Tag: Natura

Se vedi questo insetto, voltati e scappa immediatamente [BUFALA]

Da qualche giorno circola sui social un articolo riguardante un mostruoso ed enorme insetto di origine africana, silenzioso e letale. Ovviamente è tutta una cavolata. 🙂

SE VEDI QUESTO INSETTO, VOLTATI E SCAPPA IMMEDIATAMENTE

Questo il testo dell’articolo, copiato ed incollato di sana pianta da centinaia di siti.

La foto che vedete potrà ingannarvi. Quello che vedete non è un parrucchino ma un nuovo pericolosissimo insetto di origine africane sbarcato in europa grazie al rinnovato commercio ortofrutticolo che intercorre tra africa ed europa. Questo insetto, chiamato Eubetia Bigulae, ha delle dimensioni infinitamente piccole nelle prime fasi della sua vita, tanto che nessuno si accorge della presenza di questo animaletto.
Il problema sorge quando questo insetto cresce, raggiungendo spesso le dimensioni di un pallone da calcio. Sotto la folta peluria che lo fanno somigliare ad un parrucchino, l’Eubetia Bigulae nasconde una corporatura molto simile a quella del mille piedi. L’unica differenza tra il millepiedi e il cosiddetto animaletto giallo è la sua capacità di spruzzare un potentissimo veleno corrosivo che miete numerose vittime ogni anno in paesi come il Congo e il Chad. L’allarmen in Europa esiste già da tempo, ma in Italia questo insetto sembra essere arrivato relativamente da poco e pertanto nessuno ne ha mai parlato approfonditamente.

 

 

Peccato che l’Eubetia Bigulae non esista per niente, e che il simpatico insetto peloso nella foto non è altro che una larva di Megalopyge opercularis, o pussy moth (falena gattino), grande sì e no 3 centimetri. Fate attenzione, però: sebbene non sia dotata di veleno corrosivo come riportato dalla bufala, la puntura della larva di Megalopyge opercularis è davvero pericolosa, e può scatenare reazioni allergiche.

 

 

Il mio consiglio, come sempre, è uno solo: non fermatevi a leggere tutto quello che vi capita a tiro, andate oltre, informatevi, cercate, scoprite.

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D&R: Perché le capre hanno quegli occhi così strani ed inquietanti?

A ben vedere, gli occhi delle capre sono davvero grotteschi. Così diversi dai nostri e dalla maggior parte degli animali. Siamo abituati a quelli con le pupille verticali dei gatti, o a quelli a palla dei carlini, ma le fessure verticali delle capre, come si spiegano? Perché le capre hanno quegli occhi così strani ed inquietanti?

La stessa domanda deve essersela posta anche qualcuno alla University of California di Berkeley, dove nel 2015 viene avviato il primo studio in merito, che ha scansionato e registrato centinaia di pupille animali.

La pupilla è fondamentalmente un buco, situato al centro dell’iride, dove la luce viene catturata e ci permette di vedere il mondo attorno a noi. Negli esseri umani è circolare, come nella maggior parte del mondo animale, ma esistono numerosi esempi bizzarri.

 

 

Le seppie, ad esempio, presentano pupille a mo’ di lettera W, alcune rane le hanno a forma di cuore, mentre i gechi come l’interno dei vecchi rasoi.

Ce ne sono di cose strane là fuori. […] È un dibattito aperto da un po’ di tempo, perché è la prima cosa che sei spinto ad osservare in un animale. Dove si trovano i suoi occhi e che forma hanno le sue pupille. – Martin Banks, ricercatore della University of California

I ricercatori della University of California hanno così studiato 214 specie diverse, registrandone abitudini alimentari, il ciclo sonno/veglia, la posizione nella catena alimentare. E sono giunti alle conclusioni che le pupille sono legate alla necessità dell’animale di focalizzare la propria attenzione su un certo numero di fattori.

Detto più semplicemente, gli animali con pupille verticali come i gatti, sono predatori che tendono agguati, e che hanno bisogno di concentrare la propria attenzione non sull’ambiente circostante, ma sulla preda, come se guardassero attraverso il mirino di un fucile di precisione. Pupille rotonde, come le nostre, sono legate ad animali predatori che cacciano attivamente più prede alla volta, e sono più alti di molti altri consimili. Di contro, pupille orizzontali permettono di avere una visione periferica maggiore, e sono riservate agli animali predati: si possono controllare più punti da dove il nemico potrebbe attaccare senza muovere la testa.

La posizione degli occhi, poi, avalla le precedenti conclusioni: i predatori li hanno in posizione centrale, mentre le prede di lato, per aumentare il campo visivo.

C’è un’altra cosa bizzarra che nessuno sembra aver mai notato.

