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La misteriosa foresta di Cannock Chase

Terra di antichi popoli celti, teatro di brutali omicidi, tana di mostri metà uomo e metà bestia, dimora di fantasmi dagli occhi neri. Questo e molto altro è la misteriosa foresta di Cannock Chase. Ecco le sue storie.

La foresta di Cannock Chase è una lingua di terra verde baciata dal pallido sole inglese. Gli alberi crescono rigogliosi, e danno rifugio a una gran varietà di animali, e a dire di molti anche di fantasmi e mostri grotteschi. Di foreste infestate abbiamo già avuto modo di scrivere, con l’inquietante storia di Hoia Baciu, ma quello che si nasconde tra le fronde di Cannock Chase è inenarrabile, e si fonda sul grottesco omicidio di tre bambine, sul finire degli anni ’60.

 

 

Gli omicidi di Cannock Chase

Gli omicidi di Cannock Chase, detti anche omicidi A34, sono tre orrendi delitti perpetrati dalla mente malata di Raymond Leslie Morris, e che hanno per sfondo la foresta di Cannock Chase.

Il 1° dicembre 1964 la piccola Julya Taylor, 9 anni, viene caricata in auto a Bloxwich, Inghilterra, da un uomo che le dice di essere un amico della madre passato a prenderla. Verrà ritrovata il giorno dopo da un ciclista che passa casualmente nei pressi di Cannock Chase, con evidenti segni di violenza sessuale e strangolamento, agonizzante ma viva. È l’inizio della nostra grottesca storia.

Margaret Reynolds, 6 anni, scompare da scuola l’8 settembre del 1965, e Diana Joy Tift, 5 anni, si volatilizza nel nulla mentre si reca a casa della nonna, il 30 dicembre. Nonostante l’enorme dispiegamento di forze, con oltre 2.000 persone alla ricerca di Margaret, delle bambine non v’è traccia. Il 12 giugno 1966 vengono rinvenuti i loro cadaveri in una buca di Manstly Gully.

Il 19 agosto 1967 alla piccola Christine Darby, di 7 anni, viene offerto un passaggio in macchina da uno strano individuo nei pressi di casa sua a Caldmore. Il suo corpo viene scoperto casualmente in una brughiera poco distante la foresta tre giorni dopo, denudato, da un soldato.

Il 4 novembre 1968 viene arrestato a Walsall un uomo che ha appena tentato di abbordare una bambina di 10 anni, Margaret Aulton, che è riuscita miracolosamente a sfuggire al rapimento, anche grazie alla segnalazione di un diciottenne del luogo, che avverte la polizia in tempo. A bordo della Ford Corsair bianca e verde riconosciuta dalla piccola c’è un losco figuro, Raymond Leslie Morris, che gli inquirenti sospettano essere il misterioso e brutale omicida di Cannock Chase. Nonostante un alibi di ferro avanzato dalla moglie, i poliziotti gli trovano a casa una foto pedopornografica che ritrae la sua nipotina di 5 anni. Processato per gli omicidi di Margaret, Diana e Christine, viene dichiarato colpevole grazie alla coraggiosa testimonianza di Julya, che riconosce in Raymond l’uomo che l’ha stuprata e seviziata.

È lui. È stato lui a farmi questo. – Julya Taylor, in lacrime, accusa Raymond Leslie Morris al processo

Condannato all’ergastolo, Raymond muore a 84 anni in prigione, dopo aver scontato 45 anni, per cause – forse – naturali. L’11 marzo 2014 si conclude così la storia del killer A34, ed inizia quella dei fantasmi di Cannock Chase.

 

La ragazza dagli occhi neri

Nel mondo, sopratutto in Inghilterra, fioccano le leggende su ragazzine dagli occhi completamente neri, senza iride, che si dice bussino di notte alle porte dei poveri malcapitati, prima di svanire nel nulla. Dopo gli omicidi di Cannock Chase, nella foresta si susseguono gli avvistamenti di strane apparizioni, tra le quali quella di un’inquietante fantasma dagli occhi neri, di cui esisterebbero anche prove fotografiche.

Christine Hamlett è una medium inglese, che il 10 ottobre 2014 scatta una foto di quello che, a suo dire, è lo spettro di una ragazza morta di difterite sul finire dell’800.

 

 

Non sono in molti a credere alla veridicità dell’immagine, che potrebbe rappresentare tutto o niente, e dopo qualche mese di intensi dibattiti nel circolo scientifico la questione muore insoluta. Finché, il 18 aprile 2015, l’utente Furious Otter carica su YouTube un filmato ripreso con un drone che sembra immortalare la ragazza dagli occhi neri. Che si tratti di reperti autentici o semplici fake lascio a voi la decisione.

