente il viaggio in autobus, che i piccoli affrontano gioiosamente. Qui l’autista non è come la maestra, ed un po’ di baccano dopo tante ore passate sui libri è concesso; e allora palline di carta che volano, il secchione che viene preso in giro dagli altri ed il tempo sembra volare. Quando, all’improvviso, il motore dell’autobus tossisce e si ferma di botto.

Sulle rotaie.

 

 

In un film ci sarebbe un silenzio infinito, con i bambini ammutoliti a guardare fuori dai finestrini; le facce cicciottelle schiacciate contro il vetro, a fissare increduli quell’enorme mostro metallico che si avvicina sbuffando a gran velocità. Poi il panico, le urla, i tentativi di scappare.

Ed infine lo schianto.

Il treno arriva veloce, troppo veloce per fermarsi in tempo, e trancia di netto lo scuolabus. Chi è seduto davanti viene letteralmente fatto a pezzi dall’impatto, e chi si trova dietro viene scaraventato via e rimane ucciso accartocciato dalle lamiere contorte del relitto giallo. Oltre all’autista, perdono la vita dieci bambini.

Si narra che la storia però non finisca qui. Le anime degli studenti sono ancora legati al luogo della loro dipartita per evitare che qualcun altro resti vittima della loro stessa sorte. Se si ferma l’auto in folle a pochi metri dall’incrocio, questa comincerà lentamente a muoversi, fino a superare i binari. E la strada è anche leggermente in salita. Sui cruscotti polverosi appaiono le impronte di manine, come se a spingere il veicolo siano dei piccoli fantasmi invisibili. Di notte appaiono luci lattiginose tra i binari, quasi a voler essere faro nella notte dei viandanti.

Ho messo l’auto in folle, ho tolto i piedi dai pedali e la macchina si è mossa! Ha superato subito le rotaie, saltando da un lato all’altro, portandomi fuori pericolo! Ero così eccitata, sono saltata fuori a controllare il retro dell’auto e c’erano delle piccole impronte! Chiare e marcate, e così piccole! I tratti erano così nitidi che si potevano vedere i palmi e le impronte digitali! Ho ripetuto l’esperimento, e ho trovato delle impronte anche sulle portiere posteriori! C’era anche un’impronta più grande delle altre! Forse quella dell’autista dello scuolabus? È quello che penso… – Brenda Pacheco, testimone oculare su mysa.com, sito di notizie della città texana di San Antonio

 

San Antonio Railroad

 

Sono in molti a credere che si tratti solo di una leggenda. L’unica tragedia simile in quegli anni è avvenuta nello Utah nel 1938, e non in Texas, dove è ambientata la nostra storia, che non trova riscontri nei quotidiani locali dell’epoca. Inoltre, come suggerisco alcune persone, la strada verso le rotaie non è in salita, lo sembra soltanto, anzi è leggermente in discesa di circa 2°, il che permetterebbe ad un’auto di scivolare agilmente oltre la tratta ferroviaria.

I dubbi restano, e se volete avventurarvi di persona a scoprire se la storia dei bambini fantasma di San Antonio è realtà o leggenda, poco distante trovate un altro luogo intriso di mistero, l’Espada Park Dam, dove al calar delle tenebre risuonano lugubri urla che gelano il sangue nelle vene.

 

Espada Park Dam

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Mascalucia – La villa dei misteri

Ogni storia dell’orrore, o almeno del mistero, che si rispetti ha bisogno prima di tutto una collocazione fisica. Non basta dire “c’era una volta”, bisogna specificare il dove, comprendere appieno le radici del luogo in cui il nostro racconto affonda, donare a chi ci ascolta o legge un posto da poter visitare, dove perdersi, restare a bocca aperta, scappare via terrorizzato. Tra i tanti luoghi densi di significato e mistero non si può non contemplare la Sicilia. Qui silenziosa, all’ombra dell’Etna, sorge Catania, sorvegliata e protetta da ‘U Liotru, l’elefante centenario che svetta al centro della città, custode immortale che la difende dalla furia del gigante di roccia e magma. Poco distante si trova un piccolo paese divenuto teatro di suicidi e morti misteriose, di fantasmi ed apparizioni: questa è la storia della villa dei misteri di Mascalucia.

 

 

Di fronte al cimitero comunale di Mascalucia, a due passi dal municipio, sorge un’imperiosa villa del 18° secolo che gli abitanti del luogo guardano con gli occhi bassi, avvolti da un brivido lungo la schiena. Abbandonata all’inizio del 19° secolo, era in origine proprietà di un ricco barone, che ancora giovanissimo, e senza alcun apparente motivo, decide di togliersi la vita in una delle sedici stanze del palazzo. La proprietà negli anni è passata di padre in figlio, da un compratore ad un altro, e tutti i proprietari sono morti nel giro di pochi mesi. Tante persone sono passate dal grande cancello che si affaccia sulla strada, e molte ne sono uscite avvolte in un sudario.

Tranne i giardinieri.

Da generazioni la stessa famiglia di giardinieri cura il giardino della villa, e sembrano gli unici immuni alla sua maledizione. Il mestiere è così passato di generazione in generazione fino ai giorni nostri, come se il destino della casa e del suo giardiniere fosse legato da un sottile filo invisibile.