Quando abbassano la testa al suolo [per brucare l’erba], i loro occhi si muovono mantenendo il parallelismo con la terra. Ed è una cosa straordinaria, perché gli occhi ruotano in direzione opposta nella testa. – Martin Banks, ricercatore della University of California

Ho speso un sacco di tempo con i cavalli, e li ho visti mangiare, guardarsi attorno, e non l’avevo mai notato. È una semplice osservazione che tutti possono fare, ma che la scienza non ha mai fatto. – Jenny Read, scienziato della Newcastle University

Le capre, in pratica, hanno pupille orizzontali che permettono all’animale di avere una visuale quasi completa di tutto ciò che lo circonda, anche nei momenti in cui è più indifeso, come ad esempio durante il pasto.

Oppure, secondo credenze a metà tra la religione ed il folklore, le capre guardano il mondo con gli occhi del diavolo.

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Franken Fran

C’è un castello in stile gotico abbarbicato tra le montagne giapponesi. Qui vive Fran, il più grande chirurgo di tutti i tempi. Avete perso un braccio? Fran ve lo riattacca. Volete cambiare sesso? Fran può aiutarvi. Volete trasformarvi in un bruco lungo oltre due metri? Allora Fran fa al caso vostro.

 

 

Franken Fran (フランケン・ふらん) è un manga horror di Katsuhisa Kigitsu. Sviluppato tra il 2006 ed il 2012, e raccolto in 8 tankōbon, Franken Fran è una sorta di antologia di storie, legate da un filo comune. Il protagonista è Fran Madaraki, opera del professor Naomitsu Madaraki, chirurgo di fama mondiale che ha fatto della manipolazione delle carni la sua ragione di vita. Fran assomiglia ad una ragazzina, se non fosse per le enormi cicatrici che le ricoprono il corpo, a mo’ del caro vecchio Frankenstein, e per i due vistosi bulloni alle tempie, che ne tradiscono l’origine non del tutto naturale. La fanciulla ha preso il posto del dottor Madaraki, in giro per il mondo già da qualche anno, e si prodiga amabilmente ad aiutare chiunque possa permettersene la parcella. Alla sua porta bussano personaggi di ogni genere, da chi in fin di vita viene trasferito nel corpo di un immenso e viscido bruco, a chi ha sviluppato un neonato nella scatola cranica.

 

 

Il problema è che Fran conosce poco o niente del mondo al di fuori del maniero. Circondata dai suoi mostri, aberrazioni create artificialmente in laboratorio – basti pensare che il suo miglior amico è un gatto con la testa di un ragazzo staccabile e reimpiantatile a piacimento – la ragazza cresce con l’ingenuità tipica di chi non si è fatto le ossa in mezzo alla strada: molte delle sue operazioni si concludono con un successo sotto il profilo medico scientifico, ma con un completo fallimento dal lato umano. Così rancore, invidia, odio e amore diventano concetti eterei, spesso lasciati in secondo piano di fronte alla risoluzione di un problema.

Kigitsu crea un mondo grottesco e lucido, dove non vi è mai una netta distinzione tra il bene ed il male, lasciando questa riflessione al lettore. In definitiva, Franken Fran è un manga non per tutti, sia per le immagini cruente di manipolazione organica, sia perché spesso alla base degli esperimenti della ragazza ci sono solide – anche se un po’ forzate – basi scientifiche, che potrebbero essere di difficile comprensione. Ma fidatevi, ne vale la pena.

 

 

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Gli abitatori del buio delle Grand Caverns (Mistero risolto)

Oren è un fotografo, ed il suo sogno è sviluppare nuovi strumenti che riescano a catturare un’immagine anche in assenza di luce. Per far ciò, spesso si ritrova nel nero più completo, da solo, a fotografare antiche grotte. Purtroppo per lui, una notte scoprirà che qualcosa lo scruta dal buio.

Oren Jeffries è un fotografo professionista statunitense che vive nel sudest della Virginia a cavallo tra il 18° ed il 19° secolo. La sua attività procede bene, e si alterna alla sua grande passione, la speleologia. Appena possibile Oren si avventura per qualche grotta sconosciuta e fotografa tutto quello che può, in quel mondo così alieno a poche centinaia di chilometri da casa. Rapito dalla bellezza delle caverne, un giorno ha un’idea interessante: sviluppare un’ottica, o comunque una tecnica, che gli permetta di catturare le immagini dei luoghi a lui così cari anche in assenza di luce.

È un progetto ambizioso, tanto più per le tecniche fotografiche del tempo, ma Oren è caparbio.

Comincia con cose molto semplici: scende in una grotta o un crepaccio abbastanza per restare al buio completo, posiziona la sua camera, spegne la lanterna che porta sempre con sé ed apre le lenti. Dopo qualche minuto osserva il risultato. Solitamente non si vede granché, ma i presupposti per creare qualcosa di eccezionale ci sono tutti. Oren lo sente, sta per fare la storia della fotografia.