 

 

L’uomo maiale

Non sono solo i fantasmi a togliere il sonno ai cittadini di Cannock Chase. Tra le spaventose creature della notte del bosco sembra esserci infatti anche un grottesco ibrido tra uomo e maiale, avvistato più volte fino al 1993. Poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il governo del Regno Unito avalla un esperimento congiunto tra inglesi e statunitensi per consentire lo sviluppo di una nuova arma. Dopo un lungo studio, gli scienziati decidono che il futuro della guerra si combatterà non più sul campo, ma in vitro, attraverso l’ingegneria genetica, e decidono di fondere DNA umano con quello suino. Rapiscono quindi nei pressi della foresta di Cannock Chase una donna, la ipnotizzano e le impiantano geni modificati di maiale affinché resti incinta. Dopo 10 mesi di gestazione, i dottori sono costernati; la donna ha partorito un bambino con la testa di porco. Delusi dal risultato, che non collima esattamente con le loro idee iniziali, decidono di non abbattere il piccolo, ma di crescerlo ramingo nella foresta, al fine di studiarne l’adattabilità e la possibilità di utilizzarlo in futuro come progenitore di una nuova stirpe di soldati. Da allora, quasi ogni notte nei pressi del bosco è possibile udire strazianti lamenti intervallati a profondi grugniti, che hanno fatto nascere numerosi gruppi di studiosi, il cui maggiore esponente è certamente il ricercatore del paranormale Lee Brickley.

Egregio Signor Brickley,

Sono stato testimone qualche tempo fa di un fatto che certamente merita la sua attenzione. Nell’ottobre del 1993, nei pressi di Castle Ring, io e mia moglie abbiamo udito degli strani versi provenire dalla profondità della foresta. Certi che fosse una coppia del luogo intenta a divertirsi, ci siamo allontanati dal rumore in direzione dell’auto. Appena giunti al parcheggio mi sono voltato, ed ho visto con i miei occhi la creatura più strana che potessi mai immaginare. Alta circa 2 metri, dal collo in giù somigliava ad un uomo, ed indossava anche dei vestiti, ma la sua testa era troppo grande per essere umana e si prolungava in un grosso naso da maiale. Quando anche mia moglie l’ha vista, la paura ha preso il sopravvento, così siamo fuggiti via verso la nostra auto e ci siamo chiusi dentro. È stato allora che quella cosa ha cominciato a grugnire, come un porco che venisse scannato. Questo fatto ci ha turbato molto…

Ha mai visto qualcosa del genere prima?

Cordiali saluti,

John & Anne – Email inviata a Lee Brickley che testimonia l’incontro con l’uomo maiale

Pig-man è solo l’ultima delle tante storie che ruotano intorno alla foresta di Cannock Chase. Voi cosa ne pensate? Il bosco è solo il teatro di una – purtroppo reale – tragedia o si tratta di un luogo al di là della nostra comprensione, crogiolo di fenomeni paranormali?

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Another

Da 15 anni la classe 3-3 della Yomiyama Nord è maledetta. Ogni anno tra i banchi si avvicendano gli studenti, con il loro carico di ansie e paure adolescenziali. Ma più di tutto, a gettare terrore nei cuori, è che uno di loro, in realtà, è morto. Solo che nessuno sa chi sia. Benvenuti in Another.

Another è una light novel horror giapponese ideata da Yukito Ayatsuji nel 2009, ed in seguito sviluppata come manga e anime. La storia narra della classe 3-3 della Yomiyama Nord, e della maledizione che incombe sui suoi alunni. La storia è realmente angosciante. Ogni personaggio sembra avere qualcosa da nascondere, ed il giro di vite immaginato da Ayatsuji si sviluppa in una serie di misteri e rivelazioni per nulla scontate, in cui fino all’ultimo non saremo in grado di capire chi è il responsabile della malasorte che colpisce gli studenti della 3-3. Se state cercando un ottimo manga o anime horror Another è certamente quello che fa per voi.

 

 

Trama

Nel 1972 Misaki, studentessa popolare sia tra i compagni che tra gli insegnanti della scuola media di Yomiyama, muore improvvisamente a causa di un incidente. Distrutti dal dolore, gli amici non ne accettano la dipartita, e decidono all’unisono, inconsciamente, di concludere l’anno scolastico come se nulla fosse mai accaduto. I professori assecondano la grottesca situazione, per permettere agli studenti di elaborare il lutto con calma ma, forse, anche perché neanche loro si capacitano della morte di una ragazza così solare e piena di vita. Così il banco di Misaki resta al suo posto, il suo nome non viene annullato sui registri, e tutti vivono in questa sorta di limbo ovattato. Alla cerimonia dei diplomi la situazione non è cambiata, ma ognuno, in cuor suo, è sollevato che finalmente l’anno scolastico sia finito. Viene riservato un posto anche a Misaki, le viene virtualmente dato l’attestato e finalmente, traendo un sospiro di sollievo, con un sorriso un po’ forzato, la classe 3-3 del ’72 conclude la sua storia con una bella foto di gruppo.

