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The Witch – Trama e teorie

Un po’ The Village, un po’ Picnic ad Hanging Rock, The Witch, opera prima di Robert Eggers, è prima di tutto un racconto. Una storia che mescola sapientemente folklore, religione (leggasi fanatismo), natura (quella che non ha pietà), ed una famiglia di esuli abbandonati a loro stessi.

La strega, quella che da il titolo al film, la vediamo praticamente subito. Poco dopo il prologo. E ci si aspetterebbe il classico film con la bellissima di turno che si tramuta nella solita vecchia malvagia ed incartapecorita, sconfitta solitamente da un prode avventuriero.

E invece no.

In questa storia niente va come deve andare. I personaggi cominciano a dire cose strane, gli animali si comportano in modo strano, gli eventi prendono una piega strana. Qui tutto è strano.

I gemellini giocano sempre con un nero caprone, Black Phillip, che a dir loro sembra parlargli. C’è un coniglio foriero di sventura che si palesa sempre nei momenti più infausti. C’è un corvo assetato di sangue e latte che non la smette di allungare la sua nera ombra sulla famiglia inerme. C’è un bosco dove sorge la casa di una strega ancella del demonio.

O forse no.

 

 

Trama

New England, 1630 circa. Un uomo del Lancashire di nome William è stato appena bandito da una comunità puritana ed è costretto ad abbandonare il villaggio insieme alla sua famiglia – la moglie Katherine, l’adolescente figlia Thomasin, il figlio minore Caleb ed i due gemellini MercyJonas –  a causa di dissensi di ordine religioso. I sei sventurati, sorretti dalla fede, riescono a costruire una fattoria e ad arare un campo di granturco; la vita sembra arridergli quando nasce il piccolo Samuel, la cui venuta è vista come un segno del Signore misericordioso.

Affidato alle cure di Katherine, un giorno la ragazzina porta Samuel al limitar del bosco e, in un attimo di distrazione, che dura letteralmente un battito di ciglia, il neonato svanisce nel nulla, forse rapito da una strega che dimora le fronde degli alberi.

 

 

 

The VVitch

The Witch è una storia, ed il sottotitolo originale del film, A New-England Folktale, tradotto orrendamente in italiano con Vuoi ascoltare una favola? – roba da appendere gli addetti al marketing per i pollici e lasciarli divorare dai corvi – ce lo ricorda ad ogni fotogramma. Una storia tratta da diari e cronache originali, che ci mostrano non quello che è, ma quello che sembra essere. La realtà non per quella che dovrebbe essere, ma per quella che appare.

La Storia, quella che ci insegnano a scuola, dice molto semplicemente che i coloni inglesi sono arrivati nel nuovo continente carichi di buoni propositi, hanno convertito gli indigeni locali ed hanno innalzato l’america alla luce del Signore. Stop. In realtà le cose sono andate diversamente. Male. E sin dal principio. Si tratta di estremisti religiosi (leggasi nuovamente fanatici) che attraversano migliaia di miglia d’oceano, migliaia di miglia di niente, per approdare in una terra aliena, in cui non sono benvoluti.

Il problema però non sono tanto le popolazioni locali – nel film all’inizio si vedono chiaramente tre indiani Wampanoag integrati con la comunità religiosa – né tanto meno la natura selvaggia.

Il vero nemico è la solitudine.

Quel senso di abbandono che attanaglia ogni villaggio, unico baluardo dell’essere umano per centinaia di chilometri. L’essere stranieri in terra straniera, con Dio come unica salvezza e senso di una vita votata all’austerità e alle privazioni. Poi qualcosa scatta, la fede viene meno, ed il sonno della ragione genera mostri.

La famiglia, tra accuse ed atti di stregoneria, si sbriciola dalle fondamenta. Il capofamiglia William è un colono fallito, un padre fallito, un marito fallito, un cacciatore fallito ed un agricoltore fallito. Non che non ci metta la buona volontà, semplicemente ogni cosa che fa si tramuta in cenere. Thomasin sta cominciando a sbocciare, con quella sensualità appena accennata, candida, tipica dell’adolescenza. I gemellini sono due esseri amorfi, infagottati in decine di panni per farli stare al caldo, e per un nonnulla ridono (ghignano). Troppo. Ridono sempre. Come un trapano che ti fora il cervello, come unghie sulla lavagna. Caleb viene colpito da una strana febbre – un maleficio, forse? – che lo fiacca lentamente nello spirito e nel corpo.

La scena del suo delirio sul letto di morte è quanto di più inquietante abbia mai visto in un film.

Davvero.

 

 

Teorie e considerazioni

Se non avete ancora visto il film evitate di leggere queste righe.

Le teorie su ciò che accade nel film sono sostanzialmente due. Nella prima, quella razionale, tutto viene spiegato con la muffa del mais, come suggerito in molti punti della pellicola. Si tratta di un potente allucinogeno, così che quella che abbiamo visto non è la storia com’è andata ma come l’hanno vissuta i protagonisti. Quello che vediamo non è mai successo, e nulla è mai stato reale: tutto fila liscio fino al “contagio”, dopodiché la follia prende il sopravvento, in un gorgo di violenza e macabra disperazione, in cui è più semplice dare la colpa delle disgrazie ad un essere soprannaturale che all’incapacità dell’animo umano di accettare la solitudine.

Nella seconda teoria quello che vediamo è ciò che è accaduto realmente. La strega esiste davvero, ha deviato le menti della povera famiglia finché il diavolo in persona non si è manifestato nella figura del nero caprone, culminata col piegarsi della giovane Thomasin al bacio dell’oscuro signore.

 

 

Quindi la strega non esiste. Forse.

Sapete perché non me ne frega niente se la strega esiste davvero? Perché loro credono che esista. Non importa se sia colpa della muffa o che sia la figlia del male la causa di tutte le disgrazie.

La questione è che ci credono loro.

Così mentre per noi spettatori, alla fin fine, che la strega sia reale o no conta poco, loro hanno vissuto un incubo. Un incubo reale. In cui gli animali sussurrano frasi di morte, le streghe uccidono gli infanti, ed una famiglia si dilania dall’interno.

E sì, quando Thomasin arriva ad ascrivere il proprio nome sul grimorio maledetto, vergandolo col sangue, e si addentra nel bosco accompagnata dal demonio Black Phillip, beh allora, alla fine, quando tutto sembra perduto, alla strega ci ho creduto anch’io.

 

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Coulrofobia

Sara ha una fobia, un po’ come tutti noi. C’è chi ha paura del buio, chi delle altezze, chi delle anatre. Sarah ha paura dei clown. Con quei grossi nasi rossi, il volto nascosto dal trucco tanto pesante quanto improbabile, e sopratutto quel sorriso, quel ghigno, perennemente stampato in faccia. Non sa ancora che una notte di marzo il suo ragazzo verrà rapito proprio da un grottesco clown.