Nel 1895 si trova in una sezione delle Grand Caverns, un dedalo di grotte per la maggior parte inesplorate, dove vuole catturare l’essenza della purezza incontaminata del luogo. Ed incontaminato lo è davvero, perché si trova in una zona non segnata e mai visitata. Da un certo punto di vista, Oren è un esploratore di nuovi mondi. Così sceglie il luogo perfetto, inquadra, sistema le lenti e spegne la luce.

Poi un rumore.

Un fruscio, niente di più. Forse un insetto, o un pipistrello. O forse… Ma no, dev’essere un pipistrello. Oren è un po’ agitato, ma non vuole rovinare l’immagine, così attende qualche secondo. Nessun rumore, forse solo la sua immaginazione. Poi i suoi occhi si abituano al buio.

E li vede. Lì, nell’oscurità più totale, tre umanoidi lo stanno fissando.

Oren li vede avvicinarsi sempre di più, e sempre più velocemente. Senza pensarci due volte molla tutta l’attrezzatura e scappa, finché non raggiunge di nuovo la luce del sole.

Tornerà alla grotta, scortato da tre uomini, solo alcuni giorni dopo. Sulla pellicola a lunga esposizione si era impressa una sola immagine.

Gli abitatori del buio.

 

 

Oren abbandonerà per sempre la sua passione per la speleologia, e non tornerà mai più nelle grotte. Laggiù ci sono segreti che è meglio restino sepolti.

Ma cosa sono in realtà gli strani essere fotografati da Oren?

Nulla, solo l’ennesimo fake.

 

Mistero risolto

La foto sopra gira spesso con un testo che racconta in maniera più semplice la storia che vi ho appena raccontato, accorpata nella Creepypasta Anomalie con altre immagini, come quella che descrive l’ultima fotografia di Charlie Noonan. Questa è l’immagine originale.

 

 

In effetti mostra abbastanza inequivocabilmente tre esseri che fissano l’obiettivo della macchina fotografica. Inquietante vero? Ma se schiariamo un po’ ecco che la bufala è servita.

 

 

Come potete vedere, il corpo del mostro più a destra è completamente staccato da terra all’altezza del torso. O si tratta di esseri che fluttuano nell’aria senza gambe oppure è falsa. Inoltre, essendo la foto stata scatta nel 1895 con una’esposizione lunga, c’è un’altra cosa da tenere in considerazione: per non avere sfocature, i tre simpatici ominidi dovrebbero essere rimasti impassibili ed immobili per ore. Decisamente, se sono davvero degli abitatori del buio, ci tengono particolarmente a venire bene nelle foto.

 

Un piccolo consiglio

Se volete vedere un bel film che tratta di storie simili, claustrofobiche e orrorifiche, vi consiglio The Descent – Discesa nelle tenebre del 2005 di Neil Marshall. Se non l’avete visto non avete scuse. Ne vale la pena.

 

 


Se anche voi avete trovato una foto misteriosa, un video incredibile o una storia impressionante fatecelo sapere contattandoci sul sito o sulle nostre pagine social!

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Orvillecopter – Il gattocottero

La morte di un animale domestico è sempre qualcosa di triste. Il nostro compagno fedele, che ci ha accompagnato per anni, magari da quando eravamo piccoli, un giorno ci lascia per sempre. Qualcuno finisce sottoterra, qualcuno cremato, qualcuno nel gabinetto. Questa è la strana, assurda storia di Orville, morto gatto e risorto elicottero.

 

 

Un film animato del 1989, Charlie – Anche i cani vanno in paradiso (All Dogs Go to Heaven), afferma che i migliori amici dell’uomo, una volta giunta la loro ora, finiscano in un paradiso fatto apposta per loro, senza pulci e con ossi in quantità. Ma se esiste davvero un’aldilà canino, ci sarà anche per uccelli, criceti e pesci rossi? E per gatti? All’ultima domanda ha risposto, in un certo senso, un artista olandese, Bart Jansen. Alla morte del suo amico felino, Orville (chiamato così in onore di Orville Wright, uno dei padri del volo), Jansen  ha cercato di onorarne al meglio il ricordo tra amici e parenti, ricordandone sopratutto le grandi doti di cacciatore di uccellini. Così ha deciso di dargli la possibilità di librarsi nel cielo insieme ai pennuti, e di continuare la sua caccia per sempre, tramutandolo in un elicottero. O, per meglio dire, un gattocottero.