In cui compare anche Misaki.

Anni dopo, nella primavera del 1988, il quindicenne Kōichi Sakakibara, trasferitosi dai nonni a Yomiyama, viene assegnato alla classe 3-3, ma a causa di un pneumotorace non può cominciare le lezioni in tempo, saltando un paio di settimane. In ospedale incontra una misteriosa ragazza orba dall’occhio sinistro, Mei Misaki, che scoprirà più tardi essere una sua compagna di classe. Dimesso e presentatosi ai suoi nuovi amici, scopre che Misaki viene completamente ignorata da tutti, insegnanti compresi, come se non esistesse, o peggio. In realtà si tratta di una contromisura adottata dai compagni per evitare la morte: ogni anno, parenti ed amici degli studenti della 3-3 muoiono in circostanze misteriose. Per sfuggire alla maledizione hanno pensato di escludere completamente qualcuno dalla vita di classe, e la scelta è ricaduta su Mei, già non particolarmente amata. In questo modo, secondo Izumi Akazawa, scelta per elaborare piani per annullare il destino infausto che pende su di loro come una spada di Damocle, il numero di studenti resterà costante, e non ci sarà bisogno che muoia nessuno. Kōichi però non vuole stare al gioco, e non crede alla maledizione – non essendo della città non conosce quanto è vera la storia – e trova in Mei un’amica con cui confidarsi, e riportandola così idealmente in vita, richiamando ancora una volta la morte tra i banchi.

Riuscirà Kōichi a spezzare la maledizione, o sarà l’ennesima vittima della follia della classe 3-3?

 

 

Grazie a Damiano per avermi segnalato Another. Era un po’ che volevo scrivere di questa fantastica opera, e con la sua email ne ho trovato l’occasione. 😉

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Cargo [STREAMING]

Qual è la cosa più preziosa di tutte quando sei un uomo, un padre, in una terra invasa dai morti viventi? Quanto sei disposto a perdere per salvare la vita di tuo figlio? Benvenuti in Cargo.

Cargo è un cortometraggio del 2013 finalista del Tropfest, festival dedicato alle produzioni indipendenti che non superano i 20 minuti di video. Diretto da Ben HowlingYolanda Ramke, e scritto da quest’ultima, Cargo narra la storia di un padre e di suo figlio appena nato, negli Stati Uniti spazzati via dall’apocalisse zombie. Dopo la drammatica perdita della moglie, l’uomo è costretto a viaggiare di città in città, alla disperata ricerca di un rifugio sicuro dove stabilirsi e, sopratutto, di un futuro per il suo bambino. Scoprirà presto che l’amore può andare ben oltre la morte.

Buona visione.

 

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Carl Newton Mahan, 6 anni, assassino

Alcuni emeriti scienziati e professori universitari affermano che molto di ciò che siamo derivi dai nostri geni. Le nostre azioni passate e future potrebbero essere solo un caotico mare di acidi nucleici e poco altro. Così sin dalla nascita siamo destinati a diventare pittori, avvocati, muratori. O come Carl Mahan, 6 anni, assassini.

 

 

Paintsville, Kentucky, sonnacchiosa cittadina mineraria degli Stati Uniti. È il 18 maggio 1929, Carl Newton Mahan, 6 anni, è in giro a far nulla col suo amico, Cecil Van Hoosem, 8 anni. Mentre giocano senza un pensiero al mondo, incappano in dei rottami di ferro. Sembra una cosa come tante altre, pezzi di ferro gettati alla rinfusa, ma i due hanno l’idea di venderli al robivecchi del paese per tirarci su qualche moneta, da spendere in caramelle. Magari riescono a farci uscire i soldi anche per un gelato. Ma uno solo. Chissà se è questo che pensa Cecil, quando strappa di mano all’amico la ferraglia e gliela tira sul volto, pronto a scappare col maltolto. Che sia il dolore, l’orgoglio ferito o chissà cos’altro, Carl non ci vede più dalla rabbia. Torna a casa senza dire una parola, imbraccia il fucile a pompa del padre ed urla a Cecil “Ora ti sparo”.

E lo spara sul serio, uccidendolo sul colpo.

Carl viene immediatamente arrestato con l’accusa di omicidio, e processato lo stesso giorno. Il bambino ha il tempo solo di spiegare l’accaduto e sentire cosa ne pensa l’accusa, prima del sonnellino pomeridiano, che lo vede dormire sul banco degli imputati per tutto il resto del processo. Dopo trenta minuti di camera di consiglio, il verdetto è unanime: Carl Newton Mahan, 6 anni, è colpevole di omicidio di primo grado.

Lo attendono 15 anni di riformatorio.

Ma in molti gridano allo scandalo, e che è assolutamente impensabile poter processare un bambino così piccolo, al di là se sia colpevole o meno: dovrebbe essere giudicato dai suoi pari, non dagli adulti. Su questa affermazione, che sia un cavillo burocratico oppure no, Carl si salva pagando $ 500 di cauzione, e viene rimandato a casa come se nulla fosse accaduto.