Coulrophobia è una creepypasta pubblicata da Kiriakos Vilchez su The Madhouse. Buona lettura!

 

 

Coulrofobia

Fin dalla più tenera età, Sarah era terrorizzata dai clown, e come lei molte altre persone che, fortunatamente, riuscivano a nascondere questa loro paura. L’idea di qualcuno con un atteggiamento perennemente felice e strampalato, vestita con un buffo costume, era spesso fonte di disagio per molti, perciò Sarah non era di certo l’unica.

Crescendo, raramente aveva avuto occasione di imbattersi in uno di quegli uomini o donne dal viso truccato e dai capelli sgargianti e stravaganti ma, quando succedeva, per lei era davvero un incubo. Talmente atroce, infatti, che era finita in terapia durante la maggior parte delle medie e del liceo per via degli incubi provocati dalla sua fobia. Tuttavia quest’ultima col passare degli anni e delle sedute di terapia stava cominciando a scomparire. Sarah non avrebbe più chiuso gli occhi vedendo un clown sorridente in televisione o trovando accidentalmente un’immagine di Pennywise (da IT, di Stephen King) su internet.

Sarah aveva imparato a dominare la paura, anziché esserne vittima. Il suo primo anno di college era stato perfetto grazie alla sua abilità, appena scoperta, di interrompere le grida dei suoi demoni interiori, frutto dei suoi brutti ricordi. Ad ogni modo, questa situazione di tranquillità non sarebbe durata a lungo, perché le grandi paure possono tornare e lo fanno nella maniera più sinistra possibile…

Era metà marzo e Sarah era impegnata, come al solito, a gestire il carico di lavoro di una tipica studentessa nel pieno del college. Più precisamente era un martedì e Sarah aveva appena concluso l’ultima lezione del giorno: un’importante conferenza di psicologia tenuta da un relatore, durata circa due ore.

Mentre la ragazza stava tornando al suo appartamento del campus un giovane uomo, evidentemente di fretta, si scontrò con lei, facendoli capitombolare. Lei era caduta di schiena e la borsa le si era sfilata dalla spalla. Irritata dalla stupidità dell’uomo, Sarah lentamente si alzò per chiedergli come diamine facesse ad essere così sbadato, ma rimase scioccata quando si rese conto che l’uomo era sparito. Guardandosi intorno, non trovò traccia di lui. Scuotendo la testa, si rimise in piedi e, mentre raccoglieva la sua borsa, notò un volantino a terra, a faccia in giù. “Deve averlo fatto cadere quello scimmione dopo avermi travolto” pensò. Lo prese da terra, lo girò ed ebbe un sussulto: il volantino pubblicizzava un evento speciale chiamato “La notte dei Clown!”. Posto nella parte inferiore, nel mezzo dell’inserzione, c’era l’immagine di un clown raccapricciante, con occhi color blu scuro e un grosso sorriso arancione dipinto sulla sua faccia, colorata di bianco. Al di sotto dell’immagine, c’era una breve descrizione dell’evento:

Siete pronti per il gran divertimento?! Per buffoni imbranati che farebbero sorridere anche quella tua nonna sempre ingrugnata?! Allora non perdete tempo, ragazze e ragazzi, perché la Notte dei Clown è in città!! Preparatevi per una serata di cibo, divertimento e giochi, condotta da noi strampalati clown, e assolutamente GRATUITA! Venite soli o con la famiglia, chiunque è benvenuto!!

Ancora al di sotto della descrizione, c’erano le indicazioni per raggiungere il luogo e l’orario d’inizio dell’evento. Confusa, Sarah rilesse le informazioni, accorgendosi che l’evento si sarebbe svolto al Luna Park MacArthur, ma lei sapeva che i Luna Park erano stati chiusi più di due mesi prima perché il paese voleva utilizzare il territorio per costruire zone commerciali e residenziali. Non ci sarebbe mai più stato alcun tipo di festival o carnevale. Scuotendo ancora la testa, continuò a leggere il volantino, che diceva che l’evento sarebbe iniziato alle 20:00 di quella sera e che sarebbe durato fino alla mattina successiva.

Sarah non riusciva a capire perché qualcuno potesse voler trascorrere un’intera serata con qualche clown squilibrato. Guardò ancora il clown sul volantino, con i suoi occhi che la fissavano a loro volta. Osservò attentamente il volantino, cercando di ricordare se, per caso, avesse mai sentito di un evento chiamato La notte dei Clown!, ma non le venne nulla in mente, le sembrava solo troppo strano. Fece no con la testa e gettò il volantino nella spazzatura. “No, grazie” pensò “Niente clown per me”.

Alle sette di sera circa, Sarah era sul divano del salotto e guardava la televisione, mentre cenava con del cibo cinese da asporto, consapevole che sarebbe rimasta da sola per un po’ visto che la sua coinquilina Dawn era fuori col suo fidanzato. Mentre era seduta, pensò che poteva fare uno squillo al suo fidanzato Jesse per chiedergli di venire a trovarla, se non aveva impegni, ma poi le venne in mente che non era nei paraggi perché avrebbe lavorato fino a mezzanotte. Realizzando definitivamente di non poter avere compagnia, tirò un sospiro e prese un boccone di chow-mein (piatto cinese a base di noodles), mentre girava i canali della TV.

Passò diversi programmi come Lavori sporchi e Criminal Minds, senza trovare nulla che le interessasse, finché non arrivò al film L’uomo d’acciaio su HBO. Mentre guardava il film, notò che le immagini della TV stavano iniziando a sfocarsi. Improvvisamente, lo schermo passò dal raffigurare la scena in Superman combatteva il generale Zod all’inquietante viso di un clown triste con un trucco scuro, che fece saltare Sarah dal divano. Il clown la fissava e le faceva cenno di avvicinarsi. Impaurita, Sarah cercò goffamente il telecomando e spense la TV.

Scosse la testa. Dannati clown. Non sapeva assolutamente come diavolo si fosse passati da Superman a uno stupido pagliaccio, ma non le interessava. Aveva visto abbastanza TV per quella sera. Guardò il suo cellulare e vide che erano le 20:00 e ebbe un sussulto quando il telefono suonò all’improvviso. Non riconobbe il numero del mittente e rispose.

“Pronto?” disse e, dopo qualche istante di silenzio, rispose una voce simile a quella di Pippo della Disney: “Ti stiamo aspettando, Sarah. Il divertimento sta per cominciare, e abbiamo bisogno di te!”.