Oh, come amava gli uccelli. Riceverà motori più potenti e propulsori più grandi per il suo compleanno. Questo gli permetterà realmente di volare. – Bart Jansen

Jansen ha unito doti da tassidermista a innate capacità meccaniche, unendo il corpo senza vita di Orville ad un drone a quattro rotori, creando il primo esemplare di Orvillecottero. La grottesca creazione è in grado di librarsi a qualche metro di altezza, e sterzare e planare in tutta sicurezza. La creazione viene presentata alla KunstRai ArtFair 2012 di Amsterdam (Paesi Bassi), una fiera annuale di arte moderna, e suscita pareri contrastanti. C’è chi inneggia alla creatività di Jansen, capace di valorizzare un semplice corpo morto trascendendo le mere spoglie mortali, e chi – la maggior parte – ne inneggia il cattivo gusto ed il poco rispetto per quello che fino a pochi giorni prima è stato il suo migliore amico felino.

 

 

Jansen non ha risposto alle critiche, limitandosi a commentare i video che raccontano la genesi dell’Orvillecopter su YouTube. Certo fa un po’ impressione vedersi piombare addosso un gatto morto con delle eliche attaccate alle zampe, ma i gusti sono gusti.

Ora volerà con gli uccelli. Il più grande risultato che un gatto possa mai raggiungere! – Bart Jansen

Forse Orville non raggiungerà mai il paradiso, ma certamente ci si è avvicinato almeno un po’.

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D&R: Qual è l’animale più longevo della storia?

Per un essere umano riuscire a soffiare su 100 candeline di compleanno è un evento memorabile, ma difficilmente raggiungibile. Per alcuni animali e piante, invece, è la norma. Ma qual è l’animale più longevo della storia?

Al terzo posto della nostra ipotetica classifica di longevità troviamo l’Arctica islandica, o Vongola Oceanica. Qualche anno fa alcuni ricercatori della Bangor University, nel Galles, hanno scoperto al largo della costa islandese un esemplare di circa 410 anni, a cui hanno dato il nome di Ming, in onore della dinastia che, quando la vongola era appena nata, regnava sulla Cina. Dopo studi più accurati, si è scoperto che Ming in realtà ha 507 anni. O meglio aveva; purtroppo è stata uccisa per errore dagli scienziati che tentavano di determinarne l’età.

Al secondo posto troviamo la Spugna Antartica. Si tratta di una spugna il cui ciclo vitale è insolitamente lento: per decine e decine di anni non avviene in pratica nessun cambiamento strutturale importante nel suo organismo. L’esemplare più antico è stato rinvenuto nelle acque gelide dell’Antartico, e raggiunge i 1.500 anni d’età.

L’animale più longevo della storia è certamente la Turritopsis nutricula, conosciuta anche con l’appropriato nome di Medusa Immortale. Si tratta di un animale grande poco più di 5 millimetri, che presenta una particolarità unica in natura: è in grado di ringiovanire a piacimento. E all’infinito. Il suo ciclo vita si può dividere in due macrofasi: polpo (immatura) e medusa (matura). Appena nata, è in grado di tornare al suo stato precedente autonomamente, per poi continuare di nuovo a crescere. In pratica è capace di tornare giovane ogni volta che le pare. Attualmente, insieme alla Turritopsis dohrnii appartenente alla stessa famiglia, si tratta dell’unico caso noto di animale che abbia sconfitto la morte naturale.

 

 

Gli animali che invece vivono di meno sono ritenuti solitamente quelli appartenenti all’ordine delle Ephemeroptera, o Effimera, piccoli insetti acquatici di 12 millimetri simili alla libellula. Alcuni esponenti delle effimera vivono circa un’ora e mezza allo stadio adulto, durante il quale fondamentale cercano solo un partner con cui accoppiarsi; bisogna però considerare che possono vivere anche 2 anni in stato larvale prima di maturare sessualmente.

Gli animali che probabilmente vivono realmente di meno sono degli invertebrati, i phylum Gastrotricha, o Gastrotrichi. In laboratorio, in condizioni controllate, raggiungono la maturità sessuale in 10 giorni e muoiono solitamente al 40°. Per alcuni di questi esemplari, in natura, l’intera esistenza si consuma in soli 3 giorni.

 

 


Hai anche tu una domanda a cui non sai dare risposta? Inviacela e potresti vederla pubblicata sul sito!

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L’eclissi di luna del 28 settembre – Uno spettacolo da non perdere

Si tratterà di una concatenazione di eventi molto rara, che si ripeterà soltanto tra diciotto anni: la Superluna rossa del 28 settembre sarà uno spettacolo mozzafiato.

Il 28 settembre, dalle 2:12 ora italiana, sarà possibile assistere ad una singolare eclissi di Luna: all’apice dell’evento il nostro satellite diverrà completamente rosso, e sarà molto più grande del solito. Quel giorno infatti la Luna si troverà molto vicina al perigeo (la distanza minima con la Terra), mostrandosi più grande di circa il 14%. Il colore rossastro sarà invece frutto della deviazione dei raggi solari da parte dell’atmosfera terrestre: benché il nostro satellite si troverà tecnicamente in ombra, il colore rosso della luce riuscirà a raggiungerlo, donandogli questo particolare aspetto. Quello del 28 settembre si tratterà di un evento molto raro, che nell’ultimo secolo è avvenuto solo cinque volte, l’ultima delle quali nel 1984; la fase più spettacolare sarà tra 4:47 e le 5:22, quando gli effetti dell’eclissi saranno più evidenti.