Freddo pungente ed odori nauseabondi sono il biglietto d’ingresso in un percorso che si snoda su tre piani: rumori di passi, sbalzi di corrente, ed apparizioni improvvise, come quella di un bambino di circa una decina d’anni, accolgono gli incauti viaggiatori nel seminterrato, dove sembra essere stato sepolto il barone suicida. Con uno sguardo rivolto al cimitero al di là della strada, dove forse i morti sono gli unici a conoscere cosa si nasconde davvero tra le mura della villa.

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La punizione delle tre generazioni

Tra le tante, tristi, follie della Corea del Nord vi è una punizione riservata ai dissidenti politici e a tutti quelli che, secondo i dettami di Kim Jong-Un, vengono etichettati come nemici della nazione: la punizione delle tre generazioni.

Kim Il Sung, fondatore della patria comunista, ordina nel 1972 che tutti coloro che vanno contro le ferree regole imposte dal dittatore, vengano rinchiusi in appositi campi di prigionia. Sotto l’occhio vigile di Kim Il Sung e della sua agenzia di sicurezza nazionale vengono allestiti sei grandi campi di concentramento, nascosti in mezzo alle montagne, tuttora attivi. La maggior parte dei lager è composta da wan-jeon-tong-je-kyuk (letteralmente, aree del controllo totale), in cui i detenuti sono lasciati in balia di loro stessi e della natura ostile. Mangiano radici e cortecce, e quando la caccia è proficua anche serpenti, lavorano oltre 14 ore al giorno, ogni giorno di ogni mese di ogni anno, per tutta la loro vita. Escluso ovviamente i giorni di celebrazione nazionale in onore di Kim il-Sung e del figlio Kim Jong-Il. Sfiancati dalla malattia, dal freddo e dalle intemperie, fanno presto ad arrendersi alla certezza di morire tra quelle mura. E così farebbero, se non ci fosse una spada di Damocle che pende sulle loro teste. Potrebbero lasciarsi morire, certo, ma qui sta la loro tragedia, e se vogliamo la macabra intelligenza della tortura: la punizione delle tre generazioni prevede che non solo chi è stato condannato debba scontare la vita nei campi di concentramento, ma anche i figli ed i figli dei suoi figli seguano la stessa sorte.

 

 

Ci si ritrova così con famiglie letteralmente strappate alle loro case ed abbandonate al loro destino. E così anche le successive generazioni, facendo sì che in quelle terre morse dal gelo nascano e muoiano ogni anno bambini che non vedranno mai la luce al di là delle montagne. Padri allo stremo delle forze, con lo stomaco atrofizzato dalla fame, pronti a lottare con le tutte le loro deboli forze per assicurare un pasto ai propri piccoli, o ai propri nipotini.

Ed una domanda mi sorge dalle viscere.

Chi è il mostro più brutale, quello più subdolo: la bestia che stupra, uccide e tortura in nome di uno stato, o quella che resta a guardare dal buco della serratura senza intervenire?

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Citarum – Il fiume più inquinato al mondo

Il Walungan Citarum, conosciuto come Citarum, è uno dei maggiori fiumi dell’Indonesia. Terzo per lunghezza, ha un ruolo fondamentale nella vita di tutti i giorni della popolazione di Giava: agricoltura, pesca, industria, energia sono solo alcuni dei campi in cui il corso d’acqua viene sfruttato ogni giorno da milioni di persone che si abbeverano alle sue sponde e cacciano gli animali che ci vivono.

Peccato che il Citarum sia il fiume più inquinato del mondo, una vera e propria discarica galleggiante.

 

Citarum

 

Il Citarum presenta livelli di inquinamento altissimi, dovuti principalmente ai cinque milioni di abitanti che si affacciano sulle sue sponde, e che gettano sconsideratamente la loro immondizia tra le acque al ritmo di quintali e quintali al giorno. Oltre 2.000 industrie, sopratutto quelle tessili, riversano nel fiume gli scarti della lavorazione: piombo, mercurio ed arsenico. In alcuni punti è possibile anche camminare su tratti di terra formati solo da rifiuti che, strato dopo strato, hanno letteralmente divorato il letto del fiume.

Molte persone, armate di rudimentali imbarcazioni, dragano il fiume alla ricerca di qualcosa di valore. Per i bambini viene naturale giocare e rinfrescarsi tra le acque tossiche, tra isole multicolori generate dall’ottusità degli adulti.

Il 5 dicembre 2008 l’Asian Development Bank ha approvato un prestito di 400.000.000 di euro per la bonifica del fiume, ma si stima che per ripulirne i 180 chilometri ne serviranno oltre 3 miliardi.

 

 

Il luogo più inquinato della Terra resta comunque il lago Karachay  (Карача́й), nella Russia occidentale. Sin dal 1951, l’Unione Sovietica ha usato il bacino del lago come discarica degli scarti radioattivi provenienti da Mayak, il vicino centro di stoccaggio di rifiuti nucleari. La radioattività delle sue acque è così alta che può uccidere un uomo adulto nel giro di un’ora.

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