Se non fosse che nel paesino di Paintsville, in mezzo alla strada, c’è un altro bambino riverso a terra con la faccia spappolata da una scarica di fucile a pompa.

Che abbiano ragione i genetisti oppure no, il destino sembra rifarsi su Carl: il 28 aprile 1958, all’età di 35 anni, viene ritrovato morto nella sua casa di Lousiville. Si è sparato un colpo di rivoltella alla testa.

 

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I 25 (+1) poster di film horror più inquietanti di sempre

La locandina di un film è il primo biglietto da visita per comprendere se una pellicola vale la pena di essere guardata. Alcuni poster sono delle vere e proprie opere d’arte, ed in questa galleria ne ho selezionate 25 (+1), rigorosamente horror. Buona visione.

 

 

Aggiungo la locandina originale di Psycho: la faccia di Alfred Hitchcocks vale da sola il prezzo del biglietto.

 

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L’ultima fotografia di Charlie Noonan (Mistero risolto)

Ellie Noonan è disperata. Suo marito Charlie, un noto folklorista, è svanito nel nulla da mesi, dopo un viaggio in Oklahoma, USA. Molto tempo dopo, riceverà una strana foto, l’ultima scattata dall’uomo, che immortala il demone che l’ha ucciso.

Charlie Noonan è un appassionato di folklore statunitense dei primi anni del XX secolo. Nelle sue peregrinazioni alla ricerca di eventi paranormali, si imbatte un giorno in un anziano signore dell’Oklahoma, che gli racconta la storia di una donna nota per avere un comportamento bizzarro e poco chiaro. Il vecchio racconta che non si allontana mai dalla sua proprietà, che dista diversi chilometri dal centro abitato più vicino. Indossa sempre – e qui l’uomo ci tiene a sottolineare SEMPRE – un velo che le copre in larga parte il volto. È altresì accompagnata in ogni spostamento da un grosso cane lupo, particolarmente aggressivo, che non si allontana mai da lei più di qualche metro. Il vecchio non lo dice apertamente, ma suppone che la donna non sia umana. Non sa cosa sia, ma di certo non è umana.

Charlie è ovviamente incuriosito dalla storia, e qualche giorno dopo torna a casa dalla moglie, Ellie, per informarla dell’incontro col vecchio. Ha intenzione di trovare la donna, e scoprire se si tratta solo di un’anziana signora un po’ bizzarra, o di qualcosa di molto più terrificante.

Da allora Charlie scompare nel nulla.

Ellie non si dà pace, e cerca in tutti i modi di rimettersi in contatto col marito. Informa la polizia, tenta inutilmente di trovare l’uomo che aveva parlato con lui qualche tempo prima, ma niente. Letteralmente svanito nel nulla.

Qualche mese dopo la scomparsa, il titolare di un banco dei pegni vede alla TV il notiziario della scomparsa di Charlie, e si mette in contatto con Ellie: ha una macchina fotografica con inciso sopra il nome dell’uomo. Qualche giorno prima si era presentato al banco dei pegni un vagabondo dall’aria strana, che aveva venduto la macchina senza proferire parola. Il titolare non ha sviluppato il rullino all’interno, e preferisce donare tutto alla donna, sperando che in qualche modo possa aiutarla a far luce sulla scomparsa del marito. C’è una sola foto: mostra la vecchia signora del racconto, imbardata in un’inquietante velo bianco, con al fianco il grosso cane lupo pronto ad attaccare.

L’ultima fotografia di Charlie Noonan.

 

 

La nostra storia termina qui. Nessuno sa che fine abbia fatto Charlie. Forse divorato dal cane della donna, forse ucciso da quello che in realtà è un demone, forse disperso tra le campagne dell’Oklahoma.

 

 

Ma la verità è un’altra. È tutto falso.

 

Il mistero risolto

La foto è un falso, ed il dubbio viene guardando attentamente la figura del cane, che è di una qualità leggermente diversa rispetto al resto della foto. Un altro indizio è il nome: non ci sono dati riguardo un certo folklorista di nome Charlie Noonan; esiste però un quasi omonimo, Kerry Noonan, anche se si potrebbe facilmente obiettare che non essendo Charlie un professionista potrebbe non essere rimasto molto sul suo conto. La prova definitiva la si trova però sul sito Always Becoming, blog che segue lo sviluppo di un film documentario omonimo, dove è possibile recuperare la foto originale.

 

 

La donna nella foto è Virginia Romero, un’indiana Tiwa di Taos Pueblo, New Mexico, Stati Uniti. Il post del blog narra la sua vita di tutti i giorni e di come sia una tenace lavoratrice dei campi. L’immagine è stata successivamente modifica aggiungendo il bagliore degli occhi ed il grosso cane lupo minaccioso.

