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Mary Celeste – La nave fantasma

Nel 1860 nel cantiere di Spencer’s Island in Nuova Scozia c’è un gran fermento; si lavora alacremente da diversi mesi alla costruzione di un brigantino di 31 metri e di 282 tonnellate che rappresenta il più grande progetto di quella piccola comunità canadese. Un brigantino è una nave da trasporto abbastanza grande per un carico di merci considerevole, ma altrettanto veloce e robusta da permetterle di superare anche tratte oceaniche, chiamata così perché è il mezzo d’abbordaggio più usato tra i briganti o, se preferite, dai pirati. La nave è il risultato dell’investimento di otto finanziatori: il proprietario dei cantieri navali Joshua Dewis, il mercante locale William Henry Bigalow ed altri sei uomini di Cumberland County e Kings County. Una volta completata nel 1861, viene registrata al più vicino porto, quello di Parrsboro, battendo bandiera canadese parte nel suo viaggio inaugurale nel maggio dello stesso anno, sotto il nome di Amazon e la guida dell’esperto comandante Robert McLellan, figlio di uno degli investitori.

I primi viaggi

Purtroppo l’Amazon naviga sotto una cattiva stella.

Nove giorni dopo aver lasciato Parrsboro il capitano contrae la polmonite e muore poco dopo, costringendo l’equipaggio a terminare il viaggio senza la sua guida. Gli succede John Nutting Parker, che accidentalmente sperona un peschereccio, costringendo a rinunciare al viaggio per permettere le riparazioni del caso. Mentre si trova nei cantieri navali, un incendio divora metà della nave, ma la compagnia non si da’ per vinta e, in barba alla sfortuna che sembra perseguitare l’Amazon, la fa riparare e rimettere in mare. Nel suo primo viaggio transoceanico il nuovo capitano si scontra con un’altra nave nei pressi di Dover, nel canale della Manica; il vascello viene nuovamente portato in secca e riparato.

Dopo un inizio non proprio idilliaco il brigantino sembra essersi scrollato di dosso l’ombra di un destino infausto: seguono sei anni di grandi profitti ed i finanziatori della Nuova Scozia sembrano finalmente essersi messi il cuore in pace. L’Amazon naviga veloce tra gli oceani, toccando le Indie Occidentali ed il Sud America, trasportando le merci più disparate. Nel 1867 una tempesta però spinge la nave in secca nella Baia di Glace, da cui viene prontamente tratta in salvo e scortata al porto più vicino. Forse per paura che il ciclo di sventura si ripeti, l’Amazon viene venduta per $ 1.750 a Richard Haines dallo stato di New York, USA, e riparata con $ 8.825,03, in virtù della sostituzione di alcune travi dello scafo ed il rifacimento del piano di deriva.

La seconda vita della Mary Celeste

Nel 1868 la nave inizia la sua seconda vita sotto bandiera statunitense col nuovo nome di Mary Celeste, come nave da trasporto tra l’Oceano Altlantico ed il Mare Adriatico.  La nuova proprietà è divisa in 24 azioni tra 4 finanziatori: James H. Winchester con 12 azioni, il capitano Benjamin Spooner Briggs con 8, Sylvester Goodwin con 2 e Daniel T. Sampson con 2. La Mary Celeste naviga fruttuosamente tra le onde dell’oceano per molti anni, sotto la guida esperta del capitano Briggs, seguito fedelmente dalla moglie Sarah e a volte dai loro piccoli Arthur, 7 anni, e Sophia, di 2, fino al 1872.

Il 3 novembre 1872 il capitano attende che la nave venga rifornita di alcool industriale per conto della Meissner Ackermann & Coin in partenza da Staten Island, New York, e diretto a Genova, Italia, e ne approfitta per scrivere una lettera alla madre che anita a  Marion, Massachusetts. La donna si sta prendendo cura di Arthur, che deve seguire la scuola, mentre lui, la moglie e Sophia si godranno il viaggio tra gli Stati Uniti e l’Italia.

Il 4 novembre 1872 Briggs incontra un vecchio amico, David Reed Morehouse, capitano di un altro brigantino, il Dei Gratia, che batte bandiera canadese. Cenano insieme e scoprono di dover affrontare un viaggio simile, che li porterà entrambi nel Mar Mediterraneo, ma che le navi non partiranno insieme, dato che la stiva della Dei Gratia (1.735 barili di petrolio) verrà caricato a bordo entro il 15 novembre, mentre la Mary Celeste potrà levare l’ancora già il giorno dopo.