Sarah tentò di capire chi, con quella stupida voce, potesse essere al telefono e rise: “Ok, chi parla? Jesse, smettila!” rispose, ridendo ancora di più e, dopo dei momenti di silenzio, la voce sogghignò: “No, no, no, no, no. Non Jesse” Sarah, sorridendo ancora, scosse la testa: “Ok, beh, chiunque tu sia, devo andare”. Prima ancora che Sarah potesse riattaccare, l’interlocutore iniziò a ridere istericamente e all’improvviso la TV si riaccese. C’era ancora lo stesso clown raccapricciante di prima che la fissava, stavolta era in piedi accanto a un uomo legato a una sedia. Il clown gli stava tenendo un coltello appoggiato alla gola. Quando Sarah lentamente si rese conto chi fosse la vittima, gridò col pianto in gola e si coprì la bocca con la mano.

“Aspetterei a riagganciare se fossi in te, Sarah, o il povero piccolo Jesse sarà costretto ad andarsene.” Sarah guardò il telefono, tremando per il terrore.

“Chi… chi sei? Che diavolo sta succedendo?!” Sarah aveva gli occhi incollati alla TV e riuscì a sentire l’uomo al telefono scoppiare in una risata gutturale.

“Sono solo un clown, Sarah. Non hai più paura dei clown, vero?” le lacrime iniziarono a scenderle lungo le guance mentre guardava l’espressione terrorizzata di Jesse. Trattenendo il pianto, rispose: “No… non ho paura… ma per favore, lasciatelo andare…” sentì ancora l’uomo ridere.

“Certo, ma devi prima venire qui, a La Notte dei Clown . Ti aspettiamo, Sarah, ti aspettiamo…”. L’uomo riattaccò e la TV si spense. Sarah rimase seduta lì, scioccata, col telefono ancora all’orecchio. Posò il telefono lentamente e pensò di chiamare la polizia. Mentre componeva “911”, si rese conto che non si trattava di un tizio qualsiasi che giocava a manomettere la sua TV o di qualche rapitore improvvisato. Era qualcosa di paranormale, fuori da qualsiasi logica. Capì cosa doveva fare per salvare il suo fidanzato: recarsi a La Notte dei Clown .

Sarah guidò più velocemente possibile per raggiungere il Luna Park MacArthur, fuori città. A mano a mano che si avvicinava alla zona, una fitta e densa nebbia avvolgeva la sua auto. Ancor prima di rendersene conto, arrivò al grosso cancello chiuso di ferro che si trovava all’entrata.

Rimase sconvolta vedendo il parco illuminato come un tendone da circo, con brillanti luci stroboscopiche di diversi colori, in contrasto con il buio della notte. C’erano giostre di ogni tipo e chioschi con diversi giochi, risonava nell’aria una forte musica carnevalesca, che si mischiava alle risate distinte dei bambini. Ciò che mancava, invece, erano le persone: sembrava che l’intero luogo fosse abitato da fantasmi. Lentamente, Sarah scese dall’auto e, quasi immediatamente, il cancello si iniziò ad aprire e lei si avvicinò con cautela, guardandosi ansiosamente intorno. All’improvviso, un gruppo di clown apparve davanti a lei, ridendo e incoraggiandola ad entrare. C’erano sia maschi sia femmine, con diversi costumi, cappelli e parrucche e mostravano i loro inquietanti sorrisi. Sarah si avvicinò, sudando per la paura.

“Ok… sono qui. Lui dov’è?” uno dei clown, che indossava un cappello a cilindro e impugnava un bastone dall’aspetto divertente, guardò gli altri e sghignazzò, poi guardò Sarah e le mise una mano su una spalla

“Ti porteremo dritta da lui, mia cara, e ci divertiremo moltissimo!”

Il clown poi le avvolse il collo con un braccio scherzosamente e gli altri esplosero in una risata. Con la paura di dire o fare qualsiasi cosa, Sarah consentì ai clown di accompagnarla da Jesse.

Passando per le varie giostre e i vari chioschi vedeva sempre più clown accordarsi a quelli che già la circondavano. Si accorse anche che i loro visi diventavano sempre più disturbanti, le loro forme mostruose, a mano a mano che si addentravano in quel contorto carnevale. C’erano anche clown di altezza inumana sporgersi verso di lei. Ma non era tutto: uno di loro era curvo, dall’aspetto animalesco, con una lingua simile a quella di una lucertola, che entrava e usciva tra delle labbra cremisi, e sibilava in sua direzione. Un altro ancora indossava una maschera fatta completamente di carne umana, che gocciolava di sangue, i cui occhi rossi sembravano brillare come due sinistre sfere di luce.

Finalmente il gruppo di clown che la scortava si fermò di fronte a una grossa tenda a pois.

Il pagliaccio con il cilindro prese Sarah di forza per le spalle in modo da guardarla negli occhi

Sarah tremava come una foglia mentre fissava i suoi occhi maligni, che trasudavano follia.

“Dove… dov’è lui?”

Il clown indicò con la testa la tenda.

“Proprio lì, mia cara. Entra e potremo cominciare”.

La lasciò andare e Sarah entrò lentamente nella tenda.

Fu accolta da luci splendenti e grandi applausi e, quasi accecata dalla forte luce, portò la mano sulla fronte a mo’ di visiera. Dopo aver sbattuto più volte gli occhi, vide che era circondata da clown seduti sugli spalti, come in uno spettacolo, che la guardavano ridacchiando. Di fronte a lei trovò Jesse, ancora legato sulla sedia, in compagnia di quello spaventoso clown triste che gli teneva il coltello pericolosamente vicino alla gola. Sarah emise un grido di rabbia e corse verso il fidanzato. Era a pochi passi quando il clown aumentò la pressione del coltello sulla gola del ragazzo. Sarah lo guardò e capì che era svenuto, poi si girò verso il sinistro clown che lo teneva in ostaggio, con gli occhi accecati dall’ira.

“Lascialo andare!” urlò.

Il buffone la guardò minaccioso, prima lei, poi Jesse, scosse la testa tristemente e, senza preavviso, gli tagliò completamente la gola. Il sangue schizzò ovunque mentre il ragazzo si contorceva sulla sedia. Sarah, impulsivamente, corse verso l’aguzzino e gli tirò un pugno in faccia, facendolo cadere all’indietro e scivolare il coltello di mano. Il clown guardava Sarah mentre teneva Jesse tra le braccia, con le lacrime che le sgorgavano dagli occhi e, quando tentò di rialzarsi, la ragazza raccolse il coltello da terra e si lanciò su di lui.

Alla stregua di un animale infuriato e distrutto dal dolore, pugnalò più e più volte al torace il clown triste, che gridò invano. Sarah continuava a trafiggerlo più forte che poteva, ridendo istericamente mentre lo guardava soffocare nel suo stesso sangue con gli occhi girati all’indietro. Non smise neanche quando vide che aveva chiuso gli occhi e esalato l’ultimo respiro: continuava a colpirlo senza pietà. Dopo qualche minuto, finalmente si fermò e si alzò in piedi, ricoperta di sangue, e guardò la folla, che restava in silenzio e immobile. Piangendo, gettò il coltello per terra.