La foto è poi stata caricata online e fa spesso parte di una creepypasta, Anomalie, che racconta di 14 foto dell’orrore inspiegabili. La cosa incredibile è come molte testate giornalistiche online riportino il tutto come vero, lanciando anche accorati richiami alla ricerca del povero Charlie scomparso nel nulla divorato da un demone. 🙂

Quella che sembrava una storia macabra è, fortunatamente, solo una storia.

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Il dilemma del carrello – The trolley problem

In questo articolo voglio giocare un po’ con voi. 🙂

Prendetevi tutto il tempo che vi serve. Ragionate con calma, immedesimandovi nella situazione che vado a raccontarvi. E poi fate la vostra scelta. Avete a disposizione una sola possibilità.

Tutto chiaro? Bene, cominciamo.

 

Il dilemma del carrello

In una giornata qualunque, in una città qualunque, salite su un tram. Vi guardate intorno, ed il veicolo è completamente vuoto. Non c’è nessun autista, nessun passeggero. Solo voi. Il tram si avvia da solo, e subito prende velocità, rendendovi impossibile scendere senza spezzarvi l’osso del collo. Vi precipitate ai comandi, e su una leva trovate un biglietto, scritto dalla mano di un folle. La nota recita così:

Ci sono cinque persone innocenti sul binario che stai percorrendo. Tra pochi minuti il tram le dilanierà una per una. Ti offro una scelta: se tiri questa leva, il tram devierà il percorso su una nuova tratta. Ma attenzione, sul nuovo binario c’è un altro innocente pronto ad essere sventrato. Cosa hai intenzione di fare? Il tempo scorre inesorabile. Tic. Tac.

Se lasciate il tram sul binario, travolgerà cinque innocenti. Se tirate la leva, cambierà rotta investendone uno.

Fate la vostra scelta…

 

Un folle vi costringe a scegliere: se tirate una leva, il tram su cui viaggiate travolgerà un innocente, se non lo fate, cinque. Tirate la leva oppure no?

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Avete preso una decisione? Bene.

 

 

Questo dilemma è basato sull’esperimento mentale della filosofa Philippa Ruth Foot come critica dell’utilitarismo, che potremmo ridurre alla frase il bene più grande per il numero maggiore di persone. La scelta ovvia sarebbe tirare la leva; in fondo la morte di una persona – seppur tragica – è razionalmente da preferire a quella di cinque. Ma tirare la leva significa anche divenire complice in un atto immorale: siete appena diventati indirettamente – o parzialmente – responsabili della morte di un innocente. Certo si potrebbe obiettare che in una situazione del genere, al limite della coercizione, in cui non c’è possibilità di scegliere di non scegliere, non è possibile porre limiti morali.

E se avete scelto di sacrificare cinque persone per salvarne una? In questo caso avete dato per scontato che la vita di cinque persone, cinque estranei di cui non conoscete niente, sia meno importante della salvezza di una sola anima. E se la persona salvata fosse lo psicopatico che ha architettato tutto? E se fosse Adolf Hitler (una versione dell’esperimento propone questa alternativa)?

Se invece avete scelto di non fare nulla, mi spiace. Avete semplicemente ucciso le cinque persone sul binario, vittime del folle assassino e della vostra indifferenza.

Ve l’avevo detto che in questo articolo ero io a giocare con voi…

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Il vampiro di Atlas – The Vampire Murder Case

4 maggio 1932, Stoccolma. La polizia fa irruzione in un appartamento nel quartiere di Sankt Eriksplan perché l’occupante, Lilly Lindeström, è scomparsa nel nulla da diversi giorni. Gli agenti la trovano a casa, riversa sul letto, col cranio fracassato. E senza una goccia di sangue in corpo. Questa è la storia del vampiro di Atlas.

La prostituta Minnie vive in un condominio a Stoccolma, dove molte delle affittuarie sbarcano il lunario vendendo il proprio corpo tra le fredde strade della capitale svedese. Da qualche giorno non ha più notizie della sua amica Lilly Lindeström, che occupa l’appartamento sopra il suo, quando l’ha vista per l’ultima volta infagottata in un lungo cappotto, completamente nuda. Preoccupata, Minnie avverte la polizia, che sfonda la porta dell’appartamento della donna il 4 maggio 1932. Lilly è una bella donna, nei suoi 32 anni, e gli agenti la trovano nuda, sdraiata sul letto, con la testa fracassata. I suoi vestiti sono stati accuratamente piegati su una sedia. Lilly, è evidente, deve aver avuto un rapporto sessuale poco prima di essere uccisa, prova ne è un preservativo nell’ano della ragazza. Meno evidente, almeno all’inizio, che la prostituta ha qualcosa che non torna: è stata completamente svuotata del sangue. Nella stanza non c’è una sola goccia di sangue, come non ve ne è sul letto né su qualsiasi altro oggetto. Tutto si fa più chiaro, e più grottesco, quando gli inquirenti si trovano di fronte a due semplici oggetti, che ognuno di noi ha in cucina, ma lì, in quel contesto, in quella stanza, a pochi passi da quella donna dissanguata, assumono un nuovo significato: un bicchiere ed un mestolo da cucina. Qualcuno li ha usati per estrarre e bere lentamente il sangue dalla vittima. Siamo di fronte ad un vampiro. Il vampiro di Atlas.