Il 5 novembre 1872 a bordo della Mary Celeste salpano 10 persone:

  1. Benjamin Spooner Briggs, capitano, americano di 37 anni
  2. Sarah E. Cobb in Briggs, sua moglie, americana di 30 anni
  3. Sophia Briggs, sua figlia, americana di 2 anni
  4. Albert C. Richardson, primo ufficiale, americano di 28 anni
  5. Andrew Gilling, secondo ufficiale, danese di 25 anni
  6. Edward W Head, amministratore e cuoco, americano di 23 anni
  7. Volkert Lorenson, marinaio, tedesco di 29 anni
  8. Arian Martens, marinaio, tedesco di 35 anni
  9. Boy Lorenson, marinaio, tedesco di 23 anni
  10. Gottlieb Gondeschall, marinaio, tedesco di 23 anni

A bordo era stata portata anche una gatta, di nome sconosciuto. La traversata di Briggs non è delle più semplici, il trasporto dell’alcool industriale necessita di mille attenzioni, ma il capitano è ottimista, sapendo che al suo fianco ci sono Sarah e Sophia, ed il viaggio viene assicurato per $ 46.000 (il valore del carico è di $ 35.000). Lui poi è un vero lupo di mare, uno che ha guidato cinque navi ed è stato proprietario di molte altre, ed i suoi uomini sono tutti esperti e leali, di diversa nazionalità ma che sanno parlare in inglese correttamente, anche loro con molti anni di navigazione alle spalle. La nave salpa, e ben presto diviene un puntino all’orizzonte, nell’enorme blu di cielo e mare.

L’avvistamento

Nel frattempo, sebbene siano previste condizioni meteorologiche avverse nell’Atlantico, la Dei Gratia fortunatamente naviga senza imbattersi nel cattivo tempo, ed il 4 dicembre 1872 (o il 5 dicembre secondo i giorni nautici) si trova più o meno a 500 miglia (1.000 km) ad ovest del Portogallo. Circa all’una del pomeriggio il timoniere del brigantino canadese, John Johnson, avvista una nave a 5 miglia (8 km), che ha tutta l’aria di essere in difficoltà: non riesce a tenere il vento, lo prende e poi lo perde; naviga casualmente, cambiando spesso direzione, come se tutti lì a bordo fossero sbronzi. Johnson avverte il secondo ufficiale, John Wright, che capisce subito che c’è qualcosa che non torna; avverte così il capitano che ordina di avvicinarsi alla nave, anch’essa un brigantino, per cercare di cosa possa esserle accaduto.

È la Mary Celeste.

 

 

Morehouse è stupito: una nave così sicura, capitanata dal suo amico Briggs, con sette uomini esperti ai suoi comandi, che ci fa nel bel mezzo dell’oceano, in quelle condizioni? La Dei Gratia approccia il brigantino statunitense ed ovviamente prova a mettersi in contatto con l’equipaggio. Niente. Il silenzio cala come un velo sulla Mary Celeste, interrotto solo dallo scricchiolio dello scafo in balia delle onde. Restano così tutti, immobili, a fissare la Mary Celeste per due ore. Infine Morehouse si decide ad abbordarla, perché qualcosa, su quella nave, dev’essere per forza accaduto. Qualcosa di molto spiacevole.

L’intera nave è marcia e regna il caos. – Oliver Deveau, primo ufficiale della Dei Gratia

La Mary Celeste è completamente deserta, e buona parte dello scafo è invaso da oltre un metro d’acqua; delle tre pompe che dovrebbero mantenerla a galla una è in buone condizioni, mentre le altre due sono state smontate per chissà quale motivo. La struttura della nave, ad ogni modo, non imbarca acqua, non ci sono crepe nello scafo e sembra tutto sommato in grado di poter navigare senza particolari problemi. Le cassapanche dei marinai sono intatte, con tutti gli oggetti personali a posto, due vele sono strappate in più punti e sganciate dall’albero mentre quella di trinchetto penzola da un angolo, la bussola è rotta, mancano il sestante ed il cronometro marino, di contro nella cucina ci sono ancora acqua e cibo sufficienti per almeno altri 6 mesi. Il carico di barili di alcool è intatto, salvo poi scoprire a Genova che 9 di questi sono stati svuotati. L’unica scialuppa di salvataggio manca all’appello, probabilmente volontariamente messa in mare piuttosto che da una tempesta. Alla poppa della nave è legata una lunga cima logora, con evidenti segni di rottura dal lato che cavalca le onde al seguito del brigantino. In generale non ci sono segni di colluttazione né indizi che possano far pensare ad un attacco pirata, ma in ogni caso la nave sembra essere stata abbandonata in tutta fretta. Tutti i documenti sono svaniti nel nulla, tranne il diario del capitano, la cui ultima annotazione è datata 25 novembre, quindi almeno nove giorni prima e ad oltre 700 miglia dall’ultima posizione nota registrata, Santa Maria, nelle Azzorre.