“Siete contenti ora?! Vedete cosa mi avete fatto?!” gridò. Il pubblico di clown continuava a guardarla senza fiatare.

Finalmente, il clown col cilindro e il bastone entrò nella tenda e sgranò gli occhi quando vide il clown triste in una pozza di sangue.

“Signore e signori, ce l’ha fatta! La nostra Sarah ha finalmente sconfitto la sua paura!” gli spettatori esplosero in risate e applausi, saltando su e giù sui posti a sedere. Le tiravano fiori e stelle filanti, lanciavano coriandoli in aria.

Il clown si avvicinò a Sarah, allargando sempre più il suo sorriso, mentre lei lo fissava con odio estremo nei suoi occhi.

“Lasciatemi solo andar via! Vi prego!” urlò con le lacrime agli occhi.

Il clown scosse la testa mentre aizzava la folla: “Andare via? Perché mai, mia cara? Non potrai mai andare via”.

Sarah lo guardò, scuotendo confusa la testa: “Ma perché? Cosa vi ho fatto?!”.

Il clown rise, avvolgendole il collo con il braccio ancora una volta, indicando la folla.

“Nulla, Sarah, non hai fatto nulla a nessuno di noi. Non si tratta di vendetta, no, no. È qualcosa di ancora migliore: un test!”

Sarah, con le lacrime agli occhi, lo guardò e rispose: “Un test…?”.

Lui annuì con eccitazione: “Sì, un test! E sei passata a pieni voti! Dovevamo verificare se fossi pronta a unirti a noi!”.

Sarah sentì un brivido percorrerle la schiena, facendole sentire le gambe come due spaghetti: “U-Unirmi a voi?” il clown annuì ancora una volta e rise: “Sì, unirti a noi! Noi cerchiamo coloro che hanno paura di noi e li aiutiamo a capire che non devono temerci! E, alla fine, quando finalmente hanno capito, diventano parte della nostra grande, folle famiglia! Per sempre!”.

Sarah, inorridita, cercò di fuggire, ma il clown la teneva saldamente.

“Per favore, lasciatemi andare!” lo supplicò “ho perso il mio fidanzato! Non è abbastanza per voi?!”

L’interlocutore fece no con la testa: “Era solo una parte del nostro test, lui non ha importanza: quel che importa è che tu sia passata, ora sei una di noi! Ecco, da’ un’occhiata!”

Il clown tirò fuori un grosso specchio rosso da una tasca dei suoi pantaloni a strisce e lo porse a Sarah. Lei lo girò e, vedendo la sua immagine riflessa, strepitò a pieni polmoni: la pelle del suo viso era di un bianco cadaverico, con rombi neri attorno agli occhi, entrambe le guance dipinte con cerchi neri e le labbra circondate da un grosso, innaturale sorriso del colore dell’ebano.

Tentò di cancellare la pittura, graffiando e tirando la pelle del suo viso per liberarsi di quel macabro trucco. Si rese poi conto che non si trattava assolutamente di pittura… ma della sua stessa pelle. Tremando, si accorse dal riflesso che anche i suoi occhi avevano cambiato colore, da castano a un misto tra verde e rosso. Sentiva anche qualcosa di strano in bocca, così la aprì e urlò ancora una volta quando si rese conto che i suoi denti erano ora dei lunghi canini, che sporgevano da delle labbra scure.

Tremando ancora di più, stava quasi per collassare tra le braccia del clown, che ridacchiò e la sostenne. Si rivolse poi a lui.

“Cosa… cosa mi avete fatto?” chiese flebilmente.

Lui la guardò con sguardo contrito, e aizzò ancora la folla: “Nulla, cara Sarah. Ti abbiamo solo accolto nella famiglia!”.

Il pubblico di clown rise fragorosamente ancora una volta e la ragazza osservò attentamente ogni spettatore.

Studiò per lungo tempo ogni singolo viso, compreso quello del clown che la teneva. Erano dementi, squilibrati… ma felici, pensò. Felici. Il suono delle loro risate divenne presto, per qualche strano motivo, rassicurante, come una melodia rilassante da ascoltare prima di dormire. Lentamente, sul volto di Sarah spuntò un sorriso, poi un ghigno che si trasformò in una risata isterica.

Da quel momento non si sentì altro che le risate dei clown, che si propagavano fuori dalla tenda, nell’aria di quella fredda, tenebrosa notte.

 

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5 giochi mobile per Android che vi toglieranno il sonno

tFabiOlaD mi ha chiesto via email un consiglio su quale giochi, rigorosamente horror, scaricare sul cellulare. Da giocare di notte a luce spenta, eccovi 5 giochi mobile per Android che vi toglieranno il sonno consigliati dalla Bottega del Mistero.

 

The Abandoned School

Sviluppato da Jin Kyu Chung e pubblicato da Voolean, in The Abandoned School si vestono i panni di un ragazzo che entra in una scuola superiore giapponese abbandonata deciso a risolvere l’inquietante mistero che vi si cela dietro. The Abandoned School è tecnicamente il classico gioco punta e clicca. Quello che lo distingue dagli altri è la trama in puro stile J-Horror, che punta a terrorizzare non tanto con quello che c’è (urla improvvise, apparizioni spettrali), ma con quello che non c’è. Graficamente curato, con una colonna sonora azzeccata, innova il genere con alcune trovate interessanti, come quella di scuotere il cellulare per far cadere alcuni oggetti dalle pareti, come se ci fosse stato un terremoto.

 

 

Murder Room

Continuando il trend iniziato con Ellie – Help me out… please, il gruppo di sviluppo Ateam confeziona un altro titolo davvero interessante, Murder Room, in cui ci risveglieremo, come nei cliché di molti horror, in una stanza chiusa a chiave. Il problema è che non siamo soli: qualche metro più in là un inquietante tizio con il volto coperto da una maschera di maiale sta armeggiando con una motosega sul gracile corpo della piccola Melanie. Sarà nostro compito riuscire a salvare entrambi da una fine ingloriosa. Enigmi ben congeniati ed un gameplay semplice sono il punto di forza di questo gioco, pur nella sua breve longevità.

 

 

Five Nights at Freddy’s

Five Nights at Freddy’s ed i suoi seguiti rappresentano una pietra miliare del panorama horror indie. La serie, sviluppata da Scott Cawthon, racconta le notti di un guardiano della pizzeria di Freddy. In effetti c’è da chiedersi a che diavolo serve un guardiano notturno in una pizzeria, il cui proprietario tra l’altro deve avere nettamente un pessimo gusto. Tutto il locale è addobbato con dei grotteschi animatroni che hanno il fastidioso bug di volerci fare la pelle. Letteralmente. Sarà nostro compito riuscire a sopravvivere per cinque notti di seguito, chiudendo porte, scrutando attraverso l’occhio delle telecamere e gestendo le risorse energetiche al meglio.

