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Processi bestiali

La metamorfosi di un essere umano in un animale è qualcosa che da sempre affascina e terrorizza. Osservare il proprio corpo trasformarsi in uno nuovo, arrendersi alle ossa che scricchiolano per ricomporsi in qualcosa che non ci appartiene, ascoltare le proprie urla di dolore vibrare fino a divenire un grido di sofferenza ferale. Ma poi avere il potere di un lupo, o di un leone, le capacità di caccia di un leopardo, o i sensi acutissimi di una tigre. Forse oggi guardiamo a queste storie e pensiamo che, per l’appunto, sono solo storie. Ma in un altro tempo (e ancora oggi in un altro luogo) queste rappresentano qualcosa di più. Ed oggi ve ne racconto una parte, che non ha niente a che fare con lupi mannari, uomini lontra o wendingo: i processi alle bestie criminali.

 

 

Se vi scrivessi di processi a poveri porcellini indifesi, certamente storcereste il naso, pensando chi vi stia prendendo in giro. Eppure nel medioevo è usanza affermata che al banco degli imputati, di fronte alla forca e ad una folla ansimante, vi sia un maiale. Non si tratta di processi farsa, ma vere e proprie cause giudiziarie. Almeno 34 maiali, nell’Europa medioevale, vengono legalmente mandati a morte con l’accusa di infanticidio, la cui pena viene regolarmente eseguita da boia professionisti, che nulla hanno da ridire di fronte alla muta vittima. Nel 1386, ad esempio, un tribunale francese manda a morte una scrofa, accusata di aver mutilato ed ucciso un bambino.

Sebbene possa sembrare grottesco un provvedimento del genere, bisogna pensare che la legge, così come le storie, sono figlie del loro tempo: in un’epoca dominata dalla paura e dall’inquisizione, è più semplice condannare un porcello per omicidio anziché dei genitori per incuria del proprio bambino, seguendo il precetto del capro espiatorio.

La funzione simbolica del processo e della esecuzione pubblica della pena, tra canti e balli popolari, comune ai processi per stregoneria, nei quali anche gli animali vengono accusati in quanto incarnazione oppure strumenti di Satana, testimonia di un ulteriore profilo di cui tenere conto, ovvero dell’incidenza del controllo dei tribunali ecclesiastici sulle questioni giudiziarie ordinarie. Anche perché, quando il verdetto non conseguiva l’esito agognato, e la condanna dello sciame di cavallette non impediva la distruzione del raccolto (forse a causa del fatto che le stesse non comprendevano il latino), il clero organizzava processioni per chiedere perdono a Dio (e si ammonivano i fedeli a pagare le decime). – Désirée Fondaroli, Le nuove frontiere della colpa d’autore: l’orso “problematico”

Le accuse, in realtà, sono quasi sempre fondate: si tratta per lo più di animali che, per natura o opportunità, hanno danneggiato gravemente qualcuno o qualcosa. Non solo maiali, ma anche locuste, topi, ratti, cani, lupi e persino mosche finiscono sotto il giogo della pubblica piazza: in Europa, tra l’824 ed il 1845, i processi bestiali sono 114. Un caso eclatante, che abbiamo già trattato, è quello del Gallo di Basilea, in cui un gallo che deponeva uova – il fenomeno è raro ma possibile – viene arso sul rogo per paura che dia vita ad una coccatrice, un mostro simile al basilisco.

 

 

Tra le vigne di Troyes, in Francia, nel 1516 viene processato un gruppo di insetti responsabile di aver rovinato il raccolto. Il giudice ascolta i due avvocati, quello della difesa – assegnato d’ufficio – e quello dell’accusa assoldato dai viticoltori, e sorprendentemente decide di dare una possibilità alle piccole creature: se entro una settimana se ne andranno, cadranno le accuse, altrimenti verranno scomunicate. Non sappiamo come si sia conclusa questa storia allo scadere del settimo giorno, poiché gli incartamenti giudiziari sono stati persi nel tempo. Sappiamo però come termina un analogo processo: delle termiti vengono accusate di aver scavato gallerie sotto un monastero, ed anche in questo caso la condanna dopo una settimana sarebbe stata la scomunica. Non si sa se per la paura di ritrovarsi all’inferno, ma pochi giorni dopo tutte le termiti lasciano il monastero, in ordinate file indiane.

 

 

Probabilmente il processo bestiale più inquietante è quello avvenuto nel 1730 circa, e ricordato come il Grande Massacro dei Gatti. Siamo in Francia, a Parigi, nei pressi di una tipografia. Il giovane operaio Nicolas Contat si lamenta con i suoi colleghi dei turni massacranti a cui li sottopone il loro datore di lavoro: il cibo fa schifo, il caldo è insopportabile e ad ogni ora del giorno e della notte si avvicendano i miagolii dei gatti del vicinato, innamorati di La Grise (La Grigia), la gatta della moglie del padrone. La stessa donna, più volte, gli fa notare bellamente che La Grise riceve un trattamento molto migliore del loro. Gli uomini covano vendetta, ed una notte decidono di agire: simulano il verso dei gatti e ne fanno accorrere il più possibile nei pressi della tipografia. I loro incessanti miagolii destano i padroni, che ordinano a Nicolas ed i suoi di scacciare i felini. Armati di tutto punto, i dipendenti riescono a catturare tutti i gatti, tranne uno. Anzi, sopratutto uno: La Grise. La Grise viene colpita sulla spina dorsale da una spranga di ferro, e viene brutalmente finita colpo dopo colpo. Nella tipografia viene allestito un processo, con tanto di avvocati, confessori e boia. I gatti vengono ritenuti colpevoli ed appesi alla forca, non prima di aver ricevuto l’estrema unzione. Solo a questo punto i padroni si accorgono della macabra scena: la donna quasi sviene, alla vista di un gatto grigio impiccato ad una trave, che teme possa essere La Grise. Ma i suoi uomini la rassicurano, non avrebbero mai fatto una cosa tanto crudele alla sua gatta adorata: si sono limitati a fracassarle le ossa, rivelano, e a gettarla in un tombino. E così, almeno dal loro punto di vista, giustizia è stata fatta.