Siccome la Dei Gratia è una nave canadese del registro inglese, il capitano Morehouse decide di far rotta con entrambe le navi verso Gibilterra, che è sotto la giurisdizione britannica. La Mary Celeste, guidata dal primo ufficiale Oliver Deveau e da altri due uomini, Charles Augustus Anderson e Charles Lund, attraccherà al porto una settimana e mezzo dopo l’arrivo della Dei Gratia.

L’inchiesta

I funzionari portuali, al servizio del procuratore generale della corona Frederick Solly-Flood, sequestrano il brigantino statunitense ed avviano un’indagine per cercare di far luce sul mistero della scomparsa dei 10 membri dell’equipaggio: la Mary Celeste viene così controllata a fondo dal perito John Austin e dall’ispettore John McCabe. Viene chiamato come consulente locale un marinaio esperto di nome Ricardo Portunato che esamina la nave e scopre tracce di sangue nella cabina del capitano ed uno squarcio nel parapetto provocato probabilmente da un colpo d’ascia, entrambi recenti. Sul brigantino vengono trovate due armi: una daga coperta di qualcosa che sembra sangue ed un coltello immacolato.

Lo scafo, la chiglia ed il timone sono tutti in buone condizioni. Non presentano alcun tipo di lesione o rottura o altri segni che possano suggerire che la nave si sia arenata, si sia scontrata con un’altra imbarcazione, sia finita in secca o abbia preso parte a qualsivoglia incidente. La copertura in rame è in buone condizioni e sono dell’opinione che se la nave avesse avuto un problema o avesse ricevuto danni sarei stato in grado di trovare tracce dell’accaduto, ma non ne ho trovate. – Ricardo Portunato

Del mistero della Mary Celeste si interessa ovviamente anche il console degli Stati Uniti a Gibilterra, Horatio J. Sprague, che vuole escludere che sulla nave gli occupanti americani siano state vittime di omicidio, ed incarica il capitano R. W. Shufeldt della fregata USS Plymouth di ispezionare la nave. A suo parere, i segni nel parapetto possono essere stati provocati da qualsiasi cosa, non necessariamente un’ascia, ed il sangue ritrovato, una volta analizzato, si rivelerà in realtà semplice ruggine. I sospetti si posano sulla ciurma della Dei Gratia, che in quanto recuperatori della nave avevano diritto ad un sesto dell’assicurazione, ammontante a circa $ 7.600: non era neanche possibile che la ciurma della Mary Celeste si fosse ammutinata a seguito di una sbronza, perché l’alcool industriale è puro e tossico per l’organismo. Si pensò anche che i due capitani fossero in combutta, ma Briggs era comproprietario del brigantino, pertanto il guadagno della truffa sarebbe stato poca cosa rispetto al consegnare la merce come concordato. L’inchiesta, in definitiva, si risolse con un nulla di fatto.

Il governo statunitense fece di tutto per ritrovare i dispersi sulla terraferma ed in mare, ma i risultati furono tutti vani. Nel 1873 due scialuppe di salvataggio furono avvistate e recuperate al largo della costa atlantica della Spagna, una con solo una bandiera statunitense a bordo, l’altra contenente i cadaveri di 5 persone che non verranno mai identificati. È comunque improbabile che si tratti dei resti dell’equipaggio della Mary Celeste, che aveva a disposizione una sola scialuppa.