Se il cielo non vi consentirà di godervi lo spettacolo, sul canale della NASA sarà possibile assistere in diretta all’evento. Per farvi un’idea di cosa accadrà, l’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) ha preparato un video dimostrativo creato col software Stellarium.

 

 

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PIG 05049 – La vita dopo la morte di un maiale

C’è un proverbio, di origine toscana, che sancisce che del maiale non si butta via nulla. Ma sarà proprio così? È possibile che di un porcellino alla sua morte niente vada perduto? Questa è la storia del maiale 05049, e della sua vita dopo la morte.

Christien Meindertsma è una designer olandese che nel 2005 decide di seguire il destino di un suino ben oltre la sua morte biologica, per scoprire quanto del suo corpo verrà riutilizzato e in che modo: nasce così il progetto PIG 05049. Per tre lunghi anni Meindertsma racoglie, cataloga e traccia ogni singolo brandello di 05049, un suino nato e cresciuto in un allevamento olandese che, come buona parte dei suoi consimili, termina la sua vita in un macello, affinché la sua carne venga trasformata in prosciutti, salsicce e salami. Ma è tutto il resto ad essere sorprendente. Legamenti, ossa, cartilagini, occhi, interiora, peli; ogni cosa vive una nuova vita: si va dai proiettili alle bibite, dalle vernici per interni ai freni per locomotive, dagli orsetti gommosi alle statuine di porcellana. Le singole parti diventano così molto più del soggetto originale, disperse per tutto il mondo in una filiera produttiva che non conosce il destino di alcuno degli elementi in gioco. Tutta la storia di 05049 viene raccolta in un libro, minimale nella scrittura e nelle immagini, impreziosito sulla costola da una replica dell’etichetta identificativa che il maiale aveva all’orecchio quando ancora era in vita. Siamo quindi legati necessariamente alla carne? E ha davvero senso dichiararsi vegani o vegetariani quando molte delle cose di ogni giorno sono, spesso inconsapevolmente, di origine animale?

 

 

Il maiale viene così spedito per il globo da continente a continente, terminando il suo quasi infinito viaggio nel piatto di un bambino sotto forma di bistecca, o tra le mani esperte di un pittore come pennello, oppure ancora tra le labbra di una donna, come composto di una sigaretta. Ma anche come valvola cardiaca ad impianto umano, che dona ad un cardiopatico la possibilità di vivere per molti anni ancora insieme alla sua famiglia.

Così che almeno il cuore di 05049 non smetterà di battere tanto presto.

 

 

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Mary Toft – La donna che partoriva conigli

Il dottor John Howard è un rispettato chirurgo ed ostetrico inglese, con decenni di esperienza alle spalle. Un giorno del 1726 viene chiamato a Godalming dalla famiglia Toft, che abita in una fattoria lì vicino: la signora Mary lamenta dei forti crampi al basso ventre, che lasciano supporre che la donna sia in travaglio. In effetti i segni ci sono tutti, e Howard si aspetta un parto semplice e senza complicazioni. Sarà costretto a ricredersi quando la donna metterà al mondo un coniglio.

Da Guildford ci arriva una strana ma ben testimoniata notizia. Che una povera donna che vive a Godalming, vicino alla città, è stata il mese scorso aiutata da Mr. John Howard, eminente chirurgo e ostetrico, a partorire un coniglio, ma con cuore e polmoni cresciuti fuori dal torace, 14 giorni dopo che lo stesso medico le aveva fatto partorire un coniglio perfettamente formato; e pochi giorni dopo, altri 4; e venerdì, sabato e domenica, un altro coniglio al giorno; e tutti e nove morti venendo al mondo. La donna ha giurato che due mesi fa, lavorando in un campo con altre donne, si imbatterono in un coniglio, e lo rincorsero senza motivo alcuno: questo creò in lei un desiderio così forte che (essendo incinta) abortì il suo bambino, e da quel momento non è capace di evitare di pensare ai conigli. – Weekly Journal, 19 novembre 1726

La protagonista della nostra storia è Mary Toft, nata Denyer, una contadina venticinquenne sposata con Joshua, un merciaio ambulante, che vivono insieme ai loro tre figli Mary, Anne e James nella piccola cittadina di Godalming, qualche migliaio di anime nel sud dell’Inghilterra. Nel 1726 la donna rimane incinta del quarto figlio, ma la gravidanza sembra interrompersi in agosto, quando in seguito a forti dolori espelle molto materiale organico. Anche se ha tutta l’aria di un aborto, il 27 settembre Mary partorisce regolarmente.