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Il palo del barbiere

Esistono insegne che sono diventate, negli anni, icone stesse delle attività commerciali che rappresentano. Se nominassi ad esempio un palo bianco a strisce rosse pensereste probabilmente ad una piccola bottega da barbiere, e subito dopo ad un uomo con grandi baffoni a manubrio intento ad armeggiare con sapiente maestria tra forbici e rasoi a serramanico, che il suo garzone tiene affilati con diligenza su una coramella, una lunga striscia di cuoio marrone. Ma la vera storia della nascita del palo del barbiere è molto più antica, ed è così strana e per certi versi inquietante che merita certamente di essere narrata qui sulla Bottega del Mistero.

Quello del barbiere è un lavoro nato con l’uomo, frutto della naturale necessità di dare, come si diceva una volta, contezza di sé. Nell’epoca romana, ad esempio, è la figura del tonsor a farsi carico della responsabilità di rendere presentabili gli onesti cittadini della capitale, procedendo al taglio dei capelli e delle barbe incolte, e si divide in due tipi: uno privato, per i più benestanti, ed uno pubblico, che spesso lavora per strada ma che ha prezzi certamente più accessibili. Nel II secolo ricorrere al barbiere diviene un vezzo aristocratico, tanto che i più facoltosi vi si recano anche più volte al giorno, trasformandone il salone in un piccolo centro di cultura, incrocio di poeti e mecenati, ma più che altro di nobili annoiati pronti a giustificare così il loro dolce far niente. E così, da semplici barbieri, i tonsores si ritrovano custodi dei pettegolezzi della bella società del tempo, ed ovviamente i loro servigi divengono sempre più richiesti. Molti, che comprendono le possibilità offerte dal diventare ruffiani di lusso, arrivano a coprire anche cariche politiche importanti.

Se mi è capitato di avere acconciati i capelli a scaletta da un barbiere, tu te la ridi. – Quinto Orazio Flacco

I tonsores romani, ad ogni modo, non hanno grande abilità nell’uso delle forbici, che ovviamente non sono né pratiche né precise come quelle di oggi. Un taglio classico consiste in una semplice spuntata ai capelli, non necessariamente uniforme, come fa notare Orazio dopo una seduta dal parrucchiere.

Nel Medioevo la figura del barbiere si evolve, grazie al Concilio Lateranense I, che nel 1123 impone ai sacerdoti ed ai diaconi di abbandonare tutte le discipline che possano allontanare dalla virtù ecclesiastica, costringendoli così a smettere di praticare, tra le altre, le arti mediche. Così il barbiere si ritrova a sopperire questa mancanza, inserendosi di buon grado come nuovo medico e chirurgo. Peccato che svolga le attività mediche nel salone, che certamente non brilla per condizioni igieniche, con solo un’infarinatura dell’anatomia e della medicina necessaria a svolgere anche la più semplice medicazione: dall’estrazione di denti all’amputazione di un arto, dal taglio delle basette alla fasciatura di una frattura, ogni mansione si inombra però di fronte al capolavoro dell’arte dei tonsor.

Il salasso.

 

 

Eseguita sin dai tempi antichi, nel Medioevo l’emodiluizione (come sarebbe più tecnico chiamarla) è una pratica oramai abbandonata, che si basa su errate quanto pericolose convinzioni che hanno poco, o nulla, di scientifico. Il principio alla base del salasso è che il sangue all’interno del corpo umano possa condizionarne la salute; eliminandone una certa quantità, si può così ristabilire un equilibrio che porta ad un innato benessere fisico e psichico. Il salasso viene praticato con le sanguisughe, che succhiano via il sangue, e spesso i barbieri per pubblicizzarsi lo raccolgono dagli invertebrati e lo riversano in simpatiche bocce rosso vivido in bella mostra nelle vetrine. Nel 1307 viene emanata a Londra una legge che vieta tale macabra esposizione: la gilda dei barbieri risponde con quello che oggi è il loro simbolo, il palo bianco e rosso.

 

 

Il palo bianco rappresenta quello a cui viene legato il paziente durante il salasso, e le strisce rosse, all’inizio, non sono un semplice vezzo di colore, bensì le reali bende madide di sangue lasciate ad asciugare al pallido sole inglese.

Col tempo, il palo del barbiere, come simbolo dell’attività, è rimasto sino ai nostri giorni, e spesso è possibile vederlo anche nella variante a strisce rosse e blu, in onore della bandiera statunitense. Altre spiegazioni tendono ad associare il sangue arterioso con il rosso, quello venoso con il blu e le fasciature con il bianco. Comunque sia, con l’avvento di una medicina sempre più avanzata, i barbieri perdono nei secoli la loro funzione di dottori e chirurghi, tornando a fare quello hanno sempre fatto: barba e capelli. Con buona pace delle sanguisughe.

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