La terza vita della Mary Celeste

Di tutti i vascelli maledetti dalla sfortuna, questo è il peggiore. – David Cartwright, comproprietario della Mary Celeste

James Winchester non se la sente di rimettere in mare la nave, e prende in seria considerazione l’idea di venderla, ma preferisce rimandare la decisione a quando il brigantino tornerà sulle coste statunitensi. Si decide solo quando la nave si prende la vita del padre, Henry Winchester-Vinters, che affoga a Boston in seguito ad un incidente mentre era a bordo della Mary Celeste. Praticamente il vascello viene quasi regalato, facendo rimettere a tutti gli azionisti un sacco di soldi, i quali però erano pronti a far di tutto per togliere dalla propria flotta quella nave dannata.

Nei successivi 13 anni la Mary Celeste viaggia sotto 17 proprietari diversi: il suo ultimo acquirente e capitano, G. C. Parker, non riuscendo a trarre profitti dai suoi scambi commerciali, decide di far schiantare la nave nel tentativo di frodare l’assicurazione, con l’aiuto di altri due uomini. Ha stipulato un contratto assicurativo di $ 34.000 con cinque diverse compagnie, benché a bordo non avesse che merce di poco conto, ad esempio stivali e cibo per gatti. Si dirige quindi verso la barriera corallina di Rochelais, ad ovest di Port-au-Prince, Haiti, ma non riesce a far andare in secca il vascello. Tenta allora di dare fuoco alla nave, ma una volta che l’incendio si consuma completamente la Mary Celeste è praticamente intatta. Parker allora vende i diritti di recupero del relitto per $ 500, assicurando che a bordo ci sono 125 botti di birra, 975 barili di aringhe e $ 1.000 in posateria. Ovviamente niente di tutto ciò viene trovato a bordo, e Parker viene presto beccato dalle autorità e denunciato per frode e distruzione di nave e merci. Il reato di danneggiamento intenzionale di un vascello è punibile con la morte, ma 5 dei 12 dodici giurati si rifiutano di impiccarlo: ironicamente Parker muore tre mesi dopo, e i due marinai che l’avevano aiutato finiscono uno in manicomio e l’altro suicida.

La carcassa della Mary Celeste viene lasciata a marcire, finché finalmente non riuscirà a disincagliarsi ed affondare infine tra i flutti del Mar dei Caraibi.

 

 

Il ritrovamento

Il 9 agosto 2001 una spedizione guidata da Clive Clusser, rappresentante dell’associazione no-profit statunitense National Underwater and Marine Agency, dal produttore cinematografico John Davis e dalla compagnia canadese EcoNova riesce a ritrovare i resti della Mary Celeste al largo dell’Isola de Gonâve. Il relitto è l’unico presente nei fondali, e presenta numerosi indizi compatibili col brigantino canadese: le tracce lasciate dal fuoco appiccato da Parker, gli squarci causati dalla barriera corallina e la provenienza del legno sono prove evidenti dell’identità del vascello. La scoperta è stata messa in dubbio da Scott St George dell’Università del Minnesota, che avrebbe le prove che il legno utilizzato per la nave sommersa sia troppo recente; i suoi metodi di verifica sono però stati molti discussi, e generalmente si considera il relitto come la vera Mary Celeste.

Speculazioni e teorie

Negli anni si sono susseguite molte ipotesi sul destino dell’equipaggio della Mary Celeste. La più plausibile è che Briggs abbia sottovalutato la pericolosità del suo carico. L’alcool industriale prende fuoco facilmente e se non viene stoccato in maniera corretta produce fumi altamente esplosivi. Come fu scoperto a Genova, quando la nave terminò finalmente il suo viaggio, 9 dei 1.701 barili erano vuoti: questi 9 contenitori erano gli unici costruiti con legno di quercia rossa, molto poroso, a differenza degli altri, di quercia bianca. Così è possibile che i vapori si siano liberati nella stiva e Briggs abbia preferito abbandonare la nave per paura di un’esplosione, rifugiandosi sulla scialuppa di salvataggio legata saldamente alla poppa della nave. Probabilmente l’idea era di attendere qualche ora, affinché i fumi si dissolvessero nell’aria, prima di ritornare sul brigantino; una folata di vento particolarmente forte e la cima non troppo solida hanno poi tranciato la corda che teneva la barca ancorata alla nave, lasciando entrambe in balia delle onde e gli uomini, la donna e la bambina a morire di fame, sete o affogati. Nel 2005 il dottor Andrea Sella dell’Università di Londra verificherà con un esperimento che le condizioni della nave al momento dell’avvistamento sono compatibili con questa teoria.