Solo che da alla luce un coniglio morto.

 

 

Terrorizzata dalla carcassa appena espulsa, la ragazza la invia a John Howard, chiedendogli di visitarla. Il dottore è palesemente scettico, da uomo di scienza qual è, ma vuole comunque dare un’occhiata a questa bizzarria. Ad un primo esame Mary sembra sana come un pesce – per quanto possa essere sana una contadina del ‘700 – ma le doglie nei giorni successivi diventano insopportabili: ad inizio novembre, per diversi giorni, la ragazza espelle pezzi di gatto soriano, coniglio, anguilla ed altri animali. Questo grottesco parto arriva alle orecchie del sovrano Giorgio I, che incarica due medici di corte, Nathaniel St AndréSamuel Molyneux, di indagare seriamente sul caso. I dottori si recano a Guildford, dove intanto Howard ha portato Mary, e restano senza parole: quasi a prevedere la loro venuta, la ragazza ha appena partorito il torso di un coniglio, il quindicesimo dall’inizio di queste sue strane gravidanze. St. Andrè, benché impressionato dalla vicenda, mantiene un contegno scientifico; recupera il moncone e lo immerge nell’acqua, per verificare se i polmoni dell’animale abbiano mai respirato aria. Le due sacche restano a galla, ed il medico comincia a covare i primi dubbi sulla buona fede di Mary, ma resta al gioco. La sera stessa la donna espelle dall’utero altre amenità, tra cui un altro torso, lembi di pelle e concludendo le doglie, platealmente, con una testa di coniglio. La ragazza racconta ai medici che durante una faticosa giornata nei campi in aprile, mentre è incinta, decide di prendersi una pausa con un’amica; d’improvviso dal nulla sbuca un coniglio, che la comitiva si diverte ad inseguire negli orti. Quest’evento, secondo lei, la scuote talmente tanto da costringerla a sognare conigli tutte le notti, lasciandole una vera e propria cicatrice emozionale.

Un altro fatto curioso associato alla gravidanza è l’apparente influenza delle emozioni della madre che si ripercuotono sul bambino nell’utero. Tutti conoscono le spiegazioni dettate dal popolo sui segni lasciati sull’infante di oggetti o animali osservati dalla madre durante la gravidanza, eccetera. La verità, ad ogni modo, sembra essere molto più evidenziata dai fatti di natura sostanziale. C’è un desiderio naturale di spiegare ogni abominio o anormalità del bambino con qualche incidente accorso alla madre in dolce attesa. Esiste una letteratura che attribuisce l’esistenza di alcuni soggetti deformi con episodi legati alla vita delle madri gravide. Il povero Uomo Elefante [Joseph Carey Merrick] credeva fermamente che la sua condizione fosse legata al fatto che la madre, mentre lo portava in grembo, fu atterrata da un elefante in un circo. In alcune nazioni l’esibizione di queste mostruosità è severamente vietata, poiché vi è la convinzione che possa perpetrarsi impressionando le gravide. Ai gemelli siamesi fu fatto divieto di esibirsi in Francia proprio per questa ragione. – Anomalie e curiosità della medicina, George Milbry Gould e Walter Lytle Pyle, 1896

I resoconti dei medici di corte spingono il re ad inviare un terzo dottore, Cyriacus Ahlers, vero bastian contrario di Mary: è assolutamente certo che la donna imbrogli, e per avvalorare le sue idee esamina con cura i resti, scoprendo che si tratta di animali che in origine erano vivi, i cui corpi sono stati macellati con strumenti da taglio. Forse, pensa Ahlers, anche Howard è implicato nella faccenda. St. André, di contro, è fermamente convinto che la donna non abbia nulla da nascondere.

La stessa notte [Mary] sognò di trovarsi in un campo con due conigli in grembo, e si svegliò con una strana fitta, che perdurò sino al mattino; da quel momento, per i successivi tre mesi, ha un forte e costante desiderio di nutrirsi di conigli, ma essendo di famiglia povera ed indigente non ha mai potuto permetterselo. – Appunti di St. André sul caso

Il sovrano viene informato della scoperta, e decide di vederci chiaro: St. André ed un altro collega vengono rispediti a Guildford, e ad accoglierli trovano Howard, che li informa di un nuovo parte gemellare, ovviamente di conigli. Mary, a differenza delle altre volte, lamenta un dolore incessante all’addome destro e viene condotta a Londra dal celebre ostetrico Richard Manningham, che scopre che la parte dolente è sensibilmente più grande della sinistra.