 

 

Dead Space

Spinoff della serie per PC e console di Visceral GamesDead Space rappresenta una gradevole sorpresa nel panorama horror per dispositivi mobili, sopratutto perché non si limita a sfruttare l’eco generato – meritatamente – dal marchio di Electronics Arts, bensì si rivela un prodotto solido e confezionato ad arte. Nella storia, che si snoda tra il primo ed il secondo titolo di Dead Space, impersoneremo l’ingegnere Vandal alle prese con inquietanti apparizioni tra le miniere del pianeta Titan. Gameplay fedele all’originale, una longevità di più di 4 ore e qualche trucchetto ben inserito nel contesto fanno di Dead Space un ottimo titolo, sicuramente da provare. Proprio in questo senso, però, c’è la nota dolente: il gioco non è più presente sul Google Play Store, ma cercando su internet è facilmente recuperabile ed installabile sul vostro dispositivo Android.

 

 

Dark Fear

Dark Fear della Arif Games è un titolo vecchio stile, connubio tra i giochi di ruolo e le avventure punta e clicca, similmente con quanto accadeva con pezzi storici come Elvira: Mistress of the Dark. Il nostro eroe si risveglia in una capanna nel bel mezzo del nulla, senza ricordo alcuno. Scopriremo ben presto che il mondo che ci circonda è popolato da oscure presenze, animali feroci e streghe malvagie. Sarà nostro compito riportare la pace e, sopratutto, a casa la pelle. Gameplay ben bilanciato tra azione e strategia, trama interessante, qualche colpo di scena ed animazione ben azzeccata, Dark Fear è davvero un gran bel gioco horror, che regala anche qualche piccolo salto dalla sedia.

 

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La migliore arma politica è il terrore.

Bundesarchiv, Bild 183-R99621

La migliore arma politica è il terrore. Tutto ciò che nasce dalla crudeltà si impone al rispetto. Non vogliamo essere amati, ciò non ha alcuna importanza purché si sia rispettati e temuti. Anche se siamo odiati non ci importa, pur di essere temuti.

Discorso di Himmler agli ufficiali delle SS, Char’kov, 19 aprile 1943.

Heinrich Luitpold Himmler, 1900 – 1945. Militare, Reichsführer delle SS, comandante della polizia e delle forze di sicurezza del Terzo Reich, ministro dell’Interno del Reich, criminale di guerra.

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La misteriosa foresta di Cannock Chase

Terra di antichi popoli celti, teatro di brutali omicidi, tana di mostri metà uomo e metà bestia, dimora di fantasmi dagli occhi neri. Questo e molto altro è la misteriosa foresta di Cannock Chase. Ecco le sue storie.

La foresta di Cannock Chase è una lingua di terra verde baciata dal pallido sole inglese. Gli alberi crescono rigogliosi, e danno rifugio a una gran varietà di animali, e a dire di molti anche di fantasmi e mostri grotteschi. Di foreste infestate abbiamo già avuto modo di scrivere, con l’inquietante storia di Hoia Baciu, ma quello che si nasconde tra le fronde di Cannock Chase è inenarrabile, e si fonda sul grottesco omicidio di tre bambine, sul finire degli anni ’60.

 

 

Gli omicidi di Cannock Chase

Gli omicidi di Cannock Chase, detti anche omicidi A34, sono tre orrendi delitti perpetrati dalla mente malata di Raymond Leslie Morris, e che hanno per sfondo la foresta di Cannock Chase.

Il 1° dicembre 1964 la piccola Julya Taylor, 9 anni, viene caricata in auto a Bloxwich, Inghilterra, da un uomo che le dice di essere un amico della madre passato a prenderla. Verrà ritrovata il giorno dopo da un ciclista che passa casualmente nei pressi di Cannock Chase, con evidenti segni di violenza sessuale e strangolamento, agonizzante ma viva. È l’inizio della nostra grottesca storia.

Margaret Reynolds, 6 anni, scompare da scuola l’8 settembre del 1965, e Diana Joy Tift, 5 anni, si volatilizza nel nulla mentre si reca a casa della nonna, il 30 dicembre. Nonostante l’enorme dispiegamento di forze, con oltre 2.000 persone alla ricerca di Margaret, delle bambine non v’è traccia. Il 12 giugno 1966 vengono rinvenuti i loro cadaveri in una buca di Manstly Gully.

Il 19 agosto 1967 alla piccola Christine Darby, di 7 anni, viene offerto un passaggio in macchina da uno strano individuo nei pressi di casa sua a Caldmore. Il suo corpo viene scoperto casualmente in una brughiera poco distante la foresta tre giorni dopo, denudato, da un soldato.

Il 4 novembre 1968 viene arrestato a Walsall un uomo che ha appena tentato di abbordare una bambina di 10 anni, Margaret Aulton, che è riuscita miracolosamente a sfuggire al rapimento, anche grazie alla segnalazione di un diciottenne del luogo, che avverte la polizia in tempo. A bordo della Ford Corsair bianca e verde riconosciuta dalla piccola c’è un losco figuro, Raymond Leslie Morris, che gli inquirenti sospettano essere il misterioso e brutale omicida di Cannock Chase. Nonostante un alibi di ferro avanzato dalla moglie, i poliziotti gli trovano a casa una foto pedopornografica che ritrae la sua nipotina di 5 anni. Processato per gli omicidi di Margaret, Diana e Christine, viene dichiarato colpevole grazie alla coraggiosa testimonianza di Julya, che riconosce in Raymond l’uomo che l’ha stuprata e seviziata.

È lui. È stato lui a farmi questo. – Julya Taylor, in lacrime, accusa Raymond Leslie Morris al processo

Condannato all’ergastolo, Raymond muore a 84 anni in prigione, dopo aver scontato 45 anni, per cause – forse – naturali. L’11 marzo 2014 si conclude così la storia del killer A34, ed inizia quella dei fantasmi di Cannock Chase.

 

La ragazza dagli occhi neri

Nel mondo, sopratutto in Inghilterra, fioccano le leggende su ragazzine dagli occhi completamente neri, senza iride, che si dice bussino di notte alle porte dei poveri malcapitati, prima di svanire nel nulla. Dopo gli omicidi di Cannock Chase, nella foresta si susseguono gli avvistamenti di strane apparizioni, tra le quali quella di un’inquietante fantasma dagli occhi neri, di cui esisterebbero anche prove fotografiche.