Altra ipotesi suggerisce un ammutinamento dei marinai che avrebbero ucciso e gettato in mare il capitano e la sua famiglia per impossessarsi del carico. Resosi conto di quello che avevano fatto, gli uomini sarebbero fuggiti con la scialuppa, perdendosi tra i flutti. Ma i marinai erano tutti degni di fiducia e con un’ottima reputazione, e Briggs era un astemio convinto, che vietava anche alla sua ciurma di bere alcolici. In ogni caso la possibilità che la colpa sia dell’alcool non regge perché, come detto precedentemente, quello industriale non è assolutamente bevibile.

Alcuni pensano che siano stati i pirati ad abbordare il brigantino e a trucidarne gli occupanti: ma perché allora lasciare il carico intatto? È anche possibile che gli assassini non se la siano sentita di caricare sulla propria nave quella merce pericolosa, ma almeno avrebbero potuto rubare gli effetti personali dell’equipaggio, o le scorte di acqua e cibo dalla stiva. Ai fatti, quest’ipotesi non regge.

Altra teoria è quella secondo la quale i passeggeri si fossero imbattuti in una tromba d’acqua o un maremoto e nel panico abbiano abbandonato la nave. Ma è un gesto senza senso, sopratutto tenendo conto dell’esperienza degli uomini a bordo.

Oppure Briggs, con due pompe fuori uso, avrebbe preferito raggiungere le poco distanti coste di Santa Maria, un’isola delle Azzorre, con la scialuppa piuttosto che con la nave, credendo che di lì a poco sarebbe affondata. La barca poi si sarebbe ribaltata nel tentativo di raggiungere la terraferma affogando il suo equipaggio. Anche questa teoria però non regge molto, perché era evidente che la nave fosse ancora in grado di navigare.

A più di 40 anni dal ritrovamento della Mary Celeste furono pubblicati sullo Strand Magazine carteggi e documenti appartenuti ad un fantomatico passeggero sopravvissuto al naufragio di nome Abel Fosdyk. Secondo l’uomo un giorno vi fu un allegro battibecco sulla possibilità di nuotare o meno completamente vestiti: Briggs, sua moglie ed altri membri si sarebbero così gettati in mare per verificare se fosse possibile, mentre gli altri erano affacciati ad una balaustra appositamente costruita. All’improvviso i nuotatori sarebbero stati attaccati dagli squali e quelli a bordo si sarebbero precipitati troppo violentemente a salvarli dal balconcino, spezzandolo e cadendo in mare in balia dei pescecani. L’unico a salvarsi sarebbe stato Fosdyk, atterrato su ciò che restava della balaustra. Impossibilitato a tornare alla nave sarebbe stato trasportato dalle onde sulle coste africane e, timoroso di non essere creduto o di essere coperto di ridicolo, avrebbe taciuto a tutti la sua vera storia. Ma la sua versione fa acqua da tutte le parti: non vi era motivo di avere un passeggero segreto a bordo; non furono trovate tracce dei resti della balaustra; Fosdyk dichiara che la Mary Celeste era una nave da 600 tonnellate, quando in realtà la stazza era di 282; secondo i suoi carteggi l’equipaggio era inglese, ma in realtà era formato da americani, tedeschi ed un danese; la sua storia inoltre non spiega la mancanza della scialuppa o dei documenti di bordo e degli strumenti di navigazione. Quasi tutti convengono che la storia di Abel Fosdyk sia, per l’appunto, solo una storia inventata.

Altre ipotesi parlano di alieni, o di Atlantide, o del Triangolo delle Bermuda (che sta da tutt’altra parte), ma ovviamente non hanno alcuna base scientifica, e non le riporterò.

In altre opere

Nel 1884, Sir Arthur Conan Doyle pubblica sul Cornhill Magazine il racconto breve J. Habakuk Jephson’s Statement, fortemente ispirato al mistero del brigantino statunitense. Nel testo la nave si chiama Marie Celeste, e viene ritrovata completamente intatta, con ancora la scialuppa di salvataggio a bordo; un passeggero di colore prende possesso della nave uccidendo tutti gli occupanti, prima di fare vela verso l’Africa.

Nel 1965, nell’episodio Flight Through Eternity della serie televisiva britannica Doctor Who, l’equipaggio della Mary Celeste si sarebbe gettato in mare alla comparsa a bordo di alieni Dalek in viaggio nel tempo.