 

 

Nonostante l’abbondanza di fluidi corporei del presunto assassino, le tecniche per l’individuazione del DNA ancora non esistono. Gli agenti devono basarsi solo sulla propria abilità e sulle prove raccolte. L’omicida deve essere stato l’ultimo cliente di Lilly, probabilmente un abitué, che conosce bene il quartiere e l’appartamento della prostituta. Ha fatto tutto con calma, senza fare alcun rumore: subito dopo il rapporto sessuale, ha afferrato un oggetto pesante (mai ritrovato) e ha colpito la donna alla testa, uccidendola in un solo colpo; ha raccolto il sangue lentamente, aiutandosi col mestolo, e ne ha bevuto avidamente il contenuto; è poi uscito di casa, come se nulla fosse successo.

La polizia interroga numerosi sospettati, in gran parte clienti di Lilly, ma non va avanti nelle indagini.  La nostra storia finisce così, come tante altre che abbiamo raccontato. Senza un colpevole, senza un movente, con solo una grottesca scena del crimine. E forse un vampiro in giro per Stoccolma.


Cos'è successo realmente a Lilly Lindeström?

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Lo strano caso di Zigmund Adamski

È il pomeriggio del 6 giugno 1980 quando Zigmund Adamski si allontana di casa per delle commissioni. Sparisce letteralmente nel nulla per giorni, finché non verrà ritrovato su una pila di carbone a decine di chilometri di distanza. Ucciso dagli extraterrestri.

Zigmund Jan Adamski è un minatore di 56 anni, polacco, che vive e lavora a Tingley, un paese del West Yorkshire, in Inghilterra. Alle 15:30 del 6 giugno 1980 saluta sua moglie Leokadia Kowalska ed esce di casa, per acquistare delle patate all’emporio, da dove non farà più ritorno. Il giorno dopo è atteso come ospite di un matrimonio, ma non si presenta all’evento, e nessuno sa che fine abbia fatto. Passano cinque giorni prima che il suo corpo senza vita venga ritrovato su una pila di carbone a Todmorden. A fare la macabra scoperta, l’11 giugno del 1980 alle 15:45, è Trevor Parker, figlio del proprietario del deposito di carbone, allestito nei pressi di una tratta ferroviaria. Pochi minuti dopo arriva sulla scena l’ufficiale di polizia Alan Godfrey, assieme ad un collega, e procede ad esaminare la scena del crimine. Sembra che Adamski sia morto a seguito di un attacco cardiaco, ma da subito si scopre qualcosa di strano: il corpo è stato ritrovato alle 15:45, mentre la chiusura del deposito è avvenuta alle 11:00. Si tratta di una zona trafficata, ed è impossibile che il cadavere si trovasse lì quel mattino. Godfrey controlla i vestiti, e capisce che qualcosa non torna: l’uomo è vestito di tutto punto, ma non indossa la maglia, che è stata rimossa; sembra che qualcuno l’abbia spogliato e rivestito senza accorgersi della mancanza. A sostegno di ciò, le scarpe sono state allacciate al contrario, come se non fosse stato Adamski stesso a calzarle di persona; anche la patta dei pantaloni è stata lasciata aperta. Sui suoi vestiti, inoltre, non c’è una traccia di polvere. Impossibile. Ci troviamo in un deposito di carbone, per centinaia di metri quasi ogni cosa è coperta di polvere nerastra. Ma Adamski no, i suoi abiti sono immacolati, come se fosse riapparso lì, su quella pila, dal bel mezzo del nulla. Godfrey controlla meglio il corpo, e scopre che presenta delle strane bruciature sul collo e le spalle.

Decisamente, pensa Godfrey, questo non sarà un caso semplice.

Il corpo di Adamski viene spedito al coroner, che conferma la causa della morte: attacco cardiaco. Il medico legale però è decisamente perplesso: Adamski è scomparso da cinque giorni, ma non ha sofferto né la fame né il sonno, non presenta segni di percosse né di violenze, a parte le bruciature, che sono state causate due giorni prima da una strana sostanza gelatinosa sconosciuta, che i tecnici del laboratorio di analisi della polizia non sono in grado di identificare. Il coroner nota inoltre che la lunghezza della barba non coincide; è cresciuta di poco, quindi il giorno prima del ritrovamento la vittima ha avuto modo di radersi e, se è stata rapita, è difficile che il suo aguzzino gli abbia permesso una cosa del genere. Come notato da Godfrey, non c’è traccia di carbone sotto le dita o sulla pelle, segno che Adamski non si è arrampicato volontariamente sulla collinetta.  Si è trattato, dunque, di un omicidio. E Godfrey conosce anche l’assassino, o meglio gli assassini: ad uccidere il cinquantaseienne Zigmund Adamski sono stati, sembra alcuna ombra di dubbio, gli alieni.