Christine Hamlett è una medium inglese, che il 10 ottobre 2014 scatta una foto di quello che, a suo dire, è lo spettro di una ragazza morta di difterite sul finire dell’800.

 

 

Non sono in molti a credere alla veridicità dell’immagine, che potrebbe rappresentare tutto o niente, e dopo qualche mese di intensi dibattiti nel circolo scientifico la questione muore insoluta. Finché, il 18 aprile 2015, l’utente Furious Otter carica su YouTube un filmato ripreso con un drone che sembra immortalare la ragazza dagli occhi neri. Che si tratti di reperti autentici o semplici fake lascio a voi la decisione.

 

 

L’uomo maiale

Non sono solo i fantasmi a togliere il sonno ai cittadini di Cannock Chase. Tra le spaventose creature della notte del bosco sembra esserci infatti anche un grottesco ibrido tra uomo e maiale, avvistato più volte fino al 1993. Poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il governo del Regno Unito avalla un esperimento congiunto tra inglesi e statunitensi per consentire lo sviluppo di una nuova arma. Dopo un lungo studio, gli scienziati decidono che il futuro della guerra si combatterà non più sul campo, ma in vitro, attraverso l’ingegneria genetica, e decidono di fondere DNA umano con quello suino. Rapiscono quindi nei pressi della foresta di Cannock Chase una donna, la ipnotizzano e le impiantano geni modificati di maiale affinché resti incinta. Dopo 10 mesi di gestazione, i dottori sono costernati; la donna ha partorito un bambino con la testa di porco. Delusi dal risultato, che non collima esattamente con le loro idee iniziali, decidono di non abbattere il piccolo, ma di crescerlo ramingo nella foresta, al fine di studiarne l’adattabilità e la possibilità di utilizzarlo in futuro come progenitore di una nuova stirpe di soldati. Da allora, quasi ogni notte nei pressi del bosco è possibile udire strazianti lamenti intervallati a profondi grugniti, che hanno fatto nascere numerosi gruppi di studiosi, il cui maggiore esponente è certamente il ricercatore del paranormale Lee Brickley.

Egregio Signor Brickley,

Sono stato testimone qualche tempo fa di un fatto che certamente merita la sua attenzione. Nell’ottobre del 1993, nei pressi di Castle Ring, io e mia moglie abbiamo udito degli strani versi provenire dalla profondità della foresta. Certi che fosse una coppia del luogo intenta a divertirsi, ci siamo allontanati dal rumore in direzione dell’auto. Appena giunti al parcheggio mi sono voltato, ed ho visto con i miei occhi la creatura più strana che potessi mai immaginare. Alta circa 2 metri, dal collo in giù somigliava ad un uomo, ed indossava anche dei vestiti, ma la sua testa era troppo grande per essere umana e si prolungava in un grosso naso da maiale. Quando anche mia moglie l’ha vista, la paura ha preso il sopravvento, così siamo fuggiti via verso la nostra auto e ci siamo chiusi dentro. È stato allora che quella cosa ha cominciato a grugnire, come un porco che venisse scannato. Questo fatto ci ha turbato molto…

Ha mai visto qualcosa del genere prima?

Cordiali saluti,

John & Anne – Email inviata a Lee Brickley che testimonia l’incontro con l’uomo maiale

Pig-man è solo l’ultima delle tante storie che ruotano intorno alla foresta di Cannock Chase. Voi cosa ne pensate? Il bosco è solo il teatro di una – purtroppo reale – tragedia o si tratta di un luogo al di là della nostra comprensione, crogiolo di fenomeni paranormali?

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I 25 (+1) poster di film horror più inquietanti di sempre

La locandina di un film è il primo biglietto da visita per comprendere se una pellicola vale la pena di essere guardata. Alcuni poster sono delle vere e proprie opere d’arte, ed in questa galleria ne ho selezionate 25 (+1), rigorosamente horror. Buona visione.

 

 

Aggiungo la locandina originale di Psycho: la faccia di Alfred Hitchcocks vale da sola il prezzo del biglietto.

 

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5 storie vere di mostri sotto il letto

Il mostro nascosto sotto il letto esiste. Punto. Ogni bambino lo sa, e anche qualche adulto ogni tanto butta un occhio sotto il materasso. Quelle che seguono sono cinque storie, rigorosamente vere, di chi ha scoperto che gli incubi, a volte, possono anche non essere relegati al regno della fantasia.

 

La storia di Kyle

È il 3 luglio 2014. C’è una bella ragazza di sedici anni di Chester, in Inghilterra, che si è appena messa a letto. Cerca di prendere sonno, ma viene destata dallo squillo del cellulare: è arrivato un messaggio, decisamente inquietante.

TI STO GUARDANDO

La ragazza conosce quel numero, è quello di uno stalker. È già qualche settimana che la molesta con sms, dove ha dichiarato apertamente che si ucciderà presto davanti casa sua. La giovane fugge dalla madre, che sta riposando, ed insieme restano a letto per un po’, finché non arriva un nuovo messaggio, molto peggiore del precedente.

SONO A CASA TUA

Né la ragazza né la madre credono a questo secondo sms; non hanno sentito entrare nessuno e tutte le porte e le finestre sono ben serrate. Finalmente, nonostante l’agitazione, prendono sonno e la notte scorre tranquilla.

Il mattino seguente la giovane torna in camera sua, e subito sente che qualcosa non torna. Ha la pressante sensazione di essere osservata. Guarda nell’armadio, tra gli abiti appesi, ed infine sotto il letto.

Dove trova il mostro.

Lo stalker è lì, che la fissa con occhi vitrei. La giovane urla, ma il maniaco è veloce, le strappa di mano il cellulare e si scaraventa fuori dalla finestra. Pochi minuti dopo verrà arrestato dalla polizia: si tratta di un diciottenne del luogo, Kyle Ravenscroft, che verrà condannato a 80 ore di servizi sociali per stalking e torture psicologiche.

 

La storia di Guy

Il quarantenne giocatore di cricket Guy James Whittall è appena tornato a casa all’Humani Ranch nello Zimbabwe, quando viene richiamato nella stanza da letto dalle urla della signora delle pulizie. Si precipita in camera, e trova la donna in stato di shock, che indica sotto il letto. Guy non si fa prendere dal panico, ed alza il lembo del lenzuolo.

Sotto ci troverà un alligatore di una tonnellata e mezzo.

Il mastodontico rettile di due metri e mezzo aveva passato la notte a riposare sul pavimento sotto il letto, proprio mentre Guy dormiva ignaro di tutto pochi centimetri più sopra. Il coccodrillo, fortunatamente, verrà catturato e rimesso in libertà.