Nel 2007 la G2 Games pubblica il videogioco Limbo of the Lost, sviluppato dalla Majestic Studios. Inizialmente concepito per Atari ST ed Amiga 500, l’avventura grafica segue la storia del capitano Briggs disperso in un limbo da cui deve fare ritorno. Il gioco è stato ritirato poco dopo la pubblicazione a causa delle accuse di plagio; molti elementi audio e grafici sono stati copiati da opere videoludiche di altre compagnie.

La tragedia della Mary Celeste affascina e spaventa ancora oggi, destinata a restare per sempre uno dei grandi misteri insoluti della storia.


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Cymothoa exigua – Il gatto ti ha mangiato la lingua?

Il simpatico animaletto di oggi non è un gatto, bensì un crostaceo parassita.

E sì, le lingue le mangia davvero.

Il Cymothoa exigua è un tutt’altro che simpatico membro della famiglia dei Cymothoidae, conosciuto sopratutto col nome di “Tongue eating louse”, ovvero il pidocchio mangialingua. Questo parassita si fa spazio nei pesci attraverso le branchie, trovandosi un caldo ed umido alloggio alla base della lingua dell’ospite. Aderendo al muscolo con i suoi piccoli uncini, comincia a succhiarne via il sangue; ben presto l’organo va in necrosi, ed il Cymothoa gli si sostituisce completamente.

In tutti i sensi.

Il crostaceo diventa a tutti gli effetti la nuova lingua del pesce, svolgendone appieno tutte le funzioni, ed è così bravo che l’ospite non si accorge praticamente di nulla. Da quel momento parte del cibo, o del muco orale, verrà mangiato dal parassita. I pesci che vengono colpiti da questo parassita sono essenzialmente due: il Lutjanus guttatu, che vive al largo di Messico e Guatemala, e il Lutjanus peru, che nuota al largo di Messico e Perù.

Comunque non c’è da preoccuparsi; l’unico avvistamento al di fuori delle suddette coste è avvenuto nel 2005, in un mercato ittico inglese, e nessun caso di attacco ad essere umano è mai stato registrato.

Finora.

Bon Appétit!

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20 assurde curiosità sugli animali

Scopriamo insieme l’incredibile mondo degli animali e le loro bizzarre abitudini!

1. Quando state dormendo ed il gatto sfrega il suo muso contro il vostro viso, lo fa per controllare che non vi sia accaduto nulla di male.

2. Quando un cane mostra i denti ad un altro, spesso è perché vuole solo giocare, non perché sia aggressivo.

3. Diversi studi hanno dimostrato che greggi di capre diversi hanno accenti diversi, un po’ come noi parliamo in dialetto.

4. I corvi sono particolarmente intelligenti e simpatici: ogni tanto si fanno anche degli scherzi per divertirsi.

5. Ogni delfino ha un proprio nome, e conosce quelli del proprio gruppo.

6. Un branco di carlini è detto in inglese “grumbles”, traducibile più o meno con “un gruppo di lagnosi”.

7. Ogni anno nel mondo migliaia di alberi vengono piantati grazie agli scoiattoli. Questi simpatici animaletti sono un po’ tonti e si dimenticano spesso dove hanno sotterrato le loro ghiande, nocciole e castagne.

8. Le ostriche sono animali ermafroditi sequenziali alternanti, cambiano cioè sesso più volte durante tutta la loro vita.

9. Non esistono due tartufi (il naso dei cani) uguali in natura, esattamente come la nostra impronta digitale.

10. Il chow chow è l’unico cane che non possiede una lingua rosea, bensì bluastra.

11. I pipistrelli non camminano semplicemente perché non possono: i loro arti inferiori sono troppo corti.

12. Le lucciole sono degli insetti assolutamente innocui. Non sono portatrici di alcuna malattia nota.

13. I maschi di tartaruga grugniscono mentre le femmine sibilano. A quanto pare soffrono di problemi di comunicazione come molte coppie.

14. Una gallina con la testa rossastra darà uova marroni, mentre una con la testa bianca darà uova bianche. Ancora non si è scoperto il perché.

15. Sebbene nelle corride i matadores sventolino un drappo rosso, i tori sono totalmente daltonici. Sono infastiditi dal movimento del mantello, non dal suo colore.