Sotto l’occhio vigile di St. André – che si sta giocando la carriera per quella che potrebbe essere una volgare truffa – Mary viene esaminata da decine di eminenti medici, con pareri largamente contrastanti: da un lato c’è John Maubray, che avanza l’ipotesi che un trauma legato ai conigli possa aver condizionato le gravidanze delle donna, e dall’altro James Douglas, che afferma che partorire conigli sia come se un coniglio generasse un bambino; una stupidaggine. La storia di Mary Toft spacca in due il consorzio scientifico e l’opinione pubblica: ma è davvero possibile che la donna abbia dato al mondo dei conigli?

Ovviamente no, perché è tutta una messinscena.

 

 

A decretare la parola fine alla tediosa questione è il nobile Thomas II conte di Onslow, il 4 dicembre del 1726. Onslow comincia ad indagare in gran segreto, e scopre che il marito di Mary, Joshua, nel periodo tra ottobre e novembre ha acquistato un’insolita quantità di conigli. Il giorno prima, inoltre, Onslow viene persuaso dalla madre di Joshua, Margaret, ad introdurre di nascosto un coniglio nella cella della ragazza. Le rivelazioni di Onslow arrivano a Manningham, che si convince della colpevolezza della donna: la sottopone ad interrogatori anche di quattro ore, ma Mary non cede. A questo punto, forte della sua carica di ostetrico, l’uomo la convince che per appurare la natura dei suoi parti deve sottoporsi ad un intervento tanto invasivo quanto doloroso. Ovviamente il dottore sta bluffando, e l’idea sortisce l’effetto sperato: il 7 dicembre Mary, dinanzi al giudice di pace Sir Thomas Clarges, crolla ed ammette tutto.

Dopo l’aborto, Mary ha escogitato la truffa per poter guadagnare qualcosa: con l’aiuto di un complice, mentre la sua cervice uterina era ancora dilatata, ha inserito pezzi di animali che, una volta espulsi, sarebbero sembrati dei “normali” parti. Come abbiamo visto, la sua storia è rimasta in piedi per un po’, ma alla fine da tutta la vicenda, ironicamente, la ragazza non ha mai guadagnato neanche un centesimo.

Un processo è indetto dalla Corte del Consiglio reale, presso Hillary Term, contro Mary Toft di Godalming, con l’accusa di ingiuria e frode, per aver finto il parto naturale d 17 conigli. Si trova tuttora agli arresti nella prigione di Bridewell, dove a nessuno tranne la moglie del custode è consentito entrare nella cella per sopperire alle sue necessità; è vietata la visita anche da parte del numeroso stuolo di persone che accorrono per incontrarla, ed in particolar modo al marito, che deve essere messo sotto diretta sorveglianza quando si trova nelle galere. – The British Gazetteer, 24 dicembre 1726

Nonostante le forti accuse, alla fine Mary non viene processata realmente, ed esce di prigione l’8 aprile 1727. Tornata a casa, la storia si dimentica di lei, salvo per le notizie che segnalano nel 1740 un processo a suo carico per ricettazione e la sua morte, avvenuta nel 1763. Alla fine a fare le spese dell’intera vicenda saranno i medici che hanno sostenuto le parole della donna, in particolare St. André, che si vedrà messo alla berlina per il resto dei suoi anni come un medico allocco ed ignorante, divenendo il simbolo stesso della ciarlataneria dei medici dell’epoca.

 

 

Dimenticavo di un altro evento importante nella vita di Mary Toft, successivo a questa bizzarra storia: nel 1727 rimane di nuovo incinta. E, che ci crediate o no, da alla luce una bella bambina.

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Processi bestiali

La metamorfosi di un essere umano in un animale è qualcosa che da sempre affascina e terrorizza. Osservare il proprio corpo trasformarsi in uno nuovo, arrendersi alle ossa che scricchiolano per ricomporsi in qualcosa che non ci appartiene, ascoltare le proprie urla di dolore vibrare fino a divenire un grido di sofferenza ferale. Ma poi avere il potere di un lupo, o di un leone, le capacità di caccia di un leopardo, o i sensi acutissimi di una tigre. Forse oggi guardiamo a queste storie e pensiamo che, per l’appunto, sono solo storie. Ma in un altro tempo (e ancora oggi in un altro luogo) queste rappresentano qualcosa di più. Ed oggi ve ne racconto una parte, che non ha niente a che fare con lupi mannari, uomini lontra o wendingo: i processi alle bestie criminali.

 

 

Se vi scrivessi di processi a poveri porcellini indifesi, certamente storcereste il naso, pensando chi vi stia prendendo in giro. Eppure nel medioevo è usanza affermata che al banco degli imputati, di fronte alla forca e ad una folla ansimante, vi sia un maiale. Non si tratta di processi farsa, ma vere e proprie cause giudiziarie. Almeno 34 maiali, nell’Europa medioevale, vengono legalmente mandati a morte con l’accusa di infanticidio, la cui pena viene regolarmente eseguita da boia professionisti, che nulla hanno da ridire di fronte alla muta vittima. Nel 1386, ad esempio, un tribunale francese manda a morte una scrofa, accusata di aver mutilato ed ucciso un bambino.