 

La storia di Jeffrey

Jeffrey Bush la sera del 28 febbraio 2013 sta beatamente dormendo nel letto di casa sua a Seffner, Florida, Stati Uniti. Viene destato all’improvviso da un boato assordante, e non fa in tempo ad aprire gli occhi che viene letteralmente divorato da una voragine creatasi proprio sotto il suo letto. L’uomo prova a gridare a squarciagola, disperso nel buio trenta metri più sotto, ed il primo a soccorrerlo è il fratello, Jeremy, purtroppo invano. In pochi minuti giunge anche lo sceriffo della zona, ma il terreno impraticabile rende difficoltosa la discesa. Pochi istanti dopo, la casa collassa su sé stessa, creando una voragine di decine di metri. Jeremy viene salvato per un soffio dall’ufficiale di polizia. Jeff, invece, scompare letteralmente nell’abisso, e di lui non si saprà più nulla.

 

La storia di James e Rhonda

James e Rhonda Sargent affittano una camera in un hotel economico, il Budget Inn, a Memphis, Tennessee, Stati Uniti, e gli viene assegnata la camera 222. Da subito si rendono conto che c’è qualcosa che non va: un odore pungente riempie l’aria. Certo non si aspettavano che la camera fosse la più pulita del mondo, d’altronde hanno scelto un albergo di serie b proprio per risparmiare, ma quell’olezzo acre è davvero troppo. Dopo due giorni chiedono ed attengono di cambiare stanza, ma il proprietario vuole vederci chiaro. Rovistando a fondo scopre il cadavere di una donna nascosto tra il materasso e le doghe. Si tratta di Sony Millbrook, scomparsa da sei settimane. La camera era stata affittata da Sony, che poi era svanita nel nulla, ed in seguito è stata occupata altre cinque volte. Non si sa come la donna sia potuta finire lì sotto: attualmente il fidanzato, LaKeith Moody, è il maggiore sospettato. Il cadavere sotto al letto in un hotel è spesso tema di leggende metropolitane. In questo caso, purtroppo, è tutto vero.

 

La storia di Bridget e Brian

BridgetBrian O’Neill di Seattle, nel luglio 2014, aprono la porta di casa e la trovano forzata. Impauriti, controllano in giro, ma all’appello sembra che non manchi nulla. I vestiti però sono gettati alla rinfusa, la posta è stata aperta e sulle porte delle stanze è stato spruzzato del profumo. Ad un più attento esame, la coppia trova nascosta una borsetta da donna, contenente una carta d’identità che non appartiene a loro. Da un armadio, inoltre, sono state rimosse tutte le scarpe di Bridget.

Ovviamente i due chiamano la polizia, che procede ai rilievi del caso: setaccia la casa da cima a fondo, cerca eventuali impronte digitali ma niente, tutto immacolato; chiunque sia stato deve essere un professionista che cercava qualcosa che, evidentemente, non ha trovato. Bridget lavora per la Pokemon Company International come graphic designer, e forse il ladro era entrato per rubare qualche bozzetto grafico.

Di nuovo soli, Bridget e Brian fanno per andare a letto, quando restano agghiacciati nell’udire un lamento, come di animale morente, provenire dalla stanza.

Era una sorta di lamento di qualcosa che era vivo, sembrava un procione o un opossum che stava morendo. Solo un animale in fin di vita poteva emettere un lamento del genere. – Brian O’Neill

La polizia torna, e trova sotto il letto una donna emaciata con un coltello e una siringa ipodermica (come quelle per l’insulina). Si tratta di una ventisettenne del luogo, sotto effetto di anfetamine, che aveva progettato di uccidere la coppia da sotto il letto, tagliando con il coltello il materasso. Fortunatamente, il piano non ha funzionato.

E voi, ci credete o no al mostro sotto il letto? 😉

 

Grazie a Giuseppe F.

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L’ultima fotografia di Charlie Noonan (Mistero risolto)

Ellie Noonan è disperata. Suo marito Charlie, un noto folklorista, è svanito nel nulla da mesi, dopo un viaggio in Oklahoma, USA. Molto tempo dopo, riceverà una strana foto, l’ultima scattata dall’uomo, che immortala il demone che l’ha ucciso.

Charlie Noonan è un appassionato di folklore statunitense dei primi anni del XX secolo. Nelle sue peregrinazioni alla ricerca di eventi paranormali, si imbatte un giorno in un anziano signore dell’Oklahoma, che gli racconta la storia di una donna nota per avere un comportamento bizzarro e poco chiaro. Il vecchio racconta che non si allontana mai dalla sua proprietà, che dista diversi chilometri dal centro abitato più vicino. Indossa sempre – e qui l’uomo ci tiene a sottolineare SEMPRE – un velo che le copre in larga parte il volto. È altresì accompagnata in ogni spostamento da un grosso cane lupo, particolarmente aggressivo, che non si allontana mai da lei più di qualche metro. Il vecchio non lo dice apertamente, ma suppone che la donna non sia umana. Non sa cosa sia, ma di certo non è umana.

Charlie è ovviamente incuriosito dalla storia, e qualche giorno dopo torna a casa dalla moglie, Ellie, per informarla dell’incontro col vecchio. Ha intenzione di trovare la donna, e scoprire se si tratta solo di un’anziana signora un po’ bizzarra, o di qualcosa di molto più terrificante.

Da allora Charlie scompare nel nulla.

Ellie non si dà pace, e cerca in tutti i modi di rimettersi in contatto col marito. Informa la polizia, tenta inutilmente di trovare l’uomo che aveva parlato con lui qualche tempo prima, ma niente. Letteralmente svanito nel nulla.

Qualche mese dopo la scomparsa, il titolare di un banco dei pegni vede alla TV il notiziario della scomparsa di Charlie, e si mette in contatto con Ellie: ha una macchina fotografica con inciso sopra il nome dell’uomo. Qualche giorno prima si era presentato al banco dei pegni un vagabondo dall’aria strana, che aveva venduto la macchina senza proferire parola. Il titolare non ha sviluppato il rullino all’interno, e preferisce donare tutto alla donna, sperando che in qualche modo possa aiutarla a far luce sulla scomparsa del marito. C’è una sola foto: mostra la vecchia signora del racconto, imbardata in un’inquietante velo bianco, con al fianco il grosso cane lupo pronto ad attaccare.

L’ultima fotografia di Charlie Noonan.

 

 

La nostra storia termina qui. Nessuno sa che fine abbia fatto Charlie. Forse divorato dal cane della donna, forse ucciso da quello che in realtà è un demone, forse disperso tra le campagne dell’Oklahoma.

 

 

Ma la verità è un’altra. È tutto falso.