Sei mesi prima dello strano caso di Zigmund Adamski, Godfrey dichiara di aver avuto un incontro ravvicinato con un UFO. Il 28 novembre 1979, a notte fonda, viene inviato dal distretto ad indagare su una mandria di mucche che è sparita nel nulla ed è riapparsa all’improvviso in una proprietà privata. Alle 5:00 del mattino, Godfrey sta guidando lungo la Burnley Road A646 di Todmorden, a circa un chilometro e mezzo dal deposito di carbone, quando vede qualcosa ai bordi della strada. Sembra trattarsi di un autobus a due piani uscito dalla carreggiata, e l’agente accende le sirene dell’auto per andare a controllare. Avvicinatosi si accorge di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Di fronte a lui un disco volante che aleggiava ad un metro da terra, emettendo una debole luce. Spaventato, corre a chiedere aiuto via radio, ma questa non funziona, così come la sua automobile di pattuglia. L’oggetto non emette alcun rumore, ha una forma che ricorda vagamente un diamante, con la parte superiore fissa e quella inferiore che ruota lentamente su sé stessa. Poi, d’improvviso, si ritrova a decine di metri dal luogo dell’incontro. Sono passati 45 minuti, e l’uomo ha un buco temporale di oltre mezz’ora. Godfrey, confuso su quello che gli è successo, per essere certo di non essere impazzito gira l’auto e torna indietro, solo per scoprire un’enorme chiazza asciutta nel bel mezzo della strada bagnata dalla pioggia. Godfrey è stato vittima di un incontro ravvicinato del quarto tipo.

Godfrey è convinto che gli extraterrestri abbiano ucciso Adamski, e si siano liberati del corpo nel deposito di carbone. Volendo credere a questa teoria, tutto tornerebbe. Il gel misterioso, il fatto che sul corpo non ci sia la polvere (potrebbe essere stato abbandonato direttamente dal disco volante), e le strane bruciature sulla pelle. Tutto torna, mettendo la parola fine alla morte di Zigmund Adamski. Se si vuole crederlo.

Se invece gli UFO non fanno per voi, mi spiace, ma questa storia resta senza un finale. Senza alcuna prova, con decine di indizi impossibili, il caso Adamski viene abbandonato qualche mese dopo, rimanendo senza soluzione.

L’unica teoria plausibile viene avanzata nel 2005 da John Hanson e David Sankey, della BUFORA, l’associazione inglese per la ricerca sugli UFO. In base alle testimonianze raccolte all’epoca del caso, sembra che Adamski non avesse alcuna intenzione di partecipare al matrimonio previsto per il giorno dopo, a causa di tensioni familiari con due invitati, marito e moglie, che avevano ottenuto contro di lui un ordine restrittivo. Hanson e Sankey credono che quest’uomo misterioso abbia rapito Adamski, rinchiudendolo in un capannone, dove è stato stroncato da un attacco cardiaco.

Ad oggi, il mistero della strana morte di Zigmund Jan Adamski resta ancora insoluto.

 

Cos'è successo realmente a Zigmund Adamski?

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Kuchisake-onna – La donna dalla bocca squarciata

Siete da soli in una stradina di periferia di Tokio, in Giappone, a notte fonda. I lampioni illuminano malamente le facciate delle case, alle cui finestre le persiane si abbattono violentemente come ghigliottine. D’un tratto vi si avvicina una bella donna, dai lunghi capelli corvini vergati di riflessi bluastri. Indossa una mascherina, cosa comune in una megalopoli come la capitale nipponica, dove molti abitanti combattono così lo smog. Vi afferra un braccio, e con voce languida vi chiede se la trovate bella. Qualsiasi sia la vostra risposta non ha importanza: da sotto la mascherina si rivela una lunga fila di enormi denti aguzzi. Poi più nulla. Questa è la storia di Kuchisake-onna, la donna dalla bocca sventrata.

 

 

Kuchisake-onna (口裂け-女) è una figura del folklore del Sol Levante, divenuta in seguito una leggenda urbana molto famosa. Si tratta di una ragazza molto avvenente, con un’inquietante particolarità: la sua bocca è attraversata da un orecchio all’altro da un enorme sfregio, che lascia in bella mostra i suoi denti ferali. Kuchisake-onna sceglie le proprie vittime tra le viuzze di Tokio, ponendo a tutte una semplice domanda.

Mi trovi bella?