16. Il manto delle giraffe diviene più scuro col passare degli anni.

17. Un orso adulto può correre alla velocità di un cavallo.

18. I colibrì sono gli unici uccelli capaci di volare anche all’indietro.

19. Sebbene il logo del browser Mozilla Firefox sia una volpe infuocata (fire = fuoco, fox = volpe), l’unica specie realmente detta firefox è quella dell’Ailurus Fulgens, un simpatico panda rosso.

20. L’animale acquatico più lento è il cavalluccio marino: nuota a circa 0.005 Km/h.

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Squali a Lecce

Nel 2011 viene avvistato a Frigole, in provincia di Lecce, quello che sembra essere a prima vista uno squalo.

Più che la sorpresa di vedere questo simpatico predatore poco lontano dalle coste del Belpaese, sono i commenti dei ragazzi salentini che l’hanno filmato a lasciare di stucco.

Gianluca porco D*o!

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La lunga odissea delle paperelle di gomma smarrite nell’oceano

Tornate col pensiero alla vostra infanzia, quando tutto sembrava enorme visto dagli occhi così piccoli di un bambino: bastava sedersi a tavola e questa diveniva per noi  un’intera regione, complice anche quella innocente fantasia che solo i piccoli hanno. E così ogni bicchiere era la torre più alta del regno, ogni fazzoletto un appezzamento di terra coltivato. Se la tavola imbandita sembrava immensa, che dire dell’ora del bagnetto? In quella vasca da bagno ognuno di noi era il Capitano Achab, che sfidava la tempesta perfetta fatta di bollicine di sapone e gridava contro lo schiumeggiare dei flutti. Ed eccola lì, sorniona, indifferente al nostro personale battagliare, lei: la paperella di gomma. Si stagliava gialla, trionfante del suo restare sempre a galla, senza mai cederci il fianco; la nostra Moby Dick da fiocinare. Ed in effetti di solito la battaglia epica finiva con noi che prendevamo la paperella e gliele davamo di santa ragione.

Oggi voglio raccontarvi una curiosa storia di migliaia di paperelle di gomme, disperse per gli oceani di mezzo mondo.

Nel 1992 una nave da trasporto cinese rovesciò un container di 30.000 paperelle di gomma “Friendly Floatees” della compagnia di giocattoli First Years Inc. in una vasca un po’ più grande del normale: l’Oceano Pacifico. Ovviamente era impossibile riuscire a recuperare i pennuti plasticosi dalla nave, ed il capitano si limitò a fare spallucce e navigare verso porti più prosperi. Questa marea gialla però risvegliò la curiosità di due oceanografi, Ebbesmeyer ed Ingraham, che ebbero la brillante idea di monitorare i nostri piccoli amici per capire se le proiezioni matematiche dei flussi oceanici, delle loro correnti e della loro dispersione fossero corrette. Nel decennio successivo, sino al 2001, si sono susseguiti gli avvistamenti delle paperelle, alcune delle quali sono state dotate di microchip e rispedite in mare, in balia delle correnti. Fra il luglio e il dicembre del 2003, la First Years Inc. ha messo una taglia di cento dollari sui giocattoli per chi ne avesse trovato degli esemplari lungo le coste di Islanda, Canada o Nuova Inghilterra e lo avesse spedito al quartier generale di Tacoma. Sebbene grazie a questo stratagemma, che ha valso certamente grande notorietà alla compagnia di giocattoli, siano state recuperate centinaia di esemplari, a tutt’oggi la stragrande maggioranza delle paperelle vaga ancora indisturbata tra le onde del globo, per almeno un’altra settantina di anni, prima di disciogliersi completamente in acqua. L’odissea delle Friendly Floatees ha spinto la NASA ad usarle per svelare le dinamiche con cui si vanno sciogliendo i ghiacci perenni della Groenlandia; molti artisti inoltre hanno creato delle versioni gigantesche dei pennuti, alte anche 30 metri, ancorate nei porti delle città più famose del mondo e ribattezzate “Mamme Papere”.

Provate a riempire di sberle queste, di paperelle di gomma.

È incredibile quanto ti possa insegnare una papera. – Curtis Ebbesmeyer

E se permettete la poesia, mi piace pensare a questi nostri amici di plastica che viaggiano per giorni rinchiusi in un container. Così fuggono via, e non potendo volare, se ne vanno peregrinando per gli oceani, a ricordarci che forse è più bello vivere combattendo le onde dell’oceano che rimare al sicuro in una piccola vasca da bagno.

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