 

Il mistero risolto

La foto è un falso, ed il dubbio viene guardando attentamente la figura del cane, che è di una qualità leggermente diversa rispetto al resto della foto. Un altro indizio è il nome: non ci sono dati riguardo un certo folklorista di nome Charlie Noonan; esiste però un quasi omonimo, Kerry Noonan, anche se si potrebbe facilmente obiettare che non essendo Charlie un professionista potrebbe non essere rimasto molto sul suo conto. La prova definitiva la si trova però sul sito Always Becoming, blog che segue lo sviluppo di un film documentario omonimo, dove è possibile recuperare la foto originale.

 

 

La donna nella foto è Virginia Romero, un’indiana Tiwa di Taos Pueblo, New Mexico, Stati Uniti. Il post del blog narra la sua vita di tutti i giorni e di come sia una tenace lavoratrice dei campi. L’immagine è stata successivamente modifica aggiungendo il bagliore degli occhi ed il grosso cane lupo minaccioso.

La foto è poi stata caricata online e fa spesso parte di una creepypasta, Anomalie, che racconta di 14 foto dell’orrore inspiegabili. La cosa incredibile è come molte testate giornalistiche online riportino il tutto come vero, lanciando anche accorati richiami alla ricerca del povero Charlie scomparso nel nulla divorato da un demone. 🙂

Quella che sembrava una storia macabra è, fortunatamente, solo una storia.

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Il dilemma del carrello – The trolley problem

In questo articolo voglio giocare un po’ con voi. 🙂

Prendetevi tutto il tempo che vi serve. Ragionate con calma, immedesimandovi nella situazione che vado a raccontarvi. E poi fate la vostra scelta. Avete a disposizione una sola possibilità.

Tutto chiaro? Bene, cominciamo.

 

Il dilemma del carrello

In una giornata qualunque, in una città qualunque, salite su un tram. Vi guardate intorno, ed il veicolo è completamente vuoto. Non c’è nessun autista, nessun passeggero. Solo voi. Il tram si avvia da solo, e subito prende velocità, rendendovi impossibile scendere senza spezzarvi l’osso del collo. Vi precipitate ai comandi, e su una leva trovate un biglietto, scritto dalla mano di un folle. La nota recita così:

Ci sono cinque persone innocenti sul binario che stai percorrendo. Tra pochi minuti il tram le dilanierà una per una. Ti offro una scelta: se tiri questa leva, il tram devierà il percorso su una nuova tratta. Ma attenzione, sul nuovo binario c’è un altro innocente pronto ad essere sventrato. Cosa hai intenzione di fare? Il tempo scorre inesorabile. Tic. Tac.

Se lasciate il tram sul binario, travolgerà cinque innocenti. Se tirate la leva, cambierà rotta investendone uno.

Fate la vostra scelta…

 

Un folle vi costringe a scegliere: se tirate una leva, il tram su cui viaggiate travolgerà un innocente, se non lo fate, cinque. Tirate la leva oppure no?

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Avete preso una decisione? Bene.

 

 

Questo dilemma è basato sull’esperimento mentale della filosofa Philippa Ruth Foot come critica dell’utilitarismo, che potremmo ridurre alla frase il bene più grande per il numero maggiore di persone. La scelta ovvia sarebbe tirare la leva; in fondo la morte di una persona – seppur tragica – è razionalmente da preferire a quella di cinque. Ma tirare la leva significa anche divenire complice in un atto immorale: siete appena diventati indirettamente – o parzialmente – responsabili della morte di un innocente. Certo si potrebbe obiettare che in una situazione del genere, al limite della coercizione, in cui non c’è possibilità di scegliere di non scegliere, non è possibile porre limiti morali.

E se avete scelto di sacrificare cinque persone per salvarne una? In questo caso avete dato per scontato che la vita di cinque persone, cinque estranei di cui non conoscete niente, sia meno importante della salvezza di una sola anima. E se la persona salvata fosse lo psicopatico che ha architettato tutto? E se fosse Adolf Hitler (una versione dell’esperimento propone questa alternativa)?

Se invece avete scelto di non fare nulla, mi spiace. Avete semplicemente ucciso le cinque persone sul binario, vittime del folle assassino e della vostra indifferenza.

Ve l’avevo detto che in questo articolo ero io a giocare con voi…

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D&R: Che cosa sono gli incontri ravvicinati del I, II, III e IV tipo?

Con incontro ravvicinato, termine divenuto famoso grazie al film del 1997 Incontri ravvicinati del terzo tipo (Close Encounters of the Third Kind) di Steven Spielberg, ci si riferisce ad un contatto con una forma di civiltà aliena. Ma quanti tipi di incontri ravvicinati esistono?

In ufologia sono detti incontri ravvicinati tutti quegli eventi in cui una persona asserisce di essere entrata in contatto con un UFO. Il termine viene coniato nel 1972 in un libro, The UFO Experience: A Scientific Inquiry, dell’astrofisico statunitense Josef Allen Hynek. Per essere classificato come CE (Close Encounter), un avvistamento deve avvenire a meno di 160 metri dal soggetto; dividendosi in tre gruppi originali, più altri sottogruppi e voci incluse da altri autori.

  1. Incontro ravvicinato del I tipo, si tratta di avvistamenti di oggetti volanti non identificati;
  2. Incontro ravvicinato del II tipo, basato sull’osservazione indiretta della presenza attuale o regressa di un UFO, come cerchi nel grano, interferenze elettromagnetiche e perdite di memoria inspiegabili;
  3. Incontro ravvicinato del III tipo, quando oltre ad un UFO vengono avvistati anche esseri animati (Hynek li definisce proprio così, in maniera esplicitamente vaga). Esistono dei sottogruppi del III tipo creati dal ricercatore ufologico Ted Bloecher.
    • III tipo A, in cui un’entità aliena è osservata solo all’interno di una navicella;
    • III tipo B, in cui un alieno è visibile sia all’interno che all’esterno dell’UFO;
    • III tipo C, in cui è visibile un alieno che non interagisce con alcun UFO;
    • III tipo D, in cui viene osservato un alieno a seguito di una segnalazione di oggetti volanti non identificati;
    • III tipo E, in cui è visibile un alieno senza attività UFO;
    • III tipo F, non vi è alcuna attività UFO o aliena, ma si sperimenta un contatto con una forma di vita intelligente.
  4. Incontro ravvicinato del IV tipo, rapimento di un essere umano da parte di un UFO o dei suoi occupanti (abduction);
  5. Incontro ravvicinato del V tipo, incontri bilaterali tra esseri umani volontari e coscienti con entità aliene;
  6. Incontro ravvicinato del VI tipo, contatti di qualsivoglia genere che possono portare ad effetti sull’organismo della persona a lungo termine, compresa la morte;
  7. Incontro ravvicinato del VII tipo, ibridazione umano/aliena, ovvero la possibilità di procreare un essere con patrimonio genetico sia umano che extraterrestre.

 

 

 


Hai anche tu una domanda a cui non sai dare risposta? Inviacela e potresti vederla pubblicata sul sito!

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