Se si risponde di sì, la creatura mostra la sua vera natura, rivelando la lunga fila di denti e chiedendo nuovamente “Mi trovi bella anche adesso?“. A questo punto qualsiasi risposta è una condanna: se si dice di sì, la creatura dilanierà il malcapitato con un paio di forbici; se la risposta è negativa, scatenerà la sua ira, ed il finale sarà lo stesso. In alcune storie sembra sia possibile salvarsi da un destino avverso. Se si viene inseguiti da Kuchisake-onna le si possono lanciare contro delle caramelle: il mostro, a quanto sembra, è sempre affamato e non disdegna affatto la frutta fresca ed i dolciumi, anche a costo di rinunciare alla sua vittima; in altre versioni la risposta da dare a Kuchisake-onna deve essere la più vaga possibile, magari cercando di sviare il discorso, ed approfittare del momento di confusione di lei per darsela a gambe; altri invece giurano che se le si risponde “Scusa ma ho un impegno irrinunciabile, vado di fretta” sarà la creatura a scusarsi per averci importunato (in Giappone la cortesia verso il prossimo fa parte della cultura stessa del Paese).

La genesi delleggenda di Kuchisake-onna si perde nel periodo Heian (794/1185) e si svolge a Tokio: qui vive una ragazza bellissima, moglie di un valoroso samurai. Questi è follemente innamorato della sua consorte, e fa di tutto per renderla felice, anche assecondando i suoi – tanti – vizi. Si dice che questa donna sia tanto bella quanto fedifraga, ed infatti un giorno il samurai, di ritorno da una delle sue tante battaglie, scopre la sua infedeltà. In un impeto d’ira afferra la sua katana e le dilania il viso da parte a parte, sfigurandola all’altezza della bocca. Beffardo le urla “Chi dirà che sei bella adesso?” prima di sparire per sempre.

 

 

Altro racconto proviene dall’epoca Sengoku, ambientata nel 1500 circa nel centro di Tokio (all’epoca chiamata ancora Edo). In una notte di pioggia impietosa, un servitore di un signore del luogo nota seminascosta nell’ombra una figura di donna, completamente zuppa d’acqua. Mosso a compassione, le offre di dividere con lei il suo ombrello e di riaccompagnarla a casa, ma quando la ragazza si gira rivela un enorme squarcio da un orecchio ad un altro. La storia, in questo caso, si interrompe qui.

Nell’estate del 1979 una vera e propria isteria di massa colpisce il Giappone: voci incontrollate affermano che in diverse città del Paese vaghi una grottesca donna che ferma bambini e ragazzi nascosta da una mascherina bianca. Molti genitori ritengono la storia vera, e si verifica anche qualche problema di ordine sociale, a causa della reticenza dei fanciulli terrorizzati dalle strane ed inquietanti storie legate a Kuchisake-onna. Si dice che la polizia abbia ritrovato anche alcuni corpi di bambini orrendamente martoriati, e che sia quasi arrivata a scoprire il mostro: la donna muore poco prima di essere arrestata, forse investita da un automobile. Ad ogni modo, le voci su Kuchisake-onna lentamente si affievoliscono, e l’autunno porta via, oltre alle ultime brezze calde dell’estate, anche il terrore dai cuori dei ragazzini di tutto il Giappone.

Nel gennaio 1947 viene ritrovato in un’aiuola di Los Angeles il corpo senza vita di Elizabeth Ann Short, meglio nota come la Dalia Nera. Orrendamente mutilata, e letteralmente fatta a pezzi, il suo volto presenta una lunga ferita che si estende da un orecchio all’altro. Sebbene ricordi la leggenda di Kuchisake-onna, probabilmente si tratta solo di una coincidenza. Ad oggi rappresenta uno dei più grandi misteri irrisolti della storia del crimine. Ne riparleremo a breve.

La profonda ferita che taglia la bocca nel sorriso grottesco tipico di Kuchisake-onna ha un nome: Glasgow Smile, lo stesso sfoggiato da Joker, il supervillain antogonista di Batman nell’omonima serie DC Comics.

Ad oggi la storia di Kuchisake-onna sopravvive solo come leggenda metropolitana, a cui si ispirano molti videogiochi, manga e film. Tra le tante citazioni, le più importanti sono nella serie di Franken Fran (フランケン・ふらん) di Katsuhisa Kigitsu, Constantine di Alan MooreCarved: The Slit-Mouthed Woman (口裂け女) di Kōji Shiraishi ed il personaggio di Mileena, della serie Mortal Kombat di Midway Games, apparso nel 1993 nel secondo capitolo della saga e divenuto negli anni uno dei più apprezzati dai videogiocatori.

 

 

Vere o inventate che siano, le leggende spesso nascondono sempre un fondo di verità. Se vi trovate in Giappone non girate da soli nei vicoli della capitale. Potreste trovarvi una bella ragazza dai lunghi capelli neri, due occhi che abbagliano, ed una bocca che uccide.

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