Sebbene possa sembrare grottesco un provvedimento del genere, bisogna pensare che la legge, così come le storie, sono figlie del loro tempo: in un’epoca dominata dalla paura e dall’inquisizione, è più semplice condannare un porcello per omicidio anziché dei genitori per incuria del proprio bambino, seguendo il precetto del capro espiatorio.

La funzione simbolica del processo e della esecuzione pubblica della pena, tra canti e balli popolari, comune ai processi per stregoneria, nei quali anche gli animali vengono accusati in quanto incarnazione oppure strumenti di Satana, testimonia di un ulteriore profilo di cui tenere conto, ovvero dell’incidenza del controllo dei tribunali ecclesiastici sulle questioni giudiziarie ordinarie. Anche perché, quando il verdetto non conseguiva l’esito agognato, e la condanna dello sciame di cavallette non impediva la distruzione del raccolto (forse a causa del fatto che le stesse non comprendevano il latino), il clero organizzava processioni per chiedere perdono a Dio (e si ammonivano i fedeli a pagare le decime). – Désirée Fondaroli, Le nuove frontiere della colpa d’autore: l’orso “problematico”

Le accuse, in realtà, sono quasi sempre fondate: si tratta per lo più di animali che, per natura o opportunità, hanno danneggiato gravemente qualcuno o qualcosa. Non solo maiali, ma anche locuste, topi, ratti, cani, lupi e persino mosche finiscono sotto il giogo della pubblica piazza: in Europa, tra l’824 ed il 1845, i processi bestiali sono 114. Un caso eclatante, che abbiamo già trattato, è quello del Gallo di Basilea, in cui un gallo che deponeva uova – il fenomeno è raro ma possibile – viene arso sul rogo per paura che dia vita ad una coccatrice, un mostro simile al basilisco.

 

 

Tra le vigne di Troyes, in Francia, nel 1516 viene processato un gruppo di insetti responsabile di aver rovinato il raccolto. Il giudice ascolta i due avvocati, quello della difesa – assegnato d’ufficio – e quello dell’accusa assoldato dai viticoltori, e sorprendentemente decide di dare una possibilità alle piccole creature: se entro una settimana se ne andranno, cadranno le accuse, altrimenti verranno scomunicate. Non sappiamo come si sia conclusa questa storia allo scadere del settimo giorno, poiché gli incartamenti giudiziari sono stati persi nel tempo. Sappiamo però come termina un analogo processo: delle termiti vengono accusate di aver scavato gallerie sotto un monastero, ed anche in questo caso la condanna dopo una settimana sarebbe stata la scomunica. Non si sa se per la paura di ritrovarsi all’inferno, ma pochi giorni dopo tutte le termiti lasciano il monastero, in ordinate file indiane.

 

 

Probabilmente il processo bestiale più inquietante è quello avvenuto nel 1730 circa, e ricordato come il Grande Massacro dei Gatti. Siamo in Francia, a Parigi, nei pressi di una tipografia. Il giovane operaio Nicolas Contat si lamenta con i suoi colleghi dei turni massacranti a cui li sottopone il loro datore di lavoro: il cibo fa schifo, il caldo è insopportabile e ad ogni ora del giorno e della notte si avvicendano i miagolii dei gatti del vicinato, innamorati di La Grise (La Grigia), la gatta della moglie del padrone. La stessa donna, più volte, gli fa notare bellamente che La Grise riceve un trattamento molto migliore del loro. Gli uomini covano vendetta, ed una notte decidono di agire: simulano il verso dei gatti e ne fanno accorrere il più possibile nei pressi della tipografia. I loro incessanti miagolii destano i padroni, che ordinano a Nicolas ed i suoi di scacciare i felini. Armati di tutto punto, i dipendenti riescono a catturare tutti i gatti, tranne uno. Anzi, sopratutto uno: La Grise. La Grise viene colpita sulla spina dorsale da una spranga di ferro, e viene brutalmente finita colpo dopo colpo. Nella tipografia viene allestito un processo, con tanto di avvocati, confessori e boia. I gatti vengono ritenuti colpevoli ed appesi alla forca, non prima di aver ricevuto l’estrema unzione. Solo a questo punto i padroni si accorgono della macabra scena: la donna quasi sviene, alla vista di un gatto grigio impiccato ad una trave, che teme possa essere La Grise. Ma i suoi uomini la rassicurano, non avrebbero mai fatto una cosa tanto crudele alla sua gatta adorata: si sono limitati a fracassarle le ossa, rivelano, e a gettarla in un tombino. E così, almeno dal loro punto di vista, giustizia è stata fatta.

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